Tag: ultras

Più di Undici
Storia Passionale di Amore e Ludibrio (SPAL)

 

Non esiste in Europa una squadra di calcio il cui nome sia un acronimo più raffinato di SPAL: Società Polisportiva Ars et Labor (esiste CSKA, ma sta per Club Sportivo dell’Esercito, una cosa molto più dozzinale). Così come non esiste in Europa una Curva di tifosi che abbia scritto una storia collettiva (ma anche molto individuale) di sè e l’abbia pubblicata in veste di romanzo, con tanto di codice ISBN. Con un’eccezione: la Curva Ovest di Ferrara, la cui lingua ufficiale è un dialetto da grezz e aldamar, contraltare della raffinatezza latina dell’acronimo.

Non ho mai capito come si fa a scrivere un libro a quattro mani, figuriamoci a trenta. Non ho mai davvero capito come fa il collettivo Wu Ming a scrivere, e quando l’ho chiesto a uno di loro, Wu Ming 1, mi ha risposto che nelle loro riunioni si scannano a parole fino a venire (quasi) alle mani. Questo produce un miracoloso compromesso al rialzo, che tiene il radicale e scarta il pallido. Il contrario del compromesso al ribasso, che tiene il pallido e scarta il radicale. Credo che il meccanismo sia il medesimo della scazzottata: dopo che ti sei picchiato, quello non è più un tuo nemico, perchè hai eliminato il non detto, ma anche il non fatto. Vi siete detti tutto e vi siete spaccati la faccia. Non c’è più spazio per covare il rancore, e questo fa scaturire addirittura la possibilità di un’amicizia.

Per capire come la Curva Ovest ha potuto scrivere “Più di Undici” ho condiviso una birra al circolo Blackstar, a margine della seconda presentazione “pubblica” del libro, con quattro di loro: Michele, Cristiano, Filippo e Marco. Mi hanno spiegato che alcuni membri della Ovest erano soliti scrivere piccole storie, tipo resoconti di trasferte o partite speciali, che poi venivano diffusi in Curva. Poi è lentamente maturata l’idea di scrivere dei racconti “finiti”, che si esaurivano nella vicenda narrata all’interno della singola storia. Ogni racconto aveva un protagonista: ognuno di questi (alla fine) quattordici personaggi è un dropout, ma più che di emarginati sociali (c’è anche qualche professionista in carriera) è appropriato parlare di persone che si trascinano dietro un nodo esistenziale irrisolto, e che hanno un punto in comune, pur non conoscendosi: un passato da ultrà della Curva Ovest, o perlomeno da appassionato curvaiolo dei tempi che furono. Qui sta la chiave di questa pionieristica opera di artigianato collettivo: dall’integrato allo scoppiato, ognuno di questi caratteri si ritrova a fare i conti con il suo passato, o prova a dare una svolta al suo presente, scegliendo come luogo fisico e simbolico di approdo lo stadio del Rapid Bucarest, dove la Spal deve giocare l’andata di un fantasmatico preliminare estivo di Europa League. Ad un certo punto, il gioco delle casualità e delle combinazioni fa in modo che le strade di questi personaggi si intersechino, si mescolino, e diventino una storia collettiva fatta di tante singole imperfezioni, rimorsi, rimpianti, inadeguatezze, scelleratezze. L’operazione di intersezione dei personaggi mi ha ricordato, in qualche modo (e non sembri sacrilego il paragone), quello che lo sceneggiatore del film America Oggi di Robert Altman fece con i personaggi di alcuni racconti di Raymond Carver, in origine separati l’uno dall’altro e invece intrecciati nella trama livida della pellicola che da essi prendeva spunto.

