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Il vino americano nelle botti di Gramsci

Il vino americano nelle botti di Gramsci

Ovvero: come l’America ha conquistato due volte l’Italia — prima con le armi e i dollari, poi con le piattaforme digitali e la gestione dei sentimenti — e perché capirlo aiuta a leggere le tensioni identitarie di oggi.

Giusto 6 anni fa, nell’estate del 2020, mentre in America bruciavano le strade di Minneapolis dopo la morte di George Floyd, cortei con cartelli scritti in inglese sono comparsi a Milano, Roma, Torino nel giro di pochi giorni. Slogan nati a ottomila chilometri di distanza sono stati tradotti più che adattati e si sono materializzati nelle piazze italiane senza passare da nessun filtro riconoscibile: nessun intellettuale-mediatore, nessuna casa editrice, nessun dibattito redazionale. Solo una piattaforma digitale che ha fatto viaggiare un’informazione codificata come un’emozione da un continente all’altro in tempo reale.

Questo episodio circoscritto illumina un processo molto più lungo e meno visibile, che attraversa l’intera storia della Repubblica: la progressiva americanizzazione della cultura popolare e politica italiana e, in particolare, di quella sinistra che per almeno cinquant’anni si è pensata come l’argine più solido all’egemonia statunitense in Europa.

Capire come e perché questo sia accaduto — non per denunciarlo né per rivendicarlo, ma appunto, per comprenderlo — aiuta a leggere fenomeni apparentemente slegati che oggi animano il dibattito pubblico: dal linguaggio dei diritti alla crisi della rappresentanza, dal politicamente corretto alla cultura woke, dalle polemiche identitarie alla grande difficoltà della sinistra nel riuscire a parlare ancora alle classi popolari.

Due americanizzazioni, non una

Prima di seguire il filo che porta al presente, va sfatata un’idea superficiale: che l’americanizzazione sia un fenomeno recente e che riguardi soprattutto il polo progressista. In realtà l’Italia repubblicana nasce già dentro l’orbita americana e la prima a farne esperienza diretta (o a trarne beneficio, a seconda dei punti di vista) è la Democrazia Cristiana.

Il Piano Marshall, il sostegno statunitense, oggi ampiamente documentato dagli storici, alle elezioni del 1948, la collocazione nella NATO, le intromissioni in alcuni degli accadimenti più oscuri della Prima Repubblica: tutto conferma che non è azzardato affermare che il partito che guiderà l’Italia per quasi mezzo secolo nasce come alleato diretto di Washington, prima ancora che come grande partito di massa cattolico.

È un dettaglio importante: l’America non “arriva” tardi nella Sinistra italiana per osmosi culturale. È l’Italia intera sconfitta rovinosamente, fin dal dopoguerra, a muoversi dentro un campo di forza a guida (anglo) americana.

Quello che cambia nei decenni successivi non è la relazione di fondo, ma il registro con cui l’egemonia si esercita: prima influenza politico-militare diretta sul blocco sedicente moderato (influenza ancora ben presente come mostra la posizione geopolitica dell’attuale governo di centro-destra chiaramente asservita agli interessi USA a prescindere da chi li governa), poi — molto più tardi — influenza culturale e simbolica sul blocco progressista.

Una sinistra abituata a vincere in cultura ma non a governare

Per capire perché la sinistra italiana sviluppi un rapporto così particolare con la dimensione culturale, bisogna guardare alla condizione paradossale in cui vive per oltre quarant’anni. Il Partito Comunista Italiano (PCI) è stato, negli anni della guerra fredda, il più forte d’Occidente: pienamente legittimato dal voto popolare, radicato nei territori, capace di governare comuni e regioni.

Ma è restato sistematicamente escluso dal governo nazionale, secondo quella che gli scienziati politici hanno chiamato la conventio ad excludendum, la convenzione informale e mai scritta che tiene il PCI fuori dall’esecutivo per l’intera durata della prima Repubblica.

