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PRESTO DI MATTINA
La trasfigurazione, una pasqua nascosta

 

«Prese con se Pietro, Giovanni e Giacomo, salì sul monte e pregando il suo volto trascolorò, divenne altro», (Lc 9,29). Ieri abbiamo ricordato la Trasfigurazione, che è detta anche ‘Pasqua dell’estate’, quasi che tornasse a germogliare nella ferialità dimessa e umile dei nostri giorni. In realtà non si è mai allontanata da noi.

L’ho sempre sentita come la ‘piccola risurrezione’, ‘la pasqua nascosta’, come il seme raccolto dopo la mietitura che torna ad essere gettato nella terra, come il bene nascosto che la gente semina silenziosamente nelle opere e nei giorni.

Trasparenza di un volto, diafania cangiante di colori, come lampo che guizza e subito si nasconde: è così la trasfigurazione del Signore. «Dopo la luce candida e sfolgorante delle vesti una nube li avvolse, all’entrare in quella nube, ebbero paura». Discesi dal Monte Tabor per i discepoli torna il buio e la Pasqua si cela di nuovo nell’umanità terrosa di Gesù; il triplice annuncio della sua passione lascia i discepoli sbigottiti e ciechi. Ma non ci si può fermare o tornare indietro perché la Pasqua è corsa innanzi; non si è perduta, ma la si troverà solo salendo con Gesù verso Gerusalemme. Sarà là l’appuntamento.

Così ho compreso che la sua ricerca deve continuare durante tutto l’anno, andando incontro alla vita della gente, mischiandosi tra la folla compatta e cieca. Ma bisognerà guardare oltre l’apparenza di questa cecità, entravi dentro: «Cristo ogni tanto torna,/ se ne va, chi l’ascolta…/ Il cuore della città/ è morto, la folla passa/ e schiaccia – è buia massa compatta, è cecità…»,  (Giorgio Caproni, il terzo libro, Torino 2016, 77).

Occorre gridarlo sopra i tetti: Pasqua ha tante facce, è nascosta in ogni volto, in ogni vita, essa è come «l’ombra crociata del gheppio [che] pare ignota/ ai giovinetti arbusti quando rade fugace./ E la nube che vede? Ha tante facce/ la pólla schiusa», (E. Montale, Estate, in Tutte le poesie, 175).

Pólla schiusa” è l’insonne Spirito del risorto. Fessura e soffio nel suolo terroso e compatto; pollone zampillante che germoglia sull’albero della vita, dentro le viscere dell’uomo fatto di terra. Pólla deriva da pulláre, scaturire, germogliare: il sorgere dello spirito; il verbo pullulare viene da pullús, piccolo nato, un virgulto, ancora gemmato. Germogli d’acqua dischiusi nell’umanità dallo Spirito sono pure le pagine del vangelo, che con grande meraviglia scorgi zampillare nel sottosuolo di ogni persona, nelle sue buone pratiche samaritane.

Questa universalità misteriosa della Pasqua sparpagliata dallo spirito nelle profondità dell’umano vivere è pure sottolineata fortemente dal Concilio. Nella Gaudium et Spes 22 è detto che il venire associati ‒ il testo latino è “consocietur” ossia il divenire compagni, amici che dividono lo stesso pane – al mistero pasquale del Crocifisso risorto non è prerogativa esclusiva dei cristiani, ma combattendo contro il male, attraversando tribolazioni e subendo la morte, la Pasqua è per tutti; anzi è di tutti.

A tutti è possibile attingere ad essa come a segreta sorgente che zampilla in loro: «ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia… perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale».

Nel testo Il cuore del mondo il teologo di Basilea Hans Urs von Balthasar [Qui] fa parlare il Risorto con queste parole: «Non sono uno dei risorti; sono la risurrezione. Chi vive in me, chi è in me compreso, è preso da me nel suo risorgere. Io sono la metamorfosi/trasfigurazione in greco. Come cambiano pane e vino cosi cambia il mondo in me. Minuscolo è il grano di senape, ma la sua forza intima non riposa fino a quando non getterà la sua ombra sopra tutti i vegetali del mondo. Cosi la mia risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la tomba dell’ultima anima, e le mie forze non siano pervenute sull’ultimo ramo della creazione», (ivi, 58).

Le vie dello spirito che si intrecciano con i destini umani sono appello alla libertà, a prendere posizione di fronte a ciò che accade, persino al cospetto di destini e avvenimenti che fanno contrarre ogni espressione di libertà, imprigionando la coscienza.

Scrive Massimo Recalcati [Qui] che la libertà individuale non sta nella possibilità di fare quello che si vuole della propria esistenza a prescindere dagli altri «non è mai libertà di generarsi da sé, di decidere senza vincoli o condizionamenti del proprio destino, ma è sempre e solo la possibilità di fare qualcosa della scelta degli Altri, di fare qualcosa di quello che l’Altro ha fatto di noi», (Il grido di Giobbe, Torino 2021, 77).

Di fronte all’imporsi dell’altro, con la sua provocazione, con il suo impellente bisogno o con la sua chiamata; di fronte pure all’assurdità inesplicabile del male al quale la vita viene consegnata e imprigionata la coscienza, la libertà sta nel non rinunciare al proprio desiderio di libertà, di infinità promessa, continuando a restare in gioco, lottando, chiamando in giudizio coloro che si nascondono dietro il silenzio, si coprono il volto fosse anche Dio stesso come in Giobbe, senza stancarsi di pretendere che si venga allo scoperto, che accada una parola e mantenuta la promessa: Eccomi! ‘Saper restare accanto’ è la forma della libertà, quella del Samaritano che risponde all’inatteso dicendo: eccomi, col farsi carico, con la pratica del prendersi cura, del far argine al male.

Dico spesso in chiesa ‒ ma anche fuori incontrando la gente ‒ che il vangelo che libera e che cura è nascosto proprio nella loro vita. Affiora e viene visto quando questa diventa dedizione e si mette accanto in silenzio a chi è mortificato dal male, in famiglia e fuori o quando si fa germogliare con il bene la gioia negli altri, si è pane di crescenza.

