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PRESTO DI MATTINA /
Con voi

Con voi

«Il Papa è con voi»: questo il saluto di Francesco per la VIa Giornata mondiale dei Poveri diffuso dal suo Osservatore di Strada, che sarà distribuito domani dai poveri in piazza San Pietro. «Abbraccio ciascuno di voi che portate sulle spalle, sul cuore il peso dell’esclusione. Quello che per il mondo è scarto per Cristo è bellezza».

Proprio domani, domenica 13 novembre, le comunità cristiane ricorderanno questa giornata. I poveri, da sempre sono nostra provocazione e ricchezza, perché nel loro vuoto e nella loro esclusione sono i portatori di Cristo.

«I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me»: questo detto di Gesù è riportato da tutti e quattro gli evangelisti (Mc 14,7; Mt 26:6-13; Gv 12:1-8; Lc 7:36-50) a testimonianza dello stretto legame che Gesù stesso instaura tra sé e i poveri, ai quali affida la Sua presenza nella storia.

Gesù, infatti, non solo sta dalla parte dei poveri, ma ha voluto condividere con loro la stessa sorte. Così la sua condizione, la spogliazione di Cristo e quella dei poveri sono una grazia da ricevere: la grazia della sua presenza come quella del vangelo e del pane spezzato sulla mensa eucaristica; grazia da accogliere come la nostra stessa vita, come forza di risurrezione per la nostra stessa vita.

Nel mensile dell’omonimo quotidiano del Papa è riportato pure il suo messaggio che ha per titolo un testo paolino: «Gesù Cristo si è fatto povero per voi (2 Cor 8,9)».

«Dovunque si volga lo sguardo, si constata come la violenza colpisca le persone indifese e più deboli…  Davanti ai poveri non si fa retorica, ma ci si rimbocca le maniche e si mette in pratica la fede attraverso il coinvolgimento diretto…

Se vogliamo che la vita vinca sulla morte e la dignità sia riscattata dall’ingiustizia, la strada è la sua: è seguire la povertà di Gesù Cristo… La solidarietà, è proprio questo: condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra».

Una Giornata che arriva da lontano

È stata istituita da papa Francesco il 20 novembre 2016 con la lettera apostolica Misericordia et misera [Qui] − diffusa al termine del Giubileo straordinario della misericordia; fu però in una precedente occasione – egli disse – di avere avuto l’intuizione di una giornata per i poveri.

Era l’11 novembre, memoria liturgica di san Martino di Tours, dieci giorni prima della chiusura del giubileo e papa Francesco era nell’Aula Paolo VI, presenziava al Giubileo delle persone socialmente escluse. Erano presenti nell’aula quattromila persone senza fissa dimora, alcuni delle quali raccontarono la loro vita.

Infine alcuni clochards, ponendogli le mani su una spalla e su un braccio, pregarono con lui. Tra loro c’era anche Étienne Villemain, fondatore nel 2010 dell’Associazione Lazare, dedita alla solidarietà nei confronti dei senza fissa dimora che gli chiese: «Santità, non potrebbe istituire una Giornata mondiale dei poveri?». Il Papa ascoltò le sue parole e sorrise.

Due giorni dopo, il 13 novembre, nella Basilica di San Pietro, Francesco presiedeva la Messa conclusiva del Giubileo delle persone socialmente escluse e all’omelia disse: «Vorrei che oggi fosse la “Giornata dei poveri”».

Così una settimana dopo quel desidero diventò realtà: «Sarà una Giornata che aiuterà le comunità e ciascun battezzato a riflettere su come la povertà stia al cuore del Vangelo e sul fatto che, fino a quando Lazzaro giace alla porta della nostra casa (cfr. Lc 16,19- 21), non potrà esserci giustizia né pace sociale».

Sono così arrivate a sei le giornate mondiali dei poveri, come i sei giorni della creazione, come quelli della nostra settimana: l’agire di Dio nella sua alleanza con la creazione e con noi, chiamati alla fraternità e alla cura della terra, è anche un nostro agire, nostra responsabilità da vivere nella quotidianità perché la nostra umanità non impoverisca di speranza e di vita: nostro “impegno con Cristo”.

I temi delle giornate dei poveri
  1. Non amiamo a parole ma con i fatti (2017) [Qui]
  2. Questo povero grida e il Signore lo ascolta (2018) [Qui]
  3. La speranza dei poveri non sarà mai delusa (2019) [Qui]
  4. “Tendi la tua mano al povero” (cfr. Sir 7,32) (2020) [Qui]
  5. «I poveri li avete sempre con voi» (Mc 14,7) (2021) [Qui]
  6. Gesù Cristo si è fatto povero per voi (cfr. 2 Cor 8,9) (2022)

Con questa giornata il Papa chiede un approccio differente alla povertà. Lo stesso che già aveva auspicato nelle precedenti sue esortazioni e lettere encicliche:

«Non si tratta (…) di avere verso i poveri un comportamento assistenzialistico, come spesso accade; è necessario invece impegnarsi perché nessuno manchi del necessario. Non è l’attivismo che salva, ma l’attenzione sincera e generosa che permette di avvicinarsi a un povero come a un fratello che tende la mano perché io mi riscuota dal torpore in cui sono caduto.

Pertanto, “nessuno dovrebbe dire che si mantiene lontano dai poveri perché le sue scelte di vita comportano di prestare più attenzione ad altre incombenze. Questa è una scusa frequente negli ambienti accademici, imprenditoriali o professionali, e persino ecclesiali. […] Nessuno può sentirsi esonerato dalla preoccupazione per i poveri e per la giustizia sociale”» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 201).

«È urgente trovare nuove strade che possano andare oltre l’impostazione di quelle politiche sociali “concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che unisca i popoli” (Enc. Fratelli tutti, 169).

Bisogna tendere invece ad assumere l’atteggiamento dell’Apostolo che poteva scrivere ai Corinzi: «Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza» (2 Cor 8,13).

Non lasciarti rubare il cuore dalla paura

Scriveva don Primo Mazzolari [Qui] al tempo del miracolo economico italiano 1958-1963: «Pare assai comodo non vedere i poveri. Quella dei poveri, come quella di Dio, è una presenza scomoda. Sarebbe meglio che Dio non fosse; sarebbe meglio che i poveri non fossero: poiché se Dio c’è, la mia vita non può essere la vita che conduco; se i poveri ci sono, la mia vita non può essere la vita che conduco.

Non fa paura il povero, non fa paura la voce di giustizia che Dio fa sua, fa paura il numero dei poveri. Io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano

Invece, la paura non ha mai suggerito la strada giusta. Ieri la paura pagò i manganellatori: oggi non vorrei che foraggiasse i reazionari, invece d’incominciare finalmente un’opera di giustizia verso coloro che hanno diritto alla giustizia di tutti» (La parola ai poveri, La Locusta, Vicenza 1960. 24; 36-37).

C’è una povertà che fa vivere e libera la vita e c’è una povertà che rende schiavi e fa morire. Occorre pertanto mettersi a cercarla, partendo dal non lasciarti anestetizzare, paralizzare il cuore e con il cuore la libertà di amare e di accogliere coloro che vengono da lontano e di sollevare chi è vicino e vive in povertà e ristrettezze; rialzando lui risolleverai anche te e quelli con te.

Se si mantiene fisso lo sguardo su Gesù, se si impara a guardare con i suoi occhi scoprirai che i poveri non porteranno via a te qualcosa, ma sarai tu invece a rubare il loro tesoro più prezioso: il vangelo che è in loro, il Regno di cui sono eredi e che da sempre è annunciato a loro.

Accade che quando li incontri è proprio il vangelo che silenziosamente, nascostamente è annunciato anche a te: i poveri sono ad un tempo gli evangelizzati e gli evangelizzatori delle comunità cristiane anche oggi.

La ricchezza che loro portano è proprio la stessa ricordata da Paolo: «Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9).

Povero per noi

Il testo paolino è tratto da una vicenda che vede protagonisti l’apostolo Paolo e la comunità di Corinto da lui fondata. Si trattava di rispondere ad una richiesta di aiuto da parte delle comunità cristiane di Gerusalemme, per far fronte alla loro povertà legata alla carestia che aveva colpito la regione e provocato una moltitudine di poveri e affamati.

Così Paolo, per aprire i cristiani della comunità alla solidarietà, invita i fedeli a volgere il loro sguardo a Gesù, alla smisuratezza del suo amore per noi. A guardare a colui che ha assunto su di sé la condizione umana in tutte le sue fragilità e povertà, per poter condividere con noi la ricchezza della sua vita risorta generatrice di fraternità.

Scrive il Papa: «Penso in questo momento alla disponibilità che, negli ultimi anni, ha mosso intere popolazioni ad aprire le porte per accogliere milioni di profughi delle guerre in Medio Oriente, in Africa centrale e ora in Ucraina. Le famiglie hanno spalancato le loro case per fare spazio ad altre famiglie, e le comunità hanno accolto con generosità tante donne e bambini per offrire loro la dovuta dignità.

Tuttavia, più si protrae il conflitto, più si aggravano le sue conseguenze. I popoli che accolgono fanno sempre più fatica a dare continuità al soccorso; le famiglie e le comunità iniziano a sentire il peso di una situazione che va oltre l’emergenza.

È questo il momento di non cedere e di rinnovare la motivazione iniziale. Ciò che abbiamo iniziato ha bisogno di essere portato a compimento con la stessa responsabilità.

La solidarietà, in effetti, è proprio questo: condividere il poco che abbiamo con quanti non hanno nulla, perché nessuno soffra. Più cresce il senso della comunità e della comunione come stile di vita e maggiormente si sviluppa la solidarietà» (Messaggio, 4; 5).

Povertà che uccide e povertà che libera

Scrive ancora papa Francesco: «La povertà che uccide è la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita.

È la miseria che, mentre costringe nella condizione di indigenza estrema, intacca anche la dimensione spirituale, che, anche se spesso è trascurata, non per questo non esiste o non conta.

Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi.

Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento.

La povertà che libera, al contrario, è quella che si pone dinanzi a noi come una scelta responsabile per alleggerirsi della zavorra e puntare sull’essenziale. In effetti, si può facilmente riscontrare quel senso di insoddisfazione che molti sperimentano, perché sentono che manca loro qualcosa di importante e ne vanno alla ricerca come erranti senza meta.

Desiderosi di trovare ciò che possa appagarli, hanno bisogno di essere indirizzati verso i piccoli, i deboli, i poveri per comprendere finalmente quello di cui avevano veramente necessità.

Incontrare i poveri permette di mettere fine a tante ansie e paure inconsistenti, per approdare a ciò che veramente conta nella vita e che nessuno può rubarci: l’amore vero e gratuito. I poveri, in realtà, prima di essere oggetto della nostra elemosina, sono soggetti che aiutano a liberarci dai lacci dell’inquietudine e della superficialità» (Messaggio, 8).

Andare dai poveri per costruire una cosa nuova

Ancora una pagina provocante, così ancora attuale di don Mazzolari: «Diteci allora dove si può conoscere il povero. Dove sta di casa: dove soffre e attende che qualcuno gli si metta vicino: dove si prepara la redenzione o il perdimento dell’uomo.

I destini del mondo si maturano in periferia. Nelle piazze e nei parlamenti si fanno gli affari e la politica; ma l’umanità si degrada o si eleva in periferia, ove molti vanno a far questua di voti o di peggio, come se il dolore potesse essere sfruttato al pari della fatica senza che gridi vendetta a Dio» (La parola ai poveri, 52).

Non può nascere fratellanza se prima l’uomo non rinasce in umanità. E continua: «chi non sente l’amore dell’uomo non può, avere fratelli; e chi non arriva al fratello rischia di cancellare anche l’uomo… Prima del guadagno, c’è l’uomo: prima del diritto al guadagno, c’è il diritto alla vita».

Perché avvenga e maturi questa coscienza è necessario nuovamente ascoltare Cristo nel povero, vederlo nuovamente incarnato in ogni persona e dire come Tommaso, l’incredulo credente: “Sei tu Signore ti riconosco”.

Una nuova città e una cittadinanza solidale, come pure una chiesa rinnovata ed una ecclesialità sinodale capace di annuncio e di incarnazione del vangelo ai poveri, si iniziano a costruire “fuori delle mura”, varcando in uscita la soglia dalle chiese, andando verso quelle periferie spirituali, esistenziali, sociali che sono pure “intra moenia.

«Bisogna andare dai poveri – rilancia ancora don Primo – È più facile magari andare in chiesa e forse è anche più comodo. I poveri non s’incontrano lungo il corso, o sulle piazze, molto meno nei comizi, ove spesso si alterano i loro connotati, come se il Cristo fosse quello visto dai farisei, da Erode, da Pilato, da Giuda.

Bisogna andare là dove il povero nasconde la sua sofferenza e la nostra ingiustizia. Il più delle volte non ha neanche una casa: “fui senza tetto e non mi accoglieste” (Mt 25, 43)… Il povero – ogni povero – si presenta al cristiano con un diritto di precedenza: col volto e il diritto di Cristo: “Avevo fame, avevo sete, ero senza casa …”.

Chi non capisce il povero non capisce Cristo: chi lascia fuori il povero lascia fuori Cristo, che ancora una volta va a morire fuori delle mura. Le paure del mondo borghese non mi fanno paura: mi fa paura che Cristo vada a morire fuori della città.

Noi abbiamo cattedrali magnifiche, insegne cristiane ad ogni passo, ma se Cristo è in agonia fuori delle mura, coloro che costruiranno la nuova città sono fuori delle mura dove Cristo è in agonia» (La parola ai poveri, 38; 50; 54).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Diario di un agosto popolare
2. Strani Stranieri

STRANI STRANIERI
Roma, 1 agosto 2019

La mia prima uscita è al bar di Mario, che è un cinese.

Dicono che i cinesi fanno i migliori caffè, anche se il bar non ha neanche un cornetto e ha quattro bottiglie in fila e un aspetto da periferia di paese.

Però il bar di Mario è il più frequentato dai vecchietti della zona.

Si siedono fuori, in estate, sulle sedie intrecciate di plastica e sorseggiano liquori scadenti o fumano sigarette.

E’ un luogo ideale per ascoltare gli umori del quartiere (Prenestino), anche se il target è molto definito: non si scende sotto i 50.

Stasera mi avvicino a un tavolo dove parlano ad alta voce.

C’è Adriano, un tipo abbronzatissimo coi capelli tinti e degli occhiali psichedelici, Porta una vistosa camicia rossa e degli shorts come fosse appena arrivato dalla spiaggia.

Adriano è un personaggio fisso del bar di Mario, lo trovo quasi tutti i giorni.

Al tavolo sono in tre: un signore pelato che viene dal Marocco e un altro che ha la funzione di ascoltare e star zitto.

Adriano parla con una voce da bibitaro, rivolgendosi solo a quello muto e gli risponde sempre il marocchino, che però lui non guarda mai.

Non c’è traccia di razzismo: i tre sono a loro agio allo stesso tavolo, come vecchi amici, ma non posso non notare la triangolazione degli sguardi.

Forse è una questione di identità di gruppo: Adriano può convivere con Omar, ma appartiene comunque a un’altra tribù: chissà se può fidarsi. Del muto, invece, sì.

A un certo punto il marocchino dice: “Non si può andare avanti così: i miei vicini italiani guadagnano 400 euro di pensione, sono io che devo aiutarli, perché dove vivo io sono l’unico che lavora, non mi posso lamentare. Del resto uno ha una panza così (e mostra una ciambella), come vuoi che cerchi lavoro? Certe persone hanno finito, non puoi chiedergli di andare a lavorare. E il Governo che fa?”

Adriano gli dà ragione, ma, dice, “non si può dare sempre colpa al Governo, che certo ha le sue pecche, ma me pare che tutti stanno a aspettà che lo Stato gli dia i soldi per vivere. E come fa lo Stato a pagare tutti?”

“Si, d’accordo”, dice Omar ”ma una povertà così non si è mai vista. E lo dico io che vengo dal Marocco: non parlo per me che sto bene, lavoro, sto in cantiere. Ma gli italiani non ne possono più”.

Adriano, continuando a parlare col terzo, comincia a parlare della guerra. Dice che “allora sì che c’era la miseria, e menomale che poi so’ arrivati gli americani…”

Poi mi arriva una telefonata e mi perdo il passaggio, ma quando riascolto stanno parlando di Monte Cassino. “C’eravamo anche noi, a Monte Cassino” dice Omar. “Era meglio che non ci foste” dice Adriano, alludendo, credo, agli stupri delle donne. Il marocchino ridacchia e a me, che tifavo per lui, corre un brivido nella schiena.

Il machismo tra maschi dà la stura ai lati peggiori. Ma Omar aggiunge, come fosse uno storico, “certo che anche prima della guerra qui le cose andavano male, però oggi il mondo ha più soldi e dovrebbero distribuirli meglio”,

Adriano non sembra convinto, però lo ascolta e lo saluta, dicendo: “’Namo che qui, quann’eroregazzino, so’ cascate le bombe, nun se dovemo lamenta’ troppo!”. E inforca un motorino, sgommando via, energico e ottimista.

Questa conversazione mi è sembrato un buon inizio. Naturalmente non ha alcun valore sociologico, ma mi ha presentato qualcosa di inatteso.

Il paese, a quanto sembra, sta parlando solo di stranieri. Respingerli, accoglierli, buonismo, cattivismo. Forse la realtà è più complessa e gli stranieri, che sono già fra noi da almeno vent’anni, cominciano a porsi problemi da italiani.

Certo che ci dobbiamo preoccupare per i rigurgiti razzisti e la deriva che sta prendendo il paese grazie alle esternazioni di Salvini.

Ma forse è anche pericoloso semplificare, come faceva un tizio in piscina che protestava incazzato: “E’ che viviamo in paese di stronzi: in banca da me sono diventati di botto tutti fascisti e continuano a dare la colpa al PD!”.

Sarà. Ma forse anche questo, creare una frattura crescente tra “noi” e “gli stronzi”, sta mandando a quel paese la famosa coesione sociale.

Che, senza rinunciare al conflitto di classe e alla battaglia per un mondo più giusto, è una delle cose più importanti da tenere stretta.

