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SENZA UN’IDEOLOGIA IL PD HA PERSO LA SUA IDENTITÀ.
Corre verso il Centro e non convince gli italiani.

Come spiegare la strategia apparentemente autolesionista del segretario del Partito Democratico Enrico Letta, che, pur da una posizione di forza in virtù dei sondaggi, da settimane si sottopone a interminabili incontri che hanno come oggetto i ricatti di partitini inesistenti che senza l’alleanza col PD faticherebbero a entrare in parlamento?

Strategia prediLetta

La strategia di Letta mi sembra nasca da un realismo esasperato e disperato: la legge elettorale (di cui tutti i partiti oggi si lamentano, gli stessi che la scrissero e la approvarono nel 2017, gli stessi che non l’hanno modificata negli anni seguenti) ci costringe, ammette lo stesso segretario del PD, ad alleanze contro natura, i partiti che si possono aggregare sono questi (“sono loro stasera i migliori che abbiamo?”, cantava Fabrizio De Andrè in Giugno ‘73), facciamo una coalizione più larga possibile.

Letta si è posto quindi da subito come infaticabile e determinatissimo federatore, pronto ad ascoltare le esagerate pretese dei futuri alleati e a concedere loro sproporzionati accordi pur di presentare alle elezioni una coalizione di cui il PD fosse il perno. 

CamaleConte

Tale progetto, Letta l’aveva in mente da tempo e infatti aveva a lungo corteggiato il Movimento 5 Stelle, confidando in Giuseppe Conte quale figura apparentemente istituzionale, segno della svolta del M5S da movimento di protesta a partito perfettamente integrato nel sistema che diceva di voler ribaltare. E invece Conte si è rivelato del tutto inaffidabile, come si poteva intuire dalla sua, pur recente, storia politica: sempre oscillante a seconda di chi lo ha di volta in volta affiancato, capace di sostenere posizioni opposte a seconda del momento, pronto a votare i decreti sicurezza se governava con Matteo Salvini, a rinnegarli se governava col PD, a farsi portavoce del ritorno al movimentismo delle origini se questo è quel che ora serve per recuperare voti. Con la sua poker face, la sua natura camaleontica, con mosse da consumato attore, Conte ha cambiato più volte personaggio, pur rimanendo fondamentalmente impenetrabile. Buono per tutte le stagioni, pare attaccato più di ogni altro a quel potere assaggiato per caso (ha già annunciato che rimarrà al timone del M5S anche in caso di insuccesso elettorale, ma onestamente mi sembra difficile, pressato com’è dal più credibile e coerente Alessandro Di Battista): un avvocato uscito dal nulla, mai eletto da nessuno, che si è ritrovato improvvisamente capo del governo e, con la medesima inscalfibile apparente convinzione ha governato con la destra, poi con la sinistra, poi con tutti i partiti sostenendo Draghi e ora si pone come paladino di una improvvisata agenda sociale, cercando di colmare il vuoto a sinistra lasciato dal PD.

L’approdo al draghismo

Dopo la caduta del governo Draghi, Letta ha dunque escluso categoricamente ogni alleanza con il M5S. La coalizione avrà anzi come pilastro proprio la fedeltà all’ex banchiere, auspicando un suo bis. Il M5S, spaventato dai risultati delle elezioni amministrative, talmente negativi (ma come facevano a non aspettarselo, a non muoversi diversamente prima, magari mettendosi all’opposizione del governo Draghi anziché farne parte?) da suggerire l’approssimarsi della scomparsa dello stesso M5S dal panorama politico, ha spinto Conte, come sempre eterodiretto, a battere un colpo per dimostrare all’elettorato di essere ancora vivo. I 5stelle si sono così resi principali responsabili, forse persino loro malgrado, della caduta del governo Draghi, ricevendo di conseguenza da Letta la porta in faccia a future alleanze (Eppure, la ratio dietro tale esclusione mostra qui un’incongruenza: se il comune denominatore della coalizione lettiana è l’adesione al draghismo, perché ammettere allora nell’alleanza Sinistra Italiana, che era all’opposizione del governo Draghi?).

Un obiettivo preciso: perdere con onore

È, tuttavia, quella di Letta, una strategia che ha un obiettivo chiaro e, appunto, realistico: perdere, perché è inevitabile, ma perdere col minor scarto possibile. Creare quello stallo parlamentare che permetterebbe di riproporre Draghi (o una figura simile), disgregando lo schieramento delle destre sottraendo loro Forza Italia, in nome della ‘responsabilità’. È quello che qualche analista ha chiamato ‘governismo’ del PD, ovvero il fatto che il PD, se non governa, non sa cosa fare, perché non sa chi è. Il PD esiste solo come partito di governo, non sa stare all’opposizione (condizione invece estremamente vantaggiosa, perché permette di criticare tutto e guadagnare automaticamente consensi, come insegna da ultimo Giorgia Meloni e molti altri prima di lei). 

Un partito senza identità 

Governare, dunque, ma in nome di cosa? Del governo stesso. E perché questo? Perché il PD è un partito da sempre privo di identità. Rifiutò infatti di crearsela al momento della sua nascita, nel 2007. La fusione tra democristiani di centro-sinistra (Margherita) e democratici di sinistra (DS) poteva anche essere una buona idea, essendo gli elettorati abbastanza simili. Il problema mai affrontato, però, era quello di creare un’identità nuova, per evitare quella che si chiamava allora ‘“fusione a freddo” tra le precedenti componenti (a lungo invece – e forse ancora oggi – ex DC ed ex PCI si sono spartiti i posti proprio in base alla provenienza) e creare dunque un partito di sinistra del nuovo millennio, capace di affrontare i problemi degli anni Duemila con la stessa convinzione, lo stesso coraggio, lo stesso sostegno popolare che aveva il PCI di Enrico Berlinguer, garantendo nel contempo, finalmente, la possibilità di governare che al PCI era preclusa per ovvie ragioni geopolitiche e che era invece caratteristica inalienabile dell’altro antenato del PD, ovvero la Democrazia Cristiana. Questo nodo – decidere e dichiarare cosa si è, in cosa si crede, quale ideologia si porta avanti, per quale causa ci si batte – non è mai stato affrontato: nel 2007, alla sua nascita, il PD scelse di non scegliere e questo è ancora oggi il suo problema maggiore. Nessuno, infatti, sa veramente cosa rispondere alla domanda: che cos’è il PD? O meglio, ognuno ha la sua personale risposta, non condivisa dagli altri. Nessuno, né tra gli elettori, né tra i dirigenti, né tra gli avversari può affermare con certezza che cosa sia il PD, ovvero quale ideologia lo animi, quali siano i suoi valori non negoziabili. 

Il PD è un partito privo di ideologia e questa, che ai tempi del primo segretario Walter Veltroni veniva sbandierata come caratteristica positiva, è in realtà il difetto più grande che un partito possa avere. Senza ideologia, ci si muove a seconda del vento, senza garantire certezze, di cui invece l’elettorato ha bisogno, per sapere di chi fidarsi, per sapere che chi eleggerà potrà fare mille giravolte e mille compromessi, ma non tradirà mai quei valori che connettono il partito alla sua base. Se quei valori non ci sono, non sono noti perché mai stati decisi, tale connessione è recisa in partenza e il rappresentante non è affidabile agli occhi del rappresentato. Se tutto è negoziabile, ogni parola che si pronuncia in campagna elettorale può cambiare verso una volta raggiunto il governo (come effettivamente succede). Ciò mina alla base la credibilità di qualunque proposta politica. Voto quel partito perché so che difenderà i miei interessi, affronterà e proverà a risolvere i problemi miei e di quelli che mi stanno a cuore. Quali interessi tutela il PD? Qual è la sua classe sociale di riferimento? Qual è la sua ideologia? Quali sono i suoi valori irrinunciabili? Non è chiaro, né lo si vuole chiarire, sarebbe troppo divisivo. 

Parole d’ordine vuote

Per definirsi, il PD si rifugia allora in parole d’ordine vacue, che non designano nulla perché prive di reale pregnanza, parole-slogan spesso incomprensibili, ovvi o onnicomprensivi, che vanno bene a tutti e dunque non definiscono niente: responsabilità (c’è forse qualche partito che definisce se stesso irresponsabile?), serietà (ci sono diversi comici nella politica italiana, ma chi chiede di essere votato in quanto poco serio?), progressisti (che vuol dire tutto e niente: per quale tipo di progresso ci si batte?), democratici (che in una democrazia è un elemento non caratterizzante un solo partito o almeno si spera). 

Il termine più identitario che il PD è riuscito a cucirsi addosso per definirsi e che tira fuori disperatamente a ogni campagna elettorale dipingendo l’altro schieramento come il male assoluto è ‘antifascismo’. Se la storia e la costituzione fossero rispettati, gli italiani dovrebbero essere tutti antifascisti, di certo tutti i partiti. Dovrebbe essere scontato. L’antifascismo non è o non dovrebbe essere una caratteristica di parte, addirittura rivendicata da un partito, ma un comune e indiscutibile valore comune condiviso da ogni italiano/a. Sappiamo purtroppo che non è così, che tanti sono ancora in Italia, a 100 anni dalla marcia su Roma, i nostalgici, i revisionisti, i fascisti e neofascisti presenti più o meno scopertamente nella società italiana, a ogni livello.
Così il PD può, non completamente a torto, utilizzare l’antifascismo come elemento caratterizzante e lo fa puntualmente quando è necessaria una chiamata alle urne: votate per noi perché la democrazia è in pericolo, la destra ci porterà al fascismo. Sta accadendo anche ora. In realtà, la lungimiranza delle madri e dei padri costituenti e, mi viene da sperare, la maturità di gran parte della società italiana, rendono quantomeno improbabile un ritorno del fascismo, almeno nella sua forma storica. Gli stessi partiti che in campagna elettorale strizzano l’occhio ai tanti neofascisti nel paese, lo fanno come metodo squallido e pericoloso per ottenere consenso, più che per realizzare chissà quali progetti di autocrazia una volta giunti al potere.
Per essere chiari: non ci sarà nessun regime fascista con Meloni presidente del consiglio, nonostante il suo partito sia chiaramente pieno di neofascisti. Ci saranno probabilmente provvedimenti autoritari, liberticidi, ingiusti, populisti, lesivi dei diritti, dell’ambiente e della comunità, ulteriori assalti a tutto quel che resta del welfare, come peraltro già visto nei governi Berlusconi e al tempo di Salvini ministro dell’Interno. (Il che mi sembra comunque sufficiente per combatterla, questa destra).
Ci sono insomma mille motivi, credo, per non votare la destra italiana, ma non certo quello del ritorno al fascismo. Questo gli elettori lo sanno e quindi “agitare lo spettro del fascismo” ha effetto solo su chi già vota PD e, forse, su qualche indeciso, ma lascia completamente indifferente il resto della popolazione, alle prese con problemi che sente più attuali e stringenti.