Un vangelo è nascosto nelle persone, fosse anche solo per quella mezza paginetta di vangelo che ha messo radici nella memoria di tutti, come brace sotto la cenere. Sono le parole del Padre nostro imparate fin da piccoli in famiglia o in parrocchia e mai più dimenticate. Miniatura di vangelo è il Pater noster, il suo cuore resta ardente; basta un soffio di parole la domenica perché si levi il vento forte di voci del canto, fino a riempiere le vele dell’assemblea liturgica, così che di nuovo prenda il largo fuori dalla chiesa tra la gente.

In questi ultimi anni due haiku, brevissimi componimenti poetici della letteratura giapponese, mi hanno reso al vivo lo stile pastorale di chi vuol mettersi a cercare e ascoltare il vangelo nascosto tra la gente: “La campana del tempio tace il suono esce dai fiori“; “Spuntano i germogli al tronco di un grande albero. Poggio l’orecchio”.

Una parabola di Pasqua, è un breve testo dello scrittore dissidente russo Andrej Sinjavskij [Qui], che riporta anche alcune poesie pasquali del Samizdat: raccolta di testi e opere letterarie colpiti dalla censura, autoedizioni che circolavano di nascosto, fuori dell’editoria ufficiale a partire dagli anni ’60.

Sinjavskij fu “prigioniero di coscienza” nei gulag sovietici. “Prigionieri di coscienza” questa la definizione coniata da Amnesty International, sin dalla sua fondazione nel 1961, per le persone private della loro libertà, a causa delle loro opinioni o discriminati per motivi di etnia, sesso, genere o altra identità che non avessero usato violenza e non ne avessero invocato l’uso.

Leggendo questo testo è stato come leggere il vangelo sepolto della trasfigurazione, come scorgere nuovamente nelle vicende di questi “prigionieri di coscienza”, la Pasqua nascosta, la piccola risurrezione in cammino verso Gerusalemme. “Vedi”, sembrava mi dicessero, noi siamo internati, ma la parola di Dio non è incatenata, ma celata e libera e liberatrice in noi. È il vangelo di Gesù «placida luce, luce che mai non tramonta».

«Non è questione di legare la vita al Vangelo – scrive Sinjavskij –  La vita è già, di per sé, sempre, coniugata al Vangelo. Vivi, tiri a campare e all’improvviso senti sottopelle la nostalgia del testo evangelico, come di un tuo tessuto, di cellule costitutive di cui avverti la mancanza, come dell’ossigeno quando si soffoca

Gli eventi della storia sacra, compreso Caino e Abele, la cacciata dal paradiso, il diluvio, corrispondono in modo stupefacente alla nostra microscopica vita di uomini. Quasi ogni giorno viviamo o la cacciata, qualche volta le nozze di Cana, e perfino il miracolo del rifocillamento della folla con pochi pani. E la presentazione al tempio, e il bacio di Giuda. In questo senso il Vangelo – nonostante tutta la incommensurabilità del suo significato, la sua trascendenza e impeccabilità – si riflette in uno strano modo organico (più organicamente di altri libri e leggende) sulla nostra esistenza comune e personale. Ma anche noi, vivendo la nostra semplice vita, è come se tornassimo a rivivere, in tono minore e in forme meno attraenti, la natività di Cristo e i dileggi e le percosse dei soldati. Anche la nostra realtà racchiude misteriosamente, in forma rettratta, i semi evangelici».

Sinjavskij narra poi dei campi di concentramento della Moldavia. La Sacra Scrittura era proibita, ma essa circolava in copie clandestine scritte a mano e, se venivano requisiti quei foglietti, frammenti di vangelo, subito dopo tornavano a riapparire continuando a diffondersi, a germogliare come ‘pólle schiuse’ dallo Spirito:

«Non molto tempo dopo il mio arrivo nel lager, verso sera, un’ora prima della ritirata, mi si avvicinò un tale e mi chiese con cautela se non volessi ascoltare l’Apocalisse. Mi condusse nel locale della caldaia, dove era più facile nascondersi a delatori e carcerieri. Lì, nella penombra di quel covile simile a una caverna si erano già raccolte, e si rimpiattavano negli angoli sedendo sui talloni, alcune persone e io pensai che ora qualcuno avrebbe estratto da sotto il giubbotto il libro o il fascio di fogli, ma mi sbagliavo. Illuminato dai bagliori rossastri della caldaia un uomo si alzò e cominciò a recitare a memoria, parola per parola, l’Apocalisse. Quindi il fuochista, l’anziano contadino che qui era il padrone di casa, disse: e adesso continua tu, Fjodor! E Fjodor si alzò e recitò a memoria il capitolo successivo. …A questo punto mi resi conto che quei detenuti, tutti semplici contadini, che avevano da scontare pene di dieci, quindici, vent’anni di lager si erano suddivisi tutti i principali testi della Sacra Scrittura, li avevano imparati a memoria e, incontrandosi segretamente di tanto in tanto, li ripetevano per non dimenticarli».

Come nel romanzo di Ray Bradbury, Fahrenheit 451 [Qui], in cui i libri bruciati erano stati imparati a memoria e, di nascosto, in caverne fuori città venivano raccontati e i narratori iniziavano a parlare dicevano: “Io sono Dante”, “io Shakespeare”, “ed io sono Goethe”, così i contadini del locale della caldaia ‒ ricorda ancora Sinjavskij ‒ «avrebbero potuto dire di se stessi la medesima cosa. Uno: “Io sono l’Apocalisse, capitolo 22”. L’altro: “E io il Vangelo secondo Matteo”. E così via, in una staffetta, scandita da ciò che ognuno serbava nella memoria. E questo era cultura, nella sua successione, nella sua essenza, nella sua sopravvivenza clandestina. Sostenuta da una catena della memoria. Di bocca in bocca, di mano in mano. Da una generazione all’altra. Da un lager all’altro. Ma nondimeno cultura, e in una delle sue manifestazioni più pure ed elevate», (ivi, 15-19).

