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EFFETTI COLLATERALI DELLA RIVOLUZIONE DIGITALE
meno democrazia, più diseguaglianza e altri inconvenienti sulle persone.

La nuova rubrica di ferraraitalia LA VECCHIA TALPA (Shakespeare, Marx) ospita testi, saggi, riflessioni, approfondimenti, supplementi di indagine. A questo contributo di Franco Mosca, e agli altri che seguiranno in questa rubrica, non abbiamo imposto i limiti di lunghezza che solitamente richiediamo ai nostri redattori e collaboratori. Una lunghezza limitata sicuramente facilita la lettura, ma in certi casi non è proprio possibile essere brevi.
L’invito ai lettori che, come tutti noi, vanno di fretta, è quello di prendere nota del titolo e dell’autore, metterli in attesa, e affrontare i testi della rubrica LA VECCHIA TALPA quando ci capita una mezz’ora buca (di giorno o di notte, al sabato e domenica), una frazione di tempo libero, uno spazio di silenzio per approfondire un argomento e soddisfare una curiosità.
(Francesco Monini)

In elettronica e in informatica, digitalizzazione è il procedimento per rappresentare/riprodurre le diverse caratteristiche fisiche di suoni, immagini e oggetti, che traduce in forma digitale un segnale analogico. La parola digitale viene dall’inglese e significa “cifra”. Spesso tale “cifra” è espressa attraverso un codice binario, ossia come una sequenza di 1 e di 0, quindi da stati del tipo acceso/spento. È opinione diffusa che con tale sistema si possa, non solo emulare, ma addirittura potenziare e ampliare in modo esponenziale le capacità del cervello umano che rischia di diventare obsoleto.

La questione è aperta, personalmente credo che oggi la diversità del pensiero, dei sentimenti e dell’azione degli oltre 7,5 miliardi di persone viventi oggi sulla terra non possa essere adeguatamente rappresentata. Una buca nella sabbia, come ricorda S. Agostino, non può contenere il mare.

Occorre considerare che attualmente il sistema digitale, nella stragrande maggioranza delle situazioni, viene implementato attraverso procedimenti semplificatori e riduttivi posti in sequenza da tecnici che agiscono secondo una logica (razionalità) limitata e intenzionale. Un’azione influenzata dai valori e dalle credenze più o meno diffuse e, soprattutto, dall’orientamento dei committenti che finanziano il prodotto digitale per venderlo sul mercato.
Gli obiettivi prioritari, i valori trainanti e che determinano le scelte di utilizzo sono di tipo economico (riduzione dei costi e aumento dei profitti). Chi progetta è un tecnico informatico che spesso non possiede un’approfondita conoscenza sia dei temi organizzativi, sia delle caratteristiche peculiari dell’azienda in cui il prodotto digitale andrà ad inserirsi. Il prodotto è standard anche se, in molti casi, può essere adattato alle richieste particolari del committente.

Se reifichiamo i processi di digitalizzazione perdiamo la ricchezza della diversità, dell’irrazionalità, dei sentimenti, dell’intuizione, della capacità/possibilità di deviare dagli standard che spesso aprono nuove opportunità.

Si può avanzare l’ipotesi che, attualmente, una delle modalità utilizzate per uniformare gli atteggiamenti umani, per portarli in sintonia con i processi di digitalizzazione, sia insita nei videogiochi diffusamente, forse anche morbosamente, utilizzati particolarmente dalle nuove generazioni. In essi, spesso con l’uso della musica, dei colori e di “effetti speciali” appropriati, si opera una netta distinzione tra negativo e positivo, tra male e bene, tra buoni e cattivi e si inducono identificazioni acritiche, lontane dall’analisi introspettiva del sé e degli altri e dall’analisi complessa e variegata del mondo che ci circonda. Si diffonde così una visione “infantile” della realtà, dicotomica, liquidatoria, semplificata [sulla rigidità mentale leggi qui].

Multimedialità, ipertestualità e interattività sembrano offrire un senso di ricchezza e di potenziale onnipotenza alle generazioni assuefatte all’uso di strumenti digitali e l’industria, probabilmente, può trarne vantaggio, almeno nel breve periodo.

Prima d’interrogarsi sull’impatto futuro delle tecnologie digitali, occorre riflettere sull’attualità ed osservare cosa accade oggi quando queste tecnologie vengono inserite nei contesti di lavoro.

Sulla base dell’esperienza e delle analisi svolte nei luoghi di lavoro, l’inizio del processo di digitalizzazione si presenta come una forma evolutiva dei ‘vecchi’ mezzi di comunicazione, delle procedure e dei flussi di produzione. Viene ‘fotografata’ in sequenza l’attività degli operatori per riprodurla con i sistemi digitali su macchine ed impianti; nella prima fase, superate le problematiche d’inserimento, sembrano ridursi le difficoltà e la fatica legate alle attività di acquisizione, elaborazione, diffusione delle informazioni e delle istruzioni operative. La procedura digitale le ha ‘incamerate’ in uno schema operativo; l’operatore le dà o le deve dare per acquisite e può/deve procedere senza indugi o perplessità. Non sono ammessi ‘rifiuti’ o atteggiamenti di diffidenza che possono rallentare la produzione.

Il ‘gioco’ deve essere accettato così come proposto a priori, compresi gli eventuali aspetti di limitata discrezionalità previsti o delineati dalla procedura, dallo schema, dagli standard dei flussi informativi già predisposti (magari con opzioni multiple codificate). A volte, anche per lunghi periodi, sono gli stessi committenti, i dirigenti o i semplici operatori – specialmente nelle aziende pubbliche – a nutrire diffidenza e a mantenere attivi e paralleli i tratti essenziali delle precedenti procedure analogiche, vanificando i presunti benefici dei sistemi digitalizzati introdotti.

Un aspetto che viene spesso trascurato è l’inserimento, sempre più massiccio, della tecnologia digitale (in genere acriticamente si assume una logica tayloristica) nel cosiddetto ‘lavoro d’ufficio’ e, soprattutto, nel lavoro incentrato sulla relazione tra le persone. Ad esempio, tra un tecnico del sociale e gli utenti che chiedono l’accesso ad un servizio o una qualche forma di aiuto.
Si vedano, in questo caso, i protocolli istituiti in campo sanitario che prevedono una codifica e una gerarchia dei controlli e delle cure, stilata in base ai costi, sottraendo autonomia e discrezionalità ai medici coinvolti nel processo di tutela della salute dei pazienti. O ancora, gli indicatori che stimano la ‘distanza’ dal lavoro delle persone disoccupate, distanza da cui dipendono gli interventi di sostegno/supporto standardizzato di tipo socio-economico.

Gli indicatori e i protocolli sono utilizzati per stilare graduatorie e procedure d’intervento, controllate con strumenti digitali standardizzati, a vari livelli dai vertici dirigenziali del sistema. In questi casi si toglie spazio alla relazione con l’utente, i rapporti si fanno meno umani, asettici, impersonali. La procedura ‘obbliga’ a seguire un percorso, aumenta la ‘distanza’, riduce il coinvolgimento tra operatore e utente. Si limita, o si evita, l’empatia relazionale utile a comprendere al meglio la condizione dell’utente, in un’ottica sempre più virtuale delle relazioni.

Si tenta di ricondurre dentro parametri standard l’estrema variabilità delle situazioni personali, l’uomo nella sua complessità deve star dentro alla procedura (il sistema non è più in grado di fornire risposte personalizzate adeguate, non consente progetti mirati sulle persone, di seguire nel tempo i cambiamenti psico-fisici ed economico/sociali degli utenti, in modo da adattare l’azione; nel migliore dei casi si interviene a posteriori seguendo le procedure standardizzate).

Ci si dimentica che gli oggetti e, in primo luogo le problematiche delle persone, affidate al sistema digitale, possono assumere una parvenza di “realtà” e si standardizza ciò che non è standardizzabile.

Sembra si stia affermando una crescente commistione tra ‘reale’ e ‘virtuale’ che riduce la capacità di discernere della mente umana; gli operatori si deresponsabilizzano sotto l’egida della procedura (come se questa fosse una norma di legge); si è portati ad accettare che le prescrizioni digitali conducano ad una “conoscenza oggettiva” delle situazioni, ad un trattamento equo e corretto dell’utente; anzi, a volte, l’appello alla procedura arriva a rappresentare per l’operatore una sorta di “difesa”, una sorta di barriera protettiva rispetto alla variabilità della situazione umana da esaminare e/o da tutelare.

Masse crescenti di persone sono e saranno indotte/costrette ad accettare l’utilizzo acritico della tecnologia digitale che ha permesso la definizione della procedura e la standardizzazione del problema. Per non rischiare l’emarginazione, al cospetto dei “valori” e dei “miti oggettivi” e virtuali imposti dalla digitalizzazione se ne deve accettare l’uso e la valutazione sintetica che essa produce.

Si vedano, in proposito, le difficoltà, l’imbarazzo, il rifiuto di molte persone, spesso non più giovanissime, verso l’utilizzo intensivo e quotidiano delle tecniche digitali (dal “semplice” pagamento dei ticket, all’imposizione del possesso di una e-mail personale per accedere ai servizi). E’ una specie di violenza indotta ogni giorno sulle loro “credenze”, sull’abitudine a tenere sotto controllo un mondo tangibile/relazionale che ha offerto per anni un quadro di certezze.

Chi attiva questo tipo di processi di digitalizzazione ha creato e crea dipendenza/sudditanza, soprattutto in chi non la conosce, non la usa o non la vorrebbe utilizzare. Si tratta di aspetti ritenuti trascurabili, tributi da pagare al “progresso”, alla modernità, ma dietro queste forme di imposizione si nasconde spesso arroganza, presunzione, indifferenza, spinte violente verso l’allineamento e l’omologazione.

Chi l’adotta punta a “semplificare”, parla di “oggettiva imparzialità” e nasconde i suoi obiettivi dietro una pretesa scientificità delle procedure digitalizzate, senza interrogarsi se esistono alternative più rispettose della situazione delle singole persone coinvolte, se un diverso approccio nella progettazione, nell’implementazione, nella verifica e nella regolazione della tecnologia digitale può condurre ad un’adeguata tutela del benessere umano.

La digitalizzazione appare sempre più un sistema di controllo e di “incameramento” standardizzato e funzionale dell’attività delle persone, mentre potrebbe rappresentare un supporto ai processi di decisione delle persone (di tutte le persone), qualora se ne valutassero correttamente limiti e potenzialità, riconsegnando il potere di scelta ai soggetti coinvolti e rifiutando qualsiasi forma di reificazione.

Con la crescente diffusione delle “tesserine digitali”, in genere accettate dal consumatore a fronte di futuri sconti sugli acquisiti, ad esempio, si viene censiti dalle catene di distribuzione che puntano a “fidelizzare” il consumatore; così, in tempo reale, chi le dirige viene informato sui nostri acquisti e, quindi, sui nostri gusti e sulle nostre preferenze. Per loro diventa possibile conoscere le caratteristiche dei nostri consumi, classificare i consumatori per target ed orientare i sistemi di produzione sparsi sulla terra; per il sistema virtuale (l’imprenditore senza fabbrica) è possibile scegliere i potenziali produttori presenti sulla terra in base al rapporto qualità/prezzo e rispondere alle tendenze dei consumi in un’ottica di costi/benefici/profitti, aumentando il potere di controllo sui vari contesti sociali.

Anche nel sistema industriale sembra riprodursi questo dualismo ‘integrato/marginalizzato’ (dentro o fuori) e il rapporto costi/benefici/profitti è e sarà, probabilmente, il principale criterio di scelta per l’eventuale introduzione/ammodernamento delle tecnologie digitali (in genere non saranno introdotte se il costo del lavoro per unità di prodotto risulterà inferiore ai costi di implementazione, di ammortamento/obsolescenza dei nuovi sistemi informatizzati). Laddove i salari sono molto bassi, infatti, i metodi di lavoro spesso rimangono “tradizionali”, in genere si riutilizzano tecnologie obsolete dismesse dai paesi a reddito più elevato (ne è un esempio il settore dell’abbigliamento).

Appare, quindi, legittimo porsi alcune domande: ci saranno ancora, in futuro, luoghi di produzione gestiti con tecnologie analogiche, con lavoratori più o meno emarginati dal cosiddetto “mondo evoluto”? Oppure sarà solo questione di tempo e la tecnologia digitale, così invasiva, cablerà tutto il pianeta? Le macchine digitali sostituiranno in tutto o in parte gli uomini nei vari luoghi di lavoro, arrivando persino ad auto progettare se stesse? Gli uomini sostituiti in tutto o in parte dalle macchine cosa faranno per assicurarsi un reddito? Senza un reddito adeguato come faranno a spendere e consumare? Crolleranno i consumi perché pochi se li potranno permettere? Che senso avrà realizzare un sistema produttivo che può produrre in modo continuo ed esponenziale se sarà scomparsa la platea dei consumatori? Avrà un senso, per chi comanda, esercitare il proprio potere su un sistema di macchine che si auto-progettano e si auto-producono? Forse avremo un pianeta con pochi uomini che si scambieranno macchine digitalizzate sempre più complesse o pezzi di ricambio delle stesse al fine di preservare una logica di onnipotenza?

Forse, guardando il futuro in modo positivo, se si verificasse una ‘vera rivoluzione’ grazie allo sviluppo di una ‘nuova’ tecnologia digitale, gli uomini liberati dal lavoro avranno più tempo per curare le relazioni interpersonali, per seguire le vicende politiche, per acquisire maggiore consapevolezza sulle questioni ecologiche, sui bisogni di preservare il nostro pianeta, sulla ricerca di altre forme di vita nell’universo, sulla ricerca di risorse naturali presenti su altri pianeti. E’ difficile ipotizzare come sarà la nostra vita futura, ma alcune tendenze sono già ben delineate e si possono brevemente descrivere.

Ad esempio, la ‘finanziarizzazione’ del pianeta (legata al modo con cui si sono progettati e diffusi i sistemi digitali) sta ampiamente condizionando le scelte economico-sociali di tutti i governi democratici e non. I centri decisionali delle varie nazioni si spostano dalle sedi istituzionali, si internazionalizzano, s’allontanano dai possibili controlli della cittadinanza, appaiono anonimi, spersonalizzati, virtuali.

Ad esempio, le agenzie di rating ed il numero ristretto dei multimiliardari scommettono sul successo e/o sul fallimento dei Paesi, orientano gli investimenti e le speculazioni, determinando spesso le condizioni di vita delle popolazioni. Viene, quindi, spontaneo chiedersi: se si va verso una concentrazione della ricchezza e del potere, come sarà progettata, introdotta e regolata, oggi e in futuro, la tecnologia digitale?

Appare evidente che l’accesso alle informazioni, quelle su cui si fondano le decisioni finanziarie e produttive della elite economica, è e sarà riservato a pochi (ai vari livelli della struttura verranno assegnate ed elaborate solo le informazioni/conoscenze necessarie a far funzionare il sistema). Alla stragrande maggioranza della popolazione terrestre probabilmente rimarrà l’illusione, legata alla facilità tecnica di accesso, alla presunta democrazia della rete, nel variegato magma delle informazioni, a cui tutti i possessori di un reddito adeguato potranno accedere, di essere “liberi” di scegliere tra le varie opportunità offerte dall’industria dei consumi digitalizzata.

L’attuale strutturazione sociale di accesso alla tecnologia digitale, infatti, distingue nettamente la massa dei fruitori dalla élite dei progettisti, i progettisti dai committenti, i committenti dai proprietari dei mezzi di produzione, i controllori del sistema finanziario dai finanzieri, in una logica gerarchico funzionale della gestione delle informazioni e del potere. La “rete di controllo” assomiglia alla ragnatela del ragno che si installa nei punti strategici per catturare informazioni ed elaborare eventuali risposte o procedere con indifferenza.

Si continuerà a confondere la velocità e la relativa facilità di accesso alla “rete” con la democrazia, la divulgazione con la conoscenza, l’informazione con le effettive capacità/possibilità di utilizzo della stessa, in un contesto sempre più difficile da interpretare e da affrontare/gestire nel quotidiano. Già oggi si avverte un senso di “impotenza” e di “inadeguatezza” di fronte a decisioni, definite “oggettive” o “logiche”, calate dall’alto; chi gestisce il potere di aprire o chiudere i luoghi di produzione è spesso un “soggetto virtuale”, anonimo che si avvale di manager e mira soprattutto all’aumento dei profitti.

Nonostante si abbia l’impressione che tutto sia a portata di mano (la cultura, lo spettacolo, l’informazione) ci si sente spossessati della capacità/possibilità di decidere del proprio destino; è sempre più difficile proiettarsi verso mete future, anche per l’insicurezza del “posto di lavoro” e delle fonti di reddito, l’instabilità delle relazioni interpersonali (si vedano i dati sulle separazioni matrimoniali e sulle convivenze). Sembra prevalere una visione edonistica della vita, si tende a non fare figli, a ridurre i vincoli, a fuggire le responsabilità. Si tratta di aspetti che andrebbero approfonditi e che certamente non sono riconducibili in modo diretto alle scelte di digitalizzazione. Queste, però, invece di aiutarci, sembrano contribuire a destabilizzarci.

Molti uomini, anche di cultura, hanno fatto scelte di “limitare i danni”, tentando di contenere il più possibile l’utilizzo delle tecnologie digitali (ad ogni accesso si forniscono informazioni a chi controlla il sistema ai vari livelli), ma rischiano l’emarginazione. Spesso ricercano ambiti di “nicchia”, solidarizzano con altri uomini che hanno le loro stesse perplessità/sensibilità. Una sorta di resistenza che appare in bilico fra tolleranza/compatimento/marginalizzazione in rapporto alla massa crescente dei digitalizzati acritici, impegnati nei vari contesti sociali.