(Continua domani, 2 agosto) 

Per leggere tutti insieme i capitoli del Diario di Daniele Cini:

Diario di un agosto popolare


Oppure leggili uno alla volta:

ANDARE PER STRADA E ASCOLTARE LA VITA

STRANI STRANIERI

CORPI DIMENTICATI

NELLA CITTA’ DESERTA

COCCIA DI MORTO

FINCHÉ C’É LA SALUTE

LA BOLLA SVEDESE

STELLE CADENTI

LA METRO, IL BUS E LO SCOOTER

FREQUENZE DISTORTE

CANNE AL VENTO

L’OTTIMISMO DURA POCO

LA TORBELLA DI ADAMO

PRESTO DI MATTINA
Fronte d’onda

 

Il Vangelo nelle periferie

«Perché la vera trasformazione viene dalla periferia?»: è la domanda posta a papa Francesco in una recente intervista rilasciata all’agenzia di stampa argentina Télam.

Una domanda suggerita alla giornalista Bernarda LLorente dal fatto che più volte Papa Bergoglio parla delle periferie; un’idea, maturata in lui grazie al pensiero della filosofa argentina Amelia Podetti [Qui], che cioè le periferie siano un osservatorio privilegiato dal quale cogliere le spinte generative di cambiamento e riforma, anche ecclesiale.

«Mi colpì in particolare una conferenza della Podetti − è la risposta di Francesco − in cui essa diceva: “L’Europa ha visto l’Universo quando Magellano è arrivato al Sud”. In altre parole, dalla periferia più ampia, ha capito sé stessa.

La periferia ci fa capire il centro. Si può essere d’accordo o meno, ma se vuoi sapere cosa prova un popolo, vai in periferia. Le periferie esistenziali, non solo quelle sociali.

Vai dagli anziani, pensionati, dai bambini, vai nei quartieri, nelle fabbriche, nelle università, dove si gioca il quotidiano. Ed è lì che si mostra il popolo. I luoghi in cui il popolo può esprimersi più liberamente. Per me questo è fondamentale», (Dalla crisi non si esce da soli si esce correndo rischi e prendendo l’altro per mano, in L’Osservatore Romano, 01/07/2022, 11).

È un’indicazione metodologica preziosa. Della quale dovremmo far tesoro anche per comprendere la nostra esperienza di cittadinanza; ma anche quella ecclesiale, delle parrocchie, delle nostre unità pastorali: contesti e istituzioni che meglio si comprendono a partire dalle periferie.

Del resto, il vangelo in periferia è quello che ti pone in ascolto e in relazione con le differenze. Dimorando nella distanza e nella diversità, ti chiede di correre dei rischi, di provare e riprovare a prendere per mano gli altri, non meno che a lasciarti condurre da loro.

L’annuncio e la pratica del vangelo comportano infatti la necessità di assumere le situazioni e la realtà in cui si vive, per provare ad addentrarsi in esse, come la prua nell’onda.

Solo così quel vangelo, posto al centro dell’ambone nelle assemblee liturgiche domenicali, diventerà benedizione e lievito in noi e tra la gente.

La chiesa comprenderà il vangelo letto la domenica e si convertirà ad esso, praticandolo nelle periferie sociali, culturali, religiose, esistenziali: quelle in cui essa è chiamata a vivere portando avanti quella trasformazione strutturale e di riforma missionaria auspicate da papa Francesco.

C’è nell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI del 1975 un testo ripreso più volte anche da Francesco, sia in Evangelii gaudium sia in Querida Amazonia, che invita a riconoscere proprio dal vangelo − anzi dal suo cuore − «l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana», tra centro e periferia, tra gli inviati e i destinatari dell’annuncio.

Alla base v’è un indissolubile legame tra l’accoglienza dell’annuncio salvifico e un effettivo amore fraterno. Perché è proprio nel fratello che si prolunga, per ognuno di noi, l’Incarnazione divina: “Dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana, che deve necessariamente esprimersi e svilupparsi in tutta l’azione evangelizzatrice”». (EG 178- 179).

Si legge ancora in Querida Amazonia: «Questa inculturazione, [del vangelo nella vita] dovrà necessariamente avere un timbro fortemente sociale ed essere caratterizzata da una ferma difesa dei diritti umani, facendo risplendere il volto di Cristo che ha voluto identificarsi con speciale tenerezza con i più deboli e i più poveri.

Perché “dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana”, (EG 178) e ciò implica per le comunità cristiane un chiaro impegno per il Regno di giustizia nella promozione delle persone scartate.

A tale scopo è di estrema importanza un’adeguata formazione degli operatori pastorali nella dottrina sociale della Chiesa. Allo stesso tempo, l’inculturazione del Vangelo in Amazzonia deve integrare meglio la dimensione sociale con quella spirituale, così che i più poveri non abbiano bisogno di andare a cercare fuori dalla Chiesa una spiritualità che risponda al desiderio della loro dimensione trascendente.

Pertanto, non si tratta di una religiosità alienante e individualista, che mette a tacere le esigenze sociali di una vita più dignitosa, ma nemmeno si tratta di tagliare la dimensione trascendente e spirituale, come se all’essere umano bastasse lo sviluppo materiale.

Questo ci chiama non solo a combinare le due cose, ma a collegarle intimamente. Così risplenderà la vera bellezza del Vangelo, che è pienamente umanizzante, che dà piena dignità alle persone e ai popoli, che riempie il cuore e la vita intera» (QA 75-76).

 

Le periferie: il fronte dell’onda

Nel 2006 si iniziava a parlare delle unità pastorali anche in diocesi; ma era appena un’increspatura d’onda. Nel linguaggio del vescovo Rabitti [Qui] erano nominate presidi pastorali:

«La centralità della parrocchia non le impedisce di aprirsi ad uno slancio di pastorale d’insieme sull’ipotesi del presidio pastorale”; è dunque chiesto alle parrocchie per cominciare a mettersi ‘in rete’, un tirocinio che postula l’atteggiamento interiore di ‘convinzione’, senza del quale ogni tentativo è destinato a fallire».

Forse allora si era carenti proprio di convinzione circa il fatto che la vita spirituale e la vita pastorale dovessero coinvolgersi in quel processo nel quale si raccolgono insieme i frammenti al fine di superare dispersioni ed esclusioni.

Lo stesso che si concretizzò dopo la moltiplicazione dei pani, quando i resti furono così abbondanti da riempire 12 ceste. Con simile metodo bisognava essere motivati e decisi per istruire rapporti nuovi ed ri-accogliersi gli uni gli altri. Del resto, rimettere i remi in mare è esercizio di corresponsabilità, segno della volontà di prendere il largo insieme per passare all’altra riva.

Quell’espressione “presidio pastorale” mi suonava ostica. Cercai allora di spiegarla, non come un baluardo per difendersi da quelli di fuori, ma come un avamposto, un’opportunità di novità, di incontri creativi, di integrazione, scoperta e condivisione del vivere la diversità, quella del tipo Balla coi lupi, nello stile Kevin Kostner.

Fuor di metafora, la compresi come il porsi “in prima linea” delle nostre comunità, nella loro forma missionaria, che è essenzialmente uno “stare davanti”, con quella carità ospitale che tra i cristiani ha nome agape, attinta al Cristo risorto, che manda a dire ai suoi discepoli anche oggi che egli li ha già preceduti nelle periferie e lì attende.

In questi ultimi anni ho condiviso il cammino con le persone del Centro di ascolto dell’unità pastorale di Borgovado. Non solo vicini alle famiglie durante la pandemia, ma poi già dallo scorso autunno nell’emergenza abitativa dei senza tetto.

Strada facendo, siamo cresciuti con adesioni di persone di differenti competenze e sensibilità. Alcuni di loro erano già operativi su quel fronte dell’onda, costituito geograficamente da via Borgovado e via Brasavola, sino alla sede Caritas diocesana.

Ritengo che i centri di ascolto costituiscano per le nostre comunità lo stimolo ad essere una chiesa in uscita, che parla alla città, di qui la necessità di fare rete tra di loro.

Di più sono la frontiera stessa dell’evangelizzazione, in grado di risvegliare la coscienza cristiana, richiamandola alla necessità di attraversare il vado per andare oltre. Poiché l’oltre della fede e dell’annuncio è proprio la carità pastorale verso tutti, specie verso le periferie, senza dimenticare le persone a noi più vicine.

È una frontiera tumultuosa quella che ci è chiesto attraversare, che apre una strada al vangelo tra la gente; “un orizzonte in movimento”, direbbe Teilhard de Chardin [Qui], un fronte d’onda, simbolo per lui del risvegliarsi della coscienza, che senza abbandonare il dentro di sé (dedans) il proprio centro, è protesa fuori di sé (dehors) verso le periferie.

Un movimento di trascendenza caratterizzato da un duplice slancio, in avanti (en avant) e in alto (en haut). Nell’immagine della linea del fronte, Teilhard riconosceva il milieu, il limite estremo, e il superamento di ciò che si prova e di ciò che si fa, il passare oltre: il punto più profondo della coscienza nella decisione della libertà che si rischia per gli altri.

Ed è pure come attraversare acque invadenti e rumorose, affrontando il turbinio del vento, come il fronte dell’onda quando il fiume entra nel mare. Ma occorre, è necessario ‘passare’ per divenire alfine da discepoli apostoli, da stanziali a inviati.

Ricordo ancora la fine della veglia di Pentecoste in cattedrale molti anni fa. Eravamo incanalati come un piccolo fiume lungo la navata verso l’uscita, come una placida onda sospinta dalla rinnovata brezza dello Spirito; la quiete di quella notte non ci avrebbe di certo spaventato.

Ed invece, spalancate le porte della cattedrale, un muro, una marea di gente vociante sin sulla soglia della Cattedrale, la gente del Palio, con i loro tamburi e trombe, e la gente della città, mescolati sulla piazza, come un mare rumoroso e ondeggiante che attendeva, sorprendendolo, quel placido fiume di fedeli.

Ci fu come un attimo di smarrimento. Sembrò quell’onda fermarsi, anzi ritornare indietro, almeno nel desiderio, quasi a cercare una quiete – nostalgia di Cenacolo − che si doveva tuttavia lasciare: come quando un fiume entra nel mare e le acque dell’uno si scontrano con quelle dell’altro, contrastano, ribollono, crescono fronteggiandosi tra loro per un attimo lunghissimo, che fa tenere il fiato sospeso e poi, un’onda è abbracciata, stretta dentro all’altra.

Infine, come il lievito nella pasta, il vangelo dentro di te, la trasformazione continua, quel fronte diventa tutto interiore, “una prova di amore”. Tu e lui soli, − direbbe Romano Guardini [Qui] − come nella lotta di Giacobbe con l’angelo al guado dello Iabbok: una lotta ogni volta, ferita d’anca pure, ma alla fine, non senza benedizione sugellata da un nome nuovo.

 

Un giornale di strada

Chi l’avrebbe mai detto che L’Osservatore Romano sarebbe diventato il quotidiano delle periferie del mondo, l’eco della stampa sulle piccole e grandi riforme che danno senso, incoraggiano e fanno vivere piccole e grandi chiese. Ma anche un grido per le svariate ingiustizie che affliggono gli angoli più remoti e dimenticati del pianeta.

Da nove anni l’OR lavora come servizio di informazione e formazione per una chiesa ‘in uscita’, facendo luce su quelle realtà che altri si affannano a nascondere e silenziare.

Ma tutto questo non è bastato ai suoi redattori, desiderosi di attuare ancora di più l’invito rivolto da papa Francesco a tutti i giornalisti di «tornare a consumarsi le scarpe, ad uscire dalle redazioni e camminare per le città, a incontrare le persone, a verificare le situazioni in cui si vive nel nostro tempo».

In questa prospettiva va letta l’iniziativa della redazione, inaugurata il 30 giugno, di un mensile online, distribuito gratuitamente anche in cartaceo la domenica all’Angelus del papa, dal titolo L’Osservatore di Strada [Qui].

Nelle intenzioni: «un giornale che esce dalle stanze della redazione per andare lungo le strade, dove vive chi non ha un tetto né ‘dove posare il capo’, per incontrarlo e provare a renderlo protagonista».

«Perché un giornale di strada? Si domanda uno dei redattori. La risposta a darla sarà la voce di chi solitamente non è ascoltato, quella dei poveri, dei fragili, delle persone ferite dalla vita, di chi è messo alla porta ed escluso.

Perché gli ‘scartati’ hanno qualcosa da dire e da insegnare sul serio. In strada per alimentare – come recita il sottotitolo alla testata – l’amicizia sociale e la fraternità.

Creare relazioni” è l’obiettivo del mensile, dando così piena dignità e valore alla storia di ciascuno. Non limitandosi a un seppur importante, doloroso, racconto di denuncia che rischia – tragicamente – persino di assuefare… Non è un giornale pensato ‘per’ i poveri ma ‘con’ i poveri» – e in quel ‘con’ c’è tutto», (OdS, luglio-agosto, 1/2022, 1;8).

 

In strada la notte

Vorrei che il prossimo inverno non ci prendesse alla sprovvista. Per questo chiedo già ora, a molti mesi di distanza, di non sottovalutare l’emergenza cittadina dei senza tetto e dei senza dimora. Possibile fare di più? Proviamoci insieme.

Racconta Luigi:

«La cosa più brutta del vivere per strada? Per me è la notte.

Non c’è un nascondiglio veramente sicuro nella città e dormire per strada, o sotto un ponte, espone a tutti i rischi che si possono immaginare.

Si dorme sempre con un occhio solo, mai tranquilli. Ti puoi svegliare che ti hanno rubato le scarpe o lo zaino in cui avevi i documenti, che senza quelli non sei nessuno.

Oppure qualche ragazzaccio in vena di bravate ti mena solo perché si annoia, o deve fare il ‘fico’ davanti agli amici.

E poi il freddo…

Uno non se lo può immaginare il freddo di certe notti d’inverno, quando il vento urla e tu puoi avere pure dieci coperte, ma il freddo passa lo stesso, e tremi… e se poi si aggiunge la pioggia…

Sì, perché tutti sono convinti che a trovare un riparo dalla pioggia non ci vuole niente. Ma mica è vero.

Negli ultimi anni un sacco di posti sono stati chiusi con le inferriate, pure davanti alle chiese certe volte. E se ti fradici, e stai per strada, non è che poi vai a casa e ti cambi. No!

Ti si asciuga tutto addosso, la mattina dopo, al sole. Se c’è il sole.

Qualche volta per la disperazione ho preso a dormire su un autobus… da capolinea a capolinea. L’avevo scelto col percorso bello lungo così potevo dormire un po’ di più, e al caldo, senza stare sotto la pioggia. Però, per quanto lungo, dopo 45 minuti arrivi all’altro capolinea e devi scendere. Poi aspetti, risali, fai altri 45 minuti e riscendi…

E così via.

Per fortuna ogni tanto l’autista capisce e ti lascia dormire sopra anche al capolinea. Una volta uno mi ha pure portato un caffè. Certi so’ bravi.

E poi c’è da trovarsi dove ci si può lavare, prendere dei vestiti puliti…

Per mangiare? Lì per fortuna ci sono tanti aiuti perché nelle mense della Comunità di Sant’Egidio o della Caritas o in tante parrocchie si mangia e si trovano tante brave persone che ti ascoltano e ti danno una mano concreta.

Il problema per me… insomma, l’avete capito, è quando arriva la sera… e poi la notte.

Ecco, quella è proprio la cosa che non sopporto» (OdS, 1)

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PRESTO DI MATTINA
Padre Silvio

Il chicco di grano caduto in terra

Padre Silvio Turazzi, missionario ferrarese nativo di Stellata di Bondeno, ci ha lasciato giovedì 26 maggio, memoria di san Filippo Neri, il santo della semplicità e della gioia cristiana che, come lui, visse gioiosamente in mezzo ai poveri, ai piccoli, agli emarginati.

Quel giovedì era pure la solennità dell’Ascensione, che ricorre a rigore quaranta giorni esatti dopo la Pasqua. Canta l’inno del mattino: «È asceso il buon Pastore alla destra del Padre, veglia il piccolo gregge con Maria nel cenacolo. Scende il crisma profetico che consacra gli apostoli araldi del Vangelo».

Così dopo una vita in sedia a rotelle, ma pur sempre da araldo del vangelo, pure lui, rialzato dal suo Gesù, è asceso presso il Padre, non senza la promessa di restare tra noi con il suo spirito di “fratello universale”.

Sì, quella della spiritualità di Charles di Foucauld [Qui], fratello universale, fu una delle luci che ispirò il suo stile missionario. Fratel Charles era per lui «il missionario che ascoltava Dio, che parlava condividendo la vita dei poveri nello spirito di Gesù di Nazareth».

Per questo fu molto presente nella vita di padre Silvio, anche se sentiva importante – sono le sue parole − partecipare a tutta la vita della gente: «Con questa prospettiva mi sento di vivere ovunque. Qui capisco che i sacrifici sono tanti: insicurezza, malattia, disagi, incomprensioni sono di casa. Soltanto la fede, l’appoggio su Gesù rende possibile un discorso completo sull’uomo … siamo tutti così limitati!»

Negli ultimi giorni, come la stessa consapevolezza che ebbe Gesù della propria fine, padre Silvio era entrato nei suoi tre giorni santi, nella sua Pasqua, ricordando a coloro che gli erano vicini il senso del suo soffrire e del suo morire. Lo ha fatto pronunciando le stesse parole usate da Gesù prima della sua passione.

È Edda, missionaria saveriana, che lo accompagnò per una vita, a raccontarcelo: «Martedì era voluto uscire. E davanti a un campo di grano, aveva richiesto una spiga e tenendola tra le mani aveva sussurrato: “Se il seme di grano non cade per terra e non muore non porta frutto”». È questa sua vita eucaristica, come un seme gettato nella terra, la sua vivente eredità.

Padre Silvio era entrato nei missionari severiani di Parma nel 1967, già prete, dal Seminario di Ferrara, e dopo soli due anni, nel 1969, fu vittima di un incidente stradale che gli compromise l’uso delle gambe. Ciò non gli impedì di iniziare la sua missione tra i baraccati di Roma all’Acquedotto Felice e poi a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo, dal 1976 al 1994; quindi a Vicomero in una piccola fraternità missionaria vicino a Parma.

«La missione è un profondo atto di amicizia tra gli uomini»

«Portavo come un seme, una speranza oscura, il desiderio forte di incidere sul cammino del popolo per realizzare il bene comune. Mi sono ritrovato piccolo e bisognoso di imparare a leggere e capire esperienze e risposte alla vita diverse da quelle che avevo sempre incontrato. L’idea della missione mi ha provocato e sostenuto in questo incontro.