Da una poesia del Samizdat [Qui]: Attese di trasfigurazione

Non abbiamo mai avuto una luna così alta.
Le ombre si sono raccolte
ai piedi degli ulivi.
Per tutta la notte
i cani hanno ululato nel vento,
seminando d’inquietudine le vie strette.
Quali brividi percorrono
le viscere oscure della terra
se perfino i galli trattengono il canto
ora che il giorno è fermo all’orizzonte?
D’improvviso fu spezzato il tempo.
Si sciolse la luce dell’astro notturno,
segno del tuo corpo addormentato,
all’erompere violento del tuo sole.
Hai spalancato gli occhi
vestendo di trionfo l’universo
e fino all’alto regno di tuo Padre
è rimbalzato l’annuncio di vittoria.
Ora tu stai vibrante di splendori
al centro degli spazi liberati
nell’armonia della Risurrezione.

Ma sul pianeta rimane
il buio spalancato della tomba
e il mistero della tua assenza.
Avessero avuto voce
le pareti del sepolcro,
la pietra che sostenne per tre notti
il corpo irrigidito!
Quando dagli altri regni rifluì
la vita nelle tue membra, gagliarda
a vincere le porte dell’eterno,
dicono che un fremito inaudito
contorse in grido la roccia.
Ma si rapprese la chiara mattina
intorno alle donne con gl’intimi alabastri;
solo la pietra violata rivelava
il gesto gentile dei lini accolti.
La voce del nimbale messaggero
parlava di ritorni,
ridava le ali all’attesa e alla speranza.
Per tutto il giorno
abbiamo trepidato ai rari segni.
Il vuoto sepolcro ci offuscava
le concitate annunciatrici,
la fiamma certa di Maria di Magdala
intesa al suono della dolce voce,
la custodita tenerezza di tua madre
e il consapevole sorriso.
Ed ora che la sera si raccoglie
di pudore, attendiamo
il ritorno dei discepoli da Emmaus.
Ti hanno riconosciuto
allo spezzar del pane.
Anche da noi la cena è preparata.
Odora sulla mensa
un cibo fraterno da spartire
fra timori e speranze.
E fiduciosi noi stiamo in attesa.
(ivi, 23-25)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicc[Qui]

GLI 80 ANNI DI DYLAN
(Per una teoria dell’immortalità)

 

Forse non ha molto senso festeggiare gli 80 anni di Bob Dylan.
Naturalmente tutti i compleanni sono celebrazioni convenzionali, ma nel caso di Dylan, almeno stando a certe sue dichiarazioni, la cerimonia appare particolarmente insensata. In un’intervista su Rolling Stone di pochi anni fa ha dichiarato al povero giornalista che lo stava intervistando che lui era morto da tempo, per l’esattezza nel 1964. Subito dopo gli ha mostrato un articolo con una fotografia di un certo Bobby Zimmerman (nome originario di Dylan), un motociclista californiano ucciso in un incidente stradale. Il giornalista ha pensato a un caso di omonimia, ma è stato subito messo a tacere.
“Nessuna omonimia. Semplicemente ero io. Quel Bobby Zimmerman di cui hai visto la fotografia adesso non c’è più, se ne è andato definitivamente. Vorrei poter tornare indietro a dargli una mano, dirgli che sono suo amico, ma è impossibile. Adesso ci sono io, Bob Dylan, con cui ora stai parlando, la trasfigurazione di quel Bob Zimmerman. Perché io sono morto nel 1964 e poi mi sono trasfigurato.“
Il giornalista gli chiede cosa significhi esattamente, e se lui, Dylan, è morto oppure trasfigurato, ma lui in sostanza gli risponde che non è questo il punto e che, alla prova dei fatti, non c’è differenza: “Tocca a te indagare su cos’è la trasfigurazione. Ma se credi puoi tranquillamente scrivere che stai intervistando un morto. Io non avrei ragione di oppormi.” Poi Dylan prosegue sostenendo che lui non è certo l’unico trasfigurato al mondo, che ci sono e ce ne sono stati diversi, alcuni famosi, anche se non così tanti, ed elenca vari personaggi da Churchill a Toni Morrison a B.B. King e altri. Tralasciando per eleganza Cristo e Budda. Ci tiene anche a precisare che non si tratta di reincarnazione o trasmigrazione delle anime, ma di pura e semplice trasfigurazione.

Altri tentativi di capirci qualcosa di più falliscono: bisogna andare a leggere i vangeli o i libri di alcuni mistici dove si parla della trasfigurazione, dice. A una prima lettura è facile sospettare che lui e il giornalista si siano messi d’accordo per divertirsi alle spalle dei lettori di Rolling Stone, ma sarebbe un errore. Perché in diverse occasioni Dylan ha ripetuto che la morte fa parte della vita, o meglio che si appartengono a vicenda, che la morte siede ogni mattina con te al tavolo della prima colazione e che la concezione lineare del tempo è pura apparenza. Che il passato continua a vivere nel presente finché a un certo momento ti accorgi che non esiste più, che è proprio passato per davvero.
E allora non sai più dove ti trovi e capisci di essere fuori dai giochi. Mentre gli altri fanno il loro gioco a volte ti capita di stare lì a guardarli, ma poi alla fine scopri che stai bene con te stesso perché tutto questo non ti riguarda, stai da un’altra parte, in un tuo angolo gelosamente custodito, un altrove accessibile a pochi. I’m not there, “Io non sono qui” è il titolo di una canzone dei primi anni sessanta scritta da Dylan che dà anche il titolo a un film di Todd Haynes sulla sua vita. Ed è proprio questo il punto forse più interessante.
Nell’universo di idee, immagini, metafore, citazioni e rielaborazioni che popolano le canzoni, nei libri e nelle interviste rilasciate da Dylan la questione del tempo è assolutamente centrale. Solo il presente e il futuro sono certi, il passato lo puoi trasformare a tuo piacimento, dice ribaltando un luogo comune consolidato. Tranne che il presente passa troppo in fretta e il futuro ancora non c’è.
In un’altra occasione ha dichiarato che il passato, il presente ed il futuro possono convivere in una stessa stanza. Liberi di credere che si tratti solo di frasi a effetto o magari di pura cialtroneria, paradossi mescolati con citazioni erudite o misticheggianti, come capita spesso nelle interviste a molte celebrità pop desiderose di stupire. Ma anche questo sarebbe un errore, perché se si riflette con più attenzione, poco alla volta si fa strada una precisa visione del mondo, anche se in perenne evoluzione e a volte contraddittoria. E in ogni caso all’inizio dell’intervista Dylan premette subito che sta cercando di spiegare cose che non si possono spiegare e chiede aiuto al giornalista che lo intervista per spiegare l’inspiegabile.