La rivoluzione digitale, così veloce e pervasiva, appare una rivoluzione nella continuità, non altera i rapporti di potere (anzi rafforza quelli esistenti), non sta portando ad una redistribuzione delle ricchezze, non sta rafforzando o ampliando il benessere delle persone, nonostante sia potenzialmente in grado di farlo. La velocità, con cui sembra auto-alimentarsi e la pervasività, con cui sembra diffondersi, in stretto collegamento con le scelte di investimento del sistema industriale e finanziario, hanno surclassato le capacità/possibilità di gran parte delle persone di “gestire il gioco” in modo consapevole.

Come nel caso dell’energia atomica, non si tratta di maledire coloro che l’anno scoperta, ma di progettarne e realizzarne un utilizzo adeguato ai fabbisogni delle persone. Basta un breve elenco per intravederne gli aspetti positivi: ridurre gli incidenti sul lavoro, garantire a tutti adeguate condizioni di vita, prevenire e combattere malattie, ridurre gli sprechi, ridimensionare l’inquinamento del pianeta. Credo che la tecnologia digitale possa dare un fondamentale contributo in questa direzione. Siamo noi che, singolarmente e/o insieme, dobbiamo imparare a governarla, mettendo al centro il benessere delle persone.

Per approfondire l’argomento segui il dibattito e i seminari su [questo sito]

ANTROPOLOGIA DEL VAXLEBANO

 

Voi siete di quelli per i quali il mondo, benché a colori, viene meglio fotografato in bianco e nero?
Di quelli che, pur consapevoli della sfuggevolezza della verità assoluta, si sentono di norma in grado di attingere con discreta sicurezza quella relativa?
Se sì, sentiamo diversamente. Più passa il tempo e più mi sembra di comprendere intimamente il senso del socratico sapere di non sapere: non la semplice ammissione del fatto che il volo della conoscenza è costellato di sistematiche turbolenze; piuttosto, l’affermazione radicale di un corto circuito tra conoscenza e consapevolezza, il cui rapporto autentico è sorretto da un ‘non’, cioè sospeso positivamente su una cavità essenzialmente incolmabile.
Immaginate, dunque, come possa sentirmi nel frastuono incontrollato del dibattito attuale su covid, vaccini, società.

Come tutti, mi auguro senz’altro che la situazione possa ben presto migliorare dal punto di vista sanitario, nonché da quello psicologico. Come tutti, spero che le vaccinazioni possano effettivamente avvicinare questo traguardo, e che altri strumenti possano concorrere nella stessa direzione.
Mi sento dunque molto lontano dai cosiddetti no-vax, ovvero da quelle persone che rifiutano le vaccinazioni per convinzioni a priori sottratte a ogni ragionevole dubbio.
Me ne sento lontano sulla questione specifica – le vaccinazioni – e almeno altrettanto sull’insensibilità di fondo verso il più longevo e forse nobile strumento del pensiero occidentale: quel dubbio radicale anch’esso edificato su una cavità, come il logos socratico.
Per fortuna, i veri no-vax sono piuttosto pochi, e il loro conflitto fideistico contro il dubbio sfocia nel clamore stridulo del settarismo.
A qualcuno però, nella situazione della pandemia, questa esiguità pare dar fastidio. Qualcuno sente l’esigenza di moltiplicare il numero dei no-vax, vedendone ovunque. Il meccanismo è semplice: chiunque nutra in qualsivoglia modo un dubbio a proposito delle vaccinazioni anti-covid è, ipso facto, no-vax.

Si tratta di una manipolazione alla quale si è dedicato lo stesso Ministero dell’Istruzione quando, in una pagina del sito istituzionale (si spera ora rivista) ha definito appunto ‘no-vax’ gli oltre centomila lavoratori della scuola ai quali non risultava ancora somministrato il siero anti-covid.
Indubbiamente, tra questi centomila vi saranno anche dei veri no-vax, ma la grande maggioranza è certamente composta da persone che, in circostanze diverse, si sono sottoposte a pratiche vaccinali e hanno ad esse sottoposto i propri figli, ma che dubitano, magari a torto, del reale beneficio degli specifici prodotti in questione.
In conseguenza della manipolazione, l’espressione di un dubbio determinato, e dunque a certe condizioni oltrepassabile, viene stigmatizzata e ingigantita nella professione di una fede superstiziosa e oscurantista.
Ciò che ci si rifiuta di esporre al dubbio è il dogma biopolitico della provvidenzialità dei vaccini anti-covid. Qualsiasi esitazione o riflessione in proposito sconfina di per sé nella blasfemia, nel quadro di una reazione allergica verso il dubbio equiparabile a quella che offusca l’autentico no-vax.

A questi sembra dunque opporsi, nel nostro tempo asfissiante, il devoto vaccinale, l‘integralista del siero: il vaxlebano.
Il vaxlebano contrappone instancabilmente a ogni proposizione di dubbio la mozione autoritaria: come fai a dirlo tu, che non sei virologo? Dimentica di non esser virologo neanche lui, ma soprattutto che la Costituzione italiana non assicura solo ai medici la facoltà di decidere dei trattamenti sanitari che riguardano la propria persona, perché la democrazia è diversa dalla tecnocrazia – e in particolare dalla iatrocrazia – in quanto, laddove la legge non disponga diversamente, i cittadini sono liberi di abitare il proprio corpo e di prendersene cura in base a convinzioni e sentimenti soggettivi.
Il vaxlebano si fa un selfie con dei cucchiaini da caffè rovesciati sugli occhi e un ghigno alieno. Poi, naturalmente, posta il tutto, irridendo nel commento il dubbio eretico (coltivato anche dall’EMA) sugli effetti indesiderati a medio e lungo termine e, nel contempo, le non poche persone che di reazioni avverse gravi, persino mortali, hanno sofferto anche nell’immediato.
Il vaxlebano lancia anatemi sui non vaccinati perché per colpa loro non si raggiungerà mai l‘immunità di gregge. Quando si fa chiaro che l’immunità di gregge è un sogno, lancia anatemi ancor più densi, perché i non vaccinati sono il cardine della diffusione del contagio. Quando si fa chiaro che il passaggio del virus non è così frenato dall’avvenuta vaccinazione, escogita anatemi supremi ed esige che il non vaccinato non usurpi il posto in terapia intensiva di chi se lo è guadagnato onestamente fumando due pacchetti al giorno, sfondandosi di superalcolici o cibandosi forsennatamente di grassi saturi. E, se proprio lo deve occupare, almeno se lo pagasse di tasca sua! (Quest’ultima, purtroppo, non è di un vaxlebano anonimo, bensì dell’Assessore alla Sanità della Regione Lazio).

A proposito di quattrini, il vaxlebano arriva a chiedere persino forme di persecuzione tributaria. Ho visto con i miei occhi sui social post in cui si proponeva di avviare accertamenti fiscali a tappeto sui non ancora vaccinati, quindi no-vax, .
Il vaxlebano plaude al fatto che un quattordicenne sia messo, a scuola, nella posizione di chi impedisce al resto della classe di eliminare la mascherina, determinandone una condizione di etichettamento che, se discendesse da ragioni razziali o di orientamento sessuale, farebbe giustamente inorridire il vaxlebano stesso.
Il fatto, poi, che se il quattordicenne in questione vivesse nel Regno Unito, il paese che più tempestivamente e forse più intensamente di tutti ha pigiato sull’acceleratore delle vaccinazioni, non verrebbe oggi ‘immunizzato’ [vedi l’articolo su La Stampa] non riconcilia minimamente il vaxlebano con il dubbio.

Perché, dunque, il vaxlebano non dovrebbe anche plaudere al fatto che il suo vicino di casa o sua cugina vengano privati del lavoro, del reddito e, quindi, della dignità, per non essersi sottoposti a un trattamento sanitario al momento facoltativo secondo la legge?
Dunque, si plaude. Così, se il no-vax vero genera il clamore stridulo del settarismo, il vaxlebano produce il fragore sinistro del conformismo nichilistico, il quale di solito accompagna il passo della massa.
Speriamo non sia così, speriamo che anche i vaxlebani siano meno di quel che appaiono nel caleidoscopio mediatico, perché se no la domanda sarebbe: ne usciremo in questo modo?
Perdonatemi il vizio: ne dubito.

Saperi, futuro e destino umano

 

L’8 luglio Edgar Morin [Qui], uno dei più grandi intellettuali contemporanei, raggiungerà il traguardo del secolo. Troppo complesso per essere preso sul serio, lui iniziatore del pensiero complesso, della necessità di una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi a cui siamo ancora abbarbicati, semmai rivendicata come merito del passato da una scuola incapace di preparare al pensiero della complessità.

La conoscenza è avventura e la scuola è parte del territorio in cui vivere questa avventura, in cui apprendere a conoscere e a ri-conoscere la conoscenza. La palestra in cui esercitarsi fin da piccoli alla metacognizione, a interrogarsi, a nutrire la curiosità, a inseguire lo stupore.

Il compito dell’istruzione non può ridursi all’angustia di formare cittadini da integrare nella società presente, né in ipotetiche società future, le categorie pedagogiche degli Stati-Nazione, come le pedagogie progressive del Novecento, hanno fatto il loro tempo.

Morin ci rappresenta il nostro pianeta come una nave spaziale, che viaggia grazie alla propulsione di quattro motori scatenati: scienza, tecnica, industria, profitto e dove nello stesso tempo la minaccia nucleare e la minaccia ecologica impongono alla umanità una comunità di destino, non c’è possibile futuro che valga la pena costruire se non riscoprendo la centralità di ogni donna e di ogni uomo, la centralità dell’intelligenza, la centralità del pensare oggi per il futuro.

In gioco non è l’integrazione culturale nella propria comunità, in gioco per tutti, da ogni lato della Terra, è la vivibilità del futuro. L’asfittico obiettivo dei sistemi scolastici nazionali è soppiantato dal ben più impegnativo e difficile compito di attrezzare le giovani generazioni a vivere un futuro vivibile. L’Agenda 2030 dell’Onu è lì a ricordarcelo in ogni istante.

In questo orizzonte sa di anacronistico brandire la difesa dell’ora di lezione, della cattedra e delle discipline, come un Don Chisciotte che insegue i suoi fantasmi, come il soldato giapponese che non si arrende, perché non crede che la guerra sia finita. Il tempo è scaduto da tempo e la conseguenza è non aver provveduto a farsi la cultura necessaria al ritorno alla realtà.

Da Introduzione al pensiero complesso  a La testa ben fatta, dal Manifesto per cambiare l’educazione, ai Sette saperi necessari all’educazione del futuro, ormai sono più di trent’anni  che Morin ci invita a riflettere sullo stato attuale dei saperi e sulle sfide che caratterizzano la nostra epoca. A richiamare soprattutto quanti hanno in mano le sorti delle future generazioni, come gli insegnanti, a prendere consapevolezza che la posta in gioco sono i nuovi problemi prodotti dalla convivenza umana, da una interdipendenza planetaria irreversibile fra le economie, le politiche, le religioni, le malattie di tutte le società umane.

Una riforma dell’insegnamento è indispensabile per poter affrontare queste sfide, a partire dalla riflessione sullo stato dei saperi frantumati in singole discipline, quando la complessità per essere indagata richiede la capacità di collegare e praticare ambiti di sapere tra loro apparentemente distanti, ma il cui dialogo, mai intuito prima, ora si manifesta prezioso per la risoluzione dei problemi, per rendere prevedibile ciò che i paradigmi precedenti ritenevano imprevedibile.

Umanesimo e scienza, che ancora non siamo in grado di far comunicare, di contaminare nei curricula dei nostri percorsi scolastici, come se i tempi di Vico non fossero mai tramontati, come se il crocianesimo continuasse ad essere radicato nel DNA dei nostri studi. Occorrevano le vicende di questa pandemia inattesa a svelare l’impreparazione della scienza a comunicare e la nostra incapacità a misurarci con le certezze ‘incerte’ proprie della scienza.

La riforma dell’insegnamento è il nodo che ancora non abbiamo sciolto. Un nodo che richiede di non cessare di interrogarsi, perché la complessità non ha risposte semplici e meno che mai risolutive, l’avvento della pandemia ha certo aiutato a sgombrare le menti da ogni dubbio.

Eppure quando si innalzano peana a celebrare l’afflato erotico che abbatte le distanze tra cattedra e banco, tra docente e discente, l’impressione è di vivere in un paese in cui intellettuali e sistema formativo sono fermi al passato, non siano in grado di comprendere il presente e, tanto meno, di leggere il dopo.

Morin ci propone di porre alla base della riforma della scuola, del mestiere della scuola che è l’istruzione, il pensiero complesso, une tête bien faite. Qualcosa di più difficile, di complesso, appunto.

Insegnare a vivere. Dovevamo attrezzarci per far apprendere ai nostri studenti come si vive, ma non qui ed ora, bensì nel luogo che ancora non c’è. Una sfida da capogiro, di fronte alla quale ci siamo ritirati, trastullandoci con i banchi a rotelle e con la Dad che non è scuola. Ripiegati sui noi stessi, rispecchiati nelle certezze del passato, ci è scomparsa la cognizione del futuro, che chi ha creature da crescere non dovrebbe permettersi di perdere, ma questo è quello che è accaduto. Il dopo delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi, la loro vita futura come uscirà attrezzata dalle nostre scuole? Piena dell’ira d’Achille, degli atri muscosi e dei fori cadenti, ma vuota dell’imprevedibile, del novus che è sempre stato il modo del ‘moderno’.

Da sempre la missione dell’educazione è insegnare a vivere, ma è un conto farlo per vite già confezionate, altro per vite ancora da confezionare.
Morin ci suggerisce di porci una domanda che non ha spazio nei nostri programmi d’insegnamento e che riguarda ciascuno di noi: che cosa significa essere umano?
Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità, il legame con gli altri, ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano.

E qui entra in gioco il sistema di conoscenze e dei saperi di cui le nostre scuole sono depositarie. Altro che centralità della lezione, quella lezione rischia di divenire tossica, perché a fronte della realtà che le nostre ragazze e i nostri ragazzi si troveranno a vivere, il sistema delle conoscenze che le nostre scuole trasmettono è ancora troppo debole. E se debole non aiuterà certo i nostri giovani a cogliere le carenze dei loro pensieri, i buchi neri della loro mente, che rischiano di rendere invisibile la complessità del reale.

Il pericolo è che dalle nostre scuole escano giovani costretti ad affrontare il futuro a mani nude.

Da questa pandemia abbiamo appreso che non è solo la nostra ignoranza ad aver ostacolato la comprensione di quanto è accaduto, ma soprattutto l’inadeguatezza delle conoscenze di cui disponiamo. I buchi neri nella nostra mente confermano che il nostro sistema di saperi e di pensiero non è in grado di rispondere alle sfide della complessità.

Allora non abbiamo bisogno di docenti e di intellettuali che sottoscrivono manifesti, ma di intellettuali e professionisti della cultura, in grado di promuovere una nuova conoscenza che superi la separazione dei saperi presente nella nostra epoca e che sia capace di formare insegnanti e studenti a pensare la complessità.

Siamo in ritardo e il tempo non attende, il futuro imprevedibile è in gestazione oggi.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

La “Transizione” ecologica non basta:
dobbiamo trasformare e reinventare un mondo ecologico

 

Sentire parlare dei progetti per la transizione ecologica mi lascia perplessa tanto quanto parlare della decrescita felice di Latouche e di Mercalli che sono, secondo me, due facce di un unico modello di organizzazione sociale che non pone al centro l’essere umano né come valore né come motivo dello sviluppo in quanto basate comunque sul mercato.
Sia la transizione ecologica sia la decrescita felice rimandano solo l’esaurimento delle risorse, non portano a una trasformazione di un modo di concepire la vita di un essere umano che si assume il compito di prendersi cura dell’ambiente e la responsabilità di renderlo un luogo dove la vita, pur nella sua complessità e difficoltà, prende gusto e bellezza.

Il concetto di ecologia non significa limitarsi ad un cambiamento superficiale o immediato, ma vuol dire acquisire la dimensione della complessità nella quale ogni elemento della realtà concorre allo sviluppo qualitativo di ogni altra parte.
Di conseguenza, acquisire la dimensione ecologica vuol dire riconoscere gli esseri umani come soggetti che vivono la vita come tempo per realizzare i propri sogni, e l’ambiente come spazio piacevole da condividere con coloro con i quali si trovano a vivere. Quindi, ogni attività umana dovrebbe essere finalizzata all’obiettivo di individuare e supportare la globalità delle strutture passando per la scuola, la ricerca, la conoscenza. E non limitandosi alla soddisfazione dei bisogni primari che risolvono la sopravvivenza ma non il futuro.

È assolutamente necessario ridurre lo spreco cambiando il modello di sviluppo in direzione del miglioramento della qualità della vita. Oggi, con le nuove tecnologie a disposizione, si potrebbero progettare fabbriche che garantiscano una produzione di oggetti in maniera flessibile e pianificabile, soprattutto se i prodotti sono di buona qualità e di durata almeno trentennale, perché il riciclo dei materiali non basta. Perché questo avvenga sarebbe necessario studiare una politica industriale creativa e davvero rivoluzionaria che prenda in considerazione l’uso delle risorse nel rispetto della terra, senza perdere di vista la salvaguardia del lavoro, che rimane un diritto inalienabile per tutti.

Cambiare i motori a scoppio con motori elettrici non è una trasformazione ecologica, ma solo uno specchio per le allodole, perché ciò che non si produce di scarto per il funzionamento della macchina, si produrrà nello smaltimento delle batterie o per la produzione dell’energia elettrica. Si continuerà comunque a produrre milioni di macchine che avranno bisogno di innumerevoli risorse per tutto il loro ciclo di vita.
Dovremmo usare la nostra fantasia per creare ciò che serve all’essere umano per vivere una vita qualitativamente degna e non, piuttosto, consumare per produrre per mantenere attive le industrie.

