Presto di mattina /
Scrivere, un atto di svelamento e di verità
Tempo di lettura: 10 minuti
Presto di mattina /
Scrivere, un atto di svelamento e di verità
In occasione del centenario di fondazione della Libreria Editrice Vaticana, papa Leone in continuità con il pensiero di papa Francesco, ricevendo un gruppo di poeti e romanzieri di tutto il mondo, ha ricordato che c’è bisogno degli scrittori, della loro immaginazione per creare «spazi di libertà e di autenticità».
«Scrivere — nel modo in cui voi lo fate — è un atto di verità, di svelamento. Scrivere dice chi siamo, quello in cui crediamo e speriamo, il mondo cui tendiamo, il futuro che sogniamo. In questa tensione al vero sentiamo come la verità sia discreta, si offra a noi nel dialogo interiore con Dio e nel dialogo aperto e rispettoso con il prossimo. “La verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere” (Magnifica humanitas, 25). Non siamo mai padroni della verità, è lei semmai a “conquistarci”. Per questo vi auguro di essere capaci di suscitare attrazione per la verità, perché voi stessi ne siete attratti».
Scrivere un gesto di umanità
«Scrivere, inoltre, è un gesto di umanità… Nelle letterature si dispiega tutto l’arco delle esperienze umane, tanto che Papa Francesco ne ha raccomandato il valore formativo: “Leggendo un testo letterario, siamo messi in condizione di “vedere attraverso gli occhi degli altri” (C.S. Lewis), acquisendo un’ampiezza di prospettiva che allarga la nostra umanità.
Si attiva così in noi il potere empatico dell’immaginazione, che è veicolo fondamentale per quella capacità di identificazione con il punto di vista, la condizione, il sentire altrui, senza la quale non si dà solidarietà, condivisione, compassione, misericordia” (Lettera sul ruolo della letteratura nella formazione, 34)».
Il profilo della verità è un mosaico
Chi scrive storie, narra di personaggi, si immedesima in essi, libera le emozioni, le fa condividere, mostra prospettive, soluzioni a problemi, percorsi che smascherano atteggiamenti di disumanità: «In questo sta la grande palestra di umanità che voi fate sperimentare ai lettori, perché chi legge, in un certo senso, vive tante vite oltre alla propria. E questo ci aiuta a scoprire le diversità di vedute, a non assolutizzare la propria e a comporre, come in un mosaico, il profilo di quella verità che sempre ci supera».
Scrivere, nello scavo d’umanità, ci fa prossimi del mistero
«Quando andiamo al fondo della nostra umanità, non siamo distanti da Dio: è lì, nel mezzo di storie molto umane, che Dio si rivela. Il Dio della Bibbia si manifesta nella liberazione dalla schiavitù, nella nascita ormai insperata di un figlio, nell’amore misericordioso e fedele. Parla attraverso fatti e incontri, volti e storie. «Dio opera nella nostra vita attraverso ciò che facciamo e ciò che siamo, e attraverso le molte persone che incontriamo» (Liberi sotto la grazia, Città del Vaticano 2026, 83)».
Su questo sentire insieme con gli occhi dell’altro, chi scrive cerca la profondità dell’altro e lo svela. Éric-Emmanuel Schmitt, drammaturgo, scrittore, saggista, regista, presente all’evento, ha detto: “Ciò che mi ha colpito nel discorso di Leone XIV sono stati due punti: l’empatia e il mosaico. Ci ha detto che, credenti o meno, siamo artefici dell’empatia, poiché scrivere una storia significa incarnare una moltitudine di personaggi e avvicinare il lettore a tutti questi personaggi. E quindi, scrivere significa avvicinarsi agli altri, significa renderli vivi e prendersi cura di loro”.
La seconda immagine che si è fissata nella mente del noto autore è quella del mosaico: “Uno scrittore mette insieme piccole pietre come in un mosaico per creare un grande disegno, che è un romanzo o un’opera teatrale. E in effetti, ciò che conta per noi sono le relazioni, mostrare le relazioni in una storia. E così ci ha mostrato che il cuore di ciò che facciamo è, in fin dei conti, in totale sintonia con il Vangelo. Ne sono rimasto toccato, illuminato, e penso che anche uno scrittore non credente si riconosca in questo discorso”.
Attraverso la scrittura un percorso che aiuta a riconciliarsi
Così pure lo scrittore e romanziere Assaf Gavron (in italiano: La mia storia, la tua storia, Mondadori 2009) che ha raccontato il confitto tra israeliani e palestinesi in diverse opere ha commentato: «Il discorso mi è piaciuto molto. Mi ha reso orgoglioso di essere uno scrittore. Di avere l’opportunità di diffondere la verità e parlare dei lati positivi della natura umana.
Io faccio quello che posso per diffondere la mia verità, umanità e pace. Gli scrittori scrivono ciò che vogliono e non sono automaticamente rappresentanti di qualcosa. Ma allo stesso tempo hanno la possibilità di avere un’influenza. Specialmente in zone di conflitto, come quella in cui vivo, scrivere libri è un modo di promuovere la comprensione reciproca. Di spingere per la riconciliazione».