Quindi anche io, nello scrivere queste righe, cerco soltanto di spiegare le idee di qualcuno che fa fatica lui stesso a spiegare. Un’impresa destinata al fallimento. Eppure dietro il caos e l’apparente illogicità di tante dichiarazioni persiste la sensazione che ci sia un ordine mentale molto ben organizzato. E soprattutto una concezione particolare del tempo e della sua percezione che, almeno in parte, sfugge alle definizioni e alle spiegazioni fornite dalla filosofia.
Basta citare alcuni versi da canzoni famose per avvertire la presenza quasi ossessiva del tempo. ‘I was so much older then, I’m younger than that now’, ‘Then take me disappearing/through the smoggy rings of my mind/Through the foggy ruins of time’ ‘Inside the museums eternity goes up on trial’ ‘If the bible is right/ the world will explode… The next sixty seconds/could be like an eternity’ ‘And there’s no time to think’ solo per citarne alcuni.
Uno dei suoi dischi più famosi, del 1997, si intitola Time out of mind, tradotto come “Tempo immemorabile”. E molte sue citazioni, similitudini, proverbi più o meno deformati o ribaltati provengono non solo dalla Bibbia, secondo alcuni la sua principale fonte di ispirazione, ma anche da testi di classici greci o latini, come ad esempio Tacito, molto da Shakespeare e da Blake, da cantanti blues o jazz spesso poco conosciuti, da poeti simbolisti o surrealisti o da frasi di generali o politici vissuti durante la guerra civile americana. Nell’intervista a Rolling Stone dice che la storia serve come fonte di ispirazione, ma che la natura umana non è legata a un periodo storico particolare.

La stessa voce sepolcrale con cui canta ormai da qualche decennio evoca tempi e luoghi lontani. Una voce che si potrebbe definire fuori campo e fuori tempo, proveniente da quell’altrove storicamente e geograficamente indefinito.
Quando dice che in molte delle sue canzoni ogni verso può essere l’inizio di un’altra canzone e che potrebbe anche combinarsi con i versi di altre sue canzoni espone un principio matematico che rimanda ad una potenziale infinità di collegamenti e contaminazioni. La continua trasformazione delle stesse canzoni ogni volta che le esegue dal vivo, arrangiamento e testi, sta a simboleggiare un work in progress senza sosta, un presente continuo; una canzone del 1965 cantata nel 2016 non è più la stessa canzone, per questo l’unica vera musica è quella eseguita dal vivo e non quella che esce dagli studi di registrazione. Perché, dice, la trasformazione è nella natura dell’esistenza. Il tentativo è quello di modellare il tempo – ma anche i tempi della metrica dei versi e il ritmo della canzone – secondo criteri puramente soggettivi, estemporanei. Un’eternità mobile, fluida, inafferrabile, che ti sfugge tra le mani, con i vivi e i morti che coabitano, dialogano e si mescolano nello stesso spazio, nella fattispecie nello spazio di una singola canzone come nell’insieme di tutte le canzoni composte e variamente eseguite da Dylan durante i suoi infiniti concerti dal vivo.

Interessante anche il fatto che questa visione del tempo, ma anche dello spazio, sia stata ispirata da un maestro di pittura, tale Norman Raeben, un ebreo di Odessa, ex pugile, emigrato a New York. Su questo argomento molto è stato scritto da Alessandro Carrera, il traduttore in italiano dei testi di Dylan, suo massimo studioso italiano e non solo, scopritore degli angoli meno conosciuti dell’arte di Dylan.
Una canzone deve essere come un quadro, deve poter essere percepita e assimilata in un unico colpo d’occhio (o di orecchio). Impresa materialmente impossibile, ma possibile metaforicamente se con la memoria musicale e l’immaginazione si riesce con un movimento circolare a ricongiungere l’inizio della canzone con la sua fine fino a confonderli.
Pare che l’ispirazione originaria per questa idea sia venuta a Dylan, da sempre molto interessato alla pittura, da Chagall. Nei quadri di Chagall la forza di gravità (che in diverse occasioni Dylan giudica un elemento di disturbo, una forma di prigionia) viene sostanzialmente abolita insieme alla prospettiva. Oggetti e figure umane galleggiano nello spazio e i piani prospettici si sovrappongono a scapito della prospettiva. Ma anche dal punto di vista del racconto contenuto nei dipinti di Chagall difficilmente si trova un punto di vista che dia un ordine temporale a quanto accade. I punti di osservazione si mescolano e il passato ormai morto, il mondo dei vecchi villaggi ebraici distrutti prima dai russi e poi dai nazisti, continua a vivere in una dimensione al di fuori delle coordinate spazio/temporali.
Ecco allora che ritroviamo alcune idee forza che sottendono la poetica e l’idea di musica di Dylan: la memoria (Proust) che va oltre il semplice ricordo, la durata, la percezione e la circolarità del tempo, l’abolizione del tempo lineare. C’è dietro naturalmente molta filosofia, da Bergson a Nietzsche fino a Sant’Agostino e Heidegger e alla tradizione dei mistici ebraici e cristiani, altre idee prese dalla tradizione religiosa orientale, ma la filosofia deve farsi accettare con il suo linguaggio specifico e i suoi processi mentali per poter entrare nella vita delle persone, e solo di alcune, e nel farlo perde necessariamente dei pezzi, lasciando frammenti aridi, scollegati. Mentre l’arte, come nel caso di Dylan o come appunto in certi quadri di Chagall, penetra nella vita di tutti i giorni senza mediazioni, attraverso un approccio sensoriale, emotivo.

