30 Ottobre 2017

DIARIO IN PUBBLICO
Vivere a ‘Ferara’

Gianni Venturi

Tempo di lettura: 6 minuti

Quando arriva il giornale al mattino un sottile brivido d’angoscia si concretizza mentre si sfogliano le pagine. Una valanga di catastrofi s’abbatte sulla città senza interruzione né sosta. A cominciare da Igor, poi spaccio, furti, scandali politici. E ancora la ‘ruina’ dantesca della Spal che faticosamente s’inerpica con altalenante cammino, secondo l’icastica immagine del Poeta: “Vassi in Sanleo e discendesi in Noli/montasi su in Bismantova e in Caccume/con esso i piè; ma qui convien ch’om vol” (Purg. IV, vv. 25-27). Per finire, i deliziosi bocconcini alla stricnina offerti ai pelosi in passeggiata o la conoscenza del luogo dove vivevano e di come vivevano gli ottantacinque cani ospitati abusivamente in un appartamento in cui risiedeva una coppia che non pagava l’affitto.
Meno male che ci sono Bononi e le imperanti sagre del cibo.

Ma la storiaccia dell’insulto alla memoria di Anna Frank mi rende furioso al pensiero di come possa l’abiezione umana allignare nei luoghi che dovrebbero essere di esempio al senso del gioco e della competizione come stimolo morale a una sana crescita: mi produce sconforto e indignazione. Come è potuto accadere che i nostri figli e nipoti possano ancora riferirsi nelle loro manifestazioni ai più mostruosi esempi della non-umanità? Come è possibile che dai tanti che, suppongo, non condividono questa banalità del male che nasce dall’ignoranza, cioè dal pervicace rifiuto della conoscenza, non debba essere partita consapevolmente e spontaneamente una risposta a una simile indegnità, immediatamente seguita dai cori della canzonaccia fascista ‘me ne frego’ mentre si commemora Anna negli stadi oppure dai bracci alzati nel saluto fascista o l’attesa di entrare nello stadio se non dopo la cerimonia della consegna del Diario conclusa?

Ecco che allora tra tutti noi, per pigrizia o per cautela, benevolmente può levarsi questo commento: “E’ stata una goliardata”. In questo modo tutti accettiamo l’ondata di un neo fascismo consapevole o indotto, e su tutti, anche tra coloro che si son battuti per le idee liberali e democratiche, ricade la responsabilità di non aver saputo dare risposte: se non dopo . Me compreso.
Per esempio, la telefonato di Lotito – che prima di recarsi alla sinagoga di Roma per portare una corona di fiori s’informa ansiosamente se saranno presenti il rabbino e/o il suo vice e alla risposta sospira e dice “Famo ‘sta sceneggiata” – fa il paio con il comportamento tenuto, in altro luogo forse meno sportivo e più istituzionale, da pagliacci per fortuna non ancora orrorosi come il protagonista di It, che si strappano i vestiti, si bendano, urlano, vengono alle mani. Sono coloro che dovrebbero rappresentare er mejo della politica. Poi esci e nella piazza del Pantheon e vedi, ma soprattutto senti, il comico genovese che si ‘sgargatta’ ( che nel gergo ferrarese sta per “urla fino allo sfinimento”) per confermare come si debba elaborare un progetto politico attraverso la violenza verbale. Quelle stesse parole che i frequentatori delle curve non sanno leggere ma solo sentire, sommersi come sono dalla loro ignoranza. “Ma mi faccia il piacere!” direbbe l’immortale Totò
Francesco Merlo, in un articolo apparso su ‘La Repubblica’ del 25 ottobre, totalmente condivisibile per l’acutezza del giudizio e per la profondità di un pensiero acuminato dall’arma di distruzione più efficace per combattere la stupidità, l’ironia, scrive: “La signora ebrea che mi accompagna [alla visita alla Sinagoga di Lotito, ndr] è convinta che gli ultrà romanisti e gli ultrà laziali, solitamente divisi dalla stupidità del calcio, sono invece uniti nell’uso di un antisemitismo cieco che non capiscono, e che a loro arriva come un’eco. E poiché sono, anche loro, cretini intelligenti visto che smanettano google, invece di mettere la maglietta giallorossa al solito Shylock [protagonista dell’opera di Shakespeare “Il mercante di Venezia”, ndr] con il naso adunco che si fa pagare in libbre di carne umana, tirano fuori Anna Frank”.