Oggi siamo ridotti a essere un ingranaggio di un sistema che noi stessi abbiamo creato, nel quale il lavoro umano deve costare il meno possibile, perché lo scopo non è la qualità della vita ma il ritorno finanziario. Inoltre, il nostro adeguamento al consumo rende impossibile qualsiasi condivisione se non una realtà disumanizzata e abitudinaria.
Questi due anni di pandemia hanno messo in evidenza quanto poco sappiamo del corpo umano, della natura, di noi stessi e di quanto ci circonda.  Se vogliamo cambiare veramente dobbiamo innanzitutto metterci in un atteggiamento di ascolto, di conoscenza, di ricerca, tenendo sempre presente le cose che in questi due anni ci sono mancate: la relazione con gli altri e con l’ambiente e la dimensione della libertà. Questi elementi faticosamente conquistati nel corso della storia, li abbiamo dispersi e vanificati come valori superflui negli ultimi trent’anni, mettendo al loro posto il consumo veloce delle emozioni e delle cose, come un necessario motore di una produzione che non trasforma niente in bellezza, ma che produce solo scarti e spazzatura.

Quando, agli inizi del primo lockdwon, abbiamo spalancato le finestre sulle strade deserte, ci siamo ricordati di quanto fosse bello stare insieme, stringersi le mani, prendere un caffè scambiando due chiacchere. Tutti abbiamo sperato che il dopo covid sarebbe stato diverso, abbiamo condiviso il piacere di vedere la natura tornare ad abitare in mezzo a noi. Abbiamo constatato che la natura è pronta a sostenere un nostro cambiamento di rotta se decidiamo di prendere la strada del rispetto, dell’utilizzo delle risorse e non dello spreco. Ma, finita l’emergenza, ce ne siamo prontamente dimenticati, travolti dalla necessità di tornare alla vita di prima, come se questa fosse stata di nostro gradimento e soddisfazione.
Per fare un passo avanti, e in questi mesi di chiusura ce ne siamo resi conto, dobbiamo trasformare l’intero il sistema educativo, formativo e informativo nell’intento di acquisire consapevolezza che il valore è l’essere umano e il suo ambiente nelle sue relazioni, mentre adesso è tutto fondato sulla competizione, sull’individuare l’errore, sul considerare l’altro come nemico.

L ‘accelerazione della ricerca sui vaccini di questo ultimo anno o poco più e la loro produzione in tempi inediti ha dimostrato che la condivisione della conoscenza, insieme all’obiettivo condiviso può accelerare il raggiungimento dei risultati. Perché non assumiamo questo modello, diffondendo la necessità di rendere attiva la Carta dei Diritti Umani che in pochissime realtà sono democraticamente esercitati? Sarebbe tempo di investire perché questi non rimangano solo enunciazioni su carta, ma siano pratica universale e corrente di tutte le società umane. In questo modo cadrebbero diffidenze e resistenze tra i diversi stati. Perché questo non avviene?  Forse perché le mafie, il mercato delle armi e della droga ne patirebbero?

Dovremmo investire il massimo delle risorse per la ricerca di base, perché la società deve cambiare e per questo cambiamento  è necessario investire in cultura, in strutture che possano supportare questo cambiamento di priorità di rapporti sia nell’organizzazione delle relazioni sociali sia del lavoro che diventerebbe finalmente ciò che dovrebbe essere: non solo sostentamento e necessità ma l’espressione della creatività di ciascuno nella costruzione di una realtà sempre più accogliente e sempre meno monotona.

La storia dimostra che se noi costruiamo accoglienza e bellezza, questo rimane per molte generazioni e migliora con il passare del tempo perché innesca un meccanismo di creatività positiva in chi ne gode. Dobbiamo dare un linguaggio a questa consapevolezza affinché si riconoscano queste azioni come valore, e perché ciò avvenga dobbiamo investire tutto ciò che possiamo nel creare occasioni formative e di scambio.

Dunque, c’è molto da trasformare e reinventare per costruire un mondo ecologico perché questo vuol dire proprio armonia fra le parti e gusto dell’incontro con l’altro. Il problema del futuro non sarà quindi la mancanza di lavoro, sarà piuttosto la difficoltà di rispondere a tanti interrogativi, di metterci alla prova nella nostra capacità di accoglienza dell’altro tanto da riuscire ad integrarci per risolvere le problematiche che via via ci si presenteranno.
Quando il mondo politico troverà il coraggio di riprendersi il suo spazio legittimo di lungimirante progettualità per una società migliore, più giusta e più democratica? Quando le università torneranno a essere i luoghi di una ricerca che investe sulla curiosità e sull’entusiasmo per la trasformazione del mondo? Diamo valore a queste doti che i giovani, se riconosciuti e supportati, hanno naturalmente.

QUEL PARADIGMA CHE ABBIAMO ADDOSSO
e l’incapacità di guardare con occhi diversi

Ragazzotto, sui banchi di scuola ad apprendere il latino, nulla mi tormentava di più che portare a memoria i paradigmi dei verbi irregolari: fero, fers, tuli, latum, ferre; volo, vis, volui, velle; eo, is, ivi(ii), itum, ire e tutti gli altri. Divenire, volere, andare, paradigmi della vita, paradigmi dell’emigrazione.
A scuola non ce lo avevano insegnato che il paradigma ce lo abbiamo addosso e che tutto dipende da come coniughiamo la vita. Ancora ci è difficile apprendere a coniugare i paradigmi irregolari della nostra esistenza.

“La vita non vive”, dichiara l’epigramma con cui si apre Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, di Theodor Adorno. Non più la grande etica, ma l’etica minima, non più la gaia scienza, ma la triste scienza. Non abbiamo sconfitto la miseria né ieri né oggi. Le letture della gioventù che si infervorava a immaginare di lottare per tempi nuovi che non sono mai venuti, di una generazione che neppure ha saputo celebrare il funerale alle sue utopie.
Tutto ripercorre il pentagramma dodecafonico di Schönberg in un sistema in cui le regole del tonale sono saltate. Tanti Pierrot Lunaire che non si accorgono di essere immersi in un mondo di incubi.

Pare che la vita non ci accompagni, ma ci preceda sempre, sia costantemente un passo più in là di dove ci troviamo. Ormai le nostre protesi digitali ci aiutano ad inseguire una vita irraggiungibile, in cambio ci offrono ologrammi in quantità. Dosi narcotizzanti che impediscono d’accorgersi che siamo parte della macchina, ingranaggi a nostra volta, incapaci di agire da soggetti.

La vita, come scriveva Adorno del secolo che ha conosciuto due conflitti mondiali, il fascismo e il nazismo, è diventata apparenza, la dissoluzione del soggetto, senza che un nuovo soggetto sia nato nel frattempo dal suo grembo.
Il ventunesimo secolo
anziché diventare il secolo della conoscenza come aveva promesso, è divenuto il secolo delle malattie, il male di vivere ha prodotto la sua trama di infezioni.

Sovranismo, la minaccia dell’altro, le isole da difendere, i muri da costruire, i confini da presidiare. La modernità promessa dall’illuminismo ancora annega nell’irrazionalità, nell’ignoranza e nei fanatismi. Gli dei hanno preso il posto degli uomini, non solo quelli delle confessioni, anche quelli delle religioni laiche predicate dai devoti guardiani della tradizione, dei propri territori, delle proprie arroganze e presunzioni.
I nostri gesti si sono fatti brutali e spietati nell’indifferenza dell’ordinarietà che compone il bozzolo delle nostre esistenze tutte coniugate alla prima persone singolare del presente.

Ancora non sapevo da ragazzo che “paradigma” era una promessa di cambiamento.
Sono i paradigmi a cambiare il panorama della conoscenza e, proprio come all’epoca di Galileo costretto all’abiura, è al cambiamento di paradigma che continua la resistenza del nostro tempo, di quanti non s’avvedono d’essere pianeti con gli altri pianeti che muovono le loro orbite intorno al sole.
Ma la malattia del presente è la povertà di pensiero, la debolezza nel mettere insieme sistemi di pensiero capaci di vincere il tempo, contesti valoriali, prospettive da fare proprie. L’indeterminatezza e la pochezza dominano la nostra epoca di vita da spendere più che da vivere. La tirchieria dei giorni anziché la generosità del tempo. Si sono consegnate le chiavi della polis ai mediocri, ai contratti e ai notai, alle contingenze e ai rattoppi, privandola del respiro lungo del cambiamento. Tutto è provvisorio nell’urgenza  di riparare le lacerazioni, ci sta l’ambiente, ci sta la sostenibilità, ma non c’è posto per l’altro.

Siamo sempre al Finale di partita, quello di Beckett, a combattere tra l’assoluta mancanza di senso e l’altrettanto assoluta necessità di trovarlo.
Ciò che sconforta è che siamo giunti a questo punto della storia con le armi spuntate, con le nostre ideologie da riporre negli archivi del tempo, con occhiali che ci hanno impedito di vedere, col continuare a coltivare il passato per risanarci col balsamo della memoria e delle illusioni tradite. È quel cercare senso dove il senso non si produce più. Dove il senso non serve più alla comprensione. Ora alla conoscenza si guarda con sospetto nel nuovo secolo che in nome della conoscenza si era aperto. Più nessuno è portatore di un paradigma capace di ribaltare le nostre coscienze, di conquistare l’intelligenza, di rimettere al centro l’umanità degli uomini e delle donne.
Tutto si confonde e si omogeneizza nel mito del popolo con il diritto di respingere il cammino dell’altro che si mette in viaggio. Viandante della vita a modo suo, mentre noi difendiamo i luoghi in cui ci siamo accomodati.

Per leggere tutti gli articoli della rubrica La Città della conoscenza, la rubrica di Giovanni Fioravanti, clicca [Qui]

FERRARA. UNA NUOVA IDEA DI CITTA’:
puntare su Cultura e Conoscenza per una Cittadinanza Attiva

Il direttore di ferraraitalia mi chiama in causa per aver fatto da megafono a un’idea tanto elementare quanto difficile da fare intendere. Sulla ‘Città della Conoscenza’ si è accumulata a livello mondiale una vasta letteratura a disposizione di chi, dagli amministratori ai politici, avesse voluto, come è accaduto in tante parti del mondo, affrontare più preparato le conseguenze di una crisi che nel passaggio epocale ha scardinato modelli economici e riferimenti  sociali senza risparmiare nessuno.

Europa 2000: un appuntamento mancato con la storia

Occorreva apprestarsi al cambiamento attrezzati con nuovi strumenti culturali, ma le agenzie a cui abbiamo fatto riferimento per decenni e le prassi  consolidate non hanno retto all’urto con la storia.
Non a caso l’Europa nel 2000 a Lisbona proclama il nuovo millennio come il millennio della Conoscenza. Una conoscenza da ricercare, costruire, valutare e rigenerare in modo diffuso, continuativo e permanente.

Fare della conoscenza e del capitale umano, non un modo per accrescere lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma la risorsa più importante per fornire a ciascuno, nessuno escluso, gli strumenti necessari ad affrontare la complessità, le contraddizioni e i conflitti che ogni turning point della storia comporta. Dall’autonomia personale in una società sempre più prevaricante alla difesa delle conquiste democratiche, dal combattere le crescenti diseguaglianze fino alle ingiustizie sociali e allo stravolgimento ambientale.

Alle forze democratiche e progressiste spettava il compito di mettersi a capo della sfida del nuovo millennio, facendosi portatrici di un nuovo umanesimo che ricollocasse ogni donna e ogni uomo al centro della storia, come risorsa da coltivare e far crescere per il bene comune, per sottrarci alle nuove forme assunte dallo  sfruttamento e dalla manipolazione dei poteri forti, per essere padroni di noi stessi e delle nostre vite.
La conseguenza di questo mancato appuntamento con la storia ha portato all’immiserimento delle democrazie liberali fino alla loro crisi, l’ignorantocrazia, l’incompetenza, il movimentismo e il populismo. Non si è compreso che  la difesa delle conquiste democratiche, la lotta contro le ingiustizie, contro i muri da abbattere non si giocano solo nei parlamenti e nelle cabine elettorali, ma anche nei neuroni e nelle sinapsi del cervello delle persone.
Non c’era più spazio per le identità statiche del passato, ormai era giunto il  tempo delle identità dinamiche. E invece le identità di ieri hanno continuato a resistere come amebe incapaci di afferrare il timone del cambiamento. Per cui non poteva che accadere che mentre a Roma si discuteva prima o poi Sagunto fosse espugnata.

Ferrara: il fallimento della sinistra 

Ferrara non è che una didascalia della storia, come tante altre città, basti pensare a Pisa che dopo anni di una più o meno gloriosa amministrazione ha visto i suoi cittadini voltare le spalle a quella esperienza.
Possiamo esercitarci nelle analisi sociopolitiche sul presente e il passato, fino ai passati più lontani, ma il nodo è uno solo: è mancata una sinistra capace di essere portatrice di una nuova cultura e senza cultura non c’è identità, non ci può essere  riconoscimento e, dunque, non c’è neppure futuro.

Al feuilleton di pancia della Destra e della Lega occorreva contrapporre una narrazione capace di parlare alla testa dei singoli, era necessario ritornare ad essere popolari, proporre soluzioni ai bisogni delle persone, anziché rintanarsi negli angusti confini del proprio cortile, prefigurare un nuovo protagonismo per costruire un progetto di futuro comune.

Ora è indispensabile che Sinistra e forze democratiche della città pongano fine ai loro particolarismi, alla frantumazione dei propri orti, come è accaduto in occasione della tornata elettorale, per prospettare alla città un futuro più forte e convincente del presente. Questa è la carne della politica: la lotta tra culture opposte. La cultura della Destra è fin troppo chiara, perché la destra da sempre ha dalla sua il passato. A non essere altrettanto chiara è quella della Sinistra, attualmente è come la Primula rossa, la cercan qua la cercan là ma dove sia nessun lo sa.

Si mettano a lavorare insieme, da subito, accogliendo la proposta intelligente della Fenice di Mario Zamorani, incominciando col mutare i paradigmi finora usati, facendo della città non una comunità di amministrati, ma una comunità di cittadini.

Con La Città della Conoscenza e il suo manifesto, non pensavamo certo di risolvere i problemi della città, ma abbiamo tentato in questi anni di stimolare una idea nuova di città a partire dalla “conoscenza” come linfa vitale di ogni abitare e senza la quale nessuno può essere autore della propria esistenza. E siccome si è cittadini del mondo a partire dai luoghi che si abitano, sono questi luoghi che devono divenire il cuore pulsante della conoscenza e dell’apprendimento permanente: ‘città che apprendono’ è la rete mondiale che ha costituito l’Unesco.

Il governo della città richiede uno sguardo nuovo. Un occhio che si sforzi di vedere lontano e di proporre ai cittadini un’idea rinnovata di cittadinanza. Una nuova agorà, in cui ciascuno è accolto come attore ricercato per il governo della città, perché la città è dei cittadini e per i cittadini.  Con nuove forme di partecipazione pubblica in grado di andare oltre a quelle fin qui sperimentate, organizzate attraverso il sistema dei partiti.  Dando visibilità e un forte impulso al sistema dei forum, in altre parti del mondo sperimentato con successo, a luoghi in cui i cittadini possano prendere parte “in carne e voce”, come direbbe Bauman, al processo decisionale.

Una città capace di mobilitare creativamente tutte le sue risorse per sviluppare il potenziale umano dei suoi cittadini, una città che riconosce e comprende il ruolo chiave dell’apprendimento e delle conoscenze nell’affrontare le nuove sfide di un mondo che si fa sempre più liquido, nello sviluppo della prosperità, della stabilità e della realizzazione personale.
Un luogo di coinvolgimento e di partecipazione, di risorse da valorizzare a partire dai suoi giovani, dalla loro responsabilizzazione nella gestione della cittadinanza, chiedendo il protagonismo dell’università, delle scuole, delle istituzioni culturali. Occorre che i cittadini anziché essere gli uni contro agli altri, come sta operando questa amministrazione a partire dal suo vicesindaco divisivo, tornino a stare l’uno a fianco dell’altro nei quartieri per  dialogare,  confrontarsi e rispondere ai nuovi bisogni.

C’è una scuola di cittadinanza da aprire, come impegno di tutti, dove apprendere ad esercitare la cittadinanza attiva, per imparare a pensare in termini condivisi la politica della città, la sua abitabilità, l’economia, la demografia, l’ecologia, la salvaguardia dei suoi tesori di natura e di cultura.

La gara elettorale alla poltrona di sindaco da questo punto di vista ha denunciato tutta la sua angustia e afasia, lo sguardo corto e miope di una partita a scacchi per occupare la casella del re.
La città è la nostra comunità di destini, parte di quella più complessa che lega insieme le sorti dell’intera comunità umana del pianeta. Questo è il significato del vivere oggi, quello che dovremmo far apprendere a partire dai nostri giovani, uscendo dagli spazi angusti delle nostre visioni e dei nostri particolarismi.

GLI SPARI SOPRA
Ulisse non aveva Facebook

Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”, questo dice Ulisse al canto XXVI° dell’inferno ai suoi prodi titubanti nell’attraversare le colonne d’Ercole, fine del mondo e inizio del precipizio verso il nulla in una terra piatta, sospesa nell’aere a due dimensioni. Dante (forse con rammarico), mette Odisseo nell’ottavo cerchio infernale, quello riservato ai consiglieri di frode.

Ne è passato di tempo da allora. L’uomo si sarebbe dovuto evolvere, avrebbe dovuto seguire i consigli del prode scettico, ma non è andata così. Decisamente, non tutta la specie umana ha seguito i dettami del re di Itaca.

