Tag: Papa Francesco

Dalla piramide al cerchio:
L’organizzazione decentralizzata degli alberi

Wow! Si chiuderà il buco dell’ozono: quindi cambiare è possibile…ma la concentrazione media di CO2 nell’atmosfera nel 2022 è stata di 417 ppm (parti per milione), 2,1 ppm in più rispetto al 2021. Non accadeva da 2 milioni di anni…ci stiamo avviando verso la 6^ estinzione di massa? L’ultima (la 5^) è avvenuta 66 milioni di anni fa; scomparve il 75% delle specie viventi (e i dinosauri). Furono individuate da Sepkoski e Raup in un noto lavoro del 1982 (Mass Extinctions in the Marine Fossile Record, Science, 215).

Le nostre organizzazioni sono basate sul modello gerarchico del capo. La piramide è l’archetipo e, nonostante il faraone sia scomparso 3mila anni fa, esso vive nelle nostre organizzazioni. La Chiesa cattolica non è da meno, nonostante Gesù Cristo avesse lasciato il messaggio “amatevi l’un l’altro, come io ho amato voi”.

L’ingegnere Frederick Taylor inventò la catena di montaggio per Ford nel 1913 abbassando la produzione di un’auto da 12 ore a 1. La gerarchia imperava in un mondo in cui i prodotti erano tutti uguali (un’auto T nera) e il lavoro era parcellizzato. Charlie Chaplin che scivola dentro la catena di montaggio lo ricorda. La gerarchia vive anche nel modello di scuola che abbiamo oggi, introdotto dai gesuiti nel XVI secolo: una cattedra con un maestro-pastore e allievi seduti, mutuato dal gregge dove il pastore conduce le pecore che però vivono all’aperto e si muovono nella natura.

Negli ultimi 70 anni sono cresciute le esperienze che riducono la gerarchia nelle fabbriche e umanizzano il lavoro. Per primo fu Adriano Olivetti che già negli anni ’50, mosso da un impulso spirituale e umanitario (a cui aveva contribuito il padre socialista e la madre cristiana valdese), introdusse per primo in Italia le “isole” di lavorazione (e molto altro).

Per Olivetti il differenziale salariale poteva essere max di 7-8 volte tra il dirigente più pagato (lui incluso) e l’ultimo operaio. Lo ricorderà il Papa Francesco nell’udienza a Confindustria: «Se la forbice tra gli stipendi più alti e quelli più bassi diventa troppo larga, si ammala la comunità aziendale, e presto si ammala la società. Un vostro grande collega del secolo scorso (Olivetti ndr) aveva stabilito un limite alla distanza tra gli stipendi più alti e quelli più bassi, perché sapeva che quando i salari e gli stipendi sono troppo diversi si perde nella comunità aziendale il senso di appartenenza a un destino comune, non si crea empatia e solidarietà tra tutti; e così, di fronte a una crisi, la comunità di lavoro non risponde come potrebbe rispondere, con gravi conseguenze per tutti».

Con una produzione diventata sempre più personalizzata si è capito che meno gerarchia c’è, meglio funziona l’azienda, in quanto chi sta in “basso” è bene operi in équipe, risolva i problemi e sappia cosa si sa in alto e viceversa.

Così sono nate nuove organizzazioni teal (si veda Reiventare le organizzazioni di Frederic Laloux), che riducono i livelli gerarchici, creano équipe di lavoro e crescente autonomia. Anche nelle fabbriche tradizionali (di auto…) i livelli gerarchici sono passati da 7 a 3-4 e oggi si lavora molto in équipe. Tra i capi che stanno in alto c’è chi ha capito che nelle équipe è opportuno che ci sia un coordinatore (anziché un capo) e che sia eletto dagli stessi operai anziché nominato dall’alto.

Di recente si sono affermate organizzazioni in cui la leadership non è più verticale ma orizzontale: fornitori e clienti vanno trattati come se fossero in “orizzontale” e il leader è sempre meno uno che “dà ordini o interviene”, ma uno che, oltre a fare quello, “motiva, aiuta, dà la visione”: più allenatore che capo. Segni di evoluzione dalla piramide al cerchio o al mosaico, un modo nuovo di lavorare che dà più soddisfazione a chi lavora e spesso più ricavi.

I babbuini hanno un’organizzazione molto gerarchica e si è dimostrato che i loro glucocorticoidi (ormoni dello stress come il cortisolo) erano molto più alti in quelli che stavano nei ruoli più bassi. E il grasso si addensava nella pancia, mentre nei maschi Alfa su tutto il corpo, come se i subordinati fossero anche nella forma più rotondi, oltrechè passivi, consoni al ruolo gregario. Un giorno accadde che i maschi Alfa morissero per tbc e il gruppo superstite (femmine e maschi in ruoli bassi) instaurò una nuova organizzazione più orizzontale: le analisi del sangue mostrarono che il cortisolo (stress) era diminuito.

Le organizzazioni gerarchiche sono anche più vulnerabili (non a caso internet non lo è). Così si spiega come mai Cortes e Pizzarro riuscirono a sconfiggere con pochi uomini i potenti imperi atzeco e inca, nonostante le migliaia di soldati: erano centralizzati a differenza degli indiani d’America, che infatti resistettero per molti anni alla straripante maggior potenza degli yankee. La loro forza era un’organizzazione decentrata.

La gerarchia è anche capace di fare molto “male”, come dimostrò Hannah Arendt nel suo libro La banalità del male. Ascoltando come cronista Adolf Eichmann, responsabile della morte di milioni di ebrei, capì che ciò che aveva consentito ad un essere umano di fare cose indicibili erano alcuni fattori: a) l’obbedienza ad una forte gerarchia, b) la distanza tra la propria azione e risultati attesi, c) i rapporti spersonalizzati all’interno della gerarchia.

Quando uscì il libro nel 1963, una pietra miliare per capire l’essere umano, fu duramente criticata perché, in base a queste considerazioni, gli umani avrebbero potuto ripetere questo orrore; ma, come sappiamo, Arendt aveva ragione: non ci vuole necessariamente una particolare disposizione al male, basta una organizzazione gerarchica di quel tipo.

Chi ha una organizzazione non gerarchica, scrive Stefano Mancuso nel suo bel libro La nazione delle piante (pag.140, euro 12 ed. Laterza), sono gli alberi che hanno i centri decisionali a livello periferico, e che risolvono i problemi dove nascono, con un’organizzazione decentralizzata e reiterata.

L’Homo cosiddetto ‘sapiens’ (nato 300mila anni fa), in meno di 12mila anni (da quando ha avviato l’agricoltura) ha creato un disastro sulla Terra e, se non cambia rapidamente, produrrà la 6^ estinzione di massa, lasciando liberi gli alberi (nati tra 350 e 700 milioni di anni fa), insieme al resto del creato. Un’apocalisse in corso, di cui la maggioranza – dice Mancuso – non si rende conto.

Per leggere tutti gli altri articoli di Andrea Gandini clicca sul nome dell’autore.

Presto di mattina /
Fede migrante

Fede migrante

Avere fede equivale a migrare, fare esperienza di relazione, l’aprirsi di un nuovo spazio nell’altro e nell’altrove, affacciarsi su un mondo ignoto per riconoscerlo ed esser conosciuti. È così la stessa fede di migranti – di un perdersi per ritrovarsi – che accompagna e rinnova lo spirito del vangelo tra di noi.

Ce lo ha ricordato a modo suo il papa nel giorno dell’Epifania, compresa come migrazione dei popoli alla ricerca di una nuova luce. Francesco ci ha rammentato che è necessario rischiare il cammino per incontrare la luce, anch’essa perennemente migrante sino a tracciare essa stessa un cammino di riconoscimento.

Da quel primo e abissale “grande scoppio” – sia la luce – la “voce” di Dio Qol in ebraico è paragonata ad un’esplosione cosmica nel salmo 28 (29), assimilata al folgorante e fragoroso lampo dentro alla tempesta e sulle acque.

Così la luce, chiamata fuori dalle tenebre all’inizio dei tempi, si è pure lei incamminata nel suo sorgere, illuminando tutte le cose per cavarle fuori dal caos oscuro in cui erano immerse, rendendole conoscibili a loro stesse perché illuminate e benedette fin dall’inizio nella pace.

Luce migrante è non di meno quella della natività. Irradiazione tra le genti, il suo cammino va ad accendere la luce pasquale, senza fermarsi neppure al mattino di Pasqua, ma proseguendo oltre, tra le nuove genti, sui cammini dei migranti della storia, alle periferie dell’esistenza e ai confini del tempo. Come la luce migrante, primordiale è generativa della stessa espansione dell’universo, così la luce della fede dilata la nostra umanità rendendola planetaria.

La fede non è se non migrante, perché – come ha ricordato ancora Francesco – essa «non cresce se rimane statica; non possiamo rinchiuderla in qualche devozione personale o confinarla nelle mura delle chiese, ma occorre portarla fuori, viverla in costante cammino verso Dio e verso i fratelli».

Credere significa partire, come nascere e morire, come leggere e scrivere: comportano una migrazione nell’altro, l’aprirsi di uno spazio nell’altrove. Così migrando tra le pagine e le parole nella scrittura d’altri, mi si aperto uno spazio inedito per questa riflessione sulla fede come migrazione.

L’input non è partito in verità da Francesco, come può sembrare dall’incipit di questo testo, ma leggendo una conversazione pubblicata sul Corriere della sera (1 ottobre 2009, 50-51) tra lo scrittore Claudio Magris e Édouard Glissant, (1928-2011) un altro scrittore, noto etnografo delle culture e delle pratiche dei gruppi umani, e poeta pure, nato nella Martinica dei Caraibi, arcipelago delle Antille, luogo di civiltà differenti che prende il nome da La Antilla, terra lontana da cui provenivano gli scopritori di quelle isole.

«Vivere significa migrare: ogni identità è una relazione»

Ogni relazione è una “complessità multipla”, implica nell’incontro il riconoscimento dell’altro, dell’estraneo in quanto tale. Riconoscere non è sinonimo di comprendere, nel senso di appropriazione, di chi vuol ridurre l’altro a sé stesso, alla propria scala di valori. Per essere solidali con l’altro occorre condividere l’imperfezione, in una relazione che lasci aperto quello spazio di mistero, di diversità irriducibile, di opacità – la chiama Glissant – che salvaguarda l’altro dall’assimilazione all’identità altrui.

«Non mi è necessario “comprendere” l’altro per sentirmi solidale con lui, per costruire con lui, per amare quello che fa». L’amore sa accogliere anche l’estraneità, la solitudine, la distanza che segna ogni relazione; sa comprendere senza ghermire, rinunciando ad esercitare sull’altro una presa totalizzante che genera il più delle volte pratiche di violenza. Per questo Glissant fu durissimo nel denunciare la brutalità dei genocidi, della tratta degli schivi, durata per secoli, e della segregazione razziale nelle piantagioni dell’arcipelago.

Glissant, a cui sta a cuore ogni cultura minacciata, compresa la sua, ricorda che ogni identità ed il mondo stesso si costruiscono in un processo creativo e armonioso. Un processo che egli definisce “creolizzazione”, ispirandosi al creolo, la lingua formatasi dalla commistione dei dialetti francesi dei padroni delle piantagioni con i differenti linguaggi di uomini e donne ridotti in schiavitù.

A me sembra che le categorie dello scrittore creolo siano illuminanti anche per ogni credente. A partire dal concetto di erranza, in quanto «ogni identità esiste nella relazione; è solo nel rapporto con l’altro che cresco, cambiando senza snaturanti».

Ma quella narrata nei suoi libri è pure la poetica del diverso: «di un diverso che non si isola», perché «la muraglia è la prigione dell’identità». Senza dimenticare infine l’opacità di cui parla Glissant, la stessa verso cui si protende la nostra fede, come un’apertura sulle cose che si sperano, una proiezione dello sguardo e della vita verso quelle che non si vedono. «Bisogna vivere con l’altro e amarlo, accettando di non poterlo capire a fondo e di poter essere capiti a fondo da lui». Non è questa la fede che camminando insieme crede sperando e spera amando?

L’erranza delle parole dall’oralità alla scrittura

La Bibbia è storia di un vissuto che nasce da migrazioni di popoli; è pure quella biblioteca scritta da migranti che narra di un Dio che si nasconde e dimora tra loro. Nell’oscurità delle migrazioni ha così luogo e germinano profezie di futuro.

È proprio mentre sono in fuga o in viaggio che Giacobbe, Elia, e Giona incontrano Dio, particolarmente vicino, esondante sulle acque e inesauribile nell’immaginazione. Abramo viene spinto a partire: “vattene dalla tua terra verso un dove che ti mostrerò cammin facendo, non temere la legatura di Isacco tuo figlio”.

Davanti al roveto ardente, in mezzo al deserto, di fronte al Sinai a piedi nudi, pascolando un gregge di nomadi con il volto coperto, Mosè chiede a Dio quale sia il suo nome. E Dio gli risponde: “Colui che fa partire” (Michel De Certeau) e il predicatore errante della Galilea delle genti dice di sé di non avere una tana come le volpi, né un nido, né una pietra su cui posare il capo. (cfr. Mt 8,20; Lc 9,58).

Claudio Magris sottolinea poi come in Glissant «l’erranza sia un principio che vale in tutti i campi della vita, anche nella scrittura. Ogni realtà è un arcipelago; vivere e scrivere significa errare da un’isola all’altra, ognuna delle quali diventa un po’ la nostra patria.

La verità umana non è quella dell’assoluto bensì quella della relazione. Ogni identità esiste nella relazione; è solo nel rapporto con l’altro che cresco, cambiando senza snaturarmi. Ogni storia rinvia ad un’altra e sfocia in un’altra … Ci sono molte radici; se una si proclama unica o esclusiva distrugge la vita, sia che si tratti di una radice piccola gelosamente chiusa nella sua particolarità, sia che si tratti di una grande e potente, come la civiltà universale reclamata dal colonialismo…

Nell’opera di Édouard Glissant – continua Magris – vivono il narratore orale anonimo che nella stiva delle navi negriere e nelle piantagioni trasmetteva la memoria dell’Africa perduta, e i classici francesi, di cui la sua prosa è geniale e organica erede, in una continuità perpetuata nell’ardita innovazione strutturale delle forme narrative».

Radice e rizoma

Ci sono delle culture “a radice unica”, a freccia, quelle che tendono all’auto-conservazione. Altre invece sono “a rizoma”, perché si espandono in diverse direzioni: specie quelle nate da una recente “creolizzazione” e quindi coscienti della loro realtà plurima.

Riproponendo la distinzione tra i termini radice e rizoma mutuata da Gilles Deleuze e Felix Guattari ne La poetica della relazione (Macerata, Quodlibet, 2007, 23; 29), Glissant scrive: «La radice è unica, è un ceppo che assume tutto su di sé e uccide quanto lo circonda; essi le oppongono il rizoma, radice demoltiplicata che si estende in reticoli nella terra e nell’ aria, senza che intervenga alcun irrimediabile ceppo predatore.

La nozione di rizoma manterrebbe quindi l’aspetto del radicamento, rifiutando però l’idea di una radice totalitaria. Il pensiero rizomatico sarebbe all’origine di quella che io chiamo una poetica della Relazione, secondo la quale ogni identità si estende in un rapporto con l’Altro…

In questo consiste l’immagine del rizoma, che conduce alla scoperta di un’identità che non è più solo nella radice, ma anche nella Relazione. Il pensiero dell’erranza è, di fatto, anche pensiero del relativo, che è il ritrasmesso ma anche il relato. Il pensiero dell’erranza è una poetica, e sottintende che a un dato momento essa si dica. Il detto dell’erranza è quello della Relazione».

È sempre del giorno dell’Epifania l’uscita di un documento di papa Francesco con cui indica gli orientamenti e le nuove norme per la riorganizzazione/riforma del Vicariato di Roma: la costituzione apostolica «In Ecclesiarum communione».

Così un passaggio e un’espressione inusuale del testo sull’identità ecclesiale mi ha ricordato proprio la molteplicità radicata e in relazione del rizoma, che non ha centro su sé stesso ma fa riferimento all’altro da sé: l’identità ecclesiale: «una trama sacramentaria».

Trama deriva dal latino “trameare”: passare al di là, oltre, oltrepassare. È ciò che esprime il sacramento, segno di una presenza che non è solo o tutta nel segno; non si esaurisce in esso, ma rimanda oltre invitando a instaurare una relazione, a farsi erranti verso un’ulteriorità che chiama fuori a vivere una relazione.

Il volto è sacramento di tutta la persona che manifesta e nasconde insieme la realtà dell’altro; senza iniziare un cammino si rimane in panchina come spettatori. «Per comprendere l’identità della Chiesa, anche della Chiesa di Roma, è necessario riconoscere la sua “trama sacramentaria”, cioè il suo essere riferita ad altro da sé… Torniamo così alla lezione dei Padri che, guardando all’esperienza dell’esodo e dell’esilio, leggono la necessità per la Chiesa di essere come la tenda mobile nel deserto, da smontare, rimontare e “allargare” lungo il cammino (cfr. Is 54, 2)».

«Non si emettono parole nell’aria»

Guardare la realtà e abitarla cercando il mistero al suo interno per esprimerlo in presenza di tutte le lingue del mondo. Scrive Glissant: «Parlo e soprattutto scrivo in presenza di tutte le lingue del mondo… Ma scrivere in presenza di tutte le lingue del mondo non vuol dire conoscere tutte le lingue del mondo. Vuol dire che, nel contesto attuale delle letterature e del rapporto fra la poetica e il caos-mondo, non posso più scrivere in maniera monolingue.

Vuol dire che la mia lingua la dirotto e la sovverto non operando attraverso sintesi, ma attraverso aperture linguistiche, che mi permettano di pensare i rapporti delle lingue fra loro, oggi, sulla terra – rapporti di dominazione, di connivenza, d’assorbimento, d’oppressione, d’erosione, di tangenza, ecc. – come il prodotto di un immenso dramma, di un’immensa tragedia cui la mia lingua non può sottrarsi. Di conseguenza non posso scrivere la mia lingua in modo monolinguistico; scrivo in presenza di questa tragedia, in presenza di questo dramma» (Poetica del diverso, Meltemi, Roma 1998, 33.

Credo che così debba essere pure per lo stile del linguaggio pastorale e teologico: un’apertura verso linguaggi altri. Occorre ritornare a mettervi dentro il mistero del sensus fidei dei credenti e dei viventi accomunati nel segno di una pluralità di migrazioni e intessuto con le loro situazioni esistenziali.

Oggi abbiamo bisogno che l’immaginario della fede in cui si declina e coniuga la riflessione teologica e pastorale vada cercato abitando tutti i linguaggi, credenti e non; una riflessione teologica non sistematica, autreferenziale, ma induttiva, relazionale come le confluenze, le intersezioni, i chiaroscuri di una vita in un arcipelago.

È significativo che alla domanda come dovrebbe essere una teologia della migrazione papa Francesco risponda che se vuol essere tale deve essere “situata”: «tante volte abbiamo visto i mari trasformati in cimiteri di vite e storie, di sogni e aneliti di una vita dignitosa, e ci siamo uniti in preghiera, lavoro e presenza per far fronte all’indifferenza e creare ponti di fratellanza.

La migrazione, così tipica della condizione umana, è anche espressione feroce delle disuguaglianze. Il nostro impegno con i migranti deve essere a sua volta propiziatorio di una pedagogia della cura, del rispetto per il prossimo, in definitiva, di una proposta creativa e creatrice di una genuina cultura dell’incontro dove imparare a riconoscerci e a trattarci come fratelli», (Prefazione di Papa Francesco al libro «A Theology of Migration: The Bodies of Refugees and the Body of Christ», di Daniel G. Groody, Orbis Books, Maryknoll NY 2022).

Un triplice abisso

Una barca aperta sull’ignoto: è questa l’immagine con cui Èdouard Glissant descrive la tratta degli schiavi: «La Tratta passa per la stretta porta della nave negriera, la cui scia imita la “reptazione” della carovana nel deserto: “L’agghiacciante abisso, tre volte annodato all’ignoto”.

«Ciò che lascia impietriti, nell’esperienza degli africani deportati verso le Americhe, è senz’altro l’ignoto, affrontato senza preparazione né sfida.

La prima tenebra venne dall’essere strappati al paese quotidiano, agli dèi protettori, alla comunità tutelare. Ma questo è ancora nulla. Anche quando fulmina, l’esilio si sopporta. La seconda notte venne dalle torture, dalla degenerescenza dell’essere, portata da tante incredibili geenne.

Immaginate duecento persone ammucchiate in uno spazio che a malapena ne avrebbe potuto contenere un terzo. Immaginate il vomito, le carni lacerate, le frotte di pidocchi, i morti accasciati, gli agonizzanti marcescenti. Immaginate, potendo, l’ebbrezza rossa delle uscite sul ponte, la rampa su cui inerpicarsi, il sole nero all’orizzonte, la vertigine, quell’abbacinamento del cielo appiattito sulle onde. Venti, trenta milioni, deportati per due secoli e più. Il logoramento, più sempiterno di un’apocalisse. Ma tutto questo è ancora nulla.

L’agghiacciante viene dall’abisso, tre volte annodato all’ignoto.

La prima volta, quindi, inaugurale, quando cadi nel ventre della barca. Una barca, secondo la tua poetica, non ha ventre, una barca non inghiotte, non divora, una barca si muove a cielo aperto. Il ventre di questa barca invece ti dissolve, ti scaglia in un non-mondo in cui gridi.

Questa barca è una matrice, l’abisso-matrice. Generatrice del tuo clamore. Produttrice inoltre di ogni futura unanimità. Perché, anche se sei solo in questa sofferenza, condividi l’ignoto con altri che ancora non conosci. Questa barca è la tua matrice, uno stampo, che però ti espelle. Incinta, tanto di morti quanto di vivi sospesi a una morte differita.

Così la seconda voragine viene dall’abisso marino. Quando le regate danno la caccia alla nave negriera, la cosa più semplice è alleggerire la barca buttando a mare il carico, zavorrato di palle di ferro. Sono i segni di una pista sottomarina che va dalla Costa d’Oro alle isole Sottovento…

L’aspetto più gorgoneo dell’abisso è proprio, ben oltre la prua della nave negriera, quel pallido rumore di cui non si sa se sia nube foriera di tempesta, pioggia, piovisco o fumo di un fuoco rassicurante. Ai due lati della barca sono scomparse le rive del fiume. Che fiume è mai questo, privo del centro? È unicamente un avanti tutta? Questa barca non voga forse per l’eternità ai limiti di un non-mondo, che nessun Antenato frequenta?

La terza incarnazione dell’abisso proietta quindi, parallela alla massa d’acqua, l’immagine capovolta di tutto quello che è stato abbandonato, che per generazioni non si ritroverà se non nelle savane azzurre, sempre più consunte, del ricordo e dell’immaginario» (Poetica della Relazione, 19-20).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

 

Presto di mattina /
Non ho più filo

Il Sarto di Gloucester

«Mia cara Freda,
siccome vai matta per le fiabe e sei stata ammalata, ho scritto una storia tutta per te, nuova nuova, che nessuno ha ancora letto. E la cosa più buffa è che l’ho sentita raccontare nel Gloucestershire, e che è assolutamente vera, almeno per quel che riguarda il sarto, il panciotto e il “Non ho più filo!”».

Questa la dedica a Il sarto di Gloucester che era pure, tra le altre, la storia preferita da Helen Beatrix Potter (Londra, 1866 – Near Sawrey, 1943): scrittrice, illustratrice, naturalista britannica e famosa in Inghilterra per la sua attenzione all’ambiente non meno che per i suoi libri illustrati per bambini e i suoi acquarelli.

Come indicato nella dedica la vicenda si basa su una storia realmente accaduta a un sarto che, lasciato il lavoro incompiuto, lo trovò finito il giorno successivo, completato dai suoi aiutanti nella sartoria. Mancava solo da completare un’asola perché … non c’era più filo.

Nella fiaba, ambientata la settimana prima di Natale, «al tempo delle spade, delle parrucche e delle mantelline a balze dai bordi ricamati, quando i gentiluomini portavano gale ai polsi e panciotti di seta e taffettà gallonati d’oro», un vecchio sarto molto povero e malaticcio, che aveva come amico un gatto sempre affamato di nome Simpkin doveva confezionare una giacca e un panciotto per il sindaco di Gloucester intenzionato a sposarsi proprio a Natale.

Gli rimanevano solo tre giorni e se riusciva in tempo nell’impresa la sua sorte e quella del suo Simpkin sarebbero cambiate in meglio. Scesa l’oscurità e con essa la luce che entrava dalla finestra si affrettò a chiudere la bottega, lasciando sul tavolo i pezzi di stoffa, di seta e di raso già tutti tagliati, modellati e pronti solo da cucire, insieme alle 21 asole da finire del panciotto con la fodera in taffettà giallo. Mancava solo una matassina di filo color ciliegia per finire il tutto.

Tornando a casa si sentì salire la febbre; ma prima di mettersi a letto diede al suo gatto gli ultimi quattro soldi che gli restavano per comprare un soldo di pane, uno di latte, uno di salsicce senza dimenticare con l’ultimo di comprare il filo color ciliegia.

Nel mettersi poi a letto udì degli strani rumori provenire dalle tazzine capovolte sulla credenza e sulla tavola – Tip tap, tip tap, tip tap tip!si accorse così dei topolini imprigionati dal suo gatto per il pranzo di Natale; decise così di liberarli nonostante pensasse che avrebbe fatto un torto al suo amico.

Non sapeva ancora che quei simpatici topini, che nelle favole ascoltano e parlano come gli uomini, per gratitudine dei ritagli di stoffa «buoni solo per topi» che aveva lasciato in bottega e per l’insperata libertà sarebbero diventati i suoi aiutanti nella sartoria. E avrebbero finito per lui il lavoro.

Non ho più filo, non ho più speranza

«Giacque ammalato per tutto il giorno, e il giorno seguente, e l’altro ancora. Delirava e le sue parole ripetevano: “non ho più filo”. Che ne sarebbe stato della giacca color ciliegia? Nel negozio del sarto in Westgate Street i pezzi di seta ricamata e di satin giacevano sulla tavola – ventun asole! – e chi li avrebbe cuciti, se la finestra era sbarrata e la porta ben chiusa a chiave?

Ma questo non era un impedimento per i topolini bruni: correvano dentro e fuori da tutte le case di Gloucester senza bisogno di chiavi!… Rimase a letto ammalato per tre giorni e tre notti, ed ecco era la vigilia di Natale, e notte fonda. La luna era alta sopra i tetti e i camini e sbirciava oltre l’arco in College Court».

Quando Simpkin rientrò capì subito che qualcosa non andava. Le tazzine erano mute e quando il sarto domandò dove fosse il suo filo, lui tra sé e sé disse: “e dov’è il mio topo?”, così nascose il filo in una teiera e uscì in cerca del suo pranzo natalizio.

Tutto era buio fitto, ma «dal negozio del sarto in Westgate veniva un fascio di luce, e quando Simpkin si arrampicò fino alla finestra per guardar dentro, vide una quantità di candele accese. Era tutto un tagliar di forbici e un fruscio di fili.

Le voci dei topi cantavano forte, allegramente: “Tre topolini sedevano al fuso,/ Ma sotto la porta spuntò un brutto muso:/ Che state facendo, miei bravi signori?/ Cuciamo giacchette di dentro e di fuori. Posso aiutarvi a tagliar quei bei drappi?/ Oh, no, Signor Gatto, se entri ci pappi!» «Miao, miao!» faceva Simpkin. «Diddi rididdi?» lo motteggiavano i topi».

Non riuscì ad entrare, ma dalla finestra appena sollevata sentì, nel ticchettare dei ditali, i topi ripetere un ritornello: «Non ho più filo! Non ho più filo!». Si allontanò allora dalla bottega meditando sulla generosità di quei topi che stavano aiutando il suo amico, povero e affamato come lui, e per giunta ammalato.

Rientrato nella povera stanza trovò il vecchio sarto sfebbrato che dormiva; allora andò a prendere il prezioso dono nascosto nella teiera, guardò alla luce della luna quei fili di seta color ciliegia e pensò che lui, per il suo amico, non poteva proprio essere da meno di quei topi generosi e gioiosamente laboriosi. Così al mattino, appena sveglio, la prima cosa che vide il sarto fu proprio la matassa del filo mancante, accanto al letto.

Fili intrecciati: epifania della gioia

« – Povero me, mi sento uno straccio! – esclamò il sarto di Gloucester.  – Però ho il mio filo -. Il sole splendeva sulla neve quando il sarto si levò e si vestì, e poi uscì in strada con Simpkin che gli correva davanti. – Ahimè -, esclamò il sarto, – ho il mio filo, ma non ho più la forza né il tempo per fare una sola asola; perché ormai è la mattina di Natale e il Sindaco di Gloucester si sposerà a mezzogiorno e dov’è la sua giacca color ciliegia? –.

Aprì la porta del suo negozio e Simpkin s’infilò dentro di corsa, come fanno i gatti quando hanno in mente qualcosa. Ma non c’era un solo topo bruno! I ripiani erano tutti perfettamente in ordine, senza più avanzi di filo e scampoli di seta, neppure sul pavimento.

Ma sulla tavola, – che gioia! – esclamò il sarto, lì dove aveva lasciato dei semplici ritagli di seta, giacevano la più splendida giacca e il più meraviglioso panciotto di satin ricamato che mai fossero stati indossati da un Sindaco di Gloucester.

Sul davanti della giacca c’erano rose e viole e il panciotto aveva ricami di papaveri e fiordalisi. Tutto era rifinito, tranne una sola asola color ciliegia, e dove quest’asola mancava era appuntato un pezzetto di carta con queste parole, tracciate in una scrittura minutissima e sottilissima: “non ho più filo”, qui cominciò la fortuna del Sarto di Gloucester: ritornò in buona salute e divenne ricco».

Epifania: vincolo di fraternità

Tre fili, intrecciati
Tre colori abbracciati
Tre magi incamminati

Tre fili intrecciati,
una coda di cometa

Tre colori abbracciati,
un sentiero per la vita

Tre magi incamminati,
una mèta per il tempo

Una cometa come guida
un viaggio nell’amore
un tesoro da cercare

Il filo giallo è l’oro,
una promessa di pace
che ci viene dal passato

Il filo amaranto è la mirra,
la fatica del vivere e del morire
ed è l’ora presente

Il verde è l’incenso
un profumo che sale,
verso il futuro del Vivente.

Tre fili un solo dono
Tre colori una sola vita
Tre Magi una sola via

Una luce illumina
Una parola consola
Un nome che dà gioia

Il figlio di Maria nato a Betlemme
Il figlio di Dio morto sulla croce
Il figlio amato fratello universale

Nessuno può salvarsi da solo

“Non ci si salva da soli”. Queste le parole che continua ancora oggi a ripetere papa Francesco, a partire da quella sera piovosa quando pregò sul mondo per affidarci a Dio, nella solitudine di una surreale piazza san Pietro deserta, silenziosa, senza un filo di speranza se non quella proveniente dal crocifisso lì accanto di San Marcello, che i romani portarono in processione nel 1552 contro la Grande peste.

“Una speranza contro ogni speranza” (Rm 4, 16) invocata da un papa ricurvo, solo, che salendo i gradini della piazza pregava dicendo: «“Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (come in Mc 4,38: i discepoli e la tempesta sul lago). Era il 27 marzo 2020, venerdì santo: l’inizio di una tempesta, e preludio delle ulteriori tempeste che seguirono, la guerra in Ucraina e le molte altre sparse nel mondo, e che indussero il papa a ripetere quelle stesse parole.

Così in questo mese, mese della pace, di nuovo il messaggio di Francesco ha come tema: «Nessuno può salvarsi da solo. Ripartire dal Covid-19 per tracciare insieme sentieri di pace». Senza un cammino di fraternità, la tessitura dell’umanità rischia di restare senza filo: “non ho più filo”, non c’è più pace.

Così si legge nel messaggio: «Dopo tre anni, è ora di prendere un tempo per interrogarci, imparare, crescere e lasciarci trasformare, come singoli e come comunità; un tempo privilegiato per prepararsi al “giorno del Signore”. Ho già avuto modo di ripetere più volte che dai momenti di crisi non si esce mai uguali: se ne esce o migliori o peggiori.

Oggi siamo chiamati a chiederci: che cosa abbiamo imparato da questa situazione di pandemia? Quali nuovi cammini dovremo intraprendere per abbandonare le catene delle nostre vecchie abitudini, per essere meglio preparati, per osare la novità? Quali segni di vita e di speranza possiamo cogliere per andare avanti e cercare di rendere migliore il nostro mondo?

Di certo, avendo toccato con mano la fragilità che contraddistingue la realtà umana e la nostra esistenza personale, possiamo dire che la più grande lezione che il Covid-19 ci lascia in eredità è la consapevolezza che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, che il nostro tesoro più grande, seppure anche più fragile, è la fratellanza umana, fondata sulla comune figliolanza divina, e che nessuno può salvarsi da solo».

Così la via che porta da una vita minacciata ad una vita benedetta passa attraverso un “noi” aperto alla fraternità.

«… Di certo, non è questa l’era post-Covid che speravamo o ci aspettavamo. Infatti, questa guerra, insieme a tutti gli altri conflitti sparsi per il globo, rappresenta una sconfitta per l’umanità intera e non solo per le parti direttamente coinvolte.

Mentre per il Covid-19 si è trovato un vaccino, per la guerra ancora non si sono trovate soluzioni adeguate. Certamente il virus della guerra è più difficile da sconfiggere di quelli che colpiscono l’organismo umano, perché esso non proviene dall’esterno, ma dall’interno del cuore umano, corrotto dal peccato (È quello che esce dall’uomo che contamina l’uomo; perché è dal di dentro, dal cuore degli uomini, che escono le guerre, cf Mc 7,17-23).

Cosa, dunque, ci è chiesto di fare? Anzitutto, di lasciarci cambiare il cuore dall’emergenza che abbiamo vissuto, di permettere cioè che, attraverso questo momento storico, Dio trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà.

Non possiamo più pensare solo a preservare lo spazio dei nostri interessi personali o nazionali, ma dobbiamo pensarci alla luce del bene comune, con un senso comunitario, ovvero come un “noi” aperto alla fraternità universale.

