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Migranti, oltre mille arrivi in un giorno.
Parte la campagna razzista delle destre

 da ANBAMED

Oltre mille arrivi in un giorno nei porti siciliani e calabresi. Sono partiti dalla Tunisia e dalla Libia. Un peschereccio alla deriva con oltre 600 migranti è stato soccorso, a circa 124 miglia dalla Calabria, da una nave mercantile, da tre motovedette della Guardia Costiera e da un’unità della Guardia di Finanza. A bordo del peschereccio sono stati rinvenuti anche cinque corpi privi di vita. 674 in totale le persone tratte in salvo – alcune recuperate direttamente dall’acqua.

I migranti sono stati trasbordati sulla nave Diciotti della Guardia Costiera, presente nell’area del soccorso.
A Lampedusa invece sono arrivate piccole barche e gommoni per un totale dii 522 persone di varie nazionalità, provenienti da Zarzis (Tunisia) e Zuwara (Libia).

In contemporanea è partita la campagna elettorale razzista delle destre, sulla pelle degli ultimi.

 ANBAMED Notizie dal Sud Est del Mediterraneo27w.facebook.com/ReteAntirazzistaCatanese)

TERZO TEMPO
Mo Farah racconta la verità sul suo passato

Stasera andrà in onda sulla BBC un documentario in cui Mo Farah, il più vincente maratoneta e mezzofondista britannico, racconta la verità sul suo arrivo nel Regno Unito dall’Africa. Il 39enne inglese fa quindi chiarezza sulla sua infanzia e sulla sua adolescenza, smentendo quelle ricostruzioni dei fatti che lui stesso aveva raccontato, sia alla stampa che alle persone a lui care.

Secondo tali ricostruzioni, nel 1991 i genitori di Farah lo avrebbero mandato in Inghilterra per garantirgli un futuro migliore. La verità è che non furono i suoi genitori a decidere: suo padre fu ucciso durante la guerra civile somala quando Farah aveva all’incirca 8 anni, e di lì a breve la famiglia si divise. Una volta raggiunto il Gibuti assieme a sua mamma e ai suoi fratelli, Farah fu avvicinato da una donna con la quale non aveva alcun rapporto di parentela e che non aveva mai visto prima.

Quest’ultima gli promise di portarlo a vivere da dei parenti in Europa, ma in realtà lo introdusse illegalmente in Inghilterra dandogli una nuova identità: non più Hussein Abdi Kahin – che è quindi il suo vero nome – bensì Mohamed Muktar Jama Farah, dati anagrafici peraltro rubati a un altro bambino. Nel documentario Farah racconta di aver lavorato più o meno come domestico in casa di una coppia di Londra per qualche anno, finché, con l’inizio della scuola, le cose iniziarono a cambiare.

Stando alle parole della sua tutor Sarah Rennie, il 12enne Mo Farah che si presentò al Feltham Community College aveva una scarsa conoscenza della lingua inglese ed era piuttosto disorientato. Fu quindi accolto e seguito con particolare attenzione dal corpo docente, specialmente dall’insegnante di educazione fisica, il quale fece in modo che lo stesso Farah fosse affidato a una famiglia di origine somala residente a Londra.

Ciò che accadde dopo l’inserimento scolastico è storia: sei titoli mondiali nei 5000 e nei 10.000 metri piani, le medaglie d’oro a Londra 2012 e a Rio 2016, record europei e mondiali nelle suddette specialità e le onorificenze ricevute dai reali britannici. Adesso, grazie a questo documentario, Mo Farah dice di essersi tolto un gran peso dallo stomaco e di averlo fatto soprattutto per i suoi figli; inoltre, spera che il suo racconto possa essere d’ispirazione e di conforto per le persone che hanno vissuto la sua stessa esperienza.

Celati forever (10):
L’incanto greve di cui parlano i Gamuna

 

I GAMUNA

I Gamuna dicono che l’incanto greve “ti attira verso il ta“: parola che per loro indica il “questo” (ta) dove l’individuo è piantato. Il ta è insieme l’incanto del vivere e l’uomo piantato nella terra, con la polvere che lo avvolge, con i suoi sogni e la deriva dei sogni, con il suo modo d’essere nella grande allucinazione del mondo. Inoltre loro vedono questo incanto del vivere come un tremolio delle cose che si stanno sfaldando nell’afa delle stagioni calde, o tra i barbagli della polvere che invade l’aria marzolina. Oppure lo vedono nelle cose che sono destinate a sfaldarsi, disfarsi e crollare per l’attrazione di tutto verso il basso. Così si crea attorno alla città una bolla di aria tremolante in cui tutto, dicono, diventa “stupido come un cencio” (pertuma bin), tutto greve e insignificante. Ed è questa atmosfera che dà la voglia di crollare a terra, per ritrovarsi nel proprio “questo” (ta), nel “questo qui ora” (ta muna ti), come quando si va nel sonno.
[…]
L’incanto greve di cui parlano i Gamuna non è altro che la forza di gravità, da loro descritta come l’incanto del vivere, perpetuo e irresistibile. Di questo gli adulti non amano parlare, ma s’intendono attraverso certe immagini. Ad esempio: qualcuno posa lo sguardo su una ragnatela e la vede tremolare per un colpo di brezza; oppure alza gli occhi a guardare le nuvole e le vede sfilacciarsi nel vento; oppure si fissa su una crepa nel muro e vede che si è allargata rispetto a ieri; oppure contempla una goccia che pende da una grondaia ed è sul punto di cadere. In questi casi, un adulto prova il sentimento del disfarsi, del cedere di tutte le cose lentamente o all’improvviso. Allora lui comincia a pensare al suo amico Donghi, al cugino Wanghi, a suo zio Fonghi, e sente che la rete di abitudini che li ha uniti è destinata a sfaldarsi per via della forza irresistibile che trascina tutto verso il basso. Ecco l’incanto del vivere, come un sogno sospeso sopra l’abisso di centomila ripetizioni, frusciante tra suoni lievi e improvvisi sfasci
[….]
C’è un altro aspetto di quell’incanto, che solo i profeti gamunici sanno dire in modo melodioso. Bonetti rende appena l’idea. Col sentimento dell’incanto greve, l’avvenire non è più là davanti che ti aspetta, dicono, ma ti avvolge all’intorno in tutte le cose. L’avvenire si vede dovunque come un’onda che viene e ti trascina, ma spazza anche via l’altalena di speranze e timori, perché avvolgendoti ti guida e ti culla con la “dolcezza del tremolio” (ouina ki truntrun). Quella è la dolcezza delle epoche mute, la dolcezza dell’inizio dei tempi, quando c’era solo l’alta cupola del cielo e nessuno sapeva di essere capitato in un’allucinazione.

Gianni Celati, Fata morgana, Milano, Feltrinelli, 2005

Per leggere tutti i testi di Gianni Celati su questo quotidiano, clicca [Qui]
Puoi visitare l’esposizione NEL MIO DESTINO DI DISAVVENTURE PERPETUE: OMAGGIO A GIANNI CELATI presso la Biblioteca Bertoldi di Argenta fino al 31 gennaio 2022.

“L’altro piano”
intervista ad Antonio Facchiano sul suo romanzo

 

L’altro piano di Antonio Facchiano, (Graus Edizioni) è un thriller che racconta la storia di un uomo coinvolto suo malgrado in un ricatto di predoni ai danni di una Onlus che raccoglie bambini soli e malati. Sullo sfondo la carenza di organi da trapianto e il traffico clandestino di organi e di esseri umani, la determinazione di chi, da solo o in gruppo, combatte questi traffici quotidianamente, e le sofferenze di chi ne è vittima.
È possibile considerare L’altro piano un ‘giallo religioso’? E secondo te esiste un genere che possa essere così definito?

In L’altro piano la componente religiosa è importante ma credo non sia quella predominante. Direi che è soprattutto rappresentato il mondo del volontariato, che collabora spesso con quello religioso ma ha una sua completa autonomia. Il volontariato è a stretto contatto con le povertà e le difficoltà esistenziali, ed è poco presente nel panorama letterario pur essendo una possibile fonte di ambientazioni e storie umanissime, molto coinvolgenti. Nel libro compare il sentimento del tempo che passa malgrado tutto. Compare la pietà verso i ‘cattivi’, che hanno, a dispetto della loro evidente malvagità, caratteristiche nascoste di umanità. In qualche punto può essere presente un riferimento al thriller di ambientazione religiosa di Dan Brown o ai complotti raccontati da Umberto Eco ne Il nome della Rosa, ma ho cercato di armonizzare le diverse componenti in una maniera originale.

Quali sono i diversi significati del titolo del romanzo?

Nel libro i protagonisti mettono a punto un piano per non cedere al ricatto dei predoni africani; ma nel corso della storia si scopre che i piani sono almeno due. Ecco perché ‘L’altro piano’.Tuttavia, nel titolo si fa anche riferimento alla molteplicità dei possibili piani di lettura. C’è il piano di lettura puramente investigativo con i suoi colpi di scena, ma a ben guardare c’è anche il piano della denuncia, che riguarda il traffico di organi; poi c’è il piano più introspettivo che riguarda il sentimento solitario di impotenza di fronte al male, ma anche il piano contrapposto a questo, in cui è protagonista il coro di volontà diverse orientate verso un obiettivo comune. Il coro, il lavoro di team, l’unione di volontà e competenze diverse allargano in maniera imprevedibile i limiti della possibile efficacia contro il male. Nel libro è raccontato anche un coro musicale assolutamente inedito. In più di un punto si racconta il potere della musica sull’animo umano. Inoltre, mi sono divertito ad inserire piani aggiuntivi che lascio scoprire al lettore attento.

Perché il nome di Tommaso per il prete?

La scelta dei nomi non è stata casuale. I nomi hanno un ruolo evocativo e in qualche caso questo ruolo è più evidente.Tommaso è il discepolo incredulo di Gesù, raffigurato dal Caravaggio con una mimica che a me ricorda maggiormente la curiosità piuttosto che la incredulità. E forse proprio per il suo carattere di curiosità, Tommaso mi ha sempre ispirato simpatia. Tommaso è un nome legato a grandi personaggi come Tommaso D’Aquino, Tommaso Campanella. La doppia labiale ‘mm’ di Tommaso e la doppia labiale ‘pp’ di Filippo si adattano al carattere forte e determinato dei due protagonisti maschili; forza e determinazione che nella protagonista femminile sono descritte dall’origine mitologica del nome Diana, dea della caccia e simbolo della Luna. Infine, ‘Tommaso’ in aramaico significa ‘gemello’ e questo ha un potere evocativo molto forte per me, che sono gemello.

Leggendo ho pensato all’inizio di Nero come il cuore’di De Cataldo, poi, procedendo nella lettura, la tematica che emergeva mi ricordava alcune opere di Dostoevskij. 

Ho cercato di raccontare una storia basata su un tema principale (denuncia del traffico di organi) associato a temi universali presenti nella letteratura di tutti i tempi (lotta contro il male, relazione genitore-figlio). Tuttavia, nell’intreccio compaiono altri temi (ad esempio, la ricerca del senso da dare alla propria vita) che rappresentano ulteriori spunti di riflessione e stimolano l’attenzione del lettore. Sin dall’inizio per me era chiaro che non volevo scrivere solo un romanzo giallo; volevo invece scrivere un giallo che restasse nel cuore e nella memoria del lettore, che lo coinvolgesse emotivamente. La scrittura di molte pagine mi ha sinceramente emozionato e sarebbe bello se riuscissi a trasferire al lettore quelle emozioni.

A proposito dell’Africa non ho potuto evitare di pensare anche a Cuore di tenebra di Conrad. Ma forse le tue fonti di ispirazione non sono tanto di natura letteraria ma piuttosto legate alla tua professione di medico/ricercatore. È così?

L’ambientazione africana è legata ai riferimenti espliciti alle diverse sofferenze nelle periferie del mondo. Le mie fonti di ispirazione provengono in parte dalla mia professione di medico e di ricercatore nel campo della farmacologia dei tumori. Il mio lavoro è cercare i punti deboli del ‘sistema tumore’ da attaccare con le armi che abbiamo e con nuove armi che stiamo costruendo, per aumentare la nostra capacità di riconoscere il tumore precocemente e per ridurne la aggressività. Nella storia de L’altro piano si parla di cancri non meno pericolosi, che possono essere affrontati con la stessa astuzia e determinazione e con simile coordinazione di competenze diverse. Tuttavia, ho tratto spunti anche dalla mia attività di volontariato presso associazioni e Onlus che si occupano della lotta alla sofferenza e di aiuto a chi è in difficoltà. Ho tratto spunti dalla realtà che quotidianamente ci circonda ed è colma di storie intensissime che spesso passano inosservate. In un punto del libro il protagonista dice: “I romanzi sono pieni di storie finte che ci piacerebbe fossero vere, e la realtà è piena di storie vere che ci piacerebbe fossero finte“.

Qual è il personaggio a cui tieni particolarmente e perché?

Pur essendo questa storia per nulla autobiografica, mi sento particolarmente vicino ai personaggi coinvolti come genitori, Filippo, papà di Giacomo, e Lars e Lucy, genitori di Robin; capisco i loro drammi e condivido le loro paure e le loro speranze. Tuttavia, mi rispecchio un po’ anche nel ricercatore Grossi, che è in parte quello che mi piacerebbe essere professionalmente, e mi piace molto anche il cardiochirurgo Glambert, che salva le vite con le sue mani agilissime. Inutile sottolineare che sono affascinato dalla protagonista femminile Diana, ingenua ed entusiasta come solo i giovani sanno essere.

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
costruiamo il nostro Impero (V Parte)

La concorrenza italiana alla dominazione britannica nel Mediterraneo si concretizza in modo vistoso negli anni Trenta: con il possesso nord orientale delle isole del Dodecanneso e con il controllo dell’Albania, l’Italia poteva controllare l’accesso nel Mare Adriatico trasformandolo in un proprio lago interno e in Africa, dalla Tripolitania, l’Italia poteva minacciare tutto il bacino del Mar Rosso.
In Palestina ed in Egitto, così come in Iraq, la propaganda fascista sobillava e affiancava i nazionalisti anti-inglesi.
Alleanza in Europa e competizione nel Mediterraneo e nel Mar Rosso: dalla concordia-discordia dei primi anni Trenta, all’atto finale della seconda guerra mondiale in Africa: l’anacronismo della politica estera fascista e la violenza dell’impresa coloniale.

E’ in questo contesto che nasce l’impresa abissina, le cui motivazioni vanno ricercate  in molteplici fattori: in primo luogo, è stata un’impresa che, secondo il Duce, doveva portare, con la creazione di un Impero, a un accrescimento del prestigio italiano nel contesto internazionale; in secondo luogo aveva una ragion d’essere nella volontà mai celata di vendicare la vergognosa cicatrice, come l’aveva chiamata D’Annunzio, della  sconfitta ad Adua nel 1896 (“the shameful scar as D’Annunzio had called it, of their defeat ad Adowa in 1896” (E.M. Robertson, “Mussolini as Empire Builder”, New York,  St. Martin Press, 1977); in terzo luogo, essa nasce dalla convinzione che in modo pacifico l’Inghilterra non avrebbe mai acconsentito ad un accrescimento del ruolo mediterraneo e mediorientale italiano e che quindi era necessario forzarle la mano, per ottenere che acconsentisse ad un’amichevole ridefinizione dei rispettivi interessi nel Mediterraneo, per giungere insomma a quell’agreement mediterraneo che avrebbe dovuto sancire l’inizio di una nuova era della politica estera italiana; in quarto luogo Mussolini decise l’impresa sulla base di motivazioni interne, più di carattere propagandistico -per rinvigorire la spinta ideale del fascismo, ormai esaurita sotto il profilo del rinnovamento sociale- che non economico.

Pare, a questo riguardo, di poter asserire che il progetto fascista comportasse per sua stessa natura il progetto della costruzione di un Impero: era e si dimostrò imperialista già dalla sua base ideologica. Le dichiarazioni di Mussolini, Dino Grandi; Guariglia, Italo Balbo e Federzoni, nel corso degli anni successivi alla marcia su Roma, sono numerose, e tutte portano a concordare sulla volontà fascista di costruire un Impero. Anche se la categoria classica dell’imperialismo in questo caso non è del tutto appropriata, dato che non lo si intende come una diretta derivazione di istanze contenute nello stato borghese precedente al fascismo, pare che Valette colga nel segno quando afferma: “Realizzare lo stato fascista nel senso pieno del termine significava creare un impero … l’espansione era necessaria per il fascismo” (“réaliser l’état fasciste au plein sense du mot signifiait créer un Empire… l’expansion était necessaire au Fascisme” (J. VALETTE, “Problèmes des relations internationales 1918-1949”, Paris, SEDES).

L’aspetto del prestigio internazionale, al di là delle motivazioni economiche, demografiche e psicologiche interne al regime, riveste un ruolo fondamentale. Probabilmente fuori tempo, anacronisticamente e senza considerare la mutata situazione internazionale del ‘900, nel 1935 l’Italia cerca quel “posto al sole”, che nel pensiero fascista le spetta di diritto, in una comunità internazionale che è ampiamente imperialista e razzista fin dal secolo precedente. Una conquista coloniale rappresenta indubbiamente agli occhi di Mussolini un traguardo di prestigio a cui l’Italia non può rinunciare. L’espansione è una necessità per il fascismo: affermarsi come grande potenza, esportare il modello fascista in Africa, creare un Impero che assicuri prosperità e rispetto alla madrepatria, è questo l’obiettivo della politica mussoliniana.

D’altronde, Pino Rauti, facendosi interprete del progetto fascista quale poteva essere nel 1935 scrive: “Etiopia quindi … , come liberazione da antichi complessi di inferiorità, come “spazio” anche psicologico e mentale da offrire alle nuove generazioni, come strada ai bordi della quale c’era il problema, difficile ma affascinante, della nostra presenza in tutto il Mediterraneo e al cui termine si profilava lo sbocco grandioso di una impresa da usare come test rivoluzionario per l’intero continente nero.

Là volevamo radicarci da grande potenza, radicandovi milioni e milioni di connazionali… E vendicare anche gli smacchi subiti prima, in quell’Africa verso la quale avevamo guardato tante volte ma senza mai riuscire a mettervi più di un timido piede, sempre pronto al dietro-front, e nella rivalsa delle sconfitte patite in malo modo, affrancarsi per sempre da tanti stati d’animo di inferiorità, da frustrazioni e complessi che dipingevano l’antica immagine dell’”Italietta” e dell’italiano eternamente con le pezze dietro, in giro a buscarsi per il mondo il pane, come una razza inferiore o incapace, o capace solo di prestazioni subordinate. Poesia? Retorica? Sogni? La storia vive anche di questo….” (P. RAUTI – R. SERMONTI, “Storia del fascismo” Vol. V, ROMA, CEN, 1977).

Sembra plausibile che in un’ideologia spiccatamente nazionalista e darwinista, quale quella fascista, rientrasse il progetto della costruzione di un Impero come affermazione decisiva della potenza nazionale. È chiaro che tale progetto rientra in una concezione geopolitica che vede l’espansione della potenza di una Nazione in senso prettamente spaziale. E questo era stato intuito dallo storico che più di ogni altro ha significato un punto di riferimento per i suoi successori: Gaetano Salvemini. Egli infatti, nella sua interpretazione della politica estera fascista come pura improvvisazione a fini propagandistici interni, aveva individuato prontamente ed in modo corretto che la “filosofia della violenza, il culto della guerra e la deificazione dello stato con il suo “fanatismo nazionalista”, la militarizzazione del sistema educativo ed il rifiuto di ogni forma di collaborazione internazionale, interpretata in chiave piuttosto social-darwinista quale lotta di tutti contro tutti… fascismo alla lunga, avrebbe significato guerra” (cit. da J. PETERSEN, La politica estera del fascismo come problema storiografico, Storia Contemporanea, III, 1972).

Non stupisce se durante il conflitto vi furono quindi vari episodi in cui i soldati italiani agli ordini di capi militari fascisti vennero più volte accusati dalla comunità internazionale di uso di armi proibite, quali le pallottole dum dum o gas ed agenti chimici quali l’iprite, e se dopo tanti anni siano ancora in fase di indagine storica e militare le efferate atrocità contro le popolazioni civili, verso le quali non si nutriva alcun rispetto umano, in quanto razza inferiore.

È triste, ma anche questo è stato il fascismo, e questo il risultato della sua politica e della sua cultura.