Non si vince al centro

Una volta serrati i ranghi usando lo spauracchio del fascismo, resta dunque da tentare di convincere il resto dell’elettorato, quello insensibile a tale argomentazione. Si persegue allora la strategia cosiddetta della “corsa al centro”, basata sull’assunto che l’elettorato sia in maggioranza moderato. 

Così ha fatto anche Letta, alleandosi con i partiti personali di Carlo Calenda e Luigi Di Maio. Tutte le elezioni dalla fine della prima repubblica a oggi hanno invece dimostrato che una maggioranza dell’elettorato è pienamente disponibile a votare forze politiche, programmi e personalità estremiste e in particolare di estrema destra: Berlusconi, Bossi, Salvini, Meloni. Fatica anzi a vederli come estremisti, ma li giudica persone di buon senso. Tale elettorato si è sentito nel tempo tutelato da queste forze per la loro natura conservatrice, rassicurante e difensiva, per il loro sovranismo e patriottismo, per il loro essere chiaramente dalla parte delle imprese, dei privati e del pagare meno tasse, per essere di volta in volta in difesa di secolari privilegi e consorterie. Quando la destra ha vinto le elezioni, lo ha fatto perché ha promesso e messo in pratica politiche di destra, che nulla avevano a che fare con i nebulosi concetti di moderatismo e centrismo.

Dal 1994 in poi, l’assunto del ‘Si vince al centro’ è stato sempre inseguito e puntualmente smentito dai risultati elettorali, tanto che partiti di centro non si sono mai riusciti a consolidare, nonostante gli innumerevoli tentativi, dall’UDC di Pierferdinando Casini all’UDEUR di Clemente Mastella, da Scelta Civica di Mario Monti al Nuovo Centrodestra di Angelino Alfano. Credo che la stessa sorte toccherà agli attuali tentativi di Calenda con Azione, di Matteo Renzi con Italia Viva e di Impegno civico di Tabacci e Di Maio, nuovo campione del trasformismo italiano con il doppio salto carpiato che da fiero capo politico del M5S l’ha portato a scindersi dal movimento stesso con l’unico scopo di rimanere in politica ed evitare la regola grillina del limite dei due mandati. Si tratta evidentemente di partitini personali, cartelli elettorali senza radicamento e senza una proposta politica attrattiva per gli elettori.

Quello che ai politici di professione e a certi osservatori appare come un grande spazio politico da colmare – il famoso Centro – è in realtà qualcosa di incomprensibile e poco interessante per la maggior parte dei cittadini. Non metto in dubbio che ci siano in Italia persone che si definiscono “di centro”, qualunque cosa intendano con questo termine, ma il loro voto viene conquistato dai partiti (di destra, di sinistra, di centro) sulla base dei contenuti, non sul semplice richiamo teorico al centrismo e al moderatismo. Non basta allearsi con un presunto centro per prendere i voti del centro, insomma.

Vince la novità 

La seconda repubblica ha invece sempre confermato la propensione di grande parte dell’elettorato a premiare ciò che percepisce come ‘nuovo’ o comunque meno compromesso con chi ha tenuto il potere fino al momento delle elezioni. Dubito quindi che inneggiare oggi all’agenda Draghi sia una buona idea per raccogliere consensi, anche ammesso che sia chiaro agli elettori che cosa sia questa agenda Draghi. Se per assurdo lo stesso presidente uscente si presentasse alle elezioni (e, giustamente, si guarda bene dal farlo!) farebbe la medesima fine di Monti: non lo voterebbe nessuno, nonostante l’evidente autorevolezza, la competenza e il prestigio internazionale che accomuna entrambi.
Gli italiani hanno mostrato di votare in modo molto più pratico: vedendo che i propri problemi non vengono risolti, usa il voto (o l’astensione) per comunicare la propria stanchezza e sfiducia nei confronti dei partiti esistenti, in particolare di chi ha governato per ultimo, premiando invece chi non è stato recentemente al governo o l’ha apertamente combattuto. È accaduto con Forza Italia nel 1994, con Berlusconi che costruì il suo sistema di potere, puntando, oltre che sui soldi, le televisioni e la pubblicità, proprio sul suo essere imprenditore e non appartenente alla classe politica e smarcandosi, già nel discorso della discesa in campo, da chi aveva governato fino a quel momento. Così, un partito nato dal nulla divenne, improvvisamente e contro ogni previsione, il partito più votato. Lo stesso si è verificato con il Movimento 5 Stelle che ha impostato tutta la sua narrazione, tutta la sua propaganda sulla propria radicale diversità dalla classe politica esistente, la cosiddetta “casta” (salvo poi diventarne parte): anche qui, da zero a cento in un attimo. Oltre il 20% al primo tentativo nel 2013, partito più votato nelle successive elezioni del 2018, al governo fino al 2022.lega

Forza Italia e M5S sono stati premiati per la loro vera o presunta novità, così come Salvini nel 2018 e Meloni ora hanno trovato ampi consensi anche perché sentiti come oppositori di quel che c’era prima.

Nessuno si sente rappresentato  

Più che guardare al centro o allearsi con chi capita, sempre in emergenza, in affanno e in preda agli ultimi eventi, sarebbe forse più conveniente essere finalmente lungimiranti (caratteristica che sembra mancare anche una volta che i partiti giungono al governo) e creare forze politiche realmente rappresentative e radicate nella popolazione, in cui le varie e diverse parti della società possano riconoscersi. È un percorso forse lungo, ma che permetterà di non trovarsi più in situazioni come quella che stiamo vivendo, in cui la maggior parte dei cittadini italiani non è rappresentata, siano essi di destra, di sinistra o altro. Naturalmente, per fare questo, occorre avere idee e ideologie, valori non negoziabili e fortemente caratterizzanti, rinunciare a progetti politici prenditutto, rinunciare a fare politica solo per il potere. Il partito, lo dice la parola, rappresenta una parte dell’elettorato, non tutto o quasi tutto l’elettorato. E questo è fondamentale in una democrazia parlamentare, perché a rappresentare tutto l’elettorato non è un partito (sarebbe una dittatura) ma il parlamento, trasposizione il più possibile fedele delle diverse tendenze politiche presenti nella società.

Il trionfo dell’astensionismo e una modesta proposta 

Il vero risultato delle prossime elezioni sarà non tanto la già annunciata e mai in pericolo vittoria della destra, ma un astensionismo da record. Questo significa che la maggior parte degli italiani non si sente rappresentata e non sarà rappresentata nel prossimo parlamento.
Questo è un problema non da poco per una democrazia rappresentativa: se il popolo non va a votare, non sentendo i partiti in grado di rappresentarlo, la democrazia è svuotata. Forse il problema si risolverebbe con una modesta proposta su cui chiedo al coraggioso lettore giunto fino a qui di esprimere le sue critiche costruttive, per fare notare anche a me i limiti che io non riesco a vedere e magari aprire un dibattito che la migliori. La proposta è questa; togliere il quorum dai referendum (in modo da favorire la partecipazione) e metterlo alle politiche (in modo che risultino non valide e dunque da ripetere quando non rappresentative di almeno il 50% degli aventi diritto).

La maggior parte degli italiani oggi non sa per chi votare perché non si sente rappresentata da nessuno dei partiti e delle personalità in campo. Le prossime elezioni saranno soprattutto un rifiuto collettivo di proposte politiche giudicate inadeguate.

Verso un nuovo sistema politico 

Il sistema andrebbe semplificato per essere reso maggiormente immediato e comprensibile a chiunque. Ogni partito dovrebbe rappresentare dei valori precisi, ben riconoscibili, inequivocabili: un partito ecologista, un partito della sinistra, un partito conservatore, un partito liberale. Tutte forze politiche che oggi, in Italia, mancano.
La legge elettorale dovrebbe essere un proporzionale con sbarramento (al 5%?). Il cambio di casacca durante la legislatura dovrebbe implicare almeno le dimissioni dal ruolo che si ricopre in virtù dei voti presi col partito con cui ci si è presentati.

Due anomalie

Tale semplificazione in Italia è bloccata da due anomalie:
la prima è l’assenza di una destra liberale e europea, appiattita ora più che mai sulle posizioni estremiste e populiste di Lega e FDI. Tale destra liberale, attualmente inesistente, potrebbe essere rappresentata da Renzi e Calenda, che invece si trovano inspiegabilmente nello schieramento cosiddetto di centro-sinistra.
La seconda anomalia, purtroppo, è proprio il Partito Democratico, proprio perché non ha un’
identità. E questa mancanza sta alla base delle tante divisioni interne, del correntismo che da sempre lo lacera e che pare oggi sopito ma che riemerge, attività vulcanica sotterranea sempre attiva, nel momento in cui c’è da far fuori il segretario di turno, fino ad allora apparentemente sostenuto. Il correntismo del PD, diversamente da quello esistente nei partiti che ne sono i progenitori, PCI e DC, è caratterizzato dall’assenza di un territorio valoriale comune.