Non possiamo perseguire solo la protezione di noi stessi, ma è l’ora di impegnarci tutti per la guarigione della nostra società e del nostro pianeta, creando le basi per un mondo più giusto e pacifico, seriamente impegnato alla ricerca di un bene che sia davvero comune».

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

 

L’anno che finisce e quello che verrà

 

Buone notizie? Una: fra poche ore ci sbarazzeremo  di questo avaro e interminabile 2022.
Ma ormai è mezzanotte. La televisione è spenta. Riempiamo i bicchieri, guardiamo negli occhi chi ci è vicino, inviamo un pensiero a chi amiamo da lontano… Ma insomma, dobbiamo continuare a fare la finta,  sottoporci ancora al rito dell’illusione?  E’ sempre più complicato credere ai brindisi, agli auguri, all’Anno Nuovo che arriva per  portare al mondo un qualche dono. Eppure
Periscopio ci prova, ancora ci crede.
Pubblichiamo di seguito l’editoriale degli amici di
Volere la luna a firma dell’ex magistrato Livio Pepino; è un bilancio tanto amaro, quanto realistico, dei mali  di un mondo sempre più malato.  Basta alzare lo sguardo, ascoltare il pianto di un dolore diffuso: davvero la speranza non abita più qui? Introvabile nelle stanze della politica come nei banchi del supermercato neoliberista. Eppure, per quanto sembri impossibile, è ancora e solo compito nostro, solo le donne e gli uomini possono aprire nuovi sentieri, proporre (imporre) il regime della ragione,  dell’uguaglianza, della cooperazione.
Ci vorrà tempo, ma è  il tempo di assumerci questo impegno. 

Francesco Monini

di Livio Pepino
Tratto da Volere la luna del 30.12.2022

Sta per andarsene un anno orribile. Come pochi altri nella vita della mia generazione.

Una guerra mondiale (per numero di paesi direttamente o indirettamente coinvolti) sta mietendo decine di migliaia di vittime, distruggendo un intero paese e provocando una catastrofe ambientale.
È una guerra, per di più, destinata a proiettarsi in un futuro in cui sono in gioco non solo le sorti dell’Ucraina e (forse) della Russia ma gli equilibri geopolitici che caratterizzeranno il mondo nei prossimi decenni con cambiamenti epocali, a partire dal ruolo della Cina e di altri colossi emergenti. E non è una guerra isolata.

Ci colpisce in modo particolare perché è nel cuore di un’Europa che ha conosciuto decenni di pace (con la sola tragica eccezione della ex Jugoslavia) ma, nel mondo, i conflitti dimenticati o rimossi sono decine, in Kurdistan, in Palestina, nello Yemen, nel Myanmar per citare solo i più noti.

Ci stiamo abituando e la guerra diventa normale, parte del paesaggio planetario e delle rubriche fisse dei telegiornali. E, con l’abitudine, sono riemersi – incomprensibilmente solo con riferimento all’Ucraina – lo spettro del nazionalismo, la retorica della guerra giusta, il mito della “vittoria finale”. Ciò ha diviso, nel nostro Paese, quel che resta della sinistra. Così, compagni di sempre hanno letteralmente indossato l’elmetto e impugnato le armi proclamando che non c’è trattativa o compromesso possibile, anche se tutti sanno che la guerra finirà – dopo decine, o forse centinaia, di migliaia di morti evitabili – con un compromesso analogo a quello che si sarebbe potuto raggiungere nove mesi fa.

E non ci sono solo la guerra e, al suo fianco, la violazione dei diritti civili, diffusa più che mai anche in Europa (e nei Paesi con essa alleati). Ci sono, per continuare nel linguaggio bellico, una questione ambientale e una questione sociale esplosive.

La crisi climatica e ambientale è sotto gli occhi di tutti: basta aprire una finestra, scorrere il bollettino delle temperature, leggere i giornali (che descrivono, anche qui considerandoli eventi naturali e all’ordine del giorno, fenomeni atmosferici estremi che distruggono vaste aree di un mondo che si modifica sotto i nostri occhi distratti). A fronte di ciò, capi di governo e leader mondiali dichiarano, a parole, la propria consapevolezza e determinazione ma, in concreto, non ci sono interventi significativi, a meno di considerare tali le inutili proclamazioni conclusive di conferenze internazionali sempre più stanche e ripetitive, incapaci di rinunciare al mito della crescita infinita, delle risorse illimitate, dell’energia a ogni costo, delle grandi opere inutili, del dio mercato.

Non meno grave la (connessa) crisi sociale.
Ovunque, nel mondo, i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri diventano sempre più poveri. Il patrimonio netto dei 10 miliardari più ricchi si è più che raddoppiato (+119%), in termini reali, dall’inizio della pandemia, superando il valore aggregato di 1.500 miliardi di dollari, oltre 6 volte lo stock di ricchezza netta del 40% più povero, in termini patrimoniali, dei cittadini adulti di tutto il mondo (https://volerelaluna.it/materiali/2022/01/21/la-pandemia-della-disuguaglianza/).

È il trionfo della disuguaglianza. Ma non è solo un fatto quantitativo. «Tutto – come ha scritto papa Francescoentra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole. Si considera l’essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare. Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”». Il rischio è quello descritto con lucidità da Luigi Ferrajoli: «È del tutto inverosimile che otto miliardi di persone, 196 Stati sovrani dieci dei quali dotati di armamenti nucleari, un capitalismo vorace e predatorio e un sistema industriale ecologicamente insostenibile possano a lungo sopravvivere senza andare incontro alla devastazione del pianeta, fino alla sua inabitabilità» (Per una Costituzione della Terra, Feltrinelli, 2022).

Intanto, mentre sul piano individuale non ci siamo ancora ripresi dallo shock della pandemia (che ha svelato la nostra vulnerabilità e insicurezza, quando vivevamo nell’illusione che le scoperte scientifiche e le tecnologie ci avessero reso invincibili e padroni dell’universo), su quello collettivo sperimentiamo, ovunque, il deperimento degli istituti della democrazia a cui siamo stati abituati con la fuga dei cittadini dal voto (e conseguente riproposizione, pur rivisitata, dell’antico “governo dei meno”), l’accantonamento dei parlamenti a vantaggio dei governi (che, a loro volta, si dichiarano impotenti di fronte allo strapotere delle multinazionali private), l’insediamento all’est e all’ovest, nel guscio vuoto degli istituti della rappresentanza, di regimi autoritari (definiti appunto, con evidente ossimoro, “democrazie autoritarie”).

Se, poi, guardiamo al nostro Paese la situazione è segnata – oltre che dagli elementi sin qui descritti – da una deriva politica e culturale senza precedenti nella storia repubblicana. Per la prima volta abbiamo un Governo dalle esplicite ascendenze fasciste che, come ha sintetizzato da ultimo Francesco Pallante «mentre, a parole, si autoproclama difensore della nazione intera, nei fatti opera a smaccato beneficio soltanto delle parti “amiche”, favorendo l’ingiustizia tributaria, ammiccando all’evasione fiscale, sostenendo le regioni già ricche, dimenticando la sicurezza sui luoghi di lavoro, aumentando le occasioni di sfruttamento, propugnando l’autoritarismo nei confronti dei più giovani, contrapponendo studenti meritevoli e immeritevoli, operando per la privatizzazione della sanità, annullando le politiche per la casa, reprimendo l’immigrazione con la negazione di ogni umanitarismo, osteggiando i diritti civili vecchi (la libertà di associazione) e nuovi (la libertà di autodeterminazione della propria sfera sessuale e vitale)»(https://volerelaluna.it/commenti/2022/12/19/meloni-la-retorica-della-nazione-e-il-neoliberismo-autoritario/).
Inutile insistere oltre data l’evidenza dei fatti, pur minimizzati – ed è un ulteriore segnale della deriva che stiamo vivendo – dall’establishment politico, mediatico e culturale.

È in questo contesto che sta arrivando il nuovo anno. Non arriverà – è facile prevederlo – l’anno evocato, tempo fa, da Lucio Dalla in cui «sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno» e «ci sarà da mangiare e luce tutto l’anno». Sarà, al contrario, un anno difficile nel quale le tendenze emerse nel 2022 proseguiranno e si consolideranno ulteriormente.

Eppure non è consentito cedere alla rassegnazione e allo sconforto. Le difficoltà e la regressione che stiamo vivendo non sono ineluttabili ma frutto di scelte e di comportamenti individuali e collettivi. In una parola, di una cultura.

A qualcuno potrà sembrare strano ma, negli anni a venire, lo scontro sarà sempre più sul piano culturale e comportamentale, cioè là dove si annidano i presupposti e le motivazioni delle scelte economiche, politiche, sociali, ambientali. E, qui, nella grande storia, facciamo capolino noi con la nostra piccola storia. Piccola ma importante.

Cosa può fare in questo contesto una realtà come Volere la Luna? La strada è tracciata da tempo: «proporsi quello che può sembrare impossibile a molti, ma che in realtà dovrebbe essere normale: cambiare radicalmente il proprio modo di essere, di pensare, agire, cooperare e aggregarsi, tenendo fermi i valori di riferimento di un solidarismo radicale. Il mondo è cambiato, è ora di cambiare noi stessi. E il nostro modo di stare insieme. A cominciare da tre obiettivi primari: contrastare le diseguaglianze, promuovere ma soprattutto praticare forme di partecipazione solidale, favorire la rinascita di un pensiero libero e critico. Cioè non limitarsi a proclamare i propri valori, ma praticarli concretamente, con azioni positive quotidiane, creazione di occasioni di prossimità, di spazi, anche limitati, di relazione, di strumenti di comunicazione aperti e critici» (dallo statuto di «Volere la luna»). Si tratta di consolidare quegli obiettivi, di allargare la nostra comunità a tutte e tutti coloro che vorranno continuare a sostenerci in questo percorso difficile ma affascinante, di creare alleanze e collaborazioni ovunque possibile.
Basterà? Non nei tempi brevi, ma a medio termine contribuirà ad avviare cambiamenti significativi.
L’importante è tenere la barra dritta, non accettare aggiustamenti e compromessi al ribasso e continuare, nonostante tutto, a volere la luna.

 

Livio Pepino,
Già magistrato e presidente di Magistratura democratica, dirige attualmente le Edizioni Gruppo Abele. Da tempo studia e cerca di sperimentare, pratiche di democrazia dal basso e in difesa dell’ambiente e della società dai guasti delle grandi opere. Ha scritto, tra l’altro, “Forti con i deboli” (Rizzoli, 2012), “Non solo un treno. La democrazia alla prova della Val Susa” (con Marco Revelli, Edizioni Gruppo Abele, 2012), “Prove di paura. Barbari, marginali, ribelli” (Edizioni Gruppo Abele, 2015) e “Il potere e la ribelle. Creonte o Antigone? Un dialogo” (con Nello Rossi, Edizioni Gruppo Abele, 2019).

Presto di mattina /
L’attesa del vento

Avvento: attesa del vento che porta segrete parole

Da lontani orizzonti viene il vento
e scrive parole segrete
su l’erba:
le rimormorano i fiori
tremando nelle lievi
corolle.

Tu venivi fra noi, col tuo tormento
tutto chiuso negli occhi: avevi un viso
bianco e ridente, come di fanciullo.
Ci chiamavi fratelli, ma nessuno
conosceva il tuo pianto;
ci parlavi di luce, ma nessuno
si sbiancava nel volto.
Tu venisti fra noi quando eravamo
ancora delle gemme scure, informi,
chiuse accanitamente.
E quando il lavorìo della tua fiamma
già snidava le nostre anime in boccio,
non ritornasti più. Furono giorni
attutiti di nebbia,
giorni color d’opale e d’ametista,
grigi vezzi di lacrime.

Milano, 16 ottobre 1929
(Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, Àncora, Milano 2015, 185; 308).

Mani di levatrice sono le mani del poeta, come di chi annuncia la Parola. Levatrice di parti difficili, di chiuse parole, di larve di parole, di parole da snidare, caparbiamente chiuse.

È come un far rinascere nel presente, con l’annuncio, mormorando tremanti, la prossimità di Dio e il suo futuro. Perché così è il vangelo: un già e non ancora; piccola speranza come la semente della senape caduta nella terra, mite lievito nella molle e informe pasta. Ma pure crescendo e lievitando, è una parola che non passa; anzi che passa sempre, oltre tutte le parole che vorrebbero imprigionarla, rifiutarla, negarla.

Una fedeltà di parola, una parola data che non si ritrae più. Parola abbreviata nei vangeli eppure nulla può limitarne l’annuncio, la semina, la crescita, il camminare verso la meta, che è il cuore umano, portando frutto.

Ostinazione di un amore irrevocabile, spazio sicuro, solida cengia sullo strapiombo dell’insensatezza; fondamento di una stabilità irremovibile cui ancorarsi nella quotidianità frammentaria e fragile, tumultuosa e fluttuante del nostro presente.

Una parola inesausta: ancora sempre un passo avanti che dischiude all’oltre, ma che segretamente ritorna vicina anche solo nelle nostre parole, quelle più vere rivolte agli altri, e in quelle dei poeti pure, anche quando non l’attendiamo o non speriamo più nel Suo ritorno («non ritornasti più»).

Proprio nei giorni resi muti dalla nebbia e silenti – «giorni color d’opale e d’ametista, grigi vezzi di lacrime» − proprio allora sentiremo ancora il vento, scrivere per noi parole segrete da lontani orizzonti che annuncia il Veniente.

Il vangelo, il giornale, la poesia

Nei primi anni in cui ero parroco avevo imparato dal teologo e pastore riformato Karl Barth (1886-1968) a «tenere in una mano il vangelo e nell’altra il giornale». Il che significa tenere insieme e far incontrare l’annuncio di una buona notizia con coloro che attendono buone notizie, così rare da trovare nei giornali.

Sempre in quegli stessi anni continuavo tuttavia a avvertire che questa strategia non era sufficiente. E così, zoppicando, sono andato, come a tentoni, tra gli scaffali delle biblioteche, questuando poesie e storie da mettere a mo’ di passerelle tra il vangelo e il giornale, per fare di coloro che ascoltano dei contemplativi e dei profeti.

Papa Francesco parla della poesia come l’ingrediente per comunicare bene il buon annuncio: «Quando a una persona manca quella dimensione poetica, manca la poesia, la sua anima zoppica». La poesia scaturisce dalla capacità di ascolto: «se oggi c’è povertà di poesia, non è perché sia venuta meno la bellezza, ma perché è venuta meno la nostra capacità di ascolto».

Poesia, compagnia e guida d’Avvento anche quest’anno. Non solo perché sono in poesia gli inni liturgici, l’annuncio dei profeti, la preghiera dei salmi, il Cantico dei cantici, il Magnificat di Maria: il vangelo stesso è poesia e questa, come il vangelo, è una continua interrogazione del silenzio e dell’espressione del sentire umano che cerca e trovando non smette di cercare ancora; ricettacolo e scrigno pure di parole e significati infiniti: un vangelo nascente dal silenzio e dal desiderio degli uomini e delle donne.

Con Mario Luzi dico allora che la poesia è luogo “di misteriosa salvezza”: attesa di nuova natività. Mario Luzi trova nel dire poetico l’estrema concretezza della parola. Basti dire che il Poeta, non diversamente da Gesù nel vangelo, parla in prima persona, non in astratto:

«Basterebbe vedere come arruola i suoi fedeli, i suoi discepoli: sono due, tre parole e basta. La sua vittoria è immediata e qualche volta assomiglia a una rapina, perché effettivamente porta via le persone, porta via dietro di sé i titubanti, oppure gli incerti senza dare respiro».

E parla con assolutezza Gesù nel vangelo, perché è la sua stessa vita messa in parola: parola fatta carne, verità nella vita, la sua che fa spazio e accoglie la verità racchiusa in ogni vita. Ma non è così anche del poeta? Non è così di ogni uomo quando, senza saperlo, narra con la sua vita come fa la poesia?

Il Vangelo è Poesia: fa sentire vivo il mondo

«Il dramma del Vangelo che uccide per dar vita, si ripete in ogni vero poeta che deve far giustizia di tanta lettera morta perché lo spirito trionfi: nell’ideazione, nell’espressione. Nella parola dunque che è testimone non del Creatore e del Padre, come nel Vangelo di Gesù, ma della creatura; mentre comune è l’amore dell’uomo.

Non sto ora a dirvi altro, dico che in fondo tutta la poesia moderna, che sia veramente moderna, che non sia un “opus oratorium” che può vivere anche di altri ingredienti, ma sia invece una caccia alla verità, un inseguimento della verità, – perché questo è la poesia moderna da Baudelaire a Hölderlin – non potrebbe prescindere dal Vangelo, non solo da parte del Manzoni, faccio per dire, che è un cattolico, che quindi ha elevato il Vangelo a sua norma, ma anche da Leopardi che diceva di non essere credente.

Ma non essere credente era anche questo un acquisto interno a questa spiritualità; e così fino a noi. Il Vangelo è poesia esso stesso nel senso di “poiesis” che crea l’esigenza di pensieri, crea pensieri nuovi, esalta l’esistente e l’essente nello stesso tempo. Fa sentire così vivo il mondo, così drammatico; ed è poi il paragone, manifesto o subiacente, di tutto quello che in questo campo si fa nell’ideare o nel dibattere moderno» (Poesia come interrogazione e silenzio, luogo di misteriosa salvezza, in Il Regno/Attualità, 22/2004, 15/12/2004, 731).

Avvento: l’infinita speranza di un ritorno.

Le montagne, così care ad Antonia Pozzi, al suo sguardo «occupano come immense donne la sera/ sul petto raccolte le mani di pietra/ fissan sbocchi di strade, tacendo/ l’infinita speranza di un ritorno». Esse vedono la confluenza, lo sfociare o l’immettersi di una strada nell’altra, ma non conoscono il loro diuturno e tortuoso percorso, non conoscono la grazia e le sue vie quando si tratta dell’infinita speranza di chi attende l’amato.

Per Bernardo di Chiaravalle, che commenta con ardore contemplativo il Cantico dei cantici e nella Divina Commedia rappresenta la via mistica, unitiva per poter vedere Dio, egli ricorda pure un triplice avvento del Cristo: una venuta nell’umiltà e debolezza umana alla sua nascita; l’altra venuta sarà alla fine della storia non più nell’umiltà ma in una gloria visibile a tutti.

Vi è tuttavia un avvento intermedio, una venuta del Cristo occultata, nascosta, taciuta. È l’incontro per vie misteriose con ciascuno nell’oggi della sua vita: «Ma perché ad alcuno non sembrino per caso cose inventate quelle che stiamo dicendo di questa venuta intermedia, ascoltate lui: “Se uno mi ama, – dice – conserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui (cfr. Gv 14, 23). Ma che cosa significa: Se uno mi ama, conserverà la mia parola? Dove si deve conservare? Senza dubbio nel cuore, come dice il Profeta: «Conservo nel cuore le tue parole» (Disc. 5 sull’Avvento, 1-3).

All’amato che giunge inatteso, ad un tratto, la sera

Tu sei tornato in me
come la voce
d’uno che giunge,
ch’empie a un tratto la stanza,
quando è già sera.
Qui c’era
soltanto il peso
delle ore irrigidite
in grigiore di pietra,
il passo lento
dei fossati in pianura
sotto nudi archi di pioppi. C’erano
al termine delle case
le povere strade
di novembre, straziate di solchi

Allora sei tornato
tu – in me –
come la voce
d’uno che giunge,
che nessuno più attende
perché è già sera.
Sei ritornato in me
come un fedele
stormo di rondini
che riappendon nidi
al tetto oscuro del cuore.
Sei ritornato come uno sciame
d’api che cercano
i loro fiori – e indorano
l’orto nativo.
Ora nell’orto io sento
crescere i nuovi
miei fiori per te. Sento spuntare
sui pascoli, dove
la neve si è sciolta,
gli anemoni gialli
e dal suolo del cielo
le stelle – che a quelli somigliano –
le stelle – dopo che il gelo
del vespro è scomparso
e la notte è la terra feconda –
il monte
primaverile
di Dio.

6 novembre 1933
(Antonia Pozzi,  Montagne e All’amato, in Parole. Tutte le poesie, Àncora, Milano 2015, 259; 144; 308).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA /
Con voi

Con voi

«Il Papa è con voi»: questo il saluto di Francesco per la VIa Giornata mondiale dei Poveri diffuso dal suo Osservatore di Strada, che sarà distribuito domani dai poveri in piazza San Pietro. «Abbraccio ciascuno di voi che portate sulle spalle, sul cuore il peso dell’esclusione. Quello che per il mondo è scarto per Cristo è bellezza».

Proprio domani, domenica 13 novembre, le comunità cristiane ricorderanno questa giornata. I poveri, da sempre sono nostra provocazione e ricchezza, perché nel loro vuoto e nella loro esclusione sono i portatori di Cristo.

«I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me»: questo detto di Gesù è riportato da tutti e quattro gli evangelisti (Mc 14,7; Mt 26:6-13; Gv 12:1-8; Lc 7:36-50) a testimonianza dello stretto legame che Gesù stesso instaura tra sé e i poveri, ai quali affida la Sua presenza nella storia.

Gesù, infatti, non solo sta dalla parte dei poveri, ma ha voluto condividere con loro la stessa sorte. Così la sua condizione, la spogliazione di Cristo e quella dei poveri sono una grazia da ricevere: la grazia della sua presenza come quella del vangelo e del pane spezzato sulla mensa eucaristica; grazia da accogliere come la nostra stessa vita, come forza di risurrezione per la nostra stessa vita.

Nel mensile dell’omonimo quotidiano del Papa è riportato pure il suo messaggio che ha per titolo un testo paolino: «Gesù Cristo si è fatto povero per voi (2 Cor 8,9)».

«Dovunque si volga lo sguardo, si constata come la violenza colpisca le persone indifese e più deboli…  Davanti ai poveri non si fa retorica, ma ci si rimbocca le maniche e si mette in pratica la fede attraverso il coinvolgimento diretto…

Se vogliamo che la vita vinca sulla morte e la dignità sia riscattata dall’ingiustizia, la strada è la sua: è seguire la povertà di Gesù Cristo… La solidarietà, è proprio questo: condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra».

Una Giornata che arriva da lontano

È stata istituita da papa Francesco il 20 novembre 2016 con la lettera apostolica Misericordia et misera [Qui] − diffusa al termine del Giubileo straordinario della misericordia; fu però in una precedente occasione – egli disse – di avere avuto l’intuizione di una giornata per i poveri.

Era l’11 novembre, memoria liturgica di san Martino di Tours, dieci giorni prima della chiusura del giubileo e papa Francesco era nell’Aula Paolo VI, presenziava al Giubileo delle persone socialmente escluse. Erano presenti nell’aula quattromila persone senza fissa dimora, alcuni delle quali raccontarono la loro vita.

Infine alcuni clochards, ponendogli le mani su una spalla e su un braccio, pregarono con lui. Tra loro c’era anche Étienne Villemain, fondatore nel 2010 dell’Associazione Lazare, dedita alla solidarietà nei confronti dei senza fissa dimora che gli chiese: «Santità, non potrebbe istituire una Giornata mondiale dei poveri?». Il Papa ascoltò le sue parole e sorrise.

Due giorni dopo, il 13 novembre, nella Basilica di San Pietro, Francesco presiedeva la Messa conclusiva del Giubileo delle persone socialmente escluse e all’omelia disse: «Vorrei che oggi fosse la “Giornata dei poveri”».

Così una settimana dopo quel desidero diventò realtà: «Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa (cfr. Lc 16,19- 21), non potrà esserci giustizia né pace sociale».

Sono così arrivate a sei le giornate mondiali dei poveri, come i sei giorni della creazione, come quelli della nostra settimana: l’agire di Dio nella sua alleanza con la creazione e con noi, chiamati alla fraternità e alla cura della terra, è anche un nostro agire, nostra responsabilità da vivere nella quotidianità perché la nostra umanità non impoverisca di speranza e di vita: nostro “impegno con Cristo”.

I temi delle giornate dei poveri
  1. Non amiamo a parole ma con i fatti (2017) [Qui]
  2. Questo povero grida e il Signore lo ascolta (2018) [Qui]
  3. La speranza dei poveri non sarà mai delusa (2019) [Qui]
  4. “Tendi la tua mano al povero” (cfr. Sir 7,32) (2020) [Qui]
  5. «I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7) (2021) [Qui]
  6. Gesù Cristo si è fatto povero per voi (cfr. 2 Cor 8,9) (2022)

Con questa giornata il Papa chiede un approccio differente alla povertà. Lo stesso che già aveva auspicato nelle precedenti sue esortazioni e lettere encicliche:

«Non si tratta (…) di avere verso i poveri un comportamento assistenzialistico, come spesso accade; è necessario invece impegnarsi perché nessuno manchi del necessario. Non è l’attivismo che salva, ma l’attenzione sincera e generosa che permette di avvicinarsi a un povero come a un fratello che tende la mano perché io mi riscuota dal torpore in cui sono caduto.

Pertanto, “nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze. Questa è una scusa frequente negli ambienti accademici, imprenditoriali o professionali, e persino ecclesiali. […] Nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale”» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 201).

«È urgente trovare nuove strade che possano andare oltre l’impostazione di quelle politiche sociali “concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che unisca i popoli” (Enc. Fratelli tutti, 169).

Bisogna tendere invece ad assumere l’atteggiamento dell’Apostolo che poteva scrivere ai Corinzi: «Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza» (2 Cor 8,13).

Non lasciarti rubare il cuore dalla paura

Scriveva don Primo Mazzolari [Qui] al tempo del miracolo economico italiano 1958-1963: «Pare assai comodo non vedere i poveri. Quella dei poveri, come quella di Dio, è una presenza scomoda. Sarebbe meglio che Dio non fosse; sarebbe meglio che i poveri non fossero: poiché se Dio c’è, la mia vita non può essere la vita che conduco; se i poveri ci sono, la mia vita non può essere la vita che conduco.

Non fa paura il povero, non fa paura la voce di giustizia che Dio fa sua, fa paura il numero dei poveri. Io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano

Invece, la paura non ha mai suggerito la strada giusta. Ieri la paura pagò i manganellatori: oggi non vorrei che foraggiasse i reazionari, invece d’incominciare finalmente un’opera di giustizia verso coloro che hanno diritto alla giustizia di tutti» (La parola ai poveri, La Locusta, Vicenza 1960. 24; 36-37).

C’è una povertà che fa vivere e libera la vita e c’è una povertà che rende schiavi e fa morire. Occorre pertanto mettersi a cercarla, partendo dal non lasciarti anestetizzare, paralizzare il cuore e con il cuore la libertà di amare e di accogliere coloro che vengono da lontano e di sollevare chi è vicino e vive in povertà e ristrettezze; rialzando lui risolleverai anche te e quelli con te.

Se si mantiene fisso lo sguardo su Gesù, se si impara a guardare con i suoi occhi scoprirai che i poveri non porteranno via a te qualcosa, ma sarai tu invece a rubare il loro tesoro più prezioso: il vangelo che è in loro, il Regno di cui sono eredi e che da sempre è annunciato a loro.

Accade che quando li incontri è proprio il vangelo che silenziosamente, nascostamente è annunciato anche a te: i poveri sono ad un tempo gli evangelizzati e gli evangelizzatori delle comunità cristiane anche oggi.

La ricchezza che loro portano è proprio la stessa ricordata da Paolo: «Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).

Povero per noi

Il testo paolino è tratto da una vicenda che vede protagonisti l’apostolo Paolo e la comunità di Corinto da lui fondata. Si trattava di rispondere ad una richiesta di aiuto da parte delle comunità cristiane di Gerusalemme, per far fronte alla loro povertà legata alla carestia che aveva colpito la regione e provocato una moltitudine di poveri e affamati.

Così Paolo, per aprire i cristiani della comunità alla solidarietà, invita i fedeli a volgere il loro sguardo a Gesù, alla smisuratezza del suo amore per noi. A guardare a colui che ha assunto su di sé la condizione umana in tutte le sue fragilità e povertà, per poter condividere con noi la ricchezza della sua vita risorta generatrice di fraternità.

Scrive il Papa: «Penso in questo momento alla disponibilità che, negli ultimi anni, ha mosso intere popolazioni ad aprire le porte per accogliere milioni di profughi delle guerre in Medio Oriente, in Africa centrale e ora in Ucraina. Le famiglie hanno spalancato le loro case per fare spazio ad altre famiglie, e le comunità hanno accolto con generosità tante donne e bambini per offrire loro la dovuta dignità.

Tuttavia, più si protrae il conflitto, più si aggravano le sue conseguenze. I popoli che accolgono fanno sempre più fatica a dare continuità al soccorso; le famiglie e le comunità iniziano a sentire il peso di una situazione che va oltre l’emergenza.

È questo il momento di non cedere e di rinnovare la motivazione iniziale. Ciò che abbiamo iniziato ha bisogno di essere portato a compimento con la stessa responsabilità.

La solidarietà, in effetti, è proprio questo: condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra. Più cresce il senso della comunità e della comunione come stile di vita e maggiormente si sviluppa la solidarietà» (Messaggio, 4; 5).

Povertà che uccide e povertà che libera

Scrive ancora papa Francesco: «La povertà che uccide è la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita.

È la miseria che, mentre costringe nella condizione di indigenza estrema, intacca anche la dimensione spirituale, che, anche se spesso è trascurata, non per questo non esiste o non conta.

Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi.

Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento.

La povertà che libera, al contrario, è quella che si pone dinanzi a noi come una scelta responsabile per alleggerirsi della zavorra e puntare sull’essenziale. In effetti, si può facilmente riscontrare quel senso di insoddisfazione che molti sperimentano, perché sentono che manca loro qualcosa di importante e ne vanno alla ricerca come erranti senza meta.

Desiderosi di trovare ciò che possa appagarli, hanno bisogno di essere indirizzati verso i piccoli, i deboli, i poveri per comprendere finalmente quello di cui avevano veramente necessità.

Incontrare i poveri permette di mettere fine a tante ansie e paure inconsistenti, per approdare a ciò che veramente conta nella vita e che nessuno può rubarci: l’amore vero e gratuito. I poveri, in realtà, prima di essere oggetto della nostra elemosina, sono soggetti che aiutano a liberarci dai lacci dell’inquietudine e della superficialità» (Messaggio, 8).

Andare dai poveri per costruire una cosa nuova

Ancora una pagina provocante, così ancora attuale di don Mazzolari: «Diteci allora dove si può conoscere il povero. Dove sta di casa: dove soffre e attende che qualcuno gli si metta vicino: dove si prepara la redenzione o il perdimento dell’uomo.

I destini del mondo si maturano in periferia. Nelle piazze e nei parlamenti si fanno gli affari e la politica; ma l’umanità si degrada o si eleva in periferia, ove molti vanno a far questua di voti o di peggio, come se il dolore potesse essere sfruttato al pari della fatica senza che gridi vendetta a Dio» (La parola ai poveri, 52).

Non può nascere fratellanza se prima l’uomo non rinasce in umanità. E continua: «chi non sente l’amore dell’uomo non può, avere fratelli; e chi non arriva al fratello rischia di cancellare anche l’uomo… Prima del guadagno, c’è l’uomo: prima del diritto al guadagno, c’è il diritto alla vita».

Perché avvenga e maturi questa coscienza è necessario nuovamente ascoltare Cristo nel povero, vederlo nuovamente incarnato in ogni persona e dire come Tommaso, l’incredulo credente: “Sei tu Signore ti riconosco”.

Una nuova città e una cittadinanza solidale, come pure una chiesa rinnovata ed una ecclesialità sinodale capace di annuncio e di incarnazione del vangelo ai poveri, si iniziano a costruire “fuori delle mura”, varcando in uscita la soglia dalle chiese, andando verso quelle periferie spirituali, esistenziali, sociali che sono pure “intra moenia.

«Bisogna andare dai poveri – rilancia ancora don Primo – È più facile magari andare in chiesa e forse è anche più comodo. I poveri non s’incontrano lungo il corso, o sulle piazze, molto meno nei comizi, ove spesso si alterano i loro connotati, come se il Cristo fosse quello visto dai farisei, da Erode, da Pilato, da Giuda.

Bisogna andare là dove il povero nasconde la sua sofferenza e la nostra ingiustizia. Il più delle volte non ha neanche una casa: “fui senza tetto e non mi accoglieste” (Mt 25, 43)… Il povero – ogni povero – si presenta al cristiano con un diritto di precedenza: col volto e il diritto di Cristo: “Avevo fame, avevo sete, ero senza casa …”.

Chi non capisce il povero non capisce Cristo: chi lascia fuori il povero lascia fuori Cristo, che ancora una volta va a morire fuori delle mura. Le paure del mondo borghese non mi fanno paura: mi fa paura che Cristo vada a morire fuori della città.

Noi abbiamo cattedrali magnifiche, insegne cristiane ad ogni passo, ma se Cristo è in agonia fuori delle mura, coloro che costruiranno la nuova città sono fuori delle mura dove Cristo è in agonia» (La parola ai poveri, 38; 50; 54).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA /
Gente di cantiere, pietre vive

 

Gente di cantiere: pietre vive

Si fa un gran parlare in questo periodo di cantieri aperti, e non solo in senso metaforico. Il cantiere richiama l’idea del lavorare insieme, e questo implica un progetto comune, una lettura condivisa del progetto e l’attuazione di processi di corresponsabilità, condivisione e coordinamento per affrontare le problematiche che di volta in volta si presentano in fase realizzativa.

Gente di cantiere: vite condivise

Ai miei occhi il cantiere assomiglia a una melagrana brulicante di sementi che premono per uscire fuori e farsi alberi: «la pianta è un cantiere sempre aperto/ a chi vi torna senza averne memoria» (Biancamaria Frabotta [Qui] ).

È parola che rimanda a una pluralità di immagini, di significati e di applicazioni, e si declina forgiandosi con tutti gli aspetti e gli ambiti del vivere umano: dal suo iniziare, prendere forma e infine compiersi. Non può sorprendere allora che all’immagine del cantiere si sia ricorsi pure per rappresentare il cammino sinodale della Chiesa italiana.

In una città e chiesa antiche come la nostra, più che costruire dal nulla, viene da pensare a un cantiere di ristrutturazione. Il rinnovamento passa attraverso un’opera di custodia e salvaguardia, volta ad aggiornare l’antico, a rendere attuale, per l’oggi, quanto di prezioso ricevuto dal passato. La tradizione è tale solo se continua a farci vivere, arricchendosi con noi.