Nota:
“Alla conquista economica dell’Impero”, da cui sono tratte le immagini nel testo e la cover di questo articolo, è un gioco di tracciato con 95 caselle, variante del classico gioco dell’oca. Edito nel settembre 1937 dalle Officine dell’Istituto Italiano di Arti Grafiche Bergamo per celebrare la conquista dell’Etiopia e la Fondazione dell’Impero.

Leggi la Prima Parte [Qui], la II [Qui],la III [Qui], la IV [Qui]

INTERVISTA ESCLUSIVA al Prof. Giovanni Gugg, Antropologo dei Disastri
“Dentro l’Emergenza dovremmo ripensare tutto: politica e relazioni sociali”

Giovanni Gugg
Giovanni Gugg

In piena crisi da coronavirus è difficile poter fare delle previsioni su cosa potrà aspettarci dopo, soprattutto quando l’emergenza sanitaria non sembra arrestarsi. Abbiamo però provato a dare uno sguardo alla realtà diverso e per farlo ci siamo affidati a Giovanni Gugg, esperto di “Antropologia dei disastri” e docente di “Antropologia Urbana” presso il dipartimento di ingegneria dell’Università di Napoli “Federico II, il quale vive, però, a Nizza, nel Sud-Est della Francia.

Primo punto: com’è la situazione in Francia?
Dal punto di vista sanitario, in Francia la situazione è quella dell’Italia una decina di giorni fa: oggi, 20 marzo, i casi di persone positive al Covid-2019 sono 12.612, grosso modo quante ne aveva l’Italia l’11 marzo (12.462; oggi ne ha 47.021, con un raddoppio ogni 4-5 giorni).
Dal punto di vista politico-sociale si è in ritardo e si sono compiuti errori gravissimi: la Francia aveva a disposizione l’esperienza italiana, ma l’ha ignorata o sottovalutata per molto tempo, addirittura confermando il primo turno delle elezioni municipali, il 15 marzo, per poi, già il giorno successivo, decidere di rinviare a data da destinarsi il ballottaggio, dinnanzi alla scarsissima affluenza degli elettori. Da domenica 15 sono chiusi i locali pubblici, da lunedì 16 le scuole e le università, da martedì 17 c’è la quarantena, da venerdì 20 – almeno a Nizza – c’è il coprifuoco dalle ore 23 alle 5 del mattino: è vietato uscire, se non per emergenza.

Com’è vista la situazione italiana dai nostri cugini d’oltralpe?
Nel giro di pochi giorni lo sguardo francese sull’Italia è cambiato radicalmente: fino a una settimana fa era piuttosto sostenuta l’idea che l’estensione dell’epidemia in Italia fosse dovuta a un lacunoso sistema sanitario e a scelte governative errate. Giusto una settimana fa, un opinionista in tv ha bollato il caso italiano come una “tragedia teatralizzata”. In realtà erano paraocchi con cui evitare di guardare quel che stava accadendo nella stessa Francia, così come in Spagna e in altri Paesei d’Europa: tutti gli esperti di epidemiologia e di statistica ripetevano che ovunque il contagio avanzava ad enorme velocità, eppure si è scelto di attendere, al punto di mantenere le elezioni, come dicevo. Anche per questa ragione io e il giornalista Marco Casa, con cui gestisco “Radio Nizza – Italiani in Costa Azzurra”, un sito di informazione locale e podcast, abbiamo deciso di pubblicare ogni giorno una sorta di newsletter sulla situazione sanitaria in Francia; stiamo finendo la terza settimana di bollettini quotidiani, quindi abbiamo seguito la situazione ben prima della quarantena. La percezione pubblica sulla serietà dell’infezione è cresciuta con i giorni, infatti ora verso l’Italia c’è attenzione profonda: si copiano i decreti del governo Conte e, in qualche caso, li si applica in maniera ancora più stringente, come anche i provvedimenti in campo economico.

Secondo lei Macron sta facendo abbastanza?
Quel che adesso sta facendo il presidente Macron è tentare di recuperare una situazione che probabilmente poteva essere meno grave se avesse avuto maggior coraggio o determinazione, una settimana prima. C’è da dire, però, che per quanto in Francia il capo di stato abbia molto potere, vi è comunque una negoziazione politica come in qualsiasi democrazia europea, per cui, secondo dei retroscena giornalistici, pare che lui volesse rinviare le tanto contestate elezioni municipali, ma che le minoranze si siano fortemente opposte, pretendendole. In ogni modo, è chiaro che la responsabilità prevalente è del presidente, il quale poi ha pronunciato un paio di discorsi alla nazione molto potenti e solenni, ripetendo più volte che quella in corso è una vera e propria “guerra sanitaria”.

Cosa ha pensato allo scoppio dell’epidemia in Italia?
Seguivo l’epidemia con particolare cura fin dalle prime notizie in Cina, non solo attraverso le fonti ufficiali o i giornali più autorevoli, ma anche seguendo gli aggiornamenti di alcune persone specifiche, come Ilham Mounssif, ambasciatrice culturale in Cina che su Instagram racconta ancora oggi il suo quotidiano, oppure dialogando con un dottorando di mia moglie, che è originario proprio di Wuhan. Pertanto, quando l’epidemia è arrivata in Italia mi sono preoccupato immediatamente e ne ho parlato subito in famiglia, agli amici e ai miei studenti. Certo, però, non immaginavo che in qualche settimana l’intero Paese potesse essere chiuso in quarantena perché non si riesce in nessun altro modo a contenere i contagi.

Lei è un antropologo esperto anche del continente africano: ora il Congo è in emergenza per il morbillo, cosa prevede possa accadere se dovesse diffondersi anche lì il coronavirus?
La Repubblica Democratica del Congo è un Paese immenso e di estremo interesse, che dovremmo osservare con rispetto anche per imparare ad affrontare crisi sanitarie gravissime. Attualmente vi sono almeno tre urgenze mediche in corso: il colera, il morbillo e la poliomielite. Si tratta di epidemie concentrate in alcune province, ma dove la precarietà delle infrastrutture, la povertà e la violenza accentuano in maniera indicibile le difficoltà e il dolore. Tuttavia, come dicevo, molti Paesi dell’Africa potrebbero insegnarci la caparbietà e la speranza, la resilienza e la resistenza. Agli inizi di marzo, ad esempio, è stata dimessa l’ultima paziente in cura per ebola nella Repubblica Democratica del Congo, un’epidemia terribile scoppiata un anno e mezzo prima; ora si è in attesa che passino 42 giorni senza nuove infezioni per dichiarare conclusa l’emergenza. Per quanto riguarda il covid-19, invece, bisogna dire che è già arrivato in Africa, generalmente portato da europei asintomatici, e se dovesse diffondersi sarebbe una tragedia difficile da contenere.

Molti pensavano che sarebbe arrivato proprio dall’Africa in Italia, non è stato così. Cosa pensa al riguardo?
Quelle sono state speculazioni vergognose messe in circolo da imprenditori politici della paura, personaggi senza argomenti se non quello dell’odio e senza altro interesse se non il consenso. Tra i primi effetti del nuovo coronavirus c’è stata un’esplosione xenofoba, prima contro i cinesi, poi, appunto, contro gli africani e, in genere, i migranti. Si tratta di una forma di strumentalizzazione piuttosto nota: sono anni che certi ambienti mettono in circolo paure immotivate – negli ultimi anni, ad esempio, in merito alla scabbia e all’ebola –, puntualmente smentite dai controlli sanitari che i migranti ricevono alla frontiera.

Può spiegarci cos’è la “antropologia dei disastri”?
È una branca specifica dell’antropologia culturale, con cui si osserva e analizza il disastro in quanto processo sociale. In altre parole, ponendo attenzione sull’emergenza, cioè su un evento che irrompe nella vita sociale e ne interrompe il flusso regolare, si scorgono i tratti più autentici della normalità, gli elementi più strutturali dell’ordinario. Le crisi, per quanto devastanti e logoranti, sono dei momenti che svelano e, pertanto, che insegnano. Gli scienziati sociali (non solo antropologi, ma anche sociologi, storici, geografi umani…) che si occupano di disastri si focalizzano sulle responsabilità, sulle retoriche, sulla gestione, sulla visione messa a nudo dagli eventi drammatici, come sismi, eruzioni, inondazioni, incendi, frane… o, come nel caso che stiamo vivendo, epidemie e pandemie.

Tutto questo, come cambierà la nostra realtà?
Le crisi profonde mettono in gioco dei rapporti di potere, e una malattia come quella causata dal nuovo coronavirus, insinuandosi nelle maglie del sociale, può far vacillare la legittimità e l’autorità del potere. Storicamente, questo è avvenuto spesso proprio in occasione delle epidemie. Nella nostra società del XXI, la pandemia covid-19 sembra aver fatto svanire l’illusione di onnipotenza a cui il progresso tecnologico e scientifico ci avevano abituati (anche in campo medico); forse era un delirio collettivo, ma certamente non eravamo preparati ad un impatto simile. Anche per le ricadute economiche che il blocco di gran parte del mondo industrializzato sta subendo, è verosimile pensare che quando questa crisi passerà, molte cose saranno cambiate e cambieranno anche su altri piani, come quello politico interno ai Paesi colpiti, geopolitico tra aree del mondo, macro-economico, sociale e culturale. Il punto è sapere quando questa crisi finirà, perché più sarà lunga, più le misure restrittive adottate nelle ultime settimane incideranno e lo “stato di eccezione” sarà ritenuto una normalità, tra confinamenti e coprifuoco, divieti di jogging e chiusure dei supermercati.

Il professor Marco Aime sostiene che ci saranno tantissimi studi su una situazione nuova ed eccezionale come questa, cosa c’è di nuovo rispetto alle altre epidemie vissute dall’essere umano?
Si, ci saranno molti studi soci-antropologici su questa fase, come ce ne sono stati tanti in Giappone in seguito al disastro di Fukushima o, per stare in Italia, al sisma dell’Aquila (evento che, in effetti, ha fatto crescere molto gli studi antropologici sui disastri). Per noi europei questa pandemia è qualcosa di nuovo nel senso che era almeno un secolo che nel continente non si dovevano affrontare epidemie su vasta scala, come la terribile “influenza spagnola” che tra il 1918 e il 1920 uccise decine di milioni di persone. Certo, in realtà successivamente l’Europa ha avuto molte altre epidemie, anche negli anni recenti, ma non erano generalizzate, perché colpivano soprattutto determinate fasce della popolazione o luoghi molto precisi, come l’aids per gli omosessuali o il colera a Napoli.

Come ci si risolleva da una situazione del genere?
Difficile dirlo in poche battute, consapevole che una crisi complessa deve essere affrontata a molteplici livelli. Innanzitutto è necessario uscire dall’emergenza sanitaria, dunque fermare i contagi e curare al meglio tutti i pazienti, ma poi sarà essenziale rialzarci dalla recessione economica che si sta aprendo sotto i nostri piedi, e quindi sarà importante redistribuire e sostenere. Inoltre bisognerà fare una disanima storica delle politiche sociali in Italia e in Europa, tra tagli e austerità che hanno indebolito il sistema sanitario nazionale, palesemente in difficoltà anche nelle regioni più ricche d’Italia, come Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte. Ciò significa che in Italia andrà ricalibrata la politica sociale e andrà abbassato l’enorme debito pubblico che grava sulla nostra credibilità internazionale. Tuttavia bisognerà agire anche sull’Unione Europea e le sue regole sulla stabilità, costruendo uno spirito solidale che oggi fa fatica ad emergere proprio in occasione delle crisi più gravi. Infine, per il bene della democrazia, sarà necessario fare attenzione ai populismi futuri, cioè al ritorno di movimenti neo-identitari che prosperano sulla paura e alle ciniche semplificazioni di chi farà leva sul malcontento e la frustrazione, ancor più di quanto abbiamo visto nell’ultimo decennio.

I rapporti tra gli esseri umani come cambiano nel durante e nel dopo? Si tornerà ad una normalità?
La normalità è un concetto mobile, il “centro di gravità permanente” cantato da Franco Battiato non esiste e, se esiste, è vero solo per un baleno. La normalità a cui molti fanno riferimento è la nostalgia di uno stato di privilegio goduto solo da una parte della società e che l’epidemia ha scombussolato. La nuova normalità che dobbiamo costruire deve essere necessariamente più equa, perché la sicurezza – come stiamo drammaticamente verificando – è un bene comune: se stanno bene gli altri, stiamo bene anche noi. In questo periodo ci sentiamo disorientati, come dopo un disastro: non riconosciamo i nostri luoghi (vuoti come in un film apocalittico) e non ritroviamo la nostra comunità (smembrata e atomizzata in case che sono sia rifugio che prigione). Ciò è particolarmente vero durante queste settimane di quarantena, perché siamo fisicamente isolati e impossibilitati a incontrarci. È per questo che dai balconi tentiamo di conservare la relazione attraverso cori e applausi. Come detto prima, la questione riguarda il quando: fino a quando queste strategie culturali di controllo dell’ansia saranno efficaci? Gli effetti devastanti del virus cominciano ad avvicinarsi, vediamo la fotografia di una colonna di camion pieni di salme a Bergamo e ci passa la voglia di cantare, diventiamo più cupi e irascibili. La tenuta psicologica in queste condizioni è molto fragile, per cui diventa essenziale trovare nuove modalità di socialità.

Lei è anche un docente “viaggiatore”, com’è cambiato il suo modo di fare lezione?
Si, vivo a Nizza e ho un insegnamento a Napoli, per cui durante il secondo semestre viaggio molto tra queste due città. Ma quest’anno sono riuscito a tenere solo una lezione in aula, poiché subito dopo c’è stata la chiusura in Italia delle scuole e delle università. Immediatamente, però, ci siamo organizzati per via telematica, così il semestre non andrà perduto e gli studenti potranno sostenere gli esami, anche se davanti ad un computer.

È ugualmente valida la didattica a distanza?
Io ho la fortuna di avere un ottimo dialogo con i miei studenti, perché anni fa ho creato un gruppo-Facebook del mio corso e, pertanto, ho continui scambi gli studenti e studentesse. La lezione in diretta streaming, però, mi mancava, quindi c’è voluto un po’ per prendere dimestichezza con questo strumento, ma con la disponibilità di tutti stiamo riuscendo a coprire gli argomenti previsti dal corso. La lezione in aula ha un coinvolgimento maggiore, perché vi si riesce a comunicare anche con lo sguardo e la postura, tuttavia ho l’impressione che gli studenti siano molto consapevoli dell’eccezionalità di questa situazione, per cui si sono posti tutti in maniera molto costruttiva e propositiva.

Come vede il futuro? È preoccupato?
Ho i miei timori, certo. Ho due bambine piccole e dei genitori anziani; ho studenti che mi chiedono se andrà bene… Ed io rispondo a tutti che certamente andrà bene, ma ci vorrà tempo, coraggio, capacità di sopportazione. Dall’inizio dell’epidemia, in Italia si sono avuti 4000 morti; un dato destinato a crescere che non può non mettere angoscia. Eppure non possiamo crollare proprio ora, per cui io stesso mi dico di dover resistere e di non cedere allo sconforto.

le locuste della globalizzazione

A FerraraItalia avevamo inizialmente deciso di non parlare di coronavirus, cosa diventata impossibile con il rapido dispiegarsi del contagio; non lo faremo comunque nelle righe seguenti, se non a mo’ di introduzione.

Fin dall’inizio dell’epidemia, la grande presenza cinese nel continente africano non aveva mancato di sollevare preoccupazioni circa la probabile diffusione della malattia in Africa e i possibili contagi che ne sarebbero potuti derivare anche in Italia, per il tramite dei flussi migratori mediterranei. Una preoccupazione anche comprensibile per quanti non conoscono la reale portata della quantità di spostamenti di persone, che, per i più svariati motivi, si muovono sul pianeta. Ad oggi questo non sembra ancora essere successo, preferendo il signor virus viaggiare in business class aerea, anziché affrontare perigliosi tragitti per deserto e per mare.
In Africa però ci sono – oltre a questo e sperando che l’epidemia non dilaghi anche in quelle contrade – ben più gravi problemi: l’ultimo ci rimanda direttamente alla più nota delle piaghe d’Egitto: l’invasione delle locuste. Miliardi di ortotteri che si riproducono vorticosamente e sciamano divorando tutti i raccolti e le piantagioni che trovano sulla loro strada, mettendo alla fame milioni di persone che già vivono in condizioni di grave povertà. Una situazione assolutamente drammatica, per fronteggiare la quale, i paesi africani coinvolti (Kenya, Uganda, Somalia, Etiopia, Sud Sudan, Congo…) hanno chiesto aiuto urgente agli organismi internazionali. Si tratta di un flagello che, sommandosi ad altre fragilità endemiche, non mancherà di avere effetti anche sui flussi migratori regionali e globali.

Un’ invasione di queste proporzioni (che si sta allargando verso la penisola Arabica, l’Iran già in crisi per il coronavirus e l’Oriente) è fortemente associata al cambiamento climatico che, nell’Africa nera, sta facendo danni gravissimi. Desertificazione, siccità e conseguenti carestie (si pensi a quella tragica del Sahel) sono la conseguenza di un processo globale, che da quelle parti è assolutamente concreto, visibile più che altrove e che va considerato nelle sue conseguenze brutali, a prescindere da quali ne siano le cause (riscaldamento globale dovuto ad attività antropiche, cicli naturali o intreccio delle due).
L’invasione di locuste è resa ancor più drammatica da un situazione demografica in forte mutamento: in Africa l’esplosione demografica è decisamente preoccupante e totalmente fuori controllo: il continente aveva 221 milioni di abitanti nel 1950, 408 milioni nel 1975, 767 milioni nel 2000 e oggi ha superato abbondantemente gli 1,3 miliardi di persone.

Effetti del cambiamento climatico e dell’esplosione demografica richiederebbero azioni di mitigazione e controllo, possibili solo attraverso l’implementazione di politiche ambientali ed agricole, sociali e sanitarie, di vasto respiro e di lunga durata, per evitare che ogni problema diventi una disastrosa emergenza che si affronta sempre in ritardo. Azioni che, oggi, solo degli Stati capaci di esercitare una sovranità ambientale, agricola, alimentare (tema questo carissimo a Carlìn Petrini e al movimento Slow Food), una sovranità economica e politica che possa fungere da solida base anche per la cooperazione internazionale, potrebbero garantire.
In Africa – specialmente nell’Africa sub sahariana – vi è però una situazione ben diversa e colpevolmente sottaciuta: Stati deboli, poveri, in balia di forze esterne, incapaci di imporre regole legittime, governati non di rado da elites corrotte e in troppi casi incapaci di prendersi cura della maggioranza dei propri cittadini. In tale situazione diventa perfino impossibile trovare i 140 milioni di dollari stimati dalla FAO, che sarebbero indispensabili per affrontare l’emergenza locuste: una cifra francamente risibile per uno stato (giusto per avere un ordine di confronto si stima che il costo di 1 solo F35 sia di 90 milioni di dollari).
Stati dunque che spesso non sono in grado di garantire sicurezza sanitaria e sociale, che non sanno o non possono trattenere il valore aggiunto generabile dalle loro ricchezze naturali, utilizzarlo per svilupparsi compatibilmente con le loro culture, e redistribuirlo equamente tra le persone. Stati non a caso in balia delle multinazionali e delle potenze straniere, indebitati fino al collo e per ciò stesso ostaggi del FMI e della Banca Mondiale. Stati in costante crisi umanitaria che sembrano mostrare la loro esistenza più attraverso il volto repressivo dei loro eserciti (sempre troppo ben armati) che attraverso le strutture indispensabili (grande business della Cina in Africa) e i servizi necessari a garantire una vita pacifica e laboriosa agli abitanti.

L’insostenibilità del debito era stata ben riconosciuta da due leader opposti e lontani come Thomas Sankara (1949-1987) e Bettino Craxi (1934-2000) che sottolineavano, appunto, la necessità di liberare i paesi africani dalle catene del debito; tema molto sentito anche da certa sinistra cattolica e dal compianto Giovanni Bianchi (1939-2017) che fu relatore della legge per la remissione del debito dei paesi del terzo mondo, iniziativa lodevole quando utile, mai veramente applicata. Un tema che sembra oggi impossibile da affrontare, poiché il cappio del debito stringe al collo tutti gli stati, compresa come ben sappiamo l’Italia.
Mettere quegli stati in condizione di funzionare bene sembrerebbe, a lume di buon senso, soluzione auspicabile ed urgente per sollevare l’intero continente da una situazione disastrosa, cosa che andrebbe a vantaggio di tutti a livello globale; chissà se anche in quelle contrade questa ipotesi varrebbe un’accusa infamante di sovranismo, un’imputazione di populismo o, peggio, una pronta eliminazione fisica, come è successo a più di un leader africano, che aveva tentato di percorrere questa strada.