Giorgio Galli (Qui una mia intervista di qualche anno fa) ha descritto questo assetto come un “bipartitismo imperfetto“: un sistema con due grandi partiti, con due grandi narrazioni (rispettivamente bianca e rossa), ma senza alternanza reale, perché uno dei due è condannato all’opposizione a prescindere dal consenso che raccoglie.

Di fronte a questo blocco, la strategia comunista non è improvvisata: affonda le radici nel pensiero di Antonio Gramsci. Se non si può conquistare lo Stato, si conquista la società civile: le scuole, i giornali, il cinema, l’università, l’immaginario collettivo. È una scelta obbligata che si traduce in un’egemonia culturale, che diventa, nel tempo, un’abitudine di lungo periodo: la sinistra italiana impara a giocare la partita sul terreno simbolico-culturale ben prima di “scoprire l’America DEM”, non a causa dell’America.

1989-1994: il doppio crollo

Il 12 novembre 1989, pochi giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, il segretario del PCI Achille Occhetto annunciava in una sezione di Bologna (la famosa Bolognina) l’intenzione di sciogliere il partito e fondare una nuova formazione. È l’inizio di un processo che si conclude il 3 febbraio 1991 al congresso di Rimini, quando la mozione di scioglimento passa con 807 voti favorevoli, 75 contrari e 49 astenuti: nasce il Partito Democratico della Sinistra (PDS), simbolo la quercia, la falce e il martello ridotti a un piccolo emblema alla base del tronco.

Nel giro di pochissimi anni il PCI perde due cose insieme: l’ancoraggio internazionale — l’Unione Sovietica, che gli forniva quella che i politologi chiamano la “formula politica”, cioè la giustificazione ideologica del proprio ruolo — e, con Tangentopoli e Mani Pulite tra il 1992 e il 1994, l’intero sistema dei partiti della prima Repubblica entro cui era incardinato.

Alcuni hanno tentato di leggere questo passaggio come un ricambio di classe dirigente. In realtà, empiricamente, il ricambio è parziale: molti dei protagonisti della seconda Repubblica sono gli stessi attori riconvertiti, non una classe dirigente nuova salita dal basso con nuove idee e nuove prospettive. Quello che davvero manca, a metà degli anni Novanta, non è un nuovo gruppo dirigente, è una nuova formula, una nuova giustificazione pubblica, da trovare in fretta.

Un partito compra un modello già collaudato

È in questo vuoto che si inserisce la genesi del Partito Democratico, fondato il 14 ottobre 2007 dalla fusione tra i Democratici di Sinistra e la Margherita. Ma il processo comincia prima, con un episodio che ha un valore quasi simbolico: le primarie del 16 ottobre 2005, con cui la coalizione dell’Unione sceglie Romano Prodi come candidato premier.

Oltre quattro milioni e trecentomila italiani votano in un formato — i gazebo, lo spoglio pubblico, la mobilitazione popolare attorno a un rito elettorale extra-istituzionale — importato direttamente dal sistema delle primarie statunitensi, fino a quel momento sconosciuto alla politica italiana.

Non è un semplice dettaglio folkloristico. È la prima manifestazione visibile di un fenomeno più ampio, che si può descrivere con un’immagine tratta dalla biologia: quando due specie non imparentate affrontano la stessa pressione ambientale, spesso sviluppano soluzioni simili: è il principio dell’evoluzione convergente, lo stesso che spiega perché l’occhio si sia sviluppato in modo simile nei calamari e nei vertebrati, pur partendo da storie evolutive del tutto separate.

Il Partito Democratico americano e la sinistra post-comunista italiana affrontano, con circa vent’anni di scarto, lo stesso problema: come restare un partito progressista quando la base operaia, lavoratrice, si assottiglia e il progetto di redistribuzione economica perde credibilità. I DEM (democratici americani) lo risolvono, tra gli anni Settanta e la presidenza Clinton (1993-2001), spostando progressivamente il baricentro dalla “politica di classe” alla “Politica Identitaria.

Quando la sinistra italiana affronta lo stesso vuoto, senza più Unione Sovietica, senza più una classe operaia coesa e senza il tempo per elaborare una soluzione originale, non deve inventare un modello nuovo: può importarlo già pronto dagli USA.

