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Non è il “ti amo”

Non è il “ti amo”

Perché i confini non si confondono a causa di una parola

In queste settimane il dibattito pubblico si è acceso attorno a una questione apparentemente semplice: è giusto o sbagliato dire “ti amo” ai propri figli?

La discussione è nata dalle dichiarazioni di una nota psicoterapeuta, secondo la quale ai figli sarebbe preferibile dire “ti voglio bene”, poiché il “ti amo” apparterrebbe al registro della relazione amorosa mentre il “ti voglio bene” sarebbe più adeguato al legame tra genitori e figli.

Come spesso accade, il confronto si è rapidamente trasformato in una contrapposizione.

Da una parte chi considera il “ti amo” una pericolosa confusione dei ruoli.

Dall’altra chi rivendica il diritto di esprimere liberamente il proprio affetto.

Eppure forse la questione interessante non è questa.

Perché il problema non è mai una parola.

Le parole certo hanno un peso. Producono effetti. Possono ferire, rassicurare, orientare. Ma pensare che la qualità di un legame dipenda dalla scelta tra “ti amo” e “ti voglio bene” rischia di spostare l’attenzione dal punto essenziale.

La domanda non è quale espressione utilizzi un genitore.
La domanda è quale posto occupi quel figlio nella sua vita.

È riconosciuto come soggetto separato, portatore di desideri e percorsi propri? Oppure viene chiamato, magari inconsapevolmente, a colmare qualcosa che appartiene all’adulto?

È qui che si gioca la partita.

Esistono famiglie in cui non si pronuncia mai la parola amore e dove i confini risultano profondamente confusi.
Ed esistono famiglie in cui ci si dice serenamente “ti amo” senza che questo produca alcuna ambiguità.

Perché ciò che protegge un bambino non è la censura delle parole.

È la possibilità per ciascuno di occupare il proprio posto.

Un figlio non è il confidente del genitore. Non è il destinatario delle sue fragilità. Non è colui che deve compensare una solitudine, una delusione o una mancanza.

È un figlio. E come tale altro da sé.

E la sua possibilità di crescere dipende anche dal fatto che gli adulti sappiano restare al proprio posto senza chiedergli di occupare il loro.

Questo non significa che tutti i gesti siano equivalenti.

Esistono comportamenti che meritano di essere interrogati perché possono introdurre una certa ambiguità nelle posizioni generazionali.

Pensiamo ai baci sulla bocca tra genitori e figli, o alla condivisione prolungata del letto, oltre l’età in cui risponde a un reale bisogno del bambino.

Non si tratta di formulare giudizi morali.

La domanda resta sempre la stessa: a quale esigenza risponde quel gesto?

Nasce da un bisogno del figlio o da una difficoltà dell’adulto a tollerare la crescita e la separazione?

La questione non riguarda il gesto in sé, ma la funzione che quel gesto assume all’interno del legame.

Forse questa discussione lascia intravedere una questione più ampia.

Viviamo in un’epoca che fatica sempre più a fare i conti con la mancanza.

Un’epoca che promette continuamente di colmare il vuoto, l’insoddisfazione e l’incertezza, come se ogni sofferenza potesse essere eliminata e ogni distanza annullata.

Anche la genitorialità sembra talvolta essere trascinata dentro questa logica.

Come se il compito di un genitore fosse garantire una felicità senza crepe. Come se amare significasse evitare qualsiasi frustrazione o cancellare ogni separazione.

Eppure la mancanza non è un errore educativo.

Appartiene alla condizione umana.

La questione non è come proteggere un figlio dalla mancanza, ma quale rapporto gli adulti intrattengano con la propria.

Che cosa chiedono inconsapevolmente ai figli di colmare?

Perché è spesso qui che i confini iniziano a diventare incerti.

Non quando manca l’amore.

Ma quando un figlio viene investito del compito di rispondere a qualcosa che appartiene all’adulto.

C’è poi un altro elemento che questa discussione mette in luce.

La nostra epoca sembra avere una particolare passione per le formule assolute.

L’idea che esista sempre una risposta definitiva: una parola giusta e una sbagliata, un comportamento corretto e uno da evitare, una tecnica educativa capace di garantire il benessere.

Freud lo aveva già mostrato nel Disagio della civiltà: ogni epoca produce le proprie forme di sofferenza e, potremmo aggiungere, anche le proprie illusioni di soluzione.

Oggi una di queste illusioni consiste nel credere che questioni estremamente complesse possano essere risolte attraverso prescrizioni sempre più dettagliate su come amare, educare o parlare ai figli.

Non è una scoperta recente.

Freud collocava l’educazione tra i cosiddetti mestieri impossibili, insieme al governare, all’insegnante e al curare. Impossibili non perché destinati al fallimento, ma perché nessuna conoscenza potrà mai garantire in anticipo il risultato.

Nessun esperto può quindi stabilire in assoluto che cosa renda un genitore “giusto” o quale parola debba necessariamente essere pronunciata all’interno di una famiglia.

Se è difficile definire i migliori genitori, è forse più semplice riconoscere alcune posizioni che rischiano di diventare problematiche.

Tra queste vi è quella di chi si presenta come modello esemplare, senza mancanze né contraddizioni, offrendo al figlio un ideale tanto perfetto quanto irraggiungibile.

Perché un figlio non ha bisogno di genitori impeccabili.

Ha bisogno di adulti capaci di assumersi la propria responsabilità senza trasformarsi nella misura assoluta di ciò che lui dovrebbe diventare.

La psicoanalisi insegna qualcosa di diverso dalle formule universali.

Insegna che la stessa parola può avere effetti differenti in famiglie differenti.

Che lo stesso gesto può assumere significati opposti.

E che ciò che conta non è soltanto ciò che si dice, ma il posto da cui lo si dice e il posto che si assegna all’altro.

C’è infine un aspetto che merita attenzione.

Sempre più spesso, di fronte alle difficoltà di un bambino o di un adolescente, il discorso pubblico sembra orientarsi rapidamente verso la ricerca delle responsabilità genitoriali.

Madri e padri arrivano già gravati da dubbi, sensi di colpa e preoccupazioni. E non raramente escono sentendosi ulteriormente giudicati.

Eppure un buon lavoro con un figlio non può partire dall’umiliazione dei suoi genitori.

Non perché siano perfetti.

Ma perché, anche quando sono smarriti o commettono errori, restano quasi sempre la risorsa più preziosa a disposizione del figlio.

Trasformarli in imputati raramente aiuta.

Aiutarli a pensare produce spesso effetti molto diversi.

Per questo la vera questione non è stabilire se sia più corretto dire “ti amo” o “ti voglio bene”.

La vera questione è comprendere che cosa stiamo chiedendo a un figlio di rappresentare nella nostra vita.

Perché i confini non si confondono a causa di una parola.

Si confondono quando un figlio viene chiamato a rispondere a qualcosa che appartiene agli adulti.

E nessuna formula educativa potrà mai sostituire il lavoro, sempre imperfetto e sempre umano, che consiste nell’amare un figlio abbastanza da accompagnarlo nella crescita e abbastanza da lasciarlo diventare altro da sé.

Cover: Foto di Pexels da Pixabay

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Chiara Baratelli

È psicoanalista, specializzata nella cura dei disturbi alimentari e in sessuologia clinica. Si occupa di problematiche legate all’adolescenza, di questioni legate all’identità di genere, del rapporto genitori-figli e di difficoltà relazionali.

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