Tra epidemie, ebola e febbre emorragica, coronavirus incombente e cavallette fameliche resta il fatto che in Italia (e in Europa) non ci si può più permettere di ignorare quel che succede in Africa, riducendo il dramma di un intero continente allo scontro sull’apertura o chiusura dei porti, ai sospetti circa i traffici delle ONG o alla retorica del business dell’accoglienza. Un’attenzione diffusa verso il continente che vada al di là del pietismo e dell’elemosina pelosa, è non solo doverosa, ma anche saggia e previdente. Per chi si crogiola nel pessimismo, l’Africa potrebbe infatti essere l’anticipazione di un terribile futuro distopico globalizzato; per chi guarda al futuro con maggiore ottimismo la sfida potrebbe essere invece il luogo da cui far partire un grande cambiamento positivo globale.

E se si accetta francamente la sfida, virus e cavallette, epidemie e migrazioni forzate, dovrebbero pur insegnarci qualcosa: forse la natura ci sta dicendo che l’attuale dinamica della globalizzazione ha preso una strada sbagliata, che è quantomai urgente ammettere il fallimento di un certo capitalismo predatorio e pensare a nuove soluzioni; indirettamente ci sta dicendo che, perché ci sia globalizzazione buona, è indispensabile che anche gli stati più poveri diventino protagonisti del loro futuro, garantendo innanzitutto un tenore di vita dignitoso a quanti vivono all’interno dei loro confini.
In assenza di questo salto di qualità diventerà sempre più difficile prevedere e regolare emergenze che diventano rapidamente globali e hanno ricadute drammaticamente imprevedibili per tutti. Come dovremo imparare dalla diffusione del coronavirus e dalla biblica e quanto mai attuale piaga dell’invasione delle locuste.

Zanotelli: “Abbiamo risorse per fare del mondo un paradiso, ribelliamoci all’ingiustizia”

“Sei persone nel mondo possiedono tante ricchezze quante sono distribuite fra il cinquanta per cento della popolazione mondiale. Ripeto: i sei uomini più ricchi hanno ciò che è suddiviso fra 3 miliardi e 700 milioni di individui. E l’un per cento ha quanto il 90%”. Parla con trasporto Alex Zanotelli, missionario comboniano, per molti anni attivo in Africa e oggi impegnato come prete di frontiera al rione Sanità di Napoli.

Cominciamo dalla fine, padre Alex: come si esce da questo pantano?
Abbiamo il diritto e il dovere di ribellarci, la situazione è intollerabile. C’è bisogno di una rivoluzione culturale se vogliamo uscire dalla situazione drammatica in cui ci troviamo. Il nostro mondo si regge su produzione e consumo ed è su quel meccanismo che dobbiamo far leva per metterlo in crisi… Le banche sono al centro del sistema, abbiamo il diritto di chieder conto di come vengono utilizzati i soldi che depositiamo. Molti impieghi, per esempio, sono funzionali ad alimentare il traffico d’armi. E allora usiamo la minaccia del ritiro. Certo, se lo fa uno conta nulla, ma se lo facciamo in tanti creiamo un cortocircuito. E poi abbiamo il dovere di praticare acquisti secondo criteri etici, verificando che ciò che comperiamo non sia stato prodotto attraverso forme di sfruttamento del lavoro, molto frequente a carico di donne e minori. E in questi casi bisogna boicottare. Ci sono già stati molti episodi che dimostrano l’efficacia di queste forme di contrasto, d’altronde vanno a toccare proprio le arterie del sistema. Boicottaggio, consumo critico e consapevole sono le nostre risorse. Ma dobbiamo muoverci.

Come ci siamo ridotti così?
Dal dopoguerra e fino alla metà degli anni Ottanta comandava la politica, che pur con le sue storture aveva una visione d’insieme. Poi c’è stata l’eclissi della politica e il timone è passato nelle mani dell’economia e della finanza, che hanno un solo obiettivo: il profitto. Oggi tutto è finalizzato alla produzione e al consumo, si generano grandi guadagni, la redistribuzione è minima e il divario fra ricchi e poveri è sempre più grande e inaccettabile. Si muore ancora di fame e tante persone nel mondo sopravvivono in condizioni di miseria estrema. Abbiamo le risorse e le ricchezze per garantire a tutti una vita dignitosa e invece va sempre peggio. Mai come oggi l’uomo ha prodotto tanta ricchezza. E mai come oggi ci sono state tante ingiustizie e tanti squilibri.

E poi incombe la catastrofe ambientale…
Ci restano 12 anni per scongiurare il disastro. Se interveniamo subito ce la possiamo cavare con uno ‘tsunami’, se no andiamo verso un’ecatombe. L’acqua è sempre più scarsa, se le cose non cambiano sarà il petrolio di domani. Chi avrà i soldi potrà permettersi ‘l’oro blu’, gli altri moriranno di sete…

Qualcuno invoca il padreterno.
Dio non si immischia in queste faccende, non viene a far miracoli, lui ci ha messo a disposizione tutto ciò di cui abbiamo bisogno, noi ci siamo inguaiati e ora tocca a noi tirarci fuori.

Però sembriamo quelli del Titanic: l’orchestra suona e noi spensierati corriamo verso il baratro…
E’ così. Ci hanno addormentati con le pantofole davanti alla tv. Manca la consapevolezza della gravità della situazione. Gli organi di informazione in maggioranza assecondano gli interessi ‘dei padroni’, d’altronde giornali e tv sono proprietà dei ricchi che hanno tutto l’interesse a mantenere questo stato di cose. Però, cercando e documentandosi, si trova anche chi segnala i pericoli, il problema è che siamo spesso ottenebrati e fatichiamo a renderci conto del disastro che incombe proprio perché sui canali ufficiali se ne parla solo marginalmente.

Fra le voci fuori dal coro lei considera anche quella di papa Francesco?
Certamente, il papa è straordinario e ha pronunciato parole nette di condanna per questo modello di capitalismo. In “Laudato si’” scrive: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. E in un altro libretto, “Terra, casa lavoro”, sono raccolti i tre principali discorsi di papa Francesco riferiti a giustizia sociale e ridistribuzione delle ricchezze, rivolti ai movimenti popolari. E’ significativo che siano stati pubblicati dal Manifesto. Le sue sono parole chiarissime, ma inascoltate dai potenti della terra. E persino la Chiesa tace, le esortazioni del papa non sono divulgate, neppure ‘Laudato sì’ è stato diffuso nelle parrocchie.

A proposito dei vertiginosi squilibri fra ricchezza e povertà, anche nella conferenza che ha tenuto a Ferrara, allo spazio Grisù su invito dell’associazione ‘Il battito della città’, ha segnalato come fra i sei uomini più ricchi quattro sono i signori del web. E’ un caso?
Certo che no: è la prova che l’informazione oggi è il bene più prezioso, chi la possiede vince. E il web, i social media, il traffico di dati generato attraverso i nostri smartphone rappresentano le fonti di approvvigionamento. Sanno tutto di noi, ci spiano di continuo. Quelle informazioni sono oro, chi le possiede comanda il tavolo. E noi gliele regaliamo, storditi e inconsapevoli dell’uso che ne verrà fatto. Siamo al controllo totale. E’ ridicolo e grottesco che poi ci riempiano di moduli da firmare a garanzia della privacy. E’ carta straccia. Siamo osservati istante per istante. Per dire: il centro controllo del Pentagono è in grado di processare milioni di telefonate al minuto.

Lei per molti anni è stato missionario in Africa, cosa ci dice di quella terra?
E’ un continente piegato agli interessi economici dell’Occidente, che per cinquecento anni è stato padrone del mondo e ha depredato l’Africa d’ogni ricchezza. La tribù bianca ha colonizzato quelle terre, schiavizzato la sua gente, imposto i propri valori. Ma ora è finita l’epoca dell’oro nero, ciò che conta non è più il petrolio, che ormai va ad esaurimento, adesso sono la tecnologia e l’informatica i nuovi motori propulsivi del sistema. Le migrazioni dall’Africa sono conseguenza delle depredazioni compiute dall’uomo bianco, il frutto amaro di un sistema profondamente ingiusto. Anche per questo abbiamo il dovere di accogliere chi chiede ospitalità. E nei prossimi anni a causa delle mutazioni climatiche e dell’aumento delle temperature il fenomeno si intensificherà: si prevedono 135 milioni di migranti in arrivo entro il 2030. Cosa pensiamo di fare? Riace è un esempio per tanti: offrire accoglienza e far rinascere i nostri borghi spopolati. Ma abbiamo visto come si sta cercando di soffocare questo modello. Il processo contro il sindaco Mimmo Lucano è un processo politico, quel che sta avvenendo mi fa piangere il cuore.

Durante la conferenza il pubblico è rimasto impressionato dalla sua capacità di snocciolare nomi, dati e cifre senza mai consultare un appunto…
Ho buona memoria e la tengo allenata leggendo tanto, tantissimo: saggi solo saggi. Gli anni ci sono, ottanta ormai, ma la testa per fortuna funziona ancora bene.

Anche per ragioni anagrafiche è rientrato in Italia e ora ha concentrato il suo impegno a Napoli, rione Sanità. Com’è la situazione?
Difficile, come in tutte le periferie delle grandi città. Se andiamo avanti così fra qualche anno la situazione sarà esplosiva. Questi ragazzini armati di coltelli colpiscono alla luce del sole, animati da una rabbia senza precedenti, figlia di un disagio profondo. Non c’è solo indigenza, ma una totale povertà culturale che forse è anche peggio. Un tempo anche le famiglie più povere si alimentavano di valori morali, c’era il senso della comunità, della solidarietà, il rispetto. Oggi per i ragazzi l’unica cosa che conta è il denaro e per procurarselo sono pronti a tutto, la vita vale nulla. La strada per guadagnare facilmente è la droga, ne circola tanta e questo alimenta i problemi. Servirebbero scuole aperte, inclusione, e invece… E’ anche questa la ragione per cui mi muovo poco e malvolentieri da Napoli, se si vuole avere davvero cura delle persone e delle cose bisogna essere sempre vigili e presenti.

Un’ultima domanda: come fa l’un per cento della popolazione a tenere a freno tutto il resto?
Quel che consente a pochi di fare il proprio comodo sono gli armamenti. Si calcola che siano stati spesi lo scorso anno 1.736 miliardi di dollari in armi e materiale bellico. Se investissimo questi soldi in sviluppo trasformeremmo il nostro mondo nel paradiso terrestre.

Un mondo sempre più vecchio e sempre più iniquo

Il mondo invecchia. A dircelo è l’Institute for Health Metrics and Evaluation di Bill e Melinda Gates con un grafico che mostra l’età media nel 2017.

Nei primi posti dell’invecchiamento ci sono la maggior parte dei Paesi europei, quattro dei quali nei primi cinque

Posizione Nazione Età media Regione
1 Giappone 47 anni Asia
2 Germania 45 anni Europa
2 Italia 45 anni Europa
3 Grecia 44 anni Europa
3 Bulgaria 44 anni Europa
3 Portogallo 44 anni Europa

Seguono con un’età media di 43 anni: Austria, Croazia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Spagna e, unico Paese non europeo, Bermuda.

La classifica non tiene conto dei paesi estremamente piccoli come il principato di Monaco che, se considerato, diventerebbe il Paese più vecchio in assoluto con una età media di 53 anni.

L’Africa, invece, è il continente che ha i paesi con l’età media più bassa, due addirittura si fermano a quattordici anni mentre ben altri 7 paesi si devono “accontentare” di occupare la seconda posizione con sedici anni di età media.

Posizione Nazione Età media Regione
1 Chad 14 anni Africa
1 Niger 14 anni Africa
2 Afghanistan 16 anni Asia
2 Angola 16 anni Africa
2 Burkina Faso 16 anni Africa
2 Mali 16 anni Africa
2 Somalia 16 anni Africa
2 Sudan del Sud 16 anni Africa
2 Uganda 16 anni Africa

Unico paese non africano in questa classifica è l’Afghanistan, il cui primato probabilmente è dovuto alle devastazione della lunga guerra ancora in corso.

Seguono altri paesi con un’età media di 17 anni: Benin, Burundi, Etiopia, Madagascar, Malawi, Nigeria, Tanzania, Zambia, Yemen e Timor-est. Anche qui tutti africani fuorché gli ultimi due.

Secondo alcune proiezioni dell’Onu che arrivano fino al 2060 si prevede che l’età media in alcuni paesi europei arriverà addirittura ai 50 anni, in particolare in Spagna, Italia, Portogallo e Grecia, e successivamente Germania, Polonia, Bosnia e Croazia.

Tutti i paesi nord-americani supereranno i 40 anni di età media (Canada 45 anni e Messico 44 mentre gli Usa si manterranno mediamente più giovani a quota 42 anni). Più vecchi al Centro e Sud America dove il Brasile raggiungerà i 47 anni di età media.

L’invecchiamento procede di pari passo con l’aumento della popolazione. “Prevediamo ancora che per il 2050 la popolazione raggiungerà i 9,1 miliardi” ha dichiarato Hania Zlotnik, direttore della Divisione Popolazione del Dipartimento degli Affari Economici e Sociali (Desa), presentando quest’anno la Revisione 2008 del ‘Word Population Prospects’. Secondo il documento nove paesi contribuiranno per metà all’incremento mondiale nel periodo compreso tra il 2010 e il 2050: India, Pakistan, Nigeria, Etiopia, Stati Uniti, Repubblica Democratica del Congo (Drc), Tanzania, Cina e Bangladesh.

E’ importante notare che la popolazione dei paesi in via di sviluppo passerà dai 5,6 miliardi del 2009 ai 7,9 miliardi nel 2050, mentre la popolazione delle regioni più sviluppate non cambierà di molto, passando da 1,23 a 1,28 miliardi.

Dovrebbe spaventarci di più la crescita della popolazione oppure il suo invecchiamento? Dipenderà tutto probabilmente dal tipo di sviluppo.

John Maynard Keynes spiegava nel 1936, quando usciva la ‘Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta’, che il capitalismo aveva due grossi difetti. Il primo era quello di non essere in grado di garantire tassi di disoccupazione sufficientemente bassi, il secondo che provocava una ripartizione della ricchezza arbitraria e priva di equità. Creava cioè disuguaglianza.

Oggi che il capitalismo è diventato finanziario e ha mostrato la sua parte peggiore, possiamo apprezzare la sua analisi in tutta la sua attualità, infatti, secondo il World Inequality Report  2018 presentato a Parigi alla metà di dicembre scorso, “A livello mondiale, tra il 1980 e il 2016 l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale ha intascato il doppio della crescita economica rispetto al 50 per cento più povero”, ha spiegato l’economista Lucas Chancel, principale coordinatore del rapporto.

Questo grafico mostra come la mancanza di equità nella distribuzione della ricchezza vari significativamente da regione a regione. Nel 2016, la porzione di reddito nazionale intascato dal 10 per cento più ricco è stata del 37 per cento in Europa, del 41 in Cina, del 46 in Russia, del 47 in America del Nord e attorno al 55 per cento nell’Africa subsahariana, in Brasile e in India. Fino a toccare la punta massima nei paesi del Medio Oriente, con il 61 per cento.

Uno sviluppo basato sull’accumulazione finanziaria perpetrato da una piccola parte della popolazione mondiale che detta le condizioni e impone le soluzioni, creerebbe un mondo di tensioni e una moltitudine di persone costretta a elemosinare pane e lavoro. Laddove la moneta continuasse ad essere un bene da tesaurizzare, i debiti un male da punire e la concorrenza il motore della crescita sappiamo fin da ora che sarebbe impossibile fornire un minimo di previdenza sociale, sanità o pensioni. L’unico futuro possibile allora sarebbe quello di un mondo di anziani super potenti con libero accesso a tutte le risorse, mentre il resto della popolazione giovane lavorerebbe per fornirle.

Altra soluzione, auspicabile, sarebbe la fine di questo tipo di capitalismo in favore di uno sviluppo equo e solidale nei confronti dei più deboli, di noi stessi e della natura che ci ospita. Basato sulla tecnologia che è già in grado di assicurare il necessario a tutti con il minimo sforzo e ancora di più ne sarà capace domani. Un’ipotesi del genere dovrebbe necessariamente prevedere la fine dell’accumulo finanziario, dello sfruttamento delle risorse umane e naturali e una netta separazione tra finanza e beni reali, i quali andrebbero equamente distribuiti.

Ultimi bagliori degli Anni Dieci

Siamo all’ultimo passo degli anni ’10. Anni degni di storia ma non di memoria… Perlomeno, rispetto al secolo scorso, ci siamo risparmiati la tragedia della guerra. Ma in guerra, forse, siamo ugualmente: una guerra strisciante, diffusa, non dichiarata come sostiene Papa Francesco; una guerra intestina, fomentata dalla reviviscenza del terrorismo, la cui matrice – a differenza di ciò che avvenne in Europa mezzo secolo fa – non è interna ma esogena; eppure, anch’essa in un certo senso frutto di un dogmatismo ideologico. Stavolta non sono le falangi estremiste (e talora deviate) delle nuove generazioni che si battono per il ribaltamento dello Stato, ma i fanatici seguaci di un culto, quello islamico, che seminano morte e terrore per le strade delle nostre città… E forse anche loro in parte manipolati. Per contrappunto, truppe statunitensi, sovietiche e milizie di altri Paesi del nord del mondo combattono e seminano morte in Africa e in Oriente.
D’altronde, di odio questi anni 10 si sono alimentati. Sono stati gli anni della grande crisi, scoppiata – ma inizialmente non compresa come tale – già nel 2008; e poi divampata come una folgore, che tutto ha incenerito e rivoluzionato… Anni in cui l’insicurezza, che sovrasta le nostre esistenze, ha riesumato quei ferini istinti di sopravvivenza che credevamo vinti dalla civilizzazione: così, è rinato l’odio dell’uomo verso il proprio simile, sol che abbia a contrasto il colore della pelle, o il modo di pensare, o le abitudini di vita… Sono stati, questi, gli anni del rifiuto, dell’intolleranza e del razzismo, del respingimento, del “ciascuno a casa sua”… E’ sempre la diversità a spaventare (anziché incuriosire).

La comunità si è disgregata, gli ammortizzatori sociali che lo Stato del welfare aveva garantito, sulla spinta delle lotte sociali di mezzo secolo fa, sono svaporati. E oggi in tanti gridano, come pappagalli, le parole d’ordine dei regimi che ci addomesticano: fra questi, il “basta tasse” mostra la sciagurata inconsapevolezza del fatto che sono proprio le tasse che garantiscono i servizi ed è la proporzionalità dell’imposta rapportata al reddito a garantire che la leva del prelievo operi con equità: chi più ha più paga, come è giusto che sia! Altro che aliquote semplificate e flat tax (che generano esattamente il risultato opposto). Le tasse vanno pagate allo Stato secondo questo meccanismo di perequazione da Passator Cortese, in maniera che i ricchi garantiscano un po’ di benessere anche ai meno abbienti… Banale ricordarlo, ma necessario ripeterlo: perché le persone sembrano oggi ignare di ciò.
Anche questo è frutto dell’impazzimento attuale. Assistiamo, inermi, alla disgregazione del soggetto collettivo, al respingimento dal noi all’io, all’affermarsi di un individualismo sovrano che ha disintegrato la capacità di organizzazione e di resistenza della maggior parte delle persone, atomizzate e – nel frattempo – declassate da cittadini a consumatori, quindi a ingranaggi funzionali al sistema produttivo capitalistico basato – appunto – sul consumo. E addio all’idea di individui da rispettare in quanto tali, ciascuno legittimato a svolgere una propria significativa funzione all’interno del contesto sociale, politico e comunitario.
Ci siamo risparmiati l’onta della guerra, sì, ma il disfacimento è avvenuto ugualmente: del legame sociale, della consapevolezza del sé, dei diritti e dei non meno importanti doveri. Siamo ormai ridotti a esseri disgregati e perciò più facilmente controllabili e malleabili…

Il quadro è fosco e drammatico. Grandi luci all’orizzonte non si vedono, come non si vede più neppure il baluginare di un’utopia, di una significativa stella polare verso la quale abbia senso orientare il cammino e per la quale valga la pena affrontare qualche sacrificio.
Non è facile immaginare come si potrà uscire da questa situazione. Speriamo non servano trent’anni, come fu nel secolo scorso, per rinsavire e ricominciare a vivere…

 

Sarà un buon anno se ciascuno di noi si impegnerà per renderlo tale, per tutti e non solo per sé. Auguri a chi, con abnegazione, si cimenterà in questa impresa.