Poiché ci si riconosce in un destino comune, si prova il bisogno di comunicare le notizie che portano gioia e colmare i vuoti che gli egoismi hanno creato. È missione annunciare Gesù, Parola e impegno di Dio per la pienezza degli uomini; è missione riconoscere che la sua presenza va oltre il visibile e oltre i segni importanti e liberatori che egli stesso ci ha lasciato.

Quello che conta è il quotidiano rimettersi in cammino perché Lui, che è venuto a dichiarare la liberazione dei poveri, ci trovi impegnati a costruire, con il suo aiuto, la famiglia umana».

Quella di padre Silvio è stata così sempre di più una missione intesa e intenta a costruire la fraternità tra gli uomini: «Un altro aspetto dell’essere fratello è il legame con i fratelli sofferenti − che porta alla solidarietà. Una solidarietà che cura le ferite e si fa carico degli squilibri che la provocano; quella virtù che “è ferma e costante determinazione di lavorare per il bene comune, di donarsi per il bene del prossimo, pronti nel senso evangelico del termine a ‘perdersi’ per l’altro invece di sfruttarlo, a ‘servirlo’ anziché opprimerlo”» (Sollicitudo rei socialis, 38).

È la scelta dei poveri. È la fraternità che diventa coraggio e si fa giustizia che illumina la vita sociale sulla proiezione della proposta di Cristo. “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare…. Ogni volta che l’avete fatto a uno solo dei miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt. 25,31-46).

Ne parlo come prospettiva. La mia esperienza è povera, con tanti silenzi e compromessi. Quando l’ho vissuta mi sono trovato nel Vangelo. Ricordo la risposta spontanea al direttore della prigione che aveva proibito l’entrata ai sacerdoti bianchi: “Direttore, il sangue mio e quello dei detenuti ha lo stesso colore; perché non posso vederli?”. Mi fissò, poi rispose: “Ingla (entra)”».

 

La fraternità planetaria, la sua ostinazione

Aperti e protesi verso una giustizia, una solidarietà, una cultura e comunità planetarie. Padre Silvio vedeva nell’unità del pianeta un segno dei tempi: «È tempo che l’economia, il diritto, la politica, la cultura, abbiano riferimento all’unico uomo: l’uomo cittadino del mondo.

L’umanità è cosciente dell’avventura globale della sua storia come dei suoi rischi, non altrettanto da dove attingere la forza per “crescere” in quella cultura dell’altro, chiunque e dovunque esso sia, che permetterà l’incontro, la collaborazione, la gestione comune della vita.

E’ in questo contesto che la missione, e in particolare le missioni nei vari Paesi del mondo, è chiamata ad essere segno e strumento della diaconia della Chiesa per l’unità del mondo. Noi nuovi discepoli dell’unico Maestro, lentamente impariamo ad accogliere questa nuova ricchezza del regno, la chiamata a essere e diventare figli del Padre e aprirci alla fraternità.

La vita mi ha insegnato che non c’è situazione in cui non possiamo aprirci “al di più”, alla bellezza del Regno. Se poveri impariamo ad essere capaci di vedere chi soffre, a diventare solidali con loro; ne potremo accettare passivamente che l’altro sia escluso, calpestato, privato della propria dignità. Ogni scelta, ogni relazione, perché sia umana, deve tendere alla fraternità, il frutto maturo della pace».

Così un corpo e una parola di fraternità si ostinano a procedere tra immobilità e silenzi ostili e peggio indifferenti: «Dammi l’acqua/ dammi la mano/ dammi la tua parola/ che siamo, nello stesso mondo» (Chandra Candiani [Qui]).

Come il respiro in salita, il battito del cuore in affanno, ostinati anche se le gambe non camminano e le parole sussurrate del vangelo cadono nel vuoto. Ostinazione è il carattere di chi fronteggia l’immobilità, la chiusura, il dolore, è pure lo stile di chi abita il vangelo e la vita della gente come fosse la sua scuola, la sua casa, la sua terra, il suo campo.

È l’ostinazione – aratro che solca i campi dell’umano, semina e li fa fiorire e fruttificare – un ostinato amore che va fino in fondo costi quel che costi. «Tutto è questione di fedeltà – scriveva don Primo Mazzolarie l’ostinazione è una fedeltà innamorata» (Pensieri dalle lettere, Vicenza 1978,170).

In queste parole ritrovo al vivo lo sguardo e i tratti del volto di padre Silvio, la sua fede ostinata e sorridente: “una fedeltà innamorata”.

 

«Sul Golgota il Regno di Dio non è finito»

«Il mio ritorno a Goma con Paolo ed Edda è stato come entrare in un profondo pozzo, in un tunnel buio: è ancora guerra, continuano le sparizioni di persone gli spari nella notte.

E tuttavia si percepisce in mezzo a queste realtà di morte che la gente sente il bisogno di vita. Ha fame, sete, chiede luce. Per questo Gesù ha inviato i discepoli. Quando ci uniamo nell’eucaristia gli occhi sono fissi su Gesù, non c’è altro maestro. Si annuncia l’attualità della sua persona in mezzo a noi. Noi come chiesa non viviamo appena di ricordi, ma ricordando il Gesù presente viviamo il presente e ci apriamo al futuro.

Resta la profonda angoscia delle immagini molto tristi della guerra e del dopoguerra, restano gli interrogativi del perché tanto male, anche se si sa che i motivi della guerra nella regione dei grandi laghi sono da individuarsi in una volontà di profitto, di accaparramento e sfruttamento di risorse economiche.

Ho imparato che è nella preghiera che vanno cercate se non le risposte immediate almeno una luce ed un senso che ti confermano nella certezza che sul Golgota il Regno di Dio non è finito, ma dal Golgota si è sparso nel mondo.

Nella sofferenza degli uomini il Regno di Dio non è finito. Questo pensiero mi ha illuminato ed è stato come una liberazione dall’oppressione dell’angoscia e degli interrogativi su tanto male che ancora continua.

A Goma ho visto i segni della guerra e della fame, però ho visto anche i segni di una chiesa viva. Abbiamo sentito fatti di morte, stragi e sparizioni e abbiamo sentito fatti di bontà e di donazione della vita. Tanti episodi in cui i cristiani accolgono e nascondono chi è ricercato.

Ed allora il Regno di Dio non è finito. C’è una storia di vita che continua a scorrere. È il Regno che continua, tanti hanno dato la vita per salvare quelli dell’altra tribù.

Anche i missionari che sono restati sono un segno che il Regno di Dio non si è fermato. Sono restati condividendo l’insicurezza della gente e questo restare è stato sentito come il restare stesso di Gesù.

Quando andiamo oltre le nostre paure e i limiti, quando si continua a perdonare, a credere e a condividere, anche quando le situazioni sembrano difficili, allora il Regno di Dio è presente e vivo. Un cristiano si riconoscere da come fa la “spesa” e da come è capace di accogliere la diversità, anche quando fa paura.

Tornando a casa si è rafforzata ancora di più l’idea di tenere viva la comunione con la chiesa d’Africa e chiederei anche a voi di fare altrettanto. L’eucaristia è condivisione, da essa dobbiamo trarre la forza per vivere vangelo con coerenza e continuità, perché è il vangelo che ci offre uno sguardo nuovo.

L’ascolto della missione ci porti a rinnovarci nella fede: la missione è quel dono che fa crescere la fede perché la si dona. La fede è la presenza del Signore, è lui che ci orienta, e ci apre gli occhi.

Ho celebrato la messa di Pentecoste nella cattedrale di Goma. Ho riascoltato i canti nelle diverse lingue: mushi, kinande, kinyarwanda, kiswahili, kirega. Abbiamo ascoltato esperienze di vangelo vivo, di amicizia fino a rischiare e a donare la vita per quelli dell’altra etnia.

Ci hanno raccontato la storia di due giovani (hutu e tutsi) rimasti insieme in prigione, decisi a uscire di prigione insieme, o a morire insieme. Davvero il Regno di Dio non è finito. È visibile tutte le volte che la gente sa aiutarsi, perdonarsi, condividere il poco che ha e conservare, nonostante tutto, il germe della speranza.

È accaduto sulla croce di Gesù, continua oggi nella Regione dei Grandi Laghi tra la gente semplice, nella vita di ogni giorno. È una dimensione della storia che non appare, ma è nel tessuto della vita che continua. Prego questa sera perché siamo uniti e si crei un legame con tutta la gente della terra. Per la città di Goma che è affamata io chiedo al Signore una pioggia di fagioli».

(Riflessione di p. Silvio alla veglia missionaria nel 1997, Archivio Cedoc SFR).

 

Essere una parola viva: «brace ostinatamente tesa al fuoco»

«Mi rimaneva poco della forza del mio corpo, ma avrei voluto ugualmente donare il massimo. Essere una parola viva di Dio per gli altri, in particolare per i poveri che avevo incontrato».

Sei tu parola
la mia nuda guerra,
notturna disciplina,
è tuo
lo scatto che sa
la sobrietà
della strada più lunga,
sei tu la risposta
alla pressione del cielo,
al batticuore del silenzio,
il rifugio esposto sei tu,
nell’esilio dell’anima
che non verdeggia,
non fa foresta,
tu sonaglio
in paesaggio di sola neve.
Che tu veda la mia fame
già mi sfama,
ti consegno la mia balbuzie
perché tu la dica
polvere d’ossa e semina.
Tu secchio e deriva,
tu impastata di silenzio
come acqua e frana,
parola che modella l’anima,
la istruisce
a irriducibile tenerezza,
tu brace ostinatamente tesa
al fuoco, fa’ di me memoria.
Di quale amore ho sete?
Ti amo
anche quando non so di amarti.
Parola di silenzio.
Veglia sulla mia mutezza
come il sole sull’uva
perché diventi vino
e voce.
(Chandra Candiani)

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In attesa delle gocce di benessere, accontentiamoci dei numeri

Il Global Wealth Report 2021 del Credit Suisse ha esaminato l’impatto della pandemia di COVID-19 sulla ricchezza globale nel 2020. Il report, molto interessante, mostra una continua crescita nonostante i lock down e la crisi conclamata, il che ci porta sin dall’inizio a due conclusioni: la crisi era stata sovrastimata e i governi sono intervenuti in maniera tanto tempestiva quanto stranamente eccessiva.

In effetti anche questo ulteriore Report, che si aggiunge ai dati del Fmi e dell’Ocse, dimostra che la crisi pandemica non è nemmeno lontanamente paragonabile a quella del 2008 ma che qui si è intervenuto talmente massicciamente, con incredibili iniezioni di liquidità, che la spinta alla ripresa è stata in pratica immediata, in particolare in Cina e Stati Uniti già dallo stesso 2020.

A livello aggregato, nell’anno della pandemia c’è stato un iniziale crollo tra gennaio e marzo del 4,4%, poi una continua corsa al rialzo che ha dato come risultato un + 7,4%. Aggiungiamo che nei mercati finanziari c’è stato un vero boom, la borsa di Milano è passata dai circa 16.000 punti di marzo 2020 agli oltre 26.00 di oggi, Wall Street da circa 18.000 punti agli otre 35.000 di oggi. Sulla stessa scia tutti i principali indici mondiali.

Le grandi aziende, in particolare quelle Hi-Tech, hanno dato risultati stellari. L’indice di riferimento di Facebook, Amazon, Apple e Google a cui si aggiunge Netflix, (Us Fang) è passato da marzo 2020 ad oggi da 2.500 a 7.500 punti. Queste aziende raggiungono oramai da sole una capitalizzazione di oltre sette trilioni di dollari.

Ma ad incrementare i guadagni, e quindi a far salire la ricchezza globale, ci sono anche Microsoft, Tencent, Alibaba e l’azienda automobilistica Tesla del miliardario Elon Musk. Un’azione Exor Spa (holding finanziaria controllata dalla famiglia Agnelli) è passata dai 35 euro di marzo 2020 ai 66 di dicembre 2020 e oggi è a quasi 80 euro.

Alla fine del 2020 la crescita complessiva della ricchezza globale segnava un incremento sull’anno precedente del 7,4%, cioè siamo arrivati globalmente a 418,3 trilioni di dollari.

Il Credit Suisse, bontà sua, ci informa che durante l’anno nero per la sanità mondiale sono stati dunque aggiunti 7,4 trilioni di dollari alla “ricchezza delle famiglie globali” e che “la ricchezza per adulto” è aumentata del 6,0% raggiungendo un nuovo record di 79.952 dollari. Potenza e miracolo delle medie aritmetiche.

La realtà è un po’ meno rosea ovviamente. Ed infatti non è così che l’aumento della ricchezza si distribuisce realmente nel mondo delle persone. Intanto varia di molto già la distribuzione regionale ed infatti, sempre nel 2020, la ricchezza totale è aumentata di 12,4 trilioni di dollari in Nord America e di 9,2 trilioni di dollari in Europa. Queste due regioni hanno rappresentato la maggior parte dei guadagni di ricchezza, con la Cina che ha aggiunto al piatto altri 4,2 trilioni mentre la regione Asia-Pacifico (escluse Cina e India) altri 4,7 trilioni.

La ricchezza totale è invece diminuita in India di 594 miliardi, ovvero del 4,4%, mentre in America Latina si è avuta la prestazione peggiore, con un calo della ricchezza totale di 1,2 trilioni, ovvero dell’11,4%.

A questo è doveroso aggiungere che gli individui che posseggono più di 1 milione di dollari (secondo i criteri di disponibilità che usa Credit Suisse) costituiscono solo l’1,1% della popolazione mondiale e detengono il 45,8% della ricchezza globale, cioè 191,6 trilioni di dollari. Il 55% della popolazione possiede, al polo opposto, solo l’1,3% della ricchezza globale, cioè 5,5 trilioni di dollari.

Credit Suisse prevede che nel 2021 la ricchezza globale continuerà a crescere, quella dei PIL nazionali che aveva visto un calo nel 2020, e secondo il Fondo Monetario Internazionale, raggiungerà i 93 trilioni nel 2021 superando i 100 trilioni nel 2022.

Come sempre possiamo continuare a sperare nel Trickle Down, cioè in quel sistema economico iniziato negli Stati Uniti da Reagan (e continuato da Bush padre, Clinton, Bush figlio, Obama e Trump) che prevede che l’unico modo per far arrivare qualche goccia di benessere ai poveri sia quello di riempire i bicchieri dei ricchi, fino all’orlo.

PRESTO DI MATTINA
La fede dove non t’aspetti

 

Meraviglia di una fede che non t’aspetti, scaturita dall’intimo di una vita. Ti prende questa fede di sorpresa, e là dove non sospetti, è lei che trova te, come ti trova amore. «Trovommi Amor del tutto disarmato» direbbe il Petrarca, che aggiunge: «Erano i capei d’oro a l’aura sparsi/che’n mille dolci nodi gli avolgea,/e’l vago lume oltra misura ardea/di quei begli occhi, ch’or ne son sì scarsi;/e ’l viso di pietosi color’ farsi,/i’ che l’esca amorosa al petto avea,/qual meraviglia se di sùbito arsi?». Gli fa eco, con meraviglia non minore, la poetica di Giovanni della Croce per il quale guizzo di fiamma è la forma della fede come amore: «O fiamma d’amor viva, Che sì dolce ferisci L’alma, ed al centro più profondo vai; Poiché non sei, più schiva, L’opra, se vuoi, finisci, Rompi la tela al dolce incontro omai».

È proprio sorpresa di un incontro che non t’aspetti quello che fa aderire la fede all’«ordo amoris». L’espressione è di Agostino ed è ripresa da Pascal (come «l’ordre du coeur») e da Max Scheler nei suoi scritti sulla fenomenologia e l’amore. In tutti si coglie la convinzione che il sapere della fede passa attraverso un cuore. Se l’intelligenza e le sue ragioni (l’intellectus fidei) non vengono abitate dalla fides cordis; se la fede non segue l’ordinamento, il ritmo sullo spartito dell’amore, «anche se parlasse tutte le lingue degli uomini e degli angeli, se riuscisse a spostare le montagne sarebbe come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna: il resto di un nulla»(1 Cor 13,1). Così il credere, come il celebrare, o tesse la vita e si muove in essa, ad essa arriva e da essa riparte, o non serve a niente, perché ripete il nulla del suo vuoto: un tessere senza filo.

Come un libro scritto dall’amore, la fede, con il suo fare e il suo dire, pur nascosta dentro, esonda fuori per chi la incontra. Cristiana Campo, annotando la poesia Estasi di John Donne (1572-1631), riporta l’osservazione del critico letterario Giorgio Melchiori (1920-2009) che evidenzia in questo testo «l’uso amoroso del linguaggio teologico: il corpo come libro sacro, evangelo di una rivelazione. Ciò è di pochi poeti, e di pochissimi amanti, mentre il contrario è di tutti i mistici» (La tigre assenza, 265).

Come c’è un vangelo nascosto in ogni persona, così non c’è vita umana senza fede: magari quella che non t’aspetti, per quanto elementare essa possa dirsi e presentarsi. Del resto la vita nascente, infante, l’ha d’istinto quello di affidarsi. Un praticare l’alterità per imparare a vivere, per apprendere l’amore. Per Giovanni della Croce la fede, e la stessa esperienza mistica, come esperienza amorosa, determinano un collocarsi, un installarsi nella realtà stessa, nel cuore stesso della Scrittura, della Chiesa e della vita per realizzarle. La realtà presente è il luogo decisivo per incontrare l’Altro; il luogo in cui la fede rivela quella tenacia d’amore di cui parla il Cantico, quella che le grandi acque della morte non possono spegnere. “Tenace come una carezza” direbbe Ungaretti: «Periva il cuore. La tenace tua carezza Allontanò le tenebre, Le lacrime frenate a lungo Sgorgarono felici», (Vita d’uomo.Tutte le poesie, 314).

Lo stesso linguaggio della fede attraversa tutti gli ambiti della nostra esistenza: “far credito”, “provare l’affidabilità”, “fidarsi di qualcuno”, “essere di parola, mantenerla”. Una ‘soglia’ deve essere varcata, un confine attraversato in ogni esistenza umana in via di personalizzazione e di socializzazione. Passaggio verso un luogo di vulnerabilità è l’alterità che connota il credere: come una debolezza, perché si viene a dipendere dalla affidabilità dell’altro che si svela a poco a poco maturando la fiducia.