A Ferrara non si dice “vado allo stadio”, ma “vado alla Spal” . Per chi non si è perso una trasferta, nemmeno a Santa Croce contro il Cuoiopelli o a Solbiate, sfidando il ludibrio post-fallimento e credendo all’incredibile, cioè ad una Spal che dalla Lega Pro arriva alla serie A in tre anni, non può apparire impossibile nemmeno una “improbabile trasferta” a Bucarest, come la definisce il collettivo LAPS (Laboratorio Autonomo Produzioni Spalline). Chi invece alla Spal andava da ragazzino ma poi l’ha persa di vista, per disamore, scoramento o perchè la vita l’ha portato lontano dal Mazza, proverà un brivido nel rileggere la incomprensibile, arcana cantilena che negli anni settanta lo speaker gracchiava pochi minuti prima dell’inizio della partita: sigma, novaghemo, monocura . Erano prodotti per l’agricoltura, ma per le orecchie di un bambino erano le parole d’ordine esoteriche che preludevano all’ ingresso delle squadre in campo, quando il cuore batte a mille. Chi infine vuole provare l’emozione straniante e rassicurante di sentir parlare in dialetto ferrarese trovandosi in un lontano altrove straniero (a chi non è capitato di sentir esclamare un maial! in capo al mondo?), si tuffi dentro le pagine di “Più di Undici”:

La luce del fumogeno illuminava gli avversari: si distingueva nettamente il viso di Aldro su una, due, tre maglie delle ombre avversarie. “Fermi! Fermi! A sén ad Frara anc nualtar!”…In un secondo l’elettricità nell’aria si dissolse in uno scoppio di risa, pacche sulla schiena e cori. C’erano tutti: quelli di Barco e di Vigarano, Claudio col suo megafono e il gruppo dei giovani con Sambo in testa. Tutti si abbracciarono ridendo in mezzo al fumo delle torce. I due pullman dispersi a Trieste si accodarono agli altri tre e si ricostituì la colonna. Era tempo di ripartire. Il confine con la Romania non era lontano. 

Oggi, 20 luglio 2022, “Più di Undici” sarà presentato allo Spazio Grisù-Consorzio Factory Grisù a partire dalle ore 19.

APPUNTI SUI POLSINI
Quando il Parlamento assomiglia a San Siro

Il sacco dell’eredità del Vecchio Anno è talmente grande e pesante, logoro e torbido, pieno di bruttissime sorprese e trabocchetti, che sarà davvero impossibile trasportarlo (in tutto o in grande parte) sulle spalle del Novello 2019. Tutto sommato sarebbe una gran fortuna, ed è quello che tanti italiani si augurano, oggi più che mai: “Anno nuovo, Italia nuova”.

Basterà raccontare le ultime due ultime scene indegne, diverse in apparenza ma identiche nel contenuto, che ci hanno accompagnato nel mese di dicembre. Eccole in sequenza.

