Gianni Venturi, agrimensore della parola
Un mese fa ci ha lasciato Gianni Venturi, un amico indimenticato, storico collaboratore di questa testata. Per ricordarlo pubblichiamo le parole di Don Andrea Zerbini in occasione delle esequie del 10 maggio scorso.
(La redazione di Periscopio)
Gianni Venturi, agrimensore della parola
Alcuni dicono che
quando è detta,
la parola muore.
Io dico invece che
proprio quel giorno
comincia a vivere.
(E. Dickinson, Silenzi, Feltrinelli Milano 1990, 154)
“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno XXXIV, 139)
All’annuncio della morte di Gianni subito è affiorata in me questa rima dantesca ed a partire da essa è nata la riflessione per l’omelia in Santa Maria in Vado il giorno delle esequie.
Le stelle costituiscono l’orientamento e la destinazione che ispira e muove la salita del cuore di ogni viandante. Così, quand’anche egli dovesse attraversare una selva oscura, o persino l’inferno stesso, non svanisce in lui la nostalgia né la speranza “di riveder le stelle”.
Questo insopprimibile anelito, che rinfranca il cuore di ogni pellegrino, percorre tutta la Divina Commedia: «Voi credete / forse che siamo esperti d’esto loco; / ma noi siam peregrin come voi siete». (Purgatorio, Canto II). Non per caso, le stelle stanno come impronta luminosa e meta certa al termine dell’itineranza di tutte le tre cantiche. Come nella prima, così in quella del Purgatorio (XXXIII, 145) si dice di Dante: «puro e disposto a salir le stelle»; e in quella del Paradiso (XXXIII, 145) si incontra sulla soglia «l’amor che move il sole e l’altre stelle».
Anche il caro amico Gianni si è lasciato affascinare e poi guidare da queste stelle, conducendo anche noi a scrutare in questa misteriosa mappa celeste dell’umana avventura. Un non credente sulla soglia dell’Altissimo lume, ruminando in sé l’ardire del Sommo poeta nelle rime: «Oh abbondante grazia ond’io presunsi / ficcar lo viso per la luce etterna, /tanto che la veduta vi consunsi!» (XXXIII, 84).
Gianni vigilò quella soglia, praticò quei confini esistenziali e letterari aperti alla sconfinatezza, tracciando passaggi e attraversamenti, scandagliando gli abissi della solitudine, del non senso dell’insensatezza (Pavese). Tutto ciò generò in lui un umanesimo sconfinato, esondante in una profonda sensibilità spirituale, di attenzione e cura, direi come quella di un agrimensore, proteso alla continua ricerca del senso per dare volto al mistero che precede sempre oltre, che chiama fuori “a riveder le stelle”.
Ho pensato: così è pure la condizione della parola nella sua valenza simbolica. Nel suo essere vado, passante di valico, essa ad un tempo dice e tace la realtà, la illumina e l’oscura, come il volto rivela e nasconde l’interiorità. La parola ha valore sacramentale perché intravede, mostra quel tanto di presenza da invogliare ad andare oltre, a mettersi in cammino per cercare più in profondità quel che ancora è celato, segreto, muovendo un passo, un altro passo, misurando un silenzio, uno spazio, una parola ancora.
Un agrimensore della Parola appare così ai miei occhi l’amico Gianni. Percorritore, esploratore di terreni letterari tanto estesi quanto impervi. Misurandone i confini, disegnando mappe concettuali, egli ha determinato sconfinatezza di pensiero, profondità di interpretazione, creatività di immaginazione.
In lui la letteratura sconfina nel mondo dello spirito e la spiritualità diventa uno scavo in profondità nella parola scritta. Un agrimensore audace, che non si ritrae di fronte alla tragica incapacità di misurare il vuoto dell’incomunicabilità, dell’estraneità umana, al cospetto dell’impossibilità di trovare il proprio posto in un contesto di oppressione e di dominio, come accade in Kafka.
Ma la figura dell’agrimensore richiama quella del prodigo seminatore di parole della parabola matteana che abbiamo appena ascoltato. Mi sembra che in comune abbiamo l’amore per la parola e la prossimità ad essa. È questa la stessa vicinanza amorosa alla parola che è ricordata proprio nella prima lettura dove si dice:
«Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercela e farcela udire, affinché possiamo eseguirla? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare, per prendercela e farcela udire, affinché possiamo eseguirla? Questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu pratichi la giustizia, prendendo misura da essa. La ricercherai più della tua stessa vita e tutto il resto ti sarà dato in aggiunta.»
E ancora, la figura dell’agrimensore di parole può significare, come in Calvino, un modo per dare un nome alla realtà e liberarla dal caos, dal disordine con la forza della lingua: dove la misura, il misurare con le parole, con la scrittura divengono gli strumenti per far emergere figure e paesaggi, dare nominazione alle cose, dar vita a racconti e storie, incontrare l’altro e dare forma e senso alle città invisibili. Qui agrimensore dice di un amore per la parola, per la vita, per la terra, per la gente.
L’amico Gianni ci ha insegnato a distinguere prima di unire; a “prendere le misure” tra la terra e il cielo e a stare nel mondo con rispetto dello spazio e della libertà d’altri, ma soprattutto ci ha trasmesso il valore indicibile della dignità umana.
Pensando all’immagine del giardino nella salmodia biblica di oggi, si può dire che non si misura la terra dell’altro per possederla, ma per irrigarla di senso e per aiutarlo a capire quanto è vasto il suo giardino: che, per quanto piccolo, come l’hortus conclusus del Cantico dei cantici, nasconde sempre un infinito, la smisuratezza che non teme confini.
La misura, come la parola, allora può diventare per l’agrimensore uno stare appresso, un gesto di cura, un accompagnamento e, al contempo, un lasciarsi a sua volta accompagnare e guidare. Così il non riuscire a misurare il “Sommo Bene”, “L’Amor che move il sole e l’altre stelle” non impedirà che sia proprio quell’amore a misuraci, rivelandoci a noi stessi.
È quello che accade proprio a Dante con la guida prima di Virgilio, specchio interiore, coscienza di sé, poi di Beatrice, “guardando il riflesso del sole negli occhi di lei”, e infine con Bernardo, fonte di grazia, tramite di visione dell’invisibile che accende l’ardore della contemplazione mistica.
Trovai, tempo fa, all’Ariostea un libro donato da Gianni che trattava delle origini dell’idea di giardino: un libro di Massimo Venturi Ferriolo intitolato Nel grembo della vita. Apertolo, dopo la copertina, mi colpì con stupore il timbro del suo ex libris che diceva «Tutto ti sia per grande amore».
Mi sono così ricordato di un testo di san Paolo. «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto.
Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e l’amore. Ma la più grande di tutte è l’amore!» (I Cor 13, 12-13). Certamente vi è un intellectus fidei, ma più grande è l’intelletto dell’amore, perché nel suo grembo, come in un giardino irrigato, sono seminati e crescono sia la fede, sia la speranza.
Così, caro Gianni, ora tutto, anche Vittoria, ma proprio tutto ti sia dato per grande amore.
Su Gianni Venturi:
Anna Dolfi, Un ricordo impossibile per un amico carissimo. In memoria di Gianni Venturi
Francesco Monini, Gianni Venturi. Il suo Diario Pubblico e Privato
In copertina: Gianni Venturi – marzo 2022 (© Anna Dolfi)
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