Vetera novis augere et perficere” era il detto di Leone XIII [Qui], volto a sottolineare la necessità di attuare il pensiero di Tommaso d’Aquino nella chiesa dell’epoca: “accrescere e migliorare le cose vecchie con le nuove”. Rendere la tradizione viva, incarnare il vangelo di sempre per comprenderlo e viverlo nella situazione dell’oggi.

Rerum novarum (Delle cose nuove) recita l’incipit della sua enciclica sulla questione operaia, prima pietra del pensiero sociale della chiesa. Con essa iniziò il cammino di apertura della chiesa verso la società e il mondo del lavoro, segnato dalle trasformazioni e dai molti problemi legati al capitalismo industriale.

Il Papa sollecitava così la formazione di organizzazioni sindacali basate sulla solidarietà cristiana, sottolineando la necessità della mediazione statale nei conflitti tra lavoro e capitale.

«L’ardente brama di novità che da gran tempo ha cominciato ad agitare i popoli, doveva naturalmente dall’ordine politico passare nell’ordine simile dell’economia sociale. E difatti i portentosi progressi delle arti e i nuovi metodi dell’industria; le mutate relazioni tra padroni ed operai; l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà; il sentimento delle proprie forze divenuto nelle classi lavoratrici più vivo, e l’unione tra loro più intima; questo insieme di cose, con l’aggiunta dei peggiorati costumi, hanno fatto scoppiare il conflitto».

Il cantiere della sinodalità: un cantiere nel cantiere

La sinodalità è tema centrale e determinante per comprendere la visione e lo stile di Chiesa voluto da papa Francesco. Con il suo magistero, egli ha inteso riaprire quel cantiere del Concilio progettato da papa Giovanni XXIII come aggiornamento pastorale nelle mutate situazioni della cultura e della società in cui la vita della chiesa si esprime.

Certo, tutti desiderano chiudere un cantiere al più presto; ma quando i lavori restano incompiuti occorre avere il coraggio e la pazienza di riaprirlo: e questo è avvenuto attraverso il cantiere della sinodalità aperto al contributo di tutti, soprattutto della base, al fine di attuare finalmente quelle istanze ed esigenze di riforma e rinnovamento rimasti sulla carta al tempo del Vaticano II.

Come nella parabola degli operai della vigna, tutti sono così chiamati a fare la loro parte nel cantiere di un nuovo umanesimo solidale, in quello della fraternità, dell’evangelizzazione e della missione ecclesiale, collaborando anche con coloro che hanno a cuore la costruzione di un futuro sostenibile sulla terra.

Rispetto a questa parabola, noi siamo gli operai dell’ultima ora, gente di cantiere, chiamati ad attuare quel progetto di vita – perché il vangelo tale è − del grande cantiere dell’umanità.

Costruttori solidali si diventa

Mio papà Giacomo era muratore − eravamo dopo la metà degli anni ’60 − e qualche volta l’ho aiutato a costruire la nostra casa. Lavoretti da poco, tanto per darmi soddisfazione: mettere a bagno le pietre, tenere il filo a piombo, passargli gli attrezzi, reggere la staggia sull’intonaco, aggiungere acqua alla calce rappresa, far salire e scendere dall’impalcatura il secchio con la corda e la carrucola. Scoprii allora quanto fosse fondamentale, anche in un cantiere così piccolo come il nostro, l’ascolto reciproco.

Quando fu in pensione venne poi a lavorare a santa Francesca: era la fine anni ’80, e con qualche volontario – fra cui don Sandro, suo fratello Antonio, Gian Franco e Claudio − prese parte ai lavori di ristrutturazione della parrocchia.

Era il nostro un lavoro di bassa manovalanza, dopo il quale intervenivano gli operai dell’impresa. Lavori che proseguirono per anni, imponendomi di vivere molti anni in parrocchia come fosse un cantiere aperto, con impalcature dentro e fuori: prima la casa canonica, poi i tetti, il campanile e infine il consolidamento delle fondamenta della chiesa.

Nonostante questa esperienza sul campo, prima di scrivere di cantieri ho voluto comunque interrogare un amico muratore che è divenuto anche capo cantiere: Lorenzo.

Così gli ho domandato: “Qual è la prima parola che ti viene in mente se io dico cantiere?”. “Sicurezza”, è stata, senza esitazioni, la sua risposta. “Si deve iniziare ogni giornata verificando se siamo sicuri, altrimenti bisogna fermarsi”.

L’etimologia della parola sicuro dice ‘senza preoccupazione’, composto di ‘se’, che indica separazione o privazione, e ‘cura’, (‘preoccupazione’). Si è sicuri perché prima ci si è presi cura di mettere al riparo da rischi e pericoli. “Costruire è prima di tutto custodire”; è capire il valore delle relazioni e della responsabilità; gli altri ci sono affidati per crescere e migliorare insieme.

“Si fa il punto, si valuta insieme”, dice poi Lorenzo. “Io chiedo agli altri se nell’esecuzione del lavoro hanno proposte o idee per una migliore attuazione soprattutto da chi può avere più esperienza. Il progetto stesso va poi valutato in cantiere: vengono studiati i criteri di fattibilità, adattandolo alle situazioni che si incontrano.

La suddivisione dei lavori e il loro coordinamento sono poi essenziali. Un cantiere è un insieme differenziato e molteplice, che comporta e combina articolazioni e mansioni diverse”.

“Ancora è importante l’ascolto di tutti, e il farsi ben comprendere da tutti: saper valorizzare anche mezza idea e poi adattarla con un’altra come con le pietre. Oltre all’ascolto è importante prevedere e provvedere agli approvvigionamenti dei materiali; vedere oltre, mentre si è ancora in corso d’opera”.

“Avere cura delle persone che lavorano è come porre la calce tra le pietre. Si cresce insieme anche in professionalità, perché si impara gli uni dagli altri. Un cantiere nel cantiere è allora anche lavorare con le persone, loro stesse sono un cantiere in costruzione.

È così importante affidarsi a loro con fiducia, dare consigli e soprattutto gratitudine, ringraziali per il loro lavoro, riconoscere la fatica e i sacrifici che comporta. Il cantiere cresce se uno sa trasmettere amore per quello che sta facendo, se ama il suo lavoro diventa contagioso per gli altri”.

Un salmo che dà sicurezza

La sicurezza nei cantieri sinodali può contare sul Salterio − e in particolare sul salmo 127 − come se fosse il suo manuale. Nel suo commento al salmo citato Gianfranco Ravasi [Qui] ricorda che esso introduce uno spaccato «di vita urbana e sociale fatto di case, di città, di architetture, di porte cittadine, di turni di guardia, di figli, di cibo, di lavoro, di sonno».

Il progetto di edificare la vita buona è benedetto da Dio; il salmo canta «la felicità comunitaria (città) e domestica (famiglia)» che nasce dalla sua benedizione. Ci ricorda che l’attività umana, come l’agire sinodale, portano frutto, si accrescono e si attuano a condizione che Lo si prenda o meno come “co-costruttore”.

Infatti, in questo salmo «Dio non si limita a benedire, ma partecipa al lavoro, costruisce egli stesso la casa, ne è egli stesso il custode». E lo fa con stile di gratuità. Quasi a dire che questa è alla base di ogni costruzione e progetto di umanità fraterna, sociale e familiare. Usando la seconda persona plurale, il “voi”, il messaggio del salmo si apre come proposta rivolta non solo all’individuo ma all’esperienza di tutti.

In altre parole si è chiamati nelle nostre comunità cristiane, comunità provvisorie e cantieri aperti, a costruire le nostre relazioni sulla grazia e nella reciprocità del dono.

Se il Signore non costruisce la casa,
invano si affaticano i costruttori.
Se il Signore non vigila sulla città,
invano veglia la sentinella.
Invano vi alzate di buon mattino
e tardi andate a riposare,
voi che mangiate un pane di fatica:
al suo amico egli lo darà nel sonno.

Dio quando costruisce, edifica granai. Così viene da pensare poiché il verbo ebraico che esprime l’atto del «costruire» (qrh) alla lettera significa ‘mettere un solaio, gettare il basamento di un granaio’. Del resto in ugaritico qrjt e in accadico qarflu significano appunto «granaio» (Ravasi).

Senza di Lui, c’è infatti sempre il rischio di costruire ragnatele, anziché edificare comunità. Ce lo ci ricorda la sura XXIX del Corano: «Coloro che prendono per sé dei padroni all’infuori di Dio sono simili al ragno che si costruisce un’abitazione. E chi non lo sa che la casa-ragnatela del ragno è ciò che di più fragile esiste sulla faccia della terra?».

L’apostolo Paolo è nel cantiere della comunità di Corinto come un capomastro ed esorta quei cristiani come fossero operai di cantiere dicendo: «Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio. Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1Cor 3,9-11).

Cantiere navale e comunità di destino

Tra i simboli della Chiesa in età patristica vi è quella della nave come comunità di destino, costruita con tutte le forze: “il colpo d’ascia rimbombi attraverso tutto” e con tutto il cuore “a vele spiegate dal vento”. Siamo tutti sulla stessa barca: coloro che costruiscono la nave, sono gli stessi che con essa navigheranno verso un porto sicuro.

Scrive Hugo Rahner [Qui] in Simboli della chiesa (ed. San paolo Milano 1995, 339): «La teologia dei Padri della Chiesa ha avviluppato tutto ciò nei concetti simbolici in voga sin dai primordi, concetti che vedevano nella Chiesa quella grande nave, a cui è affidata la nostra salvezza.

La Chiesa è navigazione verso il portus salutis. Chiesa è viaggio pericoloso e, allo stesso tempo, meraviglioso: pericoloso, perché non è ancora giunto in porto; meraviglioso, perché è luogo unico di sicurezza, in mezzo al mare procelloso. Questa nave della Chiesa è costruita con il legno della Croce, e il suo ritorno in patria è garantito dall’ albero con il quale il pennone della vela, postogli di traverso, forma la  croce: antenna crucis».

Gregorio Nazianzeno [Qui] descrive come dovrà essere quella fortunata nave, capace di raggiungere un destino di salvezza, e la descrive come Seneca: «Non sia la tua nave colorata con graziosi colori, né brilli di bellezza civettuola, se deve sopportare le forti scosse del mare. No, una buona nave è ben inchiodata ed è a prova di mare e solidamente connessa dal costruttore: soltanto così essa taglierà le onde».

È così la simbolica della nave della vita umana, che va a rappresentare anche quella della chiesa. Comunità di destino è la chiesa come la vita umana dalla cui bontà e dalla cui buona tenuta dipendono la vittoria contro il mare tempestoso.

Gregorio di Nissa [Qui] descrive la costruzione di una buona nave frutto della buona collaborazione di tutti: «Uno mette insieme la chiglia, un altro si dà da fare per erigere le assi. Chi costruisce la prua e chi la poppa. Questi si affatica attorno all’albero e quegli intorno all’antenna».

E se torniamo sulla terra ferma è Ignazio di Antiochia [Qui] che ci offre la descrizione più bella della gente di cantiere, paragonandola a pietre vive: «Voi siete davvero le pietre del Padre preparate per la costruzione che egli compie, elevate con l’argano di Gesù Cristo che è la croce, usando come corda lo Spirito Santo.

La fede è la vostra leva e la carità la strada che vi conduce a Dio. Siete tutti compagni di viaggio, portatori di Dio, portatori del tempio, portatori di Cristo e dello Spirito Santo, in tutto ornati delle parole di Gesù Cristo». (Lettera agli Efesini, 9)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA /
La vita buona

 

Il bene comune, cuore della vita buona

Scrive il filosofo Charles Taylor [Qui] che l’orizzonte e la meta a cui tendono il nostro vivere non è solo quello di una vita buona in senso aristotelico. Non basterebbe, infatti, per la felicità di ogni cittadino, raggiungere il culmine dei valori a cui ciascuno aspira nelle loro giuste proporzioni.

Nell’età moderna, l’umanità scopre una nuova tappa del proprio cammino, nella quale acquista consapevolezza, che la vita buona trova nel “bene comune” la propria sorgente.

«È solo con la Riforma che si impone l’idea di ispirazione cristiana che la vita comune è il nucleo stesso della vita buona… e – prosegue Taylor – credo che questa affermazione della vita comune, per quanto tutt’altro che pacifica e spesso svolta in termini non religiosi, sia diventata una delle idee più potenti della civiltà moderna…

La percezione dell’importanza della quotidianità e, conseguentemente, della sofferenza colora di sé l’intera nostra concezione di che cosa voglia dire veramente rispettare la vita e l’integrità umana» (Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Feltrinelli, Milano 1993, 27-28).

Non è un’intuizione, quella di Taylor, ma una constatazione difficilmente refutabile. Non si può giungere alla vita buona senza consapevolezza del bene comune o prescindendo dall’esercizio della condivisione come suo strumento di ricerca ed attuazione.

Il bene comune è così il bene stesso della vita buona: che è un bene per sua natura relazionale, in quanto si forma, cresce e matura solo dall’incontro della nostra libertà con quella dell’altro. Si verifica solo nelle relazioni interpersonali e trova il suo fine adeguato nella loro maturazione.

Già per Tommaso d’Aquino [Qui], del resto, il bene comune è il bene di tutti e di ciascuno, un bene che non sottrae l’essenziale alla persona, né impoverisce l’ambiente o la società. È quel bene che si attua negli individui per il fatto stesso della loro unione, e a cui tutti sono chiamati a partecipare.

Nel contesto dell’esperienza cristiana si esprime e si attua nell’orizzonte di una comunione e nello stile di un camminare insieme, sinodale appunto: «Il bene comune – così si esprime il Concilio − si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno e più rapido della loro perfezione» (Gaudium et spes 74 b; cfr. anche 26; pure la Dichiarazione Dignitatis humanae, 6).

Con gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, Educare alla vita buona del Vangelo la Conferenza episcopale intendeva offrire «alcune linee di fondo per una crescita concorde delle Chiese in Italia nell’arte dell’educazione».

Nel mezzo di questo cammino papa Francesco si è inserito facendo emergere un’ulteriore consapevolezza: quella che si educa alla vita buona del vangelo se si educa alla sinodalità, vivendola come stile permanente di chiesa in una convivialità delle differenze e comunione nelle diversità.

Il Cristo in noi è così speranza di vita buona, il bene comune, come pure la sua “pro-esistenza”, il suo esistere per la vita buona degli altri diventa quel bene comune a cui partecipare.

Se si fa proprio lo stesso sguardo di Gesù, questo sarà capace di aprirci ad una umanità nuova e piena: «Nel gesto della moltiplicazione dei pani e dei pesci è condensata la vita intera (vita buona) di Gesù che si dona per amore, per dare pienezza di vita (vita comune). Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: “prendete”, “mangiate”» (EVBV, 18).

Emblematico, come uno scossone, fu l’intervento di papa Francesco nel gennaio del 2021, cinque anni dopo il Convegno ecclesiale di Firenze, in cui espresse l’urgenza di non fermarsi a quell’evento.

Egli sprona ad essere anzi solleciti nel ripartire da quell’evento per avviare un processo di conversione in stile sinodale, che testimoni la gioia di vivere, quella vita buona che scaturisce dall’annuncio e dalla pratica vicendevole del vangelo negli ambiti decisivi del proprio vivere.

Così papa Francesco: «Cruciale risulterà la sfida dell’annuncio del Vangelo in un’Italia in continuo cambiamento che fatica a incontrare la gioia di credere. Una sfida che passa dalla liturgia, dalla famiglia, dai giovani, dalla carità: tutti ambiti (quelli emersi al convegno) che entreranno nel processo sinodale. Lo sguardo verrà rivolto anche alla società: il che significa, ad esempio, toccare i temi della cultura, delle povertà, delle fragilità, della cittadinanza, del lavoro.

E idealmente il Sinodo congiungerà quasi un ventennio di vita ecclesiale italiana, recependo gli ultimi due Convegni nazionali: quello di Firenze nel 2015 e quello di Verona nel 2006 (con i suoi cinque ambiti: affettività; lavoro e festa; fragilità; tradizione; cittadinanza)».

Come realizzare questo? a partire da dove?

Questa la risposta del papa: «Al centro del cammino sinodale ci sarà l’ascolto, che vuol dire primato delle persone sulle strutture, corresponsabilità, attenzione ai variegati volti della Chiesa italiana. La CEI è ben consapevole che la comunità ecclesiale del Paese ha storie e sensibilità non uniformabili che sono, anzi, una ricchezza e lo specchio della “convivialità delle differenze” che caratterizza la vita di fede nella Penisola».

Un debito di ascolto

«Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole» (Rm 13, 8).

Nel suo libro La vita comune, Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) [Qui] scriveva: «Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo. Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare» (La vita comune, Brescia, 1969, 147-149).

Dopo l’intervento del papa, nella 75ª Assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana, il 22-25 novembre 2021, la decisione unanime fu quella di mettersi in ascolto del popolo di Dio, di tutti i battezzati, e di «aprire il cuore e l’orecchio a quanti (…) sono rimasti ai margini della vita ecclesiale», di colmare «la distanza che separa il Vangelo dalla vita», di «riorganizzare la speranza, in una società che corre veloce lasciando spesso indietro i più deboli, che subisce il fascino mutevole delle mode, che parla linguaggi nuovi e fa dell’individuo il suo centro».

Così iniziò il primo tratto di quel processo di consultazione del cammino sinodale con la consapevolezza di dover dare spazio alla creatività di ciascuno, sino a consentirgli di travalicare i confini già tracciati.

La strada da percorrere, per quanto sconcertante possa sembrare, è quella dell’ascolto, del sostegno e della vicinanza, anche da parte dei pastori al popolo di Dio: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve» (Ap 2,17).

Verso chi siamo in debito d’ascolto?

La risposta è venuta ai pastori dalle riflessioni e dagli interventi emersi nei 50.000 gruppi sinodali delle chiese e comunità cristiane, per un totale di 219 testi pervenuti alla CEI. Una cartina di tornasole che ha fornito un quadro delle aspirazioni di rinnovamento più avvertite tra i cristiani, senza risparmiare critiche al panorama ecclesiale italiano.

Così nella Sintesi nazionale della fase diocesana del cammino sinodale, pubblicata il 18 agosto 2022, si è evidenziato il fatto che la Chiesa italiana soffre di “un debito di ascolto” nei confronti di diversi soggetti, tra cui soprattutto i giovani, le vittime di abusi sessuali e di coscienza, i poveri.

È detto pure che la prassi dell’accoglienza dovrà ripartire innanzitutto dalle differenze, specie da quelle nei confronti delle quali le chiese e le comunità si sono mostrate più impermeabili. Differenze generazionali, nate da storie ferite, di genere, d’orientamento sessuale, culturali, sociali o legate alla disabilità.

Forte la sottolineatura sulla necessità di puntare alle relazioni, perché l’incontro con le persone diventi il centro stesso dell’azione pastorale, capace poi di avviare anche una trasformazione degli ambiti e dei soggetti che compongono le stesse istituzioni ecclesiali.

È proprio il lasciarsi permeare dalle differenze intra ed extra ecclesiali, che porterà alla luce il nuovo e indicherà le vie per realizzare quella “riforma della chiesa in uscita missionaria”, auspicata da papa Francesco nella Evangelii gaudium (n. 17).

In questa direzione si muove a non per caso l’intervento di apertura di papa Francesco al Congresso dei leader religiosi del mondo riuniti a Nur-Sultan in Kazakhstan a metà settembre:

«Ma come intraprendere una missione così ardua? Da dove iniziare? Dall’ascolto dei più deboli, dal dare voce ai più fragili, dal farsi eco di una solidarietà globale che in primo luogo riguardi loro, i poveri, i bisognosi che più hanno sofferto la pandemia, la quale ha fatto prepotentemente emergere l’iniquità delle disuguaglianze planetarie».

Ancora e sempre dall’ascolto verrà così la capacità di lavorare insieme nei cantieri di casa nostra: i “Cantieri di Betania”, così titola il testo che raccoglie le proposte e le indicazioni pastorali dei vescovi per il secondo anno della fase narrativa del sinodo.

Avevo già ricordato in precedenza che i cantieri sono tre: “cantiere della strada e del villaggio”, che implica l’ascolto dei diversi “mondi” in cui i cristiani vivono e lavorano, con la connessa questione dei differenti linguaggi da apprendere.

Poi quello “dell’ospitalità e della casa” (Betania casa degli amici): è questo il cantiere delle relazioni e delle strutture comunitarie da riformare e rendere vive, mettendo a tema, senza reticenze, ricchezze e limiti degli organismi ecclesiali di partecipazione.

Infine il cantiere “delle diaconie e della formazione spirituale”, che unisce la questione della corresponsabilità femminile nella comunità cristiana e l’ambito dei servizi e ministeri ecclesiali.

I Centri di ascolto

Nella proposta dei Cantieri di Betania vi è pure da svolgere un tema libero, da scegliersi in ciascuna chiesa; vedremo quale emergerà dalla nostra diocesi. Nel frattempo mi sono messo di buona lena e, dall’esperienza fatta in questi ultimi quattro anni nell’Unità pastorale di Borgovado, ho pensato che quello dei Centri di ascolto e del loro coordinamento sia un tema emergente e urgente, da focalizzare, perché capace di dare voce e fotografare non solo l’emergenza, i bisogni delle persone, la loro vita non buona e non condivisa, ma pure in grado di aprire le comunità a quel bene comune che si estrinseca in una cittadinanza solidale quale segno tangibile dell’annuncio evangelico.

Nei Centri di ascolto si prova a mettere in pratica un “ascolto attivo”, un’attitudine dialogica, in cui il momento emotivo si apre all’esperienza di un vero incontro empatico che continua nel tempo, capace di avvicinare le persone rendendole meno rigide e più permeabili di fronte alle differenze che caratterizzano questo nostro tempo.

L’ascolto attivo permette anche quelle connessioni formative e pastorali capaci di far interagire persone, ambiti e realtà diverse e di far emergere non solo la vita buona, ma pure il bene che hanno in comune.

Chiesa e territorio, parrocchie e città, visti come un unico “ecosistema” fatto di diversità che interagiscono nella ricerca e nello scambio, in vista di una vita buona per tutti.

Per le nostre comunità parrocchiali proprio la città nella sua complessità e diversità, con i suoi problemi e le sue periferie esistenziali, ma pure con le sue risorse, diventa spazio e scuola di umanità.

Ogni suo ambito, dalle università ai quartieri più poveri e marginali, può diventare uno spazio per la formazione e maturazione della coscienza personale, comunitaria ed ecclesiale, cantiere che pratica la cittadinanza e la mondialità.

Così i centri di ascolto, nella più ampio e attuale contesto del cantiere ecclesiale, possono diventare quello spazio pastorale di ospitalità, di scambio vitale che il concilio aveva indicato come luogo di evangelizzazione da attuarsi con una duplice apertura di ascolto: di Dio e dell’uomo.

Mi ha sorpreso e soprattutto incoraggiato a proseguire su questa strada l’ultimo numero dell’Osservatore di Strada, supplemento mensile dell’Osservatore Romano, voluto da papa Francesco come giornale che nasce dalla strada: “il giornale dell’amicizia sociale e della fraternità”. Il numero di ottobre è infatti tutto dedicato all’ascolto. L’editoriale di strada titola: Se non ascolti, l’elemosina la fai solo a te stesso.

«Ascolto le parole» dice il poeta Daniele Mencarelli [Qui]: «lì sta il senso della vita»; c’è un bene comune da trovare insieme perché dice ancora il poeta: «Tutto chiede salvezza».

Un volto d’uomo, un anziano che si affaccia sulla prima pagina come ad una finestra: ha preso la parola e anche le mani raccontano la sua storia.

E, appuntato lì vicino, un post-it con una poesia:

Si ascolta con gli occhi. Si parte da lì. Guardando.
Guardare chi si ha di fronte, e accogliere quello che ci sta dicendo,
ancora prima che abbia aperto bocca.
Ascoltare la sua figura, quello che ci dice il suo corpo.
Perché i corpi parlano infinite lingue.
Infine, ascoltare la sua voce.
La voce è un suono di carne.
E se la carne, o lo spirito, di chi ci sta parlando
è schiacciato dal peso del dolore, quel suono ne risente,
si incurva, spesso sprofonda,
altre volte diventa sottile come la punta di un ago.
E dice. Racconta. Rivela. O Mente. Fugge.
Ascoltare chi non ha parole, chi ne urla all’infinito,
chi ce le dice odiandoci, piangendo, chi scappando via.
Il dono, senza l’ascolto,
non è che un dare per annullare,
senza nulla aver dato veramente.
(D. Mencarelli in OdS, ottobre 2022)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA /
Non è una utopia

 

L’utopia compagna della speranza

“Da un’economia che uccide a un’economia della vita”. Questo, in estrema sintesi, l’obiettivo del “Patto” per il futuro del mondo firmato dal papa ad Assisi con i giovani di The Economy of Francesco.

Si tratta di un gruppo di giovani economiste ed economisti, imprenditrici ed imprenditori, changemakers, studentesse, studenti, lavoratrici e lavoratori che hanno sottoscritto un documento finale riportato alla fine del testo.

Può sembrare un progetto utopico. Eppure abbiamo imparato da narratori, filosofi e teologi della speranza che utopia non è qualcosa di illusorio, una fuga, un fuori luogo che distoglie dalle responsabilità del presente.

L’utopia è come un seme di una pianta che non c’è ancora, ma che verrà. La città futura, la nuova Gerusalemme secondo l’Apocalisse, in cui si celebrerà una liturgia cosmica, nunziale, lo sposalizio tra cielo e terra.

L’utopia esprime un “altro possibile”. È quella voce minima, come la poesia, una contro parola in cui il tu diventa noi; voce e parola che, invocando il riconoscimento di un altro possibile, rompono la chiusura e liberano dall’estraniazione la realtà in cui il potere come dominio vuole confinarla.

È ancora utopia l’homo absconditus, che è presente in noi, ma non ancora nato. L’utopia è pure quella terra nuova, quel cosmo ed universo esterni e fuori di noi, ma che sentiamo in profondità come nostri, sentendo che noi apparteniamo a loro e senza di loro non possiamo vivere; la meta oltre ogni meta nel nostro cammino di umanità: «nulla è più umano di superare ciò che è» (E. Bloch [Qui]).

Utopia è ciò che domani potrà essere per far nascere quell’oeconomia abscondita, che ancora non c’è. L’utopia è dentro di noi come “coscienza anticipante” capace di precorrere, progettare e costruire – sin da subito − vie nuove, un cantiere in progress, aperto sul futuro.

Questa coscienza anticipante diventa così valico per superare e progredire oltre l’economia presente che ancora impoverisce, degrada o sopprime l’umano, per intravedere ed iniziare a disporre un’economia della vita, perché «pensare (sperare) significa oltrepassare»(E. Bloch).

Sotto questo profilo l’utopia è in compagnia della speranza: la più piccola di tre sorelle, direbbe Charles Peguy [Qui]. Ed invece, segretamente, essa è la più grande perché è lei che conduce le altre due.

È più grande di ogni paura perché conosce la strada. Ma è più grande anche della disperazione, perché la travalica o vi passa sotto. “Spes contra spem” dice Paolo, una speranza connessa a tutte le altre, piccole e grandi speranze sparpagliate sul pianeta che fanno rete e sono attratte da ciò che sperano, anche se ancora non si vede.

Pur essendo la più piccola delle tre sorelle, è la speranza che tiene per le mani l’utopia (la fede) e l’economia (la carità). Le fa avanzare. È lei che allarga la vita, dilata gli orizzonti dello sguardo e del cammino, dà consistenza e futuro all’utopia e all’economia, alla stessa fede e alla carità, scoprendo nuove vie che la paura e la malvagità umane avevano cercato di oscurare e proclamato impossibili da realizzare:

«La piccola speranza – dice Peguy – avanza tra le sue due sorelle grandi e non si nota neanche. Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada tra le due sorelle grandi, la piccola speranza. Avanza…

Ma la mia piccola speranza – dice Dio – è quella che io preferisco, essa dà il buongiorno al povero e all’orfano. La Fede è un grande albero, è una quercia radicata nel cuore della Francia. E sotto le ali di quest’albero la Carità, mia figlia, la Carità ripara tutte le desolazioni del mondo. E la mia piccola speranza non è altro che quella piccola promessa di gemma che s’annuncia proprio all’inizio d’aprile…

Quest’enorme avventura, come dopo un’ardente mietitura, la lenta discesa di una grande sera d’estate. Se non ci fosse la mia piccola speranza. È solo grazie alla piccola speranza che l’eternità sarà. E che la Beatitudine sarà. E che il Paradiso sarà. E il cielo e tutto. Perché lei sola, come lei sola nei giorni di questa terra. Da una vecchia veglia fa sprizzare un domani nuovo» (C. Peguy, I misteri, Jaca Book, Milano 1984, 167; 290; 348).

Jürgen Moltmann [Qui]. esponente della teologia della speranza, ha dichiarato ad un recente convegno: noi «non moriamo nella morte ma nella risurrezione».

La Teologia della speranza è stata la proposta cristiana che negli anni sessanta ha inteso proporre una visione del mondo ponendo al centro le questioni della giustizia e della pace per fare fronte e offrire una visione alternativa a quella dei totalitarismi di ogni matrice ideologica essendo «la speranza la più fondamentale forza di resistenza».

Economia, finanza e profezia

I giovani di molti paesi hanno aderito alla lettera invito del papa già nel 2019 precedendo il Papa ad Assisi. Come una giornata della gioventù di tre giorni, dal 22 al 24 settembre, per riflettere sulle alternative da offrire allo statu quo e pensare una nuova economia «amica della terra – come auspicato da papa Francesco − un’economia di pace».

Durante l’evento conclusivo, Francesco ha esortato a «mettere al centro i poveri», le due realtà, quella economica e la povertà, vanno di pari passo, ricordando che «fino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema», ne «saremo complici».

È molto chiaro con i giovani papa Francesco: «Oggi quasi parlare di economia sembra cosa vecchia: oggi si parla di finanza, e la finanza è una cosa acquosa, una cosa gassosa, non la si può prendere… State attenti a questa gassosità delle finanze: voi dovete riprendere l’attività economica dalle radici, dalle radici umane, come sono state fatte.

Voi giovani, con l’aiuto di Dio, lo sapete fare, lo potete fare; i giovani hanno fatto altre volte nel corso della storia tante cose. State vivendo la vostra giovinezza in un’epoca non facile: la crisi ambientale, poi la pandemia e ora la guerra in Ucraina e le altre guerre che continuano da anni in diversi Paesi, stanno segnando la nostra vita.

La nostra generazione vi ha lasciato in eredità molte ricchezze, ma non abbiamo saputo custodire il pianeta e non stiamo custodendo la pace… Voi siete chiamati a diventare artigiani e costruttori della casa comune, una casa comune che “sta andando in rovina”. Diciamolo: è così. Si tratta di trasformare un’economia che uccide».

La profezia va intesa come immaginazione anticipante e alternativa.

Così nel suo discorso papa Francesco ha apprezzato la scelta dei giovani di “modellare” l’incontro di Assisi sulla profezia, ricordando non solo la profezia di Francesco, ma come nella stessa Bibbia la profezia abbia a che fare con i giovani:

«Un’economia che si lascia ispirare dalla dimensione profetica si esprime oggi in una visione nuova dell’ambiente e della terra.  Dobbiamo andare a questa armonia con l’ambiente, con la terra. Sono tante le persone, le imprese e le istituzioni che stanno operando una conversione ecologica.

Bisogna andare avanti su questa strada, e fare di più. Questo “di più” voi lo state facendo e lo state chiedendo a tutti. Non basta fare il maquillage, bisogna mettere in discussione il modello di sviluppo. La situazione è tale che non possiamo soltanto aspettare il prossimo summit internazionale, che può non servire: la terra brucia oggi, ed è oggi che dobbiamo cambiare, a tutti i livelli».

L’economia delle piante

Quanto mi piace papa Francesco quando prende ad esempio gli alberi nel contesto territoriale, culturale e spirituale della sua Querida Amazzonia. L’input stavolta gli è venuto mettendosi in ascolto dei giovani, apprezzando il lavoro da loro svolto sul tema economico nell’ultimo anno:

«In questo ultimo anno voi avete lavorato sull’economia delle piante, un tema innovativo. Avete visto che il paradigma vegetale contiene un diverso approccio alla terra e all’ambiente. Le piante sanno cooperare con tutto l’ambiente circostante, e anche quando competono, in realtà stanno cooperando per il bene dell’ecosistema.

Impariamo dalla mitezza delle piante: la loro umiltà e il loro silenzio possono offrirci uno stile diverso di cui abbiamo urgente bisogno. Perché, se parliamo di transizione ecologica, ma restiamo dentro il paradigma economico del Novecento, che ha depredato le risorse naturali e la terra, le manovre che adotteremo saranno sempre insufficienti o ammalate nelle radici.

La Bibbia è piena di alberi e di piante, dall’albero della vita al granello di senape. E San Francesco ci aiuta con la sua fraternità cosmica con tutte le creature viventi. Noi uomini, in questi ultimi due secoli, siamo cresciuti a scapito della terra. È stata lei a pagare il conto!

L’abbiamo spesso saccheggiata per aumentare il nostro benessere, e neanche il benessere di tutti, ma di un gruppetto. È questo il tempo di un nuovo coraggio nell’abbandono delle fonti fossili d’energia, di accelerare lo sviluppo di fonti a impatto zero o positivo».

E aggiunge anche che i danni fatti vanno poi riparati, la necessità di una riparazione è un principio di etica universale: «Se siamo cresciuti abusando del pianeta e dell’atmosfera, oggi dobbiamo imparare a fare anche sacrifici negli stili di vita ancora insostenibili. Altrimenti, saranno i nostri figli e i nostri nipoti a pagare il conto, un conto che sarà troppo alto e troppo ingiusto».

Non solo transizione ecologica

Non solo transizione ecologica, ma opzione preferenziale per i poveri.

Così Papa Francesco ha voluto sottolineare che la parola sostenibilità non va declinata solo a livello ecologico. La sostenibilità ambientale non è sufficiente per ridare equilibro e compensare le varie e molteplici forme di squilibrio generate dal sottosviluppo e dalla marginalizzazione sociale. Ecco perché dobbiamo intendere la sostenibilità come una parola a più dimensioni: sociale, relazionale ed ambientale.