E’ stato pubblicato su Ferraraitalia il racconto breve di Francesca Alacevich Chi guarda chi [Qui], circolare già dal titolo, che sembra ispirato proprio a questa idea di atemporalità. La modella del quadro di Corcos sta lì e conserva il suo dolore e il suo rancore per secoli, chiusa in un museo e tenuta sotto processo per l’eternità, come dice Dylan in Visions of Johanna.
L’impatto è tanto più profondo quanto più viscerale, evoca una maledizione e fa pensare al blues, che continua a riecheggiare nelle composizioni musicali di Dylan. Ancora il blues, che con la sua selvaggia antica irriducibile malinconia e voglia di vivere, con la sua invincibile vocazione alla ribellione e alla sconfitta, contiene elementi di immortalità.
Molta musica contemporanea fatica a liberarsi dal blues, forse proprio perché, come dice Dylan, il blues fa parte della natura umana e la natura umana non appartiene a un periodo storico determinato. Le mode scorrono su un piano temporale parallelo che non si incrocia con il genere di arte di cui stiamo parlando.
Una teoria dell’arte che Dylan trasforma coerentemente in uno stile di vita, attraverso una serie continua di concerti dal vivo in giro per il mondo, il Neverending Tour, che gli permette di vivere dentro le sue canzoni, perennemente trasformate, l’unica realtà per lui degna di questo nome.
Una realtà senza tempo vissuta sopra un palco, capace di ingannare il passare degli anni, la vecchiaia e la morte. Una strada per l’immortalità.
Viene in mente la sua canzone Journey through a dark heath, dove canta: ‘There’ s a white diamond gloom/ on the dark side of this room/ and a pathway that leads up to the stars/ if you don’t believe there’s a price/for this sweet paradise/just remind me to show you the scars’, tradotto da Carrera con ‘C’è un alone di diamante bianco che brilla/ nell’angolo buio di questa stanza/ e un sentiero che conduce su fino alle stelle/ se non credi che c’è un prezzo/ per questo bel paradiso/ ricordami di mostrarti le ferite.’ 

Io contengo moltitudini è il titolo di una delle canzoni del suo ultimo recente album (Rough and Rowdy Ways). Poi però – dice in un’altra intervista – bisogna un po’ per volta sgombrare il campo e trovare un’identità utile al momento, più o meno dice così. E le tante moltitudini ci ricordano il Io è un altro di Rimbaud, una dichiarazione di poetica che Dylan doveva avere ben presente sin dalle prime canzoni degli anni Sessanta. Ecco perché è poi arrivato a dischi come Blood on the tracks, dove i narratori – l’io, il tu e il lui/lei – si mescolano e i tempi, come i personaggi del racconto si confondono fino a formare un affresco senza inizio e senza fine. Ecco come una canzone può essere percepita in un insieme, al di fuori dello scorrere del tempo lineare, proprio come un quadro. E questo è l’intento consapevole con cui ha scritto le canzoni di Blood on the tracks e in particolare Tangled up in blue, la più famosa di quell’album.
Contenere moltitudini non è un’esperienza comune, così come l’essere dei morti e/o trasfigurati che parlano e cantano con molte voci, alcune prese dalle cantilene religiose ebraiche altre dalla musica afroamericana e altre dal jazz o dal country o da un rap ante litteram, e poi trasformate sul palco, dal vivo.
Cantare le stesse canzoni sino a renderle irriconoscibili, cambiando i testi sul momento a secondo dell’umore e delle circostanze, spiazzare i musicisti evitando le prove e cambiando la scaletta, tutte queste non sono esperienze comuni. Così come l’inattualità di Dylan rispetto alle mode correnti non è una posa, che del resto molti hanno imparato a simulare, ma una necessità intrinseca al suo modo di immaginare la musica e le canzoni. In questa prospettiva parlare di mode, letterarie o musicali, non ha senso, quindi più che parlare di non attualità nel caso di Dylan bisognerebbe parlare, appunto, di atemporalità.

In conclusione, tanto per chiudere in modo circolare così come ho cominciato: ha senso scrivere un articolo per celebrare l’ottantesimo compleanno di un morto/trasfigurato che vive nell’atemporalità e che è immerso da tempo immemorabile in un paesaggio mentale che potrebbe trovarsi ovunque ma al tempo stesso esiste solo nella sua sconfinata immaginazione?
Come le mitologiche Highlands, una canzone di sedici minuti dell’album Time out of mind, luogo reale nel nord della Scozia ma usato da Dylan come metafora di quel “sentiero che conduce su fino alle stelle” o forse di questo altrove in cui si è rifugiato.
Probabilmente celebrare questo compleanno è fuori luogo, ma ormai è troppo tardi per fermare tutti coloro che hanno deciso di farlo.

Bob Dylan [vedi Wikipedia] andrebbe letto, ascoltato e riascoltato, dal principio alla fine e (viceversa), o iniziando da un punto e da una canzone qualsiasi. Il suo sito ufficiale [Qui]. Per un sito italiano di riferimento [Vedi qui]

PRESTO DI MATTINA
Incontrare Dio nella diafania del ghiacciaio dell’Ortles

Giovedì scorso, 6 agosto, è stata la festa della trasfigurazione, che gli orientali chiamano Pasqua dell’estate. Questa ricorrenza mi offre l’occasione per onorare almeno in parte una promessa, sinora mancata, fatta a un amico, Daniele Borghini, di riprendere ‒ adesso purtroppo solo per iscritto ‒ le nostre conversazioni su Pierre Teilhard de Chardin. Non per caso, del resto, la mia presentazione al suo libro di racconti (D. Borghini, La direzione dei miei passi ubriachi, Nuove carte, Grignano, VI 2019) si conclude proprio con la narrazione onirica di un amico perduto e trasfigurato: il quale “giunto alla porta si fermò e si girò indietro come a guardarlo, poi aprì la porta e ogni cosa era illuminata, fece un passo e attraversando la soglia entrò in quella luce che non è né del sole, né della luna e si incamminò nel giorno che non conosce tramonto”.