Certo i dogmi, le religioni, le ideologie, le intemperie, lo smog, non ci hanno facilitato.

Ma come è possibile avere imboccato il secondo millennio già da una ventina d’anni ed avere alla guida di nazioni che occupano posizioni di prestigio personaggi degni della fattoria degli animali, dove, tra gli uguali, i maiali sono più uguali degli altri? Come è possibile sentire storie di complotti che negano i fondamenti della scienza, della storia, persino della geografia e doverle mettere sullo stesso piano della scienza, della storia, della geografia? Dell’antropologia? Come può Darwin non avere lasciato nemmeno una traccia?

I negazionisti, i creazionisti, i terrapiattisti, i revisionisti, i complottisti, sono tra noi, votano come noi, sono eletti, governano parti di mondo. Aiuto!

Mi sembra di soffocare stando a galla su questa sfera, sempre più piccola e sempre più affogata nella melma delle scorie dell’analfabetismo di ritorno.
Già mi immagino le schiere di adepti additarmi come sapientino, radical chic, buonista, piddino, sinistro, zecca, eccetera (a me, che mi sono diplomato al liceo, con l’aiuto degli amici dell’ultimo banco, con un misero trentacinque e due figure). Non importa: devo per forza esprimere il mio disagio nei confronti un mondo che non mi appartiene.

Non vorrei parlare troppo della pandemia e del virus in corso, per non passare, pure io, per virologo da facebook. Nel corso di questo fetido 2020 abbiamo avuto una esplosione di sapienti, informati dal cuggino, studiati su youtube, analisti da wikipedia, o profondi conoscitori delle teorie dell’esimio professor Cazzetti, luminare dei luminari boicottato dagli energumeni di Big Pharma e dai prezzolati della scienza ufficiale.

Mi chiedo (e non ho risposte), perché? Cosa spinge una parte dell’opinione pubblica ad avere per forza delle certezze su tutto, dai fatti di cronaca nera, ai virus, alla geologia, alla politica, all’ economia, alla scienza, alla cucina? Che sia un virus?

La curiosità, e la voglia di imparare e dire la nostra non fanno di noi degli esperti in ogni settore dello scibile umano. Io potrei parlarvi di Spal e di pesca con profonda cognizione di causa.

Mi sento un socratico, sono curioso e mi piace leggere, non mi piace studiare e questo è stato un limite, ai tempi della scuola tendevo a galleggiare sul pelo della sufficienza, a volte finendo sott’acqua, ma amo la lettura, sono onnivoro con una predilezione per i classici, poi politica, biografie, poesia, una volta leggevo saggi ora preferisco i romanzi. Non tutto ciò che leggo mi piace, non tutto lo capisco, poco mi ricordo, per quello cerco di leggere molto (almeno per un italiano), questo fa di me un ordinary man, parafrasando Ozzy Osbourne.

Provo fastidio nei confronti di chi copia e incolla pensieri altrui. Credo sarebbe più dignitoso per tutti noi leggere, verificare una notizia e poi magari farci un’opinione.

“Cultura, non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri” diceva Antonio Gramsci, uno dei più grandi intellettuali italiani. Mi permetto di aggiungere, per gli ignoranti come me, che la cultura è pure conoscere i propri limiti, averne consapevolezza. Voler per forza dibattere su tutto e tutti, negando spesso le evidenze, fa di noi i giudici di Ulisse, senza averne la benché minima competenza.

Per leggere le altre ‘esternazioni’ di Cristiano Mazzoni nella rubrica Gli spari sopra [Vedi qui]

LA STUPIDITA’ NON E’ NECESSARIA
la Scuola della Conoscenza rimane l’unico argine

La frase “La stupidità non è necessaria”  la troviamo scritta in un testo di Gregory Bateson dal titolo Mente e Natura  la trovo straordinaria! Riassume in modo emblematico lo spirito del tempo che ci troviamo a vivere oggi.
Quel verbo impersonale usato in modo così sarcastico!
Quale uomo dotato di un minimo di ragionevolezza infatti potrebbe ritenere sensato utilizzare la stupidità nelle manifestazioni del suo essere! Tutti di regola desiderano distinguersi per l’acume del ragionamento, per la brillantezza delle  idee esposte…non certo per l’ottusità del pensiero.

Paradossalmente, invece, basta leggere i commenti fatti da moltissimi utenti sui social, per esempio in materia di immigrazione, o sui provvedimenti per  contrastare il contagio da covid-19, e risulta lampante che non solo in tali interventi si rinuncia volentieri ad ogni riferimento al buon senso comune, ma si condividono ragionamenti del tutto contrari alla dignità umana semplicemente copiando/incollando documenti aberranti.

Come è potuto capitare che ad ogni livello, cominciando dai leaders politici fino al cosiddetto uomo della strada, sia stato abbandonato l’uso di ogni filtro democratico, ogni principio etico, e circolino sui media impunemente messaggi razzisti, argomentazioni in forme neppure troppo mascherate di  natura fascista  o di comportamenti intolleranti verso ogni tipo di diversità?

Provo a ricostruire un ragionamento che possa giustificare tale cambiamento.

Abbiamo assistito dalla fine degli anni Ottanta fino ad oggi non solo ad una crisi della Politica ma ad una sua radicale delegittimazione; non solo alla perdita di centralità della Cultura ma alla perdita di credibilità della sua agenzia di trasmissione principale che è la Scuola.
Tutto ciò ha portato ad una lenta e pericolosa erosione delle strutture democratiche attraverso cui fino ad oggi si è sviluppata la formazione dell’opinione pubblica, consegnandola alle interazioni tipiche del mercato, alle agenzie di marketing e ai sondaggi di opinione.Insomma non solo abbiamo assistito al passaggio di status da cittadini a consumatori, ma a quello da cittadini consapevoli a consumatori ignoranti e fieri di esserlo.

Questo mi sembra essere oggi il dato più preoccupante, il poter in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo ascoltare e  dire tutto e il contrario di tutto, l’essere felici di aver azzerato  ogni debito col passato sia a livello politico che a livello culturale, per cui in assenza di punti di vista riconosciuti come autorevoli  ne diventa valido uno qualsiasi.
Non interessano più di tanto credenziali, titoli, o requisiti specifici della fonte dell’informazione.
Vengono fatte le affermazioni che più contrastano con quelle dell’avversario non in nome di una faticosa e comune ricerca di una Verità, di cui da tempo si è perduto il tracciato epistemologico, ma al solo scopo di negare la verità dell’avversario.
Ed ecco che il negazionismo conosciuto a livello dello studio del fenomeno storico si sta allargando a quello dei fenomeni scientifici in genere.

Quello che più quindi disorienta è la mancanza di certezze, di attendibilità, di affidabilità.  La confusione regna sovrana e nel rumore generale è una gara a chi grida più forte.
Il 1989 rappresentò l’anno di una nuova era televisiva caratterizzata da violenti scontri verbali. Fu nel programma di Arnaldo Bagnasco, Mixer cultura, che si celebrò infatti l’inaugurazione della stagione delle risse in TV nella contesa tra i critici d’arte Vittorio Sgarbi e Achille Bonito Oliva.
Seguirono poi altri palcoscenici televisivi che offrirono la possibilità di continuare ad altri attori la spettacolarizzazione dell’ingiuria e della lite a livello mediatico ampiamente ripagata dai picchi di ascolto altissimi.

A livello politico poi  il grande primo cambiamento dello scenario tradizionale, della cosiddetta Prima Repubblica, avviene con la discesa in campo di Silvio Berlusconi.
Con il primo governo Berlusconi, nel 1994, abbiamo una narrazione della politica mai vista prima.
Un imprenditore al governo e un contratto con gli italiani sostituiscono le ragioni dell’economia e dell’interesse a quelle del Bene Comune della politica., contrapposte  alla ragione dei  governi dei professori dei vari Dini, Prodi e, col senno di poi, Monti.

In modo speculare alla Scuola delle tre ‘I’ (inglese, impresa, informatica) venne affidato il compito di condurre al lento declino la Scuola delle conoscenze sostituita da quella delle competenze, richiesta da una Europa portavoce di un mercato a cui necessitava sempre più una forza lavoro caratterizzata da mobilità e flessibilità professionali.

Assistiamo da qui in avanti alla ridicolizzazione di quell’avversario politico la cui profondità di ragionamento intellettuale viene messa alla berlina, da telegenici personaggi politici senza passato che ben padroneggiano la velocità dei tempi televisivi, arena che ben presto costituisce la principale sede del confronto politico.

Tutto il resto è una conseguenza di tali premesse: la crisi della forma partito e la sostituzione con movimenti di opinione o di gruppi validi per una sola stagione, la volgarizzazione del confronto democratico, la sostituzione dell’interesse economico alla tutela dei diritti, la schizofrenia delle leggi di riforma della scuola, la precarizzazione progressiva della condizione giovanile.

In conclusione mi pare  però che non possa esistere alternativa a tale deriva se non nel tentativo, a volte quasi eroico,del proteggere la salute della Democrazia, delle sue istituzioni fondamentali, e, specularmente, nel riportare al centro di ogni interesse la Scuola della conoscenza che da sempre è il più grande ostacolo che si frappone alla barbarie della manipolazione dell’uomo da parte di chicchessia .

CREATURE DI UN SOL GIORNO
Camminando lungo la strada verso nessun dove

“Fragile”: questa semplice parola stampata in bella evidenza su una  confezione ci avverte di fare attenzione, di maneggiare con molta cura il contenuto.
Sin dallo sviluppo del pensiero greco dell’antichità abbiamo appreso che il contenuto più fragile per eccellenza è l’Uomo stesso; e questo perché  sostanzialmente inerente alla natura umana è la morte, in modo imprescindibile ne condiziona non solo l’esistenza ma il senso stesso dell’esserci.
Allo stesso tempo la morte mostrando così tutta la fragilità della creatura umana, sottolinea la preziosità della vita stessa.

Il poeta greco Pindaro nell’ottava Pitica chiama in modo straordinariamente evocativo e lirico le creature umane creature di un sol giorno“, ed è proprio questo verso che utilizza Mauro Bonazzi, docente di filosofia antica alla Statale di Milano, come titolo del suo ultimo saggio sul mistero dell’esistenza secondo il pensiero greco. La natura di “creature di un sol giorno”, cioè creature effimere, porta con sé due fondamentali conseguenze: l’essere mortali e quindi  il problema del senso da dare alla nostra esistenza  e l’essere soggetti al passare del tempo e quindi il senso da dare all’instabilità delle cose dentro e fuori di noi, ai cambiamenti dovuti allo scorrere del tempo stesso.
Per impedire all’angoscia, alla paura e al timore di impossessarsi dell’animo umano di fronte all’inevitabilità del termine della nostra vita, la civiltà greca, (che detto per inciso gli allievi della scuola media italiana grazie alla riforma Moratti non hanno più come oggetto del loro studio!) ha prodotto una riflessione filosofica che ha condizionato la storia del pensiero occidentale e che interroga seriamente anche noi uomini della  società post moderna. 

La tentazione: la vita del piacere

La riflessione dei greci sulla morte e sull’esistenza, seguendo il percorso suggerito da Bonazzi ,è riconducibile a tre possibilità.
Aristotele chiama la prima la vita del piacere”. E’ la vita di chi segue il godimento dei beni concreti, di chi sublima il mistero dell’esistenza nel soddisfacimento esclusivo di bisogni materiali e in tale dimensione trova adeguata realizzazione. E ‘il medesimo principio su cui si fonda la nostra società globalizzata dei consumi, caratterizzata per l’appunto, secondo la psico analista di formazione lacaniana Julia Kristeva, dal narcisismo e conseguentemente dalla rimozione della mortalità.

L’immagine più significativa ed esplicita di quello che si sta dicendo la possiamo ritrovare nel videoclip Road to nowhere dei Talking Heads, nella sequenza  del giovane che insegue il carrello della spesa, segno inequivocabile di uno strumento – il consumo – che si è fatto fine e non solo necessario mezzo per soddisfare determinati bisogni.
Il titolo del videoclip, in italiano la La strada per il nessun-dove , rappresenta  con una serie di veloci sequenze della durata di pochi secondi, l’ inconsistenza dell’american dream, e riprendono i temi chiave della denuncia di Christopher Lasch affrontate nel suo  La cultura del narcisismo, opera edita nel 1979 ma talmente profetica e attuale che proprio quest’anno è stata ristampata per i tipi della Nora Pozza. L’autore, anticipando il ruolo di grandi scrittori di saggistica sociologica come J. Rifkin e Z. Bauman, riflette sulla crisi culturale che anima l’Occidente e che consacra la trasformazione del narcisismo da disturbo psicologico a format di un’intera società. “Il narcisismo impatta potentemente sulla percezione del tempo e della storia, determinando ciò che in modo diverso i teorici del postmoderno avrebbero chiamato ‘presentificazione’. Per dirla con le parole di Lasch: “Dal momento che la società è senza futuro, acquista un senso vivere solo in funzione del presente, occuparsi soltanto delle proprie ‘realizzazioni personali’, diventare fini conoscitori della propria decadenza, coltivare un’“auto-osservazione di ordine trascendentale”.[Qui]

 …altre due possibilità: la vita politica e la vita contemplativa

La vita politica e la vita contemplativa sono le altre due strade significative che, secondo Aristotele, riescono a dare senso pieno all’esistenza e  rispondere così al problema della morte. Impegnandosi nella vita politica, nella vita attiva,  l’uomo deve combattere per dar prova del suo valore e dunque mostrare che non è vissuto per niente. Omero è il primo cantore di questa concezione e Achille ne è il campione . Per l’eroe ciò che conta è il time, l’onore, espresso dal valore del bottino conquistato sul campo di battaglia ,e che conduce al kleos ,alla gloria.
Ma anche noi uomini del post moderno abbiamo la nostra Iliade: forse che non si è parlato dell’essere in emergenza da covid-19 come dell’ essere in guerra e di medici e infermieri come eroi a cui rendere pubblico onore? Ecco quindi che possiamo vedere il nostro pensiero archetipo emergere attraverso il linguaggio; scelte lessicali  che non vengono comprese  da chi rigetta giustamente tale terminologia bellica per scegliere altre prospettive  più solidali  (“siamo in cura”), ma che non permettono di capire cosa sta succedendo: sempre i cittadini affidati al sistema sanitario sono da considerarsi in cura, ma mai si era parlato, prima dell’emergenza pandemica, di medici-eroi…anzi!
Secondo questa seconda interpretazione, che si fonda sulla priorità della vita attiva, il kleos è il richiamo profondo  che davvero interessa, perché è ciò che permette di non essere dimenticati e quindi di raggiungere l’immortalità: nel momento in cui riusciamo a lottare contro la morte, lottiamo contro la nostra morte, sino a dare la vita.

Il pensiero greco ci svela che siamo esseri desideranti, perché è proprio il desiderio che ci spinge a lottare per affermarci, per non morire. E quando il mondo omerico verrà superato dal nuovo mondo della polis, la sfida diventerà quella di affermare il proprio valore insieme, non più distruggendo ma costruendo. Costruire con gli altri è l’unica attività capace di dare significato alla realtà e a noi stessi.
Tutto questo abbiamo ereditato col seguire la via della vita politica ;da qui nascerà lo Stato e la democrazia.
Tutto questo oggi è in profondissima crisi.

Ma l’uomo non è solo azione, è soprattutto  conoscenza, ragione, contemplazione.
Infatti è la razionalità, è il pensiero che ci contraddistingue come esseri umani.  Siamo fatti per conoscere. Siamo Ulisse, l’Ulisse del XXVI canto dell’Inferno di Dante. E’ con la ragione che riusciamo a comprendere noi stessi e  la realtà. La morte fa parte di questa realtà. La conoscenza ci rende liberi, anche dalla morte. E’ con la ragione che si è capaci di andare al di là dell’apparenza, cogliendo il tutto e quindi l’ordine con cui è organizzata la realtà, dove la morte è una necessità.
Conoscenza che  il socratico conosci te stesso ha posto alla base della realizzazione di ognuno di noi ma che invece viene messa dalla nostra società liquida al servizio di qualcosa d’altro.
La conoscenza serve infatti a modificare l’agire, o a direzionare la vita attiva quando questa non produce i risultati sperati. Abbiamo visto Istituzioni, autorità laiche e religiose rimettersi fiduciose a virologi, scienziati, ricercatori e seguire protocolli suggeriti dalla comunità scientifica fino alla interdizione dalla partecipazione ai riti funebri.

Se c’è un elemento che può sviluppare il senso critico questo riguarda la conoscenza. Non a caso per esempio abbiamo assistito ad un percorso di normalizzazione della scuola che l’ha portata dall’essere scuola della conoscenza a quella più funzionale agli imperativi di mercato, dI scuola delle competenze. E’ sempre il mondo della conoscenza che cambia la società, mai il contrario. Se questo non succede, come nel caso citato, allora dietro ci sono altri interessi particolaristici.
L’eredità per il pensiero occidentale della filosofia  greca è proprio questa: la possibilità inerente alla vita attiva e alla vita contemplativa di poter essere infinitamente finiti e finitamente infiniti.
‘Il fine’
‘la fine’ per i greci coincidono, la morte si concepisce all’interno della vita, la rende possibile. Nella società attuale la fine invece è un incidente che si cerca solo di rinviare, i nostri fini sono tutti nella vita.

Si può perdere la propria vita e vincere la Morte

Nel 1957 il regista Ingmar Bergman con il suo film Il settimo sigillo  rappresenta il tentativo della società occidentale di rimuovere la paura della morte. Un cavaliere, Antonius Bloch, sulla via del ritorno dalle crociate incontra la Morte e le propone una partita a scacchi: una partita la si può vincere o perdere, così come la propria vita.
Ma nel film di Bergman viene presentata un’altra soluzione…ci arriviamo da un’altra parte.

