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Stiamo un po’ calmini

Prosegue, in tutto il Paese, la sconcertante ondata di euforia provocata dalle prestazioni della nostra Nazionale.
Si respira un clima degno della festosa Norimberga negli anni del Reich.
Si vedono a tutte le ore caroselli con bandiere, musicaccia, musica un po’ meglio, petardi, pistole, bazooka, bambini strafatti di popper, genitori ubriachi e nonni bombati di cocktail di farmaci.
Tutto questo fa certamente bene all’umore del Paese: ma non si può certo continuare così perché tutto questo è molto pericoloso in ottica assembramenti & covid-19.
C’è da essere sinceramente preoccupati per la sfida dei “nostri ragazzi” – in programma questo sabato – agli ottavi di finale.
Fortunatamente, la partita si svolgerà a Wembley e non all’Olimpico di Roma.
Questa casualità potrebbe sì alleggerire la situazione: ma anche peggiorarla sensibilmente, accentuando la follia serpeggiante iniziata dalle settimane di poco precedenti l’inizio della massima competizione continentale per squadre nazionali.
Che dire?
Intanto: Forza azzurri!
Ma anche: stiamo un attimino calmi, per Dio.
Comunque buona settimana a tutti e speriamo bene.

World in motion (New Order, 1998)

SUPERLEGA: il nuovo “cartello” ha perso una battaglia. Vincerà la guerra

La bugia e l’ipocrisia sono due cose diverse. La bugia, nel bambino, è considerata parte del suo processo evolutivo. Attraverso la bugia il bambino costruisce un proprio spazio segreto, che si riempie di sentimenti o emozioni che ha paura di mostrare. La manifestazione della malizia nel bambino che mente genera una specie di benevola meraviglia, di quando si scopre il mondo immaginario che è riuscito a creare dietro la bugia.

L’ipocrisia è l’atteggiamento di una persona che volontariamente finge di possedere ideali, principi, sentimenti che in realtà non possiede. Essa si manifesta quando la persona tenta di ingannare altre persone con tali affermazioni. In questo caso l’inganno è adulto, perchè ha perduto ogni innocenza.

Nella vicenda del fallito golpe del calcio europeo siamo al cospetto di attori che non sono semplicemente bugiardi, ma ipocriti. Gente che dichiara di difendere principi e ideali di purezza e sportività, quando in realtà sta difendendo i propri lauti guadagni. Tale Alexander Ceferin, presidente dell’Uefa, nel 2020, in piena epidemia mondiale da Covid, si è aumentato lo stipendio di 450.000 euro. Adesso si mette in saccoccia 2,2 milioni di euro l’anno, senza premi perchè, in pandemia, è immorale percepire premi (prima gigantesca manifestazione di ipocrisia: trasformo un compenso variabile in fisso facendo finta di seguire un principio morale). Ceferin infama l’ex amico Andrea Agnelli, presidente della Juventus e coautore del tentato “colpo di stato” della Superlega Europea, dicendo cose enormi: tipo che siccome Agnelli spegne il telefono per non farsi trovare mentre prepara la dichiarazione secessionista dei 12 club fondatori del golpe, il suo comportamento è peggiore di quello dei criminali di guerra che Ceferin si è trovato a difendere nella sua carriera di avvocato (complimenti). Ceferin è a capo di un organismo che introduce la regola del fair play finanziario, e poi permette a Manchester City, Paris Saint Germain ed altri di spendere l’inimmaginabile per creare squadre invincibili (che comunque non vincono sempre, perchè l’imponderabile nel calcio continua ad esistere, malgrado tutto e malgrado l’Uefa). Sempre Uefa è precisamente l’organismo che ha, di fatto, creato una Superlega di ricchi e potenti che detengono il monopolio del calcio professionistico, pagando cifre indecenti per ingaggiare i migliori allenatori e giocatori (non crederete mica che i migliori calciatori del mondo vengano a giocare in Europa perchè ha i migliori monumenti, vero?).
Poi succede l’imponderabile, stavolta un imprevisto planetario, non sportivo: il mondo è costretto a fermarsi a causa di una moderna peste chiamata Covid-19. Fine degli incassi da pubblico allo stadio, perchè gli spalti devono rimanere vuoti, per ragioni sanitarie. Fine di buona parte dell’indotto da merchandising, perchè la battaglia sportiva è meno attraente senza un’arena di tifosi urlanti. Riduzione dell’appeal televisivo, che inevitabilmente porta ad una contrazione dei guadagni da incasso dei diritti televisivi, della pubblicità e delle sponsorizzazioni. Le 12 società secessioniste non fanno altro che cercare di massimizzare i profitti di un circo che spende tanto, ma non incassa, secondo loro, abbastanza per quelle che sarebbero le sue potenzialità (e soprattutto non incassa abbastanza per ripianare i soldi già spesi). La NFL (lega nordamericana di football, quella del Superbowl) ha firmato nuovi accordi sui diritti tv con Cbs, Nbc, Fox, Espn e Amazon per un valore complessivo di 110 miliardi di dollari. La NBA (basket statunitense) fattura 8 miliardi l’anno.

La Champions League nel triennio 2018-2021 ha fatto entrare nelle casse dell’Uefa 1,5 miliardi di euro, pari a 1,8 miliardi di dollari. Il calcio in termini di spettatori ha il triplo dei numeri dell’NFL e il doppio dell’NBA. Ma i diritti tv e gli introiti da pubblicità rendono molto meno. Inoltre l’UEFA retrocede ai club una quota dei ricavi ben lontana dal totale.  Non capisco cosa ci sia di strano, dentro questa logica drogata, se le società che producono lo spettacolo più visto al mondo decidono di mettersi in proprio. La stranezza casomai è che non ci abbiano pensato prima. Adesso è diventato inevitabile non solo pensarlo, ma farlo, dal loro punto di vista, perchè la pandemia ha distrutto i bilanci dal lato delle entrate, e i prossimi introiti servirebbero anzitutto a ripianare debiti destinati altrimenti a diventare inesigibili. In questa situazione, l’appoggio finanziario di JP Morgan al progetto Superlega rivela più di tante chiacchiere.