Le correnti, nel PCI, come nella DC, esprimevano visioni e strategie diverse su questioni determinate, ma tutti i membri del partito condividevano una medesima ideologia. Nel PD, non essendocene alcuna, ogni corrente sostiene posizioni completamente divergenti. Tutti, dentro al PD, fin dalla sua nascita, si sentono nella possibilità di sostenere tutto e il contrario di tutto.
Non essendoci un sistema di idee chiaramente e inequivocabilmente definito e condiviso da tutti i membri, il PD, a seconda del momento e di chi prende parola, ha potuto sostenere negli anni posizioni completamente divergenti: nuclearista e a favore degli inceneritori e ambientalista, assistenzialista e liberista, laico e cattolico, per i beni pubblici e per le privatizzazioni, per più tasse e per meno tasse.

Quello che veniva spacciato per pluralismo, quindi abbondanza di posizioni e di vedute che si arricchivano a vicenda, ha avuto e ha invece l’unico effetto di creare nell’elettorato grande smarrimento e confusione.
Cosa e chi rappresenta il PD? Dipende, verrebbe da dire. Dipende dal momento e dipende dall’esponente che lo guida o prende parola. Dipende dalla coalizione di cui fa parte. Dipende. Questa incertezza, che potremmo derubricare a fatto interno a un partito, è invece grave a livello di rappresentanza. La parola “partito”, lo dicevamo, parla da sé: rappresentare una parte della società. Non tutte le parti della società.
Il motto del PD è “dalla parte delle persone”. Quali persone? Quelle che percepiscono stipendi a sei zeri o quelle che non riescono a pagare un affitto, ad accedere a un mutuo? Quali persone? Quelle che possiedono innumerevoli case e mandano i figli nelle scuole private o quelli che i figli non riescono a farli? Quali persone? Quelle che gestiscono la sanità privata e quelle che si possono permettere cure di alto livello o quelle che attendono mesi nelle liste d’attesa per una visita nella sanità pubblica? Volendo rappresentare tutti, il PD non rappresenta nessuno. Non scegliendo da che parte stare, non riesce a essere un punto di riferimento per nessuno: non per le piccole e medie imprese, non per le grandi industrie, non per i lavoratori, gli operai, non per chi non ha voce, gli invisibili, gli sfruttati, non per chi vorrebbe un allargamento dei diritti. Nell’idea di rappresentare tutti, il PD non rappresenta nessuno se non la sua classe dirigente, se non il partito stesso. È così che il PD ha perso subito l’elettorato di riferimento che il PCI portava in dote, la sua anima popolare. Cosa rimane, dunque? Il governo, andare al governo. Per fare cosa, se non si ha un’ideologia, un sistema di valori di riferimento a cui ancorare ogni provvedimento? Si vedrà. E, infatti, di volta in volta, si procede a stilare programmi su programmi, puntualmente disattesi.

Il PD, dalla sua nascita, ha governato (direttamente o sostenendo governi tecnici) per circa 12 anni su 16 totali (2007-2008 Prodi; 2011-2013 Monti; 2013-2014 Letta; 2014-2016 Renzi; 2016-2018 Gentiloni; 2019-2020 Conte II; 2021-2022 Draghi) votando e sostenendo tutto e il suo contrario.

Mi duole dirlo, ma ha ragione Calenda quando, con la sua consueta, insopportabile arroganza che lo accomuna tanto a Renzi (del cui governo è stato ministro) impone i suoi personali temi (NATO, rigassificatori, equilibrio di bilancio, revisione reddito di cittadinanza, agenda Draghi), notando che alcuni altri membri della coalizione fanno dichiarazioni quotidiane contro questi stessi temi e chiedendo al PD di chiarire.

Ecco, esatto: il PD è per i rigassificatori o per le energie rinnovabili? Se abbiamo bisogno di gas per renderci indipendenti dalla Russia e dunque non foraggiare la guerra di Putin (inciso: dittatore sanguinario e guerrafondaio anche prima dell’invasione dell’Ucraina eppure mai è stata messa in dubbio prima la dipendenza energetica dell’Italia dalla Russia) ed è dunque impossibile puntare sulle rinnovabili che richiedono tempi lunghi, perché non si mettono in moto investimenti di lungo periodo per sfruttare al massimo possibile le risorse rinnovabili, di cui l’Italia è ricchissima, contestualmente all’apertura di rigassificatori, magari specificando che l’obiettivo è chiuderli appena possibile e indicando una data precisa di chiusura, appena sarà potenziato il ricorso alle rinnovabili? Oppure, se si è convinti che il fossile e il nucleare siano le soluzioni per la crisi climatica (il che mi appare paradossale, ma tant’è) e non le rinnovabili, perché non si rinuncia chiaramente a definirsi ambientalisti?

Scegliere da che parte stare, insomma. E cominciare subito, che è già molto tardi. 

Questo darà risultati anche in termini elettorali: essere capaci di rappresentare qualcuno, scegliendo chiaramente per quale causa battersi e difendendola saldamente.

Fermatevi! Lettera dal virus

Il nemico numero uno è il virus” chiosa il presidente Mattarella. “Tutti contro uno” rimbomba,  e subito sento salire dalle viscere un moto di rabbia. La mia non è una critica all’uomo Mattarella, ma al suo sguardo sul mondo, uno sguardo maschile, dal sapore patriarcale, che ha bisogno a tutti i costi di individuare il nemico con la speranza di riunire le armate e di motivarle alla battaglia. Ma noi non siamo un’armata!
Mattarella non è il solo ad avere questo sguardo sul mondo; è uno sguardo che accomuna i potenti della terra, i filantrocapitalisti che ti dicono quali sono i tuoi  problemi, poi  ti dicono cosa devi fare e infine ti vendono, badate bene ti vendono, la soluzione. 

Ma come è possibile continuare a parlare del virus come nemico quando il nemico, cioè la causa di tutti i mali, è il sistema su cui è costruita la nostra comunità e il virus è solo uno dei suoi sintomi? Nel primo lockdown, quando l’invisibile e sconosciuto virus ci ha raggiunto, i cittadini italiani hanno reagito in modo composto e con grande responsabilità e hanno usato il tempo dello stop per promuovere pensiero. Lo stop ha restituito pensiero creativo. Si è parlato della terra che tornava a respirare, della natura che tornava a farsi vedere anche nelle nostre città, dove la cementificazione ne ha cancellato i messaggi inequivocabili.
Splendido a tale riguardo il video che trovate qui: Lettera dal Virus
Guardatelo, voi che ci dite che il virus è il nemico numero uno e parlateci con le parole che usa  la straordinaria autrice della lettera Fermatevi, Darinka Montico.

Le persone che manifestano lo fanno perché non ne possono più di essere trattate come degli ignoranti senza capacità di pensiero critico. Le donne conoscono bene questa condizione. Da tempo immemore la nostra umanità è valutata solo in base alla nostra capacità di riproduzione, per il resto siamo emotive, siamo deboli, incapaci di scindere pensiero razionale dai sentimenti, siamo delle isteriche, insomma siamo più animali che umane etc. e, a volerla dire tutta, se fosse davvero così la realtà delle donne, oggi è solo un valore di cui la società non può fare a meno. È proprio quel sapere viscerale, che può indicarci la strada e non certo ‘il dio tecnologia’ propagandato dall’ideologia transumanista che fa piazza pulita invece della dignità dell’essere umano.

Un anno fa è uscito per Marlin editore il mio primo romanzo Il mio nome è Maria Maddalena, nel quale tratto il tema della maternità surrogata e della natura. La tesi di fondo: la logica estrattivista patriarcale e capitalista oggi si rivolge ai corpi riconoscendogli valore solo perché si possono immettere sul mercato, esattamente come è stato fatto con le risorse naturali, e di cui oggi siamo testimoni dello scempio commesso.
Il ventre della mia protagonista, Maria Maddalena, si innesta nel grande ventre primigenio della foresta amazzonica e la porterà a dire “più mi addentro nella foresta e più mi è chiaro che la conoscenza di queste popolazioni ci può salvare dal buco nero in cui ci siamo cacciati. Non c’è tecnologia che può insegnarci a vivere, dobbiamo ripensarci antropologicamente.”

Tutte le nostre energie oggi non dovrebbero essere rivolte a combattere un virus invisibile, ma se mai quella retorica del capo, del cervello che dice agli arti cosa devono fare, senza tenere conto di quanto siamo tutti interconnessi, virus compresi.

Leggetevi La nazione delle piante di Stefano Mancuso. Alla fine del libro Mancuso cita la teoria endosimbiotica della Margulis detta così “appunto perché prevede una simbiosi , ossia un rapporto favorevole tra due organismi  che vivono uno all’interno dell’altro…”, teoria che spiega l’evoluzione della vita sul nostro pianeta. Ebbene chi più delle donne può attingere a questo sapere biologico e umano nello stesso tempo? Il sapere delle donne è un sapere simile a quello delle cellule, è ancestrale, è simbiotico per l’esperienza che fanno tutti gli esseri umani venendo al mondo, ma di cui le donne portano un sapere nella carne, proprio perché uniche in grado di ripeterla più volte nell’arco di una vita, è inscritta nella loro carne.

La pandemia ha reso evidente quanto manchi ai potenti (per lo più maschi) una visione a lungo termine sul mondo capace di renderci solidali e uniti, simbiotici in una parola, dove non vince il più forte ma coloro i quali sapranno essere simbiotici con l’ambiente che ci circonda, con coloro che sapranno riconoscere che è l’unità tra diversi, che è la biodiversità che ci può salvare. La vera battaglia che ci attende, quella di impedire la sesta estinzione di massa, virus o non virus, è da fare, ma in connessione con tutti gli esseri viventi, senza pensare arrogantemente che l’uomo (aggiungerei maschio bianco) è il migliore e ha diritto a sopravvivere soggiogando le altre specie.