Ecco dove si misura il nostro fallimento ancora più palpabile se si pensa che tra gli imputati del gesto c’è un ragazzino di 13 anni. Ecco perché mi sento coinvolto nel mio mestiere di insegnante. Come e dove abbiamo sbagliato nel tollerare simili indegnità?
Nel frattempo la Ministra dell’Istruzione emana un provvedimento che impone ai genitori l’obbligo di accompagnare i propri figli a scuola fino a tutte le medie, di solito sono frequentate da ragazzi e ragazze tredicenni. Orbene tra coloro che hanno diffuso i poster di Anna con la maglia laziale c’è un tredicenne. Anna aveva tredici quando venne nascosta nella soffitta per uscirne a sedici ed essere immediatamente uccisa nel lager. E si proibisce ai tredicenni di percorrere il tragitto casa-scuola se non accompagnati?
Ecco perché trovo non utili le commemorazioni e le riparazioni negli stadi. La storia di Anna Frank non deve né può passare da lì o solamente da lì. Ma solo nella Storia e nella conoscenza di questa.

C’è un racconto di Giorgio Bassani, ‘La lapide in via Mazzini’ dove il protagonista Geo Josz internato in un lager riesce a ritornare nella sua città dopo la liberazione. Passa per la via dove ai lati della sinagoga stanno per essere scolpite le lapidi che commemorano i morti ebrei e tra questi vede scritto il suo nome. Si fa riconoscere e riceve una specie d’imbarazzata compartecipazione da parte della città. Specie da chi era stato un alto rappresentante del Fascio. Geo prova una specie di vergogna di fronte al silenzio dei suoi concittadini, finché incontrando il mandatario della sua incarcerazione che gli si avvicina con modi amichevoli lo schiaffeggia e lancia un urlo che risuona oltre le mura della città. Il silenzio ha coperto sia la storia di Anna sia l’urlo di protesta. Se c’è stato, non è scoppiato investendo tutta la città, ma è risuonato semmai solo dentro gli stadi. Ecco perché la responsabilità di quel gesto ricade su tutti noi anche quelli che avrebbero dovuto lanciare quell’urlo di avvertimento che avrebbe dovuto risvegliare la nostra città, tutte le città.
Sempre più Ferrara sembra avere imboccato la via che conduce a ‘Ferara’.

Per ritornare a momenti meno gravi, ma rivelatori di una certa mentalità, riporto questo episodio.
Un commento di Michele Serra ne ‘L’Amaca’ del 7 ottobre su ‘La Repubblica’ così si esprime su coloro che, specie su fb, dicono o scrivono “le cose come stanno”. Sembrerebbe una virtù e invece è un pericoloso gioco in questa società di smemorati.
“C’è però una complicazione – scrive Serra – se uno pensa una cazzata o una porcheria, dirla non lo redime né lo soccorre. Se si è convinti – mettiamo – che gli ebrei devono essere deportati, o che una donna che divorzia è una zoccola… è evidente che il grosso problema non è quello che si dice. E’ quello che si pensa”.
E per reazione mi sovvengono ovviamente quei tanti politici che dicono “le cose come stanno” e pensano solo a come dire che bisogna respingere e in che modo…

In città inoltre si assiste a fatti a dir poco immondi. Come si fa nella bella Ferrara a spargere bocconi avvelenati in piccoli parchi pubblici o privati per tenervi lontani i cani? E semmai, filmarne l’agonia? Per fortuna il caso non è avvenuto nella nostra provincia e in città, come si è visto sui media dopo averli avvelenati. Che si fa allora? Le forze dell’ordine avvertono i compagni dei pelosi del pericolo e tutto finisce qui. Altro che carta smeraldo e divisione della spazzatura. Per dire che son convinto che l’inciviltà non proviene solo dalla, nel complesso, inutilità delle soluzioni Hera, quanto dalla pervicacia con cui i miei concittadini esprimono la loro rancorosità (molto spesso confusa con ferraresità) di proposito e con certa soddisfazione. Esempio di ieri. Diligentemente metto fuori dalla porta il sacco giallo della plastica. Dopo dieci minuti ritorno e vedo sul sacco una giacca e un vestito da donna in buone condizioni che avrebbero potuto essere messi nel cassone della Caritas a cento metri di distanza. Sarà stato forse quell’incazzato signore che al ritiro della carta smeraldo sbraitava che lui non avrebbe data niente alla Caritas perché quella è gente che si fa soldi vendendo i vestiti usati? Chissà!



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L’autore

Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.
Gianni Venturi

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