Imparare a credere è l’esercizio più umano. Non solo: è quello che ci rende sempre più umani, capaci di una libertà che si fa responsabile, che rende a sua volta affidabili per gli altri. La fede principia con il coraggio di praticare l’alterità con amore. Scrive Max Scheler: «Per questo l’amore è sempre stato per noi anche, nel contempo, l’atto originario con cui un ente – senza smettere di essere questo limitato ente – abbandona se stesso, per avere parte e prendere parte ad un altro ente». Il conoscere della fede «presuppone quindi sempre questo atto originario: un abbandonare sé e i suoi stati, i suoi propri contenuti di coscienza, un trascenderli, per giungere, per quanto possibile, ad un’esperienza vissuta di incontro col mondo. E quel che chiamiamo “reale”, effettivo, presuppone innanzitutto un atto del volere… [etico, che] presuppone a sua volta un amare, che lo preceda nella direzione e nel contenuto. L’amore, quindi, sempre risveglia alla conoscenza e al volere, anzi è la madre dello spirito e della ragione stessi» (Scritti sulla fenomenologia e l’amore, 118). La fede e l’amore hanno lo stesso luogo: l’umano vivere. E la fede è chiamata a pronunciarsi e ad esercitare la propria testimonianza sulla affidabilità dell’amore degli altri e dell’Altro.

Nei vangeli “la fede dove non t’aspetti” è stata pure l’esperienza fatta da Gesù nei tre anni del suo ministero, dentro e fuori la Palestina. Egli sembra non trovarla nei referenti e negli ambienti religiosi istituzionali, refrattari e increduli. Una sfiducia respingente e generativa di conflittualità sfocia in uno scontro aperto, tanto che egli alla fine dovette restare nascosto. “La fede dove non t’aspetti” egli la scopre invece nei piccoli; e lo stupore è tale che si cambia in esultanza: «In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza”» (Lc 10,21-24; Mt 11,25-30).

Gli viene incontro all’improvviso mentre è in cammino per strade secondarie, attraversando poveri villaggi, nelle figure samaritane, negli amici come Lazzaro, Marta e Maria. Addirittura egli trova davvero grande la fede della donna siro fenicia, una pagana che lo rincorre senza rassegnarsi ai suoi rifiuti, ma ribattendo parola su parola: «[Dissero i discepoli]: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”» (Mt 15, 26-27).

La stessa cosa accade nel racconto del centurione romano e del suo servo malato. Essendo egli pagano, non voleva mettere in difficoltà Gesù, facendolo entrare nella sua casa; così egli «mandò alcuni amici a dirgli: “Signore, non disturbarti! Io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto; per questo io stesso non mi sono ritenuto degno di venire da te; ma di’ una parola e il mio servo sarà guarito. Anch’io infatti sono nella condizione di subalterno e ho dei soldati sotto di me e dico a uno: “Va’!”, ed egli va; e a un altro: “Vieni!”, ed egli viene”. All’udire questo, Gesù lo ammirò e, volgendosi alla folla che lo seguiva, disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande!”». Così fu con Zaccheo e lo stesso evangelista Matteo entrambi odiati pubblicani, perché esattori delle tasse imposte al popolo dai Romani.

Ma Gesù la scorge nascosta e ammutolita in una madre vedova, nel villaggio di Nain, mentre va a seppellire l’unico figlio. È talmente oscurata dal suo dolore che sembra ormai senza più fede e per questo non si avvede nemmeno della presenza di Gesù. Ma questi non ha bisogno di parole: è lui che la scorge in quello che c’è nel cuore, in quell’indicibile dolore che lo spinse a muoversi, senza attendere un richiamo, appena la vide, e ne ebbe compassione: «Non piangere!», questo solo le disse, prima di restituire a lei e alla vita il figlio.

Altre volte, come nell’episodio della figlia morente di Giairo, il capo della sinagoga, la cui fede è messa alla prova da persone accorse in fretta, che gli dicono di non importunare più il maestro perché la figlia è morta. Vediamo Gesù farsi sostegno a quella fede ormai inaridita sul punto di smarrirsi e gli dice: «Non temere, continua solo ad aver fede!» (Mc 5, 21-43). Dieci lebbrosi furono guariti quella volta, ma uno solo ritornò indietro a ringraziare ed era un samaritano, un forestiero, un eretico.

Il bene della fede che non t’aspetti Gesù lo semina nelle sue parabole: quella dei due figli ai quali il padre chiede di andare a lavorare nella vigna: il primo disse sì andrò, ma poi non andò; il secondo figlio disse subito di no, ma poi andò. O quando domanda al dottore della legge, dopo la parabola del samaritano: «Chi gli fu prossimo di quei tre passati sulla strada?» «Chi ha avuto compassione di lui» fu la risposta. Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso».

Ci ricorda la lettera agli Ebrei che Gesù «imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,8), dall’esperienza di quella fede condivisa con i poveri e i piccoli che è pratica di ospitalità verso tutti, e che apprende affidandosi a colui che egli chiamava “il Padre suo” rivelandolo come il Dio affidabile a cui prestare fede; imparando pure dalla “fede che non t’aspetti”, un abbandonarsi fiduciosi per lasciarsi trasformare. Ci ricorda Paolo che nel vangelo, che è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, si rivela l’affidabilità di Dio, da fede a fede, come sta scritto: «il giusto per fede vivrà» (Rm 1,17)

Sta terminando la settimana detta “Laetare”, un “ristori” si direbbe oggi, nel rigore del tempo quaresimale. Così in questa settimana ci ha accompagnato un ritornello, annuncio di buone notizie che ha inteso anticipare la gioia, l’ormai vicina gioia pasquale, una luce alla fine del tunnel della quaresima: «Rallegrati, Gerusalemme, sfavillate di gioia con essa, voi che eravate nel lutto e voi tutti che l’amate radunatevi». (Is 66,10-11). Una letizia che non t’aspettavi.

All’inizio di questa settimana, sorpresa di una fede di cui non si vedeva traccia alcuna: un whatsapp di un amico che diceva «guarda, per il tuo prossimo mattutino e poi sono sicuro che ti evocherà una scintilla giusta». A seguire un girasole e un filmato con Laura Pausini che raccontava a Fiorello gli esordi della sua passione musicale, cresciuta in parrocchia con i canti della messa. Poi, improvvisamente intona un canto di chiesa e lo ripete insieme alle persone che erano presenti; sembrava la messa della domenica Laetare in parrocchia: «E sarai servo di ogni uomo, Servo per amore, Sacerdote dell’umanità». Fiorello sgranava gli occhi incredulo e, al canto dell’Osanna, pure lui si lascia coinvolgere da quel coro parrocchiale improvvisato. Ed era tale l’entusiasmo loro che a me sembrava uscisse fuori con le parole anche la loro fede nascosta dentro. Non era più un semplice canto, ma sulle loro labbra la musica e la gioia erano diventate una lode e un rendimento di grazie. Mi sembrava proprio di stare a messa, ed ho pensato è proprio vero: Hilarem datorem diligit Deus», il Signore ama chi dona con gioia.

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PRESTO DI MATTINA
Passare dall’altra parte con cuore non incerto

 

«Per fede in qualcuno che non conosceva…
Poteva passare da un luogo familiare
A un posto mai attraversato
Poteva contemplare il cammino con cuore non incerto [with unpuzzled heart
(Emily Dikinson).

Come per Abramo, l’arte di passare dall’altra parte è la fede: un fatto che quando accade stupisce e spaventa al contempo. La compongono l’invocazione e l’attesa che come tessere di un puzzle sono in cerca di corrispondenze, finché a poco a poco se ne scopre la figura, e il loro cammino risulta sempre meno incerto.

Come il linguaggio ‒ che pone fuori di noi e al tempo stesso ci riporta dentro, un andare incontro ed essere incontrati, che chiede un distacco attraverso una frattura ‒ così la fede è frattura instauratrice, generativa di un legame, di un reciproco dirsi e riconoscersi. Un incamminarsi che ogni volta avvicina senza perdere l’identità di ciascuno, unisce senza confondere, come gli sguardi che s’incrociano senza smarrirsi l’uno nell’altro. Nella fede la parola e la stessa libertà si nascondono e si ritrovano nelle parole e nella libertà dell’altro, attuandosi ogni volta nella forma di una donazione, da cui sgorga una fiducia sempre meno incerta. Solo affidandosi, infatti, la libertà, trascinata fuori dalla parola, è situata alla presenza dell’altro; e al tempo stesso essa viene nuovamente posta di fronte a se stessa, su un confine, quello di un linguaggio che si fa prassi, di pratiche comunitarie che si fanno parole, racconto. La fede è una libertà che si affida camminando e raccontando.

Ne è un esempio emblematico il Vaticano II, il concilio in cui la chiesa si è rimessa in strada, rinnovando il suo atto di fede come amore e come speranza di fronte al mondo contemporaneo. Con quest’evento essa è passata dall’altra parte, creando un varco nei i bastioni, non senza il turbamento di molti, ed ha cercato di vedersi con gli occhi degli altri, donne e uomini del proprio tempo, provando ad «amare l’uomo per amare Dio» (Paolo VI) perché Dio aveva i loro occhi. Camminando tra la gente, in dialogo con le varie culture e religioni, essa ha trapassato con il suo sguardo il loro, rivelando con ciò il suo volto missionario ‒ quello del Cristo, lumen gentium ‒ tornato a risplendere sul suo volto lunare: lei che è sorella della luna ed entrambe lo specchio del sole quando la terra si adombra. L’evento conciliare fu il ‘fatto’ che manifestò e in cui si riversò la sua fede, raggi riflessi di un amore per le vie del mondo fino ad abbracciarlo nelle sue periferie storiche ed esistenziali.

«Ci torna qui opportuno e felicescriveva Giovanni XXIII ad inizio concilio un richiamo al simbolismo del cero pasquale. Ad un tocco della liturgia, ecco risuona il suo nome: Lumen Christi.La chiesa di Gesù da tutti i punti della terra risponde: Deo gratias, Deo gratias, come dire: Sì: lumen Christi: lumen ecclesiae: lumen gentium. Che è mai infatti un concilio ecumenico se non il rinnovarsi di questo incontro della faccia di Gesù risorto, re glorioso e immortale, radiante per tutta la chiesa, a salute, a letizia e a splendore delle genti umane? È nella luce di questa apparizione che torna a buon proposito il salmo antico: “Solleva su noi la luce del tuo volto, o Signore! Tu hai posto letizia nel mio cuore” (Sal 4,7- 8)».

Si può ben dire allora, assecondando l’intuizione del Papa, che al concilio la chiesa tutta si raccolse orante con il salmo 27, 8-9: «Il mio cuore ripete il tuo invito: “Cercate il mio volto!”. Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto». Lo ricercò nella storia e nelle vicende umane, quel volto insieme sfigurato e glorioso e in quella umanità trasfigurata del volto dell’Altro: insieme e unitamente rivelazione dell’umanità e paternità di un Dio e della dignità inviolabile di ogni umano volto.

Grazie all’assunzione del paradigma della storia, i padri conciliari ricongiunsero il Gesù storico con il Cristo della fede e, declinando la salvezza e la rivelazione come storia, si ritrovarono di nuovo, esperiti in umanità in cammino con Lui, tra la gente. Grazie alla “svolta antropologica”, al ricomporsi cioè del legame tra l’ambito della soggettività storica e umana e quello della oggettività della ragione, fu gettato un ponte per superare il divario creatosi tra la verità di Dio, il dono della sua auto-comunicazione all’uomo nella storia e il comprendersi dell’uomo nella ricerca della verità di se stesso qui nelle realtà terrene.

Si ripartì da quell’esperienza in cui l’uomo sperimenta di trascendersi e di comprendere se stesso a partire dall’incontro con l’altro, aperto all’ignoto e uditore della sua parola. Si ripartì dalla consapevolezza che nell’incontro si manifesta il volto di una presenza e di una conseguente responsabilità che non può mai essere circoscritta, compresa e misurata come si fa con gli oggetti, con le cose, perché smisuratezza e insondabilità ne costituiscono i tratti originari.

Fu così possibile al concilio ripensare con audacia, confrontarsi con le questioni antropologiche, culturali o politiche degli uomini e delle società, sino a giungere al rinnovamento della cristologia. Poter “dire Cristo” anche all’uomo di oggi, ridisegnandone il profilo a partire dalla sua umanità: in questo modo, il concilio indicava l‘humanitas Christi come chiave ermeneutica e principio di discernimento per affrontare i problemi più concreti e più gravi della modernità.

Se domandassimo al concilio qual è il “sacramento fondamentale”, il luogo di incontro con Dio e con l’umanità, senza dubbio ci risponderebbe: «l’umanità di Cristo». Allo stesso modo se chiedessimo qual è la “comunità fondamentale”, risponderebbe quella tra l’uomo e Dio: ovunque si dia apertura e accada tra loro intima unione di amicizia, in cui esperire e praticare l’unità di tutto il genere umano.

Lo esprime magnificamente Gaudium et spes 22, che rappresenta per così dire il ‘prologo’ di questa cristologia in ricerca dell’umanità di Gesù: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo… soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme, ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato».

Ma gli stessi tratti si colgono anche nel discorso di chiusura del concilio che ci ha lasciato Paolo VI; specie in una pagina mirabile incentrata sul senso della chiesa per l’alterità, in ricerca del volto del Deus absconditus nell’umano: «Che se, venerati Fratelli e Figli tutti qui presenti, noi ricordiamo come nel volto d’ogni uomo, specialmente se reso trasparente dalle sue lacrime e dai suoi dolori, possiamo e dobbiamo ravvisare il volto di Cristo (cfr. Matth. 25, 40), il Figlio dell’uomo e se nel volto di Cristo possiamo e dobbiamo poi ravvisare il volto del Padre celeste:chi vede me, disse Gesù, vede anche il Padre” (Io. 14, 9),il nostro umanesimo si fa cristianesimo, e il nostro cristianesimo si fa teocentrico; tanto che possiamo altresì enunciare: per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo. Sarebbe allora questo Concilio, che all’uomo principalmente ha dedicato la sua studiosa attenzione, destinato a riproporre al mondo moderno la scala delle liberatrici e consolatrici ascensioni? non sarebbe, in definitiva, un semplice, nuovo e solenne insegnamento ad amare l’uomo per amare Iddio? Amare l’uomo, diciamo, non come strumento, ma come primo termine verso il supremo termine trascendente, principio e ragione d’ogni amore. E allora questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare, per via di fraterno amore, quel Dio “dal quale allontanarsi è cadere, al quale rivolgersi è risorgere, nel quale rimanere è stare saldi, al quale ritornare è rinascere, nel quale abitare è vivere, (S. August., Solil. 1, 1, 3; P. L. 32, 870)», (Discorso di chiusura, 7 dicembre 1965).

Passare dall’altra parte, come un passare di nuovo al vangelo è così apertura, un dischiudersi di futuro, anche per la chiesa d’oggi, il suo credere: «L’avvenire può essere solo quello del Vangelo», ma questo «non consiste nell’assicurare innanzitutto la propria sopravvivenza in quanto istituzione religiosa, ma nel permettere al Vangelo di Gesù di passare al mondo attraverso di essa per annunciargli la salvezza, e adempierla» (Joseph Moingt).

Si sta andando verso qualcosa di diverso; viviamo un momento di passaggio, che ci porta verso un’altra maniera di essere e fare chiesa, un altro modo di situarci nel mondo, di fare popolo di Dio, di essere preti e laici nella chiesa. È solo un’illusione quella di tornare indietro a ricostruire rovine, a ricostruire muri tra il sacro e il profano. La Chiesa altro non otterrebbe che autoescludersi, se ambisse a riprendere il potere (fortunatamente) perduto sulla società. Ben altre sono le influenze che la vicarìa di Cristo sulla terra è chiamata a esercitare: i poveri, gli esclusi reclamano una chiesa che si faccia buona notizia, vangelo, soprattutto per loro e non senza di loro.

Ignazio Silone (1900-1979) in Fontamara, romanzo ambientato tra i contadini della Marsica abruzzese, descrive bene lo status degli ultimi, di coloro che subiscono ingiustizia, che sono sopraffatti dai raggiri, dal dispotismo e dalla legge del più forte. Nella prefazione leggiamo: «L’oscura vicenda dei Fontamaresi è una monotona via crucis di cafoni affamati di terra che per generazioni e generazioni sudano sangue dall’alba al tramonto per ingrandire un minuscolo sterile podere, e non ci riescono… ma la sorte dei Torlognes è stata proprio il contrario. Nessuno dei Torlognes ha mai toccato la terra, neppure per svago, e di terra ne possiedono adesso estensioni sterminate, un pingue regno di molte diecine di migliaia di ettari. … I contadini poveri, gli uomini che fanno fruttificare la terra e soffrono la fame, i fellahin i coolies i peones i mugic i cafoni, si somigliano in tutti i paesi del mondo; sono, sulla faccia della terra, nazione a sé, razza a sé, chiesa a sé; eppure non si sono ancora visti due poveri in tutto identici». E così viene descritta la gerarchia sociale a Fontamara: «Michele pazientemente gli spiegò la nostra idea: “In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa. Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito”», (Milano 1949, 17; 14; 31).

Quello che Silone racconta con la scrittura ‒ lui si definì “un socialista senza partito e cristiano senza chiesa” e Albert Camus disse di lui “Guardate a Silone egli è radicalmente legato alla sua terra, eppure è talmente europeo” ‒ Georges Rouault (1871-1958) lo ha fatto con la pittura. Non per caso era il pittore contemporaneo che Silone preferiva, e del quale amava soprattutto i volti del Cristo (le Saintes Faces). Tanto da dire che Il Cristo di Rouault era il più tremendamente e umanamente sofferente che avesse mai visto, così da ricordargli un personaggio di Fontamara.

Rouault dipinse la scena dell’incredula fede di Tommaso che si apre al riconoscimento del Risorto, fattosi presente in mezzo ai suoi dopo la risurrezione. Lo fece ritraendolo con un volto ed un corpo umano a cui è stato strappato dal dolore ogni decoro e dignità. Eppure egli intitolò il quadro “Sei tu Signore ti riconosco”. Perché la fede è proprio questo: la capacità di passare dall’altra parte, di riconosce e accogliere ‒ «with unpuzzled heart» ‒ con indiviso cuore nel volto degli ultimi lo stesso volto di Cristo, e nel Suo volto la loro e la propria storia.