DOVE GLI ANGELI ESITANO
La relazione viene per prima (G.Bateson)

Nel 1982 il sociologo francese Edgar Morin nel suo Science avec coscience  propone in tredici diverse proposizioni un nuovo approccio integrato, il paradigma della complessità, fondato su una causalità multifattoriale, e lo mette a confronto con quello della Scienza classica, il paradigma della semplificazione, che si fonda su una causalità lineare causa/effetto, inadeguato a comprendere lo sviluppo del sapere in una società avviata verso la terza fase della globalizzazione. Alle soglie del compimento dei suoi cento anni (è nato nel 1921) lo stesso Morin ha  interpretato, in una intervista rilasciata recentemente all’Avvenire, l’emergenza ecologica e la pandemia alla luce di una tripla crisi: biologica, economica e di civiltà [Qui].
Julia Kristeva, filosofa e psicoanalista di rilevo assoluto, riconosce tre elementi caratterizzanti la crisi dell’uomo globalizzato. Il primo è la solitudine, esaltata paradossalmente dall’iper connessione full time e dal presenzialismo sui social. Il secondo è la cancellazione dei limiti, in un delirio di onnipotenza consumistica seguita da una ricaduta depressionaria, a cui si risponde con l’invito ad ulteriore consumo. Il terzo è la rimozione del nostro essere mortali dalla programmazione inerente il personale progetto di vita. Su Internazionale[Qui] 
Dalla messa in discussione dei concetti assoluti di spazio e tempo ad opera di Albert Einstein, passando per l’introduzione da parte di Heisenberg del principio di indeterminazione, fino al premio Nobel De Broglie con la sua teoria ondulatoria della luce, i nuovi parametri della scienza e del pensiero nella società post moderna sono caratterizzati dalla dinamicità e interdipendenza, dalla complessità.
Le domande poste dalla complessità alla realtà sociale, dalla crisi sistemica e dalla crisi esistenziale all’uomo globalizzato, hanno bisogno urgente di risposte da cercare in regioni da cui trarre nuovi significati, in uno spazio dove possano riconciliarsi posizioni dualistiche non più sostenibili quali mente/corpo, cuore/ragione, spirito/materia , natura/progresso; dove sia possibile diventare “consapevoli del nostro esser parte in ogni istante, nel bene e nel male, di un invisibile e più vasto tessuto dinamico e relazionale tra umani e con altri viventi ”  (S.Manghi, in Dianoia, 23(2016).

La necessità del sacro.

Ebbene, questo spazio esiste, è sempre esistito, ed è quello del ‘sacro’, utilizzato però in questa sede assecondando il significato del suo etimo originario. Sacro è parola indoeuropea che significa ‘separato’. Scopo di queste note è chiarire da cosa. Lontano quindi dall’appiattimento, che abitualmente se ne fa, sulla dimensione religiosa tradizionalmente intesa, qui si intende accogliere la sfida della ‘necessità del sacro’, proposta da un esperto dell’arte della connessione e della flessibilità quale è stato Gregory Bateson (1904-1980). Nato in Inghilterra, figlio di un insigne genetista, sposato con la grande antropologa Margaret Mead, lui stesso antropologo e biologo, contribuì alla fondazione della cibernetica, fu ispiratore di parecchi modelli nel campo della psicoterapia, utilizzati anche dalla scuola di Palo Alto, fino ad arrivare in psichiatria alla scoperta della teoria del doppio legame.
Bateson reinterpreta in modo nuovo il rapporto tra sacro, religione e Fede:
“Due cose sono chiare: primo, che nel porre le domande non metteremo limite alla nostra hybris; secondo, che nell’accettare le risposte ci condurremo sempre con umiltà. Queste due caratteristiche ci metteranno in netto contrasto con la maggior parte delle religioni del mondo, le quali dimostrano scarsa umiltà nell’accettare le risposte, ma grande timore nel porre le domande” (G.Bateson – M.C.Bateson, Dove gli angeli esitano).
Come ricordavamo poco sopra, “accogliere la sfida della necessità del sacro non significa invitare ad una qualche fede religiosa in senso stretto, ma sapere che una qualche fede, che lo sappiamo o meno, alimenta sempre e comunque le nostre percezioni, le nostre parole, le nostre azioni, e apprendere a riconoscerla, ad assumerne la responsabilità verso noi stessi e verso gli altri” (S.Manghi, La conoscenza ecologica, Cortina).
La nostra capacità di comprendere la realtà è stata deformata dalla rappresentazione cartesiana di una separazione tra l’anima e il corpo. Il rigetto di tale posizione orienta Bateson verso un approccio monista alla realtà e lo conduce sempre più a rappresentarsi la mente e la natura come un tutto inseparabilmente unito. Tutto è unito e in relazione, e qualsiasi relazione funziona secondo criteri diversi della logica finalistica mezzi/fini con cui gli uomini vorrebbero governare i loro affari e il loro sapere. Mentre la logica finalistica governa l’agire razionale utilitaristico, determinando i mezzi più adeguati per raggiungere gli obiettivi, la logica relazionale ci svela i rapporti sottostanti (emozioni, sentimenti, dipendenza/dominanza…).
Riallacciandoci al significato di ‘separato’ del sacro, lo concepiamo quindi tale anche dalla Fede, anzi dalle fedi. Il nucleo essenziale è costituito dal valore della Vita nella sua unità. Quindi è un luogo non legato per forza alle coordinate contingenti dello spazio e del tempo, dove anche i linguaggi antichi, oasi di saggezza abbandonate dal pragmatismo dualistico, possono essere ritrovate (si pensi a quello simbolico, alla ricchezza delle immagini metaforiche offerte dal mito e dalla religione).

La costruzione della realtà.

La Fede, il credere è una precondizione del conoscere; noi crediamo in un determinato sistema di conoscenze, in quella abbiamo fede. Da ciò consegue come afferma Heinz Von Foerster che: “non credo in quello che vedo, ma vedo ciò in cui credo” (in Oikos,1,1990). Dove ‘credo’ equivale a che ‘io vedo la realtà’, orientato da credenze e conoscenze che sono in me e che mi portano a ‘costruirla’ in modo soggettivo.
Riportare le diverse Fedi nell’alveo del sacro significa evitare di affidarne ad una sola la patente della Verità, ma  riconoscere ad ognuna che è in sintonia col sacro valore della Vita, una capacità interpretativa del mondo. Il sacro così definito richiede a ciascun soggetto il dovere di assumersi la responsabilità dei propri atti di fede, poiché la religione, come la concepisce Bateson, non postula uno schieramento giusto, né offre alcuna consolazione.

La stupidità non è necessaria.

Nell’epilogo di un suo testo fondamentale, Mente e Natura (1979) ,conversando con la figlia Mary Catherine sulle motivazioni che l’hanno spinto a scrivere e sulla necessità di comprendere la reale natura della fede e della religione, Bateson dice: “Dopo aver rimuginato queste idee per cinquant’anni, ho cominciato pian piano a vedere chiaramente che la stupidità non è necessaria. Ho sempre odiato la stupidità e ho sempre pensato che fosse una condizione necessaria alla religione. Ma sembra che non sia così” (Mente e natura, Adelphi).
Animato dal desiderio di evitare ogni pericoloso ritorno al riduzionismo, ad ogni sorta di fraintendimento semplificante e per dare ragione della complessità delle domande sull’esistenza umana, Bateson negli ultimi anni della sua vita arriva a voler ridefinire più accuratamente il dominio del sacro, di una religiosità che si discosta da ciò che comunemente con essa si intende.

Il coraggio di andare dove gli angeli esitano

Di conseguenza, sempre in Mente e natura, troviamo espressa la sua intenzione di dedicare l’oggetto di un suo prossimo libro all’analisi della questione del sacro, anticipandone il titolo con una descrizione immaginifica ed evocativa: un luogo misterioso, eppure ineludibile, dove gli stolti si precipitano e dove gli angeli invece esitano a posare il piede.
Scrive Bateson: “Penso che il mio prossimo libro mi piacerebbe chiamarlo Là dove gli angeli temono di posare il piede, perché è lì che tutti vogliono che io mi precipiti. E’ volgare, sacrilego, riduzionista, chiamalo come vuoi ,arrivare a precipizio con una domanda troppo semplificata (Mente e Natura). Che è come dire: non è possibile arrivare fin sul precipizio, cioè sostare sul vertiginoso, affacciarsi sull’infinito e lasciare la risposta alla causalità del determinismo scientifico e al rozzo materialismo fisicalista. Purtroppo la malattia, che aveva già da tempo attaccato il suo corpo, impedì che una serie di manoscritti preparatori prendessero la forma di un volume compiuto. Questa opera di ricomposizione fu fatta in seguito dalla figlia e uscì col titolo Dove gli angeli esitano, di Gregory e Mary Catherine Bateson. Il titolo del libro allude ad un famoso verso dell’Essay on criticism, Where angels fear to tread, di Alexandre Pope, grande poeta inglese del 1700. E’ un aforisma la cui traduzione può essere così riportata: “ché gli stolti si precipitano là dove gli angeli tremano di posare il piede”.
Il luogo del sacro quindi corrisponde a dove gli angeli esitano a posare il piede e dove invece gli stolti si precipitano vociferanti, poichè ritengono di sapere la risposta o si accontentano di semplificazioni e riduzioni sommarie.
Il sacro invece è identificato con il silenzio, la contemplazione, l’ascolto di sé e del bisogno dell’altro.
Caratterizza il sacro il ‘non-comunicare‘, proprio nel senso che qui non interessa comunicare la propria ideologia, l’aver ragione, ma rendersi conto di ciò che non esiste per noi. Dimensione contraria a quella riguardante i fatti sociali, dove esiste solo ciò che viene comunicato. Diceva Luhmann “nessun presunto fatto oggettivo, neanche una catastrofe ecologica, ha un effetto sociale finché su di questo non si comunica” (N. Luhmann, Comunicazione ecologica, Feltrinelli). Gli angeli – scelti nella metafora quale presenza che sperimenta la vicinanza con Dio –  sono incerti , perché sono prudenti, in quanto sanno che non c’è sicurezza di sorta in territori così misteriosi. La risposta riduzionistica al contrario si affretta a costruire dogmi, decretando così la fine della Fede. Se la Fede è domanda profonda e responsabile, ricerca continua, il dogma cristallizza la risposta in una Verità unica, trasformandola in ideologia, tanto certa quanto sicura anticamera dell’intolleranza, come afferma Paul Watzlawick (La realtà inventata, Feltrinelli).

