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Diario in pubblico. Le mummie: scopo e senso della mummificazione televisiva

Va bene! Continuo a disubbidire agli amici “seri”, che mi rimproverano silenziosamente la mia frequentazione televisiva e non tanto alla ricerca di programmi adatti al mio cervello (!), quanto alla compulsiva attenzione a quelli cosiddetti ‘popolari’.

Una particolarità risulta subito evidentissima: si tratta nella maggior parte dei casi di persone che hanno abbondantemente raggiunto la terza età. Che spettacolo! Rifatti, ritinti, ripanneggiati, spremono la lacrimuccia d’obbligo, vedendo i trionfi dell’età del successo. E il sadico conduttore immediatamente richiede di ricantare la canzone del loro successo, o di ballare (siamo quasi nel mostruoso) con le mossette del tempo che fu.

Rifletto. È un’attenzione alla gloria che fu, o un cadaverico avvertimento di quanto resta del tempo e della vita? E qui si può comparare la differenza abissale tra chi esercita il mestiere delle arti e chi invece rivive un successo affidato a una canzonetta o a un balletto.

Uno scrittore, un artista diventa sempre più attuale man mano che tocca le soglie di un’età più che matura e dona ai più giovani la realtà, il senso della vita, il futuro. Nell’altro caso si svolge la funzione di mummia. Gli artisti sono il futuro proprio nel presente e nel passato. Gli altri assolvono una funzione cadaverica.

C’è una splendida réclame (mi si passi il termine antico), in cui Dracula non riesce a fissarsi i denti che gli permetterebbero di svolgere il suo mestiere e di sfamarsi. Miracolosamente una pasta fissativa gli restituisce denti e fame. Questo è emblematicamente la funzione delle mummie televisive.

Ovviamente la tv non è solo questo. Straordinari vecchi riescono a ringiovanire idee e sentimenti. Penso a Corrado Augias tra i primi, oppure alla generazione della mezza età, dove spiccano nomi straordinari: Fazio, Littizzetto, Crozza, Signoris, Gramellini, Berlinguer, Sigfrido Ranucci, e l’inscalfibile Gruber, Merlino, tanto per citare quelli più famosi, sempre attenti a non mummificare l’attualità.

Così è possibile ascoltare la tv generalista. Ti puoi imbattere in una grande giornalista che ti dà le notizie da Parigi, o in uno altrettanto famoso da Londra, che non ha sdegnato di danzare in Ballando con le stelle.

Certo non ci si può sottrarre al gioco, ma è altrettanto giusto prenderne le distanze e non lasciarsi mummificare.

Basta solo esserne consapevoli.

Per leggere gli altri articoli di Diario in pubblico la rubrica di Gianni Venturi clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autore.

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Gianni Venturi

Gianni Venturi è ordinario a riposo di Letteratura italiana all’Università di Firenze, presidente dell’edizione nazionale delle opere di Antonio Canova e co-curatore del Centro Studi Bassaniani di Ferrara. Ha insegnato per decenni Dante alla Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze. E’ specialista di letteratura rinascimentale, neoclassica e novecentesca. S’interessa soprattutto dei rapporti tra letteratura e arti figurative e della letteratura dei giardini e del paesaggio.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno. L’artista polesano Piermaria Romani si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE
di Piermaria Romani


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