Nel 1915 Sigmund Freud scrive un breve articolo, Caducità, prendendo spunto da un episodio accadutogli due anni prima, da una conversazione avvenuta durante una escursione con due amici, il giovane poeta Rainer Maria Rilke e Lou Salomè, l’affascinante confidente di entrambi, dove il giovane poeta si rammaricava  che tutta quella bellezza  sarebbe poi finita col sopraggiungere dell’inverno.
Così commenta Cristina Cimino su Doppiozero: “La risposta di Freud al giovane poeta è che la caducità delle cose non ne sminuisce il valore, al contrario, lo accentua. Una posizione consolatoria solo a uno sguardo superficiale e che in realtà ribadisce in termini meno crudi quanto egli aveva già affermato pochi anni prima nel saggio Considerazioni attuali sulla guerra e la morte: la vita va vissuta e può essere vissuta solo accettando ciò che non è eliminabile, ossia la morte.” [Qui] Freud solo in seguito strutturerà in modo più adeguato la sua teoria sull’elaborazione del lutto e dell’estrema difficoltà che ha l’individuo ad affrontarlo e superarlo. Qui interessa proporre alcune osservazioni a margine di tale percorso.

In primo luogo il lamento di Rilke sulla caducità della natura umana sarà ripreso nelle sue Elegie duinesi del 1912 in cui arriva ad affermare che “l’esser stati, pur una volta soltanto, non pare essere revocabile”. Nessuno potrà togliere la gioia immensa derivata da tutti i momenti vissuti con la persona oggi assente.
La scrittrice americana Joan Didion nel suo struggente  L’anno del pensiero magico fa proprio  questa operazione: guardando al tempo trascorso col marito morto all’improvviso, incontra i ricordi di una vita, non fugge, ma gioca la sua partita a scacchi ,e pur nella sofferenza devastante di ogni mossa, la porta a termine.

Ed eccoci di fronte all’altro. Infatti “nessuno di noi crede fino in fondo alla nostra morte” dice Freud “anche quando ci raffiguriamo come andrà dopo la morte, chi ci piangerà… possiamo notare che noi siamo ancora lì in qualità di spettatori.”. Impariamo cosa è la morte dalla morte dell’altro. E’ quando l’altro diventa il nostro fine che ci battiamo contro la nostra fine.
L’altro è oggetto del nostro desiderio, vivere è desiderare dei desideri che moriranno nel momento in cui saranno soddisfatti. Questa è la morte, ma la morte non interrompe nulla. E’ la morte del desiderio la vera morte.

Ogni discorso sulla vita e sulla morte ha come premessa la presenza dell’altro, soggetto e oggetto del nostro desiderare. La soluzione quindi proposta nel film di Bergman è quella di un amore gratuito, infinito verso l’altro: “L’unico modo di sconfiggere la morte – e quindi di inaugurare la vita nuova – è l’amore verso il prossimo. E difatti, pur di salvare una giovane famiglia di saltimbanchi dall’incontro con la morte, il cavaliere con un gesto improvviso e premeditato rovescia le pedine degli scacchi dando così la possibilità alla morte di vincere la partita. Questa sorride perché ha raggiunto il suo scopo. Non si accorge invece di essere stata ingannata. Distratta dalla mossa del cavaliere infatti la famiglia riesce a fuggire e salvarsi .Di fatto la Morte ha perso perché sconfitta dall’amore”. [vedi qui]

Non è casuale che  alla società dell’uomo globalizzato, la società che opera per la rimozione della morte e del dolore, sia confacente invece l’espulsione dell’Altro! Questo è il titolo dell’ultimo saggio di Byung-Chul Han (L’espulsione dell’Altro, nottetempo edizioni) docente di filosofia all’università di Berlino, dove viene mostrata la destabilizzazione e il disturbo provocato, in un mondo dominato dalla comunicazione digitale e dai rapporti  neoliberistici, dalla singolarità vivificante dell’Altro.

 …finchè Amore non vi separi!

In una intervista del 2012 Zygmunt Bauman parla con l’inviato di Repubblica della sua vita a trecentosessanta gradi nella sua casa a Leeds in Inghilterra. La stanza dove si svolge l’incontro è tappezzata di ricordi dell’amatissima moglie Janina, scomparsa nel dicembre del 2009 dopo essere stati sposati per sessantadue anni. Dopo quel lutto non scrisse più una riga per molti mesi, lui che ogni giorno alle cinque del mattino era solito aver già compilato quattro cartelle! Questa è la risposta data alla domanda del giornalista su come fosse riuscito a superare un evento del genere:
“L’inarrestabile eloquio del professore si arresta. Chiude gli occhi. Riaccende la pipa. È un’esperienza molto privata, non voglio condividerla. So bene che viviamo in una società confessionale, ma io non mi ci trovo bene. Posso solo dire che lei è ancora con me. Le sue ceneri sono al piano di sopra, nel mio studio. La sua immagine è la prima che vedo quando accendo il computer all’alba. Riesco, in qualche modo, a vivere ancora con lei. Conversiamo, e non perché sia pazzo, ma perché è il modo in cui abbiamo vissuto insieme per sessantadue anni e probabilmente non finirà mai. Mi spiace, ma è tutto quel che posso dire”.[Qui l’intervista integrale su Repubblica del 12/06/2012]

L’amore è così tanto mescolato  alla morte che non si estingue con l’assenza della persona amata ma persiste nel tempo, superandolo. Il suo passare non lenisce alcunchè, ma permette di vivere la sacralità dell’eternità anche a chi ritiene essere vuoto il cielo. E’ un dialogo che continua, che  trasforma chi è stato toccato dall’amore dell’altro, e che trova modi e forme inedite in ognuno, ma che sempre congiungono eternamente il cielo alla terra. E questo è un legame talmente profondo da rovesciare completamente ciò che ordinariamente viene considerato forte e debole, poiché riesce a metterci a nudo di fronte alla nostra fragilità.

Tutto ciò mostra la scena dell’Iliade nel XXIV canto, con la visita del re Priamo nella tenda di Achille, venuto a supplicare la restituzione del corpo di suo figlio Ettore ucciso dall’eroe acheo:
“Ma Priamo prendendo a pregare gli disse parola:
«Pensa al tuo padre, Achille … io sono infelice del tutto, che generai forti figli
e non me ne resta nessuno…,
e quello che solo restava..
tu ieri l’hai ucciso…
Ettore… Per lui vengo ora alle navi dei Danai,
per riscattarlo da te».
Disse così, e gli fece nascere brama di piangere il padre:
allora gli prese la mano e scostò piano il vecchio;
entrambi pensavano e uno piangeva Ettore, rannicchiandosi ai piedi di Achille,
ma Achille piangeva il padre… s’alzava per la dimora quel pianto”.( Iliade, XXV)

Fino a quando l’amore continua il dialogo interrotto, fino a quando l’uomo sarà capace di “piangere insieme” – la morte non avrà l’ultima parola. E questo infine è anche il messaggio che ci ha lasciato Emanuele Severino, recentemente scomparso all’età di 91 anni , non a caso definito ‘il filosofo che ha sconfitto la morte’. Intellettuale originale, tra i più autorevoli del Novecento italiano, capace di conciliare la tensione speculativa e etica alle radici del pensiero occidentale, partendo dalla filosofia greca, con le inquietudini e le problematiche della società tecnologica attuale.
Il nucleo del suo pensiero risiede nel ritorno al pensiero di Parmenide, con l’affermazione che il divenire non esiste, le cose non nascono dal nulla né ritornano nel nulla, sono invece eterne, anche se abbiamo l’impressione fallace che scompaiono.
Anche   Severino ricordava spesso nelle interviste la moglie Esterina scomparsa una decina anni prima di lui, prima lettrice delle sue opere, sempre discusse e condivise prima con lei nei lunghi intensi anni  passati assieme. In una di queste possiamo leggere che a  volte mentre Esterina rileggeva i suoi scritti, alla menzione dell’eternità dell’essere, lei gli diceva: “come vorrei che le cose stessero davvero come dici tu”. [Vedi linkiesta.it del 15/06/2019] 

Cover: Ingmar Bergman sul set de Il Settimo sigillo (Wikipedia commons)

LA SCUOLA DELL’I CARE:
Dalla classe al patto formativo

È difficile credere che la pandemia cambierà la nostra scuola. Non si è fatto prima, quando si sarebbe potuto farlo, perché mai ora, per di più in una situazione di crisi economica aggravata. È più facile che la pandemia la cambi in peggio e già ora i segnali ci sono a partire da una didattica dilaniata tra presenza e distanza, tra reale e virtuale.
Qualcuno, che si scuote da un lungo assopimento, pare scoprire solo ora le prodigiose opportunità offerte dal  territorio, come se il territorio non fosse una grande aula da frequentare fin dai tempi del Pestalozzi, che proprio non era il massimo della pedagogia, potremmo dire addirittura che, con la sua fiducia nelle innate capacità educative della madre, sia stato un antesignano delle homeschooling.

Dopo l’elogio della predella di Galli della Loggia oggi leggiamo l’elogio della classe di Asor Rosa. Sempre con gli occhi nella nuca a guardare indietro, soprattutto con il timore dell’innovazione e del cambiamento. Preoccupa la resistenza dei luoghi comuni, degli stereotipi a proposito della scuola, preoccupa sentire ancora parlare degli esami di stato come riti di passaggio, che devono essere celebrati. Sembra che a esprimersi siano menti decerebrate, incapaci di intendere che le sfide dell’istruzione e i bisogni dei nostri giovani necessitino di ben altro.
Che non si possa cambiare perché non ci sono i soldi passi, ma che non si voglia cambiare perché ciascuno difende i propri occhiali, con cui guarda al presente e al passato senza riuscire a guardare lontano, non è più possibile né tollerabile.

Per decenni in questo paese si sono frapposti ostacoli allo sviluppo di un discorso nuovo sulla scuola, senza rendersi conto che la storia non stava ferma e che intanto qualcosa cambiava a proposito di istruzione come, ad esempio, il rapporto tra conoscenza e competenza, che certo non apparteneva alla cultura del paese all’epoca della predella e della classe, quando a scuola ci andavano Galli della Loggia e Asor Rosa.
Si impone la necessità di dotarsi di strumenti di misurazione e di valutazione non per continuare ad appioppare voti ad alunni e studenti, ma per disporre di informazioni importanti sull’efficacia del sistema formativo e sul funzionamento dei suoi istituti; penso inoltre alla sempre più crescente tendenza a personalizzare i percorsi di apprendimento, che la classe di Asor Rosa certamente escludeva.

Ciò che la storia ha cambiato nella cultura dell’istruzione è la conquista dell’integrazione di tutti e l’avvento dell’I Care. Che certo all’epoca dei giovani Galli della Loggia e Asor Rosa non erano neppure immaginabili. Oggi, la scuola o è la scuola dell’I Care o non è. La scuola che cura il successo formativo di ogni alunna o di ogni alunno. Se non si parte di qui non c’è cambiamento. Perché è con l’I Care che cadono tutti gli stereotipi e le pratiche insensate che abbiamo accumulato a proposito di educazione. L’I Care di don Milani che nella sua canonica a Barbiana non aveva classi. Si tratta di pensare ad un sistema formativo capace di assumere pienamente la responsabilità del progetto di vita di ogni bambina e bambino, di ogni ragazza e ragazzo, non indistintamente come avviene nella tradizione della classe, ma uno per uno, a ciascuno il suo e nel contempo di rispondere della qualità del fare scuola e del futuro che per ognuno si costruisce, un sistema formativo amico che cura, affianca e accompagna,  portatore del massimo interesse per la riuscita di ogni Gianni e Pierino.

E allora ci si renderebbe conto che la classe è un intralcio. La classificazione è la madre di ogni omologazione ed essere classificati per età anagrafica, come le classi di leva di una volta, antepone un accidente cronologico, come l’età anagrafica, alla considerazione dell’individuo in quanto tale, al suo essere, alla sua storia, alla sua unicità. A Barbiana i ragazzi erano diversi per età e per capacità, ognuno era lì con la sua biografia e la loro è stata indubbiamente un’esperienza di formazione unica e indimenticabile, senza classe, predelle ed altri orpelli.
Dunque non è la classe l’architrave del sistema formativo come sostiene Asor Rosa. La formazione è fatta di persone, esperienze ed incontri, non certo di banchi in fila in aule affollate a contemplare la nuca dei compagni e delle compagne che ti stanno davanti. Ciò che conta è la qualità del progetto formativo, quanto calzi con la tua storia e con le tue esperienze, con quello che sei e non con quello che dovresti essere e quanto ti coinvolge per interesse e motivazioni. Questo richiederebbe di essere accolti a scuola non per età anagrafica, e finire nella classe corrispondente, ma sulla base di un patto formativo concordato all’atto dell’iscrizione da ciascuno con la scuola, in modo da garantire la flessibilità dei gruppi, degli spazi, dei luoghi in cui apprendere, dentro e fuori dagli edifici scolastici, la ricchezza e la pluralità delle esperienze formative, delle relazioni e dei saperi, in un’epoca in cui l’istruzione non inizia e non finisce a scuola.
Ma temo che anche questa volta ci troveremo di fronte ad una occasione perduta.

SE VI CAPITA DI PARLARE CON IL FRIGORIFERO…
Shock, terapia d’urto e lo scippo della conoscenza

La conoscenza negata. Ne scrive anche Roberto Saviano su L’ Espresso della settimana scorsa: “Il trattamento riservato alla scuola è una metafora del trattamento riservato alla conoscenza: semplicemente non è una priorità”. Ci troviamo di fronte a un grande enigma cognitivo: l’incapacità di valutare la portata del pericolo imprevisto che insidia le nostre vite, perché al sequestro delle nostre esistenze non corrispondono gli strumenti per conoscere e comprendere senza essere vittime dell’infodemia a cui concorre anche il governo.
Questa è la prima grave lesione che ha subito il tessuto democratico della nostra convivenza. Non essere padroni di noi stessi perché ci vengono sottratte le fonti della conoscenza, le chiavi di lettura riservate alla scienza e ai manipolatori della comunicazione, lo schermo della trasparenza è infranto, per trattarci come bambini incapaci di essere responsabili e da gestire solo con i divieti e i castighi, non fare questo non fare quest’altro, un popolo infantile, che va preso per mano da un governo padre padrone.

Non credo che ci sia un pericolo tanto grande da giustificare a lungo tutto questo. Di fronte alle minacce ci si attrezza, innanzitutto fornendo a tutti le conoscenze, non quelle per fini strumentali, ma quelle reali, perché ciascuno sia dotato dei mezzi per riconoscerle, per difendersi e assumersi le proprie responsabilità. Passato l’impatto del primo assalto, si dispone l’ambiente per riprendere la vita, non si chiudono le persone nei loro recinti, con un’ibernazione delle vite in attesa di una rinascita.
Stare in casa senza governare il sapere induce a scivolare in uno stato di shock, porta a vivere soli con la propria condizione di confusione e turbamento, esposti e vulnerabili di fronte all’autorità e alle sue parole. Neppure il terrorismo islamico, che il coronavirus pare aver sconfitto, visto che è scomparso dall’orizzonte e dall’informazione, ha indotto tale terrore.

L’attacco alla Costituzione non sta nelle modalità scelte dal governo per assumere decisioni e provvedimenti, ma abita nel disorientamento prodotto sulla popolazione, nell’aver confuso i poli e le direzioni.
Ascoltiamo la scienza ma poi decide il consiglio dei ministri. Nessuno di noi possiede il controllo sul linguaggio della scienza e neppure sulle ragioni della politica, che determinano l’azione del governo. Così si manovra la popolazione usando gli strumenti già collaudati dello shock e della paura, anziché fornire ad ogni cittadino le armi per essere in grado di condurre la propria battaglia.
Fino a ieri il brand della politica era il razzismo e la paura dell’altro, ora l’altro sfila nelle bare trasportate dai carri dell’esercito, per scomparire nelle ceneri della cremazione, innalzando di fronte agli occhi dell’opinione pubblica la trincea dell’orrore, per chiuderci nelle nostre case con la ‘terapia d’urto’, con la sindrome della apocalisse farcita dalle invocazioni papali, che dall’inizio della pandemia ci vengono quotidianamente somministrate dalla televisione di stato. Che siamo ad un’era dell’umanità che necessita ancora di queste liturgie è spaventoso, offensivo, pericoloso.
Se questo è il brand della classe politica che ci governa, significa che essa non è all’altezza e che noi siamo alla disperazione. Dai non luoghi di Marc Augè, siamo giunti ai non luoghi dell’epidemia: gli ospedali, le scuole a distanza, le nostre case, le nostre città e paesi.

La conoscenza, che spinge a sapere e ad agire, è stata beffata dal dogma della paura e dell’obbedienza. Invece di apprendere a difenderci dal virus si è preferito innalzare la religione del virus, il demone che si appropria delle vite, il demone a cui immolare i corpi, il demone a cui pagare il tributo di sangue. Si attendono i responsi di Pizia sugli umori del demone e si invita il popolo a celebrare i sacrifici.
Senza conoscere è difficile riprendere in mano la propria vita, che ora è in ostaggio dei dati e dei grafici che ogni giorno ci vengono propinati senza che ci sia concesso di comprendere come gli stregoni li abbiano confezionati. E l’assoluta mancanza di conoscenze, di controllo, di garanzie, l’assenza di trasparenza sono gravi non solo ora, ma lo saranno tanto più dopo, quando dovremo affrontare le conseguenze violente di questo shock e certamente non potremo farlo ancora tenuti per mano da un governo padre padrone che ci impone come doverci comportare.

