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Presto di mattina /
L’attesa del vento

Avvento: attesa del vento che porta segrete parole

Da lontani orizzonti viene il vento
e scrive parole segrete
su l’erba:
le rimormorano i fiori
tremando nelle lievi
corolle.

Tu venivi fra noi, col tuo tormento
tutto chiuso negli occhi: avevi un viso
bianco e ridente, come di fanciullo.
Ci chiamavi fratelli, ma nessuno
conosceva il tuo pianto;
ci parlavi di luce, ma nessuno
si sbiancava nel volto.
Tu venisti fra noi quando eravamo
ancora delle gemme scure, informi,
chiuse accanitamente.
E quando il lavorìo della tua fiamma
già snidava le nostre anime in boccio,
non ritornasti più. Furono giorni
attutiti di nebbia,
giorni color d’opale e d’ametista,
grigi vezzi di lacrime.

Milano, 16 ottobre 1929
(Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, Àncora, Milano 2015, 185; 308).

Mani di levatrice sono le mani del poeta, come di chi annuncia la Parola. Levatrice di parti difficili, di chiuse parole, di larve di parole, di parole da snidare, caparbiamente chiuse.

È come un far rinascere nel presente, con l’annuncio, mormorando tremanti, la prossimità di Dio e il suo futuro. Perché così è il vangelo: un già e non ancora; piccola speranza come la semente della senape caduta nella terra, mite lievito nella molle e informe pasta. Ma pure crescendo e lievitando, è una parola che non passa; anzi che passa sempre, oltre tutte le parole che vorrebbero imprigionarla, rifiutarla, negarla.

Una fedeltà di parola, una parola data che non si ritrae più. Parola abbreviata nei vangeli eppure nulla può limitarne l’annuncio, la semina, la crescita, il camminare verso la meta, che è il cuore umano, portando frutto.

Ostinazione di un amore irrevocabile, spazio sicuro, solida cengia sullo strapiombo dell’insensatezza; fondamento di una stabilità irremovibile cui ancorarsi nella quotidianità frammentaria e fragile, tumultuosa e fluttuante del nostro presente.

Una parola inesausta: ancora sempre un passo avanti che dischiude all’oltre, ma che segretamente ritorna vicina anche solo nelle nostre parole, quelle più vere rivolte agli altri, e in quelle dei poeti pure, anche quando non l’attendiamo o non speriamo più nel Suo ritorno («non ritornasti più»).

Proprio nei giorni resi muti dalla nebbia e silenti – «giorni color d’opale e d’ametista, grigi vezzi di lacrime» − proprio allora sentiremo ancora il vento, scrivere per noi parole segrete da lontani orizzonti che annuncia il Veniente.

Il vangelo, il giornale, la poesia

Nei primi anni in cui ero parroco avevo imparato dal teologo e pastore riformato Karl Barth (1886-1968) a «tenere in una mano il vangelo e nell’altra il giornale». Il che significa tenere insieme e far incontrare l’annuncio di una buona notizia con coloro che attendono buone notizie, così rare da trovare nei giornali.

Sempre in quegli stessi anni continuavo tuttavia a avvertire che questa strategia non era sufficiente. E così, zoppicando, sono andato, come a tentoni, tra gli scaffali delle biblioteche, questuando poesie e storie da mettere a mo’ di passerelle tra il vangelo e il giornale, per fare di coloro che ascoltano dei contemplativi e dei profeti.

Papa Francesco parla della poesia come l’ingrediente per comunicare bene il buon annuncio: «Quando a una persona manca quella dimensione poetica, manca la poesia, la sua anima zoppica». La poesia scaturisce dalla capacità di ascolto: «se oggi c’è povertà di poesia, non è perché sia venuta meno la bellezza, ma perché è venuta meno la nostra capacità di ascolto».

Poesia, compagnia e guida d’Avvento anche quest’anno. Non solo perché sono in poesia gli inni liturgici, l’annuncio dei profeti, la preghiera dei salmi, il Cantico dei cantici, il Magnificat di Maria: il vangelo stesso è poesia e questa, come il vangelo, è una continua interrogazione del silenzio e dell’espressione del sentire umano che cerca e trovando non smette di cercare ancora; ricettacolo e scrigno pure di parole e significati infiniti: un vangelo nascente dal silenzio e dal desiderio degli uomini e delle donne.

Con Mario Luzi dico allora che la poesia è luogo “di misteriosa salvezza”: attesa di nuova natività. Mario Luzi trova nel dire poetico l’estrema concretezza della parola. Basti dire che il Poeta, non diversamente da Gesù nel vangelo, parla in prima persona, non in astratto:

«Basterebbe vedere come arruola i suoi fedeli, i suoi discepoli: sono due, tre parole e basta. La sua vittoria è immediata e qualche volta assomiglia a una rapina, perché effettivamente porta via le persone, porta via dietro di sé i titubanti, oppure gli incerti senza dare respiro».

E parla con assolutezza Gesù nel vangelo, perché è la sua stessa vita messa in parola: parola fatta carne, verità nella vita, la sua che fa spazio e accoglie la verità racchiusa in ogni vita. Ma non è così anche del poeta? Non è così di ogni uomo quando, senza saperlo, narra con la sua vita come fa la poesia?

Il Vangelo è Poesia: fa sentire vivo il mondo

«Il dramma del Vangelo che uccide per dar vita, si ripete in ogni vero poeta che deve far giustizia di tanta lettera morta perché lo spirito trionfi: nell’ideazione, nell’espressione. Nella parola dunque che è testimone non del Creatore e del Padre, come nel Vangelo di Gesù, ma della creatura; mentre comune è l’amore dell’uomo.

Non sto ora a dirvi altro, dico che in fondo tutta la poesia moderna, che sia veramente moderna, che non sia un “opus oratorium” che può vivere anche di altri ingredienti, ma sia invece una caccia alla verità, un inseguimento della verità, – perché questo è la poesia moderna da Baudelaire a Hölderlin – non potrebbe prescindere dal Vangelo, non solo da parte del Manzoni, faccio per dire, che è un cattolico, che quindi ha elevato il Vangelo a sua norma, ma anche da Leopardi che diceva di non essere credente.

Ma non essere credente era anche questo un acquisto interno a questa spiritualità; e così fino a noi. Il Vangelo è poesia esso stesso nel senso di “poiesis” che crea l’esigenza di pensieri, crea pensieri nuovi, esalta l’esistente e l’essente nello stesso tempo. Fa sentire così vivo il mondo, così drammatico; ed è poi il paragone, manifesto o subiacente, di tutto quello che in questo campo si fa nell’ideare o nel dibattere moderno» (Poesia come interrogazione e silenzio, luogo di misteriosa salvezza, in Il Regno/Attualità, 22/2004, 15/12/2004, 731).

Avvento: l’infinita speranza di un ritorno.

Le montagne, così care ad Antonia Pozzi, al suo sguardo «occupano come immense donne la sera/ sul petto raccolte le mani di pietra/ fissan sbocchi di strade, tacendo/ l’infinita speranza di un ritorno». Esse vedono la confluenza, lo sfociare o l’immettersi di una strada nell’altra, ma non conoscono il loro diuturno e tortuoso percorso, non conoscono la grazia e le sue vie quando si tratta dell’infinita speranza di chi attende l’amato.

Per Bernardo di Chiaravalle, che commenta con ardore contemplativo il Cantico dei cantici e nella Divina Commedia rappresenta la via mistica, unitiva per poter vedere Dio, egli ricorda pure un triplice avvento del Cristo: una venuta nell’umiltà e debolezza umana alla sua nascita; l’altra venuta sarà alla fine della storia non più nell’umiltà ma in una gloria visibile a tutti.