Come notava il sociologo Luciano Pellicani il cambiamento del PCI dopo il crollo del muro è stato reattivo: cambia il contenuto ideologico ma resta intatta la burocrazia, l’abitudine ereditata dalla lunga stagione dell’opposizione, a giocare la partita sul piano culturale e simbolico. È in quella forma già pronta che viene versato a piene mani il contenuto americano. Il vino americano versato nelle botti preparate da Antonio Gramsci.

Una generazione cresciuta senza traduttori

C’è un secondo elemento, più recente, che accelera il processo: il modo in cui cambia la mediazione culturale tra Stati Uniti e Italia anche per effetto del  soft power esercitato dai primi sulla seconda. L’americanizzazione degli anni Cinquanta-Ottanta, sostenuta dalla retorica dei “liberatori”, passava attraverso filtri riconoscibili: il cinema doppiato e talvolta riscritto, l’editoria che traduceva e contestualizzava, la televisione pubblica che selezionava e adattava. Esisteva, insomma, uno strato di mediatori professionali. Soprattutto una consistente quota di popolazione era nata ed era socializzata sotto il fascismo e prima del fascismo.

Le piattaforme digitali degli ultimi quindici anni eliminano in gran parte questo strato: contenuti, linguaggi ed emozioni arrivano in tempo reale (via social), senza passare da nessuna cornice esplicativa nazionale. E si rivolgono ad una popolazione italiana ormai nata e socializzata quasi totalmente sotto l’egemonia geopolitica e culturale americana.

Il sociologo britannico David Voas ha mostrato che la secolarizzazione delle società occidentali non avviene per conversione improvvisa, ma per trasmissione intergenerazionale decrescente: ogni generazione eredita, in media, un po’ meno fede religiosa di quella precedente, in un’erosione lenta e costante più che in una rottura brusca.

È un modello che si può applicare, per analogia, anche alla trasmissione dell’identità culturale nazionale: i ventenni di oggi non “diventano” americani per conversione improvvisa, ereditano semplicemente, generazione dopo generazione, una porzione minore della cultura nazionale di riferimento e una porzione maggiore di quella globale a matrice anglofona rispetto ai loro genitori. E il vuoto lasciato dalla fede in declino e dall’ideologia (sia essa religiosa o laica) è, non a caso, terreno fertile per nuove strutture di senso che arrivano a colmarlo.

Categorie che arrivano fuori misura

È in questo contesto che va collocata la parte più delicata del nostro discorso: l’importazione, insieme ai prodotti culturali e al linguaggio, di conflitti nati altrove. Per la precisione il punto rilevante non è che l’Italia importi problemi che non ha: sarebbe un errata semplificazione.

È che importa categorie elaborate altrove per rispondere a una storia specifica, quella americana (lo sterminio dei nativi, la schiavitù, la segregazione razziale legale, il movimento per i diritti civili etc.)  e le applica a una stratificazione sociale che in Italia si è storicamente organizzata su assi molto diversi: il divario tra Nord e Sud, la cittadinanza giuridica, la migrazione interna, e, solo negli ultimi decenni, l’immigrazione e l’integrazione delle seconde generazioni di origine migratoria.

Non a caso l’Italia non dispone nemmeno dell’infrastruttura statistica per pensare in termini razziali all’americana: la Costituzione repubblicana, per reazione esplicita alle leggi razziali del fascismo, evita deliberatamente la classificazione etnico-razziale nei dati pubblici. Il lessico importato atterra così su un vuoto empirico, e il dibattito che ne segue si svolge più nel registro morale e narrativo che in quello quantitativo su cui si era costruito, negli Stati Uniti, il dibattito originario.

Similmente per le battaglie sui diritti delle persone LGBTQ+ per le quali il modello normativo è più continentale europeo che americano: ciò che è specificamente statunitense non è tanto la sostanza giuridica, quanto il registro discorsivo (il vocabolario identitario, l’estetica del coming-out come narrazione mediatica, il linguaggio politically correct della diversità oggi diffuso in università e aziende) un’influenza simbolica (americana) più che una convergenza legale.