Una spanna da terra.

Mary Catherine così, con estrema dolcezza, parla del progetto del padre nella introduzione del libro sopra richiamato:
“Gregory capì di essere prossimo a quella dimensione integrale dell’esperienza cui dava il nome di sacro. Era un terreno al quale si avvicinava con grande trepidazione, sia perché era cresciuto in un ambiente familiare rigorosamente ateo sia perché ravvisava nella religione un potenziale di manipolazione, oscurantismo e divisione. (Dove gli angeli esitano).
Bateson però nella sua ricerca precedente aveva già colto nella domanda religiosa una richiesta di liberazione, che gli scettici non vogliono sussumere, spinti dalla “tendenza, dal bisogno quasi di volgarizzazione della religione, di trasformarla in spettacolo, in politica, in magia, in potere” (Mente e Natura).
Le parole evocative della figlia di Bateson chiariscono non solo lo scopo della sua opera, ma rendono bene la trepidazione del padre che, giunto al termine della sua vita, è consapevole di trovarsi oramai al di là di un confine, il confine del sacro, tra lo spirito e la materia: “Il titolo del libroscrive Mary Catherine Bateson – esprime quindi, tra l’altro, la sua esitazione davanti ad interrogativi che egli sentiva essere nuovi, perché se da un lato derivano e dipendono da suo lavoro precedente, dall’altro richiedono una saggezza diversa e un diverso coraggio. Questo libro è un testamento, ma il compito che esso trasmette non riguarda soltanto me, bensì tutti coloro che sono disposti ad affrontare di petto queste domande” (Dove gli angeli esitano).
Raccogliere la raccomandazione di esitare piuttosto che affrettarsi a dedurre, etichettare, stigmatizzare, significa allegerirci di molte ‘zavorre’, “anche se ci dispiace perché questa zavorra è fatta di saperi, strumenti, piccoli e grandi apparati vantaggiosi per la nostra personale potenza”. Sospettosi verso chi non possiede la nostra verità o verso chi non garantisce una certa ortodossia, preferiamo non entrare in relazione col sacro. Ma per ascoltare il sacro ci deve essere silenzio, bisogna aspettare la pace della sera, dobbiamo accettare di cambiare grammatica e sintassi, dobbiamo ammettere che ciò che si trasforma è, a nostro rischio, il rapporto che abbiamo con noi stessi e con il mondo” (Pier Aldo Rovatti, in Aut aut, n.251,1992).
Dice un apologo zen cheprima dell’illuminazione le montagne e i fiumi sono fiumi; che praticando lo zen le montagne non sono più montagne e i fiumi non sono più fiumi, poi con l’illuminazione le montagne tornano a essere montagne e i fiumi a essere fiumi; ma a quel punto li si vede come da una spanna da terra” [Qui]
Sembra poco una spanna da terra, ma è sufficiente per poter vedere diversamente.

‘Good news’ e ‘fake news’: il rischio di farsi irretire dalla retorica della verità

Le cose sono vere sino a prova contraria. Se assumessimo laicamente questa forma mentis si sgretolerebbero i dogmi e finirebbero le crociate (crociate che impropriamente definiamo ideologiche quando confondiamo l’ideologia con il fanatismo). Invece la verità affascina e irretisce. Rassicura. E conquista. Perché quando si è certi di una cosa si può procedere senza freni. E senza inibizioni. Ma la vita dovrebbe indurci alla prudenza. Quante volte una presunta verità, presto o tardi, ha mostrato il suo rovescio e s’è rivelata un abbaglio… La verità per Cesare Zavattini aveva tre ‘a’ nel finale, era un eco beffardo che ci lasciava senza parole né sicurezze. Per Luigi Pirandello era una dama velata che asseriva “io sono colei che mi si crede”. Elias Canetti esortava a “non credere a nessuno che dice sempre la verità” e spiegava: “La verità è un mare di fili d’erba che si piegano al vento, vuol essere sentita come movimento, assorbita come respiro. E’ una roccia solo per chi non la sente e non la respira; quegli vi sbatterà sanguinosamente la testa”.

Per stabilire la (sempre provvisoria) verità dei fatti e delle asserzioni bisognerebbe basarsi sulla puntuale verifica, secondo un principio di corrispondenza: un’affermazione è vera se è comprovata ed è tale sino a prova contraria. Poi – sistematicamente – si dovrebbe cercare non di suffragare quella verità adducendo elementi a sostegno, ma al contrario di scalpellarla per vedere se resiste agli attacchi.
Su congetture e confutazioni Karl Popper fonda il metodo della ricerca scientifica: ipotesi dalle quali si genera un modello che sarà sottoposto a continue insidiose verifiche. Il modello resta valido (vero) sino a che non è scalfito. Potrà subire dei progressivi riaggiustamenti e sarà spazzato via quando emergerà una prova dirompente che ne frantuma il nucleo fondante: la terra che da piatta diviene tonda…

Lo stesso sistema andrebbe eticamente adottato per disciplinare le relazioni fra gli individui, prestando rispetto a tutti ma cieca fede a nessuno e pretendendo sempre da ognuno di dare prova di ciò che sostiene.

 

Al tema della “verità” è dedicata l’annuale edizione del festival della filosofia in programma a Modena, Carpi e Sassuolo da domani (venerdì 14) a domenica

Regresso e progresso, è tempo di agire

La parola d’ordine, oggi, è sicurezza. Il diritto al lavoro, alla pensione, all’assistenza, all’alloggio – tutte conquiste che nel secolo scorso, grazie alle politiche di sostegno attuate dallo stato sociale, apparivano acquisite e indiscutibili – ora vacillano. Ovunque – e anche in Italia – le certezze che hanno accompagnato le nostre esistenze sono svanite. E la vita attuale, per milioni e milioni di donne e di uomini, è densa di insidie e di preoccupazioni.
Anche per questo i fenomeni migratori vengono percepiti come una minaccia. Frutto essi stessi di profondi squilibri geopolitici – eredità delle vicende coloniali – e ora generati da situazioni di miseria estrema e da pericoli incombenti (spesso aggravati da conflitti armati o persecuzioni attuate da regimi dittatoriali nei confronti della popolazione), divengono motivo di tensione e di paura per i cittadini di quegli Stati, meta dei disperati esodi, che individuano negli “invasori” un ulteriore elemento di sottrazione alle già risicate risorse di cui dispongono. E’ la guerra dei poveri che torna ad affacciarsi. Ma il paradosso è che deprivazioni e indigenza colpiscono ampie fasce della popolazione, mentre ristretti gruppi di individui possiedono ricchezze superiori a quelle di intere nazioni. Basti pensare che oggi dieci persone possiedono da sole il cinquanta per cento delle ricchezze dell’intero pianeta.

Lo scenario, dunque, è drammaticamente dissestato. Gli squilibri sono vertiginosi. Il tessuto sociale è sfilacciato, al sentimento di solidarietà si è sostituito quello, prevalente, di paura. L’altruismo cede il passo a un egoismo difensivo. L’idea di un costante progresso nel cammino sociale si scontra con ostacoli imprevisti. La prospettiva per le generazioni future è di vivere in un mondo peggiore rispetto a quello che noi abbiamo ereditato, in condizioni di maggiore incertezza e di instabilità e privi di quelle tutele che hanno garantito a tutti (o quasi), per decenni, dignitose condizioni di vita.
In questa temperie prospera la criminalità, che in parte costituisce l’estrema derelitta risposta al disagio.

Il punto di ripartenza, per un umano consorzio che intende – e deve – recuperare i caratteri di civile e solidale convivenza, può essere la città, il luogo in cui i rapporti personali in parte si alimentano ancora della fiducia che scaturisce dalla conoscenza e il legame sociale, per questo, non si è del tutto dissolto.
Occorre però un salto di qualità per recuperare, da un filantropico mutualismo di prossimità, una dimensione di relazione e di azione collettiva, fondata su un più esteso patto di cittadinanza.

Un tempo si era arrivati a dire: tutto è politica… Oggi si è alla esasperazione opposta: il rifiuto della politica come cosa sporca, cosa inutile. E al respingimento tout court dei suoi attori (tutti uguali, tutti corrotti…). Ma la politica non è altro che l’autogoverno della comunità, e in questa prospettiva nessuno può sentirsi escluso e ciascuno ha il dovere di rendersi disponibile e partecipe a un progetto di rinascita civile, solido e concreto. Per conferire respiro a tale scenario – che parte dall’oggi e guarda al domani – serve però pure una visione utopica, la definizione di un futuro desiderabile che dia senso al cammino e ai sacrifici necessari per compierlo. Utopia non è l’astratta terra promessa. E’ la stella polare che orienta i nostri passi e delinea l’orizzonte verso il quale indirizzarci. E attraverso il progetto si definiscono concretamente le tappe di approssimazione alla meta.