La spettacolarizzazione spinta all’eccesso che sta dietro a questa idea persegue lo scopo di perpetuare la folle macchina degli ingaggi faraonici. Lo scopo, candidamente dichiarato (e qui Florentino Perez è molto meno ipocrita di Ceferin), è anche quello di poter continuare a dare 12 milioni di euro a Pep Guardiola, 16 milioni a Jurgen Klopp, 31 milioni a Cristiano Ronaldo. Quando sento Klopp dichiarare che non si fa una cosa del genere “contro i tifosi”, o Guardiola affermare: “lo sport non è sport quando non c’è un rapporto fra sforzo e ricompensa: tutti pensano a loro stessi”, francamente mi viene la nausea. Tutti pensano a loro stessi? Certo, e i primi sono loro. Fossero intellettualmente onesti, dovrebbero avere la decenza di tacere, perché questo putsch mira a tutelare anche le loro tasche, dalle quali tracimano milioni di sterline, euro, o franchi svizzeri. Invece si ergono a paladini del “calcio pulito”, competitivo, nel quale conta solo il merito sportivo.

La fiera mondiale dell’ipocrisia. Ce ne fosse uno, di questi paladini del calcio pulito, che dichiari di essere disposto a diminuire il proprio ingaggio, come sta succedendo a qualunque persona normale con uno stipendio normale in tempi di Covid. La scelta di una maggiore sobrietà sarebbe l’unico modo per conferire un briciolo di credibilità a certi discorsi ammantati di purezza. Invece, col piffero: molto meglio tuonare contro gli ammutinati e salvarsi coscienza e portafoglio.
Non vi bastano gli esempi citati? Sapete cosa guadagna Diego Simeone per allenare l’Atletico Madrid? 22 milioni netti. Sapete cosa ha dichiarato? “Considero il dietro-front e le scuse dell’Atletico Madrid dei grandi gesti. Il presidente ci ha spiegato i propri dubbi, credo che alla fine abbia fatto bene, sia nei nostri confronti che davanti ai tifosi”. Peccato che Florentino Perez, presidente del Real Madrid, abbia appena ricordato che tutte le 12 società non si sono accordate al bar dopo una sangria di troppo, ma hanno firmato un regolare contratto per aderire alla Superlega. Peccato che Joan Laporta, presidente del Barcellona, abbia appena dichiarato che “la Superlega esiste ancora”, e che “è assolutamente una necessità”. Sono i presidenti delle due società che fatturano più ricavi al mondo, e hanno assoluto bisogno di rientrare per non fallire. Come la mettiamo?

La cosa più maleodorante è il continuo richiamo al “rispetto per i tifosi”. Se i tifosi, così innamorati della tradizione (la gloriosa Coppa dei Campioni cui accedeva solo la vincitrice del campionato) e del merito da gettarsi a capofitto su una Champions League che imbarca la seconda, la terza e la quarta classificata del campionato nazionale, volessero davvero farsi rispettare, dovrebbero smettere di spendere fortune per il calcio. Smettere di abbonarsi, smettere di sottoscrivere pacchetti satellitari o streaming, smettere di pagare cifre scellerate per un biglietto.
Ma i tifosi non lo faranno, esattamente come è successo per il passaggio dalla Coppa alla Champions. Perchè i tifosi si sono trasformati in clienti, consumatori, e la loro è una dipendenza, esattamente come il tossico dipende dal suo spacciatore. E quando sei dipendente da una cosa, sei disposto a tutto per averla. Florentino Perez, Joan Laporta, Andrea Agnelli e gli altri secessionisti (ora pentiti per finta), lo sanno benissimo. Quello che vogliono fare è sostituire il loro cartello a quello di Ceferin, che non rende abbastanza. Prendere direttamente in mano la gestione dello spaccio, e controllare il territorio senza intermediari.

TERZO TEMPO
Gli ambasciatori della Deutsche Telekom

Negli ultimi dieci anni le partnership commerciali delle società di calcio hanno acquisito sempre più visibilità grazie all’aumento esponenziale degli spazi a loro dedicati, sia all’interno che all’esterno degli stadi. Il costante processo di internazionalizzazione di questo sport ha fatto sì che a un aumento degli sponsor sia corrisposto un aumento degli spazi pubblicitari, poiché quello sulle divise da gioco non è più sufficiente. Insomma, il calcio abbraccia qualsiasi settore merceologico, e le sponsorizzazioni che non hanno punti di contatto con lo sport o con gli atleti si affidano a delle campagne di marketing piuttosto originali: è il caso dell’azienda di telecomunicazioni Deutsche Telekom, partner commerciale del Bayern Monaco dal 2002.

Sta di fatto che, in occasione delle partite di campionato disputate all’Allianz Arena di Monaco di Baviera, la stessa Deutsche Telekom dà la possibilità a 58 persone di assistere gratuitamente all’incontro dalle primissime file della tribuna est – quella più esposta alle riprese televisive – al fine di formare un logo “umano” della stessa azienda. È a tutti gli effetti un modo alternativo per poter assistere a una partita del Bayern, le cui gare, specialmente nelle ultime stagioni, sono andate sold out ben prima dell’inizio del campionato.

Tuttavia, soltanto gli impiegati e i tirocinanti della Deutsche Telekom possono occupare quei posti, e per farlo devono inviare la propria richiesta all’azienda. Un’estrazione stabilirà chi, di volta in volta, farà parte dei 58 brand ambassadors, i quali non devono far altro che godersi l’esperienza: vengono accompagnati in bus allo stadio, ricevono un poncho e un cappello bianco a testa e assistono alla partita dai settori 124 e 125. L’unico accorgimento richiestogli, stando al portavoce René Bresgen, sarebbe quello di non abbandonare il proprio posto durante lo svolgimento della gara.

