Chi ci ha messo sul podio?
Chi ci ha messo sul podio?
Ci sono vicende umane che sembrano esercitare un’attrazione irresistibile.
Non perché ci riguardino direttamente. Non perché le conosciamo davvero.
Ma perché ci offrono l’occasione di fare qualcosa che, nel nostro tempo, sembra diventato quasi irrinunciabile: prendere posizione.
Basta una notizia, un’intervista, una testimonianza. Poche righe, spesso nemmeno lette fino in fondo. Nel giro di poche ore il dibattito si accende, i social si riempiono di sentenze, i commenti si moltiplicano. Ciascuno sa già da che parte stare.
Le storie, però, scompaiono.
Restano soltanto i verdetti.
È un cambiamento culturale che dovrebbe interrogarci.
Siamo convinti di vivere nell’epoca della complessità, eppure sembriamo tollerarla sempre meno. Più una vicenda è intricata, più sentiamo il bisogno di ridurla a una formula semplice. Giusto o sbagliato. Naturale o innaturale. Accettabile o inaccettabile.
Le sfumature ci mettono a disagio.
Il dubbio ci inquieta.
La complessità richiede tempo, mentre il nostro tempo premia la velocità.
Così preferiamo la sentenza all’ascolto.
Forse, però, ciò che sta accadendo è ancora più radicale.
Non assistiamo semplicemente a un aumento delle opinioni.
Assistiamo alla trasformazione dell’opinione in una forma di identità.
Un tempo si poteva avere un’idea.
Oggi sembra necessario esibirla.
Ogni fatto diventa l’occasione per dichiarare pubblicamente chi siamo, da quale parte stiamo, quali valori ci rappresentano. L’opinione non serve più soltanto a comprendere il mondo. Serve a costruire un’immagine di noi stessi.
Ogni vicenda umana finisce per essere utilizzata per confermare ciò che pensiamo già.
Non importa conoscere davvero quella storia o quell’argomento.
Importa esprimere un giudizio.
Il dubbio viene percepito quasi come una debolezza.
La prudenza come una mancanza di coraggio.
Chi dice: «Non conosco abbastanza questa vicenda per esprimere un giudizio» rischia di apparire meno autorevole di chi pronuncia una sentenza dopo aver letto un titolo o ascoltato pochi minuti di dibattito.
È un paradosso.
Mai come oggi abbiamo avuto così tante informazioni a disposizione e, forse, mai come oggi abbiamo dedicato così poco tempo a comprendere.
Confondiamo l’informazione con la conoscenza.
Confondiamo la conoscenza con la comprensione.
E, soprattutto, confondiamo la comprensione con il diritto di giudicare.
Ogni soggetto è irriducibile.
Ogni esistenza è il risultato di una trama di incontri, di perdite, di desideri, di rinunce e di impossibilità che nessun osservatore esterno può conoscere fino in fondo.
Non esistono due storie identiche.
Non esistono due desideri identici.
Eppure il nostro tempo sembra attraversato da una nuova ambizione: classificare anche il desiderio.
Non ci basta più interrogarlo.
Sentiamo il bisogno di stabilire quali desideri meritino rispetto e quali invece debbano essere guardati con sospetto, ridicolizzati o condannati.
È una forma di controllo molto diversa da quella del passato.
Non impone divieti.
Non ricorre all’autorità.
Si presenta come libertà di opinione.
Ma conserva la stessa struttura di ogni moralismo: qualcuno si colloca simbolicamente su un gradino più alto e si attribuisce il diritto di stabilire quali vite siano degne di riconoscimento e quali, invece, debbano continuamente giustificarsi.
È come se avessimo trasformato lo spazio pubblico in un podio permanente.
Ma chi ci ha messo su quel podio?
Da lì osserviamo le vite degli altri, distribuiamo assoluzioni e condanne, attribuiamo patenti morali.
Ma da un podio si vede soltanto la superficie.
Per comprendere una storia bisogna scendere.
Bisogna rinunciare all’altezza rassicurante del giudizio e accettare la posizione, molto più scomoda, dell’ascolto.
Chi lavora con la sofferenza umana scopre che ciò che appare raramente coincide con ciò che è.
Dietro una scelta possono esserci anni di attese, di rinunce, di tentativi falliti, di lutti, di domande rimaste senza risposta. Possono esserci ferite che nessuno vede e che nessun osservatore esterno potrebbe immaginare.