Il tempio italiano del pallone, lo Stadio di San Siro, resterà chiuso per due turni di campionato: dopo gli incidenti – col morto – prima della partitissima Inter Napoli, è questa l’unica decisione di rilievo presa dalle autorità . Nessuno si è sognato di sospendere il match: ennesimo ossequio al famoso e idiotissimo imperativo categorico: the show must go on.
Ovvio, chiudere San Siro fino a febbraio non aiuterà a salvare ‘il gioco più bello del mondo’. Non ci crede nessuno. E infatti tutti invocano leggi più dure, controlli più efficaci, pene più severe. Serviranno ad arginare razzismo, violenza, guerriglia urbana? Idem come sopra: non possiamo sperarci. O, almeno io, non ci credo: nel passato più o meno recente abbiamo assistito alla stessa identica commedia (dopo ogni tragedia), e ascoltato le solite parole di inutile sdegno e le roboanti e inefficaci promesse di ‘tolleranza zero’.
Allo stadio, durante la partita, è poi successo qualcosa di non meno grave: quando dalla curva degli Ultrà sono partite urla e insulti razzisti e squadristi, tutto il resto dello stadio (parliamo di qualcosa come di 60.000 tifosi, bambini inclusi) invece di zittire le grida violente si è unito al becero coro generale.
Erano diventati tutti violenti, razzisti, pazzi, deficienti? Evidentemente no. Allora perché un manipolo di 300 solisti facinorosi e delinquenti sono riusciti a monopolizzare gli altri 60.000, un intero stadio pieno di famiglie decise a passare un tranquillo Santo Stefano guardando da vicino la squadra del cuore?
Per rispondere – e dovremo pur provare a rispondere a questo absurdum aritmetico – ho sentito due bellissimi ragionamenti general-generici. Il primo: “Bisogna andare a monte del problema”. Secondo ragionamento: “E’ un problema prima di tutto culturale”. Qualcuno – mi pare sia stato proprio il Ministro dell’Interno Matteo Salvini – ha aggiunto una terza ricetta, tanto virtuosa, quanto retorica e usurata: “Bisogna incominciare dalle scuole!”
Non credo alla sbandierata tolleranza zero e, mi spiace dirlo, non credo neppure alla efficacia delle analisi sociologiche o dei fervorini pedagogici. Di questo passo il gioco del calcio dal vivo va verso il suo funerale. Si chiuderanno gli stadi (tutti) e le partite le vedremo esclusivamente nei vari canali televisivi, intermezzate da sempre più invadenti spot pubblicitari. Da lì arrivano il 90 e più per cento degli introiti delle società, quindi gli spettatori in carne d’ossa verranno definitivamente sostituiti dal grande popolo anonimo dei telespettatori-consumatori-scommettitori.
Stavo così sprofondando nel pessimismo più nero; vedevo il triste futuro del glorioso Stadio di San Siro deserto, ridotto a una specie di Colosseo: bigliettai, ciceroni e figuranti vestiti e truccati come Maradona e Roberto Baggio invece che come gladiatori.
Ma la sera, mentre guardavo inorridito le fasi finali della votazione della finanziaria alla Camera, “ho visto la luce” (John Belushi). Forse, perché no, c’era un modo di salvare il calcio. Semplicissimo. E stava tutto in una frase, tanto banale quanto geniale: dare il buon esempio. Però darlo sul serio. E cominciando da dove? Guardando in alto, ‘andando a monte’ appunto. Partendo proprio dal Parlamento..
Fateci caso: l’immagine di San Siro urlante è esattamente speculare a quella del nostro Parlamento terremotato (urla, pugni, schiaffi, cazzotti, spintoni, fogli in aria, cariche a testa bassa, risse, cartelli di insulti) mentre discute in ‘zona Cesarini’ quest’ultima Finanziaria (inconoscibile e truffaldina: ma questa è un’altra storia). E non solo ora, non solo a fine anno: Camera e Senato, in questa e nelle scorse legislature, sono spesso un campo di battaglia (‘merda e arena’): non un confronto verbale ma un luogo di scontro fisico senza esclusione di colpi. Il presidente sbatte il martelletto. Nessuno lo ascolta. Tutti interrompono tutti. Si urla. Si Insulta. Nessuno capisce nulla. Né i ‘molto poco’ onorevoli parlamentari. Tantomeno noi cittadini soldati semplici.
‘Camera Ardente’, così qualche giorno fa una magnifica prima pagina del quotidiano ‘il manifesto” per raccontare la temperatura infernale raggiunta dal dibattito parlamentare sulla Finanziaria.
Non è così dappertutto. Ricordo Theresa May mentre difendeva la sua bruttissima Brexit nell’aula minimal del più antico parlamento del mondo e che, nonostante gli enormi contrasti e un Paese spaccato in due, riceveva dai parlamentari solo degli oh di disapprovazione e qualche sonora risata. Nessun deputato si era però mosso dal suo posto. La premier britannica (potenza dell’humor inglese) si è fermata un attimo, ha risposto con un sorrisino a fior di labbra e ha continuato tranquillamente il suo discorso.
Un bell’esempio. Chissà, magari è anche per questo che gli stadi inglesi (senza sbarre, grate e transenne) hanno vinto la battaglia contro gli Hooligans.
Immaginate ora un deputato italiano che interrompe … e viene spedito in castigo in anti-Camera per mezzora. E se urla agitando un cartello: 3 giorni di stop. Se esce dal suo posto, insulta e aggredisce un collega: un mese di sospensione. Senza stipendio ovviamente. Se poi urla frasi razziste: a casa!, dimissioni immediate. Dura lex sed lex.
Chissà, forse ho esagerato. Ricordo con simpatia un antico episodio di Giancarlo Pajetta che lanciava una seggiola in parlamento (allora però le poltrone erano molto meno imbottite!), ma alla fine rimango della mia idea. Dare il Buon Esempio, banale fin che volete, è una strada che potrebbe funzionare. Per tutti. Per i tifosi. E anche per bambini delle scuole. Portiamoli in visita in un Parlamento civile, e solo dopo portiamoli allo stadio.