DIARIO IN PUBBLICO
Fra tifosi, artisti, medici e malati più o meno immaginari

Il criceto si preoccupa molto per la mia indignata reazione ai fatti di Napoli, la città che con Venezia e Parigi rappresenta il triangolo perfetto della bellezza, del nucleo forte di ciò che, nata da Roma, chiamiamo Europa e quindi Occidente. Tutti noi sappiamo qual è il carattere dei napoletani della loro insopprimibile vitalità, della esagerata reazione alle passioni, specie di quella più tremenda: il calcio.
Il saggio animaletto m’esorta alla calma, prospettandomi quanta sufficienza pericolosa, se non proprio antipatia, mi procurerò, osando recriminare sul brutale comportamento tenuto dai festanti e pericolosi ‘tifosi’ (parola che in tempo di coronavirus riporta a una delle malattie più pandemiche di ogni tempo, il tifo). Rivedo quelle belve dalla bocca oscenamente spalancata nell’urlo che compiono caroselli, che impazziscono, che si buttano nelle fontane. Per cosa? Perché hanno (loro!) vinto sulla Juventus aggiudicandosi non so quale premio. L’impassibile sindaco di Napoli commenta che si sapeva quale sarebbe stata la reazione dei napoletani e che recriminava solo che si fossero gettati nelle fontane. Ora – sono convinto – lo stesso atteggiamento sarebbe potuto essere comune alle città in cui operano altre famose società di calcio, quali la Juventus, o la Roma e perfino la Spal della piccola Ferrara. Non la città ma la passione per il gioco porta a questi immondi effetti. E ora caro criceto che mi s’attacchi pure. Credo che nel mondo ci possa essere motivo di esultanza più corretta e civile. Ad esempio sperare che Alex Zanardi possa farcela e tornare tra noi. Un grande.

Frattanto esce sulle pagine dei quotidiani nazionali, preceduto da una ricerca apparsa sulle pagine del Journal of Trombosis and Haemostasis un saggio condotto dal grande studioso di chirurgia vascolare, nonché direttore del Centro di malattie vascolari dell’Università di Ferrara, Paolo Zamboni. Il quale, studiando alcuni celebri quadri del Rinascimento e oltre, ne individua la possibile malattia che affliggeva la persona ritratta. Uno splendido esempio di ‘convivenza’ tra due forme del sapere, che sembrerebbero così lontane, ma che ritrovano nel pensiero una originale e straordinaria competenza. Il caso più clamoroso è la risoluzione del mistero di una macchia scura che appare sul seno della protagonista del quadro di Rembrandt Betsabea con la lettera di David. Una analisi che individuerebbe in quella macchia “una vena trombizzata sotto la pelle”. Ma ancora le ricerche condotte su una serie di ritratti che vengono pubblicate sul Corriere della sera del 18 giugno 2020 . Lo scritto di Elena Meli viene titolato Diagnosi su tela. Le malattie ‘dipinte’ dai grandi pittori ”tra le quali, oltre alla Betsabea rembrandtiana, quella che appare sul seno della Fornarina di Raffaello, o su Il Bacchino malato di Caravaggio, il cui colore verdastro e le unghie nere riportano a una diagnosi di un’anemia, che portano lo studioso alla conclusione che il Bacchino soffre del morbo di Addison, anche se a quel tempo nulla si sapeva di questa malattia, descritta solo due secoli dopo. La straordinarietà degli studi di Zamboni, da cui attendiamo a breve un volume sulle sue ricerche, quasi miracolosamente percorrono in parallelo quelle due culture, che furono nel secolo scorso uno dei temi fondamentali della consapevolezza di un rapporto tra le espressioni del mondo affrontate dal fondamentale studio di Charles Snow Le due culture e la rivoluzione scientifica apparso nel 1959. Mi onora l’amicizia di Zamboni, ma ancor più mi rende felicemente stupito come un grande scienziato sappia affrontare quel mondo a cui appartengo, applicando in modo perfetto quel secondo principio della termodinamica e il concetto dell’entropia, che avventurosamente mi è stato spiegato in anni lontani. Da qui la straordinaria capacità di Zamboni di giocare con quella doppia esperienza. E gliene siamo grati.

Arriviamo a questo punto a una mia personale ricerca, che mi prospetta nel tempo l’amicizia e a volte l’affetto che molti medici hanno provato per l’insopportabile malato, talvolta immaginario che qui scrive. E già dal 1962, quando venni a contatto con le mie prime vittime mediche che qui ricordo.
Adalberto C. e Paolo M. aprono la serie. E immagino quante volte, preso dai miei malanni che credevo irrimediabili, ho interrotto una cena o un altro appuntamento. Ma mi hanno sempre perdonato. Poi con gli anni la cerchia si allarga. Primeggia Italo N., insuperato lettore e curioso di ogni cosa, che ben presto si aggregò al cerchio di affetti familiari che lo portavano spesso in campagna a cena con l’amico Adriano P. E ancora Monica I., nipote adottiva straordinariamente dolce e ferma in momenti terribili della mia vita. Poi i più giovani di conoscenza: Sergio G., che mi fece conoscere il fascino delle Eolie che con la sua dolcezza scatena i ricordi, quando si siede a tavola e impone “racconta!”. O la cortesia e la calma di Enrico G., sposo di Sandra la coppia più felice che io abbia mai conosciuto. E infine i recenti Gianni R., con cui condivido il mito di Parigi. E Alberto e Maura C. straordinari nell’alleviarmi le pene delle spalle dolenti e dolcissimi nel consolarmi. Si aggiungeva frattanto il nipote Ippolito G. “belo e bravo” secondo la definizione della nostra mitica colf che rimase dai miei suoceri per tutta una vita.
Che voglio di più? Perfino il dentista Marco N., fratello della mia indimenticabile compagna di banco delle superiori, con cui intrattengo anche rapporti bassaniani o letterari. E anche il mio medico di base Enrico M., che condivide, oltre che la passione per il celebre, letterariamente parlando, campo da tennis della Marfisa di Ferrara, casa e contatti con carissimi amici del giovane Bassani. Mi scuso poi con chi ho fatto disperare, imponendo la mia visione medica, come mia cognata Paola B. e le dermatologhe della sua scuola.