Vi è tuttavia un avvento intermedio, una venuta del Cristo occultata, nascosta, taciuta. È l’incontro per vie misteriose con ciascuno nell’oggi della sua vita: «Ma perché ad alcuno non sembrino per caso cose inventate quelle che stiamo dicendo di questa venuta intermedia, ascoltate lui: “Se uno mi ama, – dice – conserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui (cfr. Gv 14, 23). Ma che cosa significa: Se uno mi ama, conserverà la mia parola? Dove si deve conservare? Senza dubbio nel cuore, come dice il Profeta: «Conservo nel cuore le tue parole» (Disc. 5 sull’Avvento, 1-3).

All’amato che giunge inatteso, ad un tratto, la sera

Tu sei tornato in me
come la voce
d’uno che giunge,
ch’empie a un tratto la stanza,
quando è già sera.
Qui c’era
soltanto il peso
delle ore irrigidite
in grigiore di pietra,
il passo lento
dei fossati in pianura
sotto nudi archi di pioppi. C’erano
al termine delle case
le povere strade
di novembre, straziate di solchi

Allora sei tornato
tu – in me –
come la voce
d’uno che giunge,
che nessuno più attende
perché è già sera.
Sei ritornato in me
come un fedele
stormo di rondini
che riappendon nidi
al tetto oscuro del cuore.
Sei ritornato come uno sciame
d’api che cercano
i loro fiori – e indorano
l’orto nativo.
Ora nell’orto io sento
crescere i nuovi
miei fiori per te. Sento spuntare
sui pascoli, dove
la neve si è sciolta,
gli anemoni gialli
e dal suolo del cielo
le stelle – che a quelli somigliano –
le stelle – dopo che il gelo
del vespro è scomparso
e la notte è la terra feconda –
il monte
primaverile
di Dio.

6 novembre 1933
(Antonia Pozzi,  Montagne e All’amato, in Parole. Tutte le poesie, Àncora, Milano 2015, 259; 144; 308).

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PRESTO DI MATTINA
L’attesa

 

Il venire della parola come il travaglio di una grazia

«Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: la forza appartiene a Dio, tua Signore è la grazia» (Sal 62,12). Forza creatrice della parola, da un lato, e il suo manifestarsi e attuarsi come dono di grazia, dall’altro, sono una sola cosa in Dio. In lui corrispondono infatti il dire e il fare, l’inizio e il suo compimento. Grazia e fedeltà nell’amore sono un’unica parola giunta a noi per mezzo del Figlio direbbe Giovanni.

Per noi l’unica parola è udita come fossero due: grazia e travaglio, chiamata e sequela, così è per noi il venire di questa Parola come pure delle nostre stesse parole: gratuità di un dono e travaglio del loro venire alla luce.

 

In quell’unica parola, due

Ne udiamo una prima, che dice: «Effonde il mio cuore liete parole. La mia lingua è stilo di scriba veloce. Sulle tue labbra è diffusa la grazia» (Sal 44, 2).

La seconda incalza: «Sappiamo che fino a ora tutta la creazione geme ed è in travaglio; non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi, aspettando».

L’attesa del venire delle cose, l’attesa laboriosa di poter dare inizio, di principiare qualcosa, l’attesa stessa della parola che principia ogni scrittura, è attesa materna di gestazione, attesa fiduciosa davanti alla pagina bianca: attesa dell’aurora. Si sta in un travaglio che è dono e in una grazia che è imprevedibile seppur sperata; insperata giungerà preso o tardi: se tarda attendila fiducioso.

È come il sentire due note: una grave l’altra dolce. Due trombe, direbbe Agostino, che suonano in modo diverso, ma è un unico spirito che vi soffia dentro l’aria. Due parole: la grazia, della parola che verrà alla luce e il travaglio della lettura prima e della scrittura a seguire. L’attesa del venire delle cose come della parola è attesa del mutamento, di quell’ora che non si conosce ma che porta la gioia del nuovo.

È l’ora della grazia, del suo sorprenderti, direbbe Mazzolari: «Ci sono le ore di Dio: saperle attendere, vuol dire disporre i nostri cuori alla sua grazia. Il silenzio e la preghiera preparano le sue strade. Il soffrire non conta: conta il credere, lo sperare l’amare» (Pensieri dalle lettere, 173).

Le parole e le cose del mattino, quando accadono, sono intuite ma inesprimibili. Si potrebbero chiamare stato di grazia, qualcosa che giunge a te da altrove, come l’estro del poeta; qualcosa dentro te di incontenibile che preme.

L’etimologia della parola “estro” suggerisce qualcosa che ti punge, ti gonfia, ma persino che t’incinta e che spinge e trapassa come l’impeto al rompersi delle acque, quando viene alla luce una nuova vita, come l’oscuro e travagliato grembo della notte che non può più trattenere l’irresistibile venire dell’aurora.

La parola, come la vita, perché nasca e viva nella scrittura, necessita tempo, occorre inseguirne le tracce come un bracconiere; se sei ancora cieco di fronte al miracolo della parola nascente, devi continuare a cercarne le orme, come a tentoni nel divenire delle cose quotidiane, nelle relazioni non disattese né schivate, e all’improvviso, quando meno te l’aspetti, la scorgerai venirti incontro e ti metterai al suo sevizio come una levatrice prima e una nutrice poi, con la scrittura farai conoscere pure a lei un mondo nuovo.

 

“O homem cordial”

Può sembrare una banalità questo detto, ma quando un brasiliano dice “o homem cordial” (Sérgio Buarque de Holanda [Qui]) dice una cosa profondissima. La semplicità del comportamento, la capacità di accogliere, l’ospitalità, la generosità che dà tutto, e queste sono tutte virtù dei poveri in tutti i continenti.

Così desidero introdurre i testi poetici di Enzo Demarchi più di un amico fraterno, un vero fratello. Anche lui homem cordial, perché divenuto uomo della Parola di Dio nelle parole e nelle cose degli uomini, incarnata nei loro vissuti e storie.

Parola che sola «conosce tutta la gioia e tutto il dolore del Mondo, in attesa di una “Gloria” senza misura… Tutto è Voce Tua, Tuo Gesto, Tua Avventura. Il Mondo intiero è la continua Novità di Te nell’umiltà del tempo presente, in attesa della Gloria che sta per scoppiare. Tu mi dai una gioia sconfinata che vuole superare ogni argine del mio povero cuore; ma mi dai un dolore sconfinato, perché tutti e tutto essendo del Cristo, e vivendo Lui in me, ogni sofferenza dell’Uomo, ogni sofferenza della Terra è mia!».

Se le cose stanno così allora più delle mie le sue parole sapranno dire come da una parola se ne odano due, al pari della parola rivolta a noi da Dio sentita come travaglio e grazia.

 

L’inseguimento

Inseguimento, d’una parola che non c’è –
Attesa spasimante, assoluta – d’un eco, nel deserto –
E poi … un grido informe – mi fa soffrire:
la carne si scopre ai flagelli.
Che dolore per dire una parola! – Ricerca, affanno,
turbine – Vano protendersi, implorare, rincorrere –
Come un amante disperato – cerco parole nel buio dell’anima –
come nel crepuscolo mattinale, – dita misteriose
traggono miracolosamente – dal caos della notte – cose nuove.

