ABITIAMO ANCORA IL NOSTRO CORPO?
ABITIAMO ANCORA IL NOSTRO CORPO?
Mai così visibile. Forse mai così poco abitato.
Viviamo nel secolo del corpo.
Non c’è mai stata un’epoca che lo abbia osservato tanto. Ne registriamo il battito, il sonno, i passi, la glicemia, il colesterolo. Lo fotografiamo, lo alleniamo, lo correggiamo, lo affidiamo a dispositivi che ne monitorano ogni variazione. Conosciamo il suo funzionamento con una precisione che nessun’altra generazione avrebbe potuto immaginare.
Eppure, proprio mentre il corpo diventa sempre più visibile, chi lo abita sembra diventare sempre più invisibile.
È il paradosso del nostro tempo.
Sappiamo leggere un referto con maggiore familiarità di quanto sappiamo leggere ciò che ci accade. Forse conosciamo sempre meglio il funzionamento dell’organismo e sempre meno l’esperienza di vivere in un corpo.
Il corpo non è soltanto un organismo.
È il luogo attraverso cui facciamo esperienza del mondo, degli altri, del desiderio e del tempo.
Forse non è un caso se, proprio mentre cresce l’attenzione verso il corpo, aumentano anche le sofferenze che trovano nel corpo la loro scena: i disturbi alimentari, l’ossessione per l’immagine, la paura dell’invecchiamento, la difficoltà di riconoscersi in un corpo che cambia, che si ammala, che non corrisponde più all’idea che avevamo di noi stessi.
Forse non siamo diventati più capaci di abitare il corpo.
Siamo diventati sempre più impegnati a renderlo prevedibile.
Lo misuriamo, lo correggiamo, lo alleniamo, lo sorvegliamo, come se bastasse conoscerne ogni parametro per sentirci finalmente al sicuro.
Ma questa ricerca incessante di padronanza dice forse qualcosa che va oltre il corpo stesso.
Dice del nostro rapporto con l’incertezza.
Con la fragilità.
Con tutto ciò che non dipende da noi.
Tentare di dominare il corpo diventa, allora, un modo per arginare l’angoscia che nasce dall’impossibilità di governare completamente la vita. Come se, riuscendo a controllare il peso, l’età, le prestazioni, gli esami clinici o l’immagine riflessa nello specchio, potessimo mettere al riparo anche il nostro futuro, la malattia, la perdita, il tempo che passa.
Eppure il corpo continua ostinatamente a ricordarci che non tutto è disponibile alla nostra volontà.
C’è sempre qualcosa che eccede ogni tentativo di padronanza. Qualcosa che si sottrae ai nostri calcoli e ricorda che la vita di un corpo non si lascia ridurre ai numeri, alle immagini o alle prestazioni.
È forse proprio questa eccedenza a renderlo così difficile da abitare.
Eppure questa domanda non appartiene soltanto al nostro tempo.
Nel Charmide, Platone racconta di un antico medico proveniente dalla Tracia che rimprovera i medici greci di voler guarire gli occhi senza la testa, la testa senza il corpo e il corpo senza l’anima. Da questo insegnamento emerge un’intuizione destinata ad attraversare i secoli: non si può curare il corpo senza prendersi cura anche dell’anima.
Non è un invito a contrapporre la medicina a una visione spirituale dell’uomo.
È il richiamo a non dimenticare che la malattia non coincide mai completamente con ciò che gli esami riescono a mostrare.
Due persone possono ricevere la stessa diagnosi, la stessa prognosi e la stessa terapia.
E vivere esperienze radicalmente diverse.
La malattia può essere la stessa.
La sofferenza non lo è mai.
La rivoluzione di Freud non consiste nell’aver trovato una nuova spiegazione del sintomo, ma nell’aver cambiato la domanda.
Non più:
«Che cos’ha questo corpo?»
Ma:
«Chi soffre?»
Con Freud il sintomo smette di essere soltanto qualcosa da eliminare.
Diventa qualcosa da ascoltare e da decifrare.
Perché custodisce un senso che il soggetto non conosce fino in fondo.
Là dove l’illusione della padronanza si incrina, il sintomo comincia a parlare.
Per questo il sintomo non è semplicemente un difetto da correggere.
È il segno che l’essere umano non coincide mai completamente con ciò che sa di sé, con ciò che decide o con ciò che vorrebbe essere.
Ogni sofferenza, qualunque sia la sua origine, entra nella vita di qualcuno e modifica il suo rapporto con il corpo, con gli altri, con il desiderio e con il tempo.
La psicoanalisi non si contrappone alla medicina.
Ricorda, piuttosto, che nessuna TAC, nessuna risonanza magnetica, nessun esame del sangue potranno mai rispondere alla domanda che, prima o poi, attraversa ogni esistenza.
Che cosa significa, per me, vivere in questo corpo?
È una domanda che non nasce con la malattia.
Ci accompagna quando siamo adolescenti e fatichiamo a riconoscerci, quando ci innamoriamo, quando diventiamo genitori, quando il tempo modifica il volto che lo specchio ci restituisce, quando il corpo smette di corrispondere all’immagine che avevamo di noi stessi.
Forse il problema non è che oggi ascoltiamo troppo poco il corpo.
Forse accade il contrario.
Lo osserviamo.
Lo analizziamo.
Lo misuriamo.
Lo ottimizziamo.
Cerchiamo continuamente di renderlo pradroneggiabile.
Ma nessuna strategia riuscirà mai a eliminare del tutto quella parte dell’esperienza umana che sfugge alla nostra padronanza.
Ed è proprio lì, dove il controllo si arresta e qualcosa continua a sfuggire, che prende forma la domanda più importante.
Chi abita quel corpo?
Forse è questa la straordinaria attualità dell’intuizione di Platone.
Non ricordarci che esiste un’anima separata dal corpo.
Ma ricordarci che un corpo non è mai soltanto un organismo da osservare, misurare o riparare.
È sempre il corpo di qualcuno.
Di una persona che desidera, che soffre, che ama, che teme, che cerca un senso alla propria esperienza.
Forse abitare il proprio corpo non significa riuscire finalmente a dominarlo.
Significa poterci vivere, accettando che qualcosa continuerà sempre a sfuggire alla nostra volontà.
Ed è proprio in quello scarto che, forse, ciascuno di noi incontra la parte più autentica di sé.
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Trovo anche difficile avere a che fare con persone, spesso sono amiche, che vivono l’esperienza del corpo. proprio o di altri, in un modo diverso dal mio. Mi dà ansia e preoccupazione. Non quando c’è una malattia, ma quando le persone stanno bene. Mi ha colpito poi “quando diventiamo genitori”: fa parte dei miei momenti di difficoltà. Anche se non è l’unico …..