Alcune volte ho avuto pan per focaccia come in un viaggio in Ungheria a trovare l’amico indimenticabile András Szőllősy, allievo prediletto di Béla Bartók e di Dallapiccola. Nel viaggio da Venezia a Vienna con i bambini c’erano gli amici medici Paolo M. e Italo N. Passa il capotreno che cerca un medico per un viaggiatore che si è sentito male. Implacabili vedo con terrore che i due indici dei medici si rivolgono verso di me e pronunciano: “lui”! Ovviamente poi andarono loro. O la majesté con cui entrò Italo N. nella camera dove mi avevano appena operato. La caposala non lo riconosce e gli chiede chi è. Impassibile risponde “Il Professore!”. O il dolce sorriso e la mano che stringe la mia di Sergio G., mentre mi risveglio dalla anestesia della più grave operazione che ho avuto. Mi direte o commenterà il criceto: Ma erano tutti così meravigliosi?
Ovviamente i problematici non li ho ricordati. E ti pareva.
Comunque: Evviva i medici e la medicina!

Tutti allo stadio!

di Maria Luigia Giusto

La grande ondata delle promesse elettorali è appena passata seminando speranze, illusioni e animando, talvolta con cori da estrema curva, i giorni trascorsi. Ci siamo ritrovati a tifare per uno o per l’altro candidato, chi apertamente, con bandiere e striscioni, chi in modo riservato, con la sciarpa nascosta negli intimi pensieri, come se fossimo sugli spalti di un enorme stadio chiamato Paese. Alcuni non hanno voluto far parte della tifoseria, per disinteresse o disillusione. A partita conclusa si spera che le formazioni ringrazino i tifosi e facciano manutenzione del terreno di gioco.

“Se volessimo capire in cosa consiste davvero la razza umana, dovremmo solo osservarla in tempo di elezioni”.
Mark Twain

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

DIARIO IN PUBBLICO
Vivere a ‘Ferara’

Quando arriva il giornale al mattino un sottile brivido d’angoscia si concretizza mentre si sfogliano le pagine. Una valanga di catastrofi s’abbatte sulla città senza interruzione né sosta. A cominciare da Igor, poi spaccio, furti, scandali politici. E ancora la ‘ruina’ dantesca della Spal che faticosamente s’inerpica con altalenante cammino, secondo l’icastica immagine del Poeta: “Vassi in Sanleo e discendesi in Noli/montasi su in Bismantova e in Caccume/con esso i piè; ma qui convien ch’om vol” (Purg. IV, vv. 25-27). Per finire, i deliziosi bocconcini alla stricnina offerti ai pelosi in passeggiata o la conoscenza del luogo dove vivevano e di come vivevano gli ottantacinque cani ospitati abusivamente in un appartamento in cui risiedeva una coppia che non pagava l’affitto.
Meno male che ci sono Bononi e le imperanti sagre del cibo.

Ma la storiaccia dell’insulto alla memoria di Anna Frank mi rende furioso al pensiero di come possa l’abiezione umana allignare nei luoghi che dovrebbero essere di esempio al senso del gioco e della competizione come stimolo morale a una sana crescita: mi produce sconforto e indignazione. Come è potuto accadere che i nostri figli e nipoti possano ancora riferirsi nelle loro manifestazioni ai più mostruosi esempi della non-umanità? Come è possibile che dai tanti che, suppongo, non condividono questa banalità del male che nasce dall’ignoranza, cioè dal pervicace rifiuto della conoscenza, non debba essere partita consapevolmente e spontaneamente una risposta a una simile indegnità, immediatamente seguita dai cori della canzonaccia fascista ‘me ne frego’ mentre si commemora Anna negli stadi oppure dai bracci alzati nel saluto fascista o l’attesa di entrare nello stadio se non dopo la cerimonia della consegna del Diario conclusa?

Ecco che allora tra tutti noi, per pigrizia o per cautela, benevolmente può levarsi questo commento: “E’ stata una goliardata”. In questo modo tutti accettiamo l’ondata di un neo fascismo consapevole o indotto, e su tutti, anche tra coloro che si son battuti per le idee liberali e democratiche, ricade la responsabilità di non aver saputo dare risposte: se non dopo . Me compreso.
Per esempio, la telefonato di Lotito – che prima di recarsi alla sinagoga di Roma per portare una corona di fiori s’informa ansiosamente se saranno presenti il rabbino e/o il suo vice e alla risposta sospira e dice “Famo ‘sta sceneggiata” – fa il paio con il comportamento tenuto, in altro luogo forse meno sportivo e più istituzionale, da pagliacci per fortuna non ancora orrorosi come il protagonista di It, che si strappano i vestiti, si bendano, urlano, vengono alle mani. Sono coloro che dovrebbero rappresentare er mejo della politica. Poi esci e nella piazza del Pantheon e vedi, ma soprattutto senti, il comico genovese che si ‘sgargatta’ ( che nel gergo ferrarese sta per “urla fino allo sfinimento”) per confermare come si debba elaborare un progetto politico attraverso la violenza verbale. Quelle stesse parole che i frequentatori delle curve non sanno leggere ma solo sentire, sommersi come sono dalla loro ignoranza. “Ma mi faccia il piacere!” direbbe l’immortale Totò
Francesco Merlo, in un articolo apparso su ‘La Repubblica’ del 25 ottobre, totalmente condivisibile per l’acutezza del giudizio e per la profondità di un pensiero acuminato dall’arma di distruzione più efficace per combattere la stupidità, l’ironia, scrive: “La signora ebrea che mi accompagna [alla visita alla Sinagoga di Lotito, ndr] è convinta che gli ultrà romanisti e gli ultrà laziali, solitamente divisi dalla stupidità del calcio, sono invece uniti nell’uso di un antisemitismo cieco che non capiscono, e che a loro arriva come un’eco. E poiché sono, anche loro, cretini intelligenti visto che smanettano google, invece di mettere la maglietta giallorossa al solito Shylock [protagonista dell’opera di Shakespeare “Il mercante di Venezia”, ndr] con il naso adunco che si fa pagare in libbre di carne umana, tirano fuori Anna Frank”.