Un volto d’uomo

Volto dell’uomo! – Fermati, apriti – Linee viventi,
segni dell’abisso! – Schiudete torrenti di comunione; – non
trattenete l’ondeggiare – che già vi preme, vi tende – come dighe
elastiche – Volto dell’uomo! – I tuoi occhi errano a volte, –
come naufraghi nell’oceano – A volte corrono per mano – come
fidanzati allegri. – O s’arrestano come bambini –
stupefatti da nuovi misteri.-

Momento di grazia: l’accorgersi dell’altro

Nei momenti di grazia, m’accorgo di come sono
cieco di fronte al miracolo della vita.
Ecco un uomo che lavora e si ricorda del
Lavoro di Dio nella sua creazione.
Ecco un uomo che progetta nella mente e
fatica col corpo e ringrazia il Verbo
che s’è fatto carne.
Ecco un uomo che ha sbagliato, ed ha
conservato il cuore buono, pieno di fiducia.
Ecco un uomo che sa chi è Dio, un uomo che crede
e si confessa umile e semplice come un bambino

Cose del mattino

O cose del mattino, io voglio stare con voi
e partecipare al vostro canto di lode.
Instancabili voi siete a risorgere
e il vostro aspetto è sempre antico e sempre nuovo.
Io passo come un pellegrino pieno di desiderio
che ha smarrito la via.
E voi continuate ad essere della terra
mentre già vi bagnate d’eterno.
Grande è il vostro mistero, cose del mattino!
Una mano invisibile, una grazia silenziosa
vi ha modellate nella notte
ed ora state commosse a ringraziare
quel lungo amore notturno
quell’abbraccio possente e tenero
che vi lascia per tutto il giorno
con incantato sguardo di sogno.
O cose del mattino,
dite al mio cuore la dolce avventura
la celeste origine, sussuratemi il vostro nome.
Una casa che luccica al sole – sotto la tenda azzurra
del cielo – è un miracolo grande – per la mia anima –
C’è un dono in quella casa immobile – nel cielo tranquillo –
c’è un dono che mani invisibili – offrono con infinito –
delicato pudore.- Perché quella casa – sgorga dai puri
abissi – della creazione – senza motivo. Così, per me!

La sua aspirazione: la Parola nella profondità del reale

«Ho questa ambizione: – diventare un uomo di poche parole, anche di più nessuna parola, se è necessario, perché tutta la mia vita appartenga alla Parola, ed io sia sempre, limpidamente, tranquillamente, profondamente l’espressione di chi vive in me (vorrei persino dare un consiglio a tutti i… predicatori: di non preparare più parole, ma di verificare la “profondità reale” della parola).– riconquistare lo sguardo dei fanciulli sulla creazione.
O Signore! Che io viva sempre di quegli istanti. Strani, pieni di dolore, ma segnati del Tuo Sigillo, della Tua Presenza! (Che è grazia)».

L’ora della grazia

Perché chiamar sentieri
Le scie del destino?
Chiunque cammini, avanza
Come Gesù, sul mare.
Amo Gesù, che ha detto:
Passeran cielo e terra, resterà la mia parola”.
Qual fu tale parola?
Amor? Perdono? Carità?
No: quella parola fu,
Quella parola: “Vegliate!
Poiché non conoscete l’ora
In cui vi si dovrà destare;
Ben vigili dormir dovete:
Vegliate dunque!”.

(Antonio Machado [Qui])
(I testi dal Quaderno XI, 1960, presso il Cedoc SFR)

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Aspettando la notte
…un racconto

Aspettando la notte
Un racconto di Carlo Tassi

Mangio per noia.
Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana.
Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca.
Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto.
Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo.
Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?

Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…

Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto.
E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma.
Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui.
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio.
Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone.
L’oscurità circostante espande l’orizzonte.

E il tempo?
Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me.
Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno.
E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone.
È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso.
Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta.
Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.

Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Bring On The Night (The Police, 1979)

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CONTRO VERSO
I bambini che aspettano

I bambini che aspettano

Non ho quasi mai tradito la rima. Quel giorno mi è capitato, senza pretese, cercando una forma per dire di quei bambini che guardano ai grandi, agli adulti, pieni di speranza e di attesa. Una fiamma che si spegne poco a poco, per ogni delusione che si aggiunge alle precedenti.

I bambini che aspettano
hanno il cuore contuso.
Contano i giorni
solo fino a dieci.
Poi ricominciano con voce più fioca.

I bambini che aspettano
hanno gli occhi d’attesa.
Si gonfia a ondate
e sfrangia nell’intrico dei motivi
che buttano carbone nella calza.

I bambini che aspettano
inventano storie
di mostri e giganti
danzanti nella giungla dei padri
– loro no, non possono capire
si sa, sono piccoli –

ma devono annidarsi
(i giganti, s’intende)
da qualche parte del corpo.
O in qualche scontro
o in qualche dose
o in qualche bottiglia spezzata.
Nel guardie e ladri spinto
che appunto sanno i grandi.

In tutto il non amore che
avvelena le notti
In tutto il non amore che
tradisce l’attesa
In tutto il non amore
che un bambino non contempla
che un bambino non prevede
ma che può imparare.

Un bambino trascurato può facilmente sviluppare problemi di relazione. Una bambina trascurata ha buone probabilità di non stimare se stessa. I figli messi in un angolo ad aspettare – che papà smetta di bere, o mamma di drogarsi, o… o… – non sono fagottini indifferenti. Neppure interruttori che si possono accendere e spegnere – genitori ON e OFF – a proprio piacimento. Il non amore torna indietro, travestito dall’adolescenza, e risponde al male subito.

PER CERTI VERSI
Dileguarsi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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DILEGUARSI

i pomeriggi ospedalieri erano – a volte –
Liberi dalle attese
E guardavo la luce schiantarsi
Sui vetri dei palazzi
Il mare dei colli ariosi
Dalla loro piccola sommità
Mi dileguavo anch’io
Nel loro grembo

LA SIMONA QUANDO VENIVANO

la Simona quando venivano
Portavano le robe di sempre
Da ospedale…
Ciccioli secchi crescenza e vino
Mentre io andavo a flebo
Era il loro modo
Di reagire al male

VINC E LA WILMA

Vinc e la Wilma
Venivano tutti i giorni
Sono stati assidui e cari
Quasi fuori tempo
Un cofanetto
Di Sperlari