Trasfigurazione, infatti, è una parola che va oltre la sola forma del cambiamento. Né rende perfettamente l’idea il termine ‘metamorfosi’ utilizzato dal testo greco del vangelo. Penso invece che l’espressione più appropriata sia resa dal neologismo ‘diafania’ (διαφάνεια), coniato proprio da Pierre Teilhard de Chardin per esprimere l’idea di una manifestazione attraverso la materia resa trasparente, diafana appunto, al fine di rivelare il mistero che l’attraversa. E proprio “la trasparenza di Dio nell’Universo”, e non già la sua plateale comparsa, è per Teilhard “il grande mistero del Cristianesimo”, chiamato a scorgere nella diafana materia ardente, infocata e manifesta di Gesù l’essenza del Padre (Le Milieu Divin, Pechino, 1927-28, vol. IV, 162).

Questa singolare forma Christi si dà a vedere sul Tabor agli occhi impauriti dei tre discepoli, come una ‘prolessi’, un anticipo della metamorfosi che si compirà a Pasqua dentro al loro cammino verso Gerusalemme, dove essi assisteranno, non solo allo scempio di una morte beffarda sul volto sfigurato del crocifisso, ma pure allo splendore sfavillante del volto del risorto; al Tabor essi non compresero tuttavia cosa significasse risorgere dai morti. Il mistero si darà a conoscere agli occhi della loro incredula fede il mattino di Pasqua e consegnato alla loro testimonianza rigenerata dallo Spirito, affinché essi lo annunzino al mondo con autenticità di vita evangelica. Un mistero ‒ come scrive Teilhard ‒ la pienezza del quale si sta tuttora compiendo nell’evoluzione del cosmo: “E da quando Gesù è nato, è cresciuto, è morto, tutto ha continuato a muoversi perché il Cristo non ha finito di formarsi. Non si è ancora totalmente avvolto nelle pieghe del Manto di carne e d’amore che Gli stanno tessendo i suoi fedeli… Il Cristo mistico non ha raggiunto ancora la pienezza, neppure quindi il Cristo cosmico. Entrambi, ad un tempo, sono e divengono; e il prolungarsi di questa genesi rappresenta la molla ultima di ogni attività creata” (La Vita cosmica, 1916, ETG, 87).

Cogliere il divino tramite la diafania dell’universo è, per Teilhard, un’attitudine dello “sguardo mistico”. Che non è però riservato solo ai mistici, ma a chiunque vi si predisponga. Vi è, infatti, una cristologia che ogni credente riscrive attraverso il vissuto concreto della propria esistenza cristiana: vissuto in cui le parole, il più delle volte, non sono mutuate dalla teologia, ma scaturiscono dal vissuto, dal praticare l’alterità scrutandola con gli occhi della fede. Perché, così come ci ricorda Eugen Drewermann, “al centro di ogni esperienza religiosa ci sono i veggenti [i mistici] e non i teologi” (Psicologia del profondo e Esegesi, Brescia 1996, 17), chiamati, per l’appunto a cogliere la divinità che traspare dal mondo, che è penetrato, attraversato e abitato dalla bellezza di Dio rivelativa del suo disegno salvifico.

In questa prospettiva, ‘diafania’ è quindi il mostrarsi agli occhi della fede della presenza del Cristo nell’universo. Un’esistenza, in esso, sempre più cosciente e coinvolta, frutto di un processo di convergenza che traduce la complessità in una sempre maggiore coscienza di centrazione ed ex-centrazione. È il frutto di un dinamismo verso una più grande unione di personalizzazione in direzione di un centro ultimo di consistenza e di amore.

Di fronte alla trasfigurazione come diafania ‒ fiamma che attraversa e trapassa ogni cosa ‒ non è solo la contemplazione che è richiesta, ma l’azione; non appena lo stare con il maestro, ma il ri-partire con lui. I discepoli, che inizialmente non lo comprendono, vorrebbero invece restare lassù, essendo ben disposti, pur di non ripartire e discendere dal monte per incamminarsi a Gerusalemme nel cuore del conflitto, a lasciare a Gesù e ai suoi ospiti, Mosè ed Elia, le tre tende mentre loro avrebbero dormito all’aperto. Ma la trasfigurazione sprigiona un’incandescenza di amore così prorompente da vincere ogni indolenza, da scavalcare ogni remora interiore, e anticipa nei discepoli la forza della pentecoste, capace di sospingerli ad attraversare i confini fisici e interiori per intraprendere il viaggio con il vangelo, la loro missione perseguita e amata come una mistica: un’esperienza che ti attraversa trasfigurandoti.

Perché solo così si ha autentica evangelizzazione. Anche nell’imminente futuro, infatti, o l’evangelizzazione sarà mistica, scaturirà cioè dell’esperienza stessa del mistero vangelo nascosto nel campo del mondo ‒ una freccia che trafigge il cuore di chi annuncia come a Teresa d’Avila, misteriosa diafania e fuoco – “sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei fosse già acceso”, disse Gesù prima della sua passione ‒ oppure si ridurrà a propaganda politica, sentendo la quale altro non si genera se non il gesto di chiudersi le orecchie. “Io, o Signore, ‒ scrive Teilhard ‒ per la mia umilissima parte, vorrei essere l’apostolo, e (per così dire) l’evangelista del tuo Cristo nell’Universo… debbo come la vita adulta e la fiamma ardente propagare il fuoco che mi hai comunicato”, (Il Sacerdote, 1918; ETG, 380-381). E scrivendo ad un amico, egli gli augura che “la vita le offra questa grande gioia di cadere sopra un roveto come una scintilla ‒ sicut scintilla in arundineto – dice in qualche luogo la Scrittura (Sap 3, 7) ‒ che il nostro essere sia teso, e pieno di ardore, verso ciò che in ogni cosa è lo Spirito, e questo Spirito si sprigionerà grazie al nostro sforzo oscuro e anonimo. Ecco la fiducia tenace che deve dominare e quasi coprire le forze che lei avverte” (Lettere di Viaggio, 11.11.1929, 102-103).