Ecco dove si misura il nostro fallimento ancora più palpabile se si pensa che tra gli imputati del gesto c’è un ragazzino di 13 anni. Ecco perché mi sento coinvolto nel mio mestiere di insegnante. Come e dove abbiamo sbagliato nel tollerare simili indegnità?
Nel frattempo la Ministra dell’Istruzione emana un provvedimento che impone ai genitori l’obbligo di accompagnare i propri figli a scuola fino a tutte le medie, di solito sono frequentate da ragazzi e ragazze tredicenni. Orbene tra coloro che hanno diffuso i poster di Anna con la maglia laziale c’è un tredicenne. Anna aveva tredici quando venne nascosta nella soffitta per uscirne a sedici ed essere immediatamente uccisa nel lager. E si proibisce ai tredicenni di percorrere il tragitto casa-scuola se non accompagnati?
Ecco perché trovo non utili le commemorazioni e le riparazioni negli stadi. La storia di Anna Frank non deve né può passare da lì o solamente da lì. Ma solo nella Storia e nella conoscenza di questa.

C’è un racconto di Giorgio Bassani, ‘La lapide in via Mazzini’ dove il protagonista Geo Josz internato in un lager riesce a ritornare nella sua città dopo la liberazione. Passa per la via dove ai lati della sinagoga stanno per essere scolpite le lapidi che commemorano i morti ebrei e tra questi vede scritto il suo nome. Si fa riconoscere e riceve una specie d’imbarazzata compartecipazione da parte della città. Specie da chi era stato un alto rappresentante del Fascio. Geo prova una specie di vergogna di fronte al silenzio dei suoi concittadini, finché incontrando il mandatario della sua incarcerazione che gli si avvicina con modi amichevoli lo schiaffeggia e lancia un urlo che risuona oltre le mura della città. Il silenzio ha coperto sia la storia di Anna sia l’urlo di protesta. Se c’è stato, non è scoppiato investendo tutta la città, ma è risuonato semmai solo dentro gli stadi. Ecco perché la responsabilità di quel gesto ricade su tutti noi anche quelli che avrebbero dovuto lanciare quell’urlo di avvertimento che avrebbe dovuto risvegliare la nostra città, tutte le città.
Sempre più Ferrara sembra avere imboccato la via che conduce a ‘Ferara’.

Per ritornare a momenti meno gravi, ma rivelatori di una certa mentalità, riporto questo episodio.
Un commento di Michele Serra ne ‘L’Amaca’ del 7 ottobre su ‘La Repubblica’ così si esprime su coloro che, specie su fb, dicono o scrivono “le cose come stanno”. Sembrerebbe una virtù e invece è un pericoloso gioco in questa società di smemorati.
“C’è però una complicazione – scrive Serra – se uno pensa una cazzata o una porcheria, dirla non lo redime né lo soccorre. Se si è convinti – mettiamo – che gli ebrei devono essere deportati, o che una donna che divorzia è una zoccola… è evidente che il grosso problema non è quello che si dice. E’ quello che si pensa”.
E per reazione mi sovvengono ovviamente quei tanti politici che dicono “le cose come stanno” e pensano solo a come dire che bisogna respingere e in che modo…

In città inoltre si assiste a fatti a dir poco immondi. Come si fa nella bella Ferrara a spargere bocconi avvelenati in piccoli parchi pubblici o privati per tenervi lontani i cani? E semmai, filmarne l’agonia? Per fortuna il caso non è avvenuto nella nostra provincia e in città, come si è visto sui media dopo averli avvelenati. Che si fa allora? Le forze dell’ordine avvertono i compagni dei pelosi del pericolo e tutto finisce qui. Altro che carta smeraldo e divisione della spazzatura. Per dire che son convinto che l’inciviltà non proviene solo dalla, nel complesso, inutilità delle soluzioni Hera, quanto dalla pervicacia con cui i miei concittadini esprimono la loro rancorosità (molto spesso confusa con ferraresità) di proposito e con certa soddisfazione. Esempio di ieri. Diligentemente metto fuori dalla porta il sacco giallo della plastica. Dopo dieci minuti ritorno e vedo sul sacco una giacca e un vestito da donna in buone condizioni che avrebbero potuto essere messi nel cassone della Caritas a cento metri di distanza. Sarà stato forse quell’incazzato signore che al ritiro della carta smeraldo sbraitava che lui non avrebbe data niente alla Caritas perché quella è gente che si fa soldi vendendo i vestiti usati? Chissà!

Pallacanestro Ferrara: delitto, castigo e resurrezione

Estate 2015. Dopo un’esaltante stagione di Serie A2 conclusasi soltanto ai play-off contro la più quotata Trieste, per la Ferrara dei canestri il futuro sembra comunque essere roseo. Guidata dal coach udinese Alberto Martelossi, Ferrara ha saputo risalire la classifica arrivando fino al secondo posto, dietro alla corazzata Treviso. Quello è un grande gruppo: il playmaker pesarese Michele Ferri, arrivato in terra estense nel 2011, ne è il capitano. Al suo fianco il pivot Michele Benfatto, l’ala Alessandro Amici, con i suoi atteggiamenti sempre fuori dagli schemi… E poi Daniele Casadei e Kenny Hasbrouck, probabilmente l’americano più forte passato da Ferrara dopo gli anni di Andrè Collins, Allan Ray e della Serie A1. E’ un gruppo di uomini prima che di giocatori, e i tifosi lo hanno capito, ricreando al palasport un entusiasmo che non si vedeva da anni: più di 3000 persone per le sfide contro Ravenna e Treviso.