La verità si dice in molti modi
Così è pure l’essere, secondo Aristotele: si dà e si dice nella pluralità. A me sembra allora che la forma della verità sia simile all’arcobaleno: dall’interazione dei raggi solari con le gocce d’acqua si ha una scomposizione e dispersione della luce, una rifrazione secondo le differenti frequenze d’onda, così da incolore essa diviene una scala multicolore che va dal violetto al rosso.
La verità, come la luce, è un dono per tutti coloro che l’accolgono in quanto tale, e se la paragoniamo alla luce la scopriamo una e molteplice; siamo ogni volta stupiti al rivelarsi del suo differente, cangiante e incredibile cromatismo, un cono di luce che poi dalla dispersione passa ad una successiva unificazione, così nella scrittura si rifrange e si raccoglie pure tutto lo spettro dei colori e delle verità d’uomo nell’iridescente segreto della loro unità.
Spesso per scorgere l’arcobaleno della verità bisogna prima aver attraversato una tempesta, l’oscurità della lotta, umiliati dall’inganno e dalle sue manipolazioni. E se ci si avvicina troppo, per afferrarlo, per possederlo, esso scompare. Come l’arcobaleno la verità all’improvviso ci attira, ci stupisce ogni volta tanto che sentiamo l’insopprimibile bisogno come quando vediamo l’iride, di gridarla a tutti dalle finestre e dai balconi, dai tetti in giù.
Chi è uno scrittore? “Un uomo che vive e fa vivere la verità”
«Ho visto tante volte la verità confusa e la menzogna assumere le apparenze della verità …» (Leonardo Sciascia, Il Consiglio d’Egitto, Mondadori, Milano 1985, 117).
E così non ho potuto fare a meno di pensare, tra gli altri, a Leonardo Sciascia, al suo modo di intendere la verità, e grazie al libro intervista della giornalista francese Marcelle Padovani La Sicilia come metafora, Mondadori, del 1979, ho avuto l’opportunità di uno sguardo insieme panoramico e sintetico della sua opera letteraria.
Vi si scopre come la letteratura possa diventare uno strumento di critica impietosa, senza sconti del potere in tutte le sue forme e collusioni, anche religiose. L’Isola diventa come una lente d’ingrandimento per interpretare le derive della democrazia, della giustizia e dell’oppressione. Il lavoro dello scrittore come smascheramento dell’ambiguità tra potere e illegalità, e le logiche mafiose che non restano confinate localmente, ma si allungano come tentacoli di piovra in tutto il paese.
«C’è stato un progressivo superamento dei miei orizzonti, e poco alla volta non mi sono più sentito siciliano, o meglio, non più solamente siciliano. Sono piuttosto uno scrittore italiano che conosce bene la realtà della Sicilia, e che continua a esser convinto che la Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno.
Date queste condizioni, sono ancora uno scrittore siciliano? E che cos’è uno scrittore? Da parte mia, ritengo che lo scrittore sia un uomo che vive e fa vivere la verità, che estrae dal complesso il semplice, che sdoppia e raddoppia – per sé e per gli altri – il piacere di vivere. Anche quando rappresenta terribili cose», (ivi, 78).
L’ottimismo della scrittura
Certamente Leonardo Sciascia fu segnato da pessimismo ereditato dalla sua terra, ma vissuto con lucidità e razionalità, sfiducia per l’immobilismo dello status quo così da rendere incerto, lontano un futuro; amarezza anche per la continua e dilagante corruzione generativa di immobilità omertosa, di stupidità e menzogna istituzionali.
Ma in lui non vi fu un atteggiamento rassegnato. Da Moravia aveva preso l’espressione “ottimismo della scrittura”; il vero pessimismo sarebbe stato, per lui, rinunciare a scrivere, smettere di denunciare anche con storie del passato per smascherare le trame ancora attuali; uno scrivere di sopraffazione per risvegliare e far vivere gli altri. Un consumarsi scrivendo (vivir disviviendo). Questo il suo impegno civile di denuncia affidato ai lettori, che attende un riscatto d’umanità.
Una metamorfosi: dalla “scrittura-inganno” alla “scrittura-verità”
La verità dello scrittore è il titoletto che nel libro intervista introduce una serie di domande sul suo modo e sul senso dello scrivere di Sciascia e le sue fonti.
«In casa mia si è sempre respirato un infinito rispetto per le cose della scrittura, un rispetto e una paura tipici del mondo contadino. Per il contadino, la scrittura non è forse per forza di cose inganno, impostura e falsificazione? Amo ricordare un indovinello che dice:
“Bianca campagna, nera semenza, l’uomo che la fa, sempre la pensa”. La “bianca campagna” è il foglio di carta, la “nera semenza” la scrittura, “l’uomo che la fa” chi scrive e che deve sempre star sul chi vive pensando a quel che scrive, a quel che ha scritto. Si tratta di un indovinello della mia regione il cui vero messaggio è in realtà questo: la scrittura è importante per chi sa farla, ancora di più per chi non la sa fare, non la sa vedere, non la sa leggere.