IL VECCHIO LUGUS

il vecchio Lugus
In mezzo agli altri
E tace
Lui lo so
Non si dava pace

NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI

Come tutto in questo 2020, non sarà come sempre, non sarà il solito, famigerato ‘esame di maturità’. Che ufficialmente ha cambiato anche nome ma è lo stesso. Del resto, un esame è sempre un esame, e anche quello di quest’anno – strano fin che vuole –  rimane ‘il primo” esame della vita adulta. Ma appena prima dell’esame, altrettanto fatidica (o chissà: indimenticabile) c’è La notte prima degli esami. La notte della vigilia, quella di Antonello Venditti ( che qui riproponiamo in un recente bellissimo video ambientato a Comacchio e nelle sue Valli), la notte dell’attesa, dei pensieri, dei sogni. Ce la raccontano in prima persona due collaboratrici e amiche di Ferraraitalia: una insegnante in vista del pensionamento e una alleva maturanda. Domani si incomincia; ad entrambe va il nostro In bocca al Lupo!  Per la maturità. E per quello che dopo verrà.
(Effe Emme)
Roberta: 
“Avviso n.123.675: vademecum per lo svolgimento dell’Esame di Stato a.s.2019-2020”.
Leggo  Mi pare la sintesi dell’O.M.10 del 16 maggio 2020 dall’art.16 in poi. Poi ci sono dentro anche le disposizioni sulla igienizzazione delle aule, sulla distanza interpersonale che dovremo tenere e molto altro.
“Notte prima degli esami, notte di polizia”. Direi “giorno di polizia”, per fare il verso ad Antonello Venditti che dal lontano 1984 con questo pezzo canta e turba i diciannovenni prima del loro esame di maturità.
Ho più voglia di emozioni che di ordinanza e di comunicazioni. Di sopra ho barato: l’ultima arrivata non è la numero centoventitremila eccetera, ma è come se lo fosse. Fredda e precisa, con la sua idea di base di un esame di plastica, dove riusciremo anche a guardarci, a percepire la nostra tensione diversa ma uguale. Solo dopo, però: dopo avere disinfettato le mani, esibita la autocertificazione del nostro stato di salute, messo piede nell’aula che ci è stata assegnata e chissà quanti altri gesti programmati sto tralasciando.
Io sarò a non meno di due metri da ognuno di voi. Con la mascherina che la scuola mi avrà fornito si vedranno solo gli occhi. Meno male che le rughe non mi mancano e da loro capirete che vi sto sorridendo per aprire insieme la seconda fase. L’ordinanza prescrive, per la parte di Lingua e Letteratura Italiana, la discussione di un breve testo che vi proporrò io. Potrei canticchiare tra me e me “Claudia non tremare / Non ti posso far male” e intanto condurti a leggere Amai di Umberto Saba. “Se l’amore è amore, se l’amore è amore” ripetuto altre tre volte nella canzone ci porta dritte alle trite parole del poeta. Trite ma oneste. Tu come reagisci da lettrice adulta quale sei diventata a questa poesia?
Alice:
Non so cosa aspettarmi. Da persona ansiosa quale sono sto lasciando che l’esame monopolizzi le mie giornate.
Quanto ho sperato che lo annullassero, e forse lo spero ancora!
“Maturità, ti avessi presa prima”. Il caro vecchio Venditti, che viene sempre scongelato in questo periodo, non sbaglia un colpo, non c’è che dire.
Mi ritrovo inondata da nozioni diverse, ho la mente pervasa da informazioni, programmi, nomi, date. Chi lo sa, magari davanti alla commissione mi siederò e non ricorderò nulla, e allora mi ritroverò ad improvvisare con quello che mi ricordo sperando nella bontà dei professori che mi hanno accompagnata in questi ultimi anni. Non posso fare a meno però, di confidare in Zola, in Verga, o ancora meglio, nel mio vecchio amico Leopardi, nel suo infinito. O forse è meglio A Silvia? Oppure in un Balzac, nel suo Père Goriot che ho adorato. Filosofia mi fa paura, Scienze non ne parliamo.
Ho paura di dire addio a tutto. Ho paura di ricominciare da capo.
Ho voglia di ricominciare da capo.
È un punto cardine della mia vita, la fine e l’inizio.
Forse ho così paura proprio perché la mia vita non sarà più la stessa, perderò tutti i riferimenti che ho sempre avuto. È tempo di diventare adulta per davvero, si apre un nuovo capitolo.
Roberta:
So che cosa provi e cosa provate tutti voi. L’esame è come un muro che avete davanti; vi fa paura perché esiste. Ha la forza della realtà che si porta via tutte le aspettative, i preparativi mentali, gli esercizi propedeutici e le anticipazioni.
Voglio dirvi però che potrebbe andarvi a genio, l’esame. Potrebbe farvi sorprendere di voi stessi, quando vi sentiste discutere con noi docenti di un testo che amate. In giro si trovano pochi interlocutori su Père Goriot, e se riusciste per un po’a non sentirvi interrogati, bensì adulti nella lettura del testo letterario, titolari di una discussione breve ma esperta sul personaggio protagonista?
Che vi piaccia anche l’esame: dentro di me ci spero, quasi quasi ci conto.
Ecco perché le circolari mi sembrano tante, le formalità soffocanti e preferisco sintonizzarmi sulla canzone di Venditti che mi sembra abbia più cose da dire su questo momento della vostra vita.Allora forza, entra e cominciamo. Pensa e pensate insieme a me questo passaggio e dite: “Si accendono le luci qui sul palco…mi viene voglia di cantare. Forse cambiati, certo un po’ diversi. Ma con la voglia ancora di cambiare”. Osate. Esprimetevi. Mettetevi alla prova.
E’ tempo di perdere i riferimenti e di cambiare strada.
Alice:
Alla libertà mancano ormai poche ore. Un colloquio divide il mio passato e il mio futuro; eppure è inutile che io continui a pensarci e a ripensarci: quello che è fatto è fatto.
Nella sfortuna, noi classe del 2020, abbiamo la possibilità di confrontarci nell’ultima prova con persone che conosciamo e che ci conoscono. Il nostro esame è durato cinque anni e la commissione lo sa, almeno spero.
Ne abbiamo passate tante, la tensione non è mai stata così alta. Vorrei dire a chi afferma che quest’anno la maturità sarà più facile che si sbaglia.
Sbagliano perché questo esame non è una semplice prova, ma è una tappa di vita che vede dall’altra parte persone sensibili che durante questo periodo hanno sofferto nei modi più disparati.
Dobbiamo imparare a guardare avanti e ad imparare dal nostro passato, a risollevarci una volta caduti e a lasciarci andare quando tutto sembra troppo pesante.
Siamo più forti di quanto crediamo.
Forse è proprio a questo che penserò stanotte: per aspera ad astra, sempre e comunque.

Aspettando la notte

Bring On The Night (The Police, 1979)

Mangio per noia. Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana. Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca. Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto. Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo. Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?
Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…
Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto… E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma. Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui!
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio. Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone. L’oscurità circostante espande l’orizzonte.
E il tempo? Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me. Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno. E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone. È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso. Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta. Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.
Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Blue monday

Gli inglesi chiamano “blue monday” il giorno più triste e malinconico dell’anno, in genere il terzo lunedì del mese di gennaio.
Tale espressione ha avuto incredibile successo, in modo particolare sulle piattaforme social, diventando manifesto per tutti i “difficili” lunedì che dobbiamo fronteggiare.
Tutti noi, chi più chi meno, soffriamo nel vedere il weekend passare troppo in fretta e nell’avvicinarsi dell’inizio di una nuova settimana, con i suoi impegni e le sue frenesie.
Al di là delle formule pseudo scientifiche che sarebbero state utilizzate per individuare tale ricorrenza, può capitarci di avere giornate che definiamo “giornate no” o “giornate nere”.
Che siano, a gusto e discrezione, blu o nere, spesso il lunedì, ancora prima che inizi è una di queste.

“Lunedì è sempre il giorno peggiore, il martedì va un po’ meglio, il mercoledì già non vedi l’ora che arrivi il fine settimana”
Trevor Hoyle

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Piccole e grandi attese

Aspettiamo nelle stazioni, negli aeroporti, alla cassa del supermercato, dal dentista. Aspettiamo la persona giusta, il lavoro ideale, l’esito di un esame, anche solo una telefonata, ma non aspettiamo più come prima. La contemporaneità ha cambiato la concezione del tempo, in cui non c’è più posto per l’attesa.
Oggi l’attesa diventa una falla nel nostro sistema perché siamo fagocitati dalla fretta e dall’irrequietezza, che ci impongono uno sguardo futuro-centrico, che porta immancabilmente all’accelerazione. E’ l’epoca del real time, del tutto e subito, dove competizione e agonismo impediscono di fermarsi e attribuiscono al tempo una dimensione frenetica, congestionata.

L’attesa è diventata un gesto ripudiato, da evitare, obsoleto, inutile, ostacolante e soprattutto improduttivo.
L’attesa di un incontro, tessuta attorno all’aspettativa, la tensione emotiva, la sorpresa, la gioia del momento finale, nel corollario di luoghi e momenti, viene sostituita dal rapporto virtuale, nell’unico luogo in cui il tempo non sussiste: la rete. E quello che in epoche passate era un tempo dilatato o sospeso, una condizione superiore a qualunque altra che ci permetteva di elaborare pensieri, sperimentare emozioni vive, gioiose o dolorose che potessero essere, fletterci su noi stessi in un dialogo intimo per conoscerci meglio e vedere più chiaramente, ora si traduce in un’unica azione fatta di impazienza, ansia, noia, disorientamento. Riempiamo il tempo dell’attesa con le dita impegnate a compiere geroglifici sul cellulare, cercare affannosamente post e mail, semmai qualcuno ci avesse nel frattempo contattati, ci guardiamo attorno assetati di distrazione; a volte, nelle attese drammatiche, ci ricordiamo di Dio, scomodiamo Santi, ci appelliamo a quella che non è altro, in questi termini, che una fede di circostanza e comodo, senza pregressi e senza conseguenti. Pur di riempire quel lasso di tempo in cui abbiamo paura di parlare, per prima cosa e profondamente, con noi stessi.