«Quella sociale incomincia lentamente ad essere riconosciuta: ci stiamo rendendo conto che il grido dei poveri e il grido della terra sono lo stesso grido. Pertanto, quando lavoriamo per la trasformazione ecologica, dobbiamo tenere presenti gli effetti che alcune scelte ambientali producono sulle povertà».

Del pari, occorre fronteggiare una triplice “insostenibilità”: quella sociale, quella relazionale e la spirituale,

Dell’insostenibilità sociale già papa Francesco aveva scritto nell’enciclica Laudato si’, 49: «ci stiamo rendendo conto che il grido dei poveri e il grido della terra sono lo stesso grido».

Ed ora ad Assisi ricorda che «mentre cerchiamo di salvare il pianeta, non possiamo trascurare l’uomo e la donna che soffrono. L’inquinamento che uccide non è solo quello dell’anidride carbonica, anche la diseguaglianza inquina mortalmente il nostro pianeta.

Non possiamo permettere che le nuove calamità ambientali cancellino dall’opinione pubblica le antiche e sempre attuali calamità dell’ingiustizia sociale, anche delle ingiustizie politiche.

Pensiamo, per esempio, a un’ingiustizia politica; il povero popolo martoriato dei Rohingya [Qui] (un gruppo di fede musulmana in Myanmar Bangladesh), che vaga da una parte all’altra perché non può abitare nella propria patria: un’ingiustizia politica».

Insostenibilità nelle relazioni: «in molti Paesi le relazioni delle persone si stanno impoverendo. Soprattutto in Occidente, le comunità diventano sempre più fragili e frammentate. La famiglia, in alcune regioni del mondo, soffre una grave crisi, e con essa l’accoglienza e la custodia della vita. Il consumismo attuale cerca di riempire il vuoto dei rapporti umani con merci sempre più sofisticate — le solitudini sono un grande affare nel nostro tempo! — ma così genera una carestia di felicità».

Insostenibilità spirituale. Con molta chiarezza papa Francesco indica nel nostro capitalismo una insostenibilità spirituale, perché ha reso gli uomini cercatori di beni e ricchezze a tal punto da far loro dimenticare la fondamentale ricerca di senso dell’esistere; perdendo il senso si perde la speranza perché la vita non dipende dai beni che uno ha:

«L’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio, prima di essere un cercatore di beni è un cercatore di senso. Noi tutti siamo cercatori di senso. Ecco perché il primo capitale di ogni società è quello spirituale, perché è quello che ci dà le ragioni per alzarci ogni giorno e andare al lavoro, e genera quella gioia di vivere necessaria anche all’economia.

Il nostro mondo sta consumando velocemente questa forma essenziale di capitale accumulata nei secoli dalle religioni, dalle tradizioni sapienziali, dalla pietà popolare. E così soprattutto i giovani soffrono per questa mancanza di senso: spesso di fronte al dolore e alle incertezze della vita si ritrovano con un’anima impoverita di risorse spirituali per elaborare sofferenze, frustrazioni, delusioni e lutti».

Tre indicazioni di percorso per andare avanti

*Guardare il mondo con gli occhi dei più poveri; *non dimenticatevi del lavoro, non dimenticatevi dei lavoratori. *Incarnazione: nei momenti cruciali della storia, chi ha saputo lasciare una buona impronta lo ha fatto perché ha tradotto gli ideali, i desideri, i valori in opere concrete. Cioè, li ha incarnati.

Anche con questo discorso papa Francesco si è rivelato “il pastore degli sguardi”. Lo sguardo dice inizio e rilancio di una relazione, è l’utopia di ciò che non c’è ancora.

Così il suo invito è quello di provare a ideare un modello economico ispirandosi a Francesco d’Assisi, al suo sguardo di sposo innamorato di Madonna Povertà che lo ha condotto e converso con i poveri (conversatio cum pauperibus). Nei poveri egli ha visto e incontrato Dio: perché Dio sta dalla parte dei poveri e ne condivide le sorte e le loro speranze.

Di più: egli si nasconde in loro come sorgente di insopprimibile e inestinguibile di speranza. Occorre pertanto guardare a loro e «a partire da essi guardare l’economia, a partire da essi guardare il mondo». Se manca la stima, la cura e l’amore per ogni persona povera, per ogni persona fragile e vulnerabile, non c’è “Economia di Francesco”.

Anzi: «un’economia di Francesco non può limitarsi a lavorare per o con i poveri. Fino a quando il nostro sistema produrrà scarti e noi opereremo secondo questo sistema, saremo complici di un’economia che uccide». Così non solo i poveri ma per Francesco anche la povertà è da stimare se non da amare.

La via da seguire è dunque quella di «creare ricchezza senza disprezzare la povertà. Il nostro capitalismo, invece, vuole aiutare i poveri ma non li stima, non capisce la beatitudine paradossale: “beati i poveri” (cfr. Lc 6, 20).

Noi non dobbiamo amare la miseria, anzi dobbiamo fronteggiarla, anzitutto creando lavoro, lavoro degno. Ma il Vangelo ci dice che senza stimare i poveri non si può combattere nessuna miseria».

 

Noi, giovani chiamati qui ad Assisi da ogni parte del mondo,
consapevoli della responsabilità che grava sulla nostra generazione,
ci impegniamo ora, singolarmente e tutti insieme, a spendere la nostra vita affinché l’economia di oggi e di domani diventi una Economia del Vangelo.
Quindi: un’economia di pace e non di guerra,
un’economia che contrasta la proliferazione delle armi,
specie le più distruttive,
un’economia che si prende cura del creato e non lo depreda,
un’economia a servizio della persona, della famiglia e della vita, rispettosa di ogni donna, uomo, bambino, anziano e soprattutto dei più fragili e vulnerabili,
un’economia dove la cura sostituisce lo scarto e l’indifferenza,
un’economia che non lascia indietro nessuno, per costruire una società in cui le pietre scartate dalla mentalità dominante diventano pietre angolari,
un’economia che riconosce e tutela il lavoro dignitoso e sicuro per tutti, in particolare per le donne,
un’economia dove la finanza è amica e alleata dell’economia reale e del lavoro e non contro di essi,
un’economia che sa valorizzare e custodire le culture e le tradizioni dei popoli, tutte le specie viventi e le risorse naturali della Terra,
un’economia che combatte la miseria in tutte le sue forme, riduce le diseguaglianze e sa dire, con Gesù e con Francesco, “beati i poveri”,
un’economia guidata dall’etica della persona e aperta alla trascendenza,
un’economia che crea ricchezza per tutti, che genera gioia e non solo benessere perché una felicità non condivisa è troppo poco.
Noi in questa economia crediamo. Non è un’utopia, perché la stiamo già costruendo.
E alcuni di noi, in mattine particolarmente luminose, hanno già intravisto l’inizio della terra promessa.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA /
Desiderio desideravi

 

“Desiderio desideravi”

«Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui. E disse: “Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione”.»
(Lc 22,15)

Gli voli un desiderio, [Un desiderio che gli voli v.]
Quando toccato avrà la terra
Incarnerà la sofferenza…
Un vagante raggio ebbe la luce,
Tenue filo dell’anima
Del mio bacio donato
Solo dal desiderio.
Ma dall’esilio ci libererà
L’ostinato mio amore
(Giuseppe Ungaretti)

Il desiderio di Gesù, ci dice Luca, è la nuova Pasqua; attorno a quella mensa si manifesta tutto il suo desiderio di noi. Desiderare è fissare attentamente le stelle: “de-siderare. Attratto dai suoi, dai loro volti, attratto da noi, come colui che è attratto da ciò che gli manca di più e fissa lo sguardo alle stelle (sidera).

Nella sua Pasqua si dispiegano tutti i suoi desideri come le stelle nel firmamento, e questo firmamento l’evangelista Giovanni lo indica nella preghiera di Gesù al Padre prima dell’arresto, che precedette la passione e la morte. Quanti desideri in quella preghiera! Pregare è ardentemente desiderare l’altro, desiderio di donarsi e unirsi a lui.

“Desiderio desideravi”; questo il desiderio desiderante di Gesù prima di essere sottratto ai suoi. Egli alzò gli occhi alle stelle, proteso al Padre nostro che è nei cieli. E ancora una volta il suo desiderio siamo noi:

«Quindi alzati gli occhi al cielo disse: “Non prego solo per questi, (i Dodici) ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17, 20-21).

Un gemito desiderante, passione di amore è quello di Gesù, il suo desiderio è azione che ci fa liberi e amanti, come narra nei Canti ultimi David Maria Turoldo [Qui]:

Care ti siano queste parole
che la mia bocca ora ti canta, Signore:
Gemito sei dell’intera natura
il desiderio che ci fa verticali:
passione di esistere di tutte le vite.

Il desiderio è l’anelito, il turbine avvolgente creativo dello spirito. Il desiderio, come lo spirito, è legame sostanziale, ciò che tiene l’esistenza alla totalità dell’essere, la corporeità al suo soffio attirandola verso l’oltre.

Così ancora Giuseppe Ungaretti [Qui]:

Nel molle giro di un sorriso
ci sentiamo legare da un turbine
di germogli di desiderio
Ci vendemmia il sole
Chiudiamo gli occhi
per vedere nuotare in un lago
infinite promesse
Ci rinveniamo a marcare la terra
con questo corpo
che ora troppo ci pesa
(G. Ungaretti, Fase d’Oriente, 1916)

La cena della nuova Pasqua risveglia in Gesù nella sosta conviviale, come il tramonto nel poeta, spazi di un desiderio nomade d’amore:

Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d’amore
(G. Ungaretti, Tramonto, 1916)

Una liturgia fatta desiderio

Una liturgia fatta desiderio dunque, perché luogo del venire tra i suoi del Maestro, nomade d’amore, fattosi tutto desiderio. Una liturgia plasmata dal suo anelito, luogo dell’accadere e ripresentarsi dello stupore del mistero pasquale, dello scambio conviviale, irruzione dello spirito desiderante di Gesù, che ci raccoglie e ci riunisce di nuovo, fa di molti un corpo solo, come di sementi un pane, di chicchi d’uva un vino: liturgia, culmine e fonte di un ostinato, incessante e risorgente amore.

Così mi è venuto da pensare e da interrogarmi quale fosse il posto del desiderio nelle celebrazioni delle nostre comunità. Il discernimento mi è giunto da papa Francesco:

«L’assemblea ha diritto di poter sentire in quei gesti e in quelle parole il desiderio che il Signore ha, oggi come nell’ultima Cena, di continuare a mangiare la Pasqua con noi. Il Risorto è, dunque, il protagonista, non lo sono di sicuro le nostre immaturità (coloro che celebrano) che cercano, assumendo un ruolo e un atteggiamento, una presentabilità che non possono avere.

Il presbitero stesso è sopraffatto da questo desiderio di comunione che il Signore ha verso ciascuno: è come se fosse posto in mezzo tra il cuore ardente d’amore di Gesù e il cuore di ogni fedele, l’oggetto del suo amore.

Presiedere l’Eucaristia è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio. Quando ci viene dato di comprendere, o anche solo di intuire, questa realtà, non abbiamo di certo più bisogno di un direttorio che ci imponga un comportamento adeguato. Se di questo abbiamo bisogno è per la durezza del nostro cuore» (DD 57).

DD sta per Desiderio desideravi, la lettera di papa Francesco, del 29 giugno 2022, alla chiesa sulla formazione liturgica del popolo di Dio. Condizione di questa formazione è l’umiltà dei piccoli, perché è questa condizione che sola può aprire allo stupore, accendendo il desiderio di lasciarsi attrare e coinvolgere nell’azione liturgica da cui principia e attinge sempre di nuovo la vita cristiana.

È necessaria così una celebrazione che evangelizzi; altrimenti perde di autenticità come «non è autentico un annuncio che non porta all’incontro con il Risorto nella celebrazione: entrambi, poi, senza la testimonianza della carità, sono come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita» (DD 37).

Con questa lettera papa Francesco continua la riflessione sull’attuazione della riforma liturgica del concilio. Già nel 2021 aveva scritto la lettera: Traditionis Custodes sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970, con cui il papa ha voluto ristabilire pur nella varietà delle lingue una celebrazione e “una sola e identica preghiera che potesse esprimere l’unità della chiesa”.

Il motu proprio ha determinato una forte ripresa del disegno conciliare che superasse il lungo periodo di esitazione che aveva segnato la chiesa circa l’uso della liturgia romana anteriore al concilio.

Egli ha inteso così riprendere l’intenzione profonda della riforma liturgica volta a sottolineare il carattere “comune” dell’azione liturgica, anzitutto quella eucaristica, perché uno è Cristo ed una la chiesa.

Questa lettera invece non è un’istruzione pratica o un direttorio, come la precedente. Semmai una meditazione che aiuta a comprendere la bellezza della celebrazione liturgica.

Scrive papa Francesco: «la liturgia non ha nulla a che vedere con il moralismo ascetico. L’incontro con Dio non è il frutto di una ricerca interiore individuale del Cristo, ma è evento donato, che appartiene e coinvolge tutta la totalità dei fedeli riuniti in Lui. La comunità ecclesiale entra nel Cenacolo per la forza di attrazione del desiderio di Gesù che vuole mangiare la Pasqua con noi» (DD 20).

Con questa lettera papa Francesco desidera pure recuperare il valore simbolico, relazionale della celebrazione, non solo tra le persone, ma tenendo unite spiritualità e corporeità di coloro che partecipano all’assemblea domenicale.

La formazione liturgica deve così sviluppare nelle persone la capacità di comprendere di nuovo il linguaggio simbolico dei segni liturgici, perché quello simbolico è lo stesso linguaggio con cui si esprime e si relaziona la nostra vita.

Se il linguaggio liturgico diventa didascalico, rubricistico non sarà mai capace di comunicare il mistero di vita che racchiude. Senza simboli, la liturgia muore. È la liturgia che fa i simboli, ma sono pure i simboli che danno forma alla liturgia. Allo stesso modo noi facciamo la liturgia, ma è la liturgia che forma noi. Nondimeno formarsi alla liturgia – dice papa Francesco – è funzionale all’essere formati dalla liturgia.

Citando poi Romano Guardini [Qui], egli ricorda che si deve diventare di nuovo capaci di comprendere e vivere i simboli. E ciò accadrà, nella misura di un discepolato, se si saprà sottoporsi ad una disciplina, quella del simbolo, che è maestro di apertura, di raccordo e raccoglimento; colui che unisce gli opposti, ci fa comprendere il reale come un vivente concreto:

«Non si tratta di dover seguire un galateo liturgico: si tratta piuttosto di una “disciplina” – nel senso usato da Guardini – che, se osservata con autenticità, ci forma: sono gesti e parole che mettono ordine dentro il nostro mondo interiore facendoci vivere sentimenti, atteggiamenti, comportamenti.

Non sono l’enunciazione di un ideale al quale cercare di ispirarci, ma sono un’azione che coinvolge il corpo nella sua totalità, vale a dire nel suo essere unità di anima e di corpo.

Tra i gesti rituali che appartengono a tutta l’assemblea occupa un posto di assoluta importanza il silenzio. Il silenzio liturgico è il simbolo della presenza e dell’azione dello Spirito Santo che anima tutta l’azione celebrativa, per questo motivo spesso costituisce il culmine di una sequenza rituale. Proprio perché simbolo dello Spirito ha la forza di esprimere la sua multiforme azione.

Così il silenzio muove al pentimento e al desiderio di conversione; suscita l’ascolto della Parola e la preghiera; dispone all’adorazione del Corpo e del Sangue di Cristo; suggerisce a ciascuno, nell’intimità della comunione, ciò che lo Spirito vuole operare nella vita per conformarci al Pane spezzato. Per questo siamo chiamati a compiere con estrema cura il gesto simbolico del silenzio: in esso lo Spirito ci dà forma». (DD 51-52)

La liturgia: complexa realitas

Realtà complessa come la vita è la liturgia. È detto infatti: vivere la liturgia, non l’evento, ma dentro l’evento, non dal di fuori, spettatori, ma partecipi della complessità delle sue polarità contrapposte, per cui il reale è il vivere concreto nella sua complessità.

Potremmo affermare lo stesso del desiderio e del simbolo. Entrambi dicono, come la liturgia, la qualità della relazione, l’esserci dentro la realtà, prendere parte all’agire che unisce gli opposti senza mescolarli o respingerli, ma tenendo distinte e arricchendo le loro differenze.

Occorre vivere la liturgia come alla scuola interattiva, esperienziale del simbolo; così impareremo a collegare le parti, gli ambiti della complessità del reale, tenendo insieme il dentro e il fuori della realtà: oggettività e soggettività, pensiero ed emozione, immanenza e trascendenza, spirituale e corporale, dolore e gioia, desiderio e gratitudine, pensiero e azione, il già e il non ancora, l’in-avanti della storia e la sua trascendenza, il Cristo già venuto eppure atteso: il presente.

Complexa realitas è termine che compare nell’ecclesiologia conciliare al n. 8 della Lumen gentium là dove si vuol esprimere la realtà della chiesa, assemblea visibile e comunità spirituale.

Dice la complessità della relazione tra ciò che in essa è visibile e ciò che in essa è mistero, come il volto e il corpo in relazione alla propria interiorità, formano un’unità complessa, uno spazio e cantiere di comunione.

In quanto comunità di fede, di speranza e di carità, la chiesa è organismo visibile, sociale, ma è pure segno, sacramento, volto che rivela l’invisibile dono dello Spirito che l’abita. Questi due aspetti «non si devono considerare come due cose diverse; esse formano piuttosto una sola ‘complessa realtà’».

Complessità dunque che deriva alla liturgia dal mistero stesso della chiesa; la liturgia è il cuore generativo, culmine e fonte di questa complessità di relazione e di azione comunionale, che tende alla comunione piena:

«Nella liturgia non è il singolo che agisce e che prega. E neppure il complesso di una molteplicità di persone…  Il soggetto, l’io, della liturgia è piuttosto l’unione della comunità credente come tale, è qualcosa che trascende la semplice somma dei singoli credenti, è insomma la Chiesa» (R. Guardini, Lo spirito della liturgia, Morcelliana, Brescia 1996, 17-18).

L’esortazione finale di papa Francesco: «Abbandoniamo le polemiche per ascoltare insieme che cosa lo Spirito dice alla Chiesa, custodiamo la comunione, continuiamo a stupirci per la bellezza della Liturgia. Ci è stata donata la Pasqua, lasciamoci custodire dal desiderio che il Signore continua ad avere di poterla mangiare con noi» (DD 65)

Domani, e le domeniche che seguiranno, non lasciamo appassire i fiori e le palme e gli ulivi dell’ultima cena; pur senza vita essi custodiscono ancora memoria, anelito del Suo desiderio. Osiamo ancora dire “dove vai?”, “vengo con te”, ma non “Addio”.

Il desiderio del suo cuore rimane con noi. “Andiamo”, allora, affrettiamoci anzi, come desideranti desiderati, pure noi verso quel «Desiderio desideravi hoc Pascha manducare vobiscum, antequam patiar» che ci cammina sempre d’innanzi.

La fine dell’ultima cena

Triste l’anima mia sino alla morte.
Eppure ardentemente
l’anima mia desiderava
questo momento
e ancora un poco
stare con voi
finché venga la sera
e la grande ombra.
Tu non temere,
piccolo gregge.
Il tuo pastore pascolo perenne
si fa per te:
qui le limpide acque
e la frescura
e la voce che chiama nella sera
ed il quieto calore dell’ovile.
Ecco che vi ho lasciato
il sangue mio
e la mia carne.
E il cuore che vi ama,
il cuore mio
non lo porto con me.
Ma nessuno mi chiede
“dove vai”,
nessuno che mi dica
“vengo con te”
o solamente “addio”.
Ah come
scende la sera.
È l’ora. Andiamo.
E forse per le strade
stanno ancora
appassiti
i fiori che per me furono colti
e le palme e gli ulivi.
(Elena Bono [Qui], Alzati Orfeo, Milano I958, 116-117)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

VITE DI CARTA /
Dopo il Festivaletteratura di Mantova (seconda parte)

 

Sorpresa! Compro Racconti di due Americhe, il volume curato da John Freeman e tradotto in Italia da Federica Aceto per Mondadori, e ci trovo un fumetto.

Il titolo è Ferite invisibili, il tema sono le ferite che il protagonista, un giornalista freelance che vive nella California del Sud, si porta dentro dagli anni in cui ha prestato servizio in fanteria in Iraq, tra il 1997 e il 2009.

Sono poche pagine che però rendono bene l’idea del sottotitolo della raccolta: Storie di disuguaglianza in una nazione divisa.

Di fumetti volevo già parlare come di una scoperta mia personale avvenuta in questa ventiseiesima edizione del Festivaletteratura aMantova. Non me ne vogliano gli appassionati del genere: meglio tardi che mai, scopro che al disegno vengono affidati libri di valore e capolavori.

Sono in servizio al Festival e l’evento n. 157 di sabato 10 settembre sta per cominciare: il pubblico entra a frotte e si sente che attende autori di rango. In tre arrivano e si avvicinano al tavolo dove dovranno salire e parlare alla gente che intanto ha riempito ogni posto disponibile.

I tre chiacchierano e si fanno cenni di assenso col capo, quando ci avviciniamo per farli accomodare uno di loro, Giacomo Keison Bevilacqua [Qui], sta sparando battute che fanno sorridere gli altri due.

Sarà così per tutto l’incontro: da vero mattatore terrà banco nel porre domande sia a Zerocalcare [Qui] e al fumettista e illustratore inglese Andi Watson [Qui], seduti alla sua destra, sia rivolgendosi al pubblico per coinvolgerlo nella conversazione.

È Una conversazione kafkiana di nome e di fatto: i due fumettisti nazionali battibeccano tra loro dal primo momento, alludono al firmacopie che ci sarà alla fine dell’incontro, uno più dell’altro palesano l’ansia di non avere nessuno che attenda la loro firma. Che strano inizio.

Dovendo rispondere ad alcuni ritardatari che prendono posto in platea seguo solo a tratti le loro battute, sarà questo che me le fa sembrare oscure. Poi capisco.

Stanno lanciando il libro del loro prestigioso ospite inglese, quell’Andi Watson che sta seduto tra loro e sembra seguire con la testa una partita di ping pong: stanno parlando del suo Book tour. L’autore incontra il suo pubblico, dove pare che il personaggio protagonista trovi deserta la prima libreria in cui va a promuovere il suo ultimo libro.

E così per tutta la conversazione i due fanno allusione alle situazioni inusuali e misteriose in cui si trova lo scrittore Fretwell, poi passano la parola a Watson, che spiega le proprie scelte narrative senza svelare troppo della trama. Men che meno del finale.

Facendo il giro attorno alla platea che ascolta e applaude mi avvicino al banchetto dove sono in vendita piccole montagne di libri, noto che sono disposti esattamente come i loro autori.

Dalla pila di copie sistemate al centro del tavolo prendo tra le mani Book tour, scorro le prime pagine e comincio a capire la chiave comunicativa di questo evento così particolare, dove la chiacchierata si è fatta surreale per fare il verso al libro che ne è l’oggetto.

Dove si parla di storie raccontate attraverso l’arte del fumetto per parlare anche di fumetto, la cosiddetta nona arte, al crocevia tra letteratura e pittura. Dove Zerocalcare, che le colleghe dell’Ariosto mi hanno spesso caldeggiato, parla per sottrazione della propria scrittura, della autobiografia che vuole metterci e rivela una modestia che mi pare essergli profonda.

Alla fine dell’incontro tutti noi volontari ci diamo da fare a disciplinare le lunghe code di pubblico che si è precipitato ad acquistare le copie e si è disposto in tre lunghe file.

Dopo un’ora i tre sono ancora lì: firmano e intanto scambiano due ulteriori chiacchiere col lettore di turno. Bevilacqua è sempre gioviale, Zerocalcare è più trattenuto e schivo quando riceve un apprezzamento, Watson sorride e ringrazia brevemente in inglese. La paura di non avere copie da firmare come accade nel libro al povero Fretwell, questa sì è la cosa rivelatasi più surreale.

La coda di un’ora al firmacopie non è nulla rispetto ai tempi che si prenderà Igort, dopo l’evento delle 17 con Francesca Mannocchi.

Il responsabile della nostra postazione a San Sebastiano ci dice di spostare sul prato accanto alla platea un tavolo e una sedia: Igort prende posizione armato di alcune matite e accoglie così i lettori in fila di fronte a lui.

Traccia uno schizzo su ogni copia che a mano a mano gli viene aperta davanti, è assorto e intanto fissa la propria mano. La moglie gli sussurra il nome del destinatario, chiude la copia già firmata e sorride al lettore successivo.

Stanno calando le prime ombre della sera, noi abbiamo fatto entrare il pubblico dell’evento successivo e Igort ancora disegna il proprio stigma sugli ultimi libri rimasti in coda ad attenderlo con devozione.

Prima ha parlato di guerra e di pace, e ora il suo schizzo non può che avere aggiunto un anello alla catena delle idee che si dipana come ogni anno qui a Mantova.

Di pace, la pace cercata tenacemente da Papa Francesco, hanno  parlato qui giovedì (nell’evento 30, La diplomazia della pace) anche Marco Impagliazzo [Qui], direttore della Comunità di Sant’Egidio, e Antonio Spadaro [Qui], direttore di Civiltà Cattolica.

E di poesia, di musica. Sono venuti poeti, esperti musicali, musici come Angelo Branduardi. Sono venuti nella mia e nelle altre postazioni in cui hanno prestato servizio gli studenti dell’Ariosto, con cui ho condiviso l’intera esperienza mantovana.

Nelle loro foto e nei loro racconti la mia collega ed io abbiamo raccolto entusiasmi, piccoli trionfi e anche qualche utile perplessità. Tutte esperienze che vorrebbero rifare, dalla foto con la poetessa Mariangela Gualtieri, alla intervista fatta a Roberto Saviano a Blurandevù, alle amicizie fatte con i loro coetanei e rafforzate durante i pasti e soprattutto durante la festa finale, domenica sera, alla mensa del Festival.

Questi sono i ragazzi che abbiamo accompagnato per la prima volta a Mantova, alcuni di loro sono già stati al Salone del libro di Torino e fanno confronti.

In un paio di luoghi del Festival ora sono diventati responsabili di postazione due studenti venuti col gruppo dell’Ariosto ormai parecchi anni fa. Uno di loro ha i capelli appena stempiati: mi fa pensare a quanti ragazzi abbiamo accompagnato qui in un tempo che ancora porta frutti.

Sabato Francesca Massarenti, una di loro che ora è diventata critica letteraria, ha conversato su due autrici straniere insieme a Vincenzo Latronico [Qui] nell’evento 170, La parte dei critici.

Sono schegge. Il mosaico dei 238 eventi del Festival è molto di più. Sono tornata però ancora più attaccata alla catena delle idee e delle parole. Nella postazione Una scuola al quadrato la mia collegamica Valentina e io ne abbiamo scelte due da mettere nel collage fotografico riferito alla scuola che potevamo comporre liberamente. Si tratta di due aggettivi bellissimi che possono essere rivolti anche alla iniziativa del Festival,  ‘inclusiva e appassionante’.

Nota bibliografica:

  • John Freeman, Racconti di due Americhe. Storie di disuguaglianza in una nazione divisa, Mondadori Strade Blu, 2022
  • Andi Watson, Book tour. L’autore incontra il suo pubblico, Edizioni BD, 2021 (traduzione di Simone Roberto)

La Prima Parte del reportage sul Festivaletteratura di Mantova puoi leggerla [Qui]

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica Vite di cartaclicca [Qui]

Cover: Zerocalcare, Andi Watson e Giacomo Keison Bevilacqua a Mantova per una chiacchierata kafkiana – foto dell’autrice

PRESTO DI MATTINA /
La voce del silenzio

 

Ascolta la voce del silenzio

“O silenzio!
strillo di cicale
penetra le rocce”.
(Matsuo Bashō, Poesie, Sansoni, Firenze 1944, 37).

Nel testo a commento di questo haiku si legge che fu ispirato a Bashò [Qui] visitando il tempio di Rûshakuji, vicino alla città di Yamagata.

Situato fra antichi pini e querce sopra numerose e gigantesche rocce muschiose: «Due o tre voci di cicale relativamente basse udite di quando in quando in un luogo quieto danno vie più l’impressione del silenzio (M.)»

Si custodisce il creato come si custodisce la parola di Dio, ascoltandola e vivendola: è il creato la sua parola silenziosa: «Ascolta la voce del creato». Si custodiscono i poveri come si custodisce l’eucaristia, condividendola, celebrandola nella vita: «Ascolta la voce dei poveri».

‘Custodire nel cuore’ è verbo che troviamo nel vocabolario della Sapienza. Il grido dei poveri come la parola silenziosa del creato deve essere macerata, sminuzzata, continuamente ruminata, al pari della parola di Dio − dicevano i Padri del deserto − affinché diventi vita con e nelle nostre vite, storia con e nelle nostre storie.

«Ascolta la voce del creato». È questo il tema scelto da papa Francesco per il suo messaggio nella giornata per la cura del creato. In realtà, più che una sola giornata è un periodo che stiamo vivendo: il tempo del creato, che è iniziato il 1° settembre e si concluderà il 4 ottobre, con la festa di san Francesco.

Senza ascolto profondo, senza crederci, non si attua nessun cambiamento radicale, né in noi, né nel creato e ancor meno nella società. Di qui l’invito all’ascolto quale viatico di conversione, non solo individuale, ma comunitaria;

noi in umanità solidale «Come persone di fede, ci sentiamo ulteriormente responsabili di agire, nei comportamenti quotidiani, in consonanza con tale esigenza di conversione.

Ma essa non è solo individuale: “La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria” (Laudato Sii, 219).

In questa prospettiva, anche la comunità delle nazioni è chiamata a impegnarsi, specialmente negli incontri delle Nazioni Unite dedicati alla questione ambientale, con spirito di massima cooperazione» (Messaggio, Ascolta la voce del creato). Così l’umanità tutta va compresa come soggetto chiamato alla cura della madre terra e dei poveri.

L’ascolto inizia con uno sguardo sul creato, sull’altro, quello dell’enciclica Laudato sii [Qui], che è insieme un’enciclica verde, ma al contempo fortemente sociale, capace di discernere, cioè di vedere nella questione ecologica alla sua radice il problema sociale, e nei poveri la cristologia, il Cristo stesso e la conseguente pratica di un’opzione preferenziale per i poveri.

Un “tempo per il creato” fu proposto dal Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli sin dalla fine degli anni ottanta. Ma ancor prima papa Paolo VI auspicava un tempo di riflessione necessario a prevenire una “catastrofe ecologica”. Un tempo per coltivare la nostra “conversione ecologica”, rilanciava Giovanni Paolo II.

Quella ecologica, non può che essere infatti una sfida che unisce tutti i cristiani. Al pari di quella della giustizia e della pace fu sempre di più la coscienza e l’impegno che animò il cammino del Consiglio Ecumenico delle Chiese nella seconda metà del secolo scorso.

L’ambito ecumenico conferì uno sviluppo ulteriore alla sensibilità dei temi ambientali, intrecciando – non a caso − il tema della cura del creato con i temi della giustizia e della pace.

In questo solco anche la Conferenza episcopale italiana attraverso le sue commissioni per i problemi sociali e il lavoro, della giustizia e della pace, unitamente a quelle per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dal 1º settembre 2006, ha iniziato a celebrare annuale la “Giornata per la salvaguardia del creato” che poi prenderà il nome “per custodia del creato”.

Dolce canto e grido amaro

“Il canto delle cicale
non dà segno
di loro vicino morire”.
(Bashō, 10)

Scrive papa Francesco: «Se impariamo ad ascoltarla, notiamo nella voce del creato una sorta di dissonanza. Da un lato, è un dolce canto che loda il nostro amato Creatore; dall’altro, è un grido amaro che si lamenta dei nostri maltrattamenti umani.»

Il dolce canto del creato ci invita a praticare una «spiritualità ecologica» (LS, 216), attenta alla presenza di Dio nel mondo naturale. È un invito a fondare la nostra spiritualità sull’«amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale» (ivi, 220).

Per i discepoli di Cristo, in particolare, tale luminosa esperienza rafforza la consapevolezza che «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste» (Gv 1, 3).

In questo Tempo del Creato, riprendiamo quindi a pregare nella grande cattedrale del creato, godendo del «grandioso coro cosmico» di innumerevoli creature che cantano le lodi a Dio.

Uniamoci a san Francesco d’Assisi [Qui] nel cantare: “Sii lodato, mio Signore, con tutte le tue creature” (cfr. Cantico di frate sole). Uniamoci al Salmista nel cantare: «Ogni vivente dia lode al Signore!» (Sal 150, 6).

Purtroppo, quella dolce canzone è accompagnata da un grido amaro. O meglio, da un coro di grida amare. Per prima, è la sorella madre terra che grida. In balia dei nostri eccessi consumistici, essa geme e ci implora di fermare i nostri abusi e la sua distruzione.

Poi, sono le diverse creature a gridare. Alla mercé di un “antropocentrismo dispotico” (ivi, 68), agli antipodi della centralità di Cristo nell’opera della creazione, innumerevoli specie si stanno estinguendo, cessando per sempre i loro inni di lode a Dio.

Ma sono anche i più poveri tra noi a gridare. Esposti alla crisi climatica, gli “ultimi” soffrono più fortemente l’impatto di siccità, inondazioni, uragani e ondate di caldo che continuano a diventare sempre più intensi e frequenti.

Ancora, gridano i nostri fratelli e sorelle di popoli nativi. A causa di interessi economici predatori, i loro territori ancestrali vengono invasi e devastati da ogni parte, lanciando “un grido che sale al cielo” (Querida Amazonia, 9).

Infine, gridano i nostri figli. Minacciati da un miope egoismo, gli adolescenti chiedono ansiosi a noi adulti di fare tutto il possibile per prevenire o almeno limitare il collasso degli ecosistemi del nostro pianeta.

Ascoltando queste grida amare, dobbiamo pentirci e modificare gli stili di vita e i sistemi dannosi. Sin dall’inizio, l’appello evangelico: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!» (Mt 3, 2), invitando a un nuovo rapporto con Dio, implica anche un rapporto diverso con gli altri e con il creato.