Bisogna ripartire da quella che i tedeschi definiscono weltanschauung, una visione del mondo che tenga insieme valori, credenze, ideali. E’ ciò che potremmo tradurre in ideologia se il termine non fosse stato corrotto dall’improprio uso propagandistico e dogmatico che ne hanno fatto nel secolo scorso regimi illiberali d’ogni fronte per piegarlo al proprio interesse di potere, bollare d’eresia ogni manifestazione di dissenso e confiscare così la libertà di pensiero e di opinione.

E bisogna necessariamente agire per superare la deresponsabilizzante dicotomia “noi-loro” quando si ragiona di politica, perché l’evidente presenza di una casta separata – quella degli eletti – deputata a governare le comunità, se ora trova riscontro nella realtà dei fatti, non ha fondamento dottrinario poiché la dimensione politica va riconsiderata nella sua classica e appropriata concezione: governo della polis, cui ogni cittadino è idealmente preposto. Serve, allora, un impegno attivo, personale, propositivo da parte di tutti coloro che a questa situazione non intendono più sottostare.

Le migrazioni come arma strategica sulla scacchiera internazionale

Le migrazioni hanno sempre accompagnato lo sviluppo della civiltà umana, spesse volte comportando grandi violenze e sconvolgimenti tali da rimanere nella memoria dei popoli. A volte esse hanno causato la distruzione di intere culture, come nel caso dei nativi americani vittime dell’invasione europea, altre volte hanno condotto ad integrazioni che sono sfociate nella creazione di nuove identità sociali, grandi imperi, nuove alleanze e nazioni. Molte sono le cause che le hanno prodotte, ma tra di esse, si trova sempre la questione demografica, un tema che s’intreccia con lo stato dell’ambiente (siccità, alluvioni), con le relazioni tra popoli ed etnie (guerre e violenze), con l’abbondanza o la scarsità delle risorse che consentono la soddisfazione dei bisogni fondamentali, con le culture dei popoli coinvolti.

Da sempre questi flussi di persone, che si muovono in cerca di nuovi spazi da assoggettare e di migliori opportunità, oppure che fuggono da condizioni limitanti o vengono esplicitamente chiamati da paesi che abbisognano di manodopera, rappresentano un problema ed una sfida per i gruppi stanziali che occupano i territori di transito e di destinazione. La cifra di questo problema dipende direttamente dal numero, oltre che dall’ampiezza delle diversità culturali coinvolte; all’aumentare del numero aumentano drasticamente i soggetti istituzionali coinvolti nel processo e gli interessi che essi rappresentano. Per flussi numericamente ridotti sono interessi piccoli e di breve periodo, che coinvolgono gli attori minori e che vengono assorbiti dalla società senza traumi; per grandi flussi si tratta di grandi interessi, che coinvolgo gli attori più forti impegnati nella competizioni geopolitica, con ricadute imprevedibili nel medio e lungo periodo.
Lungi dall’essere solamente semplici comportamenti aggregati di scelte individuali, le grandi migrazioni, oggi come nel passato, sono anche una variabile strategica nella politica delle potenze che giocano qualche ruolo sul palcoscenico della storia. Semplicemente, gli Stati (con i loro apparati pubblici e riservati), le grandi aggregazioni sovranazionali (Ue, Onu, Nato etc), le imprese multinazionali, il mondo della finanza (Banca Mondiale, grandi banche, fondi pensione etc.), le grandi reti del crimine organizzato, i partiti delle democrazie occidentali, le Ong e le grandi associazioni di rappresentanza, le Chiese, non possono essere indifferenti rispetto a fenomeni che hanno ed avranno un fortissimo impatto sulle opinioni dei cittadini, sull’economia e sull’identità stessa delle nazioni. Ognuno di questi attori ha, nel grande gioco delle migrazioni, una posta in gioco, qualcosa da perdere o da guadagnare: per alcuni la posta è rappresentata dai voti, per altri dalla legittimazione, per altri ancora dal controllo di risorse chiave, per quasi tutti dal denaro, molto denaro. Le migrazioni sono dunque (anche) una risorsa strategica che può essere ed è usata, cinicamente, come un arma da diversi attori coinvolti nel gioco geopolitico locale e globale. Svelare questi giochi non è facile e spesso suscita le ire di quanti hanno pronte soluzioni facili e preconfezionate.

La parabola di Gheddafi è da questo punto di vista particolarmente significativa; il leader libico rovesciato ed assassinato nell’ottobre 2011, proprio usando questo tipo di arma era riuscito, nel 2004, a far revocare le sanzioni verso la Libia, garantendo in cambio l’aiuto nella gestione dei flussi migratori. Più volte aveva ammonito l’Europa minacciando, in caso di attacchi, un apertura delle frontiere che avrebbe causato un’invasione. Che non si trattasse di un bluff lo dimostrano ampiamente gli accadimenti seguenti alla sua caduta, ed appare oggi francamente impossibile pensare che gli attaccanti non avessero previsto questo esito catastrofico tra i possibili scenari del dopo regime. Restano le cause tutte da indagare e, soprattutto, resta il flusso migratorio che ora è un arma in mano ad attori e a interessi che nessuno ha voglia di svelare: in un quadro che non si comprende affatto, una sola cosa è chiaria dal punto di vista strategico, ovvero che l’Italia è il bersaglio diretto (target) di una strategia emergente che (morto Gheddafi) appare priva di regia e di responsabilità, ovvero che può essere ridotta alla sommatoria di singoli atti di persone in fuga.
Eppure, l’uso delle migrazioni come arma da parte di stati non in grado di possedere costose armi militari, tecnologiche o finanziarie contro avversari molto più forti, è ben documentato anche da autorevoli studi: ben noto è il tentativo (fallito) che ne fece Milosevic durante la guerra nei Balcani, tentando di usare le popolazioni in fuga dal Kossovo contro la comunità internazionale degli aggressori; e più noto ancora l’uso, riuscito, che ne fece a più riprese Fidel Castro contro gli Stati Uniti o quello dell’Albania verso l’Italia nei primi anni novanta.
E vero però che l’aspetto globale delle migrazioni di oggi sembra più complesso rispetto a quello tipico dello scontro tra poche entità statali organizzate che, nel mondo globalizzato (ad esclusione di poche grandi potenze) diventano sempre più deboli, mentre si rafforzano sempre di più i nuovi attori (in primis le multinazionali e le forze finanziarie globali). In tale situazione diventa sempre più difficile ricostruire la trama delle grandi migrazioni, comprenderne il senso, mentre forte diventa il rischio della semplificazione faziosa. Resta però il fatto certo che le persone partono da un luogo, che sta sempre sotto il dominio di un’entità statuale organizzata (origine), transitano (a volte) per territori sottoposti all’autorità di altri stati, per arrivare infine ad una destinazione soggetta all’autorità di un altro Stato sovrano. Poiché tutti gli Stati hanno tra loro relazioni diplomatiche basate su accordi e negoziati che consentono di intrattenere scambi commerciali ed economici, sembra quanto meno improbabile che proprio il tema dello scambio migratorio tra stati di origine e di destinazione non venga trattato come prioritario. Sfugge allora il motivo per cui, restando all’Italia, si continui a parlare della sinistrata Libia come soluzione per fermare il traffico di esseri umani, e non vengano posti al centro dell’attenzione i rapporti diretti con i paesi di origine (per l’Italia soprattutto quelli sub sahariani) ben sapendo, ad esempio, che i traffici con la Nigeria comportano sia la percentuale più grande di migranti che arrivano sulle nostre coste, che la mega-tangente da un miliardo di euro pagata da Eni ai politici e dirigenti di quel paese assai corrotto.

Resta il fatto che, per i paesi di origine dei flussi, l’uso di masse migranti può essere l’arma più potente che hanno a disposizione. Una volta compreso il meccanismo, la minaccia e la pratica delle migrazioni può essere applicata in molti modi diversi per ottenere scopi politici non altrimenti raggiungibili. Essa infatti può essere usata come minaccia e deterrente contro intrusioni ed attacchi da parte dei paesi più forti; può essere impiegata per negoziare vantaggi facendo pesare il rischio morale di una catastrofe umanitaria. L’apertura più o meno ufficiale delle porte di uscita può essere usata come meccanismo interno per espellere gruppi non allineati al regime dominante, per allontanare legalmente soggetti e gruppi non graditi che gravano sui costi interni quali carcerati, criminali e nullafacenti; può servire per rafforzare meccanismi di pulizia etnica o per orientare i tanti scontri tribali ed etnici che caratterizzano i paesi del (fu) terzo mondo. Per gli attori non statuali (ovvero non riconosciuti come tali) può addirittura servire per infiltrare persone fedeli e creare teste di ponte in vista di scopi terroristici.

Tra i paesi di destinazione, le democrazie occidentali (in particolare europee), che si sentono depositarie di nobili principi umanitari, sono bersagli particolarmente sensibili a questi strategie; esse infatti sono esposte con grande facilità alla possibilità del ricatto morale che si annida nella drammatica discrepanza tra la retorica dei nobili principi professati e la prassi cruda della politica internazionale e globale, basata sulla competizione e sulla pratica delle alleanze interessate. L’esistenza di maggioranze e minoranze politiche che, intorno alle differenti interpretazioni di tali principi, hanno strutturato le loro identità e il loro bacino di voto, rappresenta il contesto in assenza del quale simili strategie non potrebbero essere applicate con speranza di successo.

Non stupisce dunque che il fenomeno migratorio sia diventato un tema esplosivo attorno al quale nascono contrapposizioni feroci e si intrecciano interessi inconfessabili insieme ai buoni intendimenti. Non stupiscono le reticenze e le difese e le condanne a prescindere dai fatti che, troppo spesso, vengono rappresentati in funzione di precisi obiettivi comunicativi e sovente sfumano in mere opinioni fondate sul pregiudizio.
Sullo sfondo resta inquietante il tema demografico caratterizzato dai tassi di crescita insostenibili dei paesi da cui parte il grosso dei migranti; aleggia lo spettro della paura che sempre più si diffonde tra i cittadini degli strati meno tutelati e più deboli dei paesi di destinazione; e permane, refrattaria ad ogni critica e insensibile ad ogni fallimento, l’ideologia dominante col suo modello di sviluppo illimitato basato su una spietata competizione. Nessuno in fondo sembra volere aiutare davvero i paesi di origine a diventare più indipendenti, in modo che possano costruire apparati statali più forti e meno corrotti, che siano in grado di mettere a punto politiche sociali capaci di garantire un minimo di giustizia e di equità: condizione indispensabile per sanare gli enormi dislivelli di ricchezza e aggredire seriamente i problemi di sovrappopolazione, caos sociale e povertà endemica che stanno alla base delle migrazioni attuali.