Dopo la fine della stagione, i supporters si aspettano la conferma di quella squadra che tanto li ha fatti sognare. Molti addetti ai lavori sono convinti che per fare un campionato ancora più positivo di quello appena concluso bastino un paio di correttivi.
La Società presieduta da Fabio Bulgarelli (che prima dichiara di voler vendere perché non ha abbastanza risorse, poi dichiara che non vende più e afferma che farà una squadra di vertice) annuncia l’ingaggio di John Ebeling, stella del basket ferrarese tra gli anni ’80 e ’90, come nuovo direttore sportivo al posto di Andrea Pulidori. E’ l’inizio di una rivoluzione di cui nessuno ha ancora compreso il senso. Le trattative tra il nuovo ds e coach Martelossi per il rinnovo sono un continuo tira e molla. I tifosi vogliono con forza la permanenza a Ferrara dell’allenatore che li ha portati dalla zona play-out a quella play-off, ma la Società pare non sentirli. E’ così che, in un pomeriggio piovoso di inizio estate, la notizia della non conferma di Alberto Martelossi per la stagione successiva piomba come un macigno in un ambiente che già stava cominciando a ribollire. E’ un domino: dopo Martelossi se ne vanno il capitano di mille battaglie Michele Ferri, che passa a Forlì, il baby Vincenzo Pipitone (a Trieste), l’ala Riccardo Castelli (a Udine), il totem Michele Benfatto (a Cento) ed infine Alessandro Amici (a Mantova). Alcuni vengono “scaricati” senza troppi complimenti. Quella squadra che tanto bene aveva fatto era stata completamente smembrata in un mese, apparentemente senza alcun motivo logico.
Stupisce ancor di più la scelta del nuovo allenatore: è Alberto Morea, esonerato due anni e mezzo prima da Bulgarelli dopo che la allora Mobyt navigava in cattive acque sotto la guida dello stesso coach tarantino. Tuttavia, i primi due acquisti dell’era-Ebeling sono due nomi sulla carta altisonanti: la guardia Ryan Bucci e il centro David Brkic.

La tifoseria è però sul piede di guerra: non accetta questa rivoluzione, non accetta il tipo di trattamento riservato dalla Società a giocatori che nel tempo trascorso sotto l’ombra del Castello Estense si sono fatti apprezzare per le loro qualità tecniche ed umane. La nuova Pallacanestro Ferrara targata Bondi, azienda subentrata a Mobyt come main sponsor, nasce sotto un clima turbolento.
Il presidente Bulgarelli viene contestato dalla maggior parte della tifoseria, che lo accusa di mancanza di rispetto e di chiarezza. L’ambiente è una pentola a pressione: ad agosto alcuni ragazzi decidono di fondare la “Curva Nord”, con il preciso intento di sostenere i nuovi giocatori ma di contestare duramente la Società. Striscioni di protesta vengono affissi per tutta la città, sui social network si scatena il dibattito tra chi difende (“è il presidente e ha tutto il diritto di cambiare quando vuole”) e chi attacca.
I battibecchi continuano, la squadra non entusiasma, il palasport si svuota: nel giro di pochi mesi il clima attorno alla palla a spicchi ferrarese è totalmente cambiato. In negativo.
Il giorno di Natale il calendario offre il derby contro la Fortitudo Bologna, in diretta Sky. I tifosi ferraresi al Paladozza sono pochi, l’entusiasmo è sottozero. Sulle balaustre appare uno striscione, “Bulgarelli vattene”. E’ il culmine della protesta dei tifosi biancoazzurri.

Lo stesso striscione, pochi giorni dopo, viene affisso in Piazzale Medaglie d’Oro. Ormai sui giornali non si parla più dell’andamento della squadra ma del rapporto, ai minimi storici, tra la Società e i suoi tifosi.
I ragazzi della “Curva Nord” raccontano poi di essere stati apostrofati in malo modo nel dopopartita con la “Effe” da alcuni rappresentanti della Società. Minacciano di disertare il palazzetto. Il rapporto sembra irrecuperabile.

E invece… Invece le due parti decidono di trovare un compromesso: il presidente e una rappresentanza di tifosi si incontrano in un noto ristorante cittadino per lasciare da parte questa stucchevole e imbarazzante situazione e trovare un punto d’incontro per il bene della Pallacanestro a Ferrara. Le divergenze vengono appianate, anche se i tifosi ricordano sempre di “non averle dimenticate”, e la seconda parte di stagione vede un ritrovato entusiasmo al palazzetto, nonostante la squadra navighi nell’anonimato della metà classifica. Ciononostante la “Curva Nord” sostiene i propri giocatori per tutti i 40 minuti, trascinando anche il resto del palasport.
A quattro giornate dalla fine coach Morea viene esonerato. Fatale la sconfitta in casa con la Dinamica Mantova degli ex Martelossi, Seravalli e Amici. Uno scherzo del destino o un epilogo simbolico…

Ferrara conclude la stagione fuori dai play-off.
La sintonia tra tifosi e Società sembra però ritrovata. Il presidente, memore degli errori dell’anno precedente, fa il possibile per accontentarli. Il nuovo allenatore è Tony Trullo, già a Ferrara una quindicina di anni fa, reduce da positivissime stagioni nella sua Roseto, dove ha raggiunto i play-off nonostante un budget limitato. Vengono richiamate figure storiche del basket ferrarese, come Maurizio Menatti e Sandro Tamisari.
Il primo tassello della “Bondi 2.0” è Yankiel Moreno, playmaker italo-cubano che Trullo ha portato con sé da Roseto. Arrivano poi l’ala Riccardo Cortese, con trascorsi in Serie A1, e il centro Francesco Pellegrino, di proprietà di Sassari. Si respira un’aria diversa.
Il giovane Martino Mastellari, classe ’96, viene soffiato alla feroce concorrenza di moltissime altre squadre. Dall’anno passato restano soltanto il play argentino Matias Ibarra e il ferrarese Mattia Soloperto, che viene nominato capitano.
I veri crack sono i due americani: l’ala grande Laurence Bowers, già in doppia cifra in A1 a Capo d’Orlando, e la guardia Terrence Roderick, più di 20 punti di media ad Agropoli (A2) nella stagione precedente.
C’è la sensazione che si sia costruita una squadra con grandi potenzialità. La nuova stagione è alle porte e tutti, dopo le delusioni dell’anno passato, non vedono l’ora cominci.
Società e “Curva Nord” raggiungono nel frattempo un importante accordo sul fronte merchandising: saranno infatti gli stessi tifosi ad occuparsi della vendita di magliette, sciarpe, felpe e gadget vari. Un altro segno di una sinergia ritrovata.
Ferrara perde le prime due di campionato, a Forlì in volata (72-71) e con Chieti in casa (72-84). Ma la squadra ha soltanto bisogno di allenarsi il più possibile insieme, e i risultati infatti arrivano. Quattro vittorie consecutive. Roseto, Mantova, Virtus Bologna e Imola. Le ultime tre da “infarto”. A Mantova e con la Virtus dopo un overtime, a Imola grazie ad una tripla all’ultimo secondo. Poco importa la sconfitta nell’ultimo turno a Treviso, perché Ferrara, pur priva di Bowers infortunato e con Cortese e Pellegrino febbricitanti, ha saputo lottare fino all’ultimo e tener testa ai veneti. E adesso due sfide sentitissime entrambe al PalaHiltonPharma. La Ferrara del basket è tornata.