In letteratura l’attesa è spesso legata alle grandi storie d’amore. Penelope domina il tempo dell’attesa tessendo la sua tela di giorno per disfarla la notte e quindi ricominciare, prendere tempo. Preda ambita degli invasori Proci, nei vent’anni di lontananza da suo marito Ulisse, diventa emblema di pazienza, tenacia, destrezza nell’attendere l’unico epilogo che riesce a concepire: il ricongiungimento. E una grande storia d’amore è anche quella tra la scrittrice Isabel Allende e sua figlia. Ne nasce un grande libro, ‘Paula’, (1994), il più significativo, commovente, viscerale, della scrittrice cilena, perché quando si parla di figli, malattia e morte, non ci può essere niente di più intimo, toccante e memorabile. La Allende attende al capezzale della figlia in coma, colpita da una grave e lunga malattia che non lascia scampo; speranza, rassegnazione, dolore, rimpianto, ma quello che domina prevalentemente quei momenti è il nulla, l’assenza del tempo, la sospensione di ogni riferimento spazio-temporale. Ma è proprio questa condizione che favorisce il recupero del ricordo col supporto della memoria, per contrastare frustrazione, rabbia, scoraggiamento e percezione del vuoto. Scrive: “Questa è una strana esperienza di immobilità. I giorni passano granello dopo l’altro. Ho passato quarantanove anni correndo, nell’azione e nella lotta, dietro mete che non ricordo, inseguendo qualcosa senza nome che era sempre più in là. Ora sono costretta a rimanere ferma e silenziosa; per quanto corra non arrivo da nessuna parte, se grido nessuno mi sente. Mi hai dato il silenzio per riflettere sul mio passaggio per questo mondo, Paula, per tornare al passato vero e al passato fantastico, recuperare la memoria che altri hanno dimenticato, ricordare ciò che mai accadde e forse accadrà. Assente, muta, paralizzata, tu sei la mia guida. Il tempo passa lentissimo. O forse siamo noi che passiamo attraverso il tempo”. Le ultime parole del libro di Isabel Allende, sono un saluto a Paula che orami non c’è più: Adiós, Paula, mujer. Bienvenida, Paula, espíritu.
Nel racconto ‘La camera in attesa’ (1916) di Luigi Pirandello, l’attesa si declina attraverso gli oggetti e le azioni in un luogo sospeso, familiare: una camera piena di ricordi e appartenenze. Tre sorelle e una madre aspettano il ritorno del fratello e figlio Cesarino Monchi, sottotenente del 25° fanteria, partito per la Tripolitania e di stanza a Fezzan. Ogni 15 giorni le sorelle entrano in quella stanza, tra il silenzio sospeso sui mobili e gli oggetti, il calendario a muro aggiornato con lo strappo dei fogli, il vecchio orologio di bronzo a forma di anfora, una scatola di fiammiferi di 14 mesi prima, perché sia pronta al bisogno, ad accendere una candela, anch’essa di 14 mesi prima, conficcata nella bugia di ferro smaltato a forma di trifoglio. Speranza di un improbabile ritorno, tacita convinzione che quel soldato, definito ‘disperso’, che non compare né tra i vivi né tra i morti, ritorni. I vicini che prima provavano pietà, ora sono irritati per quella che viene definita ‘commedia’ delle quattro donne. La madre, prima dell’ultimo respiro, dice: “Glielo direte che l’ho tanto aspettato…”. Un attendere che fonda sulla pura illusione di vita.

E attorno al tema dell’attesa gravita il dramma del teatro dell’assurdo ‘Aspettando Godot’ di Samuel Beckett, del 1953. Due vagabondi, Vladimiro ed Estragone, stanno aspettando un certo ‘signor Godot’ su una desolata strada di campagna, dove soltanto la caduta delle foglie dall’unico albero presente sulla scena, testimonia il trascorrere del tempo. Il ragazzo che il fantomatico ‘Mr Godot’ – il quale non appare mai, non arriva mai, non si materializza mai sulla scena – invia ai due vagabondi, riferisce che “Oggi non verrà, ma verrà domani”. E loro ritornano, ritornano puntualmente sul luogo in cui attendere. Una situazione soffocante che rappresenta l’attesa che non avrà mai fine, una stagnazione in cui nulla si muove e nulla subisce mutamenti, perché staticità e immobilismo accompagnano un’aspettativa che man mano si svuota del suo significato. Attesa e senso di inutilità e frustrazione emergono anche dalle pagine del romanzo ‘Il deserto dei Tartari’, scritto da Dino Buzzati nel 1940. L’ufficiale Giovanni Drogo è di stanza presso la Fortezza Bastiani, una tetra costruzione difensiva in una grande landa desolata, ultimo avamposto ai confini con il Regno del Nord. I militari aspettano perennemente di veder sbucare “il nemico” per dare senso all’esistenza in quel posto e alla fortezza stessa, ma il nemico non compare mai. Dopo quattro anni Drogo torna a casa ma prova un senso di smarrimento ed estraneità; gli manca il luogo desolato che ormai esercitava su di lui una specie di malìa, gli manca l’attesa. Rientrerà nella fortificazione e la vita dei soldati della guarnigione, consumata aspettando ‘la grande occasione’ subirà una drastica interruzione con l’inizio della guerra con il Nord. Drogo, che nel frattempo si ammala seriamente, viene allontanato, vanificando tutti gli anni spesi ad attendere di poter dimostrare il suo valore, consapevole però di aver vinto la sua battaglia personale affrontando la morte con dignità.

In fondo, le nostre esistenze si compongono di piccole e gradi attese nella speranza che accada qualcosa e dovremmo essere capaci di affrontarle attribuendo valore al presente, assaporando con consapevolezza ogni singolo momento, ponendoci obiettivi realistici, concedendoci una seconda possibilità, allenandoci alla calma, pianificando ciò che è possibile.

Il valore della pazienza

Quasi nulla è rimasto ormai della pazienza degli antichi, quella pazienza che si mostrava in ogni ambito della vita, perché in realtà espressione di uno stato interiore.
C’era chi aspettava l’occasione della vita per dimostrare le proprie doti, chi aspettava il ritorno del proprio amore dal fronte, chi aspettava veder crescere i frutti della terra con i propri tempi, senza fretta, perché la natura conosce i propri ritmi.
C’erano i bambini che aspettavano l’arrivo del tanto agognato regalo, chi aspettava il momento giusto per dichiararsi e chi aspettava per ore che il sugo si restringesse lentamente sul fuoco. C’erano la moderazione, la tolleranza e la sopportazione.
La pazienza si può insegnare, si dovrebbe insegnare, perché fortifica e rende il terreno del cuore fertile per la crescita di molte altre virtù.
A patto che vi siano ancora dei buoni insegnanti.

“Come può una società, che si fonda su sughi pronti, ricette di torte veloci, cene surgelate e fotocamere istantanee, insegnare la pazienza ai giovani?”
Paul Sweeney

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

PER CERTI VERSI
Due lepri e una poiana

Favola delle due lepri bianche

Si sgela
Sugli alberi
La brina
Vedo una lepre
Bianca che cammina
No Non è stanca
Cerca tra le foglie
Nei fossi
Oltre i dossi
Le strade muglie
Il suo amore
Rintanato
Poi laggiù saltella
È così veloce
Bella
Il suo favorito
Ha scovato
E ora si rincorrono
Avidi di giochi
Sul dolce prato

Alla poiana

Spari
Flettono il silenzio
Nella trincea della fumana
Quella coperta fredda
Che accorcia il vedere
Ai quadri della recinzione
Trapezi di ragni
Gelata
E lei è lì
Impalata
Sembra finta
Mentre tutto
Lentamente si muove
È questo che
Lei emana
L’attesa del volo
Rapace
La poiana

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Montalbano sono!