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SCHEI
Ci vorrebbe Arsenio Lupin

Qual è lo scopo della politica economica? Secondo alcuni economisti lo scopo è redistribuire reddito e opportunità di crescita togliendo a chi ha troppo e dando a chi ha poco. E’ un concetto talmente semplice che sembra appartenere al diritto naturale prima che all’economia. Eppure l’influenza che questi economisti esercitano sull’andamento dell’economia è largamente minoritaria, se guardiamo allo stato delle regole che governano il mercato dei capitali e l’imposizione fiscale nel mondo. E parliamo del nostro mondo, quello dove le persone si possono spostare da un paese all’altro ma entro certi limiti: ci sono paesi dove non puoi andare se non hai già un contratto di lavoro prefirmato, oppure al massimo se non hai una occupazione stabile ci resti con un permesso temporaneo, dopodichè o ti trovi un lavoro fisso o sciò. Se poi sei un “extracomunitario” e pretendi di venire a vivere in un paese comunitario senza che un datore di lavoro, senza averti mai visto in faccia, ti abbia già firmato un contratto, sei un irregolare o un clandestino. Quindi esiste la “libera circolazione degli esseri umani”? La risposta è: dipende. In generale, no.

Viceversa, se voglio spostare soldi da un paese all’altro dove le tasse che pago su quei soldi sono inferiori o inesistenti, lo posso fare (lo fanno anche i Presidenti di Regione, avete presente?). Se voglio intestare un patrimonio mio in modo che sia praticamente impossibile risalire al fatto che è mio, lo posso fare liberamente. Se voglio trasferire la sede legale e fiscale della mia azienda in un cosiddetto paradiso fiscale (ce ne sono anche in Europa), per pagare meno tasse (e sottrarre gettito al mio paese), lo posso fare. Quindi esiste la “libera circolazione dei capitali”? Eccome se esiste.

Un economista di nome James Tobin nel 1972 propose una tassazione sugli scambi internazionali al fine di diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio, prelevando una piccola aliquota (mezzo punto percentuale) ad ogni cambio da una valuta ad un’altra, e scoraggiando la speculazione.

In un articolo scritto nel 2001, lo stesso Tobin precisava che già John Maynard Keynes avanzò l’idea di un’imposta sul profitto. Tobin rilanciò nelle “Janeway Lectures” a Princeton l’idea di Keynes in una nuova veste, sotto forma di un’imposta volta a colpire in lieve misura le transazioni sui mercati valutari con l’obiettivo di stabilizzarli attraverso la penalizzazione delle speculazioni a breve termine: si era all’inizio degli anni ’70, all’indomani dell’abolizione degli accordi di Bretton Woods, accordi che fino a quel momento avevano garantito la parità dollaro/oro e limitate oscillazioni dei tassi di cambio. Tobin intendeva “gettare sabbia nel meccanismo della speculazione e del dominio dei mercati finanziari”.

Tobin fu insignito negli anni 80 del Premio Nobel per l’economia, che assomiglia sempre più ad una medaglietta da mettere all’occhiello dei perdenti di successo. L’ipotesi di adozione di una versione estesa della Tobin Tax, applicata anche alle transazioni azionarie, è fallita. In Svezia la tassa venne introdotta nel 1984 per poi essere abolita nel 1991. Nel 2011 la Commissione Europea presentò un progetto per l’introduzione della Tobin Tax al fine di armonizzare le diverse forme di tassazione sulle transazioni finanziarie presenti in alcuni stati membri dell’Unione: naturalmente non se ne è fatto nulla. In Italia una piccola tassazione è in vigore dal 2013: colpisce il trasferimento della proprietà di azioni e di altri strumenti finanziari, con un’aliquota dello 0,2%, ridotta allo 0,1% in caso di trasferimenti che avvengono in mercati regolamentati.
L’aliquota si applica al valore della transazione, inteso come “saldo netto delle transazioni regolate giornalmente relative al medesimo strumento finanziario e concluse nella stessa giornata operativa da un medesimo soggetto “: ne consegue che in caso di operazioni di acquisto e successiva vendita (e viceversa) chiuse in giornata la Tobin Tax non viene applicata. Peccato che ormai tantissima speculazione avvenga in questo modo(esempio: acquisto mille azioni della società xy e entro la fine della giornata le vendo tutte e mille; il saldo netto è zero, quindi niente imposta)

Regolamentare e tassare la speculazione sul denaro ricorda la lotta tra doping e antidoping: una volta che trovi il modo di individuare una sostanza proibita, il crimine al servizio della performance ha già trovato una sostanza nuova che i test scopriranno cinque anni dopo, e così via. Il male arriva sempre prima del bene. E il bene è anche poco furbo: annuncia la sua battaglia ben prima di combatterla, e così facendo la perde in partenza. E’ quello che succede ogni volta che in Italia qualcuno cerca di colpire le rendite di capitale(mobile o immobile): si agita la “patrimoniale” come se fosse una muleta, gli oppositori soffiano dal naso come il toro alla vista del panno rosso, solo che in questo caso non muore il toro, muoiono la muleta e il torero.

Quelli che osteggiano la cosiddetta “patrimoniale” sollevano le seguenti obiezioni: 1.prima andrebbe riformato il valore delle rendite catastali, che è vecchio e non attuale. 2.perderemmo gettito fiscale e liquidità preziosa, perchè con un click sul computer si possono spostare i soldi all’estero o con poche abili manovre creare un trust che renda oscuro il proprietario dei beni da tassare. 3.la proposta prevede di togliere l’IMU sugli immobili non di lusso, quindi non ha copertura finanziaria, e farebbe perdere entrate fiscali. Ebbene: 1.se venisse aggiornato il valore delle rendite catastali gli immobili ad essere tassati(che rimarrebbero comunque quelli di pregio) sarebbero molti di più, quindi il gettito fiscale aumenterebbe (ma sospetto che molte delle case degli “oppositori” verrebbero coinvolte,  e qui risiede la vera ragione dell’obiezione); 2. tutto vero, purtroppo. Ma chiedete agli obiettori se sarebbero favorevoli ad una tassa transnazionale sull’esportazione di capitali o sull’occultamento di patrimoni. Vi risponderebbero che sarebbero misure liberticide, che vanno contro la libera circolazione dei beni. Finchè sono i beni a circolare, la libertà deve essere totale; 3.infatti gli oppositori vogliono continuare a fare in modo che lo Stato possa incassare montagne di denaro dal cosiddetto “ceto medio” che loro dichiarano di difendere, lasciando una tassazione ridicola (in proporzione) per le proprietà di notevole valore.

La realtà è che una tassa sui grandi patrimoni, mobiliari e immobiliari, si scontra con una legislazione mondiale che difende i ricchi e tartassa i poveri e il ceto medio; laddove per ceto medio si intendono le persone oneste, o comunque quelle che, per amore o per forza, non possono nascondere nulla al fisco. Lì il fisco è spietato ed occhiuto, mentre è cieco quando si tratta di scovare i grandi trust o gli evasori totali – che, paradossalmente, potrebbero non pagare nulla sulle loro irrintracciabili ricchezze proprio mentre incassano un reddito di cittadinanza. La realtà è (anche) che un sistema di capitali liberamente trasferibili senza barriere, di transazioni speculative libere da ogni imposizione se chiuse entro la giornata, in effetti rischia di togliere molta base imponibile a misure del genere, che in sè sarebbero sacrosante.

E’ anche vero che per fare certe cose (nascondere i propri beni o spostarli in paradiso) ci vuole un po’ di tempo. Purtroppo, quando certe misure si annunciano, o compaiono sotto forma di emendamento, svanisce l’effetto sorpresa e si lascia a questa gente il tempo di organizzarsi. L’unico modo per farla funzionare è batterli sul tempo e prenderli alla sprovvista, con un bel provvedimento immediatamente in vigore che consideri i valori ad una certa data, e prenda ai ricchi per dare ai “poveri”, esattamente come faceva Robin Hood. Non sarebbe comunque una redistribuzione equanime, perchè il già nascosto e sommerso resterebbe intoccato. Del resto, nemmeno Arsenio Lupin pretendeva di cambiare il mondo, ma nel suo piccolo era un ladro gentiluomo.

Gratitudine

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Don Domenico Bedin non è uno di quegli uomini che aiutano per avere la riconoscenza di chi quell’aiuto riceve. Ha accolto e dato una mano a tante persone senza badare a nient’altro che al loro bisogno. E’ anche un uomo con un senso della giustizia che gli fa chiamare le cose con il loro nome. Non sarà un ingrato fra tanti grati a guastargli la vita.

“Vale la pena di sperimentare anche l’ingratitudine, per trovare un uomo riconoscente”.
Seneca

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

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E GLI ULTIMI SARANNO GLI ULTIMI
Emergenza Alimentare: Il vergognoso Ordine di Priorità della Giunta ferrarese

“Beati gli ultimi saranno i primi”, la frase – evangelica per antonomasia – valeva per la ‘scandalosa’ parabola degli Operai della vigna (sono andato a cercare il passo: Matteo 20,1-16). Il loro capo Salvini si fa fotografare con in mano il rosario e la madonnina, ma noi non pretendiamo che Sindaco e Vicesindaco e Giunta di Ferrara si comportino come Don Bosco o Teresa di Calcutta. Pretendiamo solo – è il minimo – che si comportino da persone serie e responsabili. Da rappresentanti eletti dei cittadini. Da servitori della Costituzione e delle leggi dello Stato. Che non facciano a Ferrara il contrario di quanto Governo e Parlamento decidono a Roma.

Invece no. La decisione della Giunta, l’ordine di precedenza per la distribuzione dei buoni alimentari, è di una gravità inaudita. Secondo chi governa Ferrara, i soldi messi subito a disposizione dal Governo per far fronte alla Emergenza Alimentare – al nostro Comune sono arrivati quasi 700.000 Euro – devono essere distribuiti “prima agli italiani”, prima ai ferraresi con il pedigree in regola .

Credo che chiunque, una persona normale, leggendo dell’Ordine di Priorità deciso, davanti a una assurdità, a una bestialità, a una cattiveria del genere, faccia davvero fatica a crederci. Pensa a un pesce d’aprile. Spera si tratti di una “svista”: leggo nel comunicato di condanna dei sindacati ferraresi. E’ come vedere uno sulla spiaggia, che continua tranquillo a fare il suo castello di sabbia, mentre sta per essere travolto da un’onda di tsunami alta venti metri: “Ma che fa? E’ scemo?”.

Ferrara (il cuore e il cervello dei ferraresi) sta insorgendo contro questo insulto all’umanità. “Restiamo Umani”, questo è il messaggio chiaro, preciso, anche arrabbiato, che oggi percorre come un tam-tam tutta la città. E sotto l’appello che chiede al Sindaco di revocare immediatamente questa scellerata decisione, si allunga la lista delle firme: decine e decine di associazioni, sindacati, gruppi, parrocchie, cooperative, imprese sociali, sezioni di partito, circoli, centri sociali e culturali.

A me però – sarà che non sono arrabbiato, sono Molto Arrabbiato – non basta la revoca dell’ “Ordine di Priorità”. Non si puo’ continuare a governare una città, dentro il diluvio della tragedia del Coronavirus, come se niente fosse. Non si può continuare ad agitare gli slogan sovranisti, populisti, egoisti, quando tutta Italia sta dando incredibili prove di vicinanza, attenzione, solidarietà. Non si può continuare imperterriti con le vecchie campagne anti-immigrati, anti-nomadi, anti-povera gente.

L’ultima decisione del Sindaco, Vicesindaco & company, come del resto tante altre esternazioni e campagne di Nicola Naomo Lodi, sembrano rivolte solo ai 1.197 elettori dello stesso (le sue preferenze). Ma a Ferrara vivono (con o senza residenza, con o senza permesso di soggiorno) circa 140.000 persone. Sono loro Ferrara. Siamo noi Ferrara: donne, uomini, bambini, anziani, disabili, immigrati, poveri, senza fissa dimora.

E visto che non sapete cosa significa ‘spezzare il pane’ quando il pane per tanti non ce n’è. Visto che questo governo cittadino – regolarmente eletto, ma incompetente, dedito alla propaganda e ai favori, palesemente inadeguato – non si  ricorda che Ferrara è tutto questo, che siamo tutti noi, a cominciare dai più deboli, è bene (urgente) che se ne vada a casa. Meglio un commissario di governo che assistere ogni giorno a una nuova vergogna. Date le dimissioni. Applicate a voi stessi il fatidico ‘Metodo Naomo’: datevi da soli un calcio nel culo e togliete il disturbo.

Segue appello

L’ORDINE DI PRIORITA’ AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Succede a Ferrara.
Sono finalmente arrivati dallo Stato 697.283 € per “misure urgenti di solidarietà alimentare (buoni spesa)” per soddisfare le necessità più urgenti dei nuclei familiari in difficoltà.
Il sindaco Alan Fabbri, dopo aver dichiarato “chi non ha mai chiesto aiuto non si vergogni a farlo” elenca i requisiti per poter avere questi buoni spesa.
Al primo punto, in ordine di priorità, non ci sono le difficoltà economiche, né le particolari situazioni famigliari o lo stato di necessità determinato dalle nuove tragiche situazioni, ma “avere la cittadinanza italiana”. A seguire, sempre in ordine di priorità, avere cittadinanza europea, permessi di soggiorno di lungo periodo, e via discriminando.
Il nostro Paese è travolto da una pandemia mondiale e sta facendo uno sforzo umano enorme, sforzo sostenuto innanzitutto degli operatori sanitari, per salvare vite umane e per mantenere la coesione sociale proteggendo le persone più esposte alla crisi, perché non si muore solo di covid-19.
La nostra Amministrazione Comunale non dà la priorità ai bisogni delle persone ma alle carte che possono esibire e non affronta le vistose disuguaglianze, ora ancora più evidenti ed odiose.
Stiamo parlando di buoni alimentari, stiamo parlando di cibo, stiamo parlando di fame, stiamo parlando di sopravvivenza.

La Giunta Comunale di Ferrara, vista l’emergenza, può dare un segnale positivo da subito per esempio, utilizzando i 400.000 € previsti per la recinzione parchi (per non parlare della spesa di un eventuale portavoce del vicesindaco) e convertirli in buoni pasto o in spesa farmaceutica o in vere mascherine sanitarie …. in beni di prima necessità.
Cerchiamo di avvisare i nostri amministratori: il virus non guarda i documenti e neanche la povertà guarda in faccia a nessuno.
Ci salveremo solo insieme.

CITTADINI DEL MONDO Nel mio Paese nessuno è straniero

Per firmare la petizione andate a questo link: 

[ APPELLO-PETIZIONE POPOLARE ]

:

L’uguaglianza disuguale

Nella nostra epoca si parla sempre di uguaglianza tra i popoli, tra le razze, tra i sessi…
L’Occidente ha infatti il merito d’aver inventato un concetto, storicamente parlando, rivoluzionario: l’uguaglianza tra gli individui.
Un’uguaglianza che riguardi perciò tutti quanti, e che armonizzi i rapporti tra le persone dando a tutti pari diritti e doveri, che siano uomini e donne, bianchi e neri, eccetera.
Però, proprio l’Occidente s’è scelto un sistema economico, quello capitalista, che per sua natura determina il più grande vulnus all’uguaglianza tra individui che si possa concepire.
Si tratta, di fatto, di una disuguaglianza creata artificialmente all’interno della società umana. Una differenziazione che non ha nulla di naturale, biologico o fisiologico che sia, come possono essere sesso, colore della pelle o l’aspetto fisico in generale.
Questa disuguaglianza, l’unica veramente colpevole delle ingiustizie, delle discriminazioni e dei delitti tra gli individui così come tra i popoli, è quella tra chi è ricco e chi è povero!

“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali.”
Don Lorenzo Milani

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Tra miliardari e milionari c’è spazio anche per il conflitto generazionale

L’anno scorso, più o meno di questi tempi, avevamo dato un po’ di dati sulla distribuzione della ricchezza nel mondo (Miseria e nobiltà: dati sulla ricchezza globale e considerazioni sulla povertà), vediamo ora se ci sono stati cambiamenti utilizzando gli stessi Rapporti: il Billionaire Census 2018, il Global Wealth 2019 del Credit Suisse e il Rapporto “Non rubateci il futuro” di Oxfam che fotografa la situazione italiana.

I miliardari nel mondo nel 2018 diminuiscono del 5,4% passando da 2.754 a 2.604 e diminuisce anche la quota di ricchezza detenuta del 7%, passando da 9.205 a 8.562 miliardi. La diminuzione è dovuta sostanzialmente ai problemi causati dalle guerre commerciali tra Usa e Cina e al conseguente ridimensionamento del Msci World Index, l’indice che rappresenta la performance azionaria globale di grandi e medie capitalizzazioni dei maggiori paesi industrializzati, nonché al graduale ridimensionamento della liquidità concessa dalle banche centrali a seguito delle crisi del 2008 e del 2011.

Il Report, inoltre, aggiunge altre motivazioni che giustificano questo calo, tra le quali: le nuove normative sulla produzione del settore automobilistico, l’instabilità geopolitica, il crescente sentimento anti-elite e anti-immigrati, il crescente isolazionismo degli Stati Uniti, il tortuoso processo della Brexit, il cambiamento populista in Sud America e le tensioni internazionali causate dal conflitto tra l’Arabia Saudita e l’Iran.

Nel 2018 i primi 15 paesi in classifica per numero di miliardari ospitavano il 75% di miliardari e il 79% della loro ricchezza totale. In termini assoluti, i primi 15 Paesi hanno avuto 84 miliardari in meno (per un totale di 1.942) rispetto al 2017, con un patrimonio netto complessivo che è sceso a 6.800 miliardi di dollari.

San Francisco è invece la città con più miliardari per abitanti, uno ogni 11.600. Londra ne ha uno ogni 135,198 e Instanbul uno ogni 462,629.

L’Italia, secondo questo Rapporto, vede un decremento del 13% nel numero di miliardari a differenza della Francia che vede invece un aumento del 2%. Flessione italiana causata da “instabilità politica”, secondo questo Rapporto, che non permette ai nostri 47 miliardari di superare la soglia dei 141 miliardi di dollari, con una diminuzione dell’8,3% rispetto al 2017. E mentre in Cina, Arabia Saudita e Corea del Sud la maggior parte di questi super ricchi sono sotto i 50 anni, in Italia, Spagna e Australia sono invece per il 56,9% over 70.