Intanto, chiusi nelle nostre solitudini, non siamo più quelli di prima, imbrigliati nella tela di ragno del web, spinti dalla ricerca della conoscenza e dalla voglia di incontrare altre intelligenze per porre un argine al nostro disorientamento. Ciò che prima dello shock ci pareva da combattere, come l’eccessiva esposizione dei nostri ragazzi allo schermo del computer, con i pericoli del cyberbullismo, ora, con la scuola a distanza, non allarma più.
Il web, i social e i nostri device digitali ci hanno catturati, con il rischio di una metamorfosi sociale, di una nuova antropologia, di un villaggio di rinchiusi nei propri mondi virtuali, forse più facile da controllare e governare. Potrebbe allora essere che diventi buono il comunicato dell’Ordine degli psichiatri: “Se parlate ai muri o al frigorifero, non preoccupatevi, contattateci solo se vi rispondono”.

CRISI PANDEMIA: LA VERA SFIDA E’ LA COMPLESSITA’
Invece l’informazione e la scienza hanno prodotto confusione.

Di questi tempi di clausura che molti definiscono come ‘tempo sospeso’, faccio molta difficoltà ad ordinare le idee, che mi si accavallano in pensieri sovrapposti e a cui tento, con grande sforzo, di dare un ordine logico. Sarà dovuto alla mancanza di contatto con altre persone che, solitamente, con la loro fisicità, mi aiutavano a dare confini all’indefinito dello spazio. O forse al fatto che la realtà, pur restando sempre complessa, nella singolarità della condizione a cui questa pandemia costringe il mondo, mostra la mancanza di un pensiero complesso che di questa realtà sappia essere specchio e descrizione. Provo a trovare il bandolo delle mie riflessioni, per capire cosa stia succedendo e pensare ad una possibile via d’uscita.

Intanto, questa situazione, questa crisi in quanto tale, conferma, secondo me, che la definizione di complessità che mi sono data è quella che più mi permette di capire il momento attuale. Cioè che la complessità non è un insieme di giustapposti avvenimenti e circostanze, ma è un momento di sintesi che comporta un salto di qualità da cui solo si può comprendere ciò che è accaduto, a patto, però, di leggerlo da quel punto di novità.
Non si può pensare che una città sia la somma dei suoi edifici più la somma dei suoi abitanti più la somma delle sue strade, dei suoi ponti e parchi. La città è più complessa di una semplice somma e, per capirla e coglierla nella sua complessità, occorre salire sulle montagne e guardarla da un punto di vista nuovo, con l’orizzonte di fronte a sé.

Un fatto emerge, ed è anche, a mio avviso, in parte causa di questa crisi: siamo tutti inesperti circa la simultaneità (e perciò anche complessità) che sperimentiamo oggi tra la realtà dei fatti che avvengono nel mondo e l’informazione globale, e credo che dovremmo avere l’umiltà di ammetterlo.
Nessuno sa ancora con chiarezza cosa significhi vivere nel mondo in modo simultaneo. Un mondo in cui ciò che avviene in ogni suo punto, influenza direttamente e simultaneamente ogni altra parte del pianeta. Non solo come conoscenza scientifica o generica informazione, ma come esperienza diretta. Non c’è esperienza, non c’è linguaggio, non c’è pensiero su questa complessità.

Dovremmo fermarci a riflettere per sviluppare la cultura della complessità.
Questo implica un cambiamento radicale: a livello politico ogni paese come l’Italia dovrebbe, e anche urgentemente, elaborare progetti di governo che abbiano almeno la dimensione dell’Europa. L’Europa dovrebbe pensarsi almeno a livello intercontinentale e così via per arrivare in futuro a pensare a come poter governare l’intero globo.
Dobbiamo essere consapevoli che è un processo che richiede tempi di crescita insopprimibili. Un processo di apprendimento durante il quale è fondamentale mantenere i punti di riferimento della democrazia e dei diritti umani già conquistati. Abbiamo sufficiente creatività per poterlo fare.
Tutto ciò che c’era prima, è solo il punto di partenza, ed è insufficiente e inadatto alla nuova realtà che dobbiamo costruire. Tutto quello che manca è da reinventare.

Un ambito in cui gli operatori devono prendersi urgentemente un momento di riflessione è il mondo dell’informazione. Un mondo che utilizza gli strumenti tecnologici che sono il mezzo per cui si vive questa condizione di simultaneità ed è quindi direttamente coinvolto in questa trasformazione.
In questa contingenza, i giornalisti hanno dimostrato di non rendersi conto dell’effetto che la simultaneità dell’informazione produce sugli avvenimenti che accadono nel mondo. Hanno raccontato l’epidemia come se fosse uno scoop, un’indagine giornalistica da Premio Pulitzer. Avrebbero, invece, potuto e dovuto prepararci ad affrontare quello che sarebbe capitato a noi in tempi brevissimi. Non hanno potuto farlo perché, a loro come a noi, manca ancora l’esperienza della simultaneità. Il rapporto tra la notizia e la ricaduta sulla realtà complessa è responsabilità del professionista dell’informazione; poiché è questo che fa capire il valore trasformativo della notizia, nel bene e nel male.

L’altro elemento che mi ha fatto riflettere molto su ciò che è avvenuto è che l’informazione istantanea si sia fusa con i comunicati degli scienziati che volevano informare su cosa stesse succedendo. Solo che ciascuno raccontava la verità scientifica che la sua propria specializzazione gli faceva conoscere come verità assoluta, mentre era una verità solo parziale: col risultato che le informazioni sono entrate in contraddizione proprio perché comunicate simultaneamente. Questo ha prodotto sia confusione, nei più informati, ma soprattutto sfiducia o paura nelle persone comuni, finendo così per ridicolizzare la scienza: togliendo la percezione del pericolo o, al contrario, aumentando la psicosi. In questo particolare caso, l’ossessività dell’informazione ha amplificato l’informazione stessa, ma al contempo non ha lasciato lo spazio per riflettere sulle implicazioni del fatto. Ha provocato da una parte estraneità e dall’altra panico e questo ha avuto un effetto devastante sulla vita dei popoli dei vari paesi coinvolti.

Tutti noi dobbiamo imparare a non pensare alla scienza come se fosse magia; non dobbiamo pretendere che predica il futuro: anche la scienza è un processo di conoscenza che si sviluppa in un tempo. Il compito della scienza è conoscere la natura e la natura umana e come mettere in relazione, e non in conflitto, queste due complessità. Per fare questo, deve renderci consapevoli che la conoscenza fortemente specializzata della cultura scientifica ha bisogno di mettersi in relazione con tutte le altre specializzazioni per avvicinarsi alla descrizione della realtà. Questo traguardo è la responsabilità della scienza.

In ultimo, mi fa sempre meraviglia che, nonostante sia evidente che il mondo della scuola e  dell’educazione, della ricerca, della cultura e dell’arte abbiano permesso e continuino a permettere che la società non cada nel caos e nella violenza, i governanti non pensino di metterle al primo posto nel programma di investimenti e sembra non abbiano cura nel farne oggetto di un massiccio progetto di investimento e di sviluppo. Come non capire che scuola, ricerca e cultura, come ambito, hanno lo stesso valore prioritario per la sopravvivenza della civiltà e della qualità della vita, alla pari del primato della necessità delle produzioni alimentari?
Mi chiedo quando i politici capiranno che l’unico strumento di sviluppo per la società è investire in modo prioritario nel fornire strumenti di riflessione e di consapevolezza della vita, nel vasto mondo della cultura. E mi rispondo che ci vuole per prima cosa il coraggio. Il coraggio di considerare prioritaria l’educazione alla conoscenza di sé e del mondo come strumento per sapersi relazionare e vivere una vita degna di essere vissuta. Il coraggio di prendere coscienza del fatto che solo così, potranno esserci davvero pace e prosperità per tutti.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Da Capitale della Cultura a Capitale della Conoscenza

Pare che si considerino città della cultura quelle città che mettono sul mercato il loro patrimonio culturale, dai monumenti agli eventi, dai musei ai teatri. Ma non è detto che una città della cultura, capitale della cultura, sia anche una ‘città della conoscenza’.
In ogni città esistono cittadelle della conoscenza: le università, il sistema dei musei e delle biblioteche, le scuole, i conservatori, le accademie, le imprese, il mondo del lavoro, ma da qui a fare delle loro città delle città della conoscenza ne passa.
Perché manca la politica. Mancano le politiche, che anziché promuovere la città della cultura come fosse un prodotto confezionato da mettere sul mercato dell’economia turistica, come città vetrina, promuovano la città della conoscenza, ovvero della conoscenza diffusa, della conoscenza come investimento. In definitiva facciano della conoscenza il polo magnetico, capace di fornire energia vitale, non solo al sistema culturale e agli eventi, ma alle imprese, al mondo del lavoro e ai singoli cittadini.
Viviamo un’epoca in cui la cultura non può continuare ad essere coniugata al passato, perché abbiamo una enorme necessità di conoscenze come strumenti del pensiero per pensare.
La città della cultura è un libro che ognuno legge per sé, che non si tradurrà mai in conoscenza a vantaggio dello sviluppo e della crescita di una intera comunità, se non ha la forza di trasformarsi da cultura per pochi a crescita permanente della conoscenza per tutti.
Non è che le due cose si escludano. È che si può essere città della cultura, capitale europea della cultura e mancare della conoscenza. Cosa che non si può dire della città della conoscenza, a cui non mancherebbe il proprio patrimonio di cultura.
La città della cultura deve fare il salto di qualità e divenire compiutamente città della conoscenza; insomma, non si può continuare ad essere delle incompiute.
È ora che usciamo dalle nostre piccole miserie, dagli intrighi di bottega, dai respiri angusti.
Più che di idee innovative, abbiamo bisogno innanzitutto di un’idea nuova della città, perché la città è il nostro investimento sulle persone e sul futuro.
La buona amministrazione, se mai cercando la soddisfazione di questa o quella lobby, non è più sufficiente; il diffondersi sempre più della cultura del bene comune ne è la dimostrazione. Come è ormai da stupidi contendersi elettoralmente il governo della città, pensando che, una volta occupate le leve della gestione, la città sarà migliore di prima. Nessuna città sarà mai migliore se non sarà migliore a partire dai suoi abitanti, e se a loro non saranno state fornite tutte le opportunità possibili per essere migliori, in modo da poter disporre di intelligenze nuove e rinnovate.


Il Concetto di Città della Conoscenza. Fonte: Adattamento da Ergazakis et al., 2004

È ora che pratichiamo sguardi inediti per non ripeterci all’infinito passato. Sguardi che in tema di città della conoscenza poi tanto nuovi non sono.
Da oltre un ventennio esiste un’ampia letteratura mondiale in materia. Bisognerebbe studiare. Studiare è solitamente il modo per passare dalla cultura passiva a quella attiva, appunto, dalla cultura alla conoscenza.
Di solito si ’coltiva’ per raccogliere i frutti e di essi nutrirsi, e il frutto della cultura è la conoscenza che l’umanità da tempi immemorabili chiama ‘sapere’. Ci ha costruito sopra anche la storia dell’Eden e dei nostri progenitori.
Attualmente, la conoscenza è considerata una delle risorse più preziose, da gestire in modo efficiente ed efficace, così che ognuno ne possa ricavare il massimo profitto personale.
Per questo, oggi, sono tante le città a livello mondiale che rivendicano di essere città della conoscenza, mentre, nello stesso tempo, altre città stanno elaborando strategie e piani di azione per divenirlo.
Sarà la cultura della condivisione delle conoscenze a sconfiggere il sovranismo, come unico passaporto delle città per poter dialogare tra loro, sia nella rete europea che in quella mondiale.
Il concetto di città della conoscenza è molto ampio e si riferisce a tutti gli aspetti della vita sociale, economica e culturale di una città.
Si nutre della condivisione delle conoscenze tra cittadini, così come di un appropriato disegno di città, supportato dalle tecnologie dell’informazione, dai networks e dalle infrastrutture.
Di conseguenza, ogni sforzo per realizzare una città della conoscenza necessità della partecipazione attiva di tutte le componenti sociali, a partire dall’amministrazione locale, ai privati cittadini, alle organizzazioni, alle università.
Il punto di partenza però non può che essere una analisi approfondita della situazione da cui si muove, la definizione di una visione strategica e l’implementazione di un piano d’azione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La scuola dimessa

La cosa che stupisce non sono le dimissioni del ministro che attengono alla politica e confermano la parabola sempre più discendente degli inquilini di viale Trastevere, almeno da vent’anni a questa parte.
Stupisce la scuola dimessa, i suoi docenti e dirigenti dimessi. Il silenzio di chi lavora nella scuola e del suo lavoro non è riuscito a farne una professione, avvilendolo a impiego, incapaci di divenire dei professionisti della cultura. Sembrano tutti apprendisti di passaggio, perenni precari del sapere e del paese.
Dov’è la dignità del lavoratore della scuola, chi la rappresenta, chi la esprime?
Sembra che la scuola sia nelle mani di una classe di mediocri impiegati, come è mediocre il paese che li esprime.
La scuola, dimessa da anni, è silente, eppure la scuola dovrebbe essere la cultura, il pensiero del paese. Al contrario tace, vuota di idee, come può esserlo una prassi burocratica.
È la scuola delle routine che ha preso il sopravvento, la scuola che si parla dentro nelle sale dei professori ma che non sa parlare fuori al paese, perché non ha una sua fisionomia, una sua identità, al di là delle statistiche che pure la pongono tra le istituzioni verso le quali il paese ancora nutre più fiducia.
Una scuola spenta, declassata a ripiego delle vite, a fornire dosi di civismo o di ambientalismo, a seconda di come s’agita il vento. Una scuola tampone del paese anziché la sua risorsa.
Una scuola senza pensiero incapace di produrre pensieri per sé e per gli altri.
Pure c’è stato il tempo della scuola capace di parlare al paese, di democratizzazione, di partecipazione, di ricerca e sperimentazione. Del tempo pieno, della scuola dell’infanzia, dei nuovi programmi per la primaria e la secondaria, erano gli anni dell’integrazione di tutti nella scuola di tutti.
La stagione dei maestri da Bruno Ciari a Mario Lodi, da Loris Malaguzzi a Sergio Neri, da Lorenzo Milani a Idana Pescioli, a Francesco Bartolomeis è stata una parentesi della seconda metà del secolo scorso che ha permesso al nostro sistema formativo di vivere anni di fervoroso rinnovamento.
Poi più. Poi solo la scuola dei ministri senza maestri. E la scuola si è spenta, ha perso il fervore dell’innovazione, la laboriosità della ricerca, la passione per la propria formazione da parte dei suoi insegnanti e dirigenti. Una scuola che aveva cura di sé.
Ora alla scuola manca la cura di sé, il significato dell’esercitare la professione dell’insegnante, la passione per la ricerca, per la formazione e l’innovazione. Un luogo chiuso in sé, che rimurgina frustrazioni e burnout, teatro di precariato, graduatorie e sanatorie, mentre le cattedre restano e le professionalità svaniscono.
Non esiste ministro in grado di risollevare la nostra scuola da una condizione simile, perché qualcosa è morto dentro alla scuola, è morta la sua anima fatta di passione e professione.
È un’anima che si è spenta nel paese, figuriamoci nelle cattedre, non saranno certo le predelle di Galli della Loggia a restituire l’anima a chi l’ha perduta e non sa più dove andarla a trovare, ammesso e non concesso che la stia cercando.
È tempo di apprendisti stregoni al governo della cosa pubblica e il paese è fiaccato dall’ingestione delle loro pozioni, risollevarsi è pressoché impossibile.
È che ci siamo giocati l’ultima possibilità che avevamo: la scuola.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Con un libro in mano

Occorreva andare in piazza con un libro per scoprire che siamo città. Di colpo tutti i luoghi comuni s’annullano, la solitudine digitale scompare dietro la moltitudine culturale.
La città si ritrova nell’identità comune della conoscenza. Non più il solitario coltivare proprio della cultura, ma il condividere della conoscenza, della “cum gnosi”, del conoscere insieme, dello stare insieme per mezzo della conoscenza.
C’è un’idea della città che nasce dagli apprendimenti e si difende con gli apprendimenti continui e condivisi. Sono turning point epocali questi, veri salti di mentalità, nuovi paradigmi.
Eravamo abituati ai comizi e alle manifestazioni sindacali, ai megafoni e agli altoparlanti, non avevamo mai visto migliaia di cittadini fare cerchio in largo Castello ciascuno con il proprio libro in mano.
Sembrava che la competenza fosse nemica del nostro tempo, ora la competenza scende in piazza per invitare garbatamente a leggere, a studiare, non a farsi una cultura per esibirla, ma per essere competenti della vita, sulla vita, per la vita propria e per quella degli altri.
Le tecnologie digitali dovevano soppiantare il libro, quello con la copertina e le pagine da sfogliare, e invece il libro torna alla ribalta, fa da protagonista, agitato come fosse uno stendardo, un’insegna di appartenenza in cui riconoscersi.
Certo è il segno di una appartenenza. Quella di quanti condividono la fatica di studiare, di indagare, di scavare, di confrontarsi con i pensieri che non sono i tuoi, la fatica di ricercare pensieri altri e pensieri contrari, come i pensieri nuovi e quelli passati. La fatica dell’incontro fra le menti impegnate a capire, a conoscere, a penetrare, a fare luce. La vita senza libri non aiuta, sarà sempre cieca.
Duemila libri, ciascuno recato in mano da una persona, fanno già una biblioteca. Non tutte le case ce l’hanno una biblioteca così.
Ma questa è particolare, perché oltre ad essere biblioteca è umanoteca.
Ognuno ha portato la sua proposta di lettura da condividere, ritenuta importante per crescere una sensibilità necessaria ad essere città insieme anziché città contro, città aperta anziché città chiusa, città inclusiva anziché città escludente. Ciascuno, dunque, con un libro utile al come essere della città. Ciascuno da quel libro esibito ha appreso qualcosa di prezioso sul come essere cittadino e per questo l’ha portato con sé in piazza.
Allora umanoteca, proprio perché quelle migliaia di persone che si sono radunate intorno al castello costituiscono un patrimonio di saperi, di intelligenze e di civismo che è risorsa della città, disponibili con il loro libro in mano a condividerlo con tutti gli altri.
I libri schierati come i pacifici testimoni delle parole che contengono, dei pensieri, delle idee, delle storie e delle avventure conservate. Ricordano che tutto può essere scritto e diventare storia e che leggerli può aiutare a rendere la nostra storia migliore, e nello stesso tempo a impedire che i libri portino scritte pagine che sarebbe stato per tutti meglio non comporre mai.
Ecco la forza del libro portato in piazza. La necessità del pensiero contro l’ignoranza, il pensiero lasciato alla testimonianza della pagina come antidoto.
Un’ idea che tiene insieme, che fa sentire cittadini diversi di una città diversa, migliore, più avanti di noi. Un’idea di città da cui partire per rigenerare i nostri modi di abitare e di stare insieme.
L’esibizione in piazza della civiltà del sapere, del civismo del sapere, della propria umanità e del proprio pensiero sull’umanità.
Andare in piazza tutti con lo stesso libro può essere ideologico, dividente, escludente, scendere invece ognuno con il proprio significa abbracciarsi nel riconoscere la forza della lettura, che ogni lettura è una tappa nella propria esistenza e che le esistenze hanno senso se queste tappe si condividono, si mettono in comune, si offrono agli altri come un esercizio di accoglienza e non di differenza, di incertezza da condividere contro le sicurezze che vengono ostentate per dividere, un invito a camminare insieme anziché separare le strade.
Essere cittadini perché si abita il sapere e una città che condivide i saperi, aiuta a capirsi, ad accogliersi, a difendere i valori comuni che non possono essere messi in discussione, a partire dalla diversità di ciascuno che è ricchezza, come sono ricchezza i libri diversi che ciascuno ha portato come compagno della propria testimonianza contro chi vorrebbe dividere anziché unire, contro chi vorrebbe tradire il primo tra tutti i libri del nostro paese che in quella piazza non poteva mancare: la nostra Costituzione nata dalla Resistenza e dall’antifascismo.
Il libro come testimone di una cittadinanza dove la conoscenza è la chiave della convivenza e del crescere comune.

