26 Novembre 2022

Presto di mattina /
L’attesa del vento

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 6 minuti

Avvento: attesa del vento che porta segrete parole

Da lontani orizzonti viene il vento
e scrive parole segrete
su l’erba:
le rimormorano i fiori
tremando nelle lievi
corolle.

Tu venivi fra noi, col tuo tormento
tutto chiuso negli occhi: avevi un viso
bianco e ridente, come di fanciullo.
Ci chiamavi fratelli, ma nessuno
conosceva il tuo pianto;
ci parlavi di luce, ma nessuno
si sbiancava nel volto.
Tu venisti fra noi quando eravamo
ancora delle gemme scure, informi,
chiuse accanitamente.
E quando il lavorìo della tua fiamma
già snidava le nostre anime in boccio,
non ritornasti più. Furono giorni
attutiti di nebbia,
giorni color d’opale e d’ametista,
grigi vezzi di lacrime.

Milano, 16 ottobre 1929
(Antonia Pozzi, Parole. Tutte le poesie, Àncora, Milano 2015, 185; 308).

Mani di levatrice sono le mani del poeta, come di chi annuncia la Parola. Levatrice di parti difficili, di chiuse parole, di larve di parole, di parole da snidare, caparbiamente chiuse.

È come un far rinascere nel presente, con l’annuncio, mormorando tremanti, la prossimità di Dio e il suo futuro. Perché così è il vangelo: un già e non ancora; piccola speranza come la semente della senape caduta nella terra, mite lievito nella molle e informe pasta. Ma pure crescendo e lievitando, è una parola che non passa; anzi che passa sempre, oltre tutte le parole che vorrebbero imprigionarla, rifiutarla, negarla.

Una fedeltà di parola, una parola data che non si ritrae più. Parola abbreviata nei vangeli eppure nulla può limitarne l’annuncio, la semina, la crescita, il camminare verso la meta, che è il cuore umano, portando frutto.

Ostinazione di un amore irrevocabile, spazio sicuro, solida cengia sullo strapiombo dell’insensatezza; fondamento di una stabilità irremovibile cui ancorarsi nella quotidianità frammentaria e fragile, tumultuosa e fluttuante del nostro presente.

Una parola inesausta: ancora sempre un passo avanti che dischiude all’oltre, ma che segretamente ritorna vicina anche solo nelle nostre parole, quelle più vere rivolte agli altri, e in quelle dei poeti pure, anche quando non l’attendiamo o non speriamo più nel Suo ritorno («non ritornasti più»).

Proprio nei giorni resi muti dalla nebbia e silenti – «giorni color d’opale e d’ametista, grigi vezzi di lacrime» − proprio allora sentiremo ancora il vento, scrivere per noi parole segrete da lontani orizzonti che annuncia il Veniente.

Il vangelo, il giornale, la poesia

Nei primi anni in cui ero parroco avevo imparato dal teologo e pastore riformato Karl Barth (1886-1968) a «tenere in una mano il vangelo e nell’altra il giornale». Il che significa tenere insieme e far incontrare l’annuncio di una buona notizia con coloro che attendono buone notizie, così rare da trovare nei giornali.

Sempre in quegli stessi anni continuavo tuttavia a avvertire che questa strategia non era sufficiente. E così, zoppicando, sono andato, come a tentoni, tra gli scaffali delle biblioteche, questuando poesie e storie da mettere a mo’ di passerelle tra il vangelo e il giornale, per fare di coloro che ascoltano dei contemplativi e dei profeti.

Papa Francesco parla della poesia come l’ingrediente per comunicare bene il buon annuncio: «Quando a una persona manca quella dimensione poetica, manca la poesia, la sua anima zoppica». La poesia scaturisce dalla capacità di ascolto: «se oggi c’è povertà di poesia, non è perché sia venuta meno la bellezza, ma perché è venuta meno la nostra capacità di ascolto».

Poesia, compagnia e guida d’Avvento anche quest’anno. Non solo perché sono in poesia gli inni liturgici, l’annuncio dei profeti, la preghiera dei salmi, il Cantico dei cantici, il Magnificat di Maria: il vangelo stesso è poesia e questa, come il vangelo, è una continua interrogazione del silenzio e dell’espressione del sentire umano che cerca e trovando non smette di cercare ancora; ricettacolo e scrigno pure di parole e significati infiniti: un vangelo nascente dal silenzio e dal desiderio degli uomini e delle donne.

Con Mario Luzi dico allora che la poesia è luogo “di misteriosa salvezza”: attesa di nuova natività. Mario Luzi trova nel dire poetico l’estrema concretezza della parola. Basti dire che il Poeta, non diversamente da Gesù nel vangelo, parla in prima persona, non in astratto:

«Basterebbe vedere come arruola i suoi fedeli, i suoi discepoli: sono due, tre parole e basta. La sua vittoria è immediata e qualche volta assomiglia a una rapina, perché effettivamente porta via le persone, porta via dietro di sé i titubanti, oppure gli incerti senza dare respiro».