in copertina illustrazione di Carlo Tassi

DIARIO IN PUBBLICO
Vivere a ‘Ferara’

Quando arriva il giornale al mattino un sottile brivido d’angoscia si concretizza mentre si sfogliano le pagine. Una valanga di catastrofi s’abbatte sulla città senza interruzione né sosta. A cominciare da Igor, poi spaccio, furti, scandali politici. E ancora la ‘ruina’ dantesca della Spal che faticosamente s’inerpica con altalenante cammino, secondo l’icastica immagine del Poeta: “Vassi in Sanleo e discendesi in Noli/montasi su in Bismantova e in Caccume/con esso i piè; ma qui convien ch’om vol” (Purg. IV, vv. 25-27). Per finire, i deliziosi bocconcini alla stricnina offerti ai pelosi in passeggiata o la conoscenza del luogo dove vivevano e di come vivevano gli ottantacinque cani ospitati abusivamente in un appartamento in cui risiedeva una coppia che non pagava l’affitto.
Meno male che ci sono Bononi e le imperanti sagre del cibo.

Ma la storiaccia dell’insulto alla memoria di Anna Frank mi rende furioso al pensiero di come possa l’abiezione umana allignare nei luoghi che dovrebbero essere di esempio al senso del gioco e della competizione come stimolo morale a una sana crescita: mi produce sconforto e indignazione. Come è potuto accadere che i nostri figli e nipoti possano ancora riferirsi nelle loro manifestazioni ai più mostruosi esempi della non-umanità? Come è possibile che dai tanti che, suppongo, non condividono questa banalità del male che nasce dall’ignoranza, cioè dal pervicace rifiuto della conoscenza, non debba essere partita consapevolmente e spontaneamente una risposta a una simile indegnità, immediatamente seguita dai cori della canzonaccia fascista ‘me ne frego’ mentre si commemora Anna negli stadi oppure dai bracci alzati nel saluto fascista o l’attesa di entrare nello stadio se non dopo la cerimonia della consegna del Diario conclusa?

Ecco che allora tra tutti noi, per pigrizia o per cautela, benevolmente può levarsi questo commento: “E’ stata una goliardata”. In questo modo tutti accettiamo l’ondata di un neo fascismo consapevole o indotto, e su tutti, anche tra coloro che si son battuti per le idee liberali e democratiche, ricade la responsabilità di non aver saputo dare risposte: se non dopo . Me compreso.
Per esempio, la telefonato di Lotito – che prima di recarsi alla sinagoga di Roma per portare una corona di fiori s’informa ansiosamente se saranno presenti il rabbino e/o il suo vice e alla risposta sospira e dice “Famo ‘sta sceneggiata” – fa il paio con il comportamento tenuto, in altro luogo forse meno sportivo e più istituzionale, da pagliacci per fortuna non ancora orrorosi come il protagonista di It, che si strappano i vestiti, si bendano, urlano, vengono alle mani. Sono coloro che dovrebbero rappresentare er mejo della politica. Poi esci e nella piazza del Pantheon e vedi, ma soprattutto senti, il comico genovese che si ‘sgargatta’ ( che nel gergo ferrarese sta per “urla fino allo sfinimento”) per confermare come si debba elaborare un progetto politico attraverso la violenza verbale. Quelle stesse parole che i frequentatori delle curve non sanno leggere ma solo sentire, sommersi come sono dalla loro ignoranza. “Ma mi faccia il piacere!” direbbe l’immortale Totò
Francesco Merlo, in un articolo apparso su ‘La Repubblica’ del 25 ottobre, totalmente condivisibile per l’acutezza del giudizio e per la profondità di un pensiero acuminato dall’arma di distruzione più efficace per combattere la stupidità, l’ironia, scrive: “La signora ebrea che mi accompagna [alla visita alla Sinagoga di Lotito, ndr] è convinta che gli ultrà romanisti e gli ultrà laziali, solitamente divisi dalla stupidità del calcio, sono invece uniti nell’uso di un antisemitismo cieco che non capiscono, e che a loro arriva come un’eco. E poiché sono, anche loro, cretini intelligenti visto che smanettano google, invece di mettere la maglietta giallorossa al solito Shylock [protagonista dell’opera di Shakespeare “Il mercante di Venezia”, ndr] con il naso adunco che si fa pagare in libbre di carne umana, tirano fuori Anna Frank”.