LA RIFLESSIONE
Liberi di, liberi da: c’erano una volta quattro libertà

di Daniele Lugli

Franklin Delano Roosevelt enunciò quattro nobili libertà: due ‘di’parola e credo – e due ‘da’indigenza e paura. Fu all’epoca del mio concepimento. Forse per questo mi sono tanto care. Dopo oltre tre quarti di secolo non le riconosco più, anche se le sento ancora proclamare.

Credo sia successo che alla libertà dalla paura si sia sostituita la libertà, o meglio il trionfo, della paura, che si è evoluta in paranoia. Lo va ripetendo Zoja e penso abbia ragione. La nostra convivenza ci presenta problemi difficili da individuare nelle loro cause e per i quali non appaiono rimedi a portata di mano. La risposta giusta sarebbe cercare ancora, ma la cosa va avanti da troppo tempo. Noi siamo abituati alla velocità. Le nostre menti cercano una spiegazione vicina e la trovano in meccanismi primitivi: “Quando il normale equilibrio di una tribù viene alterato, per trovare una spiegazione in mancanza di comprensione dei fenomeni si ricorre dapprima ai sacrifici umani poi al rito del capro per espellere il male. Questo semplifica la realtà e ha un effetto benefico nel gruppo che recupera fiducia”. Lo abbiamo fatto già, lo stiamo facendo ora.

Il contagio psichico che ci rende paranoici si appoggia sulle grandi e irrinunciabili libertà di parola e di credo, alle quali la tecnica ha fornito strumenti straordinari: “Tutti parlano di una minaccia ed è come se fosse qui. Qualcosa di cui si parla, dal punto di vista psicologico, equivale a una presenza reale, anche senza presenza fisica”. Le fonti di contagio si moltiplicano così fuori da ogni capacità autocritica e da ogni controllo. La minaccia è così grande e oscura che chi la mette in dubbio fa parte della congiura e merita ogni aggressione, che, per il paranoico, è pura difesa della propria vita. Gran parte del linguaggio usato sui social ha questa spiegazione. Il credo del paranoico è certamente libero, del tutto libero da ogni verifica: “Hitler non ha bisogno di dimostrare le sue tesi, perché se da un punto di vista scientifico non hanno fondamento da quello psicologico rappresentano un bisogno così primario da risultare credibili”. Ogni delirio ha cittadinanza e pretende rispetto.

Quanto alla trascurata libertà dall’indigenza, “le analisi economiche confermano che da mezzo secolo le retribuzioni reali di gran parte della classe media Usa non aumentano. C’è stato un aumento di ricchezza ma concentrato al vertice. La follia sta nel fatto che per combatterlo si vada a votare per qualcuno che sta in quel vertice e che vuol togliere i servizi sociali ai poveri. Cioè l’irrazionalità dei tempi peggiori degli Anni ‘30 purtroppo è dietro l’angolo anche oggi e anzi, negli Stati Uniti c’è già”. E noi ci stiamo attrezzando per seguirne l’esempio. Se non possiamo liberarci dall’indigenza, possiamo provare a liberarci di quanti più indigenti possibile o almeno dalla loro vista, dal loro contatto, dopo averne spremuto quanto c’è da spremerne. In questo sta una spiegazione delle politiche (e quelle italiane, visto il panorama che ci circonda, non sono le peggiori) nei confronti degli immigrati.

Zoja una speranza ce la offre con “un bellissimo passaggio di Freud secondo il quale un argomento ragionevole, razionale, alla lunga vince. Il problema è che la ragionevolezza ha bisogno di tempo mentre l’irrazionalità di questi contagi è più veloce e presto prende il piano inclinato. Tipico esempio sono le guerre”. Occorre, credo, un’azione politica che vada in profondo, con il tempo e la persuasione che sono necessari. Qualcuno ce l’ha detto in tempi e modi diversi. Mi limito a ricordarne solo due letti, Gobetti e Gramsci, e due conosciuti, Lombardi e Langer. Certo non ci serve una politica che rincorre la paranoia, che ha sostituito l’ideologia.

La criminalità in città aumenta, ma gli esperti dicono che è solo “percezione”

In occasione della Festa della Legalità, l’incontro avvenuto all’Arengo la scorsa settimana getta le basi per una riflessione su ciò che viene detto e ciò che viene invece trascurato dell’argomento criminalità. Ecco un’ulteriore interpretazione legata al nodo, oggi più delicato che mai, dell’immigrazione.

Il crimine si può tradurre come un delitto grave, ovvero un reato, un illecito che provoca conseguenze particolarmente rilevanti e nocive alla vittima che lo subisce. Per capire di cosa parliamo occorre spiegarsi e chiarire bene le cose che diciamo, pertanto se parliamo di crimine, criminalità e affini dobbiamo sapere cosa significano e soprattutto come influenzano le nostre vite: è a questo che servono le parole. Anche se all’Arengo si è scelto di privilegiare i numeri.

Quando vado all’incontro pubblico tra gli addetti ai lavori e la cittadinanza sul tema della sicurezza nel nostro territorio, mi trovo in mezzo ad una platea di giornalisti in attesa dei relatori che arriveranno di lì a poco.
Così, mentre la deliziosa saletta dell’Arengo si riempie di gente, mi sistemo in prima fila ad armeggiare col registratore e a controllare il mio taccuino. Sono insolitamente puntuale, tanto che ho scelto il posto migliore che potevo, subito dopo un collega seduto al mio fianco apre il suo portatile e un giovane tecnico del comune accende il proiettore delle slide puntandolo sullo schermo alla mia sinistra. Poi finalmente arrivano.
Sono quattro: c’è l’addetto stampa del comune, Alessandro Zangara, che precede il responsabile regionale alla sicurezza Nobili, li seguono il vice questore Crucianelli e l’assessore ai lavori pubblici Modonesi. Quindi, a parte l’ospite, ci sono un funzionario della regione, un funzionario di polizia e un politico. Quale parterre più adatto per parlare di crimine e criminalità? Magari un commissario (e quello più o meno c’era), un sociologo, un antropologo, uno psicologo, un criminologo, un giudice… chissà.

Dopo le presentazioni capisco subito che la serata si tradurrà molto probabilmente in una lunga elencazione di numeri e statistiche, di tabelle e percentuali, il tutto puntualmente condito di considerazioni su ciò che è stato in passato e su ciò che è nel presente. E per il futuro? Non si sa, non ci sono i dati…
Vabbè, ma almeno qualche previsione potevano azzardarla però!
Comunque, plaudo all’onestà intellettuale dei tecnici che, non avendo sfere di cristallo, generalmente evitano per mestiere di parlare di cose che non siano comprovate da dati certi. Evviva le certezze dunque!
Ma di quali certezze stiamo parlando? Ebbene ve lo dico subito: la più eclatante è che l’Italia è il paese più mite e sicuro del mondo!
Proprio così. L’ha fatto intendere Nobili, l’ha confermato con tanto di tabelle luminose e illuminanti Crucianelli, l’ha ribadito alla fine Modonesi, aggiungendo che il vero problema sta nella “percezione”.
Ma “percezione” è comunque una parola e delle parole tratterei alla fine, concentriamoci pertanto sui numeri (che in ogni caso non trascriverò).

Da qualche anno, in Europa, così come in Canada e Stati Uniti, i crimini più violenti contro la persona, ovvero gli omicidi, sono in calo. L’Italia segue il trend di tutti gli altri paesi occidentali, col pregio di essere tra i paesi a più basso indice di violenza d’Europa. Se a questo aggiungiamo che l’Europa è il continente col più basso indice di violenza di tutti e cinque i continenti, l’equazione dei nostri esperti “Italia uguale isola felice” non fa una grinza.
La questione si fa più delicata e complessa quando spostiamo lo sguardo su altri tipi di crimini, come gli stupri e le lesioni gravi, ma soprattutto sui crimini contro la proprietà, come i furti e le rapine.
In questo caso, purtroppo, il panorama appare invece preoccupante: i numeri infatti ci dimostrano che sono in costante aumento i furti commessi nelle proprietà private (appartamenti, ville, luoghi di lavoro), ed è soprattutto il fenomeno delle rapine effettuate all’interno delle abitazioni che desta più sconcerto. Si tratta ormai di una pratica criminosa sempre più frequente che prende di mira le case isolate di campagna, magari abitate da persone anziane che hanno scarse possibilità di reagire e difendersi. Lo sconcerto aumenta quando al furto si aggiunge il pestaggio delle vittime inermi, spesso gratuito, immotivato e inferto con inaudita violenza, che qualche volta ha provocato la morte dei rapinati.
Questa generale tendenza al rialzo dei reati di tipo predatorio (termine usato dagli esperti), ossia contro la proprietà, inizia e prosegue costante da vent’anni ad oggi e, dai dati evidenziati, la prospettiva di un’inversione di tendenza non lascia molto margine all’ottimismo. Quindi, a metà serata, la domanda che mi pongo è se l’Italia sia davvero un’isola felice, o forse si profili l’ipotesi di qualcosa simile alla rassegnazione ad accettare un progressivo peggioramento delle proprie sicurezze con l’idea (ribadita con insistenza dalle istituzioni presenti) che altrove sia stia decisamente peggio.