Dal bagno alla stanza da letto la strada non sempre è breve

Il water-closet così come lo conosciamo oggi è stato inventato intorno al 1885, quando Thomas Crapper aggiunse alla tazza lo sciacquone. Un’invenzione rivoluzionaria in quanto l’acqua permetteva di pulire il gabinetto consentendo di liberarsi in modo efficiente di materiali ad alto contenuto batterico che altrimenti avrebbero potuto favorire l’insorgenza e la diffusione di malattie e infezioni. Come non ricordare che tutto questo, nell’indimenticato film ambientato nel medioevo “Non ci resta che piangere”, terrorizzava il compianto attore napoletano Massimo Troisi.

Per noi occidentali, europei e nord americani, rappresenta una realtà scontata e i più giovani, e più abituati alle comodità della nostra vita moderna, faranno molta fatica ad immaginare che circa 4,5 miliardi di persone non hanno ancora accesso alla toilette. In realtà, fuori dal cerchio magico, l’accesso all’acqua è una realtà fatta di file e di lunghe passeggiate e il problema è particolarmente acuto nel continente africano. Più della metà della popolazione di Eritrea (76%), Niger (71%), Ciad (68%) e Sud Sudan (61%), ad esempio, non ha accesso a servizi igienici di base. In altre parole defecano all’aperto.

Anche in India si vive lo stesso dramma, rappresentato tra l’altro in un film bolliwoodiano dal titolo “Toilet: a love story”. In questo caso un dramma dovuto più a scelte legate alla tradizione che alle possibilità economiche. Costume indiano vuole, infatti, che gli escrementi in casa ne deturpino la purezza per cui meglio andare per campi e magari di notte.

In Africa il problema è un po’ più variegato e sotto certi aspetti ci interessa anche di più dovendo convivere con i suoi flussi migratori. Nel 2015 l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha classificato il Ghana come settimo paese più sporco del mondo, e questo dovuto proprio alla pratica della defecazione all’aperto. Secondo David Duncan, responsabile di Wash (Water, Sanitation and Hygiene) nell’ufficio dell’Unicef in Ghana, la maggior parte delle persone nelle tre regioni del Nord del paese non vede un bagno come una necessità perché la defecazione all’aperto è una pratica diffusa da generazioni.

In ogni caso, al di là di tradizioni o sentimenti, l’accesso all’acqua e alla toilette vanno di pari passo con il dramma della mortalità per malattie dovute alla carenza di igiene. Secondo i dati dell’Unicef e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità l’accesso all’acqua in questo continente avviene come da tabella di seguito:

Regione Da fonte: gestita in modo sicuro di base limitata Non controllata Da acque di superfice
Middle East and North Africa 77% 16% 4% 2% 1%
Eastern and Southern Africa 26% 28% 18% 16% 12%
West and Central Africa 23% 40% 10% 20% 7%

che rapportato a quanto succede dalle nostre parti dà l’idea del dramma

Regione Da fonte: gestita in modo sicuro di base limitata Non controllata Da acque di superfice
North America 99% 1%
Western Europe 96% 3% 1%

Secondo il World Economic Forum, l’acqua rappresenta un rischio globale tra i più importanti a livello mondiale anche dal punto di vista economico. Infatti stima che ogni anno si perdono 260 miliardi di dollari a causa della mancanza di acqua di base e di servizi igienico-sanitari. Per il Ghana, che abbiamo citato sopra, il costo fu stimato nel 2012 dalla Banca Mondiale in 79 milioni di euro l’anno. Un accesso universale a questi servizi porterebbe invece benefici per quasi 18,5 miliardi di dollari.

Garantire l’accesso all’acqua, scrive il W.e.f, ha profonde conseguenze. Per ogni dollaro investito in acqua e servizi igienico-sanitari, c’è un ritorno di 4 dollari dovuti a costi sanitari più bassi, maggiore produttività e meno decessi.

Ma passiamo alla buona notizia.

Bill Gates, l’inventore del Dos prima e del Windows dopo, ha presentato a Pechino il water del futuro, che funziona senza acqua né fognature. La ‘Reinvented toilet’ grazie a una reazione chimica trasforma i rifiuti umani in acqua pulita, elettricità e fertilizzante. Per il progetto la Fondazione Bill e Melinda Gates ha stanziato 200 milioni di dollari in sette anni, meno di 30 milioni l’anno.

L’idea della fondazione è di destinare questo water in particolare ai paesi poveri dove le scarse condizioni igienico-sanitarie uccidono ogni anno quasi mezzo milione di bambini di età sotto i cinque anni, dice la pubblicità.

Certo sapere che meno di 30 milioni l’anno in ricerca potrebbero salvare la vita a milioni di bambini africani e creare migliori condizioni igieniche e di vivibilità in un intero continente dovrebbe far venire i brividi. Pensare a quanto la tecnologia stia andando avanti, a quanto il futuro sia già alle porte, al fatto che forse siamo già noi il futuro dovrebbe porci domande molto intriganti, sollevare dubbi riguardo al nostro modello di sviluppo e persino avanzare accuse rivolte ai padroni del progresso.

Mentre milioni di bambini, donne e uomini soffrono e muoiono per malattie legate alle condizioni igieniche scopriamo che modesti investimenti potrebbero risollevare le loro sorti. Abbiamo la tecnologia per andare avanti ma rimaniamo ancorati a concetti vecchi come l’attesa dell’iniziativa privata, della carità e dei tempi del ricco uomo d’affari.

Discutiamo su che tipo di politica dobbiamo applicare nei confronti dei migranti ma non ci chiediamo come aiutarli davvero e questo perché la risposta passa sempre dagli interessi economici nonostante sia anche provato che a far stare bene l’Africa ci si potrebbe anche guadagnare. Si guadagnerebbe di più portando sviluppo e donando condizioni migliori di vita attraverso il progresso tecnologico piuttosto che essere costretti ad inviare aiuti, cibo e medicine.

Ma se il dibattito fosse approfondito si rischierebbe di scoprire che le spese degli aiuti sono a carico della collettività mentre i guadagni dello sfruttamento a beneficio di azionisti di multinazionali, petrolieri, finanzieri e grandi società (mi permetto di consigliare la lettura di “Confessioni di un sicario dell’economia. La costruzione dell’impero americano nel racconto di un insider” di John Perkins).

Il punto, come sempre, è che noi (gente comune con molto cuore e pochi soldi) ci guadagneremmo mentre tutti gli azionisti che operano, a volte inconsapevolmente, in questi Paesi e in compagnia dei Paesi occidentali che trovano più comodo sfruttare (vedi Francia) che cooperare, ci perderebbero.

Che sforzo sarebbe stato per uno Stato investire 30 milioni all’anno per creare un oggetto salva vite del genere? E forse ci sarebbero voluti anche meno di 7 anni se avessero partecipato tutti insieme i paesi europei. Avrebbero creato ricchezza anche da noi, pagando ricercatori e dando contributi alle università e si sarebbero meritati quel premio Nobel 2012 per la pace che ad oggi risulta un po’ “rubato”, viste le troppe partecipazioni ad interventi armati e la continua vendita di armi all’estero.

Da una parte gli stati africani non possono spendere perché hanno debiti da ripagare, non hanno personale specializzato né un sistema per poter arrivare ad invenzioni di tale portata. Dall’altra la ricca Europa dell’euro non può spendere per le regole di Maastricht e di Lisbona che impongono austerità, anche questa per ripagare i debiti. L’Africa accomunata all’Europa, entrambe carenti di sovranità, entrambe avviluppate nell’incubo del debito mentre aspettano l’autorizzazione alla sopravvivenza, allo sviluppo, al progresso.

Sempre di più il nostro futuro dipenderà da un ricco privato, da una multinazionale o da qualche lobby. Questo è il mondo senza sovranità, ovvero senza la possibilità di decidere in autonomo la propria evoluzione oppure attraverso libere istituzioni, rappresentate da persone liberamente elette dai popoli. Un mondo privato dello spazio dove poter esercitare la democrazia, globalizzato d’imperio, finanziarizzato per legge, povero e senza futuro per scelta.

Uomini in mare

Questo articolo è stato scritto nell’aprile 2015 ed è rimasto inedito. Senza tale premessa probabilmente nessuno avrebbe immaginato che si tratta di una riflessione fatta tre anni fa, perché nella sostanza nulla è cambiato. Proporlo ora significa evidenziare e ricordare come il tema, che in queste settimane campeggia sui giornali e anima i dibattiti politici e televisivi, non è nuovo. E ciononostante è ancora ben lungi dall’essere risolto… Anzi, si fanno passi indietro. Forse perché la questione è più complessa di come alcuni cercano di farla apparire, ignorando che in gioco c’è la vita, la dignità e la speranza di un decoroso avvenire per migliaia e migliaia di donne, uomini e bambini che hanno diritto, quanto lo ha ciascuno di noi, di coltivare il sogno di un’esistenza migliore. (sg)

 

Uomini in mare, nel Mediterraneo, un mare che i Romani chiamavano ‘mare nostrum’ ma che oggi non riusciamo a controllare, nonostante il progresso intervenuto in duemila anni di storia.

Capita oggi di vedere in tv ragazzi nudi che vengono tirati sulle imbarcazioni partite dai porti italiani nella speranza di contenere un’altra tragedia, per salvare delle vite, per portare al sicuro quelle mani che escono dai flutti del mare in cerca di un’altra mano che a volte viene tesa in tempo e a volte no. Non sempre un marinaio, un finanziere, un carabiniere, un volontario avrà la fortuna, tendendo la sua mano, di incontrare quella di un altro essere umano in tempo per tirarlo all’asciutto.
Una massa di essere umani, uomini, donne, bambini. Persone che si mettono in marcia da un villaggio o da una città Africana e attraversano un deserto, poi Paesi di regimi dittatoriali del Nord Africa e infine il mare, ultima fatica verso il progresso, la civiltà, su imbarcazioni che probabilmente li porteranno solo alla morte.

Un viaggio estenuante, intrapreso non necessariamente perché si fugge da una guerra, e poi perché mai uno dovrebbe poter spostarsi solo se c’è una guerra. Tra i nostri diritti c’è anche quello di prendere un aereo e ‘volare’ da qualche altra parte del mondo. Ma in questo pianeta la dignità umana e i diritti sono riconosciuti in base a criteri specifici tra cui anche la posizione geografica, e capita quindi che queste persone non avendo riconosciuto il diritto alla libera circolazione possano viaggiare verso il sogno di una nuova vita solo in quel modo, pagando alle mafie locali migliaia di dollari per viaggiare in clandestinità, come della merce. E poi, quando scopriranno che non siamo in grado di offrirgli né un lavoro né più dignità del luogo da dove sono partiti, dovranno continuare a restare clandestini perché avranno sempre un debito da estinguere a quelle stesse mafie.
Ma sentono di doverci provare per gli stessi figli che forse perderanno per strada. Cercano disperatamente di raggiungere quella parte del mondo che spreca 1,3 milioni di tonnellate di alimenti, circa un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano. Quel mondo in cui lo spreco domestico costa 550 miliardi e ai soli italiani 8,7 miliardi (dati: il Sole24ore). Allora partono verso quel mondo così ricco, immaginando che ci sarà qualcosa per loro, almeno gli scarti, ma che invece non li accoglierà a braccia aperte perché quelle prime mani che li soccorrono al largo della Sicilia e che loro ringraziano sono solo le mani di altri esseri umani, non sono di quel mondo che loro sognano. Lo spreco fa parte del gioco, della società ineguale ma funzionale alla sopravvivenza di un sistema che ha bisogno di ricchi e di poveri, di chi deve chiedere e di chi deve dare. E la regola vale anche se si tratta di sopravvivenza, di bambini che muoiono sotto gli occhi impotenti delle loro madri.

Nel 2011 l’allora ministro Frattini disse che per arginare il problema bisognava sostenere un piano Marshall per l’Africa che includesse aiuti per l’occupazione e la stabilità. Bisognava investire miliardi di euro in cooperazione e abolire le barriere doganali che sbarrano la strada allo sviluppo del Mediterraneo del Sud. Investimenti nell’istruzione superiore, un programma Euro-Mediterraneo che potesse offrire una reale opportunità per quei popoli. Magari si poteva utilizzare una parte di quei 550 miliardi sprecati, magari sarebbe stato un aiuto concreto.

Quindi, politici avvertiti già da tempo. Eppure non si è fatto nulla e ora si propone di bombardare gli scafi prima che partano dai porti nordafricani. Ammesso che si possano bombardare chirurgicamente le navi utilizzate illegalmente, ma dove andranno quelle persone che rimarranno bloccate su quelle coste. Si è forse pensato di istituire dei Consolati con il compito di accettare le domande di ingresso in maniera legale, che possano disbrigare le pratiche di richiesta asilo direttamente in Nord Africa? Un Consolato, un ufficio che abbia la legittimità e condivisione di tutta l’Europa e che permetta a queste persone di non diventare merce, di potere verificare la possibilità di una vita migliore nei nostri Paesi e alla luce del giorno ritornare eventualmente, liberamente alle loro case, se il sogno non si dovesse avverare.

Ma intanto continuano ad arrivare masse di disperati e quando si ragiona su Mafia Capitale si capisce che i centri di accoglienza servono a chi guadagna su queste disgrazie. Se il tanto vituperato Stato si autoesclude dalla gestione di questi centri e li dà in gestione ai privati, abdica dalle sue competenze, diventano come un supermercato che ha bisogno di clienti per poter sopravvivere. I centri di accoglienza hanno bisogno di quelle madri, orfane dei loro figli, per poter lucrare, come un supermercato ha bisogno di clienti, in continuazione perché il mercato non ha pause, deve restare aperto anche di domenica, anche il 1° maggio o il 25 dicembre.

Merce, gli essere umani trattati al pari di una qualsiasi mercanzia. Da affamare nei loro luoghi di provenienza e da sfruttare poi come operai a 5 euro al giorno o come prostitute sulle nostre strade. In questo mondo in cui imperversa la logica dello scambio ineguale e un Paese produttore di cotone come il Burkina Faso che scambia per pochi spiccioli la sua materia prima verso l’occidente che lo trasforma in abiti e moda esportati a caro prezzo in tutto il mondo, Africa compresa.

Un mondo in cui la finanza gioca come al casinò con il destino di interi popoli e si arricchisce con le sue sofferenze. E la finanza è aiutata e sostenuta dagli Stati, quelli più potenti e ricchi.

Chi parlava nella seconda metà degli anni 80 di queste dinamiche attribuiva al debito estero la chiave per estirpare i mali di molti paesi africani. Il debito estero creato ad arte quando il colonialismo, l’intervento armato e il controllo diretto attraverso le guarnigioni sono diventate obsolete e difficili da far digerire alla pur disattenta opinione pubblica. Il debito non si vede, o forse oggi cominciamo a vederlo perché è arrivato anche da noi insieme alla disperazione dei migranti. In Africa il sistema dei prestiti inutili, in progetti inutilizzabili e accettati grazie a governi locali fantoccio o corrotti hanno creato il sapiente gioco degli interessi da restituire, che ha tolto la possibilità di ogni sviluppo, accesso a acqua, cibo, istruzione e dignità.

E la parte del mondo che ha seminato la pianta avvelenata non vuole i suoi frutti, nega il diritto alla libera circolazione, urla indignazione, si divide sul numero di navi da dedicare al pattugliamento del mediterraneo e se far transitare i superstiti verso altri paesi europei. Discute di come far cessare guerre religiose, estremismi, tribalismi con un’altra guerra in nome dell’esportazione della democrazia in luoghi dove non c’è mai stata una rivoluzione francese, ben attenti a lasciare poi tutto come prima. Attenti a che niente cambi, con condimento di aiuti umanitari che non fanno altro che legare all’Occidente le economie povere, impedendone uno sviluppo armonico. L’Africa deve essere lasciata libera di produrre quello di cui ha bisogno, ed utilizzare i suoi prodotti per gli africani. I prestiti portano debito e il debito schiavitù.

E allora, per adesso, non ci resta che sperare che almeno nel Mediterraneo quelle mani di esseri umani che incontrano altre mani tra i flutti del mare, arrivino in tempo per ridare a qualche madre i loro figli. Perché gli Stati, l’Europa, i politici non ci saranno e non arriveranno mai in tempo.

* con citazioni di Thomas Sankarà, Presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987

BORDO PAGINA
Scienza e migrantismo

Info: “Post” di Marco Cattaneo* Facebook

Mi ci vuole sempre del tempo, per mettere a fuoco le dimensioni.
A volte mi servono persino dei disegni, con la didascalia.
Qui sotto, a sinistra, l’isola di Malta, 316 chilometri quadrati. A destra, per confronto, il Comune di Roma, 1.285 chilometri quadrati.
Un altro paio di numeri. Dal 1° gennaio a oggi, in Italia, sono sbarcati 14.330 migranti. Secondo lo Unhcr, oggi le persone costrette a fuggire dal proprio paese sono, nel mondo, 65,6 milioni.
Sono due fatti.
Il primo dovrebbe far capire che Malta non può ricevere molti migranti, per usare un eufemismo.
Il secondo dovrebbe suggerire che non c’è un’invasione. E che forse ci sarà, quando arriveranno immense masse di diseredati.
E arriveranno, prima o poi. Non si tratta di farcelo piacere o meno, ma di prepararci.
Qualcuno lo spieghi anche al Ministro dell’Inferno.
Ps: Non sono dell’umore di digerire polemiche o sofisticati distinguo

Così scrive l’autorevole e certamente uomo di scienza e conoscenza Marco Cattaneo, Direttore de Le Scienze (Italia) e Mente e Cervello…
Tuttavia i dati pare ufficiali del Viminale (!) indicherebbero quantomeno maggiore complessità proprio globale sulla questione, al di là dei dati specifici e contingenti sulle dimensioni e il senso geopolitico di Malta ecc.
http://www.ilgiornale.it/news/politica/migranti-i-numeri-viminale-6-su-10-non-sono-profughi-1542773.html