Lo stato di degrado della nostra casa comune merita la stessa attenzione di altre sfide globali quali le gravi crisi sanitarie e i conflitti bellici. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217) (Messaggio).

Dall’amaro al dolce”, è l’espressione che frate Francesco al termine della vita ricorda ai suoi come sintesi della propria conversione.

Non solo quella iniziale ma anche quella sperimentata lungo tutta la propria esistenza, vissuta come un continuo passaggio pasquale da una logica autocentrica e autoreferenziale ad una proiezione eccentrica, evangelica; da un pratica di dominio e sfruttamento all’essere servo di ogni creatura.

Un cambiamento radicale è anche quello ecologico, purché parta dall’ascolto del grido amaro della natura e dei suoi più vulnerabili abitanti per poter ritornare al dolce cantico di tutte le creature.

«Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato (conversum fuit) in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo» (Fonti francescane, 110).

Anche l’amaro di Bashō, per l’improvvisa morte, a 25 anni, del suo maestro Jshitada, o “Sengin”, si mutò in una mistica dolce, di poeta itinerante: «il poeta pianse colui che per anni gli era stato maestro e amico. Come voleva l’usanza andò sul monte Koya con una ciocca di capelli del defunto a depositarla nel grande monastero buddista.

La tradizione vuole che per il dolore fosse preso da un amaro desiderio di ritiro; ma di certo, da allora, fu un mistico umile e povero, predicatore della bontà universale. Riuscì a liberarsi con onore da ogni funzione ufficiale e, abbandonata la casa del suo signore, andò a Kyiìto facendosi alunno e domestico di Kigin che aveva avuto per l’addietro occasione di praticare recandosi da lui come messaggero di Joshitada» (Bashō, 50).

L’amaro grido del mare, eco muto

Fuggono Farid e sua madre Jamila dopo l’uccisione del padre Omar in Libia al tempo di Gheddafi. Fuggono per la guerra lasciando il deserto, la loro casa; ma il viaggio per mare sul barcone verso l’Italia non andrà a buon fine. È una storia raccontata con grande sensibilità poetica senza mortificarne tutta la drammatica tragicità da Margaret Mazzantini [Qui], in Mare al mattino, Einaudi, Torino 2011.

«Farid non ha mai visto il mare, non c’è mai entrato dentro. Lo ha immaginato tante volte. Punteggiato di stelle come il mantello di un pascià. Azzurro come il muro azzurro della città morta.

Ha cercato le conchiglie fossili sepolte milioni di anni fa, quando il mare entrava nel deserto. Ha rincorso i pesci lucertola che nuotano sotto la sabbia. Ha visto il lago salato e quello amaro e i dromedari color argento avanzare come logore navi di pirati.

Abita in una delle ultime oasi del Sahara. I suoi antenati appartenevano a una tribù di beduini nomadi. Si fermavano negli uadi, i letti dei fiumi coperti di vegetazione, montavano le tende. Le capre pascolavano, le mogli cucinavano sulle pietre roventi.

Non avevano mai lasciato il deserto. C’era una certa diffidenza verso la gente della costa, mercanti, corsari. Il deserto era la loro casa, aperta, illimitata. Il loro mare di sabbia. Macchiato dalle dune come il manto d’un giaguaro.

Non possedevano nulla. Solo impronte di passi che la sabbia ricopriva. Il sole muoveva le ombre. Erano abituati a resistere alla sete, ad essiccarsi come datteri, senza morire. Un dromedario apriva loro la strada, una lunga ombra storta. Scomparivano nelle dune. Siamo invisibili al mondo, ma non a Dio. Si spostavano con questo pensiero nel cuore.

D’inverno il vento del nord che attraversava l’oceano di roccia stecchiva i barracani di lana sui corpi, la pelle si aggrappava alle ossa dissanguata come quella di capra sui tamburi.

… In primavera nuove dune nascevano, rosate e pallide. Vergini di sabbia. Il ghibli infuocato si avvicinava insieme al gemito rauco di uno sciacallo. Piccoli riccioli di vento come spiriti in viaggio pizzicavano la sabbia qua e là. In un attimo il deserto si sollevava e divorava il cielo. E non c’era più confine con l’aldilà…

I dinari dei risparmi di Omar, gli euro e i dollari che nonno Mussa ha guadagnato con i turisti del deserto. Omar conta i soldi, poi toglie una pietra e li nasconde nel muro. Parla con Jamila, chiude le mani intorno alle sue mani strette.

Farid non dorme, guarda quel nodo di mani nel buio che tremano come una noce di cocco sotto la pioggia. Omar dice che devono andarsene. Che avrebbero dovuto farlo da un pezzo. Nel deserto non c’è futuro. E adesso c’è la guerra. Ha paura per il bambino» (ivi, 4-5; 8).

Un altro deserto, un altro grido: il grande sertão

«Ed ecco, il sole, con un balzo, lontano alle nostre spalle, al di sopra dei macchioni, scoppiava, una grandiosità. Giorno spiegato. Terminò la vegetazione da foraggio, e gli arbusti spinosi, come quei cespugli dai virgulti argentati, e simili. Terminava l’erba, in quei paraggi grigiastri.

E tutto questo, arrivando a poco a poco, dava un’oppressione raddensata, il mondo si stava invecchiando, nel viandante. Terminò il sapé selvatico dell’altipiano. Uno si guardava alle spalle. A quel punto, il sole non lasciava guardare in nessuna direzione.

Vidi la luce, un castigo. Vidi uno sparviere: fu l’ultimo uccello che si scorse. Ed ecco che stavamo in quella cosa – deserto pieno, vuoto soffice, rovesciato. Era una terra differente, insensata, un lago di sabbia.

Dove si sarà trovato il suo soverchio, confinante? Il sole si rovesciava sul suolo, con sale, sfavillava. Di quando in quando, una vegetazione morta, qualche ciuffo di pianta secca – come una chioma senza testa. Si propagava a distanza, in avanti, un vapore giallo. E il fuoco cominciò a entrare, con l’aria, nei nostri poveri petti.

… La continuazione del martirio, da quando spuntò il mattino, del giorno seguente, nella brumalva di quel defunto albeggiare, senza nessuna speranza, senza neppure la semplice presenza degli uccellini.

Ci muovemmo. Io abbassavo gli occhi per non vedere gli orizzonti, che chiusi non mutavano, incombevano. La Landa dell’Onza Rossa concepiva silenzio, e produceva una cattiveria – come persona!

… Le piogge già erano state dimenticate, e lì c’era il midollo tristo del sertão, era un sole sul vuoto. Si avanzava di pochi metri, e si calcava il sabbione, una sabbia che sfuggiva, senza consistenza, spingendo all’indietro gli zoccoli dei cavalli.

Poi, sopravveniva un aggrovigliamento intricato, di arbusti spinosi e stoppia di gravia, assai scabroso, di un verde-nero color serpente. Nessun cammino. Di lì, si passa a un terreno duro rosato o color cenere, screpolato e ruvido – i cavalli, non intendendolo, s’innervosivano».
(João Guimãres Rosa [Qui], Grande sertão, Feltrinelli, Milano 2017, 42-44).

Si diventa consapevoli di sé e del cammino solo con l’irruzione dell’altro. Affinché si ritrovi la strada per la cura del creato occorre sempre di nuovo ascoltare il suo dolce canto e il grido amaro.

Lasciamoci guidare dall’istinto insito nel creato e dallo stupore ancora promettente, il creato sarà per noi come quel contadino che camminava avanti portando il foraggio sul dorso. Senza saperlo, servì da guida a Bashō e a Sora, suo discepolo, alla ricerca dello “stretto sentiero del nord”, che altrimenti si sarebbero smarriti per il vasto deserto della pianura di Nasuno.

Un cambiamento radicale di stile e di sguardo; scrive Chandra Candiani di Bashō: «La nostra fame di spirito, di vastità, può trovare in Bashō una bussola, dentro gli stretti sentieri della vita messa a nudo, la sua asciuttezza, la sua sobrietà ma soprattutto l’incantevole parità del suo sguardo sul mondo: “Sui monti d’estate/ Partendo/ Mi inchino ai sandali di legno”» (Chandra Candiani, Lo stretto sentiero del profondo nord, Einaudi, Torino 2022, xxiii-xxiv).

Traverso la landa d’estate
ci guida un uomo che porta
un fascio di fieno sul dorso.

Sopra il sentiero montano
nasce improvviso il sole
fra il profumo dei fiori di prugno.
(Bashō, 23; 20)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Per l’abolizione legale e politica della guerra

La questione della pace è primaria nella politica perché include tutte le altre: giustizia, economia, povertà, uguaglianza, ambiente e clima, energia, lavoro, sanità, relazioni internazionali, scuola e istruzione, informazione, libertà…

Per assicurare la pace, una pace giusta e stabile, è necessario ripudiare la guerra. Questo rifiuto in Italia è un impegno costituzionale (art. 11), ma è anche, in tutto il mondo di oggi, esigenza primaria della razionalità politica, di una politica secondo ragione, non folle e criminale.

Oggi, ma già da Hiroshima 1945, la guerra non è più giustificabile, è impossibile che abbia fini giusti perché accende pericoli estremi, totali. La guerra è fuori e contro la ragione politica, contro la difesa dell’umanità.

Ma non basta. È necessario emanciparsi moralmente dall’atteggiamento armato, e smontare politicamente l’enorme apparato bellico, che è spreco di risorse, produttore di cultura di guerra, di corruzione civile, di speculazione sul consumo di armi, ed è causa di focolai di guerra.

Per assicurare una pace giusta e stabile è necessario negare collaborazione politica, economica, culturale, emotiva, psicologica, alle politiche di guerra, di qualunque stato o potenza.

Ma non basta. È necessario, in positivo, costruire una propositiva cultura etico-politica di pace, una cultura che riconosce i conflitti reali di ogni genere, e li affronta con strategie non distruttive.

Conflitto non è sinonimo di guerra. Conflitto è ogni differenza e tensione esistenziale, tra singoli come tra gruppi umani, che può valere come dinamica storica arricchente, se gestito con mentalità e strategie non distruttive ma compositive, radicalmente alternative alla guerra.

La guerra è l’incapacità di vivere un conflitto come parte della vita, sebbene difficile: la guerra vuole risolverlo col distruggere una o più delle sue componenti umane.

Non è vero che la guerra è nella natura umana: è una grave malattia autoprocurata, ma curabile, guaribile, perché è contraria alla radicale aspirazione umana alla vita, allo sviluppo umano, in tutte le dimensioni materiali e spirituali.

Per assicurare una pace giusta e stabile occorre, nelle persone come nelle istituzioni, quella disposizione civile fondamentale che ripudia l’uccisione di persone umane come antiumano mezzo di azione, sempre illegale e degradante, impolitico.

Ogni vita va mantenuta e difesa, anche se sbaglia e se va corretta, perché ha sempre una possibilità di indefinita umanizzazione, per sé e per gli altri. La guerra, omicida per natura, è la negazione della politica umana. La politica umana è l’antitesi della guerra.

La politica, infatti, è essenzialmente la capacità di vivere insieme, nella pluralità, in cui l’individuo riceve dagli altri e contribuisce agli altri nel reciproco adattamento, che in parte limita, ma in gran parte costruisce ogni persona.

L’idea di politica include la pluralitàpolis vuol dire città, vita insieme di molti, perché significa anche molteplicità: p, es. poliglotta, poligrafo, ecc. Molti diversi modi di essere umani compongono la ricchezza dell’umanità.

Non siamo soli, ma insieme, ed è impossibile vivere senza gli altri. Le differenze, anche problematiche, vanno assunte ed elaborate come fattore costruttivo di umanità: distruggere le differenze riduce tutti noi.

Ci sono situazioni e azioni che aggrediscono con violenza i diritti e le vite di persone, di popoli. Le vite e i diritti devono essere difesi. Ci sono mezzi e azioni di difesa che non imitano e non riproducono, nei mezzi armati, l’offesa patita. La difesa con le armi omicide duplica la violenza patita, e così non afferma davvero i valori vitali che vuole difendere.

Ma ci sono esperienze, tecniche, tradizioni, realtà storiche di resistenza popolare attiva nonviolenta. La disobbedienza coraggiosa frustra il potere ingiusto, che ha bisogno di obbedienza e sottomissione.

La resistenza e difesa nonviolenta ha una forza maggiore: può anche costare vite e sofferenze, che sono meno amare della guerra, e affermano la maggiore qualità umana dei diritti difesi.

Per fare qui un solo esempio meno noto, tra molti nella storia (posso fornire una bibliografia storica delle molte lotte giuste di difesa nonviolenta) ricordo le donne di Carrara che, nel luglio 1944, disobbedirono in massa, davanti alle armi naziste in Piazza delle Erbe, all’ordine di sgombero della città, e rimasero coraggiosamente nella loro città davvero civile.

Per la pace è necessario uscire dalle culture politiche militari e dalle alleanze militari di difesa offensiva.

Ma non basta. È necessario, in positivo, diffondere nella cultura etico-politica dei cittadini e cittadine l’obiezione di coscienza personale (papa Francesco l’ha proposta ai giovani nell’incontro internazionale di Praga ,[Qui] 13 luglio 2022), che rifiuta ogni collaborazione alla guerra, nell’esercito, nell’industria, nel lavoro personale, nella informazione e cultura.

È necessario, in positivo, istituire corpi civili di pace, istituzioni pubbliche di volontari e volontarie, come già esistono nel volontariato civile non governativo, preparati alla intermediazione nei conflitti, alla solidarietà e soccorso delle popolazioni, a sostenere la difesa popolare nonviolenta, alla interposizione tra gruppi in guerra, alla internazionalizzazione di ogni conflitto nel quadro legale obbligatorio delle Nazioni Unite, che, in nome della nostra unica Umanità, vuole definitivamente «salvare le future generazioni dal flagello della guerra» (Statuto delle Nazioni Unite, Premessa) con la sua proibizione e punizione legale.

L’abolizione legale e politica della guerra è il passo di civiltà e umanizzazione richiesto alla coscienza di queste nostre generazioni e all’azione politica odierna.

L’umanità nella sua storia ha saputo abolire altre istituzioni disumane, per umanizzarsi, come i sacrifici umani alla divinità, la schiavitù legalizzata, la sottomissione consueta della donna all’uomo, il potere paterno di vita e di morte sui figli, i diritti dei padroni sui servi, la pena di morte in molti paesi, ecc..

A noi è chiesta fiducia e volontà per questo passo in avanti nella umanizzazione, che le diverse culture e spiritualità dicono in modi diversi ma uguali nella sostanza. L’abolizione della guerra è oggi la definitiva misura della nostra umanità.

Cover: Torino, Enrico Peyretti  interviene ad una manifestazione contro la guerra (Foto di Giorgio Mancuso)

PRESTO DI MATTINA
Fronte d’onda

 

Il Vangelo nelle periferie

«Perché la vera trasformazione viene dalla periferia?»: è la domanda posta a papa Francesco in una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa argentina Télam.

Una domanda suggerita alla giornalista Bernarda LLorente dal fatto che più volte Papa Bergoglio parla delle periferie; un’idea, maturata in lui grazie al pensiero della filosofa argentina Amelia Podetti [Qui], che cioè le periferie siano un osservatorio privilegiato dal quale cogliere le spinte generative di cambiamento e riforma, anche ecclesiale.

«Mi colpì in particolare una conferenza della Podetti − è la risposta di Francesco − in cui essa diceva: “L’Europa ha visto l’Universo quando Magellano è arrivato al Sud”. In altre parole, dalla periferia più ampia, ha capito sé stessa.

La periferia ci fa capire il centro. Si può essere d’accordo o meno, ma se vuoi sapere cosa prova un popolo, vai in periferia. Le periferie esistenziali, non solo quelle sociali.

Vai dagli anziani, pensionati, dai bambini, vai nei quartieri, nelle fabbriche, nelle università, dove si gioca il quotidiano. Ed è lì che si mostra il popolo. I luoghi in cui il popolo può esprimersi più liberamente. Per me questo è fondamentale», (Dalla crisi non si esce da soli si esce correndo rischi e prendendo l’altro per mano, in L’Osservatore Romano, 01/07/2022, 11).

È un’indicazione metodologica preziosa. Della quale dovremmo far tesoro anche per comprendere la nostra esperienza di cittadinanza; ma anche quella ecclesiale, delle parrocchie, delle nostre unità pastorali: contesti e istituzioni che meglio si comprendono a partire dalle periferie.

Del resto, il vangelo in periferia è quello che ti pone in ascolto e in relazione con le differenze. Dimorando nella distanza e nella diversità, ti chiede di correre dei rischi, di provare e riprovare a prendere per mano gli altri, non meno che a lasciarti condurre da loro.

L’annuncio e la pratica del vangelo comportano infatti la necessità di assumere le situazioni e la realtà in cui si vive, per provare ad addentrarsi in esse, come la prua nell’onda.

Solo così quel vangelo, posto al centro dell’ambone nelle assemblee liturgiche domenicali, diventerà benedizione e lievito in noi e tra la gente.

La chiesa comprenderà il vangelo letto la domenica e si convertirà ad esso, praticandolo nelle periferie sociali, culturali, religiose, esistenziali: quelle in cui essa è chiamata a vivere portando avanti quella trasformazione strutturale e di riforma missionaria auspicate da papa Francesco.

C’è nell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI del 1975 un testo ripreso più volte anche da Francesco, sia in Evangelii gaudium sia in Querida Amazonia, che invita a riconoscere proprio dal vangelo − anzi dal suo cuore − «l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana», tra centro e periferia, tra gli inviati e i destinatari dell’annuncio.

Alla base v’è un indissolubile legame tra l’accoglienza dell’annuncio salvifico e un effettivo amore fraterno. Perché è proprio nel fratello che si prolunga, per ognuno di noi, l’Incarnazione divina: “Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice”». (EG 178- 179).

Si legge ancora in Querida Amazonia: «Questa inculturazione, [del vangelo nella vita] dovrà necessariamente avere un timbro fortemente sociale ed essere caratterizzata da una ferma difesa dei diritti umani, facendo risplendere il volto di Cristo che ha voluto identificarsi con speciale tenerezza con i più deboli e i più poveri.

Perché “dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”, (EG 178) e ciò implica per le comunità cristiane un chiaro impegno per il Regno di giustizia nella promozione delle persone scartate.

A tale scopo è di estrema importanza un’adeguata formazione degli operatori pastorali nella dottrina sociale della Chiesa. Allo stesso tempo, l’inculturazione del Vangelo in Amazzonia deve integrare meglio la dimensione sociale con quella spirituale, così che i più poveri non abbiano bisogno di andare a cercare fuori dalla Chiesa una spiritualità che risponda al desiderio della loro dimensione trascendente.

Pertanto, non si tratta di una religiosità alienante e individualista, che mette a tacere le esigenze sociali di una vita più dignitosa, ma nemmeno si tratta di tagliare la dimensione trascendente e spirituale, come se all’essere umano bastasse lo sviluppo materiale.

Questo ci chiama non solo a combinare le due cose, ma a collegarle intimamente. Così risplenderà la vera bellezza del Vangelo, che è pienamente umanizzante, che dà piena dignità alle persone e ai popoli, che riempie il cuore e la vita intera» (QA 75-76).

 

Le periferie: il fronte dell’onda

Nel 2006 si iniziava a parlare delle unità pastorali anche in diocesi; ma era appena un’increspatura d’onda. Nel linguaggio del vescovo Rabitti [Qui] erano nominate presidi pastorali:

«La centralità della parrocchia non le impedisce di aprirsi ad uno slancio di pastorale d’insieme sull’ipotesi del presidio pastorale”; è dunque chiesto alle parrocchie per cominciare a mettersi ‘in rete’, un tirocinio che postula l’atteggiamento interiore di ‘convinzione’, senza del quale ogni tentativo è destinato a fallire».

Forse allora si era carenti proprio di convinzione circa il fatto che la vita spirituale e la vita pastorale dovessero coinvolgersi in quel processo nel quale si raccolgono insieme i frammenti al fine di superare dispersioni ed esclusioni.

Lo stesso che si concretizzò dopo la moltiplicazione dei pani, quando i resti furono così abbondanti da riempire 12 ceste. Con simile metodo bisognava essere motivati e decisi per istruire rapporti nuovi ed ri-accogliersi gli uni gli altri. Del resto, rimettere i remi in mare è esercizio di corresponsabilità, segno della volontà di prendere il largo insieme per passare all’altra riva.

Quell’espressione “presidio pastorale” mi suonava ostica. Cercai allora di spiegarla, non come un baluardo per difendersi da quelli di fuori, ma come un avamposto, un’opportunità di novità, di incontri creativi, di integrazione, scoperta e condivisione del vivere la diversità, quella del tipo Balla coi lupi, nello stile Kevin Kostner.

Fuor di metafora, la compresi come il porsi “in prima linea” delle nostre comunità, nella loro forma missionaria, che è essenzialmente uno “stare davanti”, con quella carità ospitale che tra i cristiani ha nome agape, attinta al Cristo risorto, che manda a dire ai suoi discepoli anche oggi che egli li ha già preceduti nelle periferie e lì attende.

In questi ultimi anni ho condiviso il cammino con le persone del Centro di ascolto dell’unità pastorale di Borgovado. Non solo vicini alle famiglie durante la pandemia, ma poi già dallo scorso autunno nell’emergenza abitativa dei senza tetto.

Strada facendo, siamo cresciuti con adesioni di persone di differenti competenze e sensibilità. Alcuni di loro erano già operativi su quel fronte dell’onda, costituito geograficamente da via Borgovado e via Brasavola, sino alla sede Caritas diocesana.

Ritengo che i centri di ascolto costituiscano per le nostre comunità lo stimolo ad essere una chiesa in uscita, che parla alla città, di qui la necessità di fare rete tra di loro.

Di più sono la frontiera stessa dell’evangelizzazione, in grado di risvegliare la coscienza cristiana, richiamandola alla necessità di attraversare il vado per andare oltre. Poiché l’oltre della fede e dell’annuncio è proprio la carità pastorale verso tutti, specie verso le periferie, senza dimenticare le persone a noi più vicine.

È una frontiera tumultuosa quella che ci è chiesto attraversare, che apre una strada al vangelo tra la gente; “un orizzonte in movimento”, direbbe Teilhard de Chardin [Qui], un fronte d’onda, simbolo per lui del risvegliarsi della coscienza, che senza abbandonare il dentro di sé (dedans) il proprio centro, è protesa fuori di sé (dehors) verso le periferie.

Un movimento di trascendenza caratterizzato da un duplice slancio, in avanti (en avant) e in alto (en haut). Nell’immagine della linea del fronte, Teilhard riconosceva il milieu, il limite estremo, e il superamento di ciò che si prova e di ciò che si fa, il passare oltre: il punto più profondo della coscienza nella decisione della libertà che si rischia per gli altri.

Ed è pure come attraversare acque invadenti e rumorose, affrontando il turbinio del vento, come il fronte dell’onda quando il fiume entra nel mare. Ma occorre, è necessario ‘passare’ per divenire alfine da discepoli apostoli, da stanziali a inviati.

Ricordo ancora la fine della veglia di Pentecoste in cattedrale molti anni fa. Eravamo incanalati come un piccolo fiume lungo la navata verso l’uscita, come una placida onda sospinta dalla rinnovata brezza dello Spirito; la quiete di quella notte non ci avrebbe di certo spaventato.

Ed invece, spalancate le porte della cattedrale, un muro, una marea di gente vociante sin sulla soglia della Cattedrale, la gente del Palio, con i loro tamburi e trombe, e la gente della città, mescolati sulla piazza, come un mare rumoroso e ondeggiante che attendeva, sorprendendolo, quel placido fiume di fedeli.

Ci fu come un attimo di smarrimento. Sembrò quell’onda fermarsi, anzi ritornare indietro, almeno nel desiderio, quasi a cercare una quiete – nostalgia di Cenacolo − che si doveva tuttavia lasciare: come quando un fiume entra nel mare e le acque dell’uno si scontrano con quelle dell’altro, contrastano, ribollono, crescono fronteggiandosi tra loro per un attimo lunghissimo, che fa tenere il fiato sospeso e poi, un’onda è abbracciata, stretta dentro all’altra.

Infine, come il lievito nella pasta, il vangelo dentro di te, la trasformazione continua, quel fronte diventa tutto interiore, “una prova di amore”. Tu e lui soli, − direbbe Romano Guardini [Qui] − come nella lotta di Giacobbe con l’angelo al guado dello Iabbok: una lotta ogni volta, ferita d’anca pure, ma alla fine, non senza benedizione sugellata da un nome nuovo.

 

Un giornale di strada

Chi l’avrebbe mai detto che L’Osservatore Romano sarebbe diventato il quotidiano delle periferie del mondo, l’eco della stampa sulle piccole e grandi riforme che danno senso, incoraggiano e fanno vivere piccole e grandi chiese. Ma anche un grido per le svariate ingiustizie che affliggono gli angoli più remoti e dimenticati del pianeta.

Da nove anni l’OR lavora come servizio di informazione e formazione per una chiesa ‘in uscita’, facendo luce su quelle realtà che altri si affannano a nascondere e silenziare.

Ma tutto questo non è bastato ai suoi redattori, desiderosi di attuare ancora di più l’invito rivolto da papa Francesco a tutti i giornalisti di «tornare a consumarsi le scarpe, ad uscire dalle redazioni e camminare per le città, a incontrare le persone, a verificare le situazioni in cui si vive nel nostro tempo».

In questa prospettiva va letta l’iniziativa della redazione, inaugurata il 30 giugno, di un mensile online, distribuito gratuitamente anche in cartaceo la domenica all’Angelus del papa, dal titolo L’Osservatore di Strada [Qui].

Nelle intenzioni: «un giornale che esce dalle stanze della redazione per andare lungo le strade, dove vive chi non ha un tetto né ‘dove posare il capo’, per incontrarlo e provare a renderlo protagonista».

«Perché un giornale di strada? Si domanda uno dei redattori. La risposta a darla sarà la voce di chi solitamente non è ascoltato, quella dei poveri, dei fragili, delle persone ferite dalla vita, di chi è messo alla porta ed escluso.

Perché gli ‘scartati’ hanno qualcosa da dire e da insegnare sul serio. In strada per alimentare – come recita il sottotitolo alla testata – l’amicizia sociale e la fraternità.

Creare relazioni” è l’obiettivo del mensile, dando così piena dignità e valore alla storia di ciascuno. Non limitandosi a un seppur importante, doloroso, racconto di denuncia che rischia – tragicamente – persino di assuefare… Non è un giornale pensato ‘per’ i poveri ma ‘con’ i poveri» – e in quel ‘con’ c’è tutto», (OdS, luglio-agosto, 1/2022, 1;8).

 

In strada la notte

Vorrei che il prossimo inverno non ci prendesse alla sprovvista. Per questo chiedo già ora, a molti mesi di distanza, di non sottovalutare l’emergenza cittadina dei senza tetto e dei senza dimora. Possibile fare di più? Proviamoci insieme.

Racconta Luigi:

«La cosa più brutta del vivere per strada? Per me è la notte.

Non c’è un nascondiglio veramente sicuro nella città e dormire per strada, o sotto un ponte, espone a tutti i rischi che si possono immaginare.

Si dorme sempre con un occhio solo, mai tranquilli. Ti puoi svegliare che ti hanno rubato le scarpe o lo zaino in cui avevi i documenti, che senza quelli non sei nessuno.

Oppure qualche ragazzaccio in vena di bravate ti mena solo perché si annoia, o deve fare il ‘fico’ davanti agli amici.

E poi il freddo…

Uno non se lo può immaginare il freddo di certe notti d’inverno, quando il vento urla e tu puoi avere pure dieci coperte, ma il freddo passa lo stesso, e tremi… e se poi si aggiunge la pioggia…

Sì, perché tutti sono convinti che a trovare un riparo dalla pioggia non ci vuole niente. Ma mica è vero.

Negli ultimi anni un sacco di posti sono stati chiusi con le inferriate, pure davanti alle chiese certe volte. E se ti fradici, e stai per strada, non è che poi vai a casa e ti cambi. No!

Ti si asciuga tutto addosso, la mattina dopo, al sole. Se c’è il sole.

Qualche volta per la disperazione ho preso a dormire su un autobus… da capolinea a capolinea. L’avevo scelto col percorso bello lungo così potevo dormire un po’ di più, e al caldo, senza stare sotto la pioggia. Però, per quanto lungo, dopo 45 minuti arrivi all’altro capolinea e devi scendere. Poi aspetti, risali, fai altri 45 minuti e riscendi…

E così via.

Per fortuna ogni tanto l’autista capisce e ti lascia dormire sopra anche al capolinea. Una volta uno mi ha pure portato un caffè. Certi so’ bravi.

E poi c’è da trovarsi dove ci si può lavare, prendere dei vestiti puliti…

Per mangiare? Lì per fortuna ci sono tanti aiuti perché nelle mense della Comunità di Sant’Egidio o della Caritas o in tante parrocchie si mangia e si trovano tante brave persone che ti ascoltano e ti danno una mano concreta.

Il problema per me… insomma, l’avete capito, è quando arriva la sera… e poi la notte.

Ecco, quella è proprio la cosa che non sopporto» (OdS, 1)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
Scrivere insieme

 

Scrivere insieme, tessitura della vita

Due scuole: quella di Vho frazione del comune di Piàdena nella pianura cremonese e quella di Barbiana sul fianco nord del monte Giovi, a 470 metri sul mare, che guarda il Mugello e la valle della Sieve affluente dell’Arno.

Due maestri: Mario Lodi [Qui] e Lorenzo Milani [Qui], contesti scolastici diversi e geograficamente lontani, ma vicinissimi nell’arte dello scrivere e soprattutto nella scrittura collettiva. Scrivere insieme per riuscire a esprimere compiutamente quello che ciascuno è; per far uscire alla luce un tesoro nascosto di storie, di esperienze e di vite.

Scrivere insieme è attesa della parola dell’altro; è quel comunicare nello scambio di parole, provocando parole, inducendo parole, altre ancora non nate, come per corrispondenza di lettere che vanno e vengono nel tempo in cerca di risposta.

Così anche le poche parole di uno, incontrando le poche parole di un altro, parole seminate l’una nel terreno dell’altro si moltiplicano, generando fili intrecciati di una trama comune che riflette un comune cammino nella vita.

Due libri narrano queste esperienze didattiche: quella del maestro di pianura, fissata in un diario documentario dal titolo Il paese sbagliato; e quella del priore di montagna in Lettera ad una professoressa.

Nell’anno del centenario della nascita del maestro e pedagogista Mario Lodi (1922-2014) merita ricordare la leggerezza e l’empatia del suo metodo di insegnamento, che mirava a perseguire il passaggio da una scuola trasmissiva, con testi uguali per tutti, lezioni frontali da docente a discente, a una scuola interattiva che partiva dalla realtà del bambino, dal suo mondo e da qui innestava una ricerca che affrontava i problemi dei ragazzi, fino ad ampliarsi alle questioni del mondo in cui vivevano.

Esperienze comunicate poi attraverso un giornale di classe, quasi quotidiano, per lo più frutto di una scrittura collettiva. Trecento undici sono i “giornaletti” che il maestro Lodi ha realizzato con i suoi allievi della scuola elementare di Piàdena dal 1973 al 1978, e pubblicati poi in tre volumi da Laterza: Il mondo. Mario Lodi e i suoi ragazzi.

La metodologia scolastica di Mario Lodi, amico di Gianni Rodari, come lui narratore di fiabe e racconti, si ispirava alle idee di Celestino Freinet [Qui], inventore di una pedagogia popolare da attuarsi nello stile di una cooperazione educativa.

Intuizioni poi che furono sviluppate da un gruppo di insegnanti italiani che nel primo dopoguerra (1951) si riunirono in un movimento (MCE Movimento di Cooperazione Educativa), le cui finalità erano di provare a cambiare radicalmente un metodo scolastico che non poneva al centro ragazze e i ragazzi, e non li rendeva partecipi e interpreti della loro educazione, come personaggi in cerca di identità.

Di più: li costringeva con autorità a entrare in certi modelli di vita precostituiti e non corrispondenti al loro vivere, anziché aiutarli a liberare la loro creatività e capacità inventive ed espressive.

Di contro Lodi valorizzava un nuovo modello scolastico nei rapporti tra insegnanti e alunni; vedeva la scuola come strumento di emancipazione da situazioni frutto di ingiustizie e disuguaglianze sociali.

Uno stile di familiarità, di rispetto e gentilezza, pur restando esigenti e rigorosi, che lasciasse il tempo per una maturazione integrale e armoniosa della persona.

Un ambiente ed uno spazio comuni di oralità e di scrittura dove, come in un puzzle fatto a molte mani ciascuno potesse cooperare a far nascere un dire e una scrittura insieme dentro alla propria e alla vita d’altri, un senso generato e accresciuto da molti altri significati.

Fu nel 1963 che Mario Lodi salì a Barbiana per conoscere un prete strano e burbero con gli estranei. Solo due giorni stettero insieme ma per don Milani furono giorni decisivi.

Forse una nuova scoperta o una conferma all’intuizione di un modello educativo, quello dello scrivere insieme un testo a partire dalle parole che ciascuno scriveva su dei fogliettini. Da quell’incontro scaturì fra l’altro l’iniziativa di avviare una corrispondenza epistolare tra le due scuole.

Mario Lodi annotava nel suo diario dopo quell’incontro: «Quando ci arrivai, don Lorenzo e i ragazzi erano nel bosco a far lezione: il nostro incontro avvenne là. L’intervista invece avvenne sotto il pergolato.

Mi aggredirono con domande che mi fecero a pezzi. Mi chiesero se credevo che nella scuola statale, come è oggi, sia possibile per un educatore insegnare l’amore del prossimo. Loro dicevano di no, che ciò non può avvenire perché troppe suggestioni mandano in fumo quel poco di buono che i più tenaci e intelligenti educatori sarebbero in grado edificare.

Parole dure, ma facce pulite e oneste. Parlo del mio lavoro e mi ascoltano interessati, anche don Lorenzo. A pranzo parliamo del grande papa, dei tempi che si maturano e che lui non vedrà… È duro contro i preti e i maestri che, in modi diversi, formano uomini-pecore invece di uomini liberi.

Continuo a guardare quello stanzone arredato poveramente, i muri tappezzati di grafici che documentano la lotta di liberazione dei popoli dal fascismo e dal colonialismo. In un angolo c’è una carta del cielo.