Per questo la clinica educa alla prudenza.
Non perché impedisca di pensare.
Ma perché ricorda continuamente che ogni soggetto eccede ciò che possiamo dire di lui.
Esistono desideri che non possono essere liquidati come capricci.
Esistono sofferenze che non cercano compassione.
Esistono percorsi che non chiedono approvazione.
Chiedono soltanto di non essere ridotti a caricature.
Perché sentiamo il bisogno di trasformare vicende profondamente singolari in battaglie ideologiche?
Perché avvertiamo l’urgenza di decidere quali desideri siano degni di rispetto e quali invece debbano essere guardati con sospetto?
Da dove nasce questa necessità di occupare il posto di chi distribuisce legittimità?
Il rischio, forse, non è soltanto quello di giudicare l’altro.
Il rischio è utilizzare l’altro.
Non lo ascoltiamo per comprenderlo.
Lo osserviamo per verificare se coincide con ciò che pensiamo già.
Se coincide, lo celebriamo.
Se non coincide, lo condanniamo.
In entrambi i casi, però, abbiamo smesso di incontrarlo.
Abbiamo incontrato soltanto noi stessi.
È forse questa una delle forme più sottili di narcisismo del nostro tempo.
Credere di parlare dell’altro mentre, in realtà, stiamo parlando esclusivamente di noi.
Il desiderio non è un capriccio che si possa approvare o disapprovare. È ciò che mette in movimento l’esistenza di un soggetto.
Nasce dalla mancanza, si confronta con il limite, incontra l’impossibile.
Per questo nessuno può pretendere di esaurirne il significato guardandolo soltanto dall’esterno.
Ogni volta che pretendiamo di sapere quale dovrebbe essere la vita di un altro dimentichiamo una verità elementare.
Non siamo noi ad abitare quella mancanza.
Non siamo noi ad attraversare quel limite.
Non siamo noi a sostenere quel desiderio.
Possiamo avere idee, valori, convinzioni.
Ma non possiamo occupare il posto dal quale l’altro parla.
Forse è proprio questa la grande rimozione del nostro tempo.
Abbiamo sostituito il desiderio con il giudizio.
L’ascolto con la classificazione.
La domanda con la sentenza.
È molto più semplice dire ciò che gli altri avrebbero dovuto fare che interrogarsi su ciò che una scelta ha significato per loro.
Molto più rassicurante dividere il mondo tra giusti e sbagliati che accettare la fatica della complessità.
Eppure la complessità non è un difetto della realtà.
È la realtà.
Ogni volta che proviamo a eliminarla, finiamo inevitabilmente per eliminare anche il soggetto.
Forse dovremmo recuperare il coraggio del non sapere.
Quella posizione così poco spettacolare e così poco praticata che consiste nel fare una domanda in più invece di pronunciare una sentenza in più.
Perché non tutto ciò che possiamo giudicare ci appartiene.
E non tutto ciò che ci appare ci autorizza a parlare.
Più ci avviciniamo davvero alla storia di una persona, meno diventano possibili i giudizi assoluti.
Perché ogni vita è sempre più complessa dell’idea che ce ne facciamo.
Più contraddittoria delle categorie con cui proviamo a ordinarla.
Più ampia delle parole con cui tentiamo di definirla.
Forse il tratto più inquietante del nostro tempo non è la facilità con cui giudichiamo.
È la tranquillità con cui lo facciamo.
Abbiamo smesso di provare imbarazzo davanti alla pretesa di sapere tutto della vita di qualcuno senza averne condiviso nemmeno un giorno.
Ogni volta che saliamo su quel podio per giudicare una storia che non abbiamo vissuto, non stiamo dimostrando di sapere qualcosa dell’altro.
Ogni volta che crediamo di sapere chi è l’altro senza averne attraversato la storia, non stiamo pronunciando una verità su di lui.
Stiamo soltanto raccontando i limiti del nostro sguardo.
Forse la risposta alla domanda iniziale è proprio questa.
Nessuno ci ha messo su quel podio.
Ci siamo saliti da soli.
E da lassù abbiamo finito per credere che guardare significasse capire.
Cover: Foto di faraindahouse da Pixabay
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Molto corretto. Siamo diventati dei giudici inappellabili, in particolare delle vicende di cui non conosciamo i particolari o delle materie in cui non conosciamo la materia.
Articolo molto bello e interessante 🤔