E, venendo alla cronaca di questi giorni, il ridimensionamento della cultura Woke arrivato inaspettatamente dalla sinistra italiana che per decenni ne aveva fatto la propria bandiera, giunto – guarda caso –  appena dopo che i progressisti DEM americani ne avevano dichiarato l’inadeguatezza e i limiti, conferma l’analisi.

Il vuoto che chiede di essere riempito

Resta da spiegare perché queste importazioni attecchiscano con tanta forza, e non restino confinate ad una minoranza militante. Una possibile chiave è quella indicata, in prospettive diverse, da Émile Durkheim e dall’antropologo americano Ernest Becker: le società hanno bisogno strutturale di un sacro condiviso, di riti collettivi e di un senso di appartenenza che trascenda l’individuo.

Quando la religione tradizionale arretra sulla spinta della secolarizzazione, quel bisogno non scompare ma cerca un nuovo contenitore. Le cause identitarie importate dagli Stati Uniti offrono, insieme al loro contenuto politico, anche una struttura quasi religiosa già pronta: una nozione di colpa condivisa, un percorso di conversione personale, riti collettivi come la piazza e l’hashtag.

Non è cinismo osservarlo: è la stessa dinamica, applicata a un caso concreto, che le scienze sociali descrivono da oltre un secolo a proposito di ogni epoca di secolarizzazione accelerata.

Un’ipotesi, non un verdetto definitivo

Questa lettura va temperata con alcuni limiti espliciti per evitare indebite semplificazioni. Il primo: l’americanizzazione va intesa come un acceleratore e un vettore disponibile, non come la causa unica ed efficiente di tutto ciò che è accaduto e sta accadendo in Italia.

La secolarizzazione italiana avrebbe avuto comunque una sua dinamica autonoma — che riguarda, a velocità diverse, l’intera Europa che fu cristiana e cattolica. Il crollo della natalità, la deindustrializzazione, l’armonizzazione giuridica imposta dal diritto europeo agiscono indipendentemente da Washington e dalla Silicon Valley.

Il secondo limite riguarda il rischio, di vedere solamente, un’America che “impone” deliberatamente un modello culturale ad altri paesi. Il meccanismo più plausibile è diverso e più prosaico: non solo un disegno generale di egemonia, ma anche e soprattutto forze reali e tuttavia non pianificate — un capitalismo delle piattaforme che si espande per convenienza economica, una cultura del consumo che si diffonde perché funziona, non perché qualcuno la progetti a tavolino — che vengono poi cavalcate opportunisticamente da attori specifici: partiti in cerca di una nuova legittimazione, piattaforme in cerca di attenzione e ricavi.

Nessuno, in questo schema, disegna a tavolino il risultato aggregato finale; molti, però, lo sfruttano una volta che si manifesta.

Tornando alla piazza del 2020 da cui siamo partiti (e per analogia agli accadimenti di luglio a Bologna): quei cortei non erano né un’imposizione dall’alto né una scelta arbitraria e priva di senso. Erano, più semplicemente, il punto visibile di un processo iniziato settant’anni prima, con un armistizio, una guerra civile e un piano di aiuti economici e proseguito, di decennio in decennio, per vie sempre meno mediate e sempre più veloci.

Capirlo non significa giudicarlo. Significa avere uno strumento in più per leggere l’Italia di oggi.

Cover: Foto di David Peterson da Pixabay

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Bruno Vigilio Turra

È sociologo laureato a Trento. Per lavoro e per passione è consulente strategico e valutatore di piani, programmi e progetti; è stato partner di imprese di ricerca e consulenza e segretario della Associazione italiana di valutazione. A Bolzano ha avuto la fortuna di sviluppare il primo progetto di miglioramento organizzativo di una Procura della Repubblica in Italia. Attualmente libero professionista è particolarmente interessato alle dinamiche di apprendimento, all’innovazione sociale, alle nuove tecnologie e al loro impatto sulla società. Lavora in tutta Italia e per scelta vive tra Ferrara e le Dolomiti trentine.

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