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Presto di mattina /
“Magnifica humanitas”

Presto di mattina. “Magnifica humanitas”

Magnifica Humanitas”

«La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto».

Magnifica Humanitas è l’incipit con cui inizia la prima lettera enciclica di Papa Leone XIV, firmata il 15 maggio nell’anniversario della Rerum novarum (1891) di Leone XIII e resa pubblica lo scorso lunedì 25. Consiste nella riflessione “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”.

Alla presentazione assisteva anche Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, azienda statunitense attiva nel campo delle nuove tecnologie, e responsabile della ricerca sull’interpretabilità dell’IA

Nell’occasione papa Prevost ha detto: «Magnifica humanitas è nata dall’ascoltare come fece Leone XIII. Ho ascoltato scienziati e ingegneri che lavorano con sincero entusiasmo su tecnologie capaci di alleviare immense sofferenze; leader politici e funzionari pubblici che hanno cercato con tenacia norme eque; genitori e insegnanti profondamente preoccupati del futuro delle generazioni più giovani».

Un’Enciclica sociale in tutto e per tutto e, come al tempo di Leone XIII le res novae si riferivano alla rivoluzione industriale, oggi le “cose nuove” sono i «progressi della tecnica» legati alla «digitalizzazione», all’«intelligenza artificiale», alla «robotica» nuove ricchezze che generano «trasformazioni a volte drammatiche nella «magnifica umanità».

L’enciclica non vuole essere un documento programmatico, ma un testo di indirizzo che traccia coordinate, percorsi, contesto per orientarsi dentro questo universo procedendo con umanità, alla ricerca del bene comune, riconoscendo le potenzialità, ma anche i pericoli di questa rivoluzione digitale considerata da papa Prevost come la quarta rivoluzione industriale.

Nel discorso in sala stampa ha detto: «Mi sono giunte anche altre voci molto preoccupanti, riguardo a sistemi d’armi sempre più autonomi, che praticamente nessun uomo e nessun governo può davvero controllare. Sento racconti molto preoccupanti di algoritmi che possono bloccare l’accesso alle cure sanitarie, al lavoro e alla sicurezza sulla base di dati inquinati da pregiudizi e ingiustizia. E ho sentito il silenzio di coloro che non hanno voce quando vengono prese le decisioni, decisioni che rischiano di generare nuove forme di esclusione e di sofferenza».

Disarmare la disumanità che genera disuguaglianza

Disarmare: una parola che sta a cuore al papa fin dall’inizio del suo ministero pastorale. Disarmare significa liberare l’intelligenza artificiale da logiche che la trasformano in uno strumento di dominazione, esclusione, divisione e morte.

«Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. È la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri. Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano.

Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita. Il compito, oggi, non è solo etico o tecnico: è ecologico nel senso più radicale, perché chiama in causa una nuova dimensione della nostra Casa comune. L’IA è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, non basta regolarla: va disarmata e resa ospitale».

Disarmare, però, non basta. Dobbiamo costruire

È con la forza del seme e non del sasso che si disarma la disumanità. Occorre allora far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. È questo l’invito ad essere costruttori, non come architetti di Babele, ma di reti solidali, ponendo al centro delle proprie scelte le pietre scartate che per il Vangelo sono pietre preziose, pietre angolari per la costruzione di una magnifica umanità:

«far crescere la tecnica senza far regredire il cuore. Per questo l’umanità – magnifica e ferita non deve essere sostituita né superata: può accogliere i progressi della tecnica per alleviare le sofferenze e aprire possibilità nuove, purché non rinneghi ciò che la rende se stessa, cioè la capacità di relazione e di amore».

Magnificare dice “fare grande”. Fare ancora grande l’umanità ferita per la via dell’umiltà e della cura delle persone, salvaguardando la loro dignità e il loro ambiente, la loro storia. Quale differenza di prospettive dispiega l’umanesimo del vangelo a fronte della volontà di potenza di coloro che attraverso la violenza e il potere vogliono fare ancora grande solamente qualcuno, una parte d’umanità, un’élite, a scapito del resto, con stile fraudolento, arrogante ed empio.

Il tempo saprà smascherare l’insensatezza di costoro, li riconosceremo dai loro frutti, ma già ora vediamo bene la differenza tra quelli che seminano solo sassi, pietre roventi, morte sulla terra, tra la gente, da coloro che continuano a seminare il buon seme di umanità rischiando la libertà e la vita per gli altri.

Con chi e come stiamo costruendo nel grande cantiere del nostro tempo

Quello di papa Leone è così un appello accorato a fare scelte contro corrente: «non temiamo di sporcarci le mani nel cantiere del nostro tempo. Come Neemia, – il ricostruttore di Gerusalemme, delle mura e delle sue porte nel V secolo a.C. – preghiamo, progettiamo con sapienza, lavoriamo con perseveranza, rimettendo Dio all’orizzonte del nostro agire e l’essere umano al centro delle nostre scelte. Allora le pietre scartate – i poveri, i malati, i migranti, i piccoli – diventeranno testata d’angolo, e sulla terra sorgerà una dimora comune solida e ospitale, dove l’amore e la verità finalmente s’incontreranno, la giustizia e la pace si baceranno (cfr. Sal 85,11).

Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? Mentre lo sviluppo tecnologico cambia rapidamente linguaggi, relazioni, istituzioni e forme di potere, noi credenti dobbiamo e possiamo scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità che ci è data in dono…

Oggi il nostro costruire deve avere come fondamento la relazione con Dio, come regola l’accettazione del limite umano quale realtà naturale e positiva, come stile la corresponsabilità e il linguaggio evangelico. L’immagine della ricostruzione di Gerusalemme richiama la promessa del Nuovo Testamento. Nell’Apocalisse, la nuova Gerusalemme discende verso di noi come dono per tutto il popolo di Dio. Le mura di Gerusalemme non sono più fortificazioni difensive, ma gli ornamenti preziosi della Sposa dell’Agnello, (la magnifica umanità). Le sue porte, che Neemia custodiva con tanta attenzione, restano permanentemente aperte a tutte le nazioni».

“Magnificat”

Da subito il titolo dell’enciclica mi sembrò riecheggiare il canto del Magnificat e leggendo poi il testo ne ho avuto conferma; la lettera infatti nella conclusione commenta il canto di Maria. Scelta per la sua umiltà a divenire madre di Gesù scopre che Dio costruisce dal basso, con gli ultimi, l’umanità nuova.

Così scrive papa Prevost: «D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile. … Dio si schiera dalla parte degli ultimi. Il suo è un progetto che è spesso nascosto sotto il terreno opaco delle vicende umane, che vedono trionfare “i superbi, i potenti e i ricchi”.

Eppure la sua forza segreta è destinata alla fine a svelarsi. Maria indirizza il nostro sguardo sui punti di frattura dell’umanità, là dove avviene la distorsione del mondo, nel contrasto tra umili e potenti, tra poveri e ricchi, tra sazi e affamati, educandoci ad acquisire un punto di vista diverso per guardare il mondo dal basso, con gli occhi di chi soffre, non con l’ottica dei grandi; per guardare la storia con lo sguardo dei piccoli e non con la prospettiva dei potenti… Così diventa poetessa e profetessa della redenzione, perché dalle sue labbra sgorga l’inno più forte e innovatore che sia mai stato pronunciato, il Magnificat».

Il Magnificat dice no alla volontà di potenza con espressioni a dir poco sovversive: «ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote». Una consapevolezza certa e una contestazione contro la fascinazione del potere spinto fino all’estrema violenza, il potere che genera la guerra.

Il sentire di Maria nel sentire dei poeti

Quando il cielo baciò la terra nacque Maria
che vuol dire la semplice,
la buona, la colma di grazia.
Maria è il respiro dell’anima,
è l’ultimo soffio dell’uomo.

Germogliava in lei luce
come se in lei in piena notte
venisse improvvisamente il giorno.
Ed era così piena della voce di Lui
che Maria a tratti diventava grande
come una montagna,
e aveva davanti a sé
il Sinai e il Calvario,
ed era ancora più grande di loro,
di queste montagne ardenti
oltre le quali lei poneva
il grande messaggio d’amore
che si chiamava Vita.
(A.Merini, Magnificat, Un incontro con Maria, Frassinelli, Torino 2008, 12; 18-19).

Magnificat

Come una sorgente il cui mormorio
Rende più vasto il silenzio,
Il suo canto illumina l’immensa
Limpidezza della notte.
Avendo gettato la sua rete
Nel più profondo della distanza,
La sua umiltà raccoglie
Gli splendori del Paraclito,
E riporta nelle sue maglie
Una stella che palpita
Nel più intimo lontano
E il cui segreto accorda,
Signore, la tua misericordia
Fino alle porte del mattino.
(P. Emmanuel, Evangeliaire, Du Seuil, Paris 1961, 47)

Ogni cosa nascente, ogni cosa
maturante Maria vede
congiunta con quel mondo di bontà,
con quella maternità della natura.
L’esultanza di ciascuna specie
ci delizia e ci rammenta
come ella in sé accolto
magnificò il Signore…
Un’estasi in tutta la materna terra dice
a Maria che ricordi quanto fu lieta,
finché Cristo nacque e quanto
esultò in Dio suo salvatore.
(G. M. Hopkins, Poesie, Guanda, Parma 1952, 71-73)

O Madre mia dolcissima Maria,
fa’ che dal mio Miserere
io intoni il tuo Magnificat.
(C. Rebora, Le poesie, Garzanti, Milano 1994, 436).

Cover: su Licenza Wikimedia Commons By Lula Oficial https://www.flickr.com/photos/157736962@N05/54851452841/, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=191776377 

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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