Fascino e mistero di giardini e labirinti: a Ferrara un percorso iniziatico pubblico

Da millenni giardini e labirinti si configurano come strettamente correlati e non sempre distinguibili. Gli uni possono esistere senza gli altri, e viceversa, ma quando si trovano a coesistere fino a fondersi e confondersi, la curiosità e la voglia di saperne di più non stentano a manifestarsi impetuose.
Partire dalle origini dei termini aiuta a comprenderne il significato più profondo e il punto di partenza della loro storia. Etimologicamente, infatti, giardino vuol dire luogo chiuso, solitamente ornato con colture erbacee o arboree, mentre del labirinto, inteso oggi come intreccio inestricabile, poco si sa. Ripercorrere le ipotesi stilate da esperte ed esperti può essere interessante: visto che la terminazione della parola labýrinthos rimandava in una antica lingua greca al concetto di luogo, si era ipotizzato che il labirinto fosse la casa di un’arma del potere, l’ascia bipenne làbrys – e cioè il Palazzo di Cnosso, la leggendaria reggia di Minosse da cui non era possibile uscire senza una guida. Da qualche tempo, però, l’opinione si è modificata, a favore di un’altra interpretazione nata dal rinvenimento, proprio a Cnosso, di una tavoletta micenea di terracotta risalente al 1400 a.c. In questa iscrizione, “labirinto” si riferirebbe a un insieme di corridoi articolati fra loro e destinati al mondo della danza, simile alla raffigurazione presente su un’altra tavoletta, oppure potrebbe voler dire semplicemente danza, arte che da sempre si pone a imitazione del movimento della natura e dei corpi celesti. Ma oltre alla terminazione, vi è anche la radice di labýrinthos da prendere in considerazione, sì perché avrebbe origini pre-indoeuropee e indicherebbe l’idea molto generale di pietra, che secondo gli antichi Greci costituiva le ossa della Madre Terra. Poteva perciò essere visto come il palazzo di una divinità degli inferi, chiamata “signora del labirinto”, il cui dominio si estendeva su un luogo denominato appunto labirinto, e costituito da grotte, dove avrebbe abitato anche il mitico Minotauro. Ma anche nel caso del mito cretese, il Palazzo di Cnosso era realmente come ci è stato raccontato? Tanto per cominciare, non è neppure chiaro se fosse davvero a Cnosso. E soprattutto, emerge un altro problema: è solo con Platone che il labirinto diventa un percorso ingarbugliato ed è l’ellenistico Callimaco a porvi l’uccisione del Minotauro. In effetti, il dedalo cretese era del tutto semplice e di forma immediata, con un tragitto obbligato che dall’ingresso conduce direttamente al centro, senza inganni. E per giunta, non era una costruzione artificiale, come piuttosto inizierà a essere percepito dall’epoca romana. Il primo a tramandare per iscritto il mito del labirinto di Cnosso fu del resto Callimaco, che lo descriveva come luogo tortuoso, ed è forse proprio a lui che dobbiamo l’inizio della concezione odierna. L’esperienza simbolica del labirinto, vero e proprio viaggio insidioso di iniziazione che dalle ombre circostanti conduce solo chi è pronto alla luce del suo centro, è a Ferrara percorribile da chiunque lo voglia. Tale simbolo visse un momento d’oro nel Rinascimento, avviato urbanisticamente proprio dalla nostra città, che si riempì di giardini di estrema perfezione, ammirati da tutte le persone illustri che poterono visitarli. L’individuo, al centro del proprio universo, era ora libero di intraprendere nei labirinti dei giardini la via che più preferiva, al di là di qualsiasi costrizione esterna. Il Palazzo Costabili, sede del Museo Archeologico Nazionale, è figlio di quel periodo storico, ma il labirinto di bosso che vanta attualmente è in realtà più tardo. Venne aggiunto dopo gli anni Cinquanta, in spazi che prima risultavano vuoti e che nell’età rinascimentale erano adibiti a prati, dove crescevano anche piante spontanee.
Dalla spontaneità del giardino primordiale, l’Eden, alle costruzioni sempre più ingarbugliate e labirintiche, il trait d’union può forse ritrovarsi, sorprendentemente, nell’essere umano, che nel cammino della propria esistenza è sempre chiamato a ricercare il senso delle cose e di se stesso, percorrendo strade tortuose indirizzate alla morte e rinascita nel giardino della Conoscenza.

 

Museo Archeologico Nazionale di Ferrara
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I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Specchio, specchio delle mie brame…

Con chi vi confidate? Amici o perfetti estranei. Nickname e Riccarda, nella puntata precedente di A due piazze, hanno ragionato su cosa sia meglio (e più autentico) fare. Una lettrice ci scrive.

Specchio, specchio delle mie brame…

Cara Riccarda e caro Nickname,
Lo sconosciuto a cui ci raccontiamo è il nostro specchio psicologico, il nostro saggio grillo parlante sulla spalla. Lo sconosciuto mostra la strada della coerenza, dell’equità, dell’onestà emotiva, dell’Eden dei sentimenti… Non so voi ma io ho dato ferie al mio animaletto ed ogni tanto scendo nel purgatorio di chi mi conosce e che è in grado di rimescolarmi nel profondo.
S

Cara S,
Quello sconosciuto di cui parli, così lucido e onnisciente, non mi piace per niente. Dalle ferie passerei direttamente alla quiescenza.
Riccarda

Cara S,
È proprio il fatto di non conoscermi che me lo fa scegliere come confidente. Il grillo di cui parli tu mi conosce fin troppo bene e fa il fenomeno: mi riempie di consigli non richiesti. Peccato che non abbiano mai a che fare con quello che io voglio, ma con quello che gli altri si aspettano da me. In questa speciale abilità non ho bisogno di consigli, quindi… aspettativa a tempo indeterminato per lui. Se mi riuscisse, sarei un signore.
Nickname

La rubrica ‘I Dialoghi della vagina’ va in vacanza, vi aspettiamo mercoledì 22 gennaio per riproporre nuove storie, domande e riflessioni. Buone feste a tutti!
Riccarda e Nickname

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

I DIALOGHI DELLA VAGINA
A DUE PIAZZE – Confidarsi con l’estraneo…

La confidenza e l’intimità, secondo Nickname, fanno rima con prevedibilità. Ma è sempre così? Dialogo A due piazze fra Riccarda e l’amico Nickname sull’affidarsi a chi non sa nulla di noi .

N: E’ curioso. Quando penso di conoscere del tutto una persona, quando so in anticipo cosa mi risponderà, quando vedo in anticipo la piega di tacita disapprovazione che le si disegnerà sulle labbra, quando la sua prevedibile reazione segnalerà anzitutto la mia, drammatica, prevedibilità, sarà allora che perderò ogni confidenza con lei. La confidenza e la conoscenza diventano allora in proporzione inversa: più conosco una persona, meno le parlo. Meno la conosco, più mi confido. Quest’ultimo rischio contiene un elemento di assurdità: per quale motivo confidarsi con una persona sconosciuta? Credo sia una forma vile di rischio: le persone sconosciute non ci giudicano.

R: E’ un paradosso che funziona. Con le persone conosciute, crediamo di avere già riempito la nostra sagoma e che non ci sia più spazio, con le nuove conoscenze, invece, abbiamo ancora tutto da dire. Non so in quale situazione siamo più autentici: con chi non sa nulla di noi e ce la possiamo giocare ogni volta ma col rischio di riproporre il nostro modello, oppure con chi sa molto, ma sicuramente non tutto? Ed è in quello spazio lì che, credo, dovremmo rimescolare i discorsi e ammettere che possiamo essere cambiati in qualcosa che all’altro potrebbe essere sfuggito. Non è sempre tutto così drammaticamente prevedibile dell’altra persona.

N: A me capita di mettere la mia intimità nelle mani di sconosciuti, incontrati per caso e scelti per intuito. Io, che sono noto per essere riservato fino all’ermetismo. Io, che sono quello che per intuito non sceglie nemmeno il colore del maglione. Ma forse è solo tirchieria: non mi va di raccontarla a uno che ti chiede 50 euro l’ora.

R: Ecco, vedi? Il tuo ermetismo, la tua tirchieria, il tuo pensarti così e non ritrovarti più. Per il colore del maglione, tranquillo, la scelta si limita a poche nuances: il tuo incarnato detta legge.

Pensate anche voi, come Nickname, che sia più facile raccontarsi a uno sconosciuto con cui nulla è prevedibile? E nel rapporto di coppia? L’intimità profonda finisce per limitare la voglia di confidarsi?

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LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Ma in Italia l’apprendimento permanente resta una chimera

Fare campagna perché le persone continuino a istruirsi anche dopo l’età della scuola può lasciare stupiti o dare l’impressione di una pedanteria pedagogica. Così succede nel Regno Unito dove la “Campaign for learning” ha pure un sito web, e pubblico e privato sono impegnati a promuovere l’apprendimento permanente, perché convinti del potere dell’istruzione continua.
Nulla del genere abita in Italia, terra di università popolari e della terza età, ma assolutamente analfabeta in materia di lifelong learning.
Neppure il nostro ministero dell’istruzione, università e ricerca brilla nel campo.
Oltre ai Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA), concepiti in chiave puramente scolastica, non va, mentre continua a marcare ritardi nell’attuazione delle disposizioni previste dall’articolo 4, comma 51, della legge 92 del 28 giugno 2012, più nota come la famigerata “legge Fornero”, tanto per intenderci sui livelli di consapevolezza del nostro Paese e della sua classe politica.
Aver riconosciuto che l’istruzione non abita solo tra le mura delle scuole e dell’università perché, oltre ad essere formale, può essere anche non formale e informale, avrebbe dovuto per lo meno portare a promuovere politiche di educazione permanente, di qualificazione, di valorizzazione e di coordinamento di tutto ciò che si muove su questo terreno.
Nessuno al Miur, ma neppure la politica, credo si sia mai posto l’obiettivo di realizzare l’ apprendimento permanente nella nostra società.
Conferenze, tavole rotonde, webinar, eventi culturali e tutto quanto si muove senza un filo conduttore nella brulicante fucina delle iniziative pubbliche e private, invece di andare deserto o sprecato, potrebbe costituire i tanti tasselli di un più vasto programma di istruzione continua. Un modo per consolidare come abitudine sociale l’apprendimento per tutta la vita ai livelli locali come a livello nazionale, con vantaggi notevoli per le comunità, le persone, l’economia e il lavoro.
Mentre ci si occupa d’altro, con gli edifici scolastici precari, oltre al personale che vi lavora, la fuga dei giovani all’estero, e le percentuali di dispersione scolastica che aumentano insieme alla povertà educativa, l’apprendimento, nel frattempo, si è arricchito di aggettivi che prima neppure avremmo preso in considerazione.
A partire dall’apprendimento “verticale”, che suggerisce l’idea di un apprendimento in piedi, dal basso verso l’alto, come la spinta nella vasca di Archimede.
È, appunto, l’apprendimento che accompagna tutta la vita, che ritiene insensato che si possa interrompere l’attività del sapere e dell’imparare una volta abbandonati i banchi di scuola e trovato un lavoro. L’apprendimento come processo che avviene ovunque, dinamico e continuo, che accompagna tutte le età della vita. Che cresce con le persone e fa crescere le persone, rendendole migliori, più attrezzate, più competenti, più ricche dentro, che ha bisogno di offerte e di occasioni, di ambienti stimolanti e propositivi.
Una verticalità che per svilupparsi necessita dunque di orizzontalità. Orizzonti di saperi. L’apprendimento “orizzontale”. È la dimensione spaziale dell’apprendimento e dei suoi luoghi. L’apprendimento come processo diffuso che può accadere in ogni contesto e non solo nei luoghi tradizionalmente deputati alla formazione. L’apprendimento che si allarga a comprendere le esperienze della vita in una dimensione del tempo che è quella delle occasioni che abbracciano la larghezza e l’ampiezza della vita con il succo prezioso delle sue offerte, opportunità e attrazioni. Comprende il tempo e gli spazi dell’esistenza di ciascuno di noi in cui si allargano gli apprendimenti.
In fine il deep learning, espressione sottratta all’intelligenza artificiale, ma utile al nostro discorso.
L’apprendimento “profondo”. Riguarda la nostra vita, la necessità inesauribile di apprendimento. Perché ogni angolo della vita, ogni anfratto ci richiede di sapere, vagliare, criticare. E allora apprendere è una corrente che non si può interrompere, che fa erompere il diritto delle persone a vivere in una società che metta a disposizione di tutti non solo l’informazione ma la formazione, le conoscenze, i saperi, le competenze, soprattutto per gestire l’informazione, che contrariamente ai saperi, ci proviene in abbondanza da tutte le parti.
L’apprendimento profondo è la terza dimensione che consente di partecipare pienamente alla vita della comunità, spiega il senso di una società che promuove l’educazione permanente come recupero pieno del significato dell’istruzione al servizio delle persone e della possibilità di essere se stesse.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Quattro lettere: ad ogni lettore il suo evitante

Cosa significa intrecciare una relazione con un “evitante”? Abbiamo chiesto ai lettori di raccontarci le loro storie a metà. E c’è anche chi ammette di essere stato uno di quelli.

Ogni volta… come la prima volta

Cara Riccarda,
vengo da una relazione con una donna evitante. È come non stare con nessuno, ti prendi e ti lasci ogni volta che ti vedi, praticamente.
P.

Caro P.,
praticamente sì. Non esiste, con gli evitanti, un ponte fra una volta e l’altra, è sempre un affaccio sul vuoto che dà un bel po’ di vertigini. Ma non per gli evitanti, che non si spingerebbero mai così vicini all’orlo.
Riccarda

Una relazione… da brivido

Cara Riccarda,
mi sono venuti i brividi. Il ritratto dell’evitante sembra quello di una persona che ho vicino in questo periodo. Devo stare attenta. Forse i miei campanelli d’allerta interiori non stanno suonando a caso.
A.

Cara A.,
se presti attenzione, sono trombe quelle che stanno suonando dentro di te. Ti potrà sembrare una cacofonia quell’avvertimento che ti rovina certi momenti e sembra distogliere dall’abbaglio. È fastidioso perché contraddice tutto e rovescia le aspettative. Ignorare quella voce muta, solo nostra, che saprebbe guidarci, significa consegnarci a qualcosa che sta fuori, al posto di qualcosa che sta dentro e ci appartiene. Che fretta hai? Ad ascoltarli bene, quei campanelli ti sembreranno essere una melodia.
Riccarda

Outing!

Cara Riccarda,
sono stato un evitante per una vita e forse lo sono ancora!
F.

Caro F.,
confido che quel ‘forse’ sia un tocco lezioso, così tanto per mantenere quel po’ di mistero che un ex evitante non vuole abbandonare mai del tutto.
Baci
Riccarda

I colleghi “diversi”

Cara Riccarda,
credo che gli evitanti siano sia uomini sia donne e nel mondo del lavoro, mi è capitato di incontrarli. Da qualcuno di loro, ho sentito dire “ma io fuori di qui, sono diverso”. Dopo anni nella stessa azienda, non li sai definire perché non si espongono, non si danno, non intrecciano amicizie, simpatie, niente. Li trovo trasparenti come qualcosa da cui non si vede nulla.
M.