E parla con assolutezza Gesù nel vangelo, perché è la sua stessa vita messa in parola: parola fatta carne, verità nella vita, la sua che fa spazio e accoglie la verità racchiusa in ogni vita. Ma non è così anche del poeta? Non è così di ogni uomo quando, senza saperlo, narra con la sua vita come fa la poesia?

Il Vangelo è Poesia: fa sentire vivo il mondo

«Il dramma del Vangelo che uccide per dar vita, si ripete in ogni vero poeta che deve far giustizia di tanta lettera morta perché lo spirito trionfi: nell’ideazione, nell’espressione. Nella parola dunque che è testimone non del Creatore e del Padre, come nel Vangelo di Gesù, ma della creatura; mentre comune è l’amore dell’uomo.

Non sto ora a dirvi altro, dico che in fondo tutta la poesia moderna, che sia veramente moderna, che non sia un “opus oratorium” che può vivere anche di altri ingredienti, ma sia invece una caccia alla verità, un inseguimento della verità, – perché questo è la poesia moderna da Baudelaire a Hölderlin – non potrebbe prescindere dal Vangelo, non solo da parte del Manzoni, faccio per dire, che è un cattolico, che quindi ha elevato il Vangelo a sua norma, ma anche da Leopardi che diceva di non essere credente.

Ma non essere credente era anche questo un acquisto interno a questa spiritualità; e così fino a noi. Il Vangelo è poesia esso stesso nel senso di “poiesis” che crea l’esigenza di pensieri, crea pensieri nuovi, esalta l’esistente e l’essente nello stesso tempo. Fa sentire così vivo il mondo, così drammatico; ed è poi il paragone, manifesto o subiacente, di tutto quello che in questo campo si fa nell’ideare o nel dibattere moderno» (Poesia come interrogazione e silenzio, luogo di misteriosa salvezza, in Il Regno/Attualità, 22/2004, 15/12/2004, 731).

Avvento: l’infinita speranza di un ritorno.

Le montagne, così care ad Antonia Pozzi, al suo sguardo «occupano come immense donne la sera/ sul petto raccolte le mani di pietra/ fissan sbocchi di strade, tacendo/ l’infinita speranza di un ritorno». Esse vedono la confluenza, lo sfociare o l’immettersi di una strada nell’altra, ma non conoscono il loro diuturno e tortuoso percorso, non conoscono la grazia e le sue vie quando si tratta dell’infinita speranza di chi attende l’amato.

Per Bernardo di Chiaravalle, che commenta con ardore contemplativo il Cantico dei cantici e nella Divina Commedia rappresenta la via mistica, unitiva per poter vedere Dio, egli ricorda pure un triplice avvento del Cristo: una venuta nell’umiltà e debolezza umana alla sua nascita; l’altra venuta sarà alla fine della storia non più nell’umiltà ma in una gloria visibile a tutti.

Vi è tuttavia un avvento intermedio, una venuta del Cristo occultata, nascosta, taciuta. È l’incontro per vie misteriose con ciascuno nell’oggi della sua vita: «Ma perché ad alcuno non sembrino per caso cose inventate quelle che stiamo dicendo di questa venuta intermedia, ascoltate lui: “Se uno mi ama, – dice – conserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui (cfr. Gv 14, 23). Ma che cosa significa: Se uno mi ama, conserverà la mia parola? Dove si deve conservare? Senza dubbio nel cuore, come dice il Profeta: «Conservo nel cuore le tue parole» (Disc. 5 sull’Avvento, 1-3).

All’amato che giunge inatteso, ad un tratto, la sera

Tu sei tornato in me
come la voce
d’uno che giunge,
ch’empie a un tratto la stanza,
quando è già sera.
Qui c’era
soltanto il peso
delle ore irrigidite
in grigiore di pietra,
il passo lento
dei fossati in pianura
sotto nudi archi di pioppi. C’erano
al termine delle case
le povere strade
di novembre, straziate di solchi

Allora sei tornato
tu – in me –
come la voce
d’uno che giunge,
che nessuno più attende
perché è già sera.
Sei ritornato in me
come un fedele
stormo di rondini
che riappendon nidi
al tetto oscuro del cuore.
Sei ritornato come uno sciame
d’api che cercano
i loro fiori – e indorano
l’orto nativo.
Ora nell’orto io sento
crescere i nuovi
miei fiori per te. Sento spuntare
sui pascoli, dove
la neve si è sciolta,
gli anemoni gialli
e dal suolo del cielo
le stelle – che a quelli somigliano –
le stelle – dopo che il gelo
del vespro è scomparso
e la notte è la terra feconda –
il monte
primaverile
di Dio.

6 novembre 1933
(Antonia Pozzi,  Montagne e All’amato, in Parole. Tutte le poesie, Àncora, Milano 2015, 259; 144; 308).

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