Certamente le attuali politiche in merito del Nuovo Governo sembrano “limitarsi” a una sorta di antivirus potenzialmente efficaci a breve e medio termine anche, ma a lungo termine (ma sempre relativamente come di seguito) presuppongono concrete svolte dell’Unione Europea e anche dell’Onu: Realismo politico (e non utopismi pseudoumanitari), analisi e non ideologismi sulla vera natura dei cosiddetti migranti (incluse le infiltrazioni ormai flagranti della criminalità internazionale e collusioni, piaccia o meno con troppo Ong, Cooperative ecc.), piani Marshall 2.0 inediti per comunque l’Africa.
Va da sé, siamo convinti (e da tempo e non solo noi, esperti ben più autorevoli) che il nodo centrale sia ancora misconosciuto nell’infuocato dibattito che a quanto pare anche la comunità scientifica italiana (di cui Marco Cattaneo è figura ineccepibile in tal senso ma in questo caso…) non focalizza in senso neutralmente conoscitivo, rilanciando- come si vede dal post stesso di Cattaneo, francamente troppe fake news buoniste ben note.
Vale a dire: la questione epocale migranti cosiddetta, come poi in realtà tutti i bachi irrisolti contemporanei, è quasi esclusivamente analizzata e discussa (almeno a livello di mass media e politologi e politici) con paradigmi e orizzonti “conoscitivi” obsoleti, come se il mondo del 2000 non sia essenzialmente plasmato, dico a livello letterale psicosociale, dalla tecnoscienza su cui, piaccia o meno, si basano le società occidentali, anzi – nell’era globale – in certo senso il mondo intero.
La sinistra Liberal ha già dimostrato dopo anni di Politica dell’accoglienza e multietnica il fallimento concreto delle sue opzioni. La cosiddetta destra o antipolitica populista oggi scommette come accennato su soluzioni tipo antivirus di relativa potenziale efficacia. Quando, invece, vano girarci attorno, in principio, negli anni duemila inoltrati, è la Tecnoscienza come paradigma conoscitivo strutturale e globale per pilotare e potenzialmente risolvere la cosiddetta questione epocale migranti.
Un esempio? Gli Ogm, sani per la comunità scientifica prevalente, sono banditi dall’Unione Europea! Per la soluzione del non banale problema della Fame in Africa in molte e troppe aree, è incomprensibile non ricorrere a una Politica Alimentare basata sugli Ogm. In prima istanza dovrebbe essere persino banale dirlo per aree dove impossibile, per assenza di sviluppo presente e certamente futuro a medio lungo termine.
Altro esempio: un mito postmoderno, questo della destra in effetti, è quello della denatalità europea! in certo senso. In realtà il problema è quasi opposto: ancora una volta la soluzione è scientifica; la denatalità occidentale è un processo spontaneo positivo per sfidare il futuro anche in Occidente liberandosi almeno parzialmente di certa eccessiva corsa consumistica per penuria eventuale di risorse (attenzione eccessivo consumismo, non il consumismo e lo sviluppo relativo ma crescita… dinamiche pochissime chiare agli attuali cosiddetti Liberal o – peggio – ai teorici ideologici di certa illusoria e pericolosa società a decrescita (sic!) felice).
Mentre invece un controllo della nascite nei paesi arretrati africani ecc, dove assurdamente e senza risorse spesso persino alimentari vige l’anarchia biologia… favorirebbe nell’arco di pochissime generazioni sia la piena efficacia di una nuova politica alimentare basata sugli Ogm, sia esponenzialmente anche – l’avvio non da meno di zero e quindi ad handicap, di complementari politiche di sviluppo basate sull’agricoltura, il commercio, l’industria, naturalmente integrando tali dinamiche con strutturali Piani Marshall 2.0.
Inoltre, le prospettive futuribili, in senso materiale delle cosiddette Stampanti 3 D, anche come cibo sintetico (e non solo anche Case, Farmaci… a ben vedere persino proprio la cosiddetta Moneta, quasi superflua in certo senso nel futuro prossimo come mezzo di scambio per certi bisogni primari almeno) non è solo fantascienza. E tali orizzonti, inoltre, neppure riguardano solo l’Africa, ma anche le società occidentali dell’avvenire..
Soprattutto, riassumendo, qua si parla di soluzioni scientifiche, non ideologiche e né effimere, ma previsionali e prospettiche: e tali orizzonti inevitabilmente dovrebbero indicare la vera via per il futuro, non solo in senso neoconservatore come fanno populisti e antipolitici (non necessariamente negativi però a seconda di certe contingenze storiche – e quella attuale è una di queste che probabilmente domanda parziali soluzioni neoconservatrici): vale a dire, in ottiche di neoprogressismo 2.0, nelle prospettive della conoscenza scientifica, sia dal punto di vista materiale che immateriale (la Tecnologia è una filosofia se orientata anche in senso umanistico… e oggi l’Umanesimo certamente più verosimile di altri paradigmi umanistici storici in sé sia poco credibili che deboli se non filtrati dalla dialettica scientifica) tempo di un Partito della Scienza.
Con la comunità scientifica italiana capace di scendere in campo nell’agorà politico o almeno metapolitico italiano, senza se e senza ma. E contro la vecchia politica della fu sinistra e anche con quella nuova populista o antipolitica perché effimera come abbiamo cercato di indicare.
Per quale motivo figure come lo stesso Cattaneo e troppi altre in Italia non vedono – proprio loro espressioni tangibili del progressismo potenziale sociopolitico italiano – questi futuri almeno verosimili?

Padre Daniele Moschetti: Io, confratello di Alex Zanotelli, vi racconto la mia Africa

“Ci sono forse più momenti di speranza e felicità in Africa che qui, nonostante tutto”.
Padre Daniele Moschetti, comboniano dall’età di 27 anni, è un uomo che vive la fede non come una sicura certezza, ma come ricerca costante, profonda, inquieta, nel proprio io profondo o negli occhi dei più poveri nelle periferie del mondo, di tutto il mondo. Ricerca di pace, giustizia, dignità, comunità, solidarietà, umanità.
Questa ricerca lo ha portato da ultimo in Sud Sudan, l’ultimo paese del continente africano a raggiungere l’indipendenza, un paese dalle enormi potenzialità, ma nel quale la situazione è drammatica e si rischia un nuovo Ruanda. A novembre volerà negli Stati Uniti, dove insieme altri missionari di altre congregazioni religiose porterà avanti un lavoro di advocacy presso le Nazioni Unite e il Parlamento americano a favore della ‘sua’ Africa, ma non solo.
A chi abita nel Nord del mondo dice che “i muri non servono” e che l’Africa sta dando “una grande lezione di solidarietà di paesi poveri verso altri paesi poveri”: “noi ci lamentiamo, parliamo di emergenza per 160 mila migranti l’anno, quando solo dal Sud Sudan sono usciti due milioni di profughi, che si sono insediati nei paesi confinanti”. A chi afferma che gli immigrati ci rubano il lavoro e abbassano il nostro tenore di vita risponde che, dopo il colonialismo, a sfruttare le enormi risorse del continente sono arrivate le multinazionali e quindi “siamo noi che dobbiamo metterci in un’ottica di restituzione all’Africa”.

Alle spalle anni di lavoro in una ditta nel varesotto, con possibilità di carriera, contemporaneamente la scuola serale e una relazione stabile con una ragazza. Dai 19 anni entra in crisi e il “campo di lavoro con Mani Tese in provincia di Bari” è la “presa di coscienza” dei valori che devono guidare la sua vita: una casa, una famiglia, una posizione lavorativa non sembrano bastare. Poi l’incontro con testimoni autentici dei valori evangelici e il viaggio di un mese in Centrafrica, al seguito dei comboniani di Padova e Venegono, sono stati risolutivi per la sua crescita spirituale: è stato “un po’ un battesimo”.
Da lì l’Africa “è sempre stata un punto di riferimento, per quello che ti dà, nella sua povertà” o meglio in quello che noi consideriamo povertà, ma che per padre Moschetti è “una ricchezza”: la vita semplice, l’amicizia, l’accoglienza, il calore sono “doni impagabili, non puoi comprarli”.
In Africa, a Nairobi, ha compiuto i propri studi teologici e ha iniziato la sua pastorale: per 11 anni è tra i missionari comboniani che vivono tra le baraccopoli di Nairobi di Kiberia e Korogocho, dove prende il posto di un altro pastore delle periferie, il confratello Alex Zanotelli. “Alex per me è un amico, lo conosco già da prima di entrare nei comboniani. A Nairobi ci siamo ritrovati”. “Kiberia è la più grande baraccopoli della città: 800 mila persone in pochissimi chilometri quadrati. Qui ho scoperto la realtà delle baraccopoli, che sono ormai in tutto il mondo: la povertà, la miseria stanno diventando sempre più forti in tante parti del mondo, anche nelle nostre città, Milano, Roma, Torino. A Korogocho, con Alex lavoravamo con i più poveri e gli emarginati: alcolisti, prostitute, criminali, bambini di strada e ‘scavengers’, i raccoglitori di rifiuti della discarica di Dandora, di fronte alla baraccopoli. L’obiettivo del lavoro di Alex e degli altri confratelli, insieme ai laici, era mettere al centro della comunità cristiana i poveri: dai poveri gli altri trovano nuove motivazioni per la propria fede, battersi insieme per migliorare le condizioni di tutti”. A Nairobi ci sono 200 baraccopoli, “Korogocho è la più pericolosa, quella più povera, ci si vergogna di venire da lì e non lo si dice perché diventa difficile trovare un lavoro. È la quarta come numeri, 100-120 mila persone, ma tutti in un solo chilometro quadrato: ‘sardinizzati’ in baracche fatiscenti che qualcuno costruisce su terreno del governo per poi darle in affitto. Per questo con Alex ci siamo battuti perché la proprietà collettiva della terra: una lotta pericolosa perché va a toccare il denaro. L’altro grande problema è la discarica, che è vicinissima e che spara la sua diossina sugli abitanti ogni giorno: c’è una grandissima incidenza di problemi alla vista, alle vie respiratorie e ci si ammala di cancro. È successo anche a un nostro volontario che ha lavorato con noi per 15-16 anni: è morto qui in Italia in un paio di mesi di cancro ai polmoni”.

Incontro padre Moschetti mentre è a Ferrara per presentare il suo ultimo libro – presso il Centro Culturale il Quadrifoglio di Pontelagoscuro, in collaborazione con l’Istituto Gramsci di Ferrara – ‘Sud Sudan. Il lungo e sofferto cammino verso Pace, Giustizia e Dignità’, nel quale ricompone gli ultimi sette anni della sua vita. Negli incontri che sta facendo in tutta Italia, prima di partire per gli Usa, cerca di “parlare il più possibile di questo paese e di tutto il contesto del centro Africa, cerco di rompere il silenzio che c’è sull’Africa in generale. La realtà del Sud Sudan è solo un esempio di questo silenzio”.
E non si tira certo indietro su un tema particolarmente scottante: “le grandi migrazioni non sono quelle che riguardano l’Italia o l’Europa, sono quelle che si riversano sugli stessi paesi africani: la prima opzione è sempre quella africana”. Moschetti cerca di far uscire chi lo ascolta dai luoghi comuni, compreso quello di un continente ovunque uguale a se stesso, con gli stessi tragici problemi di povertà e sottosviluppo: “in alcuni paesi l’economia sta tirando molto forte, creando occasioni di lavoro. Etiopia, Kenya, Sud Africa, Angola, Mozambico, ci sono zone dove il lavoro c’è e le persone si spostano in gran parte in quei paesi. Il deserto e le coste del Mediterraneo per arrivare infine in Italia e in Europa sono l’ultima opzione”, senza nulla togliere alla “tragicità” di questa scelta.

In Sud Sudan “ci sono tutte le premesse per arrivare a una situazione del tutto simile a quella del Ruanda”: dinka e nuer sono le due etnie principali, ma intorno ai Nuer ribelli, ruotano almeno altre sette-otto etnie insofferenti della pretesa supremazia dinka, in totale i gruppi etnici presenti nel paese sono però almeno una sessantina. E, inutile dirlo, dietro a queste lotte tribali in realtà si cela “una lotta per il potere e le risorse”, immense. “Fosse solo il petrolio!”, afferma ironico padre Moschetti: “ci sono anche i giacimenti di minerali e poi terre fertili e l’acqua del Nilo Bianco e del Sudd, la seconda palude più grande al mondo, nel periodo delle piogge si arriva a 320 mila chilometri quadrati di acqua dolce”. “Stiamo parlando di un paese dove il 70% della popolazione è sotto i 30 anni e la vita media non arriva ai 50 anni”.
Il Sud Sudan ha raggiunto l’indipendenza dal Nord solo nel 2005, con un referendum arrivato dopo quarant’anni di guerra, e nel 2013 era già alle prese con un nuovo conflitto, questa volta interno: i dinka del presidente Salva Kiir contro i nuer dell’ex vice Riek Machar. “La speranza e l’entusiasmo dopo il referendum, soprattutto da parte dei giovani, quel poco che si era cominciato a fare nell’ambito della sanità e dell’educazione: tutto è andato perduto”. Negli ultimi quattro anni “l’inflazione è arrivata all’850%, con una moneta così svalutata non si può più acquistare nulla da fuori e nel paese c’è solo un’agricoltura di sussistenza. Il risultato è che, oltre alle violenze, ci sono 4 milioni a rischio di morte per fame, circa 2 milioni di profughi nei paesi limitrofi e 2 milioni di sfollati interni. La corruzione è altissima e le violenze all’ordine del giorno”.
Di tutto questo però non c’è traccia nel main stream dei mezzi di informazione, mentre sarebbe “fondamentale mantenere alto il livello di attenzione”. Moschetti non è tenero con i mass media e ne ha tutte le ragioni: “Ci conviene non dire tutto ciò che avviene in Africa, ne sentiamo parlare solo quando ci sono dei morti. Abbiamo cercato di convincere i giornalisti di grandi giornali a parlare dell’Africa in modo diverso, dei segni di speranza che ci sono, oppure a scrivere del Sud Sudan, ma ci hanno risposto: se non ci sono meno di cento-duecento morti non ne parliamo. Bisognerebbe trattare dei diritti delle persone non dei morti, fare giornalismo di prevenzione: questa è la sfida”.
In una situazione così intricata, da dove partire per cercare di iniziare un processo di pace?
“Il nostro motto di comboniani è: salvare l’Africa con l’Africa“. Niente a che vedere però con quello slogan “Aiutiamoli a casa loro” oramai così diffuso: “parole ipocrite di persone che non conoscono la situazione reale e non vogliono farla conoscere”, taglia corto Moschetti. Per quanto riguarda il Sud Sudan: “Pace, giustizia, dignità sono le parole fondamentali. Non si può prescindere da un ricambio generazionale della classe dirigente perché nessuno dei leader, da nessuna delle due parti, è più credibile. Inoltre ci deve essere da entrambe le parti una grande disponibilità e fiducia per elaborare la verità di ciò che è accaduto e guarire le ferite della memoria, per reimparare a conoscersi l’un l’altro”.

Prima di lasciare padre Moschetti gli chiedo di Papa Francesco, che ha scritto l’introduzione al suo libro: un missionario che lavora nelle periferie, come vede un pontefice venuto da una di queste periferie, dalla terra della Teologia della Liberazione?
“Papa Francesco è una benedizione, non ce ne rendiamo conto ora, ma lo faremo in futuro. Per noi missionari è un continuo stimolo, ci dà un nuovo entusiasmo per lavorare in tutte le periferie, comprese quelle esistenziali così diffuse nel Nord del mondo, tutti i giorni offre spunti enormi di riflessione e di azione. Avendo fatto esperienza di pastorale riesce ad avere e a realizzare una sintesi fra una visone della Chiesa e la realtà: la Chiesa deve essere calata nella realtà”.

Un sorriso per l’Africa: intervista al presidente di Smile Africa Gianni Andreoli

“Ho sempre amato le sfide”, sorride Gianni Andreoli, presidente dell’associazione Smile Africa.
Dopo aver collaborato per anni con associazioni di volontariato in ambito nazionale, Gianni partì per l’Africa, in visita a varie missioni umanitarie. Durante il viaggio attraverso Burundi, Congo, Etiopia, Tanzania, insieme a un gruppo di amici, Gianni maturò l’idea di creare una propria realtà di volontariato. Era il 2007 e iniziava l’avventura umana di Smile Africa (www.smileafrica.it), un’associazione che opera in Africa e in Italia e si impegna in attività culturali e progetti educativi volti a migliorare le condizioni di vita delle persone.
“La prima sede di Smile Africa era il garage di mia nonna”, racconta sorridendo il presidente. Ora la sede è a Rovigo, ma Smile Africa è costituita da più gruppi di volontari presenti e attivi nel territorio italiano, che rappresentano il vero motore dell’associazione.
Nel 2010, durante una missione in Mozambico e Tanzania, Andreoli sentì parlare di Chipole, un villaggio “dove nessuno voleva andare”. Insieme all’associazione ferrarese Afrika Twende, con la quale nacque una stretta collaborazione, Gianni intuì che quello sarebbe stato un progetto per Smile Africa. Gli raccontarono di una “lunga strada bianca, sterrata, in mezzo alla foresta” che isolava quel villaggio dalle altre comunità della Tanzania. Non lo scoraggiarono nemmeno le quattordici ore di jeep tra la città di Dar es Salaam e Songea Chipole, traballando tra buche e fango su una panca di legno; anzi, gli ostacoli divennero il mordente per un’appassionante, bellissima sfida.
In questi anni i volontari di Smile Africa hanno realizzato a Chipole un piccolo ospedale – centro sanitario, con l’intento di fornire una struttura per fronteggiare necessità sanitarie alla popolazione più povera del villaggio e di altri sei limitrofi (Progetto‘Hope Of Life’, “Speranza di vita”). L’ospedale è l’unico nell’arco di 100 chilometri e il suo bacino di utenza raggiunge i centomila abitanti.

Il progetto di Isabella Malagutti

Accanto sorge l’orfanotrofio di Chipole, gestito dalle suore benedettine. In questi mesi Smile Africa sta promuovendo e ricercando fondi per il progetto ‘La Casa del sorriso’, per ristrutturare e riqualificare proprio la struttura che accoglie i bambini orfani, alla quale è annessa una scuola.
A Ferrara una coppia di professionisti – l’architetto Isabella Malagutti e il dottore in fisica Andrea Colombani – cura gratuitamente il progetto degli interventi necessari alla riqualificazione dell’orfanotrofio di Chipole.
I volontari di Smile Africa hanno fotografato e misurato la struttura già esistente, che è stata poi ricostruita virtualmente in 3d da Andrea Colombani attraverso il sistema Bim; Isabella Malagutti ha quindi progettato alcuni micro interventi per costruire e riqualificare la struttura nel rispetto dei principi architettonici locali. Gli interventi previsti non andranno a inficiare la tecnologia costruttiva, in continuità con l’esistente: si utilizzeranno materiali reperibili in Africa e tecniche di costruzione tradizionali.

Gianni, qual è la filosofia del progetto?
Noi pensiamo che non abbia senso costruire fabbricati avveniristici, con tecnologie occidentali: strutture come quelle finiscono per diventare le cosiddette ‘cattedrali nel deserto’, destinate a usurarsi o a essere abbandonate perché difficili da gestire e mantenere. Il nostro obiettivo è quello di collaborare rispettando le tradizioni locali, fornendo alle persone gli strumenti per crescere in autonomia. Si coinvolgeranno quindi i lavoratori del luogo, per formarli e garantire la manutenzione della struttura che verrà riqualificata.
Per l’avvio dell’ospedale, per esempio, il governo locale si è impegnato a stipendiare il personale medico-sanitario che lavora nella struttura. Il convento e la missione delle suore benedettine rappresentano il ‘cuore’, il centro di aggregazione di una comunità: l’ospedale, le scuole primaria, secondaria e la scuola di avviamento al lavoro sono realtà attive grazie alle quali Chipole cresce, valorizzando le proprie risorse. La riqualificazione dell’orfanotrofio grazie al progetto ‘La casa del sorriso’ migliorerebbe gli spazi dal punto di vista logistico e socio sanitario.

Come si può collaborare per far crescere la Casa del sorriso?
Al progetto si può partecipare con le donazioni: è possibile destinare il 5×1000 a Smile Africa Onlus per sostenere le opere e i progetti che l’associazione promuove, (scrivendo nella dichiarazione dei redditi il Codice Fiscale: 01330220292; info@smileafrica.it) o inviando sostegni liberali attraverso il conto corrente dell’associazione.
Chi volesse collaborare attivamente, toccare con mano la realtà di Chipole e impegnarsi a lavorare alla ristrutturazione, infine, può recarsicome volontario in Africa (il viaggio aereo è a proprie spese, mentre vitto e alloggio sono garantiti per il periodo di permanenza): un viaggio in Tanzania rappresenta un’opportunità autentica per incontrare e conoscere i destinatari del progetto. Da qualche anno, in collaborazione con le università di Padova, Rovigo e Ferrara, anche gli studenti possono recarsi all’estero per un periodo di tirocinio.
Come si legge nei racconti di chi ha lavorato come volontario, si tratta di un’esperienza che può aprire occhi, mente e cuore.

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volontarie di Smile Africa
Gianni Andreoli con bimbi della missione
bimbi di Chipole

Che cosa ha scoperto andando in Africa?
L’Africa è davvero un altro mondo, quando si decide di partire per l’Africa bisogna abbandonare il pensiero occidentale: là sono totalmente diversi i concetti di tempo e di lavoro. È radicata inoltre la convinzione che in Italia e in Europa sia semplice guadagnare denaro; proprio per questo motivo abbiamo portato in Italia una delle suore benedettine africane che collabora attivamente al progetto: ha assistito ai mercatini, alle manifestazioni e agli spettacoli organizzati con fini benefici e si è resa conto delle difficoltà che i volontari incontrano nel raccogliere fondi per le missioni.
Lavorando nelle zone remote dell’Africa, non solo ho conosciuto un’altra cultura, ma ho riscoperto la mia identità, la mia occidentalità. Ho capito che oltre a dare una mano alle persone in Tanzania, sentivo il bisogno di ritornare a impegnarmi anche nel luogo dove sono nato. Infatti in Italia ci stiamo dedicando alla disabilità e alcuni progetti di Smile Africa sono dedicati ai ragazzi diversamente abili, per favorirne l’integrazione sociale.