LA NOTA
Passione e divieti: Spal, Bondi e l’onda anomala del tifo

Bandiere, striscioni, un cappellino, la sciarpa coi colori della società, la trombetta, la vuvuzela (ve la ricordate? Quella che ci ha stordito e reso antipatici i mondiali di calcio in Sud Africa), fischietto e – per chi va “alla Spal” allo stadio Mazza di Ferrara – l’immancabile cuscino bianco-azzurro per il seggiolino. Questo è l’elenco dei ferri del mestiere del tifoso, che deve essere anche dotato di: voce, per cantare o per commentare; conoscenze provate di gnoseologia delle dinamiche societarie e del mercato; diploma di studi di semantica degli schemi di gioco; una laurea in storia e civiltà delle sua squadra del cuore, deve aver superato i test in metrica dello slogan azzeccato e – dulcis in fundo – deve avere una comprovata esperienza sul campo, pena l’esclusione. Perché, si sa, la passione per uno sport ti muove per il mondo ma non sono ben visti i tifosi occasionali.
Essere un tifoso è una cosa seria. Qualcuno paragona il tifo sportivo ad una fede, in realtà lo fanno soprattutto i sociologi appellandosi all’estremismo, alla società senza valori quando non sanno più spiegare perché, nonostante le regole e i divieti, le tifoserie diventano violente, ma lo fanno anche gli stessi tifosi che sono passati da bambini dalla parrocchia rionale alla curva della loro squadra. Qualcuno lo ha trasformato davvero in fede : i tifosi di Diego Armando Maradona hanno fondato la Iglesia Maradoniana (la Chiesa Maradoniana), culto parodistico che conta seguaci in più di 60 paesi e 600 città nel mondo, si dice siano più di 120.000, inclusi calciatori illustri come Messi e Ronaldinho.
Qualcun altro ne fa una ragione di vita e c’è invece chi la definisce una malattia. Lo ammetteva anche Pier Paolo Pasolini: “Non ha importanza dove si è nati, quando come e dove si sono avuti i primi approcci con il calcio, per diventare un appassionato, un tifoso. Il tifo è una malattia giovanile che dura tutta la vita. Io abitavo a Bologna. Soffrivo allora per questa squadra del cuore, soffro atrocemente anche adesso, sempre.”.
Sta di fatto che i tifosi spesso sono materia di discussione quanto o più della stessa squadra che sostengono. Nascono come funghi siti web e pagine dei social media dei gruppi, spesso molto movimentate e caotiche ma che aprono una finestra interessante sulla tipologia umana dei tifosi, specie di quelli “di casa nostra”.
Prendiamo i supporter ferraresi della Spal 2013 e Bondi Pallacanestro Ferrara. I primi, che vedono la loro squadra capolista in Lega Pro, si sono visti negare dai prefetti delle città ospitanti il diritto di andare a seguire i loro beniamini nelle trasferte di Mantova e Macerata. A favore dei tifosi bianco-azzurro si sono schierati il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani e l’assessore allo Sport, Simone Merli. “Ci sembra assurdo penalizzare le persone che hanno piacere e voglia di vivere un momento sportivo importante per la nostra città. Si potevano pensare soluzioni alternative considerando che i tifosi ferraresi (uomini, donne e bambini) sono serenamente appassionati della loro squadra”, hanno stigmatizzato da Palazzo Municipale. Nel frattempo la tifoseria si sta organizzando sul web: lì dove non saranno ammessi invitano ad andare alla stadio i tifosi o i simpatizzanti, o gli amici dei simpatizzanti residenti fuori dall’Emilia Romagna. E’ una forma di protesta ma anche un tentativo di far sentire a presenza ferrarese sul campo ai “ragazzi”.
I tifosi della pallacanestro ferrarese, invece, non vivono un momento felice: la squadra sta andando malissimo, a dirlo è la classifica, e loro sono insistentemente concentrati sulle vicende della società, protestano, si fanno desiderare sulle tribune, contestano apertamente la mascotte della squadra, un cappellaccio gigante…
Ma il tifo quanto fa bene allo sport? Gli atleti cosa sentono, cosa gli arriva? Il tifo è davvero ‘il dodicesimo uomo in campo?’. Lo abbiamo chiesto ad un atleta storico, Luigi ‘Gigi’ Pasetti, classe 1945, che ha giocato nella gloriosa Spal della presidenza Mazza in serie A, con Fabio Capello ed Edoardo ‘Edy’ Reja, ma anche con la Juve e il Palermo alla fine degli anni sessanta. ‘Fa bene, fa molto bene allo sport. Il tifo dà morale, carica, per i giocatori è importante perché in campo arriva il sostegno, spinge… fa la differenza. Non è un caso che tutte le squadre statisticamente hanno più possibilità di vincere quando giocano in casa. E poi fuori casa, beh, quando un giocatore è equilibrato sa che nel campo avversario non dovrà ascoltare i tifosi dell’altra squadra. Ci vuole un orecchio selettivo: a me funzionava quando ero in campo, sentivo solo le voci e i cori dei nostri tifosi, il resto scompariva. Poi, questa caratteristica tutta italiana che i tifosi mettano – o pretendano – di mettere bocca negli affari societari della propria squadra del cuore è un’arma a doppio taglio. Quando le cose vanno bene si crea un bel rapporto di reciproco sostegno, quando poi le cose non girano bene nascono i dissensi : qua un presidente capace sa dare ascolto alle idee del suo tifo ma non si fa certamente condizionare, almeno questo è quanto accade nello sport ferrarese”.

Del rispetto: lettera aperta a un ultras

Ciao amico,
sono un ragazzo di 21 anni cresciuto a pane e pallone, come tanti altri coetanei. Stiamo parlando di uno sport che, preso nel suo complesso, a mio parere è fra i più completi dal punto di vista fisico, tecnico, tattico e psicologico. L’intensità, l’agonismo, l’astuzia o il “semplice” (quanto disarmante a volte) talento innato sono caratteristiche di uno degli spettacoli sportivi più seguiti e apprezzati in tutto il mondo.