La sera mi offre il suo letto e lui si ritira in una stanzetta, su una branda. La perpetua mi confida che è preoccupata per la salute del priore, perché si strapazza, non si dà riposo, non mangia. Ci lasciamo con un impegno: mettere in corrispondenza le nostre due scolaresche» (Il paese sbagliato, Diario di un’esperienza didattica, Einaudi, 1970, 457-458).

Tempo dopo, Lodi dirà di don Lorenzo che alcuni l’avevano descritto come uno che non accettava consigli, orgoglioso, mentre lui percepì il contrario durante l’esperienza di quell’incontro, anche se non avrebbe saputo dire se la svolta nel metodo pedagogico del priore fosse da attribuire ai loro discorsi o frutto della successiva lettura dei libri del MCE.

 

L’arte dello scrivere

Il 2 novembre 1963 il priore, oltre al testo collettivo dei ragazzi di Barbiana a quelli di Vho, incluse anche una sua lettera al maestro Lodi, in cui spiegava la tecnica usata e gli strumenti – la cassetta degli attrezzi – al fine di giungere ad una scrittura collettiva.

«Caro maestro, le accludo la lettera. La ringrazio d’averci proposto quest’idea perché me ne sono trovato molto bene. Non avevo mai avuto in tanti anni di scuola una così completa e profonda occasione per studiare coi ragazzi l’arte dello scrivere. Per noi dunque tutto bene anzi sono entusiasta della cosa.

Il testo che risulta da questo lavoro è composto da 823 parole. Il testo è perciò diminuito di ben 305 parole pur essendo arricchito di molti concetti nuovi.

Il lavoro di questi ultimi tre giorni è stato entusiasmante per me e per i ragazzi. Straordinaria la possibilità, in questa fase, dei più piccoli di trovare qualche volta soluzioni migliori dei grandi. Pochissima incertezza: in genere la soluzione migliore s’impone molto evidentemente alla preferenza di tutti.

Infatti, ormai che s’era stabilito cosa volevamo dire, non restava che trovare il modo migliore di dirlo e su questo in genere non c’era molto da discutere. Esiste oggettivamente una soluzione che è migliore delle altre.

In questa fase si possono studiare insieme tutti i problemi dell’arte dello scrivere: completare e semplificare. Finir di cercare quel che non si è ancor detto, cercare di dire col minimo di mezzi.

Cercare di indovinare la reazione del lettore, eliminare le ripetizioni, le cacofonie, gli attributi e le relative non restrittivi, i periodi troppo lunghi ridomandandosi all’infinito se un dato concetto è vero, se è nel suo giusto valore gerarchico, se è essenziale, se il destinatario avrà gli elementi per comprenderlo, se provocherà malintesi.

A questo punto c’è venuto fatto di cercare di eliminare anche le frasi che suonavano troppo vanitose. Ma ci siamo imposti di non farlo. L’arte dello scrivere consiste nel riuscire a esprimere compiutamente quello che siamo e che pensiamo, non nel mascherarci in migliori di noi stessi.

Del resto l’orgoglio di questi ragazzi l’ho coltivato io volutamente per anni. Quando ho davanti uno studente o un cittadino faccio di tutto per umiliarlo, levargli un po’ di sicurezza di sé. Quando ho un contadino o un operaio cerco proprio il contrario: di dargli un po’ di sicurezza di sé», (ivi, 458-459).

 

Il paese sbagliato

L’enigmatico titolo del diario scolastico di Mario Lodi Il paese sbagliato lo si comprende anche alla luce dell’espressione “sbagliando s’impara”, l’invito cioè ad adeguare, sempre di nuovo le idee, i pensieri, le parole, i comportamenti alla realtà come misura del vero.

Un far corrispondere e dunque un modificare, sottrarre o aggiungere, fermarsi e riprendere sempre di nuovo la realtà al pensare, allo scrivere al vivere, perché – direbbe papa Francescola realtà è più grande dell’idea.

Educare è misurare tutto, misurarsi continuamente con la realtà. Ma “il paese è sbagliato” anche perché la mappa che ne hanno fatto i ragazzi necessitava di continui aggiornamenti e confronti per restare un paese aperto al mondo, vivo, reale;

il paese che è fissato nei loro pensieri e nella loro descrizione frutto delle loro conoscenze è solo una parte inadeguata che necessita un confronto continuo con quello reale.

I ragazzi disegnano il loro paese sulla carta ma poi, uscendo di classe, si accorgevano di aver dimenticato delle cose che non entravano più nella mappa, così da tracciare un paese sbagliato.

Leggiamo dal testo: «La grande carta si arricchisce di altri elementi provenienti in gran parte dai testi liberi. Ma ecco che un giorno c’è un problema da risolvere tutt’altro che facile.

– Ieri sono andata in posta a spedire le lettere ai nostri amici e ho visto il giardino del Comune, – dice Cosetta. – Allora l’ho disegnato per metterlo nel paese e l’ho fatto piccolo piccolo, più piccolo della carovana degli zingari, ma li non ci sta.

– Non c’è posto, – dice Fabio. – Eh già, perché tra la chiesa e la bottega dell’Orsolina c’è la piazza e lì invece è tutto attaccato, – spiega Angelo. – Anche là, se vuoi metterci il bar, non c’è posto, – dice Carolina.

– Anche qui… – Allora il paese è sbagliato! – esclama Angelo preoccupato.

Anche gli altri sono preoccupati: infatti qui la strada è troppo lunga, là è troppo corta, qui lo spazio è tutto occupato da un edificio mentre nella realtà di cose ce ne sono parecchie. Come si fa? – Eh, già, – ripete Angelo sconsolato, – bisognava misurare tutto», (ivi, 170).

Bisogna misurare tutto: occorre fare sempre i conti con la realtà, più complessa oscura che non sta tutta nelle tue mani e nella tua testa. Si sbaglia, che è come dire si prende un abbaglio, quando non si bada, non ci si misura con la realtà. Ma sbagliando s’impara perché si cerca di nuovo una via.

Ecco ciò che insegna anche un paese sbagliato, e ripercorrendo quell’esperienza il maestro di Vho descrive poi l’itinerario che si è sviluppato da quel punto di partenza, da quell’abbaglio, passando sempre oltre in una profondità illuminata a poco a poco.

Così «dalla carta del paese sbagliato alla mappa orientata in scala, dai testi episodici al libro del paese suddiviso in capitoli al quale lavoreremo sino alla quinta classe; e poi i personaggi venuti alla ribalta a raccontare le loro storie vere: la rondine che deve partire, il fagiano di Tiberio, i coscritti, i racconti di Agostino …

Con nonno Agostino abbiamo addirittura passeggiato in su e in giù per un secolo scoprendo molte cose: che dal mal d’occhi non si guarisce portando orecchini d’oro, che la natura è un libro aperto spesso più interessante della TV, che alla guerra si può dire di no, che le leggi si possono cambiare e i re cacciare, che nella vita di un uomo è riflessa quella dell’umanità che progredisce continuamente sul piano tecnologico ma non altrettanto su quello morale.

Accenno alle numerose conversazioni che hanno accompagnato i ragazzi verso punti nodali da cui prendevano il via ricerche verso scoperte sempre più complesse. Ricordo che abbiamo costruito gli strumenti dell’osservatorio meteorologico, la mongolfiera… che abbiamo puntualmente realizzato i giornalini mensili, formato un coro insieme con altre tre classi, costituito nella nostra classe un’orchestrina.

Ma questo non è tutto: abbiamo letto e criticato il libro di lettura e il manuale, ne abbiamo riscritto alcune parti che erano stese in forma difficile, abbiamo riscritto in versi il Vangelo di Matteo che Lorena e Umberta hanno musicato, abbiamo creato molte poesie e molti canti, e tante pitture …» (ivi, 243-244).

 

Scrivere insieme è scrivere l’infinito

Un inizio senza fine. L’infinito viaggiare sulla carta per camminare insieme nella realtà. Ricorda Claudio Magris [Qui] che «il viaggio – nel mondo e sulla carta – è di per sé un continuo preambolo, un preludio a qualcosa che deve sempre ancora venire e sta sempre ancora dietro l’angolo;

partire, fermarsi, tornare indietro, fare e disfare le valigie, annotare sul taccuino il paesaggio che, mentre lo si attraversa, fugge, si sfalda e si ricompone come una sequenza cinematografica, con le sue dissolvenze e riassestamenti, o come un volto che muta nel tempo».

Così come il viaggio la scrittura ha sempre da ricominciare, come l’educazione, come la vita. Un continuo «trasloco dalla realtà alla carta – scrivere appunti, ritoccarli, cancellarli parzialmente, riscriverli, spostarli, variarne la disposizione. Montaggio delle parole e delle immagini, colte dal finestrino del treno o attraversando a piedi una strada e girando l’angolo» (L’infinito viaggiare, Milano 2005, VII-VIII).

 

Scrivere insieme è come tradurre

Scrivere insieme è come tradurre, un far passare parole di un’altra lingua, le parole dell’altro, perdurante vibrazione di note, in noi.

Scrivere come se questo
fosse opera di traduzione,
di qualcosa già scritto in altra lingua.
La parola si carica ed esita,
continua ancora a vibrare
come sulla tastiera le note tenute
sopravvivono allo staccato
e lo percorrono fino al suo tacere,
fiaccola dell’orizzonte.

(Valerio Magrelli [Qui], Poesie 1982-1992 e altre poesie, Torino 1996, 81).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Foto do Gero Birkenmaier da Pixabay [Qui]

Pacifismo e costituzionalismo globale*
Un intervento di Luigi Ferrajoli

 

La divisione, lo scontro, la guerra, è arrivata anche in Italia.
La cronaca delle manifestazioni e contro-manifestazioni dell’ultimo 25 aprile hanno reso evidente questa realtà. Preoccupante. Ogni giorno di più, la posizione pacifista (in cui ci riconosciamo) che antepone ad ogni opzione quella della trattativa, che si oppone all’escalation bellicista e quindi all’aumento delle spese militari e all’invio di armi in Ucraina, che critica gli atti recenti e presenti della Nato, è ricacciata nell’angolo, sempre più avversata – colpevolizzata, spesso sbeffeggiata – da un vastissimo fronte politico (dal Pd a Fratelli d’Italia) come dalla propaganda dei mezzi di comunicazione mainstream. Le ragioni e le voci che chiedono “la pace subito” – compresa quella di un vecchio papa – sembrano soffocate da un folle vento di guerra.
Le notizie di ieri: la posizione super interventista di Londra,  il nuovo invio di armi con capacità offensiva deciso dal governo Draghi, le risposte minacciose della Russia, sembrano allontanare sempre più le speranze di arrivare alla pace o anche solo a una tregua. Stiamo così scivolando verso un probabile allargamento del conflitto dai contorni imprevedibili. La guerra mondiale nucleare non è più un vago scenario fantascientifico, ma una possibilità concreta. Di cui parlano ormai apertamente i Capi di Stato, ad Est come ad Ovest.
Per questo, per opporre qualche sensato ragionamento alla follia della rincorsa alla guerra, ci sembra importante far conoscere ai lettori  di periscopio questo importante e autorevole intervento di Luigi Ferrajoli, uscito il 23.04.2022 su Questione giustizia online, la rivista ad accesso libero e quotidianamente aggiornata, promossa da Magistratura Democratica.
Tra i tanti lettori, come tra i redattori e i collaboratori di questo libero quotidiano, la tragedia della guerra in Ucraina viene vissuta, commentata e giudicata in modo non univoco. Vorremmo però che, per onorare il ruolo della stampa libera, ci accostassimo ad ogni articolo e riflessione con una mente libera, senza esibire certezze di seconda o terza mano, fuori dal condizionamento che ci impone la vulgata dominante. L’esibizione di muscoli e di incrollabili certezze non servono. Al contrario, abbiamo  bisogno di ascoltare, di capire, di interrogarci. Altrimenti non sarà possibile arrivare a una qualche ragionevole conclusione. Tantomeno alla pace.
(Francesco Monini)

di Luigi Ferrajoli
ex magistrato, professore emerito di Filosofia del diritto, Università di Roma Tre

Sommario:
1. Il dovere di trattare – 2. La necessità di coinvolgere nella trattativa i paesi della Nato. Il ruolo che dovrebbero svolgere gli organi dell’Onu, convocati in seduta permanente – 3. 3. Due visioni del futuro del mondo  – 4. Per una Costituzione della Terra

Nei 77 anni che ci separano da Hiroshima e Nagasaki, il pericolo di un conflitto nucleare non è mai stato così grave e incombente come quello corso durante la guerra criminale scatenata dalla Russia contro l’Ucraina. Per questo il comportamento delle potenze della Nato di fronte a questo pericolo è stato, fin dall’inizio, irresponsabile. Proprio il fatto che Putin, secondo il coro unanime dei media e di tutti i governanti occidentali, è un despota feroce, dovrebbe consigliare di prendere sul serio la sua minaccia, formulata fin dal 13 marzo, di una “reazione nemmeno immaginabile”. Giacché questo despota ha già mostrato ciò che è capace di fare, è fornito di armi nucleari come ha più volte voluto ricordare ed è quindi ben possibile, se crescerà la tensione, che ne faccia uso. La sola cosa seria da fare dovrebbe essere quindi l’impegno di tutti di porre fine alla guerra e di contribuire al ristabilimento della pace.

E’ questa, del resto, la regola valida in tutte le comunità civili per far fronte alle azioni criminali in atto. Quando un bandito minaccia di sparare e poi spara su una folla se non saranno accolte le sue richieste, il dovere di quanti hanno il potere di farlo – in questo caso la comunità internazionale – è quello di trattare, trattare, trattare la cessazione della strage. Poco importa se il bandito sia considerato un criminale, o un pazzo oppure un capo politico irresponsabile che non ha visto accogliere le sue giuste ragioni e rivendicazioni. La sola cosa che importa è la cessazione dell’aggressione e della strage degli innocenti. Tanto più perché, in questo caso, la continuazione della guerra può deflagrare in una guerra nucleare. Proprio i più accaniti critici di Putin non dovrebbero dimenticare, ripeto, che ci troviamo di fronte a un autocrate fornito di oltre seimila testate nucleari, e che l’insensatezza di questa guerra, anche dal punto di vista degli interessi della Russia, non consente di escludere ulteriori, apocalittiche, insensate avventure.

Trattare è ciò che chiedono milioni di manifestanti in tutto il mondo quando domandano di “cessare il fuoco”: per porre fine alla tragedia dei massacri, delle devastazioni e della fuga di milioni di sfollati ucraini. All’inizio di aprile, come ci informa l’Agenzia Onu per i rifugiati, erano 4 milioni i rifugiati ucraini nei paesi vicini e circa 7 milioni gli sfollati interni, in gran parte donne e bambini. Gli orrori, gli stupri e le stragi di civili commessi dall’esercito russo impongono con forza, per la loro atrocità, l’impegno di tutti perché si ponga fine, quanto prima possibile, a questa tragedia. Non importa che atrocità simili sono state commesse in tante altre guerre, talune delle quali scatenate dall’Occidente. Ciò che importa è che si avverta come intollerabili le violenze contro persone inermi, che si faccia di tutto per farle cessare e che esse valgano ad aprirci gli occhi sugli orrori inevitabilmente connessi a qualunque guerra.

Sono queste le condizioni di ogni pacifismo degno di questo nome: in primo luogo stare dalla parte degli aggrediti contro i loro aggressori; in secondo luogo sostenere le loro ragioni nella trattativa diretta a far cessare quanto prima l’aggressione e le sue nefandezze.

2. La necessità di coinvolgere nella trattativa i paesi della Nato. Il ruolo che dovrebbero svolgere gli organi dell’Onu, convocati in seduta permanente

Ma in che modo si sostengono le ragioni degli aggrediti nei negoziati di pace? Chi ha il potere e, aggiungerò, il dovere di offrire questo sostegno? C’è una grande ipocrisia alla base delle politiche dei governi europei e del dibattito pubblico sulla guerra. Tutti sanno, ma tutti fanno finta di non sapere che dietro questa guerra, della quale l’Ucraina è soltanto una vittima, il vero scontro è tra la Russia di Putin e i paesi della Nato. Sono perciò gli Stati Uniti e le potenze europee che dovrebbero trattare la pace, affiancando l’Ucraina nelle trattative anziché lasciarla a trattare da sola con il suo aggressore.

Sarebbe questo il vero atto di solidarietà dell’Occidente nei confronti del popolo ucraino. Il vero aiuto alla popolazione ucraina, bombardata e massacrata dal 23 febbraio, sarebbe la partecipazione alla trattativa, a fianco dell’Ucraina, dei paesi membri della Nato, a cominciare dagli Stati Uniti, dotati di ben altra forza e di ben maggiore capacità di pressione, onde ottenere, con il minimo costo per l’aggredito, l’immediata cessazione dell’aggressione. Una simile assunzione di responsabilità delle maggiori potenze – Stati Uniti ed Unione Europea – varrebbe non solo a porre fine alla guerra, ma anche a scongiurare il pericolo di un suo allargamento incontrollato.

Per questo la sede appropriata dei negoziati, come ho già avuto occasione di sostenere, dovrebbe essere non più soltanto la sconosciuta località della Bielorussia dove si incontrano, con sempre minori capacità di accordo, le delegazioni della Russia e dell’Ucraina, ma anche l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza dell’Onu. Per due ragioni. In primo luogo perché le Nazioni Unite sono l’organizzazione la cui finalità istituzionale, come dice l’articolo 1 del suo statuto, è mantenere la pace e conseguire con mezzi pacifici la soluzione delle controversie internazionali. In secondo luogo perché nel Consiglio di sicurezza siedono, come membri permanenti, tutti dotati di armamenti nucleari, esattamente le potenze che hanno la forza e il potere per trattare la pace: la Russia, la Cina e i principali membri della Nato, cioè gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Francia. La trattativa si svolgerebbe così sotto gli occhi dell’intera umanità, all’interno di un’istituzione che ha per ragione sociale il conseguimento della pace. Sappiamo bene che l’Onu è sempre più debole, al punto che ne è stata dichiarata l’inutilità. Ma questa è una ragione di più perché ritrovi, di fronte a questa guerra, la sua funzione istituzionale e la sua ragion d’essere.

L’alternativa è l’escalation della guerra, con il rischio sempre maggiore della sua degenerazione in una guerra nucleare. Ma anche al di là di questa terrificante prospettiva, la continuazione di questa guerra, oltre a produrre altri massacri e devastazioni nella povera Ucraina, non potrà che far crescere e, per così dire, istituzionalizzare la logica bellica dell’amico/nemico. La decisione del nostro Parlamento di aumentare di oltre il 50% le spese militari, la terribile decisione tedesca di finanziare con 100 miliardi di euro il proprio riarmo, l’opzione di Biden per il rafforzamento militare della Nato anziché per il confronto diplomatico, il compiacimento generale per la compattezza dell’Occidente in armi raggiunta in questa logica di guerra, la crescita dell’odio verso il popolo russo e l’informazione urlata e settaria sono tutti segni e passi di una corsa folle verso la catastrofe. E’ il trionfo della demagogia e dell’irresponsabilità, il cui costo è pagato oggi dal popolo ucraino e domani, se la corsa non si fermerà, dall’intera umanità e in particolare dall’Europa.

Esiste insomma una responsabilità istituzionale dell’Onu e il dovere della comunità internazionale di fare tutto ciò che è possibile fare al fine di ottenere la pace. E ciò che l’Onu può fare, e perciò deve fare è non lasciare sola l’Ucraina al tavolo del negoziato, bensì offrire i suoi organi istituzionali, l’Assemblea generale e il Consiglio di sicurezza, come i luoghi e i soggetti della trattativa, che ben potrebbero essere convocati in seduta pubblica e permanente fino a quando non riusciranno a porre termine alla guerra. Sarebbe un’iniziativa eccezionale, senza precedenti, dotata di un enorme valore politico e simbolico, che varrebbe a segnalare la gravità dei pericoli che incombono sull’umanità, a rilanciare il ruolo dell’Onu e a impegnare tutti gli Stati in una riflessione sul futuro del mondo e a prendere sul serio il principio della pace stabilito dallo Statuto dell’istituzione della quale sono membri.

3. Due visioni del futuro del mondo 

E’ precisamente il futuro del mondo nel dopo guerra che dovrebbe stare al centro del dibattito politico e di politiche estere responsabili. In caso di scampato pericolo nucleare, gli esiti possibili di questa guerra saranno infatti due, tra loro opposti: il riarmo o il disarmo, la corsa a maggiori armamenti, in attesa della prossima guerra e, di nuovo, del rischio nucleare, oppure un risveglio della ragione e la comune riflessione sul possibile ripetersi del pericolo atomico e perciò sulla necessità, nell’interesse di tutti, di un progressivo disarmo, fino alla denuclearizzazione dell’intero pianeta.

La prima ipotesi, purtroppo la più miope e la più probabile, si manifesta nell’aumento delle spese militari degli Stati occidentali e in una militarizzazione delle nostre democrazie: dal riarmo della Germania all’aumento delle spese militari fino al 2% del Pil deciso dall’Italia e dagli altri Stati europei. «Pazzi», li ha chiamati papa Francesco, dichiarando di essersi per loro «vergognato». E’ l’ipotesi espressa dalla gara di insulti nei confronti di Putin nella quale si cimentano i leader occidentali, a cominciare dal presidente Biden – «macellaio», «criminale di guerra», «quest’uomo non può restare al potere!» –, che hanno il solo effetto di minare, o quanto meno di rendere più difficili i negoziati o peggio, essendo rivolti a un autocrate irresponsabile, di provocarlo e di indurlo ad allargare il conflitto fino a farlo precipitare in una terza guerra mondiale. Sono invettive che segnalano un intento inquietante: la volontà che la guerra prosegua per ottenere la sconfitta della Russia, o quanto meno la sua umiliazione nel pantano di una guerra fallita, per consolidare la subordinazione dell’Europa alla politica di potenza degli Stati Uniti ed anche, magari, per raccattare qualche voto alle elezioni americane di mid-term. Questa guerra diventa così l’occasione, per gli Stati Uniti e per l’apparato politico-mediatico schieratosi a suo sostegno, per un rilancio eticamente connotato dello scontro di civiltà tra democrazie e autocrazie, tra mondo libero e mondo incivile, onde ottenere la vittoria sul Male, anche a costo di mettere a rischio la sicurezza del mondo dal possibile olocausto nucleare.

La seconda ipotesi è quella pacifista, qui prospettata, dell’impegno della comunità internazionale a fermare immediatamente la guerra a qualunque, ragionevole costo: dall’assicurazione che l’Ucraina non entrerà nella Nato all’autonomia delle piccole regioni separatiste dell’Ucraina orientale, russofone e russofile, sulla base di un voto popolare nell’esercizio del diritto dei popoli all’autodeterminazione; in forza del quale, dice l’articolo 1 di entrambi i Patti internazionali sui diritti umani del 16 dicembre 1966, «tutti i popoli… decidono liberamente del loro statuto politico». Dal clima di pace generato dalla trattativa potrebbe uscire non soltanto la fine dell’aggressione all’Ucraina, ma anche una seria riflessione sul pericolo, mai così grave, del conflitto nucleare che sta correndo il genere umano. Potrebbe uscirne la consapevolezza comune della necessità di una rifondazione, mediante l’introduzione di idonee garanzie in tema di limitazioni della sovranità degli Stati, del patto di convivenza pacifica stipulato con la creazione dell’Onu. Il pericolo nucleare che stiamo correndo potrebbe inoltre indurre i paesi che ancora non l’hanno fatto ad aderire al Trattato sul disarmo nucleare del 7 luglio 2017, già sottoscritto da ben 122 paesi, cioè da più dei due terzi dei membri dell’Onu. Potrebbe, soprattutto, convincere gli Stati Uniti ad annullare il loro ritiro, deciso il 2 agosto 2019 dal presidente Trump, dal trattato del 1987 sul disarmo nucleare e indurre tutti gli Stati dotati di tali armamenti a riprendere questo graduale processo fino al totale disarmo. Oggi, nel mondo, ci sono 13.440 testate nucleari (erano 69.940 prima del trattato sul disarmo del 1987), in possesso di nove paesi: 6.375 in Russia, 5.800 negli Stati Uniti, 320 in Cina, 290 in Francia, 215 nel Regno Unito, 160 in Pakistan, 150 in India, 90 in Israele e 40 nella Corea del Nord. E’ stato calcolato che bastano 50 di queste bombe per distruggere l’umanità. Questo significa che con questi armamenti il genere umano può essere cancellato dalla faccia della Terra per ben 270 volte.

Alla discussione su queste due ipotesi non sta portando nessun contributo il dibattito pubblico, che sta svolgendosi in un clima avvelenato da contrapposizioni radicali. Non è un dibattito basato sul dialogo, sul confronto razionale e sul rispetto delle opinioni altrui, ma uno scontro fondato sull’opposizione amico/nemico, sul sospetto della malafede degli interlocutori e sulla loro squalificazione morale, o come putiniani o come guerrafondai. Del tutto assenti sono l’atteggiamento problematico, l’incertezza, il dubbio, l’interesse per le idee diverse dalle nostre, la consapevolezza della complessità e dell’ambivalenza delle questioni, che sempre dovrebbero informare la discussione pubblica.

Le questioni sulle quali il dibattito politico è stato più acceso e tra sordi sono due: quella dell’invio di armi all’Ucraina e quella dell’aumento della spesa militare fino al 2% del pil. Sono questioni diverse, che l’alternativa fra le due ipotesi sopra illustrate consente forse di affrontare con lungimiranza. La prima è un dilemma morale tra la solidarietà giustamente dovuta al popolo ucraino, i cui esponenti hanno più volte richiesto l’invio delle armi, e il prolungamento che ne seguirebbe del conflitto e delle stragi. Trattandosi di un autentico dilemma morale, non hanno senso le accuse che si scambiano i sostenitori delle due opzioni. Ci sono validi argomenti a sostegno di entrambe.

A mio parere il maggiore argomento contro l’invio delle armi consiste, oltre che nel rischio che esso possa essere inteso come cobelligeranza in un conflitto destinato a durare e a produrre altri massacri, nella sua decisione insieme a quella di un aumento delle spese militari. Questa seconda decisione è chiaramente a sostegno della logica della guerra, se non altro perché tale aumento è già avvenuto, ininterrottamente, da oltre venti anni. Rispetto al 2019 l’aumento, nel 2020, è stato del 2,6% a livello globale e ben del 7,5% in Italia. La spesa complessiva nel mondo è giunta quasi a 2000 miliardi di dollari l’anno, dei quali il 39% (776 miliardi, contro i 252 della Cina e i 62 della Russia) spesi dai soli Stati Uniti che hanno riempito il pianeta di ben 800 basi militari. A cosa serve, domandiamoci, accumulare ulteriori, inutili armamenti, se non ad alimentare il clima di guerra e ovviamente a soddisfare gli interessi del complesso militar-industriale? Entrambe le opzioni, l’invio di armi alla resistenza ucraina e l’aumento delle spese militari risultano perciò accomunate da un’opzione militarista: dall’idea suicida delle armi come unica soluzione strategica delle controversie internazionali, in letterale contrasto con l’articolo 1 della Carta dell’Onu, con l’articolo 11 della Costituzione italiana e, più in generale, con i principi della pace e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani nei diritti fondamentali. Un’uguaglianza, dobbiamo aggiungere, che continuiamo a sbandierare come un valore dell’Occidente aggredito e, insieme, a violare nei confronti dei quattro quinti dell’umanità.

4. Per una Costituzione della Terra

E’ su quest’ultimo punto che voglio soffermarmi. Non possiamo continuare a parlare decentemente di difesa della democrazia, dei principi di uguaglianza e dignità della persona e di universalismo dei diritti umani minacciati dalle autocrazie, fino a quando questi principi resteranno un privilegio dei nostri paesi – non più di un miliardo di persone su quasi otto miliardi di esseri umani – mentre per il resto del mondo non sono altro che vuota retorica. Non possiamo continuare a declamarli come i “valori dell’Occidente”, mentre quei principi, proclamati come universali da tutte le carte dei diritti, non sono garantiti a tutti gli esseri umani ma solo a una loro esigua minoranza. Giacché quei valori o sono universali, oppure non sono. Oggi le nostre democrazie sono in declino, sottoposte alla doppia minaccia dell’onnipotenza delle maggioranze politiche sradicate dalle loro basi sociali e dei poteri dei mercati globali. Ma, soprattutto, i diritti umani e i principi di uguaglianza e dignità delle persone, proclamati in tante carte costituzionali e internazionali, sono promesse non mantenute: attuate, oltre tutto malamente, in pochi paesi privilegiati e vistosamente e sistematicamente violate per il resto dell’umanità, anche a causa delle politiche di rapina, di sfruttamento e di esclusione praticate dal civile Occidente. La loro conclamata inviolabilità, come la loro indivisibilità e universalità altro non sono che parole, contraddette dalle loro violazioni sistematiche e dalla loro mancata attuazione, per mancanza di garanzie, in gran parte del mondo. In assenza di una sfera pubblica mondiale capace di garantirli, le disuguaglianze sono destinate a crescere, i poteri globali, sia politici che economici, non possono che svilupparsi in forme selvagge e distruttive, le violazioni massicce dei diritti umani non possono che dilagare e tutti i problemi globali non possono che aggravarsi.

C’è dunque una questione di fondo che questa guerra impone di affrontare. La guerra, e prima ancora la pandemia, hanno mostrato in tutta la loro drammaticità l’inadeguatezza delle istituzioni internazionali esistenti e soprattutto il pericolo rappresentato dal vuoto di garanzie nei confronti dei poteri selvaggi degli Stati sovrani e dei mercati globali. Le due tragedie – pandemia e guerra – sono per molti aspetti opposte. La pandemia, con i suoi 6 milioni di morti, ha mostrato l’interdipendenza e la comune fragilità dell’umanità, l’insensatezza dei confini e dei conflitti identitari e la disponibilità alla solidarietà delle pubbliche opinioni ed anche della politica. La guerra, con le sue migliaia di morti, le città devastate e più di 10 milioni di sfollati, sta generando, al contrario, odi tra popoli, logiche politiche dell’amico/nemico, lacerazioni tra nazionalità che non sarà facile rimarginare. Entrambe le tragedie sono tuttavia una drammatica conferma dell’insensatezza e della pericolosità dello stato attuale del mondo e segnalano la necessità e l’urgenza di una rifondazione dell’Onu basata su una Costituzione della Terra alla loro altezza. E’ questo il progetto del movimento “Costituente Terra” formatosi a Roma nell’assemblea del 21 febbraio 2020 e da me illustrato nel libro Per una Costituzione della Terra, pubblicato quest’anno da Feltrinelli.

Oltre alla guerra e alle pandemie, sono molte altre le sfide e i pericoli che minacciano il futuro dell’umanità e che solo un costituzionalismo globale può fronteggiare. Anzitutto l’emergenza ecologica, che la guerra sta aggravando e insieme rimuovendo dall’orizzonte della politica, ma che continua ad essere la minaccia forse più grave per il futuro dell’umanità. Per la prima volta nella storia il genere umano, a causa del riscaldamento climatico, rischia l’estinzione per la progressiva inabitabilità di parti crescenti del nostro pianeta. Da molti decenni la concentrazione nell’aria di anidride carbonica cresce in maniera progressiva: ogni anno, costantemente, viene immessa nell’atmosfera una quantità di CO2 maggiore di quella immessa l’anno precedente. E’ chiaro che fino a quando questo processo non sarà invertito, vorrà dire che stiamo andando verso la rovina.

C’è poi l’emergenza diritti. La globalizzazione, con il potere delle grandi imprese di dislocare le loro attività produttive nei paesi nei quali è possibile lo sfruttamento illimitato dei lavoratori, ha svalorizzato il lavoro a livello globale, cancellandone nei paesi avanzati le garanzie conquistate in un secolo di lotte e riducendo il lavoro, nei paesi poveri, a forme e a condizioni para-schiavistiche. A causa della miseria crescente, inoltre, muoiono ogni anno, nel mondo, otto milioni di persone per mancanza di alimentazione di base e altrettante per mancanza di cure mediche e di farmaci salva-vita, vittime del mercato, oltre che delle malattie, giacché i farmaci in grado di salvarli non sono disponibili nei loro paesi poveri, o perché brevettati e perciò troppo costosi, o perché non più prodotti per mancanza di domanda dato che riguardano malattie – infezioni respiratorie, tubercolosi, Aids, malaria – debellate e scomparse nei paesi ricchi. Di qui il dramma di decine di migliaia di migranti, ciascuno dei quali ha alle spalle una di queste tragedie. Di qui l’odio per l’Occidente, il discredito dei suoi valori politici, lo sviluppo della violenza, dei razzismi, dei fondamentalismi e dei terrorismi.

E’ chiaro che sfide globali di questa portata richiedono risposte globali: il progressivo disarmo, non soltanto nucleare, di tutti gli Stati e la messa al bando di tutte le armi come beni illeciti; il superamento degli eserciti nazionali auspicato più di due secoli fa da Kant e la realizzazione, a garanzia della pace e della sicurezza, del monopolio della forza in capo all’Onu e alle polizie locali; l’istituzione di un demanio planetario che sottragga i beni comuni e vitali – l’aria, l’acqua potabile, le grandi foreste e i grandi ghiacciai – alle appropriazioni private, alla mercificazione e alle devastazioni ad opera del mercato; l’introduzione di divieti, finalmente sanzionati, delle emissioni di gas serra e della produzione di rifiuti comunque velenosi; l’uguaglianza nei diritti e nella dignità di tutti gli esseri umani tramite la creazione di istituzioni globali di garanzia di tutti i diritti fondamentali, dai diritti di libertà ai diritti sociali alla salute, all’istruzione, all’alimentazione e alla sussistenza, come un servizio sanitario e un sistema scolastico mondiali con ospedali, farmaci, vaccini, scuole e università in tutto il mondo; l’unificazione del diritto del lavoro e la globalizzazione delle garanzie dei diritti dei lavoratori, in grado di assicurarne l’uguaglianza e la dignità contro l’odierno sfruttamento illimitato; l’istituzione di una Corte costituzionale sovrastatale, con il potere di invalidare tutte le fonti normative che violano diritti umani, e la trasformazione da volontaria in obbligatoria delle competenze della Corte di giustizia e della Corte penale internazionale; l’introduzione infine di un adeguato fisco globale progressivo in grado di finanziare le istituzioni globali di garanzia e di impedire le attuali concentrazioni illimitate della ricchezza.