Quali difficoltà ha incontrato in questi anni?
È molto complicato fare bene il bene. L’incontro con una cultura diversa richiede molta pazienza. Quando ci si impegna a fare qualcosa per gli altri, è fondamentale la capacità di saper accettare chi ti sta di fronte, senza volerlo cambiare: solo se superiamo questo atteggiamento, riusciremo a costruire società coese. È importante soprattutto tollerare sia i nostri limiti, sia quelli degli altri, senza ricadere nel proprio egoismo, senza dimenticare mai la gratuità. Per me significa non rinunciare a un ideale, vuol dire comunicare verso la vita, costruire una ‘realtà del sorriso’. Questa è la mia filosofia: un atteggiamento di comprensione e di apertura all’altro. Ma non nego che ho attraversato diversi momenti difficili, di fatica e di crisi.

Eppure alla domanda “Non ha mai pensato di lasciar perdere?”, Gianni risponde con un monosillabo inequivocabile: “No”.

IL TEMA
Accoglienza, voce del verbo dividere

Grande è il potere delle parole, più grande ancora quello delle immagini, ma più forte di tutto è il peso dell’esperienza personale e diretta. Allineare concetti in forma di discorso, immagini costruite da altri ed esperienze personali è una sfida che bisogna affrontare ogni giorno e che diventa tanto più difficile quanto meno i concetti sono condivisi, la parole date per scontate, le immagini assunte come rappresentazioni stereotipate della realtà.

Accoglienza, ad esempio, è una parola che scalda il cuore ma che esiste solo se accompagnata da un’altra parola oggi abusata: libertà.
Posso accogliere solo liberamente, solo se accetto come persona, come famiglia e come comunità di aprire le porte del cuore, della mente e del luogo che sento come casa all’altro; posso accogliere solo se ho sufficienti risorse morali, relazionali ed economiche per farlo e posso accogliere se l’altro accetta quel poco o tanto che posso offrire in spirito di condivisione. Posso accogliere se sono in grado di voler comprendere le differenze, se voglio gestirla in un’ottica di reciproco arricchimento. Per accogliere devo ammettere suoni, parole, odori, costumi che non conosco; ma, per poter accogliere, devo contare anche sulla disponibilità dell’altro.
L’accoglienza così intesa non può essere quella imposta con la forza di decreti legge ed ordinanze che obbligano ed impongono con l’impersonalità tipica della burocrazia. Né può essere quella imposta dal timore di incappare nella distruzione della reputazione da parte dei pasdaran del pensiero politicamente corretto. Queste sono, semplicemente, la negazione dell’accoglienza: sono, anzi, un’altra forma di violenza, un calcolo cinico, che scarica su cittadini impreparati problemi e responsabilità che riguardano innanzitutto la politica, gli stati, la comunità internazionale, la grande finanza, le grandi imprese.
Per poter accogliere, una comunità deve essere forte, deve avere un’identità, una sicurezza e una coesione che oggi, in molti casi manca; per accogliere bisogna poter offrire lavoro ed essere in grado di far rispettare le regole, senza se e senza ma. E la possibilità di lavoro deve esserci realmente, così come, dall’altra parte, ci deve essere la volontà di guadagnarsi da vivere onestamente.
Oggi purtroppo la situazione italiana è ben diversa: la disoccupazione è drammatica, milioni di italiani, compresi gli stranieri residenti regolarmente (oltre 5 milioni di persone) e i sempre più numerosi immigrati naturalizzati e di seconda generazione (probabilmente 2 milione di “nuovi italiani”), sono a rischio di povertà; a fronte di questo, il flusso in aumento di migranti sulla rotta mediterranea (oltre 500.000 negli ultimi 3 anni) è composto in stragrande maggioranza da giovani maschi subsahariani, poche le donne, pochissime le famiglie, come attestano al di là di ogni ragionevole dubbio i dati ufficiali del Ministero e di Unhcr che ovviamente pochissimi hanno voglia di andare a vedere. I problemi del lavoro si mescolano con l’insicurezza percepita e la paura.

In tale situazione, l’obbligo di accoglienza senza se e senza ma, professato e sostenuto da alcuni, ma non accompagnato da piani, programmi e soprattutto, opportunità di lavoro rischia di acuire un profondo malessere sociale, di produrre risentimento e rancore soprattutto in quella parte di popolazione esausta e impoverita dalla crisi, che vede come fumo negli occhi la presenza sempre più numerosa di nullafacenti che ciondolano per ogni angolo d’Italia in attesa che l’Amministrazione faccia lentamente il suo corso.
Vi sono in Italia persone ed organizzazioni oneste pronte ad accogliere ed è giusto e nobile che possano farlo. Vi sono persone ed organizzazioni ben protette dai loro privilegi che parlano di accoglienza ed aggrediscono in modo violento chiunque osi rompere il tabù del politicamente corretto ma sono ben lontane dal voler condividere qualcosa. Vi sono persone che parlano male, in modo politicamente scorretto, ma sono sempre in prima linea quando c’è bisogno di fare, nell’emergenza e nell’impegno volontario. Vi sono organizzazioni e persone che campano e prosperano con il business dell’accoglienza e persone e famiglie che hanno saputo costruire relazioni genuinamente umane e reciprocamente arricchenti; vi sono persone che non condividono affatto questo modo di fare accoglienza che scarica le esternalità sulle collettività più fragili ed hanno tutto il diritto di esprimere le loro perplessità e il loro dissenso senza essere tacciati di razzismo, almeno fin che siamo in democrazia. E vi sono anche persone che non sopportano più tutto questo, contrarie all’industrializzazione dell’accoglienza, persone spaventate ed incattivite, che protestano e criticano. Forse vi sono anche persone razziste, ma quasi sempre il rifiuto non si estende al migrante straniero che lavora e produce, ma si indirizza fortemente contro chi pretende e ne approfitta, chi non lavora, chi delinque, chi non intende affatto conformare i propri comportamenti a quelli previsti dalla cultura ospitante. E piace pensare che tutti questi siano comunque cittadini che votano e pagano le tasse, esseri umani, spesso fragili che, come i migranti, richiedono tutele, cure e attenzioni.
Si fa presto dunque a dire accoglienza senza se e senza ma, soprattutto quando non se ne pagano le esternalità negative; altra cosa è subirne le conseguenze inattese indesiderate (Hirshmann ci ha insegnato che esse esistono sempre), direttamente e in prima persona, soprattutto quando l’accoglienza è malamente organizzata e peggio gestita.

Esemplare in tal senso la polemica sulla recentissima manifestazione di Milano per l’abbattimento dei muri e l’accoglienza dei migranti, definita da alcuni nobile esempio di un’Italia aperta ed inclusiva e, da altri, spettacolo insensato ed indegno. Non stupisce certo il commento di Salvini che l’ha definita “la marcia della sinistra col portafoglio pieno” che “dimostra che si chiedono più diritti e più accoglienza per i migranti senza conoscere davvero i problemi”. Stupisce – e molto – invece il commento spietato quanto lucido di Luca Ricolfi, sociologo di chiara fama e uomo di sinistra, pubblicato su “Il Giorno” e ripreso da altre testate che così commenta quanto affermato dal leader leghista: “Spiace doverlo dire, ma mi pare sostanzialmente vero. Aggiungerei una cosa: spesso chi è per l’accoglienza ‘senza se e senza ma’ più che non conoscere i problemi, semplicemente non ne ha. Ad esempio, non vive in un quartiere degradato o non abita in un alloggio popolare in cui il racket delle occupazioni, non di rado gestito da stranieri, la fa da padrone. O semplicemente guadagna abbastanza da potersi permettere un impianto di allarme moderno o qualche altra forma di protezione personale. Per non parlare dei casi più sgradevoli, tipo i politici che predicano il dovere dell’accoglienza e girano con la scorta”. E proseguendo nel discorso, commentando la svolta proclamata dal ministro Minniti, il sociologo rincara la dose: “Una simile svolta è uno degli eventi più improbabili dell’universo perché qualsiasi politico di sinistra sa perfettamente che, se appena accenna sa usare il cervello, il proprio cervello intendo, non quello del partito o se per caso gli scappa di dire quel che pensa è pronto il plotone di esecuzione dei difensori dell’ortodossia buonista: vedi la pioggia di contumelie che i vari Saviano hanno riservato alla Serracchiani che aveva espresso un concetto di puro senso comune morale: il male che fai a un tuo benefattore è particolarmente spregevole».
Parole dure, intellettualmente corrette, politicamente scorrettissime.

Ora, va detto che tra i firmatari del manifesto di sostegno all’evento (e si suppone partecipanti alla marcia) vi erano non solo politici e militanti del pensiero globale politicamente corretto, ma anche persone socialmente impegnate e, diciamolo, al di sopra di ogni sospetto speculativo. I vari Zanotelli, Ciotti, Erri de Luca sembrano difficilmente etichettabili come ipocriti tout court o personaggi meramente legati all’interesse finanziario connesso alla cosiddetta accoglienza. Tra i partecipanti vi saranno certo stati rancorosi che abbisognano di un nemico da etichettare come fascista e razzista, schiere di giovani extracomunitari reclutati alla bisogna, politici che hanno fiutato qualche tipo di futura convenienza, organizzazioni altamente interessate nello spartire il ricco bottino messo a disposizione dal governo, ipocriti ben lontani dal condividere la vita con i più bisognosi; ma, altrettanto certamente, vi saranno state molte associazioni pulite, persone e famiglie in assoluta buona fede, cattolici, atei e mussulmani favorevoli al dialogo interreligioso, operatori del sistema di accoglienza seriamente impegnati, giovani dei centri sociali orientati alla creatività e magari pure qualche curioso festaiolo interessato al colore e ai ritmi africani.

Si tratta di sciami, più che di strane alleanze ideologiche, dove in nome di uno slogan diventato brand, marchio di successo (“bisogna costruire ponti ed abbattere muri”) si ritrovano insieme interessi diversificati e non raramente totalmente opposti. Sciami che si aggregano intorno ad emozioni e sentimenti più che a serie riflessioni, che però lasciano tracce, impronte digitali, storie che girano alimentando opposte visioni, suscitando sentimenti ed emozioni diverse. Ecco allora, guardando un po’ oltre la manifestazione milanese, parlare fra loro gli operatori di pace genuini con i cattolici vicini a Bergoglio (che pure non fa sconti al neoliberismo imperante basato sulla cultura dello scarto e parla, senza mezzi termini, di “terza guerra mondiale a pezzi”); ecco i finanzieri che appoggiano e sponsorizzano certe Ong (open society ad esempio) riversandovi le quote dei loro guadagni sanguinosi generati con la speculazione finanziaria che pure, i primi, riconoscono come causa dei drammi del cosiddetto terzo mondo; ecco strane comunità di intenti che condividono l’idea della globalizzazione e della distruzione di stati e nazioni per opposti motivi ed interessi: gli apostoli del neoliberismo e di quella libera circolazione di merci e persone che sposta i benefici in mano privata socializzando le perdite e i difensori delle vittime di questo processo singolarmente marciano insieme sotto la stessa bandiera (“abbattere muri, costruire ponti”). Eppure sembra del tutto evidente che i valori degli uni e degli altri, i loro intenti, le loro passioni siano molto differenti. Gente impegnata concretamente per qualcosa (per gli scartati appunto, i poveri, i vecchi, i disabili) insieme a gente che lotta contro qualcosa; gente che lotta per costruire, insieme a gente che lotta per distruggere un nemico che deve essere innanzitutto costruito, entrambi con il segreto scopo di dare un po’ di senso al proprio essere. Associazioni di quartiere insieme ad Ong globali che raccolgono le donazioni di cittadini onesti non meno che quelle, cospicue, dei grandi finanziatori che hanno causato la crisi (e con questa continuano ad arricchirsi) o delle multinazionali che, attraverso queste donazioni, si presentano come moralmente e socialmente responsabili.

Per certi versi è il trionfo di quel pragmatismo neoliberista che ha conquistato il cuore e le menti delle persone di ogni credo e di ogni cultura (tanto meglio quanto più scolarizzate), che si organizza su temi specifici in nome del profitto (qui ben schermato dalle dichiarazioni umanitarie), basato su una concorrenza spietata, dove ognuno è imprenditore di se stesso e non esistono né beni pubblici né beni collettivi che devono essere privatizzati in nome dell’efficienza. La vittoria di quello stile di pensiero, fatto proprio anche da molti imprenditori morali, tutto focalizzato sulla massimizzazione dell’interesse di breve periodo e totalmente indifferente verso le estraneità negative che altri dovranno affrontare o subire: tanto saranno comunque pagate dalla collettività. L’abiura del grande pensiero che osa guardare nel lungo periodo in un mondo dove la struttura e il futuro stesso sono demandati al gioco impersonale della grade finanza, la cui realtà ha preso il posto del tempo meteorologico e delle bizze della natura.
Per altri versi l’emergere di una nuova costellazione di attori le cui relazione stanno cercando nuove forme di interazione finalizzata ad affrontare un futuro emergente tutt’altro che chiaro. Ma è proprio tra i confini degli spazi presidiati da attori che hanno idee e posizioni all’apparenza inconciliabili che si celano le migliori opportunità di apprendimento e di innovazione.

Strani effetti della complessità e di una globalizzazione non più definibile tramite le vecchie categorie della tramontata società industriale, un mondo dove le opinioni non devono essere disturbate dai fatti. Un mondo dove il problema non è più quello dei migranti che passa, per così dire, in secondo piano, ma quello di uno scontro tra gruppi (con relative organizzazioni e rappresentanze politiche) che nel bel mezzo del dichiarato relativismo sono convinti di avere una superiorità morale a prescindere e gruppi che si sentono fortemente minacciati da qualcosa che non approvano e percepiscono come profondamente ingiusto. Ma un mondo che comunque deve essere interpretato nella sua globalità non meno che nelle sue manifestazioni.

Bisogna allora e con assoluta urgenza, come ha suggerito Barbara Arcari, ricercatrice sociale, commentando un articolo apparso di recente su questo giornale, “trovare una via fattiva di riflessione e di intervento che coniughi l’inevitabile senso di frustrazione e smarrimento che ci coglie se osserviamo la complessità dei problemi ad un livello globale (infinitamente grande) e il senso di possibilità, di creazione, generazione che sperimentiamo ogni volta che lavoriamo sul livello locale più prossimo a noi, qualunque esso sia (infinitamente piccolo)”.
Perché è a questo livello che si costruisce integrazione e questa può fiorire solamente in un ambito di libertà non distorta dalla violenza verbale e sempre aperta all’argomentazione.

Le migrazioni come arma strategica sulla scacchiera internazionale

Le migrazioni hanno sempre accompagnato lo sviluppo della civiltà umana, spesse volte comportando grandi violenze e sconvolgimenti tali da rimanere nella memoria dei popoli. A volte esse hanno causato la distruzione di intere culture, come nel caso dei nativi americani vittime dell’invasione europea, altre volte hanno condotto ad integrazioni che sono sfociate nella creazione di nuove identità sociali, grandi imperi, nuove alleanze e nazioni. Molte sono le cause che le hanno prodotte, ma tra di esse, si trova sempre la questione demografica, un tema che s’intreccia con lo stato dell’ambiente (siccità, alluvioni), con le relazioni tra popoli ed etnie (guerre e violenze), con l’abbondanza o la scarsità delle risorse che consentono la soddisfazione dei bisogni fondamentali, con le culture dei popoli coinvolti.

Da sempre questi flussi di persone, che si muovono in cerca di nuovi spazi da assoggettare e di migliori opportunità, oppure che fuggono da condizioni limitanti o vengono esplicitamente chiamati da paesi che abbisognano di manodopera, rappresentano un problema ed una sfida per i gruppi stanziali che occupano i territori di transito e di destinazione. La cifra di questo problema dipende direttamente dal numero, oltre che dall’ampiezza delle diversità culturali coinvolte; all’aumentare del numero aumentano drasticamente i soggetti istituzionali coinvolti nel processo e gli interessi che essi rappresentano. Per flussi numericamente ridotti sono interessi piccoli e di breve periodo, che coinvolgono gli attori minori e che vengono assorbiti dalla società senza traumi; per grandi flussi si tratta di grandi interessi, che coinvolgo gli attori più forti impegnati nella competizioni geopolitica, con ricadute imprevedibili nel medio e lungo periodo.
Lungi dall’essere solamente semplici comportamenti aggregati di scelte individuali, le grandi migrazioni, oggi come nel passato, sono anche una variabile strategica nella politica delle potenze che giocano qualche ruolo sul palcoscenico della storia. Semplicemente, gli Stati (con i loro apparati pubblici e riservati), le grandi aggregazioni sovranazionali (Ue, Onu, Nato etc), le imprese multinazionali, il mondo della finanza (Banca Mondiale, grandi banche, fondi pensione etc.), le grandi reti del crimine organizzato, i partiti delle democrazie occidentali, le Ong e le grandi associazioni di rappresentanza, le Chiese, non possono essere indifferenti rispetto a fenomeni che hanno ed avranno un fortissimo impatto sulle opinioni dei cittadini, sull’economia e sull’identità stessa delle nazioni. Ognuno di questi attori ha, nel grande gioco delle migrazioni, una posta in gioco, qualcosa da perdere o da guadagnare: per alcuni la posta è rappresentata dai voti, per altri dalla legittimazione, per altri ancora dal controllo di risorse chiave, per quasi tutti dal denaro, molto denaro. Le migrazioni sono dunque (anche) una risorsa strategica che può essere ed è usata, cinicamente, come un arma da diversi attori coinvolti nel gioco geopolitico locale e globale. Svelare questi giochi non è facile e spesso suscita le ire di quanti hanno pronte soluzioni facili e preconfezionate.

La parabola di Gheddafi è da questo punto di vista particolarmente significativa; il leader libico rovesciato ed assassinato nell’ottobre 2011, proprio usando questo tipo di arma era riuscito, nel 2004, a far revocare le sanzioni verso la Libia, garantendo in cambio l’aiuto nella gestione dei flussi migratori. Più volte aveva ammonito l’Europa minacciando, in caso di attacchi, un apertura delle frontiere che avrebbe causato un’invasione. Che non si trattasse di un bluff lo dimostrano ampiamente gli accadimenti seguenti alla sua caduta, ed appare oggi francamente impossibile pensare che gli attaccanti non avessero previsto questo esito catastrofico tra i possibili scenari del dopo regime. Restano le cause tutte da indagare e, soprattutto, resta il flusso migratorio che ora è un arma in mano ad attori e a interessi che nessuno ha voglia di svelare: in un quadro che non si comprende affatto, una sola cosa è chiaria dal punto di vista strategico, ovvero che l’Italia è il bersaglio diretto (target) di una strategia emergente che (morto Gheddafi) appare priva di regia e di responsabilità, ovvero che può essere ridotta alla sommatoria di singoli atti di persone in fuga.
Eppure, l’uso delle migrazioni come arma da parte di stati non in grado di possedere costose armi militari, tecnologiche o finanziarie contro avversari molto più forti, è ben documentato anche da autorevoli studi: ben noto è il tentativo (fallito) che ne fece Milosevic durante la guerra nei Balcani, tentando di usare le popolazioni in fuga dal Kossovo contro la comunità internazionale degli aggressori; e più noto ancora l’uso, riuscito, che ne fece a più riprese Fidel Castro contro gli Stati Uniti o quello dell’Albania verso l’Italia nei primi anni novanta.
E vero però che l’aspetto globale delle migrazioni di oggi sembra più complesso rispetto a quello tipico dello scontro tra poche entità statali organizzate che, nel mondo globalizzato (ad esclusione di poche grandi potenze) diventano sempre più deboli, mentre si rafforzano sempre di più i nuovi attori (in primis le multinazionali e le forze finanziarie globali). In tale situazione diventa sempre più difficile ricostruire la trama delle grandi migrazioni, comprenderne il senso, mentre forte diventa il rischio della semplificazione faziosa. Resta però il fatto certo che le persone partono da un luogo, che sta sempre sotto il dominio di un’entità statuale organizzata (origine), transitano (a volte) per territori sottoposti all’autorità di altri stati, per arrivare infine ad una destinazione soggetta all’autorità di un altro Stato sovrano. Poiché tutti gli Stati hanno tra loro relazioni diplomatiche basate su accordi e negoziati che consentono di intrattenere scambi commerciali ed economici, sembra quanto meno improbabile che proprio il tema dello scambio migratorio tra stati di origine e di destinazione non venga trattato come prioritario. Sfugge allora il motivo per cui, restando all’Italia, si continui a parlare della sinistrata Libia come soluzione per fermare il traffico di esseri umani, e non vengano posti al centro dell’attenzione i rapporti diretti con i paesi di origine (per l’Italia soprattutto quelli sub sahariani) ben sapendo, ad esempio, che i traffici con la Nigeria comportano sia la percentuale più grande di migranti che arrivano sulle nostre coste, che la mega-tangente da un miliardo di euro pagata da Eni ai politici e dirigenti di quel paese assai corrotto.