Secondo il Global Wealth 2019 del Credit Suisse, giunto alla sua decima edizione e che si accredita come la fonte di informazione più completa e aggiornata sulla situazione finanziaria globale delle famiglie, nell’ultimo anno la ricchezza globale è cresciuta, ma a un ritmo molto modesto rispetto al passato.

Infatti, anche se la ricchezza per adulto ha raggiunto il nuovo record di 70.850 dollari per un totale complessivo di 360.6 trilioni nella metà del 2019, supera di solo l’1,2% il livello toccato nella metà del 2018. Più della metà degli adulti in tutto il mondo ha un patrimonio netto inferiore a 10.000 dollari americani mentre i milionari sono l’1% degli adulti e possiedono collettivamente il 44% del patrimonio mondiale della ricchezza. Tuttavia e nonostante le apparenze, la tendenza all’aumento delle disuguaglianze si è attenuata, ed infatti la quota detenuta da questo 1% risulta inferiore al picco raggiunto nel 2016. Personalmente non sono convinto della reazione positiva a questo dato da parte del restante 99% della popolazione, ma questo è il dato.

In Italia ci sono, sempre nel 2019, 1.496 milionari e si prevede diventeranno 1.992 nel 2024. In Germania vi sono 2,2 milioni di milionari e un livello di disuguaglianza che supera tutti gli altri paesi dell’Europa occidentale, con il 41% della popolazione che ha un patrimonio inferiore ai 10.000 dollari. Di seguito l’infografica con i dati

In sintesi, e secondo Billionaire Census e Global Wealth, la ricchezza aumenta, i miliardari e i milionari flettono ma si riprenderanno, ci sono segnali, secondo il Credit Suisse, addirittura di un miglioramento sul tema delle disuguaglianze. Ma proviamo ad ascoltare campane diverse.

Ci aiuta il rapporto Oxfam “non rubateci il futuro” del settembre 2019 che descrive la situazione italiana e di cui riportiamo qualche dato.

Secondo Oxfam non solo la disuguaglianza in Italia sta crescendo ma si configura sempre di più come un vero e proprio scontro generazionale, a supporto dell’idea che qualcosa non funziona nel sistema complessivo e che sia proprio qui che si dovrebbe concentrare l’attenzione della politica.

I giovani devono fare i conti con un mercato del lavoro disuguale caratterizzato dall’aumento della precarietà lavorativa e dalla vulnerabilità dei lavori più stabili. Quello che sostanzialmente oggi viene chiamato “aumento della produttività” oppure “bilanciamento del sistema concorrenziale” e che aiuta gli esportatori, si traduce sostanzialmente in un peggioramento generalizzato del quadro complessivo a spese ovviamente della parte più indifesa della società.

Carenze nell’orientamento, debolezze sistemiche nella transizione dalla scuola al mondo del lavoro, arretramento pluridecennale dei livelli retributivi medi per gli occupati più giovani, sotto-occupazione giovanile, scollamento tra la domanda e l’offerta di lavoro qualificato che costringe da anni tanti giovani laureati ad abbandonare il nostro Paese in assenza di posizioni lavorative qualificate e di prospettive di progressione di carriera, questi in sintesi la carrellata di problematiche che avrebbero bisogno di risposte che sembrano non esserci vista la loro persistenza negli ultimi decenni.

In Italia, ma sfido a guardare i dati degli altri, ci si colloca tra i Paesi con una forte influenza delle origini familiari sul successo occupazionale dei figli e con persistenza generazionale dei redditi, a partire dalla generazione dei nati negli anni Ottanta. Insomma non è un caso che più ha preso il sopravvento la dottrina neoliberista e più sono aumentati privilegi e stagnazione della società, quindi si parte dagli anni ’80, dall’inizio della lotta all’inflazione e al debito pubblico, fino al totale scollamento generazionale dei giorni nostri.

I giovani entrati nel mercato del lavoro negli ultimi dieci anni percepiscono un reddito più esiguo se paragonato ai livelli retributivi dei loro genitori all’epoca del loro ingresso nel mercato del lavoro e, a livello reddituale, quelli tra i 15 e i 29 anni mostrano un trend costante di riduzione delle retribuzioni annue medie e più marcato rispetto alle classi dei lavoratori in età tra i 30 e i 49 anni e gli over50. Un trend che “viene da lontano” e che ha visto, fatta 100 la media dei redditi sulla popolazione in un dato anno, i redditi dei giovani ridursi da 76.3 del 1975 a 60 del 2010 per calare ancora a 55.2 nel 2017.

Le disuguaglianze di reddito dei genitori diventano poi disuguaglianze di istruzione dei figli che si trasformano, a loro volta, in disuguaglianze di reddito, replicando, sebbene con intensità diversa, quelle che esistevano tra i rispettivi genitori. In media, il figlio di un dirigente ha, a parità di istruzione, un reddito netto annuo superiore del 17% rispetto a quello percepito dal figlio di un impiegato.

Cioè persiste e viene codificata una sorta di divisione della popolazione per censo, che poi scandalizza se appare nei resoconti finali di qualche scuola.

Del resto la spesa pubblica per l’istruzione, al 3,8% del Pil nel 2017, colloca il nostro Paese tra gli ultimi Paesi dell’Unione Europea per il finanziamento ed è in calo dal 2008. Continuiamo ad applicare cioè quel principio dell’austerità espansiva impostaci dalla Bce e codificata nella nostra Costituzione dal governo Monti all’art.81.

Se non si rischiasse di essere troppo banali, si potrebbe dire che “si stava meglio quando si stava peggio”. In realtà stiamo semplicemente applicando pedissequamente i principi neoliberisti che vogliono “lo Stato come una famiglia”, il controllo dei bilanci pubblici attraverso il commissariamento di entità sovranazionali, la supremazia della finanza sulla politica, la tutela degli interessi privati rispetto a quelli collettivi, la confusione degli stessi interessi di classe per cui oggi vale l’idea che “siamo tutti nella stessa barca” e quindi i sindacati perseguono gli stessi interessi dei capitalisti.

Di conseguenza, nel nostro modello di società, i dati Oxfam non servono, sapere che in Italia tre persone hanno più soldi di quanti ne ha il 10% del resto della popolazione è gossip. Quello che conta alla fine è che miliardari e milionari alimentano i nostri pruriti emozionali.

Il sistema classista crea scuole classiste

Nei verbali dell’ultimo meeting dell’Istituto Centrale Europeo tenutosi il 16 gennaio scorso e presieduto da Christine Lagarde c’è scritto che non ci saranno cambiamenti di politica monetaria di rilievo. Il target del 2% d’inflazione sarà ancora per un po’ all’attenzione della Bce perché appare ancora lontano dall’essere raggiunto, ma anche perché si comincia a ragionare soffusamente di un suo superamento.

Ovviamente sono accenni perché l’inflazione è uno dei nemici storici della Germania e di conseguenza appare difficile entrare in contraddizione con l’economia più importante dell’eurozona. Ma, tra le righe, la Lagarde non esclude una rivisitazione delle regole di ingaggio contro quello che, insieme al debito pubblico, è diventato il peggior mostro dagli anni ‘80.

Un interessante paper della Bis, la Banca dei Regolamenti Internazionali, il nr.339 del dicembre 2012, parla della possibilità delle banche centrali di monetizzare il debito e di rendere immuni gli stati dal default. Cioè a scadenza dei titoli di stato, e in caso di difficoltà, la banca centrale può intervenire per rinnovarli grazie alla sua capacità di creare denaro.

Per fare un esempio pratico, il bilancio dello Stato italiano prevede una spesa annuale di circa 900 miliardi di cui 500 escono per coprire le esigenze proprie di uno stato (welfare, stipendi, pensioni, ecc.) e 400 per rinnovare i titoli in scadenza che poi alimentano altro debito grazie agli interessi e agli interessi sugli interessi. La Banca centrale Europea potrebbe permettere a Bankitalia di rinnovare questi titoli, senza le tante storie a cui ci hanno abituato, vendendone una parte ai cittadini e tenendosene una parte per se (monetizzandoli).

Una mossa del genere, ovvero il ricorso parziale al mercato o addirittura nessun ricorso al mercato, è pienamente legittima, possibile e in alcuni casi sarebbe persino auspicabile. Il problemone, per dirla alla Cottarelli ma non nascosto nemmeno dalla Bis, potrebbe essere l’inflazione, il mostro contro cui combatte la nostra Bce. Cioè se si crea moneta invece di utilizzare quella che già è in circolo, si rischia di causare un aumento generalizzato dei prezzi.

Lo statuto della Banca Centrale dei Paesi europei prevede lotta dura all’inflazione ma messo a confronto con il paper della Banca dei Regolamenti Internazionali (che in fondo è la Banca Centrale delle banche centrali) dovrebbe far comprendere che siamo di fronte a scelte e non a necessità assolute e perenni nel tempo. Quindi tale statuto potrebbe tranquillamente essere cambiato in caso di adozione di differenti teorie economiche o di eventi congiunturali che richiedano specifiche politiche economiche. In termini pratici e popolari, cosa fa la Bce e quali conseguenze poi sopportano i cittadini è una scelta politica che implicitamente favorisce una classe sociale rispetto ad altre. E’ una scelta anche la lotta all’inflazione ma viene fatta passare per necessità.

Quello che ho scritto in tema di “classi sociali” non farà sobbalzare dalla sedia nessuno, ma lo ha fatto quando una scuola di Roma ha diviso gli studenti ai fini statistici a seconda del censo a cui appartengono. Questo vuol dire che è accettabile il fatto che l’intero sistema tuteli i ricchi e svantaggi i poveri ma ci arrabbiamo quando ne vediamo qualche conseguenza. Tra l’altro ci fa rabbia la divisione per censo ai fini statistici anche se magari rappresenta solo la realtà, di cui non ci occupiamo e che ci interessa un po’ di meno evidentemente.

Il comportamento della Bce decide quale classe sociale avvantaggiare e in ultima analisi anche se ognuno di noi dovrà curarsi presso un ospedale pubblico che funziona a perfezione, in uno che funziona malissimo, in una struttura convenzionata oppure in una completamente privata e a nostre spese. Comportamenti e logiche conseguenze che attengono a scelte di censo a cui hanno partecipato le istituzioni delegate a più alti e oscuri livelli. Dove eravamo quando questo accadeva?

La politica monetaria sta modellando la società mentre il popolo si accontenta di occuparsi di episodi, di fatti laterali che non intaccano il sistema per cui non cambiano la direzione che sta prendendo il quotidiano. Noi ci troveremo ben presto in una società basata completamente sul censo, da una parte chi guadagna 800 euro al mese, senza assistenza pubblica o scuole decenti, e dall’altra chi guadagna tanto da non essere più visibile. In mezzo tante persone che galleggiano e che non faranno la differenza perché impegnati con Sanremo o con le manifestazioni di piazza delle sardine o dei pinguini. Indignarsi per le ovvie conseguenze della nostra incapacità di analisi della società non serve proprio a niente se non a permettere il galleggiamento di cui dicevo sopra.

La lotta all’inflazione ha semplicemente costruito un muro tra chi difende i grandi patrimoni e chi si vede costretto a convivere con alta disoccupazione, bassi salari e pochi servizi. La politica monetaria lasciata in mano ai mercati e alla finanza sta costruendo, o forse ha già costruito, un nuovo ordine mondiale. In sintesi la politica decide che la Bce tuteli finanza, mercati e concorrenza, istituisce il Mes perché faccia a pagamento quelle cose che la Bce potrebbe fare gratis, finge di occuparsi dei problemi del popolo ma diminuisce la capacità di intervento dello Stato con la privatizzazione persino della politica monetaria mentre i cittadini, giustamente confusi, si schierano dalla parte di Accelor-Mittal e di Atlantia che tengono bassa l’inflazione.

A questo punto informarsi se a Sanremo ci sarà o meno la Gregoracci o la Jebreal mi sembra la cosa migliore da farsi

OSSERVATORIO POLITICO
Sardine contro l’odio, per una politica seria e responsabile

Piazza Castello stracolma! E’ una bella notizia. Forse la pacchia per Salvini e la destra
sta finendo. Vedremo. Intanto registriamo alcuni fatti. Il movimento delle ‘sardine’ è
nazionale. Le parole d’ordine delle imponenti manifestazioni sono chiare e forti:
contro l’odio, la guerra tra poveri la vincono i ricchi, chiediamo alla politica serietà e
responsabilità, basta con il populismo intollerante e violento, siamo antifascisti e i
valori della Costituzione sono la nostra guida.

Giustamente, i partiti del centro-sinistra partecipano, ma fanno attenzione a non strumentalizzare.
Quando nascono movimenti di questa portata bisogna interpretarli bene. La scintilla che li porta alla
ribalta è sempre occasionale. Ricordiamo Nanni Moretti che anni fa gridò alla piazza:
“Con questi dirigenti non vinceremo mai!”. Da lì nacquero i ‘girotondini’.
Oggi, è stato l’arrogante e spavaldo Salvini ad eccedere e a suscitare la reazione delle prime
‘sardine’ a Bologna. Hanno, poi, preso il largo nel mare grande delle cttà di tutto il
Paese. Vuol dire che sotto la cenere le braci erano accese. Il messaggio è indirizzato
a tutta la politica. Contro l’avversario ben individuato: la destra. Polemico verso il
campo diviso e rissoso della sinistra.

Rispettarne l’autonomia non significa non esprimere gratitudine a chi sta organizzando manifestazioni in tutto il paese.
E non ci esime, a noi vecchi militanti di una sinistra in crisi e stanca, di auspicare che questa
energia fresca e tranquilla diventi decisiva per vincere le elezioni del 26 gennaio.

Unità nella diversità per non consegnare la civile Emilia-Romagna a chi ospita nelle
proprie manifestazioni i fascisti di Forza Nuova e CasaPound. Ma ciò che si è
sedimentato nel profondo della società in questi anni ci fa sperare in una possibile
riscossa di più lunga durata. Vedremo.

Intanto casualmente, ieri a Ferrara, è avvenuto un confronto significativo.
In mattnata, una cinquantina di militanti di Forza Nuova erano al Grattacielo con le cupe,
tragiche e tristi bandiere nere.
In serata, migliaia e migliaia di giovani e persone di ogni età hanno manifestato con
serenità esibendo colori di ogni tipo e simboli gioiosi. E’ un buon inizio e di buon
auspicio. Eravamo stanchi della replica della stessa scena. Salvini chiuso in un teatro
a tenere un comizio. Fuori qualche Centro Sociale incendiava auto o si scontrava con
la polizia. La musica è cambiata. I suonatori, lo spartito e il pubblico fanno ben
sperare in una scena nuova.
Per dirla con un autore della mia giovinezza: “Ben scavato, vecchia talpa!”

Trent’anni fa la Bolognina: e tutto fu diverso

La Bolognina, mi colse di sorpresa, stavo regalando il mio anno allo Stato, notizie frammentarie, non c’erano telefonini e le informazioni non esplodevano così velocemente come nel nuovo millennio. Ero un ragazzo, avevo votato per il mio partito solo una volta, ero già tesserato al Pci, come prima lo fui della Fgci. Non ricordo bene quale fu il primo pensiero di mio padre, che fu la mia guida politica dai tempi delle elementari. Mi ricordo cosa disse, nei pochi mesi successivi, anche durante la malattia, forse la sua ultima analisi e il suo ultimo pensiero fu: “Non è importante il simbolo, oppure il nome, importante è che rimangano i nostri valori”.
Purtroppo, non ebbe il tempo per capire, per spiegarmi, la sua vita si interruppe il 23 gennaio 1991, quella del suo partito, come in un rapporto simbiotico si interruppe il 3 febbraio 1991 durante il XX° congresso, quando la maggior parte dei delegati approvò la svolta avvenuta alla Bolognina due anni prima.
Per lunghi anni, per troppo tempo le parole di mio padre mi risuonarono nella testa, forse lui aveva capito prima di me la necessità di questo disfacimento, forse ci sarebbe servito per essere più moderni, per accettare la novità della dissoluzione delle ideologie, forse politica significa mediazione, moderazione, importante è sapere chi siamo e chi rappresentiamo.
Si, forse.
Sinceramente, io credo che il 3 febbraio 1991, sia stato l’inizio della fine. Scissioni, contro scissioni, frammentazione, pulviscolo di idee, disperse nei rivoli di mille però. Nessun partito potrà mai prendere il posto del mio partito, la deriva mai finita ha portato l’ex più grande partito della sinistra Europea ad essere un ex partito di sinistra.
Poche idee, nessun ideale, perdita continua del contatto con la propria gente, fino ad arrivare a regalare la classe lavoratrice ai moderati, alle destre, ai sovranisti.
Quante volte papà, avrei voluto confrontarmi con te, in questi trent’anni passati troppo in fretta, sono sicuro che la tua delusione nei confronti di quello che fu il tuo partito ed il tuo mondo sarebbe stata ancora più cocente e indelebile, di quanto lo sia stata per me. In neanche una generazione, è sparita la voglia di lottare, i traguardi raggiunti col sangue degli operai sono stati erosi a poco a poco, la solidarietà non è più un valore, l’antifascismo non è più scontato, in fabbrica si odiano gli immigrati e non il capitale, in campagna sono riemersi i caporali che aveva sconfitto Di Vittorio.
Ma quale modernità?
Ma quale progresso?
Papà avresti visto un mondo ‘all’arrovescio’, dove i poveri combattono contro i più poveri e i ricchi diventano sempre più ricchi, dove evadere le tasse è un valore, dove il furbo fa carriera, diventa manager, diventa capo, governa.
Esistono politici che non hanno lavorato un ora in vita loro, che fanno diventare un manifesto politico l’odio nei confronti di chi si siede sulle panchine.
Un mondo senza né capo e né coda, papà.
Quando eri in ospedale, un’infermiera ti chiese che mestiere facevi, tu le rispondesti: “un mestierazz…”. Eri sindacalista per vocazione e ne sentivi il peso e la responsabilità, ora in questo mondo senza sinistra, in tanti denigrano e rinnegano il tuo lavoro, tanti operai pensano di difendersi da soli, tanti padroni ci sguazzano in questa melma e votano come i loro dipendenti.
Assurdo.
Senza speranza, un mondo senza lotta di classe, dove gli sfruttati calpestano i diritti degli ultimi arrivati, dove dalle fogne riemerge il guano che pareva sconfitto nell’aprile del ’45.
Lo so che le mie sono solo parole, parole al vento, io per primo non ho la tua forza, papà, tu eri un trascinatore, io scrivo e mi difendo, cerco ancora, tra la polvere del tempo, la tua bandiera. Vorrei pulirla e riconoscendone il colore rosso, la alzerei, gridando al mondo che non siamo morti, non siamo estinti, non siamo superati, siamo ancora lì, ed ora, più che allora ne siamo convinti, trent’anni fa non diventammo moderni, diventammo moderati. Da quella porta cominciò ad entrare il vento freddo della dissoluzione.
E’ da troppo tempo che aspettiamo, torniamo ad essere ciò che siamo.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

Quando lo Stato sceglie la disoccupazione: l’economia neoclassica e la strategia del ribasso occupazionale

Scegliere tra sotto-occupazione e disoccupazione è la regola nell’economia neoclassica, economia che predilige l’alta disoccupazione e vince grazie al consenso dei cittadini.