Agli occhi di Teilhard quella diafania cristologica che fu la trasfigurazione del Signore si dinamizza, prendendo la forma di un ambiente in evoluzione, consistente ed attivo, energetico ed amante, in cui ci è dato riconoscere che l’amore di Dio è la radice vivente, il dinamismo evolutivo verso un compimento che alimenta e sostiene il cammino di tutte le cose. Ecco perché, in Teilhard, la parola diafania intende esprimere non solo la struttura simbolica del reale, ma proprio l’esperienza originaria e relazionale dell’incontro con Dio. È l’umanità del Verbo, è l’uomo Cristo Gesù, il suo cuore e la sua diafania che diventano luogo ed espressione della visibilità e dell’incontro con Dio, incontrato così non solo nel ‘per noi’ della trascendenza o nell’‘in noi’ dell’immanenza, ma Egli agisce ‘attraverso di noi’. Volendo ben si può dire allora che la trasfigurazione ci chiama ad essere diafania e trasparenza della sua paternità-maternità con le persone che incontriamo ogni giorno.

A Daniele affido questo testo, scritto quella volta che portai i ragazzi della parrocchia al rifugio Julius Payer, ultimo bivacco prima di salire verso la vetta del ghiacciaio dell’Ortles, che anche quella volta mancai tuttavia di raggiungere. Parole che non ho saputo trattenere dentro, per la nostalgia struggente di contemplare da vicino, di toccare anche solo con un dito il ghiacciaio: una diafania azzurrina nella quale si specchiava, in quel momento, il ricordo di tutti coloro che ci hanno preceduto sul sentiero della vita e ora risplendono della luce trasfigurata del monte Tabor.

Ghiacciaio dell’Ortles

E tu, con sguardo muto
e silenzioso grido
trattenuto da sigillate labbra
contempli
l’ultimo fronte del ghiaccio.
Tremendo e fascinoso insieme
esprime quell’unica immagine.
Non è fine, né sconfitta
Resistenza si chiama
muraglia bianca
incombente, guerriera,
ostile, maestosa,
vivente e non violata.
Ti attrae e ti respinge
Baluardi e torrioni fumanti
perché spazzati dal vento
Vortici e turbini di neve
che danzano
sono i suoi seducenti messaggi.
In un fianco della muraglia
il più alto,
traspare la sua anima:
diafania azzurrina.
Quasi smeraldo il suo cuore.
Ed allora il desiderio si lega alla speranza:
un giorno parlerò al suo cuore.

PRESTO DI MATTINA
Ascensione, ovvero sostare sulla cengia del monte

Può sembrare un paradosso, eppure questo innalzamento della nostra umanità, accanto a Gesù risorto e asceso al cielo, non rappresenta una via di fuga, un invito ad estraniarci dal mondo, ma, al contrario, vuole restituirci ‘la famigliarità con la terra’: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1,11). Sappiamo infatti che nonostante la sua partenza, egli è con noi “tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20), quasi a voler preservare uno spazio di famigliarità proprio nel cuore di questa terra che continua ad essere ostile, dolorosa segnata dalla violenza.

È come se si fosse generato un corridoio umanitario, una zona sminata in cui continuare a camminare insieme a lui, con fiducia e generosità, verso una terra nuova capace ancora di portare frutto, di generare ancora, nello Spirito del Risorto, luoghi di gratuità, di servizio e di dono disinteressato, solo in presenza dei quali la famiglia umana è in grado di restituire alla terra ferita e mortificata il respiro profondo e rasserenante della speranza. L’ascensione invita dunque ad avere lo sguardo di Gesù: a guardare cioè alla terra e alle vicende che vi si svolgono con i suoi occhi che penetravano il ‘dentro’ delle cose, spingendosi oltre le apparenze, per coglierne il cuore. Quello sguardo penetrante perché alimentato da un amore creatore, che lo portava fin dentro lo smarrimento e le tenebre umane per ritrovare la dignità perduta, per riscoprire una via di bene là dove si vedeva solo smarrimento e disperazione.

Pure l’apostolo delle genti esorta a lasciarci illuminare gli occhi del nostro cuore per comprendere a quale speranza ci ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità, capace di trasfigurare tutte le cose (Ef 1,23). Come a dire che anche quando la nostra terra sembra ai nostri occhi inavvicinabile e inabitabile come un roveto spinoso, e l’umanità invivibile come un ronzante e pericoloso alveare, assumendo il suo sguardo tutto si trasforma consentendoci di cogliere la dolcezza del miele che quell’alveare contiene, la rivelazione di Dio che si cela nel roveto ardente, la prossimità di “Colui che fa partire”, e che ha promesso di restarci accanto per sempre nel cammino dell’esodo umano su questa terra.

Simone Weil ci ricorda che “non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio” (Quaderni, 4, 182). E Gregorio di Nissa con una potente allegoria naturalistica ci ricorda che “nelle acque del Giordano, immagine delle potenze della Terra, il Cristo s’immerge e Egli le santifica. […] ne esce gocciolante, sollevando il Mondo con Sé” (La grande catechesi, 103-104). Ecco il senso profondo dell’Ascensione di Gesù, un movimento di nuova creazione, di portata non solo terreste ma cosmica. Non è quindi guardando il cielo che noi diventiamo più umani e riceviamo l’adozione a figli, ma seguendo la via di una “concretissima incarnazione”, lasciandoci guidare dall’amore e dalla pazienza di Cristo. La nostra capacità vien da lui, che ha “portato vicino il lontano, e reso l’estraneo un fratello. Se si conosce lui nessuno è un estraneo, nessuna porta è chiusa” (Rabindranath Tagore).