Resta il fatto che, per i paesi di origine dei flussi, l’uso di masse migranti può essere l’arma più potente che hanno a disposizione. Una volta compreso il meccanismo, la minaccia e la pratica delle migrazioni può essere applicata in molti modi diversi per ottenere scopi politici non altrimenti raggiungibili. Essa infatti può essere usata come minaccia e deterrente contro intrusioni ed attacchi da parte dei paesi più forti; può essere impiegata per negoziare vantaggi facendo pesare il rischio morale di una catastrofe umanitaria. L’apertura più o meno ufficiale delle porte di uscita può essere usata come meccanismo interno per espellere gruppi non allineati al regime dominante, per allontanare legalmente soggetti e gruppi non graditi che gravano sui costi interni quali carcerati, criminali e nullafacenti; può servire per rafforzare meccanismi di pulizia etnica o per orientare i tanti scontri tribali ed etnici che caratterizzano i paesi del (fu) terzo mondo. Per gli attori non statuali (ovvero non riconosciuti come tali) può addirittura servire per infiltrare persone fedeli e creare teste di ponte in vista di scopi terroristici.

Tra i paesi di destinazione, le democrazie occidentali (in particolare europee), che si sentono depositarie di nobili principi umanitari, sono bersagli particolarmente sensibili a questi strategie; esse infatti sono esposte con grande facilità alla possibilità del ricatto morale che si annida nella drammatica discrepanza tra la retorica dei nobili principi professati e la prassi cruda della politica internazionale e globale, basata sulla competizione e sulla pratica delle alleanze interessate. L’esistenza di maggioranze e minoranze politiche che, intorno alle differenti interpretazioni di tali principi, hanno strutturato le loro identità e il loro bacino di voto, rappresenta il contesto in assenza del quale simili strategie non potrebbero essere applicate con speranza di successo.

Non stupisce dunque che il fenomeno migratorio sia diventato un tema esplosivo attorno al quale nascono contrapposizioni feroci e si intrecciano interessi inconfessabili insieme ai buoni intendimenti. Non stupiscono le reticenze e le difese e le condanne a prescindere dai fatti che, troppo spesso, vengono rappresentati in funzione di precisi obiettivi comunicativi e sovente sfumano in mere opinioni fondate sul pregiudizio.
Sullo sfondo resta inquietante il tema demografico caratterizzato dai tassi di crescita insostenibili dei paesi da cui parte il grosso dei migranti; aleggia lo spettro della paura che sempre più si diffonde tra i cittadini degli strati meno tutelati e più deboli dei paesi di destinazione; e permane, refrattaria ad ogni critica e insensibile ad ogni fallimento, l’ideologia dominante col suo modello di sviluppo illimitato basato su una spietata competizione. Nessuno in fondo sembra volere aiutare davvero i paesi di origine a diventare più indipendenti, in modo che possano costruire apparati statali più forti e meno corrotti, che siano in grado di mettere a punto politiche sociali capaci di garantire un minimo di giustizia e di equità: condizione indispensabile per sanare gli enormi dislivelli di ricchezza e aggredire seriamente i problemi di sovrappopolazione, caos sociale e povertà endemica che stanno alla base delle migrazioni attuali.

SOCIETA’
La bomba demografica e il tramonto della società occidentale

Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione) relativi agli ultimi due anni, la stragrande quota dell’immigrazione in Italia che passa per la rotta mediterranea, proviene dall’Africa sub sahariana, in particolare da paesi quali Nigeria, Eritrea, Guinea, Costa d’Avorio, Gambia, Senegal, Mali, Sudan e Somalia. Nel 2015 sono arrivati da queste nazioni il 66% dei migranti e nel 2016 oltre il 73%. Se si tiene conto che i paesi dell’area sub sahariana sono però 48, è facile stimare che la proporzione giunta da quelle zone sia stata sicuramente superiore all’80% nel 2015 e addirittura superiore al 90% nel corso dell’ultimo anno.
Tra tutti i paesi che compongono questa parte del mondo è proprio la Nigeria il paese dal quale proviene la quota più massiccia di migranti sbarcati in Italia nell’ultimo anno, quota stimabile intorno al 25%. In tale quadro generale diventa importante comprendere meglio le caratteristiche demografiche di quei paesi e di quell’area valutandone le specificità rispetto al resto del mondo.
Come noto, la popolazione attuale di 7,4 miliardi di persone è destinata, secondo le stime, a crescere fino a 10 miliardi entro il 2050. Il problema, tuttavia, non è la crescita complessiva ma, piuttosto, la straordinaria differenza con la quale essa si manifesta in diverse parti del mondo, una tendenza talmente forte da essere già nel breve periodo assolutamente rivoluzionaria. Senza entrare in dettagli complessi basta dare un’occhiata alla distribuzione dei tassi di natalità nelle varie zone del mondo per afferrare i termini del problema; il tasso di natalità per l’Asia e l’America latina è di 2,2 figli per donna, che equivale grosso modo al livello di rimpiazzo generazionale e quindi corrisponde ad una situazione tendenzialmente stazionaria, connotata da un lieve incremento demografico nel medio periodo. La Cina, il paese più popolato del mondo, dove si applica da decenni una politica draconiana di contenimento delle nascite (che tuttavia oggi sembra causare molti problemi connessi all’equilibrio demografico interno) può vantare un tasso di natalità di 1,6; il Brasile, potenza economica emergente, un tasso di 1,8. Numeri analoghi valgono per l’area europea nel suo insieme che rimane ben al di sotto del livello di rimpiazzo. Con una popolazione che già oggi sfiora il miliardo di persone (988 milioni) l’Africa sub sahariana ha invece un tasso che supera mediamente i 5,1 figli per donna, una cifra che, rimanendo costante ancora per qualche decennio, porterebbe a triplicare la popolazione entro il 2050. Escludendo la repubblica Sudafricana, i paesi dell’Africa sub sahariana dai quali provengono negli ultimi anni i migranti che hanno eletto l’Itala a propria destinazione si trovano dunque in una situazione esplosiva dal punto di vista demografico, fattore che, a cascata, influenza tutto il resto. E’ ovvio che quella parte del mondo si trova oggi allo stato iniziale di una violenta transizione demografica che per l’Europa è durata secoli e che non ha ancoro trovato una stabilità definitiva.
Per comprendere ancor meglio la situazione vale la pena confrontare (dati sul PIL alla mano) quelle che sono le due più potenti economie e i paesi più popolosi rispettivamente dell’Europa (Russia esclusa) e dell’Africa. Stanti i trend attuali e secondo quanto riportato nel testo “Il pianeta stretto” (editrice Il Mulino) del demografo Massimo Livi Bacci, la Germania, che ha oggi 80,7 milioni di abitanti, ne avrebbe 71,9 mln nel 2050 con una diminuzione del 10,9%; la Nigeria, che ne ha oggi 182,2 milioni, ne avrebbe nello stesso anno 509,3 mln con un aumento del 173%, crescendo praticamente di quasi 3 volte.
Se la Germania – e più in generale l’Europa – fosse un sistema chiuso e, per così dire, isolabile dal resto del mondo, questo calo di popolazione sarebbe auspicabile per molti aspetti (minor impatto ambientale, minori problemi derivanti dalla disoccupazione tecnologica) anche se causerebbe, stante l’attuale struttura ed organizzazione sociale, pericolose diseconomie connesse ai sistemi pensionistici e sanitari e al deficit pubblico derivante dal capovolgimento della piramide dell’età, dovuto al rapido invecchiamento della popolazione.
Se, allo stesso modo, la Nigeria e tutta l’area subsahariana fosse un sistema isolato sarebbe assolutamente impossibile garantire un sufficiente tenore di vita a tutte quelle persone, senza un radicale sviluppo economico e tecnologico, che farebbe comunque aumentare in modo devastante e insostenibile la pressione sull’ambiente. Risolvere questa situazione è estremamente difficile, ma, nel medio lungo periodo, non impossibile adottando prospettive di stampo occidentale: bisognerebbe, da un lato, abbattere urgentemente la velocità di crescita demografica e, dall’altro, investire in tecnologie che non siano sostitutive della manodopera, ma possano garantire la produzione di beni essenziali tramite attività ad alta intensità di lavoro.
Si tratta di soluzioni oggi difficilmente implementabili a causa di diversi fattori: l’assenza di leadership locali legittimate e riconosciute a livello internazionale che abbiano davvero a cuore le popolazioni e lo sviluppo dei propri paesi; la straordinaria corruzione degli apparati amministrativi statali, e, direttamente connesso a questo, gli interessi dei paesi più ricchi e potenti in quelle zone (ricchissime di materie prime indispensabili al primo mondo); la persistenza di culture fortemente orientate alla natalità e, a fronte di questo, l’inefficacia o l’inesistenza di adeguate politiche sociali capaci di regolare il fenomeno; il fallimento delle strategie di cooperazione internazionale che, alla luce dell’esplosione demografica e della povertà endemica, non sono state capaci né di creare le condizioni necessarie a costruire adeguate infrastrutture, né di migliorare le conoscenze e la qualità del capitale umano disponibile in loco.
Ciò premesso, in assenza di azioni decise, vaste e concordate, considerando che simili squilibri demografici non si risolveranno da soli (almeno nel breve e medio periodo), il rischio di un aumento esponenziale dei flussi migratori verso l’Italia e l’Europa è altissimo. Ma non solo: in prospettiva strategica e geopolitica questa situazione demografica, che rende possibili migrazioni di massa, rappresenta una possibile arma attivabile a piacere attraverso l’apertura o chiusura dei confini, che gli attori globali e i paesi più poveri possono usare nei confronti delle più ricche democrazie occidentali.
L’intera area subsahariana è una bomba demografica che illustra come il concetto di sostenibilità, mantra di ogni discussione sul futuro del mondo, sia stato declinato e sviluppato lungo molte direzioni, escludendo quasi completamente il problema demografico, che invece era stato al centro dell’attenzione negli anni settanta del secolo scorso. Molte delle ipotesi sviluppate in quegli anni sono state bollate di catastrofismo, man mano che il pendolo delle mode intellettuali andava spostandosi dal polo del pessimismo maltusiano a quello dell’ottimismo tecnologico, incentrato sul paradigma del mercato e della crescita economica infinita, secondo un’oscillazione che si è ripetuta più volte nel corso degli ultimi due secoli. L’allarme demografico di allora fu derubricato tra le normali vicende del pianeta e cadde nel dimenticatoio, anche a causa di certo atteggiamento politicamente corretto che vedeva in esso una forma di imperialismo o paternalismo occidentale, ritenuto avverso alle istanze di sviluppo e di definitiva liberazione di popoli e nazioni che, in molti casi, erano da poco uscite dalla fase del colonialismo.
Tanto dunque si è parlato e si parla di sviluppo sostenibile dimenticando che vi è alla base una sostenibilità demografica a lungo negata, i cui effetti si mostrano adesso in tutta la loro evidenza.
Oggi vengono al pettine i nodi di tutte quelle colpevoli negligenze e si pagano i costi dello sfruttamento perpetrato nei confronti di paesi africani. Intanto però le multinazionali occidentali sponsorizzate dai rispettivi governi (comprese le grandi imprese italiane come l’Eni) intrattengono fortissimi legami e fanno affari d’oro con le (spesso) corrottissime e ricchissime élites dei paesi sub-sahariani dai quali provengono i maggiori flussi di migranti.
Di fronte a questa situazione complessa l’intero fenomeno migratorio può essere letto in una diversa luce; ognuno poi potrà decidere se sostenere l’accoglienza a tutti i costi e ad ogni condizione, se porsi nella prospettiva di un immediato rilancio della cooperazione internazionale, se propendere per un radicale cambiamento nei rapporti economici e politici tra paesi ricchi e paesi poveri o se immaginare qualcos’altro.
Di sicuro servono soluzioni molto creative e molto decise e, soprattutto, servono da subito. A meno che, come pare abbia consigliato il Dalai Lama, la soluzione al problema della sovrapopolazione non sia semplicemente quella di avere molti più monaci.

Tra parole e numeri: identikit dei migranti per spegnere i pregiudizi e aprire bene gli occhi

Migrazioni. Il problema inizia già con la parola, con i vocaboli che si usano per descrivere e comprendere il fenomeno, conoscerlo e quindi renderlo meno inquietante e minaccioso. Migranti, extracomunitari, immigrati, emigrati politici, emigranti, migranti economici, sfollati, migranti irregolari, rifugiati, richiedenti asilo, profughi, e ancora: esuli, fuoriusciti, fuggiaschi, sfollati. La confusione linguistica è notevole e le guardie ideologiche del politicamente corretto sono già pronte ad imporre l’uso di nuovi termini obbligatori, lanciando il bando di proscrizione per quelli non più consoni alla neolingua. Intanto, l’uso di certe parole piuttosto che altre, resta un atto politico che svela ideologie, pregiudizi e a volte pura e semplice ignoranza: ognuna di queste parole richiama emozioni, sentimenti, categorie concettuali che di volta in volta avvicinano o allontanano, implicitamente approvano o respingono. In tale situazione una piccola ricerca, vocabolario alla mano, si rivela particolarmente utile.
Migrante e una categoria generica che indica una popolazione in transito verso nuove sedi, gente che passa, che è in movimento verso qualcosa.
Migrante economico indica tutte quelle persone che si spostano per motivi economici ovvero in cerca di lavoro, opportunità di reddito, possibilità di consumo e accesso ai benefici offerti dal paese di destinazione.
Migrante irregolare è colui che, per qualsiasi ragione, entra in un paese senza possedere i regolari documenti di viaggio (“sans papier”) e senza poi sanare questa condizione di inadeguatezza amministrativa.
Immigrato è un migrante che si è trasferito in un altro paese, colui che raggiunge il luogo di destinazione e qui si stabilisce.
Emigrato al contrario, è chi è espatriato temporaneamente o definitivamente; è insomma il migrante visto dal punto di vista della società di partenza anziché di quella d’arrivo.
Extracomunitario è un termine che indica qualsiasi persona che non sia cittadina di uno dei ventotto paesi membri dell’Unione Europea.
Richiedente asilo è una categoria giuridica che riguarda le persone che hanno presentato domanda per ottenere asilo politico in un paese estero. Il richiedente asilo diventa entro un lasso di tempo definito qualcos’altro (ovvero rifugiato, migrante economico, migrante irregolare) nel momento in cui ottiene una risposta ufficiale e definitiva alla sua domanda di asilo.
Rifugiato è un’altra categoria giuridica (art. 1 Convenzione di Ginevra, 1951) che si riferisce a persona per la quale si è accertato, tramite un’apposita procedura, il diritto ad avere asilo. Con ciò si riconosce ufficialmente che tale persona è stata costretta a lasciare il proprio paese a causa di persecuzioni per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche, appartenenza a gruppi sociali particolari e, a causa di questo, non può tornare nel proprio paese.
Profugo invece è un termine generico che indica chi lascia il proprio paese a causa di persecuzioni, guerre o catastrofi naturali; è dunque termine adatto a definire esodi di massa come quello dei siriani che fuggono dalla guerra.
In un campo e in un periodo storico dove le opinioni sembrano valere più dei fatti, la precisione linguistica dovrebbe essere fondamentale per discriminare e comprendere; purtroppo però la distinzione tra questi termini non è sempre semplice e tantomeno lo è la chiarezza a livello di linguaggio comune. In tale situazione capita di sentire definiti come rifugiati tout court perfino quanti, non ancora riconosciuti, sbarcano ormai quotidianamente sulle coste Italiane; capita di vedere erroneamente etichettati dei rifugiati come migranti economici e così via.

Migrazioni. Il problema si complica quando dai concetti si passa ai numeri tentando di quantificare un fenomeno che ormai dura da decenni; non a caso, malgrado il tema sia trattato quotidianamente da tutti i media, le percezioni delle persone divergono spesso profondamente dai dati ufficiali. In particolare, il fenomeno sembra ridursi, nelle opinioni di molti, al massiccio e drammatico flusso di persone che approdano quotidianamente sulle coste Italiane o che dalle navi italiane vengono raccolti in mare. In realtà questa è solo la parte più evidente di un sistema migratorio assai più vasto e complesso, per molti versi ignoto al pubblico. Ed anche questo tipo di flusso mediterraneo costantemente esposto alle telecamere dei media è tutt’altro che chiaro.
Per tentare di chiarire le cose bisogna innanzitutto distinguere chiaramente tra i flussi migratori rivolti verso l’Europa nel suo insieme e quelli che arrivano in Italia, posto che la composizione dei due insiemi è assolutamente diversa. Nel 2016 i paesi di provenienza più rappresentati su scala europea sono stati Siria (23%), Afghanistan (12%) e Nigeria (10%).

Diversissima è la situazione in Italia (vedi tabella) che vede per lo stesso anno una assoluta prevalenza di popolazioni sub sahariane con ben il il 20,7% di persone proveniente dalla Nigeria (il paese con il PIL più alto dell’Africa: e la cosa dovrebbe far molto riflettere) e 11,4% dall’Eritrea.
Per il solo flusso migratorio relativo agli sbarchi che interessano l’Italia passando per il Mediterraneo, i dati consultabili sul sito del Ministero dell’Interno (Dipartimento per le libertà civili e le migrazioni) sono i seguenti: 41.925 (2013), 170.100 (2014), 153.842 (2015), 181.436 (2016) per un totale registrato ufficialmente di 547.303 persone approdate sulle coste italiane negli ultimi 4 anni. Vi è indubbiamente qualcosa di perverso, di freddamente burocratico nel parlare di un simile flusso di esseri umani attraverso semplici statistiche impersonali. Tuttavia un analisi anche molto semplice di quei numeri fa emergere una realtà piuttosto sconcertante sulla quale riflettere per inquadrare il fenomeno della cosiddetta accoglienza e le problematiche che genera a livello locale. Dietro ai numeri non ci sono solo aspettative e idee personali, calcoli, motivazioni e sofferenze, ma ci sono tradizioni, appartenenze etniche e religiose, culture, spesse volte assolutamente diverse dalla nostra (per fortuna) e non interpretabili semplicemente attraverso le nostre categorie di uso comune. Basti pensare, ad esempio, al modo di intendere il lavoro, il ruolo femminile e le regole della convivenza civile.

Un secondo aspetto ampiamente sottaciuto ma importantissimo è la composizione di genere. Lo sanno benissimo i cooperatori internazionali più avveduti (pochi) che hanno capito che in Africa, per attivare progetti con qualche speranza di successo, bisogna necessariamente lavorare con le donne e su piccola scala. Quanto sono dunque le donne in questo flusso di sbarchi? Sicuramente dipende molto dai paesi e dalle culture di provenienza ma i dati sono piuttosto sorprendenti rispetto alla percezione comune. Secondo il sito dell’UNHCR solamente il 13,2 % degli sbarcati sono femmine mentre i minori sono il 15,6%; di questi ultimi secondo Unicef Italia il 91% sono non accompagnati di eta compresa tra i 15 e i 17 anni, quasi tutti maschi in prevalenza provenienti da Eritrea, Nigeria, Gambia ed Egitto. Secondo il sito openmigration.org le donne arrivate nel 2016 provengono per oltre il 40% dalla Nigeria (11% Eritrea).

Un ultimo aspetto molto importante riguarda l’età, fattore importantissimo in un paese che ha da anni raggiunto il proprio limite demografico e sta dunque invecchiando; un recente studio condotto dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) su un campione di oltre 1000 soggetti adulti attualmente ospitati in centri di accoglienza (CARA), stima un’età media intorno a 27 anni, mentre il 90% dei migranti ha meno di 30 anni.
La sintesi è questa: almeno 80% degli sbarchi in Italia degli ultimi anni è rappresentato da giovani maschi, in età di servizio militare e di lavoro, rare le famiglie assolutamente minoritarie le donne. Anche a prescindere da ogni considerazione ulteriore che possa riguardare il numero di soggetti che avranno diritto allo status di rifugiati, anche a prescindere dal modo con cui queste persone potranno guadagnarsi da vivere in una nazione con un tasso di disoccupazione giovanile che raggiunge picchi del 40%, anche facendo finta di non vedere i profondi contrasti che esistono tra le etnie migrate e sempre più spesso con gli indigeni, non si può non vedere che la situazione è già socialmente esplosiva, che richiede cura particolare e che implica, per evitare il peggio, scelte profonde, coraggiose, innovative ed eque nei confronti di tutti i cittadini.
E intanto, sempre secondo i dati del Ministero e in attesa degli accordi con la Libia, nei primi due mesi del 2017 gli sbarchi sono già aumentati del 57% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: erano nello scorso anno 9.101 sono oggi 14.319.
Buona fortuna, Italia

Diario di un fotoreporter: l’Umanità tra rifiuti, lamiere e frutta fresca

Qui, a Nairobi, ‘hotel’ è mangiare.