Ecco dove si misura il nostro fallimento ancora più palpabile se si pensa che tra gli imputati del gesto c’è un ragazzino di 13 anni. Ecco perché mi sento coinvolto nel mio mestiere di insegnante. Come e dove abbiamo sbagliato nel tollerare simili indegnità?
Nel frattempo la Ministra dell’Istruzione emana un provvedimento che impone ai genitori l’obbligo di accompagnare i propri figli a scuola fino a tutte le medie, di solito sono frequentate da ragazzi e ragazze tredicenni. Orbene tra coloro che hanno diffuso i poster di Anna con la maglia laziale c’è un tredicenne. Anna aveva tredici quando venne nascosta nella soffitta per uscirne a sedici ed essere immediatamente uccisa nel lager. E si proibisce ai tredicenni di percorrere il tragitto casa-scuola se non accompagnati?
Ecco perché trovo non utili le commemorazioni e le riparazioni negli stadi. La storia di Anna Frank non deve né può passare da lì o solamente da lì. Ma solo nella Storia e nella conoscenza di questa.

C’è un racconto di Giorgio Bassani, ‘La lapide in via Mazzini’ dove il protagonista Geo Josz internato in un lager riesce a ritornare nella sua città dopo la liberazione. Passa per la via dove ai lati della sinagoga stanno per essere scolpite le lapidi che commemorano i morti ebrei e tra questi vede scritto il suo nome. Si fa riconoscere e riceve una specie d’imbarazzata compartecipazione da parte della città. Specie da chi era stato un alto rappresentante del Fascio. Geo prova una specie di vergogna di fronte al silenzio dei suoi concittadini, finché incontrando il mandatario della sua incarcerazione che gli si avvicina con modi amichevoli lo schiaffeggia e lancia un urlo che risuona oltre le mura della città. Il silenzio ha coperto sia la storia di Anna sia l’urlo di protesta. Se c’è stato, non è scoppiato investendo tutta la città, ma è risuonato semmai solo dentro gli stadi. Ecco perché la responsabilità di quel gesto ricade su tutti noi anche quelli che avrebbero dovuto lanciare quell’urlo di avvertimento che avrebbe dovuto risvegliare la nostra città, tutte le città.
Sempre più Ferrara sembra avere imboccato la via che conduce a ‘Ferara’.

Per ritornare a momenti meno gravi, ma rivelatori di una certa mentalità, riporto questo episodio.
Un commento di Michele Serra ne ‘L’Amaca’ del 7 ottobre su ‘La Repubblica’ così si esprime su coloro che, specie su fb, dicono o scrivono “le cose come stanno”. Sembrerebbe una virtù e invece è un pericoloso gioco in questa società di smemorati.
“C’è però una complicazione – scrive Serra – se uno pensa una cazzata o una porcheria, dirla non lo redime né lo soccorre. Se si è convinti – mettiamo – che gli ebrei devono essere deportati, o che una donna che divorzia è una zoccola… è evidente che il grosso problema non è quello che si dice. E’ quello che si pensa”.
E per reazione mi sovvengono ovviamente quei tanti politici che dicono “le cose come stanno” e pensano solo a come dire che bisogna respingere e in che modo…