“Sai che ti dico, che se tu non puoi parlare, lo faccio io: sono stanca di aspettare una tua telefonata, una tua visita, una tua qualsiasi proposta. Io aspetto, aspetto…sono in attesa da una vita, sospesa tra il tuo lavoro e quello che dovrebbe accadere in un futuro che non arriva mai. Ma secondo te è normale che tu non mi abbia cercata per giorni? Che tu non ti chieda come sto io, cosa faccio, come mi sento? Salvo, c’è una sola cosa che può giustificare il tuo comportamento: tu non mi ami più. O comunque non abbastanza da fare qualcosa per me. Ed io, adesso, sono stufa di dare priorità solo a quello che è meglio per te. Io voglio pensare a me. Perdonami, forse non è giusto dirtelo per telefono ma sono davvero esausta. Per me la nostra storia è alla fine.”
Livia a Salvo Montalbano
Il metodo Catalanotti, Andrea Camilleri (Sellerio 2018)

Da quando la conosco, sono sempre stata dalla parte di Livia. La fidanzata di Montalbano è una donna messa in stand by che ha deciso di non aspettare più. E non è urgenza d’altro o impazienza, Livia si è svuotata: non è più piena di lui, dell’importanza, dell’amore che ha mandato avanti tutto per anni. È finita la malinconia dolce di cui un rapporto a distanza si nutre, la bolla di perfezione degli incontri si è rotta, bucata dalla stanchezza di una vita esausta in sala d’aspetto.
Come Livia, ce ne sono di donne che a un certo punto si stancano di dedicarsi a un amante, a un marito, a qualcuno che non vuole esserci. Ma per stancarsi bisogna avere aspettato tanto, essersi fatte andare bene l’attesa edulcorata dal pensiero che qualcosa sarebbe arrivato.
La proiezione sposta lo sguardo in avanti, il pensiero è proteso verso una data, una sera, un fine settimana, ma intanto sfugge il presente che è fatto di sostanza, soddisfazioni, inceppamenti, invecchiamento, rinascite, cioè la vita vera che Livia ha vissuto sospesa in attesa di Salvo, quasi al di sopra della realtà. Ma il qui e ora è un’altra cosa, è Salvo che non chiama per giorni, è Livia che aspetta fino a non poterne più. La distonia fra le due vite, quella che c’è e quella che immagini arriverà, si appiana quando Livia si sente finalmente libera di ricomporre lo sfasamento tra il tempo con e il tempo senza Salvo.
È un punto di non ritorno per una donna, può arrivare anche dopo una vita in cui all’altro si è dato un tale potere di gestione del tempo e del rapporto da averne perso la percezione. Livia ora vuole un tempo tutto suo, dove per Salvo non c’è più posto.

Cari lettori, siete mai stati in attesa di qualcuno? Oppure avete mai lasciato qualcuno ad aspettarvi? Com’è finita?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

DIARIO IN PUBBLICO
Cronache dai seggi aspettando i risultati delle elezioni

Al voto, al voto!
Partiamo mogliema e io a un’ora sobria, ma già il flusso per strada è notevole, composto da molte signore che con sorriso invitante esprimono soddisfazione per avere compiuto il loro dovere e concludono con strizzatina d’occhi recitando il doveroso “mi raccomando!”.

Al seggio una lunga fila dimostra senza equivoci la partecipazione numerosissima. Ci perdiamo a salutare gli amici accompagnati dai loro pelosi ordinatamente in attesa nell’atrio e, dopo esser stato doverosamente fiutato poiché mi porto dietro ovviamente i deliziosi odori della Lilla, mi avvicino alla porta del seggio. Una voce squillante precisa che i maschietti possono votare assai rapidamente perché in minoranza. Sguardi increduli e il giovane presidente del seggio spiega che le votazioni avvengono ben distinte: maschi da una parte, femmine dall’altra. Nemmeno al tempo delle suffragette!
Entro immediatamente accolto dal calore dei tre giovani, ovviamente maschi, che regolano il voto ‘maschile’, mentre quello ‘femminile’ è regolato dalle ragazze. Scambi affettuosi e, fatto il mio dovere, esco in fiduciosa attesa della mia metà. Ma scoppia il putiferio. Una signora su di giri rifiuta l’invisa sanzione e urla che non voterà poiché si sta compiendo una discriminazione ‘razziale’ e in parte è vero: se nessuno mette in dubbio il gender, non vedo perché il voto non debba essere espletato secondo l’antica prassi che permette a chi arriva, uomo o donna, abbia il suo posto cronologico d’arrivo. Qualcuno suggerisce anche per equità una lista transgender. Mah!

Ristorato nei giorni scorsi da avvenimenti straordinari: la presentazione al Meis del fondamentale volume curato da Anna Dolfi, ‘Intellettuali e scrittori ebrei. Il dovere della testimonianza’, la visita alla mostra sugli ‘Stati d’animo. Da Previati a Boccioni’ al Palazzo dei Diamanti – bellissima – senza trascurare il risultato del derby Spallll (alla ‘fraresa’ pronunciata con gorgia) contro Bologna. Frattanto mi accingo a considerare quale sarà il comportamento dopo i risultati del voto.
Certo da parte mia (nostra) è un voto ‘de paura’, pensando cosa succederà se gli ‘itagliani’ voteranno i partiti avversi e come diceva Camilleri non nemici. Non mi assoggetterò alle ore estenuanti degli exit poll, anche se so già da ora che non manterrò il proponimento. Comunque ho già capito che nella sera della rivelazione non potrò contare sulla consolazione di un film meraviglioso come ‘Fantasia’ di Walt Disney, visto per la prima volta nel 1948 e rivisto in tv ieri sera, che mi spalancò le porte all’amore della musica cosiddetta classica. Perciò mi accontenterò di sfogliare, per trovarne ispirazione, i due volumi su Ferrara con le foto di Paolo Monti e il libro fotografico in cantiere su Giorgio Bassani.
Nonostante i proponimenti mi sento inquieto e penso all’infamia perpetrata da coloro che hanno appiccicato alle porte di oneste persone l’orrido manifesto che li indica come ‘antifascisti’. Ma il fascismo non era vietato dalla Costituzione?

Mi affretto a spedire questo breve commento poiché deve testimoniare l’attesa con la paura e la speranza, augurandomi che nonostante tutto pur con i dovuti tappamenti di naso non si affidi il paese a chi democraticamente e moralmente deve rimanere solo un avversario politico, ma a mio avviso destinati a non reggerlo.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
L’altra donna, quella che non aspetta

A. c’è da sette anni, ma non ha aspettato O. un solo giorno. A. ha quarant’anni, è bella, intelligente ed è l’altra donna, l’amante di un uomo sposatissimo e con un figlio da crescere.
Non è la solita storia della giovane amante lusingata che crede un giorno le cose cambieranno e del solito uomo impegnato che fa finta sia così.
A. non ha mai pensato potesse esistere un futuro in cui occupare un ruolo diverso. Lei vuole questo posto, lei sceglie lui così com’è. Vuole se stessa senza un pezzo di meno, radiosa e speciale come ogni volta che lo vede o lo sente.
O., nella sua doppia vita, l’onestà l’ha riservata ad A.: non lascerò mai mia moglie, posso darti parentesi, pranzi rubati, telefonate, silenzi e tanto tempo in cui non esserci, ma ti darò anche l’uomo che piace a te, quello che non ti toglie e ti aggiunge.
In questi sette anni, A. ha affrontato delle prove, è uscita con altri uomini e ha anche imboccato altre strade. Tutte prove perfettamente superate: è sempre tornata da O.
Lei accettava la sfida di allontanarsi e lui vinceva il confronto su tutti. Lui sapeva, la incoraggiava e aspettava. Pochi mesi e lei tornava.
Un giorno, dopo un periodo in cui A. si era concessa di frequentare un’altra persona, per poi scegliere ancora una volta O., le ho detto che, forse, il suo posto è lì, al timone di un viaggio che porta sempre verso lo stesso approdo.
Non è lei che aspetta consumando i capodanni sperando sia l’ultimo da sola, ma lui. O. ha due vite, A. tutte quelle che vuole, ma un solo amore, glielo vedo negli occhi quando lo nomina.
In questa storia senza doveri e di onestà reciproca, l’amore resiste e se ne infischia se i conti non tornano con le convenzioni e con quello che fanno tutti. Tante volte A. si è sentita dire che meriterebbe altro, ma ad A. l’altro non interessa più.
Il prezzo, se c’è, lo sanno solo loro che continuano a scegliersi e amarsi, anche lontani a capodanno.