L’Ansa ci informa che all’ILVA ci saranno all’incirca 4.000 esuberi, cioè dovranno essere licenziati 4.000 dipendenti. A coloro che rimarranno sarà applicato il jobs act, quindi niente garanzie assicurate dall’art. 18, e saranno cancellate anzianità e precedenti trattamenti economici.
Di certo non sarà il caso di lamentarsi per le nuove condizioni contrattuali, infatti rispetto ai licenziati che andranno ad aumentare l’esercito dei disoccupati italiani, chi rimarrà potrà ritenersi “fortunato” perché almeno avrà conservato il lavoro. E in tempo di crisi e di disoccupazione che supera il 10 per cento, si sa, un impiego a “tutele crescenti” pagato magari anche 800 euro al mese è, più o meno, una manna dal cielo.
Il punto è che l’italiano medio, oggi, può scegliere tra un’occupazione sottopagata e la disoccupazione, e persino nel pubblico, per la gioia dei neoliberisti della domenica tipo il censore Giannino, non si sta più tanto bene come una volta. Sempre di più i lavoratori convergono verso lo stesso punto, lo stesso destino ma incoscientemente divisi verso il baratro. Infatti se è vero che le grandi ditte assumono i nostri ingegneri a 1.400 euro al mese, che le banche non offrono più le belle condizioni lavorative di una volta, che le aziende del mitico nord-est faticano a rimanere aperte e che multinazionali come Ikea o MacDonald offrono quel che il mercato richiede, nel pubblico non si sta poi tanto meglio.
Il precariato continua ad esistere nell’insegnamento ed è stato introdotto nelle forze armate, le forze dell’ordine invecchiano perché si assume molto di meno anche se la sicurezza dei cittadini ne risente, infermieri e medici sono palesemente sotto organico. Tutti hanno visto i loro stipendi bloccati per anni e per tutti, e in maniera solidale, le pensioni verranno calcolate con il contributivo e saranno sempre più basse e distanti nel tempo.
La struttura sociale nella quale viviamo accetta questa condizione perché viene presentata ad arte come unica possibile. La scuola neoclassica che attualmente governa l’economia, e che non è più politica proprio per eliminare la possibilità di un coinvolgimento sociale o statale nelle decisioni che strutturano la nostra vita, non ammette l’esistenza di altre teorie economiche e quindi modella le sue decisioni in base a quello che c’è al momento.
E cosa c’è oggi? Abbiamo l’euro e i cambi fissi pur non avendo più una moneta legata all’oro, i capitali sono liberi di circolare senza restrizioni anche se questo causa crisi continue e dipendenza dai mercati finanziari, la finanza a sua volta è stata deregolamentata nonostante si sia concordi nell’attribuirle la colpa delle continue bolle, la BCE stampa soldi come se piovessero ma nulla arriva ai cittadini. Le banche falliscono ma vengono salvate dagli Stati a spese dei cittadini o dei risparmiatori (che stranamente vengono fatte sembrare categorie separate), Stati che però mai si spingono a salvare piccole o medie aziende in crisi il che potrebbe salvare tanti posti di lavoro e magari evitare il ristagno dell’economia reale.
Quindi la scuola neoclassica dell’economia (non economia politica) ragiona su quello che c’è e non su quello che potrebbe essere. Su una struttura che vede da una parte i ricchi che diventano sempre più ricchi nonostante le crisi, e dall’altra i lavoratori ai quali si possono togliere diritti e abbassare gli stipendi e quindi diventano sempre più poveri. Una struttura, insomma, che funziona molto bene per qualcuno e meno bene per altri. Altri che però si lamentano poco e si distraggono facilmente.
Infatti mentre i parlamentari (solo casualmente di sinistra) digiunano per lo “ius soli” che di sicuro gli porterà molto consenso, tutti si disinteressano delle politiche di austerità che vengono applicate solo ad alcune categorie sociali e del fatto che tutti gli interventi economico-politico-sociali non cambiano il quadro generale, anzi bloccano la crescita e aumentano la disuguaglianza a causa della elitaria distribuzione del benessere. Scelte che mantengono costantemente alta la disoccupazione, che in un mondo normale dovrebbe essere la preoccupazione principale per un governo di sinistra.
Mai far mancare però al ragionamento che, negli ultimi anni, ogni volta che si sono tenute delle elezioni la gente ha votato per i partiti che propendevano all’austerità (cioè abbattimento dei debiti pubblici, eliminazione della spesa a deficit e privatizzazioni con condimento di libero mercato e globalizzazione) e quindi, conseguentemente, ha accettato il mantenimento di un’alta disoccupazione e, per chi lavora, la perdita dei diritti acquisiti e di un trattamento pensionistico decente. Quindi perché lamentarsi? Forse l’idea che non esista alternativa è davvero incredibilmente profonda.
L’economia al comando tende a lasciare tutto come è adesso, con il beneplacito dei cittadini, e sposta le risorse esistenti da una parte all’altra a seconda del consenso che vuole ottenere senza mai crearne di nuove. Senza mai nemmeno provare a riformare la struttura affinché si possa scegliere, finalmente, tra un lavoro pagato bene e un lavoro pagato meno bene, tra un lavoro sedentario e uno che ti faccia viaggiare. Una struttura che tenda, finalmente, al pieno impiego con tutte le garanzie conquistate in decenni di lotte.
Ma per fare questo bisognerebbe vedere oltre la dottrina economica neoclassica al potere, immaginare che possano esistere altre dottrine economiche e, soprattutto, capire che se un governo decide di mettere risorse per la ricostruzione dopo un terremoto togliendole ai fondi per i diversamente abili, non ha cambiato politica economica, ha solo spostato risorse.
E anche che, se verranno licenziate 4.000 persone senza intervenire, ha fatto una scelta, quella di aumentare il numero dei disoccupati in modo tale che tanti altri accettino condizioni sempre peggiori pur di lavorare.

Le aliquote irpef, la flat tax e la Lega Nord: come la politica promuove l’ingiustizia sociale

In un contesto in cui la distribuzione del reddito è altamente disuguale l’opera di una politica consapevole dovrebbe tendere a riequilibrare il sistema. Uno dei metodi per farlo è sicuramente la progressività nella tassazione dei redditi cioè chi guadagna di più contribuisce in misura maggiore di chi guadagna di meno. La progressività della tassazione, del resto, è prevista dalla Costituzione del ’48 per cui il sistema era ben noto ed auspicato già dai nostri Padri Costituenti.

La tassazione è un’arma in mano allo Stato che dovrebbe essere usata per difendere gli interessi collettivi dei cittadini. Infatti con una modifica alle aliquote Irpef si può distribuire ricchezza (o un po’ di respiro) alle classi più basse senza impoverire (togliere troppo ossigeno) a quelle più alte. Questo non in chiave, ovviamente, punitiva ma semplicemente in chiave distributiva e in modo da evitare la creazione di oligopoli e l’accentramento di ricchezze tali da compromettere gli equilibri sociali. Inoltre, la tassazione serve per stabilire il principio che il controllo del sistema economico (e di conseguenza sociale) spetta solo allo Stato, che lo esercita per il bene comune e in difesa dei più deboli, di quelli cioè che da soli non potrebbero farcela contro attori economici troppo potenti né potrebbero competere con l’interesse privato dei grandi oligopoli.

Le tasse servono anche per regolare la quantità di moneta in circolazione, in tempi di deflazione si potrebbe ad esempio diminuire l’Iva per stimolare i consumi e, di converso, alzarla quando invece ci fosse un fenomeno inflazionistico in modo da togliere moneta dal circuito economico. Del resto una tassa che colpisce indistintamente i consumi senza fare nessuna distinzione tra milionari e pensionati al minimo (di fatto una flat tax) è quanto di più disuguale si possa immaginare e nelle mani colpevoli dei nostri politici sta diventando sempre più una vera mannaia sulle teste dei cittadini.
Ultima annotazione sul tema “a cosa servono le tasse”: poiché le tasse si pagano con la moneta in circolazione in un determinato Paese, tutti accettano di essere pagati soltanto in quella determinata moneta, ovvero, se siamo in Italia, non accetterò di essere pagato per il mio lavoro in “pizza di fango del Camerun” altrimenti non avrò euro per pagare l’Imu e il bollo dell’auto.

Concetti questi un po’ difficili da far passare in un Paese dove fin dalle elementari si studia che gli ospedali vengono costruiti con i soldi delle tasse dei cittadini, ma come arriviamo dalle tasse alla disuguaglianza? Attraverso la constatazione che si sta usando l’arma della tassazione per difendere gli interessi del capitale e non quelli della cittadinanza e questo fenomeno, benché non crei tutta la disuguaglianza in circolazione, la protegge e la sostiene. Le dà impulso.

La storia ci dice che nel 1974 c’erano ben 32 aliquote che andavano dal 10% al 72% poi dal 1983 iniziarono i cambiamenti e le aliquote da 32 passarono a 9, la prima aliquota sui redditi fino a 11 milioni di lire (5.681 euro) dal 10 passò al 18% e l’ultima sui redditi oltre 500 milioni (258.000 euro) passò al 65%.
Si arriva al 1989 e le aliquote si riducono a 7, la prima aliquota sui redditi fino a 6 milioni di lire (3.000 euro) ritornò al 10% e l’ultima sui redditi oltre 300 milioni di lire (155.000 euro) passò al 50% e, finalmente, ad oggi, dove le aliquote sono solo 5. La prima aliquota sui redditi minimi fino a 15.000 euro corrisponde al 23%, mentre l’ultima aliquota, la più alta, riguarda i redditi oltre i 75.000 euro e corrisponde al 43%.

Cosa è successo dunque? Semplicemente che dal 1974 le aliquote sono progressivamente andate a diminuire per i redditi alti e ad aumentare per i redditi bassi.

Insomma “abbiamo il debito pubblico alto” e dobbiamo fare i sacrifici, ma esattamente chi li deve fare? Nel 1974 chi guadagnava più o meno l’equivalente di 250.000 euro contribuiva per il 72% mentre oggi contribuisce per il 43% allo stesso modo di chi guadagna 75.000 euro che non è esattamente la stessa cosa, anzi un bell’aumento di ricchezza per la fascia già alta della popolazione.

I poveri invece sono passati dal 10% al 23% senza proteste particolari, sindacati in piazza, scioperi o contestazioni ma anzi con l’accettazione tipica dell’uomo moderno che preferisce dibattere per i nomi delle strade o l’abbattimento delle statue del periodo fascista, che vuol dire trattare la storia come i talebani e l’isis, solo che loro sono i cattivi.

Le aliquote Irpef, insomma, potrebbero essere una buona chiave per capire chi deve fare i sacrifici.

Io credo che le tasse non debbano essere né un furto né un ostacolo alla libera iniziativa e quindi che non dovrebbero mai superare un certo limite, ma sono anche consapevole di questa assenza generalizzata della politica che continua a dimostrare insofferenza alle prescrizioni delle norme costituzionali ed indifferenza alla giustizia sociale e che, inoltre, la proposta del partito della Lega Nord peggiori una situazione già pessima. Un partito che nonostante venga definito populista agisce in questo caso proprio contro il popolo quando propone il sistema di tassazione denominato flat tax, ovvero una sola aliquota fiscale buona per tutte le stagioni.

La flat tax metterebbe pace definitivamente a tutti i calcoli cancellando pezzi di costituzione e di giustizia sociale. Anche il ricorso alle previste deduzioni nel contesto di questa proposta darebbero sì un po’ di respiro alla maggior parte dei contribuenti ammassati verso il basso, dando persino a qualcuno la sensazione del miglioramento, ma sostanzialmente andrebbe a dare ulteriore potere economico (e quindi sociale) a chi avrebbe meno bisogno di tutela.
Non si considera una cosa semplicissima, che a un reddito di 24.000 euro all’anno con famiglia a carico, anche 100 euro al mese possono fare la differenza mentre per redditi da dirigente statale di 240.000 euro valgono un caffè al bar. E un top manager alla Marchionne può arrivare anche a 50 milioni all’anno. Ci sono delle differenze che non bisogna nascondere e la politica dovrebbe mediare fra i vari interessi in campo assicurando a tutti la giusta considerazione. Esiste il bisogno del pane, delle scarpe e della casa e il desidero di volare con aereo privato da Londra a Palermo che possono essere entrambi legittimi ma rimangono sempre bisogni o desideri.

Sono concetti diversi e vanno mediati con le esigenze di appartenenza al genere umano, di cittadinanza e di giustizia sociale. Se viviamo tutti sullo stesso pianeta abbiamo degli obblighi reciproci e nessuna parte ci guadagna a vedere l’altra soccombere, bisogna riconoscere l’interdipendenza degli uni con gli altri.

Proporre una flat tax assicura solo che qualche auto di lusso o aereo da crociera o yacht in più sarà venduto, un appiattimento (flat) sempre più marcato delle classi sociali in ricchi e poveri, un aiuto al fenomeno della disuguaglianza. Molto più “popolare” o “populista” sarebbe proporre un sistema di tassazione progressiva che tenga conto degli interessi in gioco e laddove viene evidente che il 72% è un furto ed un invito a delinquere sia anche evidente che non si può considerare alla stessa stregua un reddito di 28.000 euro con uno di 55.000 e uno da 75.000 con un altro di 240.000 e oltre.
Poi ovviamente si assicuri la certezza della pena per chi evade, si aiutino le aziende locali a prosperare difendendole anche con la fiscalità, oltre che con l’accesso al credito, dalle multinazionali, si consideri i prodotti nazionali come ricchezza e prospettiva di lavoro perché solo una buona domanda interna può dare impulso ad un reale miglioramento della situazione economica. Le esportazioni servono a pochi e dimostrano altrettanto poca progettualità e visione del futuro, così come pensare di lasciare più soldi ai ricchi con la speranza che questi li spendano investendo o comprando e aspettando che arrivi qualche briciola di pane ai pesci rossi significa aver fatto passare invano 200 anni di storia (e quindi Smith, Ricardo, Say, Marx, Keynes e poi Mussolini, Hitler, Bretton Woods e il muro di Berlino).

IL DIBATTITO
Se la Sinistra facesse la Sinistra

La Sinistra, per essere almeno un po’ di sinistra, dovrebbe prestare meno attenzione agli interessi del potere delle imprese e degli affari. Come si fa ad essere di sinistra e citare come esempio di successo chi delocalizza, chiede maggiore libertà di licenziamento, allarga la forbice della diseguaglianza, vive di finanza deregolarizzata e poi aumenta l’Iva e diminuisce le aliquote Irpef?

E la Sinistra dovrebbe prestare attenzione alla gestione democratica dello Stato, ad una distribuzione leale e condivisa del potere, piuttosto che aumentare le distanze tra chi gestisce la cosa pubblica e i cittadini. Quella che conosciamo promuove invece riforme elettorali e contemporaneamente riforme costituzionali che accentrano il potere.

La Sinistra dovrebbe lottare per una equa distribuzione del reddito, anche attraverso politiche sociali di sostegno alle classi meno agiate o in difficoltà. Promuovere assistenza e non tagliarla, garantire abbastanza posti letto negli ospedali, aiutare i disabili con interventi ad hoc e le vecchiette ad attraversare la strada.

Darsi da fare per diminuire la disoccupazione ma senza diminuire diritti pretendendo magari, come dice la prof. Pennacchi dalle righe del Manifesto, che lo Stato diventi “employer of last resort” e promuovendo opere e spesa pubblica per rimettere in moto l’economia quando si blocca.

E la competizione? In quali termini dovrebbe occuparsene la Sinistra, o dovrebbe invece inseguire la cooperazione e lo sviluppo sostenibile rifiutando gli schemi di una globalizzazione malata, che fa vincere chi produce peggio e a minor costi, chi delocalizza dove si pagano meno tasse e si sfrutta lavoro non sufficientemente garantito?

Gaber diceva “il pensiero liberale è di destra, ora è buono anche per la sinistra” quindi chi privatizza e dà in gestione pezzi di Stato ai privati non è di sinistra. Eliminati allora Prodi, Amato, Andreatta e Renzi che a volte hanno fatto finta di esserlo. E poi come si fa ad essere di sinistra ed essere in armonia con l’interesse economico predominante? È una contraddizione in termini, specialmente se poi limiti apertamente il sindacato che dovrebbe aiutarla, in un mondo perfetto, per diminuire la forbice della diseguaglianza tra operai e capitalisti.

Allora di sinistra ci resta “la mortadella”, Guccini e quella sensazione strana che ci fa indignare quando i bambini muoiono nel Mediterraneo perché scacciati dalle loro terre dalle guerre e dal debito creati dagli interessi finanzcapitalisti che a volte vincono premi Nobel.

Il dibattito sulla proprietà della moneta di Giacinto Auriti è di destra come la critica dell’usura di Ezra Pound, ma le implicazioni, le conseguenze e le soluzioni sono di sinistra. Perché l’una implica la proprietà condivisa, popolare e democratica dello strumento di scambio e l’altra l’abbattimento del debito che crea schiavitù. E chi decanta la fine delle ideologie in favore del pensiero unico, liberista e conformista, non è di sinistra.