In città inoltre si assiste a fatti a dir poco immondi. Come si fa nella bella Ferrara a spargere bocconi avvelenati in piccoli parchi pubblici o privati per tenervi lontani i cani? E semmai, filmarne l’agonia? Per fortuna il caso non è avvenuto nella nostra provincia e in città, come si è visto sui media dopo averli avvelenati. Che si fa allora? Le forze dell’ordine avvertono i compagni dei pelosi del pericolo e tutto finisce qui. Altro che carta smeraldo e divisione della spazzatura. Per dire che son convinto che l’inciviltà non proviene solo dalla, nel complesso, inutilità delle soluzioni Hera, quanto dalla pervicacia con cui i miei concittadini esprimono la loro rancorosità (molto spesso confusa con ferraresità) di proposito e con certa soddisfazione. Esempio di ieri. Diligentemente metto fuori dalla porta il sacco giallo della plastica. Dopo dieci minuti ritorno e vedo sul sacco una giacca e un vestito da donna in buone condizioni che avrebbero potuto essere messi nel cassone della Caritas a cento metri di distanza. Sarà stato forse quell’incazzato signore che al ritiro della carta smeraldo sbraitava che lui non avrebbe data niente alla Caritas perché quella è gente che si fa soldi vendendo i vestiti usati? Chissà!

No cari ultras… non ci siamo!

di Francesca Ambrosecchia

Urla, cori, striscioni, bandiere… questo e altro quando si deve sostenere la propria squadra del cuore!
Nel nostro paese, il calcio è sicuramente lo sport più seguito. Tante sono le sue componenti e immancabili sono le tifoserie. Ma cosa significa essere tifosi? Andare allo stadio per vedere tutte le partite, senza perdersi nemmeno una trasferta? Forse c’è qualcosa di più. Il sostegno per una certa squadra, unisce! Crea veri e propri gruppi sociali.
Si tratta di un fenomeno che l’antropologia e la psicologia sociale continuano a studiare approfonditamente negli stadi e fuori.
Il tifo organizzato è pura partecipazione sociale: un gruppo più o meno ampio di persone si trova nelle stesso luogo, alla stessa ora e tutti spinti da una motivazione comune. Non si tratta di qualcosa di passivo, bensì di attivo a tutti gli effetti.
Oggetto di studio è anche ciò che avviene di frequente, nonostante i sempre maggiori controlli e la sorveglianza presente in tutti gli stadi, ovvero reazioni e comportamenti fuori dal comune: momenti in cui l’autocontrollo viene meno e in cui si realizza l’abuso di violenza e insulti. Ma non solo.
Le parole di Anna Frank invadono gli stadi prima del fischio iniziale: si vuole diffondere un messaggio importante, contro l’antisemitismo. Non si contano le discussioni e i dibattiti da quando alcuni ultras laziali hanno attaccato in curva, adesivi raffiguranti Anna Frank con la maglia della Roma.

“Il calcio è un valore dominante per moltissime persone nel mondo e impatta le vite di più gente di quanta immaginiamo”
Gianni Infantino

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

IL DIBATTITO
Gli ultras, lo stadio, la politica, la violenza: quando c’era il Gruppo d’azione [audio conferenza]

Gli ultras, lo stadio, la politica, la violenza… Attorno a questi cardini è ruotato il dibattito propiziato dal libro “Gruppo d’azione. Sovvertire l’ordine creare il caos”, del quale si è discusso ieri pomeriggio in biblioteca Ariostea. Hanno fornito stimolanti contributi gli autori del volume (che riporta la memoria di vicende accadute a Ferrara fra il 1986 e il 1992) Alessandro Casolari e Filippo Landini, e i docenti dell’Università di Ferrara Giuseppe Scandurra, Sergio Fortini, Sergio Gessi che, in qualità di direttore di Ferraraitalia, organizzava l’evento. Qui pubblichiamo l’audio integrale della conferenza.

Ascolta la conferenza [clicca qua e poi seleziona download file nella successiva finestra]

oppure effettua direttamente il download [da qua], il file parte in automatico al termine dello scaricamento (8Mb)

gruppo-azione1
Presentazione del volume ‘Gruppo d’azione’ alla biblioteca Ariostea: da sinistra Scandurra, Fortini, Landini, Casolari

gruppo-azione3

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013