Vi è mai successo di vivere un amore, un’esperienza o persino tutta la vita contro corrente?

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I DIALOGHI DELLA VAGINA
Ritrovare la strada per la felicità

La scoperta della leggerezza dopo un grande vuoto, ritrovare se stessi nonostante l’abbandono. Le nostre lettrici raccontano le scelte e le conquiste sulla via della felicità.

Idealizzare il passato: una consolazione fasulla

Ciao Riccarda,
in genere quando si decide di lasciare andare una persona o una situazione che ci va un po’ stretta è una vera e propria liberazione! Ci si sente spensierate, libere di essere e con tanta energia e voglia di fare (spariscono perfino le rughe!). Per quel che mi riguarda il vuoto arriva dopo… e quella situazione che era diventata insopportabile e opprimente inizia a mancarmi.
A distanza di anni non riesco più a vedere i lati negativi di quella storia ma sento la mancanza di quelli positivi. E’ come se il tempo idealizzasse quel rapporto che non c’è più e quando è il presente a diventare pesante, uso i ricordi del passato per trovare un pò di respiro. Forse quello spazio per noi stesse che ritroviamo solo dopo essere fuggite, dovremmo crearlo sempre.
E.

Cara E.,
mi fido se garantisci che spariscono pure le rughe.
Usare, come dici tu, i ricordi del passato per consolare il presente mi sembra un po’ pericoloso perché il filtro è opaco. Come quando troviamo nell’armadio un maglione datato che ci sembra ancora di moda, ma poi quando lo indossiamo vediamo che di moda non è più.
Succede così anche con quella parte di passato che ci piaceva tanto e che bussa alla memoria per ricordarci che è esistito soprattutto quando il presente è faticoso. Credo sia un falso amico che gioca con la nostra propensione a idealizzare. Niente toglie ciò che è stato, ma quel ciò che è stato dovrebbe farci il piacere di rimanere dov’è e non destabilizzarci, altrimenti non vediamo e non viviamo il nostro oggi che continua a sfuggirci.
Concordo sullo spazio per noi stesse da mantenere sempre, il più è ricordarsi quanto sia giusto e vitale.
Riccarda

Perdersi nell’attesa di una ricompensa che non arriva

Cara Riccarda,
come si misura l’assenza, bella domanda.
Ho convissuto anni con una persona che amavo come non credo sarò capace di amare ancora.
Ho lasciato tutto – paese di origine, famiglia, amici – per seguirla, per agevolarla nel suo lavoro, più impegnativo del mio, anche solo per gli orari estenuanti che comportava.
Ho erroneamente pensato che per quel mio sacrificio lui mi avrebbe ricambiata riempiendo la mia vita della sua presenza, della sua attenzione e della sua dedizione, la stessa che avevo riposto io in lui.
I miei giorni, invece, si sono riempiti di attese.
Usciva il mattino presto e tornava la sera tardi.
Io ero diventata il cane che aspetta a casa il padrone, agognando una carezza. Che arrivava sì..ma distratta…come appunto quella che si dà al cane quando si torna a casa dopo una giornata lunga e faticosa.
Io però non sono un cane. Sono una persona, con esigenze molto più profonde che non il cibo o la passeggiatina fuori per fare pipì.
Mi vergognavo troppo per dire queste cose, che anche ora che le scrivo sembrano così banali.
Il mio mondo girava intorno a lui, per lui. Io, non mi ricordavo più nemmeno cosa mi piaceva fare, tanto mi ero abituata a sentirmi dire che non si poteva “perché lui doveva occuparsi dell’attività” e “non c’era tempo”.
Ma quando ho accettato e accolto la consapevolezza di non essere importante quanto lui lo era per me, mi sono svegliata e ho scelto.
Ho scelto me, e un male che ancora adesso fa male, ma che mi ha ridato la libertà di vivere come piace a me e non in attesa di qualcuno che mi faccia felice.
Perché la mia felicità dipende da me e l’unica assenza che veramente mi può ferire, è la mia.
D.

Cara D.,
lo hai capito da sola: l’assenza di lui era meno grave dell’assenza che tu avevi creato per te stessa rinunciando a tutto e dimenticando cosa ti piacesse fare. Questa è la vera mancanza, quando non ci consideriamo più perchè siamo proiettati verso qualcun altro, quando ci inganniamo pensando che sacrificarsi per lui o lei sia giusto e che una forma di restituzione prima o poi arriverà.
Come dimostra la tua lettera, l’attesa non finisce mai, o meglio, non finisce grazie all’altro che si accorge di noi e allora fa qualcosa. L’attesa e la sua conseguente infelicità, finiscono quando capisci che sei tu a doverti liberare dalla mancanza che, nel frattempo, si è fatta sempre più grande perchè ha fagocitato anche te e le cose che ti rendevano unica.
Ti sei salvata da sola, hai avuto fiducia nella possibilità di uscire da situazioni in cui non esistiamo più, se non di riflesso di qualcun altro.
Riccarda

Più aspettative, più delusioni… e provare ad accettarsi?

Cara Riccarda,
ah… quante aspettative abbiamo verso di loro, illudendoci che con ipersoluzioni si possano cambiare, plasmare, modificare come piace a noi, ma poi cosa rimane dell’uomo di cui ci siamo innamorate?
Le sensazioni di vuoto dopo una rottura sono state diverse per mia esperienza, ma poi ripensandoci bene non era altro che il lascito di cocenti delusioni per non essere stata in grado di trasformarlo a dovere.
La delusione ero io in verità.
Poi, il destino ti fa incontrare chi non si riesce a scalfire nemmeno con la più affilata delle nostre limette per unghie, ed è qui che le nostre insicurezze si trasformano in cambiamento; l’ideale non è quello che ci lascia, ma l’uomo che rimane se stesso, con te, nonostate tu.
C.

Cara C.,
e se ammettessimo che non va bene nè volere cambiare l’altro nè cambiare noi stesse pur di piacere?
Conosco donne stremate dalla fatica nell’uno e nell’altro senso, una fatica di Sisifo perchè a ogni storia è sempre tutto da ricominciare. Se, invece, ci fermassimo a osservare come hai fatto tu, la fatica non avrebbe più ragione di essere: accettiamo l’altro che accetta noi per come siamo. Se davvero avvenisse questo riconoscimento reciproco, non impazziremmo come criceti su una ruota in una folle rincorsa.
Poi, nel tempo, si cambia insieme e ciascuno nel proprio spazio.
Riccarda

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L’ANALISI
La scelta, l’attesa, il dono: i rituali che aiutano a crescere

Il Natale porta con sé una magia che ci accompagna fin da bambini. In questi giorni molti si preparano alle feste addobbando la casa, facendo l’albero e il presepe. Quanti di noi ricordano con piacere l’attesa delle feste e l’emozione ad esse collegate? L’impazienza di aprire i regali e la curiosità di scartare velocemente i pacchi per scoprire la sorpresa o verificare che il regalo corrispondesse a ciò che era desiderato e richiesto.
Il trasmettere ai bambini certe tradizioni fa parte dell’eredità che i bambini ricevono e che conserveranno nel loro cuore tutta la vita e che a loro volta trasmetteranno ad altri. L’imparare l’attesa, lo scegliere i regali da donare ad altri, la preparazione degli addobbi in casa sono tutti passaggi importanti che servono a scandire il tempo dell’anno e rendono unico come momento il Natale.