Volendo, potremmo allora leggere il significato dell’ascensione, più che guardando a un distaccato empireo celeste, ripensando ai molti monti che nella sua vita terrena Gesù volle salire. L’ascesa al monte delle beatitudini, dove Egli solleva e attrae a sé i poveri, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, e tutta quella moltitudine che ai suoi occhi è l’erede del Regno dei cieli. Il monte della trasfigurazione, in cui rivela la sua familiarità con Dio Padre, la fiducia incondizionata in lui, la gioia di essere il Figlio amato simboleggiata dalla veste splendente. Sempre sul Tabor egli viene confermato nella sua decisione di proseguire nel cammino di liberazione, in compagnia di Mosè, il liberatore dalle schiavitù di un popolo, e di Elia liberatore dalle schiavitù degli idoli, vecchi e nuovi e delle false immagini di Dio con cui si asserviscono gli uomini rubando loro la libertà. Il monte Sion verso il quale, dopo la trasfigurazione, si dirige – il suo e nostro esodo – per imboccare la via crucis che porta sull’altura del Golgota, il luogo del cranio fuori della città, ma pure il preludio della sua Pasqua di risurrezione: smisuratezza del suo amore per la nostra umanità terrosa e palustre. Penso allora che non si debba pensare all’ascensione come una scalata al cielo, la ricerca di una perfezione impossibile fuori dell’umano, un’aspirazione su cui proiettare le nostre frustrazioni alla ricerca di uno status semidivino, come nei miti greci o romani. Una sorta di alibi per non morire e risorgere in e con questa nostra umanità, o per sottrarci a quel mistero della vita che è vocazione a vivere il gesto del rialzare chiunque sia caduto, nello stesso modo in cui Gesù prese la mano del paralitico e disse: “Alzati e cammina”.

Quando la chiesa primitiva accolse le immagini del mondo antico per esprimere l’ascensione del Crocifisso risorto, liberatore vittorioso sulla morte, demitizzò i racconti degli eroi che scalavano con sforzi titanici la montagna del cielo per conquistare la gloria di semidei. Rispetto a questo immaginario, la figura di Gesù che fu annunciata fu quella di un antieroe: la storia della sua buona novella, quella di una morte vinta da un amore rimasto pienamente umano e ospitale – anche verso i nemici – nella forma di un perdono incondizionato e irreversibile che fa rinascere e ricrea; un amore che cresce come il granello di senape, che, innalzatosi sopra tutti gli arbusti, si prende poi cura degli uccelli del cielo con la sua ombra, come il lievito nella pasta che da poca cosa fa crescere il tutto, come il seme della parola gettato senza ritegno anche sulla strada preda dei volatili, tra i sassi e tra le spine soffocanti da un prodigo seminatore che resta fiducioso perché comunque sa che il seme porterà frutto. L’ascensione è allora come una sosta su una cengia di montagna, salendo verso la cima: un momento di riposo da vivere con tranquillità; quella che scaturisce dal sapere finalmente a chi apparteniamo, su chi facciamo affidamento e da cosa dipende veramente la nostra vita.

Me l’immagino come quell’estate – erano gli anni del ginnasio in seminario – quando don Giulio e don Marcello ci portarono sulla cima Catinaccio, un terzo grado, molti appigli e solo qualche chiodo qua e là nella roccia. Don Marcello guidava la cordata, specie nei passaggi difficili, e sapevi di poter contrare su chi era a due tiri di corda avanti anche se non lo vedevi più. Si pensava anche agli altri, quelli ancora giù. Si dava una voce di tanto in tanto e li vedevi affiorare, dopo l’ultimo tiro di corda, trafelati, ormai sulla cengia anche loro. A metà salita arrivarono anche le nubi e una grande nebbia avvolse la montagna. Non si vedeva più in là di un metro, ma la corda ci serviva come traccia. Mi sentii allora come fossi solo, ma poi la voce di don Marcello che finalmente gridò, arrivato in cima. L’eco riempì la valle fin giù per i canaloni e il cuore si allargò di un respiro profondo di sollievo. Ma non era finita. La discesa fu bagnata, così giungemmo zuppi fradici al rifugio. Non riuscimmo a slegare i nodi della corda che ci aveva dato sicurezza, perché a quel tempo le corde erano ancora di canapa e per l’acqua e il freddo si erano indurite come il ferro. Ridevamo di gioia cambiandoci così legati gli indumenti bagnati. E mentre ci riscaldavamo in attesa di una zuppa bollente, io pensavo che un’altra corda ci aveva legati, quella dell’esserci fidati gli uni degli altri.

Ricordo anche, come fosse ieri, quando nel 2004 stavo ritornando dal convegno missionario nazionale di Bellaria della Chiesa italiana. Ero in treno seduto di fronte a suor Maria Costanza delle suore della carità missionaria in Centrafrica, con suor Emma Luisa e suor Maria Francesca, ferraresi entrambe. Chiesi quindi alla prima: “qual è il passo della scrittura che ritorna sempre come leitmotiv della tua vita?”. Non ebbe esitazione e disse: “Io so in chi ho posto la mia speranza”. Non si ricordava il riferimento biblico preciso, che poi scoprii essere una parola di Paolo a Timoteo: “Ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, …egli infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza…, so, infatti, a chi ho creduto e ho fiducia che egli è capace di custodire fino a quel giorno ciò che mi è stato affidato” (2Tm 1,12).

Marie-Melanie Rouget (1883-1967) in arte Marie Noël, coglie le due facce di questa festa: “Il giorno dell’ascensione ci attira là dove Egli è, nella sua alta divinità, e ci porta su verso Dio sulla sua strada./ Oh ascensione, elevazione a Dio, esame dell’anima, giorno cieco, perduto nella mutevolezza del mondo, nel quale ti lascia l’Uomo Dio, che hai seguito, che hai amato, ti lascia, senza guardarti, e ti lascia nella sua luce senza volto, (che e) lo Spirito Santo”, (Notes intimes, Ed. Stock, Parigi 1966, 256). Gli fa eco p. Teilhard de Chardin, il gesuita paleontologo e mistico dalle visioni ardenti: “Gli uni dicono: – aspettiamo pazientemente che il Cristo ritorni -. Gli altri: – Finiamo piuttosto di costruire la terra.- E i terzi: – Per affrettare la Parusia, finiamo di costruire l’uomo sulla terra – “, (P. Teilhard de Chardin, Il Cuore del Problema (1949), in L’avvenire dell’uomo, 339).

Presto di Mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, esce tutti i sabati.
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