Dalla scrittura-inganno qual era per il contadino e qual è stata per me stesso, sono arrivato alla scrittura-verità, e mi sono convinto che, se la verità ha per forza di cose molte facce, l’unica forma possibile di verità è quella dell’arte. Lo scrittore svela la verità decifrando la realtà e sollevandola alla superficie, in un certo senso semplificandola, anche rendendola più oscura, per come la realtà spesso è…
Di me come individuo, individuo che incidentalmente ha scritto dei libri, vorrei che sì dicesse: “Ha contraddetto e si è contraddetto”, come a dire che sono stato vivo in mezzo a tante “anime morte”, a tanti che non contraddicevano e non si contraddicevano» (ivi, 87-88).
«Quando lo scrittore serve, è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità»
In Sciascia la ricerca della verità prese le distanze dal concetto di letteratura impegnata (intervista di James Dauphiné); era più legato alla concezione illuministica che a quella umanistica. Sono verità e giustizia dell’illuminismo giuridico che nella sua narrativa di denuncia vengono declinandosi per raccontare la verità. Dire la verità è gesto etico rivolto a smascherare la menzogna, perché attraverso di essa venga per contrasto alla luce il vero, e attraverso l’uso del paradosso, della finzione e dell’ironia s’intravveda l’inganno dietro le maschere del potere.
Lo scrittore Leonardo Sciascia non ha visto nel potere qualcosa di diabolico, ma l’ottuso avversario della libertà dell’uomo, e il suo lavoro di scrittore come una lotta per liberare la verità: «Quando lo scrittore serve, è unicamente nel senso che ci aiuta a vivere nella verità» (ivi, 84).
Per questo, nel suo impegno di scrittore, egli si è adoperato affinché «all’interno del potere, si abbiano ricambi, possibilità di “alternative”, novità, una migliore organizzazione della giustizia, una libertà sempre più ampia… Vorrei fondare, o veder fondare, uno stato democratico capace di attuare la Costituzione. Allora sì che potrei patrocinare un movimento: lealista costituzionale. Perché la Costituzione italiana ha forse qualche difetto, ma rappresenta la miglior carta delle libertà che il popolo italiano abbia avuto finora» (ivi, 116-117)
“La Sicilia, il suo cuore”, 1952
In questa poesia giovanile Sciascia dipinge tutto l’amore e l’amarezza, l’attaccamento e la tormentata solitudine per la sua terra. Al dinamismo del quadro di Chagall Moi et le village (Io e il villaggio) affollato di figure, che l’ha ispirata, corrisponde l’immobilismo di una terra desolata, colta come da uno sguardo perso nel vuoto, senza orizzonte. Non una memoria che ridesti nostalgie, ma la fissità e un’asprezza dei luoghi che si trasmette anche alle nuvole addensate e rapprese come bianco caglio, che rispecchia il volto del suo paese Racalmuto.
Corvi e pioggia, un comune destino di digradante apatia; autunno senza vendemmia; la filigrana dei rari alberi come incisi su greti amari; il nero delle stoppie graffia la luce, riverbero oscuro di una miseria economica, culturale, religiosa in quel suo tempo; un silenzio incrinato dalla paura che divora ogni gemito nel suo affiorare, subito lo sprofonda nel melmoso cuore delle fonti.
Così la verità non sta nel racconto di un’isola culla dei miti mediterranei: la dura e cruda realtà sociale della sua terra è la verità orfana di ogni consolazione, ma non di uno scrittore.
È qui il poeta, ascolta e scrive; ascolta la sua Sicilia com’essa qui ascolta la sua vita.
«Come Chagall, vorrei cogliere questa terra
dentro l’immobile occhio del bue.
Non un lento carosello di immagini,
una raggiera di nostalgie: soltanto
queste nuvole accagliate,
i corvi che discendono lenti;
e le stoppie bruciate, i radi alberi
che s’incidono come filigrane.
Un miope specchio di pena, un greve destino
di piogge: tanto lontana è l’estate
che qui distese la sua calda nudità
squamosa di luce – e tanto diverso
l’annuncio dell’autunno,
senza le voci della vendemmia.
Il silenzio è vorace sulle cose.
S’incrina, se il flauto di canna
tenta vena di suono: e una fonda paura dirama.
Gli antichi a questa luce non risero,
strozzata dalle nuvole, che geme
sui prati stenti, sui greti aspri,
nell’occhio melmoso delle fonti;
le ninfe inseguite
qui non si nascosero agli dèi; gli alberi
non nutrirono frutti agli eroi.
Qui la Sicilia ascolta la sua vita.»
(Leonardo Sciascia, La Sicilia, il suo cuore. Favole della dittatura, Adelphi, Milano 1997, 11).
Cover: Foto di Jordan Garner da Pixabay
Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica quindicinale di Andrea Zerbini, clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.
















Grazie Andrea per questa…profonda lettura sulla scrittura! Mi conforta nell’idea che la scrittura- e soprattutto la scrittura poetica-sia una meditazione della (sulla) nostra ignoranza, sul fatto che siamo appunto circondati e posseduti da una vastità di cose che non conosciamo e che però è proprio questo a non esaurire mai la nostra sete di cercare, scoprire, inventare e…scrivere, scriverci.