Non mi è mai capitato di giocare a calcio a buon livelli e, se dobbiamo dirla tutta, neanche a quelli più “bassi”. Di certo non per voglia, ma per altri motivi che non ti racconto, ti annoierebbero. Quindi non ti so dire quali sensazioni si provino ogni volta che ci si reca al campo d’allenamento e non si ha minimamente voglia di allenarsi dopo una giornata negativa, non so quanto ci si riduca male dopo un allenamento nel fango e non so nemmeno quale sia il rumore dei tacchetti prima dell’ingresso in campo.

Ho avuto però, la fortuna di frequentare un liceo a indirizzo sportivo. Uno dei miei prof di educazione fisica dei primi anni, un giorno ci disse: “Non dovete infoiarvi per il calcio, dovete viverlo come un qualcosa di più leggero. Non dovete diventare delle iene, roba da non viverci per giorni se perdete. Apprezzate il lancio lungo di un calciatore che termina sui piedi di un suo compagno a 20 metri di distanza. Siate sbalorditi da un certo tipo di calcio dato al pallone per imprimergli un effetto tale che si infili in quel determinato angolo della porta. Applaudite la giocata di chi si diverte, senza sbeffeggiare, ma con il massimo del rispetto. Il rispetto è fondamentale”.

Vedi amico, io ho avuto fortuna. Quelle parole, ce le ho stampate in testa e penso che non me le scorderò più. Parlava di rispetto il prof, fra un elogio a un colpo di genio e un’applicazione della tecnica. Non prendermi per perfetto, non lo sono nemmeno io! Però ci sono certi atteggiamenti che mi piacerebbe discutere con te che vivi il calcio in maniera diversa dalla mia. Fumi? Puoi, siamo all’aria aperta e giustamente non sono nessuno per negartelo. Fumi qualcosa di più pesante? Beh, ti dico che probabilmente non è la cosa migliore da fare nella vita, ma è comunque un qualcosa che fa male a te direttamente e se questa è la tua scelta…
Introduci all’interno dello stadio un accendino? Eh beh, la sigaretta te la dovrai pur accendere! A patto che quest’accendino poi lo rimetti in tasca, non lo lanci in testa al giocatore avversario in campo, mi raccomando. Introduci striscioni arrotolandoteli intorno al corpo abusivamente? Son belli gli striscioni (qualcuno ci ha pure fatto una rubrica satirica, che risate!) soprattutto quelli che inneggiano al proprio idolo: me ne ricordo uno che da bambino vedevo sempre con scritto: “Furia Ceca” in onore di Pavel Nedved. Fai cori? Anche qui i ricordi mi riaffiorano in mente “Siam venuti fin qua, siam venuti fin qua… per vedere segnare Kakà”. Belli i cori, che supporto incredibile deve essere per chi sta giocando. Però ricordati sempre una cosa: c’è chi ha perso qualcuno in questo mondo, chi ha un colore della pelle diverso dal tuo o semplicemente viene da zone d’Italia diverse dalle tue. Vuole semplicemente vedersi anche lui la partita, come te! Perché gliela vuoi rovinare?
Ti piace fare a botte con i tifosi – no scusa – gli ultras delle altre tifoserie? Qua parli tu amico: dimmi che ci trovi di divertente. Ti senti più forte, più “tifoso”, più vivo? Cosa ti spinge a questo? Rischi solo di tornare a casa con tanti lividi e qualche costola fratturata, a che ti serve? Vuoi sfogarti? Urla, sbraita, emozionati, sii smodato, ma con criterio! Allo stadio ci sono stato pure io sai? Ho preso anche insulti perché avevo al collo la sciarpa della squadra rivale. Vuoi sapere se ho picchiato chi mi ha preso a male parole? No, non l’ho menato. Ho esultato come se non ci fosse un domani al gol della mia squadra, non l’ho nemmeno degnato di uno sguardo quel signore. Ero contento così.
Pensa che tuoi “colleghi” lanciano bombe carta verso i settori ospiti, altri hanno preso a sassate il pullman della squadra in trasferta che si stava dirigendo allo stadio. Ma che vogliono fare? Che modo di vivere il calcio è mai questo? Pensano che con un morto sulla coscienza staranno meglio? E ai familiari di quegli occhi che sono di fronte a loro, ci avete mai pensato? Ai loro genitori che sì, di questo sono sicuro, si sono tanto impegnati per dargli un’educazione, ci hanno mai pensato? Sarebbero fieri di loro?

Intona cori, salta, applaudi, meravigliati di ciò che alcuni campioni possono fare con il pallone tra i piedi.
Esulta per un’onesta scivolata che interrompe un’azione di gioco, ridi se qualcuno scivola o festeggia insieme a chi ha segnato il gol della vita, alzati in piedi e applaudi la squadra che con un’azione corale ha fatto un bel gol. Essere sportivo non deve essere segno di inferiorità o debolezza, è segno di cultura, sportiva in questo caso. Vuoi mettere intonare insieme a tutto “Anfield” “You’ll never work alone” o far parte di una coreografia a “Celtic Park” piuttosto che fare a botte con qualcuno? Dai, lascia stare! Goditi il momento, assaporane suoni e odori, scatta qualche foto e vivi la partita con passione, ma fai il bravo. Non sei solo, fai passare anche a chi c’è vicino a te un pomeriggio spensierato seguendo lo sport che ama.
Ecco, questa è la mia visione del calcio.

Voglio, pretendo ed esigo di poterci andare a cuor leggero allo stadio – tifando certo – ma non rischiando la vita. Non voglio correre il rischio di morire per un pallone che rotola e non voglio nemmeno privarmi di un tale spettacolo perché qualche idiota come te ha deciso di “divertirsi” a modo suo. E ti dico pure che “da grande” mi piacerebbe portare mio figlio a vedere una partita, ad una condizione: che tu, amico mio, sia cambiato.

Ci vediamo allo stadio, ti tengo il posto

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