Le attività nascono sulla strada, spesso in senso letterale, con servizio ed accoglienza all’esterno e una sola sala interna.

La struttura è su terra battuta contornata dai rifiuti, siamo in uno slum, con struttura in legno e rivestimento in lamiera ondulata, simile a quella che mio nonno aveva nell’orto. Solo che qui ci costruiscono le strutture delle case.

All’interno ci sono panche e tavoli rivestiti con teli di plastica e sono persone che cucinano, sistemano i prodotti e lavorano accanto a te.

La tanica posta all’ingresso serve per lavarsi. Dosando per bene l’acqua che in Africa è il bene più prezioso.

C’è un via vai di bambini e di donne che lavorano. ‘New Life Hotel’ offre frutta, avocado , mango, banane: la tagliano e la servono in un comodo sacchetto in plastica come take away.

Non c’è nulla, o quasi, ma non ho mai mangiato tra tanta Umanità.

Foto di Diego Stellino

Coraggio

scultura-africana

Lancia il tuo cuore davanti a te, e corri a raggiungerlo. (Proverbio africano)

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la giornata…

Bugie sulla rue d’Avron, ovvero iI crocevia multicolore

Scorcio parigino, Simonetta Sandri
Scorcio parigino, Simonetta Sandri

C’era una volta…Una via parigina cui si era misteriosamente approdati dopo lunga riflessione, senza finzione e con curiosità e fantasia. La stessa via che anni addietro aveva accolto le incertezze diventava a poco a poco lo specchio dell’anima, sicura e leggera. La Rue d’Avron. Un luogo che ha ospitato la mia scalpitante vita in crescita e i miei pensieri.

Una ricca via multicolore, dove i profumi e gli odori di mille paesi incrociano lingue e speranze lontane, nate da menzogne o da verità nascoste. Non basta fingere, qui tutto si vede. Croci e moschee non hanno posto su questa strada intensa e vivace, ma si trovano altrove, non lontane comunque l’una dall’altra. In un’integrazione che fa finta, che si crede furba e scaltra. Nessuno prega più. Almeno non qui.

Tanta immigrazione, tante vite e storie. Bugie indiscrete per cercare di respirare e, in qualche modo, sopravvivere. Tante invenzioni… se lo sono.

Immaginiamo allora una macchina da presa che apra il suo occhio su questa scena affollata.

S’incrocia un Burkinabè che si lamenta del fatto che il suo ristorante afgano preferito di non so quale arrondissement ha conosciuto una grave crisi fin dal tristemente noto 11 settembre 2001. Questo monumento alla cucina ha rischiato più volte il fallimento e sopravvive a stento. Purtroppo. L’uomo cammina trascinando i piedi sull’asfalto già caldo di un marciapiede sconnesso, con sandali marroni allacciati da una parte e le dita che escono sfacciate dalla suola soffice, quasi di cartone. Si annoda il vestito giallo e viola per non perdere la fierezza del suo portamento, strizzando l’occhio alla vicina che porta a passeggio un allegro cane maculato. Con un gesto quasi meccanico apre la sua borsa di paglia per cercare il biglietto della metropolitana timbrato più volte. Mi domando come farà a passare. Prende il bus, invece, salendo le piccole scalette della vettura verdognola dalle porte scricchiolanti che probabilmente lo porterà al mercato. Saluta, lasciando ai passanti alcuni inviti per il ristorante afgano. Ancora una volta è riuscito a passare attraverso le strette maglie della legge, del controllo così ben regolamentato. L’ennesima bugia, dopo l’imbarco clandestino sulla vecchia carretta maleodorante che tanto tempo prima lo aveva portato in Francia.

Trompe l'oeil, Simonetta Sandri
Trompe l’oeil, Simonetta Sandri

Si precipita sull’autobus in corsa un altro africano, un camerunense, forse, visto l’accento (ormai li distinguo senza troppe difficoltà). Sventola un giornale dove a caratteri cubitali spicca un articolo sull’immigrazione clandestina e le intenzioni del buon governo francese in merito. L’ennesimo articolista spocchioso, pensa. Quel giornale finirà a incartare l’insalata, probabilmente. O forse nella gabbia del canarino. Questa new entry sul variopinto bus crea un po’ di disordine. Il nostro amico lascia cadere le provviste mentre cerca di fotografare, con un vecchio apparecchio scassato, un graffito tridimensionale dipinto su un muro scalcinato, inciampa in una vecchia e nobile signora dall’elegante cappellino (che ci farà mai da queste parti?), pesta le zampette di un cane accovacciato in un angolo maleodorante. La sua faccia è nascosta dai ciuffi di verdura che spuntano dal grande sacco di carta riciclata che opprime metà autobus. Spuntano solo un cappellino blu e un paio di occhiali da sole. Forse comprati nel foyer all’angolo dove merci di ogni genere – dall’aria un poco clandestina – sommergono il cortile scivoloso pieno di pentoloni di riso. Forse è l’ultima volta che passerà di lì, ne ha le tasche piene. E’ triste e lancia uno sguardo quasi furioso alle fotografie di caccia allineate sul basso mobile dell’ingresso senza finestre. La porta scricchiolante si chiude alle nostre spalle. Siamo rimasti fuori. Lo spettacolo è finito.

Lo zoom ritorna alla Rue d’Avron, dove un canadese biondo guarda verso il cielo e osserva la scia di un aereo che parte o che torna. Gli piace pensare che quel velivolo leggero torni a casa. S’immagina le attese all’aeroporto, l’accoglienza festosa dei familiari che non vede da lungo tempo e non conosce quasi più. Il canadese entra in un piccolo negozio per comprare un interruttore e una lampadina che servirà a illuminare il suo piccolo appartamento di 15 metri quadrati sui tetti. Così potrà terminare di leggere gli insegnamenti del Dalai Lama. Nella sua giovinezza dai lunghi capelli ricci aveva sempre sognato di incontrare la pace dentro un cassetto accanto al letto, semplicemente aprendolo. Un tascapane appoggiato al tavolo, fatto con cassette di frutta dipinte da una mano esperta emana un profumo di baguette fresca e appena sfornata. Salendo le scale ripide si sbuccia un ginocchio e la giovane e ancheggiante vicina inglese, dall’accento super sexy, accorre in suo aiuto con un rimedio disinfettante della nonna irlandese. Un colpo di fulmine fra i due chiude la lunga giornata. Dietro la porta lasciata alle spalle dell’osservatore indiscreto nasce il nuovo che impedisce di dormire la notte e che secca le labbra. Una candela proietta la sua ombra sul muro.

Il telefono squilla impaziente nell’appartamento accanto. Nessuno risponde. Qualcun altro compone, quasi impazzito, tutti i numeri contenuti nella rubrica del suo cellulare, in cerca di una voce qualsiasi che lo risvegli dall’inganno dell’ex fidanzata.

Insegna Parigi, Simonetta Sandri
Insegna Parigi, Simonetta Sandri

L’insegna colorata di un negozio di ombrelli occhieggia, divertita.

C’erano una volta, dicevo, tutti questi personaggi curiosi le cui vite s’intrecciano su un solo marciapiede che a volte pare fasullo. Storie generate da altre storie, da menzogne che hanno oltrepassato le frontiere: promesse di vita migliore, di uguaglianza, partenze verso destinazioni promettenti, vita degna, amore. C’era una volta la parola razza e razzismo. Ci sono oggi fratelli e sorelle. In salita.

Ogni favola ha una morale. Almeno così ci insegnavano i nonni. Quale, nel nostro breve racconto? Lascio la risposta a Mohamed, Khaled, Soulef, Xuxu, Luigi, Marc, Alex, Igor e Paz che mi ascoltano a un centro sociale multirazziale di un complesso, affollato e colorato quartiere parigino. E che in fuga dalle bigie dei loro governanti sono passati per le bugie dei loro occasionali “traghettatori” verso quelle dei nuovi paesi che li ospitano.

Si parla tanto di clandestini e clandestinità, di fuga dal terrore, di traghetti della speranza e delle tante promesse più o meno mancate. Ma alcune bugie, che trasformino o nascondano la realtà poco importa, sembrano a volte migliori di altre.

STORIE
Esistenze interrotte, la nuova vita ferrarese di tre rifugiati politici

Metti tre persone: un allenatore di calcio, un esperto di lingua inglese e un massaggiatore sportivo, aggiungi sullo sfondo l’equilibrio precario della scena politico-economico-sociale mondiale, inserisci violenza e sopraffazione, persecuzioni e minacce. Metti le ali ai piedi dei tuoi personaggi e guardali fuggire dai loro Paesi, lasciandosi alle spalle dei figli che non sono ancora nati, fratelli che non vedranno mai più, madri e mogli che dovranno imparare a vivere con il dolore dell’assenza. Non ci tiri fuori la sceneggiatura di un film, no. Il risultato è la vita spezzata di tre uomini, di diversa provenienza, diversa età, diversa estrazione sociale, che hanno dovuto rimettere insieme i cocci delle loro vite in Italia, a Ferrara, spinti solo dalla speranza di sopravvivere.
Ci stiamo abituando ai barconi colati a picco, alle salme ricomposte sulle spiagge, ai camion stipati di teste, rintontiti dalle immagini che la televisione e i media ci sparano addosso, a volte indignati da queste, altre dalle parole della politica che non sa affrontare i fatti, cercando soluzioni a problemi che non riesce o non vuole sviscerare.
Mentre noi ci addoloriamo, però, la Storia si svolge sotto i nostri occhi e noi non la ascoltiamo: sono centinaia di migliaia i migranti che si muovono dal loro Paese d’origine verso l’Europa, centinaia di migliaia di storie che non vengono e verranno mai raccolte.

A dare la parola ad alcuni dei protagonisti di queste vicende ci ha pensato a Ferrara il think tank Pluralismo e Dissenso, in collaborazione con la cooperativa Camelot, che la scorsa settimana ha portato a palazzo municipale Aboubacar Traore, Alagie Fadera e Waseem Hedayat, i personaggi della nostra immaginaria sceneggiatura, giunti in città negli anni passati come richiedenti asilo e che hanno scelto questa città per viverci allorché hanno ottenuto lo status di rifugiato.
Il report dell’incontro – dal titolo “Racconti dell’Inferno: storie di rifugiati e richiedenti asilo” – è disponibile sul sito della cooperativa Camelot, mentre le testimonianze saranno caricate presto sul sito pluralismoedissenso.altervista.org, a disposizione di chi volesse ascoltarle dalla viva voce dei protagonisti.

Mario Zamorani, organizzatore del think tank Pluralismo e Dissenso, nell’aprire l’incontro (il primo di tre appuntamenti) ha spiegato: “Se io lancio invettive contro i migranti, tutti i media ne parleranno. Se invece faccio accoglienza, non fa rumore, perché la generosità non è urlata, per questo oggi abbiamo pensato di dar voce a chi fa accoglienza, ma soprattutto a chi la riceve, perché questi soggetti, pur essendo al centro del dibattito mondiale, ne sono quai sempre esclusi”.

Aboubakar è nato in Costa d’Avorio ed è arrivato in Italia nel 2008. “Nel mio paese ero allenatore di calcio ad alti livelli, ma l’ho dovuto lasciare perché ero anche responsabile della sezione giovanile di un partito inviso al governo, che ha iniziato a perseguitarmi, uccidendo miei compagni e membri della mia famiglia. Sedici anni fa ero seduto in una platea al posto vostro, nel mio Paese, ad ascoltare le storie dei ragazzi della Liberia o della Sierra Leone che fuggivano dai loro Paesi, perché questa era l’attività che svolgevamo. Ero come voi ora.
Nel mio Paese stavo benissimo, poi sono dovuto fuggire in Ghana, da lì in Mali, poi il mio partito mi ha fatto scappare durante la Coppa d’Africa tra il Ghana e l’Egitto, mi sono travestito da tifoso e sono riuscito ad arrivare in Tunisia, ma facevo fatica ad inserirmi, anche a causa del colore della mia pelle. Allora mi è stata offerta un’altra via di fuga, che passava dall’Italia per tornare in Africa, ma io non volevo tornare indietro, così, all’aeroporto di Roma mi sono consegnato alla polizia, chiedendo aiuto, e da lì è iniziata la nuova vita che mi ha portato a Ferrara.” . Qui Aboubakar è stato seguito dalla cooperativa Camelot che lo ha supportato in ogni passo necessario verso il riconoscimento dello status di rifugiato fino all’inserimento nel mondo del lavoro. “Ora faccio parte dell’Associazione italiana allenatori di calcio, ho anche fatto l’esame per la Uefa B a Coverciano.
Tre anni fa, mi hanno chiamato ad Amburgo, per allenare la squadra, ma alla fine non ho accettato. Qui a Ferrara alleno il San Luca, non posso fare cento metri che un nonno o un ragazzino non mi fermino per un abbraccio. Questo mi rende orgoglioso, io sono felice qui e ci voglio restare, poi però c’è anche l’altra parte della mia vita. C’è mio figlio che a settembre ha compiuto nove anni e che non ho mai visto. Nel 2010 ho perso mia mamma e non sono mai potuto andare sulla sua tomba. Non è facile rinunciare al legame col proprio Paese, al richiamo della terra dove sei nato, al calore dei tuoi affetti, sapere che forse non li rivedrai mai più.”

Alagie ha 21 anni, viene dal Gambia, ha studiato inglese e lavorava con suo padre in un’agenzia. “Aveva il progetto di realizzare una scuola, per questo ha avuto dei problemi con il governo, lo hanno portato in tribunale quattro volte, poi lo hanno arrestato.
Poi sono venuti a prendere anche me, per interrogarmi, e ho capito che, se non scappavo, per me sarebbe finita male. Nel mio Paese non c’è la democrazia, mi rendo conto che può essere difficile per voi capire la difficoltà che viviamo.
La prima tappa della mia fuga è stata la Libia, dove avevo trovato lavoro come installatore di impianti di aria condizionata. Ci sarei rimasto, il mio obiettivo non era venire in Italia, poi però a causa della guerra, anche lì la vita è diventata troppo pericolosa, e sono salito, come tanti, su un barcone, arrivando a Reggio Calabria, da lì mi hanno mandato a Ferrara, dove sono stato accolto presso la Città del Ragazzo. Ora qui mi sento al sicuro, ma non è facile vivere senza la mia famiglia, sono qui da solo, nel momento in cui sono arrivato, ho subito iniziato cercare di capire come tornare. Ma se torno, muoio”.

Waseem è pakistano e vive a Ferrara da 7 anni. “Sono di religione cattolica, mentre il mio Paese è a prevalenza musulmana. Mi sono laureato in fisioterapia, lavoravo in ospedale con grande soddisfazione, stavo molto bene, finché un giorno, il 13 febbraio 2008, sono andato in ambulatorio e ho trovato sulla scrivania una scritta in arabo, lingua che non so né leggere né scrivere. Ho chiesto a dei colleghi di tradurmela, loro l’hanno presa e l’hanno portata ai miei superiori. Poi sono tornati e hanno detto che c’erano ingiurie contro il profeta, che, per la legge 295c contro la blasfemia, sono punibili con la morte. Qualcuno aveva voluto incastrarmi: ho capito di essere in pericolo ed ho cercato rifugio in una chiesa, ma così mettevo i pericolo anche loro, allora con l’aiuto della comunità cattolica, ho cercato rifugio in Italia.”
Giunto nel nostro Paese, Waseem ha dovuto ricominciare da zero, non sapeva dove andare, non aveva soldi né documenti, non conosceva la lingua. “Riuscivo a dire solo ciao, perché l’avevo imparato nei film. Non so se capiate cosa vuol dire, non sapevo più nemmeno chi ero. Mentre fino a poco prima avevo tutto”. Dopo varie peripezie è arrivato a Ferrara, dove è stato accolto dalla cooperativa Camelot. La volontà e la speranza di tornare a casa non lo hanno mai abbandonato, pensava di non avere colpa di questo esilio, ma non accadeva nulla di quello che lui desiderava. “Sono stato male, però ho deciso di reagire ricominciando da quello che sapevo fare, dal mio lavoro. Il mio titolo non era riconosciuto qui, così ho iniziato a fare dei corsi come massaggiatore sportivo. Poi ho iniziato a lavorare per il Cus, ero di nuovo contento, ma ancora mi mancava il mio lavoro, così mi sono iscritto alla laurea in massofisioterapia. Quello che ho imparato da questa esperienza, è che se tu sei positivo, trovi persone positive. Ora faccio anche il massaggiatore a domicilio, ed è un grande passo avanti. All’inzio avevo paura di essere ancora perseguitato, ma ognuno deve uscire dalla sua paura, e adesso posso vivere in libertà.”.

I prossimo incontro di Pluralismo e Dissenso si terrà il 10 novembre alle 17 alla sala dell’Arengo. Il titolo scelto dagli organizzatori è “Non solo solidarietà: il migrante conviene” e interverranno Chiara Sapigni, assessora a Sanità, Servizi alla persona, Politiche familiari; Andrea Stuppini, collaboratore di lavoce.info e Girolamo De Michele collaboratore di Euronomade, moderati da Mario Zamorani. Per il terzo appuntamento, invece, non sono stati ancora definiti luogo e data ma il dibattito verterà sul tema “Le politiche sulle migrazioni: idee a confronto”.

Fondazione Rita Levi-Montalcini: una onlus per il diritto allo studio di bambine e donne africane

di Giulia Menicucci di Ploomia

Il diritto all’istruzione è uno dei diritti fondamentali sanciti da diversi documenti nazionali e internazionali e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che infatti afferma: “Ogni individuo ha diritto all’istruzione gratuita e obbligatoria almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali; l’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali; essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace”.
Avere accesso all’istruzione non significa soltanto avere la possibilità di imparare a leggere e a scrivere, ma acquisire tutti quegli strumenti e quelle capacità che permettono di acquisire competenze professionali e formative. Non è infatti un caso che i Paesi dove il tasso di analfabetismo è molto alto le condizioni sociali ed economiche in cui verte la popolazione sono spesso critiche. Nessun Paese nella storia è infatti mai uscito da condizioni di arretratezza sociale ed economica senza passare per la scolarizzazione delle proprie popolazioni.

che impara a scrivere
Bambine africane

Nel continente africano il problema dell’analfabetismo è fortemente presente: in questo continente infatti il 70% della popolazione è analfabeta, ed in alcuni Paesi la percentuale si alza drammaticamente sfiorando i picchi del 90%. La situazione è ancora più preoccupante se prendiamo in considerazione il problema da una prospettiva femminile: per le bambine infatti l’accesso alla scolarizzazione è ancora più difficile, spesso a causa di pregiudizi culturali e di genere, e anche qualora queste riescano ad accedere agli studi, spesso sono obbligate ad abbandonarli prematuramente.

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Una mamma che impara a scrivere, con in braccio il suo piccolo

Per questo motivo la Fondazione Rita Levi-Montalcini onlus dal 2001 opera attraverso 152 progetti umanitari in 35 nazioni per sostenere e fornire istruzione e formazione alle donne africane. In questo modo la fondazione si prefigge di dare a bambine, ragazze e donne africane gli strumenti e le capacità per affermarsi a livello sociale ed economico in modo da poter contribuire in maniera attiva allo sviluppo delle sociale e culturale dei propri paesi. In Etiopia ad esempio, ad Awassa, è stato lanciato un progetto di alfabetizzazione per 150 donne. I corsi sono inseriti in un programma di promozione della salute e di formazione professionale: dopo i corsi di alfabetizzazione e approfondimento linguistico le donne potranno accedere infatti a un percorso formativo professionale a partire dalle proprie capacità e competenza come corsi di sartoria, per la trasformazione di prodotti agricoli, di panetteria, di preparazione degli alimenti, di allevamento, ed inoltre corsi sull’imprenditorialità e d’informatica.

Per conoscere tutti i progetti della Fondazione Rita Levi-Montalcini è possibile visitare il sito della Onlus, da cui è anche possibile donare online una piccola somma di denaro per sostenere i progetti [vedi].

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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