La Sinistra oggi non è rappresentata perché il suo impegno non è la gente, e la società che intende realizzare è una società divisa tra ricchi e poveri. E i poveri di oggi sono quelli che vivono di stipendi troppo bassi e di “tutele crescenti”. Hanno poco tempo per riflettere di politica e ragionare sul loro futuro perché devono sbattersi per arrivare a fine mese mentre i loro figli frequentano una scuola che non dà strumenti ma voti e detta le differenze tra bravi e poco bravi, una scuola costretta ad inseguire la competizione e non ha tempo né strumenti per insegnare accoglienza, condivisione e cooperazione.

dibattito-sinistraInvitiamo i lettori a sviluppare il confronto, incardinato su alcuni nodi politici: cos’è diventata oggi la Sinistra, quali valori esprime, quale personale politico la rappresenta, a quali aree sociali fa riferimento, per quali obiettivi sviluppa il proprio impegno, quali sono la visione e il progetto di società che intende realizzare.
Il tentativo è di andare oltre l’analisi, spingendosi sul terreno della proposta.
Attendiamo i vostri contributi. Scrivete a: direttore@ferraraitalia.it

L’OPINIONE
Il grande equivoco

Ma Renzi ed il renzismo sono di destra o di sinistra? L’equivoco si va sciogliendo giorno dopo giorno.
La destra berluscon-alfaniana-verdiniana ha sciolto il nodo da tempo: Renzi è cosa nostra, sta facendo tutto ciò che gli abbiamo chiesto e che era nei nostri programmi e che purtroppo non riuscimmo ad attuare per colpa di tanti italiani che si opposero. Evviva e lunga vita al fiorentino e non saranno certo i diritti civili a interrompere il sodalizio Renzi-destra ora arricchito anche dalla presenza di Bondi e persino dal placet di Emilio Fede. La Confindustria, con un Squinzi sempre più prepotente – “niente aumenti di salario”- gongola. Per parte sua il premier non salta un appuntamento “con le imprese” a cui porta in dono sempre qualche gradito provvedimento. Chissà quando mai il segretario di un partito autosedicente di sinistra si farà vedere ad un’assemblea di pensionati o di operai? C’è il rischio che lo fischino (loro da tempo hanno sciolto l’equivoco) cosa intollerabile per il grande comunicatore.
Per intanto il Pd cala nei consensi, la disaffezione al voto ed alla politica rimane altissima e la forbice sociale e le diseguaglianze si ampliano. Diminuire le tasse è di destra o di sinistra? E’ giusto e basta ha declamato con enfasi il premier prodigio. In verità di farle pagare a chi evade ne parla assai poco, anzi offre loro ,agli evasori, uno strumento in più con lo sconfinamento di spesa in contante sino ai 3000 euro, la Tasi annullata sarà l’ennesimo regalo ai ricchi ed una mancia per i poveri, avveniristiche poi le promesse di sgravi per gli anni a seguire fondate sul niente (dove sono le coperture?) e sull’aumento del debito pubblico che pagheranno i cittadini (i soliti). Ma sulle tasse aspettiamoci dal fiorentino l’ennesimo gioco delle tre carte. Lui cala ma comuni e regioni crescono l’imposizione fiscale o diminuiscono i servizi. Il loro immediato futuro già ora gramo prevede prelievi o mancati rimborsi per 300milioni e due miliardi in meno alla sanità già tartassata. Dovremo pagare anche esami clinici e medici passati in cavalleria da Renzi come sprechi. In sostanza l’inganno sta in questo: a fine anno io cittadino se faccio i conti tra quello che pago ai Comuni, alla Regione, allo Stato, l’aumento o la soppressione di servizi pago di più, non di meno.

Sì, questa è l’Italia del segno più per gran parte dei cittadini e del meno solo per coloro che già sono privilegiati. Non c’è equivoco che tenga se non si hanno le fette di prosciutto sugli occhi: la politica economica di questo governo è di destra e la si vuole coprire, guarda caso sempre in prossimità di scadenze elettorali (80 euro docet) con mance che i tanti cantori del regime marchieranno di ‘sinistra’. Si lumeggiano 400 euro per chi sta sotto la soglia di povertà (sono 10 milioni di italiani e sono in aumento). Non si intaccano le ragioni di fondo per cui tanta, troppa gente vive tra la miseria e gli stenti quotidiani.
Dove sono gli investimenti pubblici e privati? Neanche in presenza dell’ennesimo episodio che segnala il dissesto idrogeologico del Paese si fa un piano serio di investimenti e si accantierano lavori urgenti. Per avere qualche soldo da elargire a Confindustria e qualche mancia inganna gonzi si svende il patrimonio pubblico (aziende di Stato) si privatizzano (vedi Poste) importanti settori pubblici.
Il Pil cresce? Non nelle buste paga. Qualche decimale in meno sulla disoccupazione? Bene, Ma intanto la qualità del lavoro compresi i ricatti quotidiani su gente sempre più orfana di diritti aumenta. Fa rabbia che di fronte ad un panorama tanto chiaro che tiene assieme politica economica e riforme istituzionali in un unico progetto di indubbia matrice destrorsa quel che resta di una sinistra storica e politica cincischi e farfugli baloccandosi nei distinguo. Bersani, Cuperlo, Fassino, D’Alema i veri padri di Renzi siete voi non Berlusconi e continuate ad alimentare (per qualcuno) l’equivoco che l’attuale Pd (‘la Ditta’) sia l’erede un po’ spregiudicato e discutibile della sinistra italiana. Non è così.

Ascolta il brano intonato
Roberto Vecchioni, La gallina Maddalena

GERMOGLI
La povertà ruba la speranza.
L’aforisma di oggi…

17 ottobre Giornata Mondiale contro la povertà.

Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie italiane (5,7% di quelle residenti) è in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente). Il 4,2% vive nel Nord, il 4,8% nel Centro e l’8,6% nel Mezzogiorno. Tra le famiglie con stranieri la povertà assoluta è più diffusa che nelle famiglie composte solamente da italiani: si passa dal 4,3% di queste ultime al 12,9% per le famiglie miste, fino al 23,4% per quelle composte da soli stranieri. Al Nord e al Centro la povertà tra le famiglie di stranieri è di oltre 6 volte superiore a quella delle famiglie di soli italiani, nel Mezzogiorno è circa tripla. (Rapporto sulla povertà in Italia, Istat)

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l’organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.
(Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 22)

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Il logo di Miseria Ladra

Oggi, in occasione della Giornata contro la povertà 2015, la rete delle organizzazioni che fanno parte della campagna “Miseria ladra” (vedi) promuove in diversi luoghi d’Italia una giornata di mobilitazione contro le diseguaglianze sociali e la miseria, per rimettere al centro il diritto all’uguaglianza e alla dignità.

Quando essere anziano significa davvero essere grande

Ho sempre pensato che l’anziano sia un valore e che la vecchiaia sia una fase della vita in cui l’anziano, con la sua esperienza e la sua saggezza, possa mettere a disposizione degli altri la sua resilienza e la sua capacità di capire. Me lo ha ricordato molte volte il presidente di Auser Emilia Romagna, che ora, dopo molti anni, ha deciso di dedicarsi ad altro. A lui la mia amicizia e la mia profonda stima per ciò che ha fatto e per come l’ha fatto.

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Franco Di Giangirolamo

Frequentando Auser ho conosciuto molte persone che hanno messo a disposizione se stessi in attività di volontariato. Tante persone, alcune più vecchie, altre più giovani, ma con la stessa carica nei confronti del prossimo. Io credo che troppi anziani, con l’alibi della vecchiaia, tendano a chiudersi nella loro posizione di chi ha già dato. Invece la società ha bisogno di loro, soprattutto se hanno la fortuna di essere in salute. Ho già scritto alcuni articoli su questo principio e a questi rimando.
Lentamente ma inesorabilmente, la cultura del “rendere conto per rendersi conto” si è propagata a tutti i livelli e la ‘advocacy’ conferma l’importanza di una progettazione sociale. Qualche giorno fa in assemblea il presidente ha scritto alcune cose che vorrei riportare all’attenzione dei tanti che ancora ci credono: “Una delle priorità politiche della nostra rete regionale è il riequilibrio tra attività di promozione sociale e volontariato attraverso una maggiore integrazione delle prestazioni e dei servizi alla persona. La vocazione originaria di gran parte delle nostre strutture è il volontariato, ovvero la proiezione verso il disagio, mentre è debole l’iniziativa sull’agio inteso come mantenimento e scoperta di interessi culturali, artistici, sportivi, ludici e di tutto quanto può rendere più piacevole il vivere. L’integrazione tra le due attività, mettendo al centro la persona, è un obiettivo politico che dobbiamo porci con urgenza, anche perché la progettazione sociale territoriale impone una sempre maggiore integrazione fra le diverse attività, sia all’interno della rete Auser che con le altre associazioni del terzo settore, superando tentazioni di autosufficienza e autoreferenzialità.”
“In quest’ambito l’Auser deve esercitare con più forza un proprio protagonismo nella qualificazione della progettazione sociale, anche rimarcando il rapporto con le istituzioni a partire dai contenuti delle convenzioni e ampliando gli strumenti di collaborazione e accordo con i diversi soggetti pubblici. L’innovazione della progettazione sociale, passa attraverso un consolidamento e potenziamento delle azioni e dei progetti di contrasto alla solitudine, emarginazione, esclusione sociale, prioritariamente riferiti a persone disabili, immigrate, anziane, con problemi di salute e patologie croniche, insieme al contrasto alla povertà; sostegno dei minori poveri nel sistema scolastico; aiuto alle donne capofamiglia con minori a carico, anziani e lavoratori poveri.”
Caro presidente, una volta mi hai detto che se la nostra missione comprende anche la trasformazione dei bisogni dei cittadini in diritti, non possiamo che contrastare chi intende trasformare i diritti in bisogni; ma la necessaria difesa non è sufficiente, senza produrre processi di innovazione del Welfare, a partire dal territorio, dai bisogni dei cittadini e in rapporto con tutti i soggetti sociali e gli enti locali. Sono certo che da questi principi fondamentali ci saranno tante persone che si attiveranno per proseguire il tuo impegno, intanto grazie presidente di Auser Emilia Romagna.

Franco Di Giangirolamo è presidente regionale di Auser dal 2009 al maggio 2015. L’Auser (Associazione per l’autogestione dei servizi e la solidarietà) è un’associazione nata nel 1989 su iniziativa del Sindacato dei pensionati (Spi Cgil) e della Cgil; è riconosciuta come Ente nazionale avente finalità assistenziali ed è iscritta nel registro nazionale delle Associazioni di promozione sociale.

I poveri e le miserabili strumentalizzazioni

“Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. (…). Abbiamo dato inizio alla cultura dello ‘scarto’ che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive. (…). Gli esclusi non sono ‘sfruttati’ ma ‘rifiuti, ‘avanzi’.” (…). E’ indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati”.
Queste parole di papa Francesco (“Evangelii gaudium” Edizioni San Paolo), mi tornano alla mente seguendo l’inquietante dibattito innescato dal cartello contro gli accattoni esposto davanti al Conad di via Garibaldi. Voglio subito affermare che mi riconosco nella risposta ferma e precisa data dal sindaco Tagliani. Ben diversa da quella fornita dal sindaco di Vicenza, anch’egli del Pd, che fece approvare dal consiglio comunale il 29 ottobre 2013 un regolamento che nel suo articolo 91 bis recita: “E’ vietata la richiesta di elemosina e di denaro in genere sulla pubblica via…”. Ovviamente, subito fatto proprio dal nuovo sindaco leghista di Padova. Questo è uno di quei casi in cui si è smarrita la differenza valoriale tra destra e sinistra.
A Ferrara, invece, sia la giunta di centro-sinistra, il Pd, Sel, i sindacati e varie associazioni e singoli hanno reagito alla incivile provocazione. Mentre è grottesco che i “Fratelli d’Italia” decidano di presentarsi come le sentinelle della legalità e del rispetto dei cittadini disinvoltamente dimentichi che nel loro dna etico-politico c’è l’alleanza e la collaborazione di governo con un partito fondato da due noti campioni della legalità e del rispetto delle regole come Dell’Utri e Berlusconi.

Ma lasciamo da parte queste miserabili strumentalizzazioni politiche, e torniamo al problema serio oggetto di questa nota. Considerato lo spazio breve di una rubrica mi limito a segnalare i lavori di un grande storico polacco (fu anche un dirigente e ministro di Solidarnosc), Bronislaw Geremek, che in diversi suoi testi ha studiato la storia e le differenze tra il vagabondo, il mendicante e il povero: figure diverse di marginali per scelta, patologia o necessità. E lo ha fatto documentando l’atteggiamento del potere e della società nei confronti di queste persone scomode a partire dal Medio Evo fino alla nostra età moderna. Mostrando, tra l’altro, come la soluzione repressiva abbia sempre fatto leva sulla reazione emotiva di parti di opinione pubblica aizzata contro i poveri (i ‘brutti, sporchi e cattivi’ del bel film di Scola) , anziché aiutarla a ragionare per capire le cause di queste presenze e come porvi rimedio. Oggi, inoltre, non bisognerebbe dimenticare che la regola principe della forma sociale del regime democratico è l’inclusione e non l’esclusione. Anche le due grandi religioni cristiane dell’Occidente si sono divise in modo unilaterale rispetto al dramma della povertà. La parte cattolica riducendola spesso ad un fatto solo assistenziale (che non va certo trascurato e anzi benemerito…), e quella protestante combattendola frontalmente nel nome dell’ethos del lavoro. Di quest’ultima ricordiamo il suo fondatore, Lutero, che nella prefazione al “Liber vagatorum”, si scaglia con violenza contro i mendicanti, vedendo in loro la dimostrazione di “…quanto potentemente il demonio governa il mondo…”.
E ritorno così, in conclusione, alle parole di Francesco che non a caso ha scelto, come papa, il nome del santo dei poveri e degli ultimi. Il suo documento contiene un’analisi delle cause della povertà che non esclude la carità e l’assistenza, ma va oltre individuandone radici e responsabilità con l’obbiettivo di eliminarla. Questa è la visione giusta del problema. Fare invece centro sulla possibile presenza di fenomeni di racket rischia di criminalizzare l’intero popolo dei poveri senza fare le indispensabili distinzioni e le necessarie indagini per colpire l’eventuale presenza di organizzazioni criminali. Condivido al riguardo la posizione enunciata dal prefetto Michele Tortora.
Infine, solo una considerazione sul cartello esposto dal direttore del Conad e sul consenso che ha raccolto Ognuno di noi dovrebbe provare un senso di disagio e un sentimento di compassione e solidarietà davanti ad un nostro simile che si umilia chiedendo in ginocchio qualche centesimo. Non è buonismo da pappa del cuore. E’ la sostanza migliore del nostro umanesimo cristiano e laico.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

Renzi contro i poveri, cancellati anche all’anagrafe

da: Edoardo Nannetti (Gentedisinistra)

Partiamo dall’articolo 5 del decreto Lupi-Renzi sulla casa: chi è occupante senza titolo di immobili non può chiedere gli allacciamenti a pubblici servizi (acqua, gas, luce eccetera), inoltre non può chiedere la residenza; tutti gli atti in violazione sono nulli. Il problema, presente anche in piccole città come la nostra, è dirompente nelle grandi città dove centinaia e talora migliaia di persone vivono in case occupate, ma sarà esplosivo per tutti se passa l’interpretazione per cui la norma tocca anche gli sfrattati, in quanto occupanti senza titolo.
Sulla prima parte della norma ci si dovrebbe chiedere se un’occupazione senza titolo giustifichi di ridurre alla sete, al freddo e al buio una famiglia presumibilmente già in grave difficoltà. La seconda parte è ancor più odiosa: l’occupante senza titolo non può chiedere la residenza, il che viola ad un tempo Costituzione, codice civile, legge anagrafica.
Il povero, lo sfrattato, viene così espulso dalla società civile, trasformato in non cittadino, non esistente. Infatti la residenza, oltre ad essere fondata sulla Costituzione e riferita esclusivamente al luogo della dimora e non all’essere o meno “in regola” col contratto di locazione, è requisito indispensabile per l’accesso a quasi tutti i diritti sociali, ai servizi fondamentali, dalla sanità all’istruzione, all’assistenza, alla scuola materna eccetera. Quindi se sei povero ed hai bisogno dei servizi più di altri per uscire dalla povertà, ora lo stato ti nega anche quelli spingendoti sempre più nella miseria (in barba all’articolo 3 della Costituzione).
Viene colpito persino il diritto di voto (la residenza è essenziale all’iscrizione alle liste elettorali), del tutto in linea con le violazioni costituzionali dell’italicum. L’ideologia sottostante è dunque quella che il Papa ha criticato come cultura dello scarto, che esclude definitivamente le persone povere dal consesso civile, stavolta addirittura anagraficamente. Mentre il Papa chiede di superare le forme di esclusione delle persone, i cattolicissimi Renzi e Lupi (amico di Comunione e Liberazione) vogliono escluderli dalla comunità e anche dall’anagrafe, trasformarli in ‘senza fissa dimora’.
Nello stesso decreto casa si regala ai costruttori, anche quelli che hanno convenzioni urbanistiche ma non hanno ancora edificato, la possibilità di derogare agli obblighi di realizzare opere di urbanizzazione laddove costruiscono alloggi ‘sociali’: possono cioè costruire quartieri di cemento senza spazi pubblici, senza parcheggi e senza verde, nuove prigioni per i poveri e nuova devastazione ambientale e urbana.
E la bufala degli 80 euro? Un gioco delle tre carte in cui alla fine i poveri perdono sempre. Ai redditi più bassi non va nulla; per gli altri spesso gli 80 euro si riducono a causa di complesse alchimie fiscali; il decreto vale per il 2014 ma per il 2015 nulla di certo; precari, partite Iva, pensionati, senza reddito, sono esclusi; il poco che ti viene in tasca se lo mangiano gli aumenti fiscali e i tagli ai servizi (a scapito anche di non prende nulla).
Poi il gioco delle tre carte della copertura finanziaria per dare la paghetta: taglio di 700 milioni alle Regioni (quindi alla sanità); taglio di 700 milioni agli enti locali (quindi ai servizi), riduzione obbligatoria dell’importo dei contratti di fornitura e servizi dei Comuni con la conseguenza di ulteriore riduzione del denaro circolante che dovrebbe incrementare produzione e lavoro (quegli 80 euro immessi, apparentemente, anche per aumentare consumi ed economia, li tolgono dal ciclo economico con tasse, tagli ai servizi e riduzioni sui contratti di fornitura.
Drammatici giochi di prestigio …ma questo è il ‘cambiamento’ bellezza! Poi riformano il lavoro: aumentando la precarietà con norme assurde su contratti a termine e apprendistato. Insomma il cambiamento renziano è solo una guerra contro i poveri camuffata dai giochi di prestigio. E papa Francesco, con la sua predilezione per i poveri e gli esclusi, “stia sereno”!

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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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