I rituali hanno la funzione di incorniciare, di mettere i confini necessari alla strutturazione dell’identità. Il raccontare ai bambini la favola di Babbo Natale aumenta la suspense del ricevere i regali e rende magica l’atmosfera.
Vivere con serenità momenti di festa è prerequisito fondamentale per apprezzare la convivialità che la festa implica. Ci sono famiglie in cui è talmente elevata l’incapacità di condividere momenti insieme che trasformano ogni occasione di incontro in uno scontro feroce, momento per scaricare addosso all’altro frustrazioni e rancori profondi. Quando ciò accade in presenza di bambini questi ultimi non imparano certo ad associare alle feste ricordi felici e saranno probabilmente adulti in difficoltà in questi periodi.
Lo stare a tavola, diverso dal nutrirsi, implica convivialità, il rispetto dei tempi di parola dell’altro, l’alternanza tra parola e godimento, una vicinanza fatta di piccoli gesti in cui il cibo è veicolo di affetto e di relazione.
Le feste però possono anche essere un momento delicato per chi già soffre, perché amplificano la sofferenza soggettiva nel confronto con un esterno tutto felice che si appresta a festeggiare. È rispetto a questi soggetti che occorre prestare uno sguardo di attenzione e un ascolto particolare perché la festa non si traduca in angoscia e in un incubo da cui il soggetto vuole uscire il prima possibile.

Chiara Baratelli, psicoanalista e psicoterapeuta, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, dei disturbi dell’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali. baratellichiara@gmail.com

Il tempo dell’attesa

attese“Si attende che la vita faccia un passo e la pianti di stare in bilico, pericolante su se stessa. Si attende qualcuno, o qualcosa, che prenda tutti i silenzi e lasciandoli cadere, quasi per sbaglio, li mandi in frantumi”. (Mattia Signorini, Le fragili attese)

Quante volte abbiamo atteso, quante volte lo abbiamo fatto invano e quante con successo. Poco importava il luogo, le persone che ci passavano accanto. Il momento dell’attesa era solo il nostro e di nessun altro, un momento lungo e inafferrabile. Ma noi lì imperterriti, instancabili, inafferrabili, decisi ad attendere qualcosa o qualcuno. Sempre e comunque, qualunque cosa fosse, riflettendo, leggendo, giocherellando con le mani o semplicemente guardando il cielo azzurro. Molte di queste nostre storie potrebbero essere facilmente quelle di “Le fragili attese”, raccontate da Mattia Signorini in un crescendo di vite che si incontrano e si sfiorano. Il luogo: la pensione Palomar, nella grigia periferia di una grande città. Un luogo come un altro, quello che potrebbe essere la sala d’attesa di una stazione, la hall di un aeroporto, la camera di un albergo sul lago in una domenica autunnale. La storia: quella di Italo, il proprietario della pensione, che a quasi ottant’anni ha deciso di chiudere per sempre. Potrebbe essere la storia di ogni persona che alla fine di un lungo e faticoso percorso lavorativo decide che ora basta. Tanti ospiti, gli ultimi, arrivano a questa piccola pensione con le proprie storie: Guido, un professore d’inglese che deve (re)insegnare a parlare a una bambina diventata muta per la morte della mamma; il generale in pensione Adolfo Trento, per il quale la soluzione di ogni pace sta nella guerra; Lucio Ormea, alla ricerca del padre che non vede da lungo tempo; la cassiera Ingrid, un’ex-arpista con il polso spezzato che, di notte, si accompagna occasionalmente a tanti uomini anonimi; e la fedele e sempre presente domestica Emma, a cui Italo è legato e capiremo solo alla fine perché. Il tutto mentre l’anziano Italo legge lettere d’amore ritrovate per caso nella spazzatura scritte negli anni Cinquanta da una giovane ragazza a un uomo che non si accorge, a chi lascia attendere pur non volendo farlo. Vite in bilico, attese di silenzi che possano essere frantumati, da qualcosa o qualcuno, con impeto o leggerezza. Alla ricerca di spazi aperti dove poter riposare, di giorni liberi per provarsi i vestiti eleganti della festa, di frutti che cadano liberi in mani che siano pronte a raccoglierli, di passaggi d’accesso ritrovati, di attimi che lascino leggere questa vita che, per molti, si fa attendere e desiderare. Un intenso, delicato e bellissimo romanzo sulle attese in cui, tra speranze e delusioni, capita che la vita spesso si incagli. Da leggere.

Mattia Signorini, Le fragili attese, Marsilio.

Buone vacanze

Il termine vacanza allude ad uno spazio vuoto. Si dice vacanza anche per parlare di un ruolo o di una carica che nessuno ricopre. La vacanza evoca l’idea di libertà, di uno spazio da godere proprio perché libero. Il concetto moderno di vacanza nasce come risposta all’industrializzazione ed alla conseguente forte urbanizzazione. Il primo stabilimento balneare nasce nel 1822 a Dieppe, in Francia. Poche persone fino alla metà dell’Ottocento potevano permettersi di andare in vacanza, solo la borghesia più danarosa poteva mutuare dai ceti aristocratici l’idea di trascorrere in villa (in genere alle porte delle città) una parte del periodo estivo, sfuggendo alla calura dei centri urbani.
Negli anni Trenta del Novecento vengono inventate le ferie retribuite, riconosciute nei contratti di lavoro. La vacanza, da tempo dell’ozio, appannaggio solo dei ricchi, diventa un diritto stabilito dalla legge. Il boom degli anni sessanta e la diffusione dell’automobile, spinge agli esodi di massa, creando i primi giganteschi ingorghi della storia delle vacanze. Le scuole si adeguano a queste esigenze, prevedendo un periodo di vacanza nel proprio calendario e si afferma l’idea di un sosta dalla vita degli affari. Non più solo campagna: grazie soprattutto allo sviluppo delle ferrovie e poi dell’automobile, il mare comincia a entrare nei sogni di molti.
Oggi molte cose sono cambiate rispetto ai ritmi della società di massa e al clima di fiduciosa attesa che accompagnava il tempo del boom. Ritmi temporali diversi, sanciti dalla globalizzazione e consentiti dalle tecnologie erodono l’idea di vacanza come sosta collettiva e comunque la accorciano.
Ma, se diciamo vacanze, continuiamo a pensare a giorni vuoti dal lavoro, dallo studio, dai vari impegni quotidiani, giorni in cui i ritmi possono rallentare, in cui possiamo dormire di più, fare quello che ci pare. La vacanza è anche mancanza di ancoraggi, per questo il primo giorno di vacanza è spesso un po’ nervoso, per questo lo riempiamo di libri, quasi a volere sancire il nostro diritto alla distanza, il diritto ad uno spazio in cui possiamo permetterci il silenzio.
La vacanza riguarda oggi un periodo più circoscritto, per lo più caricato di attese straordinarie. Al ritorno ci preoccupiamo di confermare a noi stessi e agli altri che si è trattato di un periodo felice, esponendo i trofei fotografici, i nostri scatti migliori: tramonti, paesaggi, piedi sul bagnasciuga, serate di festa. I like ricevuti su Facebook ci compenseranno delle code in autostrada, degli inevitabili battibecchi scaturiti da un’inusuale vicinanza, delle eventuali mancanze di servizio, dei piccoli incidenti con le meduse, dei vicini di ombrellone chiassosi.
Il culto delle vacanze nasce con la società di massa che consente maggiori disponibilità economiche, apre culturalmente il diritto a lasciare i ritmi abituali per abitare temporaneamente altri luoghi. Nel tempo, quando la fatica fisica cessa di essere la dimensione prevalente del lavoro, le vacanze rappresentano soprattutto la possibilità di delocalizzarsi, mentalmente e fisicamente, dalla routine. Ben lungi dall’essere solo ozio, si caricano di bisogni di esplorazione, di esperienze, talvolta di raccoglimento o di attività fisica.
Quando la mancanza di lavoro non è forzata, un giorno vuoto da lavoro è un giorno da riempire con un’attività straordinaria e gratificante. Le vacanze sono sacre. Ci si dedica interamente al culto della vacanza, con i gadget e le attrezzature che la moda impone.
Buone vacanze dunque, con l’augurio che rappresentino l’esperienza di uno spazio per sé, un esercizio che potrebbe aiutarci al ritorno a mantenere quel pizzico di libertà in più che prescinde dalle circostanze esterne, ma che deriva dalla conquista di una interiore disposizione alla vacanza. Non coltivare solo “passioni dell’attesa”, come direbbe Spinoza: questo sì che è difficile.

Maura Franchi
Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano: i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand. maura.franchi@gmail.com

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