Misure di questo genere, è evidente, possono essere imposte solo da una rifondazione della Carta dell’Onu ad opera di una Costituzione della Terra rigidamente sopraordinata alle fonti statali e ai mercati globali. Solo una Costituzione della Terra che introduca le funzioni e le istituzioni globali di garanzia dei diritti proclamati in tante carte e convenzioni può rendere credibili il principio di uguaglianza e l’universalismo dei diritti umani. Solo una Costituzione mondiale, che allarghi oltre gli Stati il paradigma del costituzionalismo rigido sperimentato nelle nostre democrazie può trasformare promesse ed impegni politici, come quelli presi in materia di ambiente dai G20 a Roma e poi a Glasgow, in limiti e in obblighi giuridici effettivamente vincolanti.

Non si tratta di un’utopia. Si tratta invece dell’unica risposta razionale e realistica allo stesso dilemma che fu affrontato quattro secoli fa da Thomas Hobbes: la generale insicurezza determinata dalla libertà selvaggia dei più forti, oppure il patto razionale di sopravvivenza e di convivenza pacifica basato sul divieto della guerra e sulla garanzia della vita. Con una differenza di fondo, che rende il dilemma odierno enormemente più drammatico: la società naturale dell’homo homini lupus ipotizzata da Hobbes è stata sostituita da una società di lupi non più naturali, ma artificiali – gli Stati e i mercati – dotati di una forza distruttiva incomparabilmente maggiore di qualunque armamento del passato. Diver­samente da tutti gli orrori del secolo scorso – perfino dalle guerre mondiali e dai totalitarismi – la ca­tastrofe ecologica e quella nucleare sono ir­reversibili: c’è infatti il pericolo, per la prima volta nella storia, che si acquisti la consapevolezza della necessità di cambiare strada quando sarà troppo tardi.

Neppure si tratta di un’invenzione, né di un mutamento dell’attuale paradigma costituzionale. Si tratta, al contrario, di un suo inveramento, cioè di un’attuazione del principio della pace e dell’universalismo dei diritti umani quali diritti di tutti già stabiliti nella Carta dell’Onu e in tante carte costituzionali e internazionali. La logica intrinseca del costituzionalismo, con i suoi principi di pace e di uguaglianza nei diritti umani, non è nazionale, ma universale. Gli Stati nazionali e le loro costituzioni sono d’altro canto impotenti di fronte alle sfide globali, le quali richiedono risposte e garanzie giuridiche a loro volta globali. E il patto di convivenza pacifica stipulato con la Carta dell’Onu e con le tante carte internazionali dei diritti è fallito per due ragioni: perché contraddetto dalla persistente sovranità degli Stati e dalle loro cittadinanze disuguali, e perché non sono state istituite le necessarie garanzie globali, senza le quali i diritti e i principi di giustizia pur solennemente proclamati si riducono a ingannevole ideologia.

A questa prospettiva viene contrapposta, in nome del realismo politico, l’idea del suo carattere utopistico e irrealizzabile. Io penso che dobbiamo distinguere due tipi opposti di realismo: il realismo volgare di chi naturalizza la realtà sociale e politica con la tesi “non ci sono alternative a quanto di fatto accade”, e il realismo razionalista, secondo il quale le alternative ci sono, dipende dalla politica adottarle e la vera utopia, l’ipotesi più irrealistica, è l’idea che la realtà possa rimanere a lungo come è: che potremo continuare a basare le nostre democrazie e i nostri spensierati tenori di vita sulla fame e la miseria del resto del mondo, sulla forza delle armi e sullo sviluppo ecologicamente insostenibile delle nostre economie. Tutto questo non può durare. E’ lo stesso preambolo alla Dichiarazione dei diritti del 1948 che stabilisce, realisticamente, un nesso di implicazione reciproca, quale solo una Costituzione della Terra e le sue istituzioni di garanzia possono assicurare, tra pace e diritti, tra sicurezza e uguaglianza e, dobbiamo aggiungere oggi, tra salvataggio della natura e salvataggio dell’umanità.

D’altro canto l’umanità forma già un unico popolo. Sessanta anni fa, ricordo, eravamo, sul pianeta, 2 miliardi di persone, ma quel che succedeva dall’altra parte del mondo non ci riguardava. Oggi la popolazione mondiale è arrivata a 8 miliardi, ma siamo tutti interconnessi, sottoposti al governo globale dell’economia ed esposti alle stesse emergenze e catastrofi planetarie. Siamo perciò un unico popolo, meticcio ed eterogeneo, ma unificato dagli stessi interessi alla sopravvivenza, alla salute, all’uguaglianza e alla pace, che solo la miopia dei poteri politici non è in grado di vedere e che anzi occulta con la difesa dei confini. La logica schmittiana dell’amico/nemico è una costruzione propagandistica a sostegno dei populismi e dei regimi autoritari che sta oggi contagiando, purtroppo, anche le nostre democrazie. Se i massimi governanti del pianeta, anziché impegnarsi sulla base di questa logica nelle loro miopi e miserabili politiche di potenza, fossero capaci di trarre lezioni dalla storia, questa terribile guerra in Ucraina sarebbe una fonte inesauribile di insegnamenti. Insegnerebbe – contro l’insensatezza delle guerre, delle armi, dei confini, dei nazionalismi e dei conflitti identitari – il valore razionale, nell’interesse di tutti, della pace universale e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani in dignità e diritti e la necessità delle garanzie necessarie ad assicurarle.

[ * ] Il presente contributo costituisce anticipazione del fascicolo di Questione Giustizia trimestrale, di prossima pubblicazione, dedicato ai temi della guerra e della pace.

Storia e valori della rivista Questione Giustizia
La giustizia è molto più della giurisdizione e della magistratura. In una società moderna non ci può essere giustizia senza un potere autonomo che concorre a ristabilire equilibri là dove i governanti non danno risposte giuste e là dove non sono rispettati i diritti e i doveri esistenti. Ma nessun potere può bastare a questo scopo in una società ingiusta e all’interno di un sistema istituzionale squilibrato.
Da questa consapevolezza sono nate Quale Giustizia negli anni ‘70 e Questione Giustizia nel 1982: in una società di privilegi le leggi possono diventare fattore di ingiustizia sostanziale e la Costituzione stessa può essere piegata a interessi di una minoranza potente in danno della parte restante e più debole del Paese.
Il contrasto al formalismo giuridico si è accompagnato nella storia delle due Riviste alla volontà di ricercare sempre con serietà un approccio ai problemi che sia scientifico, critico, politicamente consapevole. Di qui lo studio dedicato all’evoluzione delle istituzioni, alle istanze sociali e di promozione dei diritti, al travaglio di chi lotta per la tutela di questi e alla giurisprudenza più attenta ai valori costituzionali. Di qui la critica alle politiche, alle prassi e alle decisioni ritenute non conformi ai valori fondanti la Repubblica. Promossa da Magistratura democratica, Questione Giustizia non è mai stata strumento di un progetto maturato altrove, con la convinzione che le idee non hanno padroni e vivono in coloro che le fanno proprie, le praticano, le fanno crescere. Partendo dalla certezza che la Costituzione vive nella e attraverso la sua applicazione quotidiana, la Rivista ha cercato di fare delle prassi giudiziarie, della giurisprudenza e dei percorsi istituzionali l’oggetto privilegiato di analisi. Al non negare la politicità del lavoro del magistrato la Rivista ha affiancato analisi e riflessioni che possano aiutare i magistrati a gestirla consapevolmente e aiutare la cultura giuridica a confrontarsi con quella caratteristica senza approcci pregiudiziali e senza timori errati.
Questo la Rivista ha cercato di fare nei 33 anni della propria vita e continuerà a fare con le nuove forme editoriali e con gli strumenti che la tecnologia mette oggi a disposizione. A partire dal 2013, alla rivista trimestrale si affianca Questione giustizia online, rivista ad accesso libero e quotidianamente aggiornata.

Sventurata è la Terra che ha bisogno di eroi (altrui)

 

Dopo la tredicesima stazione della Via Crucis con la croce portata insieme, nel silenzio, da Irina e Albina, due infermiere amiche, una ucraina, una russa (quale fosse ucraina e quale russa non aveva e non ha la minima importanza); dopo questa spoglia e muta rappresentazione di cosa è il calvario dei nostri giorni, un ossimoro pensando all’impossibilità, resa possibile da Papa Bergoglio, di celebrare la Passione in modo muto e spoglio dentro una cornice urlante e gladiatoria (il Colosseo), dentro una Chiesa magniloquente e corrotta; dopo questo, non sarebbe decoroso scrivere di guerra.

Dopo questo, tutto il chiacchiericcio inane sulla guerra combattuta dai divani suonerebbe irritante, oltraggioso; blasfemo, aggettivo che fatico a pronunciare a causa della mia difficoltà nel riconoscere la religione, ma che per Papa Francesco mi lascio sfuggire dalle labbra senza pudore. Anche perché lui ha fatto un gesto spudorato: un gesto di pace, e la pace non esiste, esiste solo una tregua, come scriveva Primo Levi. Eppure, allo stesso tempo, in questi giorni è impossibile sfuggire alla terribile fascinazione della guerra, così come lo era sfuggire alla temibile fascinazione della pandemia. La cifra comune di queste due onnivore narrazioni è sicuramente la paura. Ormai la narrazione del mondo è un romanzo distopico scritto a più mani, alcune sapienti, altre penose.

Ho paura per la sofferenza del mondo, che nella mia mente non è un concetto astratto, ma molto concreto: il posto in cui vivo io e vivranno i miei discendenti. Ho paura che la situazione bellica sfugga di mano, che per errore o disperazione omicida si inneschi una situazione che comprometta il futuro delle prossime generazioni. Ho paura che l’incertezza di questo tempo si trasformi nella certezza di sofferenze e di sacrifici. Ho paura di lasciare un luogo peggiore di quello in cui sono nato, un luogo devastato, saccheggiato, avvelenato. Una natura ostile, resa tossica e vendicativa dalle nostre scelleratezze.

Un miracolo della creazione trasformato in un pessimo posto in cui vivere, talmente rovinato da non sapere più dove scappare. Ho paura dell’avverarsi della profezia di Albert Einstein, che la quarta guerra mondiale l’avremmo combattuta con le clave. All’ombra di questi fantasmi si nasconde la orribile sensazione di avere fallito come individuo che pretenderebbe di avere una coscienza sociale, oltre al livido sospetto di stare fallendo come specie umana.

Un’ altra grande paura è quella di essere chiamato ad eseguire degli ordini manifestamente criminosi. Non li eseguirei mai, di questo sono sicuro. Sarei però terrorizzato (e lo sono già) dal clima nel quale sarebbe piombato il mio spicchio di mondo per istigarmi a questo, e avrei certamente timore delle conseguenze della mia renitenza. Penso molto in questi giorni agli uomini ucraini e russi che nel loro paese sono accusati di tradimento perché si rifiutano di combattere, perché scappano o disertano. Mi riconosco nei loro sentimenti e nelle loro scelte. Questi uomini non hanno più paura di morire di quanta ne abbiano di uccidere. Ogni essere umano non accecato dal fanatismo dovrebbe seriamente fermarsi a riflettere su questa scelta.

Quando sento parlare di “eroica resistenza degli ucraini” da parte di qualche scribacchino o politico nostrano che pensa di essere in un gioco di ruolo, penso che Brecht avesse ragione: sventurata è la terra che ha bisogno di eroi. Quando poi ha bisogno di importarli, gli eroi, la tragedia si screzia con le sfumature della farsa.

Quando sento dire “sono loro che ce lo chiedono“, mi viene in mente una citazione dal fulminante “Estensione del dominio della lotta” di Michel Houellebecq: “su un muro della stazione Sèvres-Babylone ho visto uno strano graffito: Dio ha voluto ineguaglianze, non ingiustizie, c’era scritto. Mi sono chiesto chi potesse essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di Dio“.

Ecco, io mi chiedo chi possa essere quella persona così bene informata sulle intenzioni di ogni ucraino. Combattere con le armi non è obbligatorio. Uccidere in guerra non è obbligatorio. Certo, può essere disposto da uno stato di legge marziale, ma la paura delle conseguenze non ci toglie il libero arbitrio.

Pensate se ogni chiamato in guerra in nome della Patria, sia dalla parte dell’aggressore sia dalla parte dell’aggredito, si rifiutasse di farla. Pensate se non ci fossero dita disposte a premere un grilletto, a spingere un bottone, a pilotare un aereo che deve sganciare una bomba sulla popolazione. Purtroppo la responsabilità di una tirannide, di una dittatura sanguinaria, di un’aggressione bellica non è solo del tiranno, ma di tutti coloro che eseguono i suoi ordini. E in nome di cosa? Di una nuova religione: la Nazione, la Patria. Proprio la religione laica in nome della quale Putin manda i suoi giovani a uccidere e morire in un paese fratello.

Ancora una volta: la mia nazione e la mia patria non sono un’astrazione. Sono le mie radici, i miei affetti, i miei legami, i miei interessi e le mie passioni. Io non muoio per loro, io vivo per loro. Se qualcuno li vuole spazzare via con la violenza, la mia opzione sarà sempre di portarli al sicuro da qualche parte, dove possano rimanere vitali o rinascere, magari in altre condizioni. Non sarà mai di mettermi a sparare, che significa ammazzare gente abbastanza “colpevole” da meritare la morte per mano mia, ammesso che io fossi mai capace di infliggerla.

In questa allucinata contabilità dei morti di guerra, sia i sostenitori dell’eroismo altrui sia i cosiddetti (con spregio) pacifisti tendono a ragionare per grandi numeri: io invece mi domando come si faccia a parlare, dalla poltrona di casa, di mille persone morte in più o in meno, quando ogni persona morta è la distruzione di una storia, di una memoria, di una famiglia, di una madre, di un padre, di un fratello, di un amico, di un amante, di un futuro.
Che cos’è la Patria se non questo? Che cos’è una Nazione se non questo insieme di storie irripetibili, uniche, preziose, fragili? E come facciamo a non comprendere che chi ammazza per un’ idea di nazione sta ammazzando tutto ciò di cui è fatta una nazione?

Non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. La Resistenza è un fenomeno storicamente determinato, legato alle vicende dell’invasione nazifascista dell’Italia. “Ora e sempre resistenza” è un motto che mi provoca irritazione. La resistenza, in termini psicologici, è un atteggiamento deleterio. Non è resistendo alle cose che ci accadono che usciamo da un problema, ma assumendole come un dato di realtà, e riposizionandoci rispetto ad esse. Riposizionarsi può essere su un’altura, come hanno fatto i partigiani, o in un altro paese, come fanno gli esuli. Se l’altura non è raggiungibile, meglio la fuga che farsi ammazzare.
Avreste preferito che Luis Sepulveda morisse in carcere? Il suo popolo e l’umanità sarebbero stati meglio con lui morto cinquant’anni fa? Io no. Quindi non venitemi a parlare di resistenza dalle vostre poltrone. Andate a combattere, o tacete.

Infine. Non venitemi a dire che “per negoziare bisogna essere in due”. Se c’è una cosa che conosco, in tutte queste di cui ho parlato  – le altre non le conosco: le immagino o le percepisco, come tutti voi – è la trattativa. E’ diventato il mio mestiere. In un negoziato c’è sempre una parte più forte e una più debole. Se bastasse questo, non ci sarebbe mai alcuna trattativa. Una trattativa si fa concedendo qualcosa anche al bastardo (perché è un bastardo, solo che noi lo sapevamo, altri ci hanno fatto un sacco di affari) che se l’è presa con la forza.
Nel caso specifico potrebbe essere uno status di neutralità del paese, una autonomia amministrativa e linguistica di alcuni territori. Per caso qualcuno ha ricevuto un mandato dalla Nato o dal presidente ucraino per negoziare su queste basi? Se lo conoscete, presentatemelo. Diciamo piuttosto che per trattare bisogna che ci sia almeno uno che lo vuole realmente fare.

Io continuerò a fare un tifo sconfortato per Papa Bergoglio, purtroppo l’unico soggetto politico con la lucidità e l’autorità morale per orientare le sorti di questa guerra – no, forse solo per mostrarla nella sua nuda follia. Infatti improvvisamente sembra che il Vaticano non sia nemmeno più all’interno del territorio italiano, e lui sembra parlarci da una distanza lontanissima, altissima, siderale. Ed è solo.

PRESTO DI MATTINA
Don Primo Mazzolari, nel 63° anniversario della sua morte

La Pasqua, nostra ostinazione

Il 10 aprile è stato il 63° anniversario della morte di don Primo Mazzolari [Qui]: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti» (Paolo VI).

Così sono andato a rileggere un articolo del mio parroco, don Piero Tollini, su don Primo, suo parroco di elezione, ed ho pure riletto la lettera, in realtà poche righe, che gli scrisse quando fu ordinato sacerdote.

Eccole: «Egregio don Mazzolari, sabato nella Cattedrale di Ferrara sarà ordinato un sacerdote di 32 anni, venuto su ed entrato nel sacerdozio colle idee e col cuore di “Adesso”. Solo a lei, dopo che a Gesù, devo la volontà di vivere l’impegno sacerdotale come una pura testimonianza, sulla “via crucis del Povero”, della passione attiva – perciò redentiva – di X.to. Le sono stato vicino nell’amore per la povera gente dal giorno che sul treno di Suzzara ho sentito alcuni poveri di Bozzolo parlare del Parroco… Ho letto “Adesso” con cuore largo perché mi sembrava si puntasse all’essenziale nella applicazione del X.mo; poi dal suo silenzio ho imparato come si serve e si ama la Chiesa».

La risposta di don Primo non fu meno incisiva: «una prima Messa, la tua, mi restituisce la freschezza di un giorno tanto lontano ma sempre presente. C’è una perennità di offerta e di cuore nel nostro incontro, preparato segretamente da Colui, che ha avuto pietà di me e di te, consacrandoci al servizio dei poveri nella sua Chiesa. Non c’è nulla di amabile in questa divina realtà che congiunge il momento del Figlio di Dio e del Figlio dell’Uomo: eppure, questo soltanto è l’Amore come noi lo possiamo toccare. In questi giorni la fedeltà al Povero mi è sembrata più costosa dell’ordinario: stamane, però, l’abbraccio su tutte le resistenze, che mi hanno spaccato il cuore, è tornato sereno e larghissimo» [Qui]

Nel suo articolo don Piero racconta di come nacque la vocazione di don Mazzolari: «Sulla porta della “cascina” nonno e nipote guardano oltre il fossato, sullo stradello polveroso, il funerale che si snoda con inconsueta frettolosità; nessuno sembra pregare, il prete, pure lui frettoloso dietro la croce che il chierichetto porta come fosse l’asta di una bandiera, biascica i salmi in un inaccessibile soliloquio.

Nonno, perché vanno così in fretta? Perché c’è un solo prete e non canta? L’altro giorno erano tanti preti e cantavano e procedevano adagio, adagio. Quello, risponde il nonno, era il funerale della Contessa; oggi portano al camposanto il nonno di Tonino, il Boaro della Ca’ Rossa. Il piccolo Mazzolari è contrariato: “se la Contessa e il Boaro sono tutti e due nelle mani di Dio perché debbono avere un così diverso trattamento? “Io, nonno, quando sarò ‘arciprete’, andrò adagio anche al funerale dei bovari e farò venire anche tutti i curati e canteremo fi no al cimitero”.

Questa “cascina”, questa terra, questa … gente, queste situazioni, sono la matrice dell’inconsueto impegno pastorale di don Primo Mazzolari, il parroco più conosciuto in Lombardia, da molti contestato, da alcuni perfino ritenuto inopportuno, ma che Giovanni XXIII indicò come la voce dello Spirito Santo della Pianura Padana». (Voce di Ferrara, 5 (1979), 3)

 

L’ostinazione mite del Risorto

«Ogni cosa che muore – scrive don Primo – come ogni cosa che incomincia a vivere nella morte, è un aspetto della Pasqua. Le donne, sull’albeggiare quando nessun Discepolo vi pensa, s’avviano con gli aromi verso il sepolcro per “imbalsamare Gesù”, omaggio pietoso verso un perduto amore, ultima testimonianza di una fede che la morte aveva cambiato in ricordo.

A nessuna delle tre, mentre camminano verso il sepolcro, canta in cuore, sia pure celato, l’alleluja della grande speranza: nessuna osa guardare di là della tomba. La pietra non era per essere l’ostacolo alla vita, ma l’impedimento per l’ultima devozione alla morte. Nessuna voce Lo chiama dal di qua: nessun grido lo invocava: neanche la Maddalena, che pur non avrebbe dovuto dimenticare le certezze affermate dal Maestro sulla tomba di Lazzaro.

Tutti avevano bisogno di vita, e nessuno s’appellava al Vivente: tutti avevano bisogno ch’Egli fosse e nessuno osava credervi. La morte era più sigillata nei cuori che nel sepolcro di Lui. L’Alleluja è nato spontaneamente dall’infinita bontà del Signore, che, invece di guardare alla nostra mancata attesa, pose il suo sguardo pietoso sul nostro bisogno di vita, come sulla croce, “per amare fino alla fine” aveva guardato “coloro per i quali moriva, non quelli che lo facevano morire”» (La Pasqua, Vicenza, 1964, 51).

Per don Primo “la Pasqua è per tutti”, è un “impegno preso”, poiché “è la Pasqua la vita dell’uomo” e “nessuno e niente la può fermare”. Per questo è soprattutto invito a cambiare se stessi.

L’attualità del suo pensiero sta nel fatto che in esso urge l’invito a una nuova testimonianza. Vi si percepisce ancora vibrante la sua vita credente e sacerdotale, il vangelo del Regno reso al vivo nella sua persona, per dirla con Paolo. È sempre di nuovo, anche oggi, una questione di testimonianza: occorre far vivere la fede, prima di proclamarla, “Poiché la fede è vita – e quale vita! – una testimonianza convincente non può esserci data che dalla vita”.

Nella visita di papa Francesco a Bozzolo nel giugno del 2017 egli riprende tre immagini: Il fiume, La cascina e La pianura:

«Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito.

Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con sé stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso…

La cascina. Al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie”, che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città.

La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. […] Per fare molto, bisogna amare molto”.

Così diceva il vostro parroco. La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un “focolare che non conosce assenze”.

Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il Discorso della montagna non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio (cfr. Omelia per il Concistoro, 19 novembre 2016).

Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente».

 

“La pace nostra ostinazione”

Tra le parole tipicamente mazzolariane (poveri, lontani, umiltà, obbedienza, impegno, coscienza, carità, laici, vocazione) troviamo quella della pace. Egli così scriveva sul quindicinale Adesso negli anni Cinquanta: «Per la Pace, più che parteggiare, direi che bisogna “agonizzare”, poiché essa è un bene uno e indivisibile come la Carità. E se uno la vuole per sé, deve domandarla per tutti: per gli stessi che non la vogliono, anche per coloro che ne sono indegni». La pace nostra ostinazione era questo il titolo di una rubrica della stessa rivista, quasi un proclama e un programma.

Nel suo libro Tu non uccidere (Vicenza 1985, 25) si legge: «Il cristiano è un “uomo di pace“, non un “uomo in pace“: fare la pace è la sua vocazione. Ogni vocazione è un seme. Il seme può cadere lungo la strada, tra le spine, in luogo sassoso o in buon terreno. C’è in ognuno di noi, indipendentemente dalla nostra fruttuosità, una pace seminale, la quale può aprirsi un varco attraverso qualsiasi resistenza. E allora, anche se i miei piedi non si muovono verso la pace, sono uomo di pace: anche se pecco contro la pace, fino a quando non rifiuto il Vangelo di pace, la pace è in agonia dentro di me».

Credere alla pace è lo stesso che credere al Vangelo, sperare nella pace è lo stesso che sperare nella Pasqua, vivendo in se stessi la novità di vita del Risorto, comunicarne i suoi segni nella forma della testimonianza.

È questa la condizione per aprire la strada e per arrivare alla pace: «Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione.

I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore. “Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume”, non è un “sepolcro glorioso”.

“Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito”, è fuori della Pasqua.

“Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente”, invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua.

“Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini” per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua.

“Chi giura per l’oro del Tempio e non per il Tempio” non ha ancora buttato via le “trenta monete d’argento”.

“Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà”, rinnega la Pasqua.

“Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno di rapina e di intemperanza”, non fa posto alla Pasqua.

Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l’alleluia della vita esulta perfino nell’aria e nei campi; ma chi sulle strade dell’Uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore?

Una cristianità che s’incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l’alleluia è soltanto un rito e non la trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte, dell’uomo, come può comunicare “i segni della Pasqua?”». (La Pasqua, 64-65)

Mi è parsa pure una ostinazione santa anche quella di Bertolt Brecht [Qui], comunicata attraverso i versi di una sua poesia. Nel gesto sacramentale di prendersi cura di un raggelato albicocco il mattino di Pasqua, una pietà originata dal sentire del figlio; parole testimoni di una piccola pietà, il gesto di una piccola risurrezione ma ostinata e audace, l’inizio sorgivo per far argine ad un’altra ostinazione: quella insensata ed empia di chi vuole la guerra.

Così in quel gesto di pietà è da riconoscere il sacramento pasquale: «Il nostro sacramento pasquale scrive, don Mazzolari, è ancora una volta un atto di pietà, come se il Signore avesse bisogno di piccole pietà: i morti vogliono la pietà, il vivente vuole l’audacia. «Non vi spaventate. Gesù è risorto, non è qui», (ivi, 52).

La piccola pietà: la Pasqua dell’albicocco

Oggi, mattina di Pasqua,
un’improvvisa tempesta di neve è passata sull’isola.
Tra le siepi già verdi c’era la neve. Mio figlio
mi ha portato verso un piccolo albicocco lungo il muro di casa
strappandomi a un verso in cui puntavo il dito contro coloro
che stanno preparando una guerra che
può cancellare il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo messo una tela di sacco
sopra l’albero che raggelava.

(Bertolt Brecht, Primavera 1938, Raccolta Steffin, cit. in M Petazzioni, La poesia degli alberi, Luca Sossella ed. Trento 2021, 132).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Irina e Albina dietro alla croce di Francesco
e una misera politica bacchetta il papa

 

La croce di Gesù porta scandalo. Per chi crede e per chi non crede. Uno scandalo è il sacrificio degli innocenti. È straordinariamente toccante e lungimirante il fatto che Papa Francesco abbia assegnato la meditazione sulla morte di Gesù, tredicesima stazione della Via Crucis del Venerdì Santo, a due donne, Albina, russa, e Irina, ucraina.

Due donne la cui amicizia non è un infingimento, non nasce come cortesia alla fantasia di un papà cattolico per guadagnare le prime pagine dei giornali, ma preesiste alla guerra e tutt’ora le unisce. Due operatrici sanitarie nello stesso Centro di cure palliative, quello gestito dalla Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico di Roma. Due donne, perciò, quotidianamente a contatto con la sofferenza umana del corpo e dello spirito. Due donne che condividono i gesti della cura e che reciprocamente si prendono cura l’una dell’altra resistendo eroicamente alla logica schiacciante della guerra che le vorrebbe nemiche.
Due donne che conservano la loro umanità e si riconoscono per ciò che sono; sì una russa e un’ucraina, ma anche infinite altre cose: un’infermiera e una studentessa, due figlie, forse due sorelle, forse due innamorate, e magari due persone che amano cantare, o cucinare, e che qualche volta si raccontano i loro sogni.

Sorprendente e scandaloso mi pare piuttosto che figure politiche abbiano l’ardire di mettere in discussione la scelta di Papa Francesco, fino a chiedere di ritirarla. Con quale diritto? Se giustamente teniamo alla laicità degli stati e ci sentiamo disturbati dalle intromissioni religiose sulle scelte politiche, lo stesso fastidio viviamo adesso, quando esponenti politici pretendono di dettare a una figura spirituale ciò che deve e non deve fare nelle sue celebrazioni. Soprattutto ora che la pretesa è di santificare una parte condannando l’altra alla dannazione e assorbendo nell’una e nell’altra tutto ciò che a ciascuna appartiene.
Il terreno del sacro è cosa altra, e non è il solo (davvero dovremmo disfarci di Cechov o di Dostoevskij per colpa di Putin?).

Fin dal momento in cui ha consacrato a Maria entrambi i Paesi, Francesco ha voluto indicare la strada opposta. Oggi, con questa Via Crucis, torna a farlo. La sua scelta non parifica l’aggressore e l’aggredito. Semmai riconosce pari dignità a tutte le vittime, che non sono da una parte sola. Potrei dire che non è un caso abbia scelto proprio due donne per fare questo: diversa è l’esperienza delle donne nella sofferenza e della cura, diversa è anche – per la massima parte – l’esperienza della guerra, e ciò che le donne evocano in chi guarda. C’erano, non a caso, due donne ai piedi della croce di Gesù.

Volendo parlare un linguaggio più terreno, Papa Francesco ha voluto riconoscere il valore dell’affetto tra Irina e Albina. È uno scandalo per il quale ringraziarlo: le mani delle vittime non sono insanguinate. Le donne russe che vedono i loro figli o i loro mariti costretti a partire per una guerra che non hanno scelto sono vittime quanto le donne ucraine, costrette a separarsi dai loro figli o dai loro mariti, che combattono, per mettersi al riparo con i bambini. Le loro mani non sono macchiate di sangue. Non portano la responsabilità di un attacco voluto da altri.

Se solo osiamo uscire dalla logica della guerra che semplifica e riduce la realtà allo scontro tra un “noi” e un “loro”, ci accorgiamo delle tante sofferenze che si stanno consumando in questo tempo. Soffrono i bambini russi in Italia se i compagni li additano come rappresentanti del loro paese aggressore. È vittima della guerra ogni amicizia e solidarietà interrotta anche nelle nostre città, tra le persone, le famiglie, le comunità russe e ucraine. Omettere la cura di questi legami per non tradire una qualche purezza della vittima non solo è falso ma è porre le basi per nuove violenze, nuove rivendicazioni.
Il bambino russo confuso con un aggressore che in nulla lo rappresenta o gli assomiglia è un bambino che, lasciato a se stesso, cercherà domani un riscatto, e nulla dice che lo farà nel modo più rispettoso di sé e degli altri.

Torniamo però al presente. Non è vero che i gesti di riconciliazione debbano attendere la fine delle ostilità, una fine assegnata a un tempo imprecisato nel quale qualcuno che ha iniziato l’orrore deciderà di concluderlo o sarà costretto a farlo, sulla base di convenienze che poco riguardano le persone comuni. È vero semmai che i facitori di pace possono iniziare subito, possono iniziare sempre. Così in Israele e Palestina dove da decenni associazioni miste collaborano per ridurre la violenza dell’occupazione e della guerra. Allo stesso modo in Russia e Ucraina occorre costruire la pace oggi.

Il sangue risparmiato è prezioso più del sangue versato. Non parla le parole della retorica ma quelle della vita. E mentre le diplomazie, gli eserciti, gli strateghi, i decisori politici non sanno farlo, è molto bene che incomincino dinanzi al mondo due donne, Irina e Albina, che ogni giorno condividono i gesti della cura per la sofferenza umana. Nulla vi è di più sacro, mentre altrove la vita umana si straccia.

Questo articolo è uscito ieri, 14 aprile, con altro titolo sul periodico Azione Nonviolenta 

In copertina: Pie donne al sepolcro, .XV Sec, Giuliano di Amadeo (Amadei, Giuliano). monaco camaldolese, pittore e miniatore.

PRESTO DI MATTINA
Fuggire dall’Egitto e dagli idoli vicini e lontani

 

«Quando si adorano gli idoli si calpestano gli uomini e si oscura la verità».

Queste parole di don Primo Mazzolari [Qui], scritte sul muro della parrocchia di Borgo Punta, le si incrociava ogni volta che si entrava nel cortile. Le aveva fatte scrivere il parroco, don Piero Tollini, a grandi caratteri bianchi.

Forse perché vigilassimo su noi stessi, avertendoci della tentazione che si annida anche − e soprattutto − in una parrocchia di trasformare Dio in un idolo, di misurare lui su di noi anziché lasciarlo al suo posto, nella sua differenza e alterità, e attendendo che sia lui a farsi prossimo a noi, in un’alleanza che è sempre una relazione di due libertà: un rapporto nella fede, nell’affidamento, nell’ascolto profondo della sua Parola.

Il tempo della lontananza di Dio e della sua distanza va compreso come un momento di quella dialettica della relazione interpersonale che impedisce l’assorbimento l’uno nell’altro, ma garantisce l’unione nella differenza, l’invisibilità nel visibile: «l’unione, pur scartando la separazione, ha mantenuto la differenza» (Massimo il Confessore, Ambigua, PG 91, 1056c).

ATEISMO E IDOLATRIA

L’antagonista della fede e della vera religiosità umana non è tanto l’ateismo ma l’idolatria, che svuota l’umano dal “sentire pietà” verso gli altri rendendo come pietra il cuore di carne: L’idolatria rende deserta, «terra desolata» (T. S. Eliot), quella «sede appassionata dell’amore non vano» (Ungaretti): compassione indicibile “palpito nelle umane tenebre”.

L’idolatria, come zucchero filato al palato, evapora in un nulla e, parimenti, essa dissolve nel nulla la dignità, la relazione, il riferimento alla libertà e al diritto altrui. Tutto viene schiacciato quando si assolutizza ciò che non lo è, in nome di una presunta trascendenza, purezza delle idee e delle cose, dei beni, dei valori. L’epilogo è riduzione delle persone a marionette, delle quali si sfigura e sopprime il bene più grande, il volto e la stessa vita.

«Non c’è niente di più religioso al mondo del nostro rapporto con gli altri» ci ricordava spesso don Piero nelle sue omelie, perché in esso si dà quell’ incontro con il mistero della vera pietà, con il volto dell’umanità di Gesù, il cui sguardo è generativo della vera religiosità.

L’apostolo Paolo scrivendo a Timoteo gli ricorda: «Non vi è alcun dubbio che grande è il mistero della vera religiosità: «egli fu manifestato in carne umana/ e riconosciuto giusto nello Spirito,/ fu visto dagli angeli/ e annunciato fra le genti,/ fu creduto nel mondo/ ed elevato nella gloria», (1Tm 3,14-16).