Cara M.,
non credo siano molto diversi da così fuori dal lavoro. Perché poi sdoppiarsi? Pensa che fatica mettere un abito e toglierlo ogni volta, a seconda di dove ti trovi. Gli evitanti lo sono sempre, anche quando stanno soli, soprattutto quando sono soli.
Riccarda

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Culturalmente anoressici

Siamo ignoranti e non abbiamo neppure voglia di apprendere, la promessa dell’educazione permanente si è arenata a Lisbona il 20 marzo del 2000. Ma poi cosa avremmo da studiare, da ignoranti neppure sappiamo cosa ignoriamo. Mica dovremo ritornare sui banchi di scuola a compitare di lingua, matematica, scienze e giù di lì per tutte le materie dei programmi scolastici!
Siamo ignoranti anche a parlare di sapere. O, per lo meno, c’è un tot di sapere che raggiunto quello ci basta e ci avanza.
I dati raccolti da chi si occupa di queste cose dicono che una volta terminate le scuole e l’università non si studia più. Ci sono fior fiore di imprenditori che vantano di non aver mai aperto un libro da anni. I libri neppure si mettono più sugli scaffali di casa a prendere la polvere, alla faccia di quelle indagini che una volta profetizzavano il destino sociale di un individuo sulla base del numero di volumi posseduti in famiglia.
Diciamoci la verità, a non sapere si sta molto meglio, perché la resistenza all’apprendimento è il prodotto del bombardamento di informazioni e notizie a cui ogni giorno siamo esposti. A un certo punto si raggiunge la saturazione, allora ci si difende diventando refrattari, almeno impermeabili. Meno si sa, meno ansie si hanno sul clima, sull’ambiente, sulla sicurezza personale, sulla salute, su come eravamo e su come potremmo diventare. Come si fa ad essere continuamente sollecitati da tutti questi messaggi, è difficile da reggere, è troppo complicato mantenere un sano equilibrio.
Però anche non sapere è rischioso, perché potresti essere preso di sorpresa. Se l’avessi saputo prima avrei potuto provvedere in qualche modo. Si è ignoranti anche nei pesci da pigliare.
È che i radical chic non comunicano, pontificano e la loro cultura è noiosa, con la boria di sapere tutto loro, perché loro sarebbero i competenti e tutti gli altri cialtroni. E poi c’è internet, basta digitare che si aprono pagine e pagine di spiegazioni.
Forse il sapere così come l’abbiamo imparato è un arnese superato. Poi, se il sapere che sai non lo usi mai, cosa te ne fai? Finisci per dimenticarlo. È vero che se non sai fatichi anche a sapere quale sapere andare a cercare in rete.
Siamo il paese con il minor numero di laureati e il più ignorante in Europa. Forse a qualcuno dovrebbe sfiorare il dubbio che la questione centrale, l’emergenza del paese è l’apprendimento, forse bisognerebbe fare qualcosa come ai tempi in cui la televisione affrontò il problema della alfabetizzazione con il “Non è mai troppo tardi” del maestro Manzi. Le cose oggi sono assai differenti, i bisogni di sapere sono diversi, altro è l’analfabetismo, che ora viene denunciato come funzionale, cioè non saper usare i propri saperi, anche da parte di chi ha conseguito una laurea.
Allora la questione dell’apprendimento è “la questione”. Come avviene, come è organizzato, metodi, tempi e contenuti. Se c’è un’età per lo studio e una in cui non si studia, o apprendere sempre, perché apprendere è una necessità come nutrirsi, che ha inizio con la nascita e termina con la morte.
Sono usciti libri importanti in materia che dovrebbero aiutare la politica ad affrontare la questione, l’emergenza apprendimento.
Penso a “Apprendimento non stop” di Rossella Cappetta, docente della Bocconi e, ultimamente, “Ignorantocrazia” di Gianni Canova, rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione Iulm di Milano.
Siamo un paese che sembra condannato a diventare una nazione di analfabeti e populisti, secondo Canova l’Italia del XXI secolo è diventata culturalmente anoressica.
Dall’altra parte Rossella Cappetta ci ricorda che “Studiare tutti e studiare sempre non è un programma semplice da realizzare, ma è alla base della crescita seria e felice di una comunità.”
Le questioni che il nostro paese dovrebbe affrontare non sono solo, dunque, lo stato delle nostre scuole e delle nostre università, ma lo stato delle competenze dei suoi cittadini, come mettere mano ad una politica di apprendimento permanente capace di qualificare l’apprendimento formale e di investire nello stesso tempo sul riconoscimento degli apprendimenti non formali e informali, in modo che nulla nella formazione delle persone vada sprecato, così come non si butta nulla del cibo del corpo, nulla va sprecato del cibo della mente.
Senza apprendimento non c’è benessere né produttività. Solo da noi si tollera il disprezzo del sapere approfondendo la voragine che ci separa da una ripresa dello sviluppo e dagli altri paesi.
L’unica forma di crescita seria è la crescita della conoscenza, oggi assente dai programmi della politica, eppure costituirebbe la vera alternativa a chi predica la decrescita felice, semmai accompagnata da una serena ignoranza permanente.

I DIALOGHI DELLA VAGINA
Inodore e insapore come lui

“Fate attenzione agli evitanti”, sale in macchina e se ne va. In riva al fiume in un tardo pomeriggio di settembre, la nostra amica ci saluta lanciando quella provocazione che, per noi quattro, suona come una parola di un’altra lingua o un neologismo che non sappiamo dove andare a pescare.
È la chiosa di alcune ore tra libri, storie inventate e storie vere che sono poi le più incredibili. Quando la nostra amica ci lascia lì, tra l’odore dell’acqua del fiume e la luce gialla del sole ancora caldo, noi quattro ci guardiamo perplessi e ripetiamo la parola evitanti, come a cercare una sagoma per definirla, un volto a cui associarla, un ex per il quale dire sì, era così.
In realtà, credo semplicemente non avessimo mai pensato di chiamare evitanti certe persone che abbiamo incontrato.
Gli evitanti sono quelli che ti accolgono, ma solo a metà o anche meno. Gli evitanti non evitano te, ma loro stessi e i conti che devono fare. L’evitante si muove nel contorno del sembrare, potrebbe essere una cosa ma anche l’altra, i suoi discorsi sono spesso indefiniti, le posizioni mai nette, i luoghi dove si trova difficili da geolocalizzare.
L’evitante fa discorsi generici e non pone domande dirette che potrebbero tornargli indietro, sta nel suo mondo da cui non si capisce dove entri e se mai uscirà. L’evitante sembra riservato e discreto, invece gli importa poco di te: evita, appunto, di farsi troppo vicino, di intersecare la sua vita con la tua, al massimo le vite possono sfiorarsi per brevi e leggere parentesi. L’evitante non rischia mai di impastarsi pericolosamente con te, non scambia nulla di sé e non ha odore. Vi è mai capitato di stupirvi per la mancanza di odore di una persona?
L’evitante ti sfianca perché tu non riesci a scontrarti, non hai da rimproverargli nulla di evidente, ma solo tue libere interpretazioni di cose mai avvenute perché, appunto, l’evitante non fa, non dice. L’evitante si sottrae alla discussione e se proprio si trova con le spalle al muro, ha già pronta la sua storia: un copione ripetuto e ormai loffio che si riduce a un “ma io sono fatto così”.
C’è poi l’evitante raffinato che prova a darti ragione perché è l’unico modo per bloccare la dialettica di una discussione, e con leggerezza si dà delle definizioni a suo parere simpatiche, anche queste automatiche, già sfoderate e ormai slabbrate. Tra le più fantasiose, mitologiche e irritanti c’è il “ma io sono un eterno Peter Pan”, detto anche con un certo tono canzonatorio che chiede di passarci sopra e buttarla in ridere.
Questi evitanti, in genere affascinanti ma sopravvalutati, dovrebbero rendersi conto di essere solo un’infantile isola che non c’è.

Quanti evitanti avete incontrato nella vostra vita? Quando vi siete accorti che non avreste mai scambiato nulla con chi si scansa da tutto?

Potete scrivere a parliamone.rddv@gmail.com

Un appuntamento d’affari

Somebody That I Used To Know (Gotye, 2011)

Lei è puntuale, arriva alle otto precise. il tempo di salutarci e stringerci la mano. Poi ci avviamo insieme al luogo dell’appuntamento col probabile acquirente. Camminiamo fianco a fianco, qualche parola per riempire l’iniziale imbarazzo. Io la osservo cercando di non incrociare lo sguardo.
Di persona è anche più bella… molto più bella!
Lei invece guarda avanti. Ha gli occhi grandi, verdi, dietro quegli occhiali da vista che la rendono decisamente interessante.
Non c’è dubbio che mi abbia colpito, l’ho capito dall’agitazione che mi ha preso appena l’ho vista. Faccio fatica a parlare, la mente è distratta, mi sembra di dire solo banalità. Lei invece appare sicura di sé.
Certamente le sono indifferente. Tanto vale non rischiare di cadere nel ridicolo azzardando complimenti non richiesti. Meglio concentrarsi sulla ragione del nostro incontro.
“Lamberti o Lambertini?” domando, “Non ricordo più come si chiama…”
“Lamberti, Marco Lamberti!” risponde, “Credo che venga con moglie e figlia.”
“Lamberti, giusto… Senti Ale, hai tu le mappe vero? Io stamattina non ho avuto il tempo di cercarle.”
“Certo, sono nella cartellina assieme ai documenti catastali.” dice lei con sorriso rassicurante.

È la prima volta che io e Alessia c’incontriamo di persona, anche se ci siamo conosciuti su facebook oltre un anno e mezzo fa. Alessia è agente immobiliare e, quando ho deciso di vendere il vecchio appartamento dei miei sfitto ormai da un paio d’anni, ho pensato proprio a lei.

Il luogo dell’appuntamento è in centro, in piazzetta della Repubblica di fronte ai giardini. Lì, al civico sei, c’è il portone d’ingresso del palazzo dove i miei hanno abitato per quarant’anni.
Quando arriviamo, sul posto non c’è ancora nessuno. In quel momento esatto il cellulare di Alessia si mette a suonare. Lei fruga nella borsa, lo afferra e risponde. “Sì? Buongiorno signor Lamberti, noi siamo già arrivati… Ah, mi dispiace… Capisco, riferirò io non si preoccupi. La saluto, a presto!”
Alessia mi guarda. “Giovanni, l’appuntamento è saltato. La moglie di Lamberti ha avuto un incidente domestico, pare nulla di grave, ma sono andati in ospedale…”
“Mannaggia che sfiga!” dico io, “Ora che facciamo?”
“Possiamo fare colazione, se ti va.” propone lei.

Facciamo colazione di fronte al duomo, poi ci fermiamo a curiosare nel mercatino appresso.
Io compro un vecchio libro a fumetti, lei invece un romanzo di Banana Yoshimoto.
“Di cosa parla?” chiedo io indicando il libro che ha appena comprato.
“Vorrei scoprirlo, è per questo che l’ho preso!” risponde lei prontamente.
“No, dicevo l’autrice. Che genere di storie scrive di solito? La conosci bene?”
Correggo il tiro. Ho la netta impressione che ogni cosa che dico sia sbagliata. “È che quando scelgo un libro cerco di sapere in anticipo in che guaio mi sto cacciando…”
“Guaio?” dice. Per la prima volta mi guarda con un velo d’interesse. Potrebbe essere un buon segno, oppure il segnale d’aver detto una cazzata di troppo.
“Beh, considero ogni libro, bello o brutto che sia, come una fonte irrinunciabile di guai… Persino questa raccolta di fumetti per me sono splendidi guai da risolvere!” spiego.
“I libri non li avevo mai considerati in questo modo. Però, magari può essere un’originale chiave di lettura.” dice lei, poi mi guarda e sorride.

Da quel giorno il suo sorriso l’ho visto spesso. Passeggiando al parco, seduti al cinema o in un pub, a casa mia, a casa sua, nelle nostre gite sul lago…
E pensare che è iniziato tutto con un banalissimo appuntamento d’affari.
Un appuntamento diventato un vero guaio… Uno splendido, irrinunciabile guaio da risolvere.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Se la scuola tornasse a fare il suo mestiere

La Terra è al collasso e di mezzo ci si mette il libretto delle giustificazioni, siamo alla comicità italiana. I giovani che si assentano dalle lezioni per partecipare al Friday for future per essere riammessi a scuola non devono fornire la giustificazione firmata dai loro genitori. Così ha deciso il ministro della pubblica istruzione con una invasione di campo non richiesta.
Precipitarsi a dare una pacca sulle spalle a ragazze e ragazzi perché fanno qualcosa di buono, che ai grandi neppure è mai passato per la testa di fare, altro non è che il segno della profonda immaturità degli adulti nella relazione con le nuove generazioni. Rispettarne le iniziative, apprezzarne il valore e l’importanza non significa cambiare le regole del gioco, anzi, potrebbe finire per svilirle. Per dire che non tutti gli atti che sembrano buoni alla fine lo siano veramente, o per lo meno sono indifferenti.
Nell’atteggiamento del ministro dell’istruzione c’è una fregola all’educazione, al rinforzo positivo, questo spiegherebbe l’invasione di campo. È che il ministro è il ministro dell’istruzione non dell’educazione.
Ancora una volta la scuola si dimostra debole sul lato del suo mestiere che è la conoscenza. Imparare a conoscere. Imparare ad imparare. È facile aderire allo sciopero dei ragazzi, è più difficile offrirgli una scuola diversa, una scuola utile al loro futuro, per il quale manifestano.
Il ministro promette di aggiungere più ambiente ai programmi scolastici, se mai con gli esiti non certo esaltanti della recente legge su più educazione civica. Il tema è di cosa hanno bisogno i nostri studenti perché la scuola non rubi i loro sogni e il loro futuro.
In un bel libro di venticinque anni fa, Terra-Patria, Edgar Morin scriveva: “Alle soglie del terzo millennio, la nostra è una condizione “di agonia”, sospesi come siamo tra possibilità di rinascita e vigilia di distruzione”.
Dunque, avremmo potuto fare molto già da tempo, senza attendere Greta. E una scuola che insegue i giovani anziché anticiparli e guidarli non si salva ora chiedendo ai presidi di non considerare assenti i giovani mobilitati a manifestare contro i grandi della Terra.
Chi insegna ai giovani di oggi come considerare il mondo nuovo che ci travolge? Su quali concetti essenziali devono fondare la comprensione del futuro? Su quali basi teoriche possono appoggiarsi per vincere le sfide che si accumulano?
Queste sono le domande a cui la scuola dovrebbe rispondere per essere utile ai giovani di oggi, perché siano aiutati ad affrontare meglio il loro destino e a meglio comprendere il nostro pianeta.
Sono le domande che anni fa l’Unesco ha rivolto ad Edgard Morin il quale ha risposto nel 1999 con “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”. Un ministro serio di una scuola seria di un paese serio di qui prenderebbe le mosse.
Le sfide si fanno sempre più impegnative e la nostra scuola rischia di essere sempre più piccola, sempre meno adatta a fornire gli attrezzi necessari per essere all’altezza dei compiti che abbiamo di fronte.
Tra i sette saperi di Morin c’è innanzitutto la conoscenza. La scuola luogo della conoscenza è cieca su come funzionano i dispositivi della conoscenza umana. La conoscenza della conoscenza dovrebbe costituire l’obiettivo primario, volto ad affrontare i rischi permanenti degli errori e delle illusioni che non cessano di parassitare la mente umana. Si tratta sostiene Morin di “armare ogni mente nel combattimento vitale per la lucidità”.
La conoscenza nelle nostre scuole è frammentata nelle discipline e questo rende spesso incapaci di effettuare legami tra le parti e il tutto. Sarebbe invece necessario sviluppare l’attitudine naturale della mente umana a situare tutte le informazioni in un contesto e in un insieme. È necessario insegnare i metodi che permettono di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti e il tutto in un mondo complesso.
La stessa unità della natura umana è oggi completamente disintegrata nell’insegnamento attraverso le materie. Ciò rende impossibile apprendere ciò che significa essere umano. Eppure ciò che oggi ci è richiesto è appunto prendere conoscenza e coscienza sia del carattere complesso della propria identità sia dell’identità che abbiamo in comune con tutti gli altri umani.
Ecco, la condizione umana dovrebbe essere oggetto essenziale di ogni insegnamento. Il destino ormai planetario del genere umano. Una realtà che nessun insegnamento può più ignorare. La conoscenza degli sviluppi dell’era planetaria e il riconoscimento dell’identità terrestre devono divenire uno dei principali oggetti di insegnamento.
Le scienze ci hanno fatto acquisire molte certezze, ma ci hanno rivelato anche innumerevoli campi di incertezza. Si dovrebbero apprendere le strategie che permettono di affrontare i rischi, l’inatteso e l’incerto, come suggerisce Morin, bisogna apprendere a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezza.
Abbiamo bisogno di imparare la comprensione. La comprensione è il mezzo e il fine della comunicazione umana. Il pianeta ha bisogno in tutti i sensi di reciproche comprensioni. Questo deve essere il compito dell’educazione del futuro. La reciproca comprensione fra umani, sia prossimi che lontani.
Per Morin l’insegnamento deve produrre una “antropo-etica”, portare a compimento l’Umanità come comunità planetaria. L’insegnamento deve non solo contribuire a una presa di coscienza della nostra Terra-Patria, ma anche permettere che questa coscienza si traduca in volontà di realizzare la cittadinanza terrestre.
Se la scuola tornasse a fare il suo mestiere, forse i prossimi Friday for future invece di essere celebrati nelle piazze delle città saranno partecipati nelle aule delle nostre scuole.

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