Don Piero ci ricordava proprio che «la linea di demarcazione ora non è fra Dio e la sua negazione, ma fra l’idolo e il Dio vero. Anche fra i cristiani ci sono degli idolatri che hanno un feticcio che chiamano Dio, ma che ha niente a che fare col Dio vero – è un Dio morto, astratto, ideologico.

Ma chi è veramente Dio? Dio è la garanzia di sistemi di dominazione? Oppure Dio è la garanzia dei processi di liberazione? Abbiamo udito le parole di Mosè agli israeliti che sono sul punto di entrare nella terra promessa: è un Dio che ascolta il grido dei maltrattati, è un Dio geloso dell’uomo, che non riceve il fumo delle vittime, delle candele e degli incensi, è un Dio vindice dei poveri. Questo è il Dio della Bibbia, il Dio di Gesù, il Dio della liberazione che trova la sua piena ed ultima manifestazione in Gesù Cristo».

Nell’enciclica Lumen fidei − la prima enciclica di papa Francesco, del 2013, testo iniziato da papa Benedetto XVI poi, nell’anno della fede, assunto e continuato dallo stesso Francesco − si legge: «La storia di Israele ci mostra ancora la tentazione dell’incredulità in cui il popolo più volte è caduto. L’opposto della fede appare qui come idolatria.»

Mentre Mosè parla con Dio sul Sinai, il popolo non sopporta il mistero del volto divino nascosto, non sopporta il tempo dell’attesa. La fede per sua natura chiede di rinunciare al possesso immediato che la visione sembra offrire, è un invito ad aprirsi verso la fonte della luce, rispettando il mistero proprio di un Volto che intende rivelarsi in modo personale e a tempo opportuno.

Martin Buber [Qui] citava questa definizione dell’idolatria offerta dal rabbino di Kock: vi è idolatria “quando un volto si rivolge riverente a un volto che non è un volto. Invece della fede in Dio si preferisce adorare l’idolo, il cui volto si può fissare, la cui origine è nota perché fatto da noi.

Davanti all’idolo non si rischia la possibilità di una chiamata che faccia uscire dalle proprie sicurezze, perché gli idoli “hanno bocca e non parlano” (Sal 115,5). Capiamo allora che l’idolo è un pretesto per porre se stessi al centro della realtà, nell’adorazione dell’opera delle proprie mani.

L’uomo, perso l’orientamento fondamentale che dà unità alla sua esistenza, si disperde nella molteplicità dei suoi desideri; negandosi ad attendere il tempo della promessa, si disintegra nei mille istanti della sua storia. L’idolatria è movimento senza meta da un signore all’altro, non offre un cammino, ma una molteplicità di sentieri, che non conducono a una meta certa e configurano piuttosto un labirinto.

La fede consiste nella disponibilità a lasciarsi trasformare sempre di nuovo dalla chiamata di Dio. Ecco il paradosso: nel continuo volgersi verso il Signore, l’uomo trova una strada stabile che lo libera dal movimento dispersivo cui lo sottomettono gli idoli».

L’IDOLO E L’ICONA

La differenza tra l’idolo e l’icona è stata analizzata da Jean-Luc Marion [Qui], L’idolo e la distanza, Milano 1979). Nell’idolo ogni distinzione e differenza del soggetto nella relazione viene annullata, l’alterità è assorbita nell’identità; l’invisibilità, il mistero dell’altro, il sacramento del suo volto vengono ridotti solo all’ambito della loro visibilità: il suo volto viene pietrificato, negata la sua libertà.

«L’idolo impone la propria visibilità, si dà a vedere, avvince lo sguardo, lo ferma su di sé, su ciò che esso presenta allo sguardo sensibile, al quale non permette di evadere, di attraversarlo, di innalzarsi verso la realtà invisibile che esso pretende di rappresentare: l’idolo assorbe il divino in se stesso, lo limita alla misura che lo sguardo può sopportare, vale a dire, in definitiva, mirare, produrre lo sguardo umano…

L’icona, al contrario, illuminata dall’interno, «fa sorgere una presenza personale», conduce alla trascendenza, riveste un valore mistico e quasi sacramentale» (Joseph Moingt [Qui], Immagini, icone e idoli di Dio, in Concilium 2001/1, 173-174).

L’icona lascia che l’altro si manifesti, si ritira per fare spazio all’altro e perchè sorga il mistero di cui è portatore, non fissa l’invisibile nel visibile, lo lascia passare, si lascia attraversare e interpellare da questi. Nell’incontro dei volti si dà la presenza di Dio.

Vi è un’immagine di Dio in ogni persona umana che, per la solidarietà del Cristo al destino di ogni uomo, viene a riflettersi in quella del Figlio, nel suo volto. Così l’umanità di Gesù immagine del mistero di Dio in ogni uomo si rivela l’immagine dell’umanità di Dio per noi: «Se uno dicesse: “Io amo Dio”, e odiasse suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4, 20).

VITELLO D’ORO E VITELLO GRASSO

Preparando la riflessione del vangelo di domenica scorsa, mi era capitato di leggere un testo dell’Esodo, che raccontava del vitello d’oro e così mi era venuto quasi spontaneo domandarmi quale fosse la differenza tra il vitello d’oro del Sinai e il vitello grasso della parabola del Padre misericordioso e del figlio perduto e ritrovato, che era come morto ma poi il Padre, avendolo riavuto vivo, gli ridona la dignità figliale, imbandendo una grande festa.

Mi sono detto: guarda come il vangelo ci viene dato perché smascheriamo gli idoli, anche quelli nascosti in casa nostra; l’idolo, quello del figlio maggiore era la primogenitura, il patrimonio, l’eredità che rischiava di esser sperperata ancora una volta; non gli importava né del Padre né del fratello. Lui vagheggiava almeno un capretto – questo era il piccolo idolo che custodiva nel cuore − per far festa e mostrarsi il più grande, il futuro padrone di casa, vantandosene con i suoi amici.

Il vangelo decostruisce gli idoli e fa ritrovare le relazioni più autentiche, quelle che fanno vivere, relazioni da costruire fissando lo sguardo nel volto misericordioso del Padre del quale Gesù dice: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).

Mentre Mosè era sul monte il popolo non sopportava la sua assenza, né quella di Dio e volle farsi un’immagine. Per questo scimmiottò, prese a modello gli dei dell’Egitto che erano raffigurati con sembianze di animali. Così Aronne costruì un vitello, usando l’oro che il popolo aveva ricevuto dagli egiziani all’uscita dall’Egitto, monili, collane vasellame d’oro.

L’idolo depreda, spoglia dei beni, svuota, succhia via la vita da coloro che si fanno suoi adoratori. Pensate a chi fa del denaro il proprio idolo: finisce fatalmente per diventare avaro, povero. È lui stesso, nella sua insensatezza, a privarsi di ciò che più brama.

Adoratori del potere, della guerra, che fanno di se stessi il proprio dio e, pur di assomigliargli, distruggono tutto ciò e tutti coloro che incrociano sulla loro strada, sacrificano e immolano al moloch di turno divinità abbinata al fuoco distruttore.

Al contrario, il vitello grasso della parabola è simbolo di una paternità di Dio che dona tutto, anche il proprio figlio, per offrirci con lui ogni cosa. Una paternità, quella della parabola, che non teme di perdere tutto il suo patrimonio per riavere il figlio, il quale privo di tutto – tanto che «avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla» (Lc 15, 16) − viene nuovamente rivestito di tutto, persino dell’anello d’oro che aveva perduto, simbolo della dignità figliale ritrovata.

Una persona della parrocchia mi ha scritto che il vitello grasso simboleggia anche la grandezza e l’abbondanza del perdono (“70 volte 7”), che si trasforma in festa di rinascita: non dovevamo far festa dice il Padre al maggiore perché questo tuo fratello era perduto ed è stato ritrovato, era morto ed è tornato in vita? Anche in parabola non ci viene narrata forse la Pasqua di risurrezione?

Continuo anche oggi, nei vespri della domenica ad intonare in latino l’incipit del salmo 114 (113) il canto della speranza: In exitu Isräel de Aegypto: «Quando Israele uscì dall’Egitto, la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, Giuda divenne il suo santuario, Israele il suo dominio». Lo vado salmodiato sull’armonia gregoriana, come quando lo cantavo appena entrato in seminario. Ogni volta mi rammenta il canto nuovo della Pasqua a noi ancora in cammino, protesi verso di essa.

Dice il Midrash: «Quando Israele uscì dall’Egitto, ci fu il cantico del mare (Es 15); quando stette presso il monte Sinai per ricevere la Torà, essi intonarono il cantico dell’alleanza, ossia il Cantico dei cantici: “Mi baci con i baci della sua bocca”. E così via, fino al momento in cui “lo vedranno nel mondo avvenire” e dal loro cuore sgorgherà un cantico nuovo».

FUGGIRE DALL’EGITTO E FUGGIRE DAGLI IDOLI VICINI E LONTANI

Se l’anima fuggendo dall’Egitto
scorgesse subito i colli di Chanan,
se sui frantumi degli dei stranieri
brillasse subito il volto immortale
e dagli sguardi della nostra rinuncia
già scaturisse amore,
quali ali darebbe al nostro passo
questa certezza anche tra pietre e spini!
Noi non sappiamo invece quante miglia dividano
l’ingresso nel deserto dall’incontro con Lui:
ci sgomenta la terra di nessuno
non più nostra, non ancora di Dio.
(M. Guidacci [Qui], In exitu, da Un cammino incerto).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

 

PRESTO DI MATTINA
La Chiesa che non c’è

 

«Che cos’è luna? il pezzo greggio
di minerale, non ancora fuso e forgiato»
(Ted Hughes).

La chiesa che non c’è. Immaginare la chiesa nel cono di luce delle beatitudini: era questo il titolo che introduceva una giornata di studio interparrocchiale tenuta a Santa Francesca nell’ottobre 2017 per approfondire un nuovo cammino pastorale triennale indicato dal vescovo Giancarlo Perego appena eletto a Ferrara-Comacchio.

L’obiettivo era quello di declinare in diocesi l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium (2013) riproposta con vigore da papa Francesco al V Convegno ecclesiale di Firenze (2015): “Sognate anche voi questa chiesa”. Di qui l’itinerario proposto e articolato dal nostro vescovo nelle seguenti tappe: 2017-2018 Immagini di Chiesa; 2018-2019 Partecipazione e sinodalità (le strutture della chiesa); 2019-2020 Stili di vita cristiana.

Un cammino riproposto anche per il 2021, durante il quale l’impegno si è concentrato sul “dare forma” alla chiesa del non ancora: una chiesa nascitura composta, nella nostra diocesi, dalle unità pastorali di una nuova geografia pastorale.

Scrive al riguardo il vescovo: «Ogni stato e stile di vita, con responsabilità e l’attiva partecipazione alla vita ecclesiale, favorisce in un determinato territorio il cammino del ‘popolo di Dio’, la costituzione del ‘corpo di Cristo’, che è la Chiesa. Un ‘popolo’ e un ‘corpo’ che vive anche di strutture, che nel corso della storia hanno assunto forme diverse: la diocesi, la pieve, la parrocchia, l’unità pastorale. A questo proposito, vi invito a continuare una riflessione iniziata nella nostra Chiesa, nei diversi organismi diocesani, vicariali e parrocchiali: la riflessione sulla nuova geografia della nostra Arcidiocesi, strutturata non più solo su due livelli – parrocchie e vicariati – ma su tre livelli – parrocchie, unità pastorali, vicariati».

A seguire ci fu la lettera sugli orientamenti pastorali del biennio “2022-2023: Eucaristia sacramento del dono“: «È un cammino che incrocia l’anniversario degli 850 anni del Miracolo Eucaristico di Ferrara (1171-2021), la celebrazione del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità, che accompagnerà anche la Chiesa Italiana fino al Giubileo (2025) e la preparazione alla Visita Pastorale Diocesana».

Tutto questo ha fatto da sfondo e premessa al sinodo dei vescovi sulla sinodalità che ora stiamo vivendo, una grazia e un compito allargati a tutto il popolo di Dio, con le sue tre fasi (“narrativa: l’ascolto”; “sapienziale: discernimento”; “profetica: scelte evangeliche”). Questo nuovo cammino voluto da papa Francesco va vissuto tenendo costantemente presente la dinamica fondamentale tra un “già” e un “non ancora”, alla scoperta di una chiesa che ancora non c’è.

La chiesa che non c’è è allora quella che c’è già, ma non ancora: come la nuova luna, che attende di nuovo di essere forgiata nel crogiuolo del sole, amalgamandosi alla sua luce, per disperdere le tenebre che la nascondono, per ritornare così a risplendere.

La chiesa lunare è immagine cara alla tradizione patristica e a papa Francesco: «Noi cristiani paragoniamo Gesù Cristo con il sole, e la luna con la Chiesa, la comunità; nessuno, eccetto Gesù, brilla di luce propria, nemmeno la chiesa non ha luce propria, e se la luna si nasconde dal sole diventa scura. Il sole è Gesù Cristo, e se la Chiesa si separa o si nasconde da Gesù Cristo diventa oscura e non dà testimonianza».

L’immagine della Chiesa-luna come “luce riflessa” era già al centro del breve intervento svolto da Jorge Bergoglio nel pre-Conclave; ma è ricordata pure nell’incipit del documento conciliare Lumen Gentium, 1: “Cristo è la luce delle genti, quella luce “che risplende sul volto della Chiesa”.

L’allora arcivescovo di Buenos Aires aveva parlato «dell’auto-referenzialità delle istituzioni ecclesiastiche» e del «narcisismo teologico» come patologie che si sviluppano quando la Chiesa «crede involontariamente di avere una luce propria».

È Ambrogio di Milano [Qui] il cantore della chiesa-luna: «La Chiesa rifulge non della propria luce, ma di quella di Cristo e prende il proprio splendore dal Sole di giustizia, così che può dire “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”. Davvero sei felice tu, o luna, che hai meritato un segno così grande! Felice non per i tuoi noviluni, ma per essere segno della Chiesa; coi noviluni infatti presti servizio (servis), in quanto sei segno della Chiesa sei amata (diligeris)».

Il tempo inaugurato da Cristo – ci ha ricordato il teologo Oscar Culmann [Qui] – è così caratterizzato, al pari delle fasi lunari, dal “già” e dal “non ancora” del regno di Dio. E la chiesa non scompare quando viene meno la luce: l’attende di nuovo con il venire a lei del suo sole.

Così essa – ci ha ancora ricordato il concilio – «costituisce in terra il germe e l’inizio. Intanto, mentre va lentamente crescendo, anela al regno perfetto e con tutte le sue forze spera e brama di unirsi col suo re nella gloria» (LG 5).

Ma lo stesso è della fede di ogni battezzato, che partecipa e alimenta tale dinamismo: è connaturato infatti alla fede cristiana vivere tra un “già” e un “non ancora”. Del resto il regno è un “simbolo in tensione” una “realtà pluriforme”: per questo nella predicazione del Gesù storico esso appare imminente, ma già presente, veniente e vicino o addirittura “in mezzo” a coloro che credono al suo annuncio.

C’è un distico latino, una strofa formata da più righe, che non solo mette in luce i vari livelli di lettura e comprensione delle scritture bibliche, ma dà ragione di questa tensione pluriforme del “già” e “non ancora”, di un vangelo che c’è e al tempo stesso è ancora nascosto, in quanto ancora da comprendersi e da attuarsi nell’oggi; un vangelo che non solo il futuro e la storia racchiudono, ma che è interiore ad ogni persona, celato e non ancora manifesto in essa. Il distico cui alludo enuncia:

“La storia dice ciò che è accaduto,
l’allegoria cosa credere,
la morale cosa fare,
l’anagogia dove tendere”.

La parola “anagogia” significa, alla lettera, ‘movimento o spinta verso l’alto, salita, ascesa’. Nell’uso cristiano questa parola ha finito per raccogliere in sé tutto il vasto campo del “non ancora”, distinto dal “già”, realizzato nella vita di Cristo e della Chiesa.

In altre parole, la tensione escatologica verso il compimento ultimo, il giorno senza tramonto, l’ultima Pasqua della vita cristiana. L’Eucaristia stessa è prognostica, anticipa ciò che sarà, facendo memoria della Pasqua essa è celebrata e vissuta “nell’attesa della Sua venuta” (cfr. 1 Cor 11, 26).

Nel discorso teologico l’anagogia consiste in una riflessione sulle realtà ultime: un dire. Invece nella prassi e spiritualità cristiane consiste nel tendere di fatto alle cose ultime: una prassi in cammino, che va facendosi man mano che si cammina.

Chi ha mostrato bene con un esempio questa duplicità è Agostino d’Ippona [Qui]: «Quando si vuole attraversare un braccio di mare – diceva – la cosa più importante non è starsene sulla riva e scrutare l’orizzonte per vedere cosa c’è sulla sponda opposta, ma è salire sulla barca che porta a quella riva» (La Trinità, IV,15, 20; Confessioni, VII, 21). È così che si va incontro alla chiesa che non c’è, nascosta con Cristo nel futuro di Dio.

Dal 2013 al 2017 nelle nostre parrocchie abbiamo messo a tema e ci siamo confrontati con le beatitudini del Regno per immaginare la chiesa tra “già” e non “ancora”. Sono le beatitudini un passante di valico da cui scrutare e cercare dove Dio si è accampato, dove ha posto la sua tenda per raccogliere la sua famiglia in esodo e guidarla alla terra promessa.

Dobbiamo avere lo sguardo di Gesù sul monte delle beatitudini che riconosce tra la folla che lo ascoltava il Padre in mezzo a quella gente, presente lì con loro; così egli non può non vedere in quella gente, in quegli uomini e donne, i destinatari del Regno dei cieli e delle beatitudini: per questo li proclama beati, cioè già ora accolti, già ospitatati nella prossimità del padre suo.

La prossimità del Padre – prossimità impensabile, incondizionata, affettiva (“Dio ha tanto amato il mondo da donare il suo Figlio” Gv 3, 16), presenza di un amore che riapre, come nell’esodo, la storia di un popolo – si rivela di nuovo nella prossimità e intercessione del Figlio per l’intera umanità.

Prossimità e intercessione divengono così due tratti imprescindibili per immaginare, delineare e dare forma a una figura e una realtà di chiesa che è in essere, ma non è ancora: un nuovo capitolo di una storia di salvezza antica e sempre nuova – direbbe ancora Agostino: «Tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova» (Confessioni, 10, 27).

Scrive Pierangelo Sequeri [Qui] ne La fede e la giustizia degli affetti, (Siena 2019, 272-272): «La testimonianza della giustizia/agape di Dio che elegge il suo campo di esercizio privilegiato nella folla dei poveri, dei vulnerabili, dei disperati e di tutti gli altri avviliti della vita di cui parlano le beatitudini, è il luogo di una chiesa-famiglia nella quale vanno investiti i beni residuali di una chiesa-città che non esiste più, perché la Chiesa ritorna ad essere prossimità e intercessione del Figlio nella Città secolare».

Una chiesa senza prossimità e senza intercessione resterebbe senza Dio, perché non esiste Dio senza prossimità all’umano, ma solo un idolo fatto da mani d’uomo. Se i segni della prossimità di Dio sono inseparabilmente liberazione dal male e offerta della sua giustizia/amore verso gli uomini e le donne delle beatitudini, nessuno può esimersi dal praticare tale giustizia che richiede la conversione del cuore, la prossimità e l’intercessione dell’uomo con l’uomo nella stessa misura di quella che il Dio, incarnatosi in Gesù, riserva a ogni uomo.

Nella parabola del servo spietato (Mt 18, 23-35) si dice: «Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?». E in Matteo 25, 31-46 si riporta lo stupore di colui che ha avuto compassione: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

Come immaginare la chiesa che non c’è?

Leggiamo nel documento preparatorio del Sinodo dei vescovi (08/09/2021): «La capacità di immaginare un futuro diverso per la Chiesa e per le sue istituzioni all’altezza della missione ricevuta dipende in larga parte dalla scelta di avviare processi di ascolto, dialogo e discernimento comunitario, a cui tutti e ciascuno possano partecipare e contribuire» (n. 9).

«Ricordiamo che lo scopo del Sinodo e quindi di questa consultazione non è produrre documenti, ma “far germogliare sogni, suscitare profezie e visioni, far fiorire speranze, stimolare fiducia, fasciare ferite, intrecciare relazioni, risuscitare un ‘alba di speranza, imparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani“» (n. 32).

Anche nella poesia di Mario Luzi [Qui] troviamo questo simbolo in tensione della promessa e del compimento, del già e del “non ancora”:

L’invito ad aprirsi all’anelito segreto non ancora rivelato:

Nella notte e nella coscienza
Si apre al non ancora rivelato
L’anelito segreto svelandosi a sua volta,
e il desiderio-

L’appena detto,
il non ancora nominato
quando accendono una scaglia d’intelligenza negli occhi altrui;
e sfolgora un’intesa
e si giunge dall’uno all’altro attraverso il fuoco,
il fuoco ilare, il fuoco elementare della creazione incessante.

L’anelito che sospira una figura non ancora conosciuta:

L’alta, la cupa fiamma ricade su di te,
figura non ancora conosciuta,
ah di già tanto a lungo sospirata
dietro quel velo d’anni e di stagioni
che un dio forse s’accinge a lacerare.

Il destarsi a poco a poco delle immagini, che incalzano il futuro non ancora acceso, se non in quell’eremo sopra il cuore:

Rare immagini deste nella mente,
pochi misteri infine elucidati
dall’amore, ridoni a verità,
come te consentivano l’attesa.
Dall’incubo alle lucide promesse
ancora sconosciuta, non ancora
caduta nel cospetto dello spirito
incalzavi il futuro con fuochi di vittoria
pari a quelle potenze inquiete il cui trionfo
è un incombere eremo sopra il cuore.

Come i magi aperti alla novità:

Andavano cauti loro, i Magi,
occhiuto era il viaggio
in avanti
o a ritroso? Procedendo
o tornando
ai luoghi
d’un’ignota profezia?
Sapevano e non sapevano
da sempre la doppiezza del cammino. Non è ricaduta
inerte nel passato
e neppure regressione
nel guscio delle cose già sapute
questo
ritorno della strada
spesso,
s
u se medesima,
ma nuova
conoscenza, forse,
ed illuminazione
di un bene avuto e non ancora inteso –
dice
uno di loro
e gli altri lo comprendono
sì e no, ma sanno
ed ignorano all’unisono…
e proseguono
insieme,
vanno e vengono
insieme nel va e vieni del viaggio.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

 

PRESTO DI MATTINA
Sotto l’albero delle parole

 

Ricevo ancora posta dal Burkina Faso nonostante siano passati ormai più di venti anni dalla mia visita alle missioni dei Fratelli della Sacra Famiglia di Chieri.

È frère Julien Zoungrana, responsabile provinciale della comunità in Africa, che scrive. Le sue lettere iniziano o si concludono sempre con un proverbio del popolo del Burkina Faso, che significa ‘il paese degli uomini retti’.

Nell’ultima lettera in linguaggio morè o mossi era presente un augurio e un compito: Kend n biisdrogem, dove kend sta per ‘camminare’, n per ‘chi’, biisd equivale a ‘fermare, far maturare, crescere, consolidare’, mentre rogm designa ‘parentela, parto, nascita, fraternità’. S’intende così esprimere che solo il movimento dall’uno all’altro, l’uno verso l’altro può consolidare i vincoli di fratellanza.

tetto Burkina Faso AfricaInsieme al proverbio una fotografia, che raffigura degli uomini che reggono un tetto. Impressionante il simbolismo raffigurato da quella immagine e sottotitolato da un altro porverbio: Aya! aya! n zèkdsugri, che significa ‘È solamente con una sinergia di azione che è possibile ricollocare il tetto di una casa’.

Anche in Burkina − mi scrive frère Julien − è necessario riporre sulla casa comune, con unità di intenti, il tetto della pace:

«Se guardiamo alla situazione attuale nel nostro paese, abbiamo le lacrime agli occhi, quindi sfortunatamente non abbiamo buone notizie. Gli atti terroristici si sono ripetuti in tutto il Paese, così come nei paesi vicini, rendendo la sicurezza precaria. Oltre ai tanti morti che si registrano ogni giorno, l’altra conseguenza di questa guerra asimmetrica è l’aumento del numero dei profughi, che ora supera il numero di 1.800.000.

È davvero triste e rattrista vedere come la violenza rallenti la pace e il processo di sviluppo che da sempre caratterizza il popolo burkinabè… Nelle nostre scuole, dall’inizio dell’anno scolastico, abbiamo accolto molti ragazzi e ragazze provenienti da famiglie povere, in particolare i figli di sfollati interni, ora chiamati rifugiati, nelle nostre scuole affinché possano frequentare regolarmente le lezioni.

Se l’aiuto che riceviamo da voi, cari amici, per il supporto a distanza è sempre utile e prezioso, potete capire quanto sia sempre più difficile far fronte a questa situazione. Quindi, se guardiamo a questo cammino fraterno di solidarietà e condivisione, che ci permettete di intraprendere continuando a garantire la scuola e la mensa quotidiana a tanti studenti, possiamo dire che guardiamo sempre al futuro con speranza.

La stessa speranza che ci permette di andare incontro ai bisogni dei bambini piccoli, spesso malnutriti. Questa speranza si fonda sulla certezza che il Padre Buono che si è fatto bambino, che si è fatto uomo per ciascuno di noi, non lascerà soli i suoi figli, anche là dove la sofferenza e la povertà sembrano avere il sopravvento».

A fissare con più attenzione quell’immagine di mani nascoste che ricollocano sulla casa il tetto, come a dire che insieme portano il peso di far rialzare la pace, mi ha fatto ricordare un corale degli anni ’80 di Marcello Giombini [Qui], che cantavamo nelle nostre liturgie e incontri sulla Parola di Dio.

«È un tetto la mano di Dio è un rifugio la mano di Dio è la pace la mano di Dio».

E così sono andato a cercare un racconto del vangelo di Luca sulle mani di Gesù, che esprimessero le mani di Dio come un tetto:

«C’era là una donna che uno spirito teneva inferma da diciotto anni; era curva e non riusciva in alcun modo a stare diritta. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei liberata dalla tua malattia”. Impose le mani su di lei e subito quella si raddrizzò e glorificava Dio.

Ma il capo della sinagoga, sdegnato prese la parola e disse alla folla: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi guarire e non in giorno di sabato”. Il Signore gli replicò: “Ipocriti, non è forse vero che, di sabato, ciascuno di voi slega il suo bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che Satana ha tenuto prigioniera per ben diciotto anni, non doveva essere liberata da questo legame nel giorno di sabato?”.

Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute. Diceva dunque: “A che cosa è simile il regno di Dio, e a che cosa lo posso paragonare? È simile a un granello di senape, che un uomo prese e gettò nel suo giardino; crebbe, divenne un albero e gli uccelli del cielo vennero a fare il nido fra i suoi rami”» (Lc 13,11-19).

Scrutando ancora più in profondità nei miei ricordi è poi emerso anche il simbolo dell’ACHNUR, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, la cui rivista era bene in vista già dagli anni ’90 al Cedoc SFR. Il logo in copertina raffigura due mani che non solo fanno da tetto a una persona, ma formano con il palmo leggermente arcuato l’intera casa.

Così ho pensato che anche le mani dell’uomo sono un tetto per quel Dio umanato che si è sprofondato nell’umano e condivide il destino di chi ha fame e sete, è ignudo, rifugiato, forestiero malato, in carcere: perché dice il vangelo di Matteo 25, che ogni volta che le nostre mani sono state luogo di ospitalità, senza saperlo noi abbiamo ospitato anche lui, che si è impoverito per arricchire noi della sua umanità.

L’ALBERO DEL PALAVER

La parabola dell’alberello di senape mi ha fatto ricordare che in Africa vi è un albero simile − in origine un baobab − «l’albero del palaver [Qui]»; rappresenta il tradizionale luogo di aggregazione, di incontro all’ombra del quale ci si esprime sulla vita sociale e i problemi di interesse comune che riguardano un villaggio. È anche un luogo dove i bambini vengono ad ascoltare le storie di un anziano o si fa scuola. È un punto di dialogo, di riavvicinamento in cui tutti possono esprimersi per ritrovare vie di riconciliazione nella comunità.

«Il palaver africano» (l’arbre à palabre) è una singolare arte di conversazione e dialogo creativo per cercare collettivamente soluzioni pratiche alle sfide e ai conflitti quotidiani nelle relazioni personali, famigliari, comunitarie e intra-comunitarie.

La traduzione palaver (talora anche palaber) mal restituisce il senso di una ricca tradizione ancestrale socio-etica e religiosa propria di diversi gruppi etnici africani, che offre alla comunità strumenti per salvaguardare la giustizia, la pace, la coesione sociale e favorire solide scelte etiche, che promuovano il bene comune e la prosperità umana e cosmica…

Il palaver africano invita tutte le persone, che hanno a cuore la comunità, in uno spazio sacro di dialogo creativo sui modi per promuovere quelle norme etiche che favoriscono un’esistenza piena e combattere quei vizi o atti ingiusti, che pregiudicano la partecipazione di ciascuno al vincolo della vita».

Sotto l’albero del palaver ci si riunisce anche per condividere la Parola di Dio e tutte le parole generative di vita, quelle che suturano e rimarginano le ferite, avvicinano i lontani, l’estraneo, fratello; la parola compresa in tutti i suoi vari aspetti è itinerante, intreccia la periferia al centro e viceversa.

Legame e vincolo tra l’alto e il basso la parola è «come principio vitale in una catena ininterrotta di esistenza che va da Dio e dagli antenati all’umanità e a tutte le creature; come il prosperare, l’essere chi si è destinati a essere; il relazionarsi in modo giusto, partecipando e contribuendo al bene comune e condividendolo – e non si riferisce solo ai vivi (l’assemblea riunita), ma alla comunità, una nozione ampia e complessa che abbraccia anche gli antenati, i non ancora nati, ogni realtà spirituale, le creature visibili e invisibili, la vita ecologica, il pianeta e l’intero cosmo. Tutti e tutte nella comunità hanno qualcosa da offrire al comune vincolo della vita» (Stan Chu Ilo, Il metodo del Palaver africano, Concilium 2021/1, 89 ss.).

Sotto il palaver si sta come sotto un tetto sostenuto da tutti in vario modo; si prende la parola anche danzando, mimando, raccontando storie. Questo albero è diventato così il simbolo della libertà e del diritto di parola nella comunità, luogo di inclusività e di ascolto dell’opinione di ciascuno come decisiva per gli altri.

Nel gruppo etnico Ibo dell’Africa occidentale il palaver costituisce una istituzione egualitaria perché ciò che riguarda tutti deve essere deciso da tutti. Il palaver è così uno spazio di ascolto, «uno spazio di parola veritiera» e, come parola pronunciata nel dialogo, manifesta tutta la sua forza di trasformazione e cambiamento, perché la verità guarisce, unisce e ricostituisce la comunità.

«Nelle comunità tradizionali africane, le profondità, la pluralità e le ramificazioni della verità emergono dall’ascolto paziente e dall’apertura e dall’attenzione alla parola detta – detta in libertà». La dinamica del palaver permetteva di spalancare il cuore e di parlare liberamente, soppesare insieme quei conflitti che rischiavano di minacciare la vita della comunità, ed era generativa di «un’etica del consenso» per salvaguardare, promuovere e proteggere il bene comune.

Come non riconoscere qui un processo sinodale esemplare anche per la chiesa di oggi che ci viene dalla cultura e chiese d’Africa? Non è forse questa la via che papa Francesco ha indicato anche alle nostre comunità che si facciano come l’albero del palaver, luogo comunicativo in ascolto del popolo di Dio sulle questioni di oggi, interpellando i battezzati e tutti coloro a cui sta a cuore la dignità e il destino umani?

Anche l’idea di sinodalità mette in atto un processo di interdipendenza tra le persone nell’ambito del governo ecclesiale. Lo stile sinodale infatti implica il radunarsi assembleare, la partecipazione di tutti al processo deliberativo, la cooperazione nello scambio, il dialogo e l’ascolto reciproco, la collaborazione nella comunione, sotto la presidenza del vescovo. La sinodalità presuppone questo esercizio di corresponsabilità, di un dare e ricevere per arrivare a un consenso della fede.

Del resto, lo stesso termine palaver si avvicina molto presso gli Ibo al concetto di sinodalità. «L’entrare in comunione delle persone unite da un vincolo vitale condiviso»: questa comunione che avviene in molteplici luoghi è generativa, secondo l’espressione di papa Francesco, di una “cultura dell’incontro”. Come l’arte di intrecciare cesti, il palaver esige un’arte della conversazione che intersechi e sia aperta alla diversità di prospettive e tollerante verso le differenze.

Mai senza l’altro” diviene così il life motiv di ogni esercizio di sinodalità e a me sembra che Clemente Rebora [Qui] l’ha declinato poeticamente: ogni parola è un chicco di una moltitudine di altri chicchi, e si sa come dice un altro proverbio africano di frère Julien:

«Nug bi yend ka wukd zom ye»
(Nug = ‘dito’, bil = ‘piccolo’, yend = ‘da solo’, ka = ‘non’, wugd = ‘raccogli’, zom = ‘farina’, ye = ‘!’)
per dire che “un dito senza le mani non può raccogliere la farina”.

Nihil fere sui.
(‘Nulla si fa senza consultare l’altro’)

Son l’aratro per solcare:
Altri cosparga i semi,
Altri èduchi gli steli,
Altri vagheggi i fiori,
Altri assapori i frutti.

Son la sponda per il mare:
Altri assetti le navi,
Altri spinga le prore,
Altri diriga il viaggio,
Altri tocchi le mete.

Il mio verso è un istrumento
Che vibrò tropp’alto o basso
Nel fermar la prima corda:
Ed altre aspettano ancora.

Il mio canto è un sentimento
Che dal giorno affaticato
Le notturne ore stancò:
E domandava la vita.

Tu, lettor, nel breve suono
Che fa chicco dell’immenso,
Odi il senso del tuo mondo:
E consentire ti giovi.
(Tutte le poesie, 134)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Cover: i ragazzi della scuola di Baziri (Burkina Faso) e il loro maestro Philips Toè foto di Andrea Zerbini
Nel testo: foto di freire Julien Zoungrana

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013