E Ferrara? La nostra città e il nostro territorio rispecchiano sostanzialmente l’andamento nazionale con una “piccola” differenza in controtendenza, ovvero l’aumento degli omicidi: nella nostra provincia, nel 2015 ci sono state quattro uccisioni! Il dato è comunque del tutto eccezionale poiché, si affretta a dire Crucianelli, la casistica di omicidi nel nostro territorio resta talmente bassa (in media zero o un omicidio all’anno) che quest’ultimo dato non può rappresentare un valore di tendenza utile a fini statistici. In pratica, nel nostro futuro, la possibilità di essere più o meno ammazzati lo scopriremo solo vivendo.
In aggiunta a queste considerazioni e grazie alle domande di alcuni giornalisti meno annoiati di altri, è poi emerso che, restando sempre in ambito ferrarese, è avvenuto un progressivo spostamento degli equilibri nelle attività di smercio e spaccio della droga, mercato che da qualche tempo è passato nelle mani della comunità nigeriana, relegando al secondo posto gli spacciatori magrebini che ne detenevano il controllo da anni. Resiste qualche outsider italiano che spaccia facendo concorrenza a proprio rischio e pericolo agli africani. Risulta, tra l’altro, che gli stessi nigeriani gestiscano il racket della prostituzione delle ragazze di colore, all’interno di un apparato organizzativo che allunga le sue maglie ben oltre i confini del nostro territorio.
A questo punto, all’esplicita richiesta di qualcuno di poter avere qualche informazione più precisa sulla provenienza della droga che viene smerciata nelle nostre strade, Crucianelli si trincera in un ben collaudato “Non posso rispondere perché sono informazioni riservate e le indagini sono tuttora in corso”, che personalmente ho inteso in questo modo: “Accontentatevi di quel poco che vi ho detto perché lì in mezzo ci sono nostri infiltrati che rischiano la pelle”.
Con tutto ciò, resta da dedurre che il mercato della droga è e rimane un affare tra extracomunitari, e questo già si sapeva.

Ma c’è dell’altro. Sempre negli ultimi anni, per quanto riguarda le lesioni personali, gli stupri e altri reati come scippi e borseggi, i dati oscillano tra alti e bassi in un sostanziale equilibrio verso l’alto, cioè in una generale tendenza ad aumentare. Anche se i fattori che portano a questo risultato sono diversi e necessitano di approfondimento. In altre parole, se il tendenziale aumento delle aggressioni e delle violenze personali viene motivato da un aumento della litigiosità tra le persone (a questo punto sarebbe stato opportuno capirne pure le cause, magari coinvolgendo sociologi e antropologi, o no?), l’aumento degli stupri e delle molestie sessuali ai danni delle donne viene spiegato con una maggiore sensibilità al problema che è all’origine di un aumento delle denunce, come dire: siccome sappiamo che spesso in passato tali stupri non venivano denunciati, non possiamo affermare con certezza che rispetto a prima ci sia stato un oggettivo aumento dei reati oppure solo un aumento delle denunce.
Viene poi fatta un’ulteriore considerazione che delinea un generico identikit di chi commette questi crimini: sono giovani maschi di età compresa tra i quindici e i trent’anni circa!
Ebbene sì, avete letto bene, sono giovani maschi… Io mi sarei aspettato che dicessero che erano vecchiette psicopatiche o casalinghe frustrate, o mariti cinquantenni in piena crisi di mezza età. In pratica una rivelazione sorprendente!
Nonostante il generale clima di ottimismo e buona volontà che si respira all’Arengo, posso dire, a mio modesto e insignificante parere, che le prospettive per il futuro appaiono desolanti.

Certo è vero, rispetto agli altri paesi occidentali, il nostro rimane tuttora in una condizione privilegiata a basso indice di criminalità violenta, è un fatto indiscutibile. Guardando però meglio quali sono gli altri paesi con cui ci confrontiamo, alcune cose mi appaiono più chiare: se lasciamo da parte il caso di Stati Uniti e Canada che hanno contesti storici e sociali assai differenti dal nostro (e che comunque stanno registrando negli ultimi anni, a differenza di noi, un repentino calo del tasso di criminalità), vediamo che in Europa al primo posto tra i paesi più violenti c’è il Regno Unito (che peraltro, come oltre oceano, sta avendo anch’esso un notevole calo di criminalità), seguito da Francia e Germania. Paesi dunque con una componente multirazziale assai più radicata e diffusa della nostra, ma anche con un’economia più stabile e florida di quella italiana.
All’incontro si è pure accennato ad una maggiore devianza giovanile di questi paesi rispetto al nostro, fenomeno ad esempio testimoniato dall’incredibile divario del numero di giovani attualmente nei riformatori inglesi rispetto a quelli italiani (circa quarantamila in Inghilterra contro gli appena millecinquecento in Italia), certo occorre anche dire che l’ordinamento giudiziario britannico è assai diverso rispetto al nostro e simili differenze andrebbero analizzate in modo più serio e approfondito.

A questo punto mi assale una serie di dubbi e quesiti, il guaio è che ho la spiacevole consapevolezza che gli esperti interlocutori che ho di fronte non possano soddisfare le domande che mi faccio e vorrei far loro, semplicemente perché rispondere a tali domande non rientra nelle loro competenze. Per cui non mi resta che esporle adesso, sperando che qualche lettore più illuminato di me abbia le risposte.
Per quanto ancora resteremo un paese a basso indice di criminalità violenta se il nostro apparato statale persevera nella sua politica di accoglienza d’emergenza, senza cioè un serio ed accurato programma d’inserimento sociale e lavorativo duraturo dell’immigrato? Voglio dire: è logico accogliere fiumi di disperati, ospitarli in strutture provvisorie (spesso creando contrasti con le popolazioni che entrano forzatamente in contatto coi rifugiati), accudirli, affidarli a organizzazioni di assistenza sociale per un periodo di tempo limitato, e, scaduto il tempo, abbandonarli a se stessi, senza lavoro né soldi, in una società che li vede come degli intrusi? Accogliere persone e sistemarle come pacchi qua e là senza un programma di inserimento sociale serio e complesso a lungo termine non genera il rischio di aumentare malcontento e frustrazione sia tra coloro che arrivano che tra coloro che già abitano nel territorio? Non è forse questo modo di concepire l’accoglienza che ha causato il proliferare di enclave etniche chiuse, terreni fertili per la criminalità, come l’esempio della comunità nigeriana di Ferrara starebbe a dimostrare? Non è forse vero, ad esempio, che gran parte dei furti e delle rapine nelle ville sono commessi da persone originarie dell’est europeo?

Credo che abbiamo di fronte un problema serio: ovvero la tendenza da parte delle istituzioni a mettere in conto un progressivo innalzamento del livello di criminalità come un fatto inevitabile e fisiologico. Fatto generato da un contingente mutamento sociale in direzione di quel melting pot previsto e preventivato da certa parte politica. Se a questo aggiungiamo la difficoltà del paese ad uscire da una crisi economica che si trascina da anni e, contrariamente ai proclami di ripresa occupazionale che puntualmente vengono annunciati dal governo per essere poi subito smentiti dalla realtà, continua a rilasciare per strada migliaia di disoccupati, si comprende quanto questa compressione sociale stia evolvendo in un potenziale e pericoloso teatro di nuovi conflitti tra poveri.
E ribadisco il concetto di “guerra tra poveri” che di implicazioni razziali ha poco o nulla, poiché, a proposito di percezioni più o meno motivate dai fatti, è un fatto che molti pregiudizi si siano concentrati in comunità come quelle slave e rumene che, almeno da un punto di vista “razziale”, sono assolutamente identiche agli italiani. In effetti un italiano non è più razzista di un rumeno, di un albanese, di un serbo, o di un nigeriano, di un pakistano, di un cinese, eccetera. E nigeriani, tunisini, filippini e tutti gli altri non sono più violenti di noi italiani.
Da sempre, la tendenza è di guardare agli individui e alle comunità giudicando le loro azioni e i loro comportamenti per etichettarli e trasformarli in strumenti di propaganda ideologica in un senso o nell’altro. E da sempre l’errore è quello di trascurare le cause profonde all’origine di tali comportamenti che sono uguali per tutti, a prescindere dal colore della pelle e dalla provenienza.
Se creiamo le basi per generare malessere sociale, ovvero un abbassamento generalizzato della qualità della vita (l’aumento della disoccupazione e della soglia di povertà, la concentrazione nel territorio di altri gruppi etnici percepiti come possibili minacce, un sempre più diffuso sentore comune di ingiustizia sociale seguito da una conseguente mancanza di fiducia nel futuro), corriamo il grave rischio di trasformare la nostra società in una polveriera di conflitti e violenze dalle conseguenze inimmaginabili.

Concludo tornando all’argomento criminalità: secondo gli esperti della serata quindi, il nodo non sarebbe tanto nel pericolo concreto corso dal cittadino, ma nella “percezione” che quest’ultimo ha del pericolo. In altre parole trattasi più di pericolo paventato che reale! Vuoi vedere che siamo tutti diventati dei timorosi visionari, palesemente insicuri e pure un po’ vigliacchi? Può darsi, ciò non toglie che quando si “percepisce” qualcosa, spesso e volentieri ci si azzecca.

Europa, cronaca di una morte annunciata. Ma ora spunta la trama neoliberista

Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, mercoledì 14 settembre al Parlamento Ue ha sintetizzato il suo pensiero.
“Il Patto di stabilità – ha detto – non deve diventare un patto di flessibilità, ma deve essere applicato con flessibilità intelligente per non ostacolare la crescita dell’economia”.
Viene in mente la canzone di Elio e le storie tese: “Né carne né pesce, la mia angoscia non decresce”.
Se avesse detto che le regole vanno rispettate, avrebbe strizzato l’occhio alla Germania. Se avesse detto più flessibilità nei bilanci pubblici, avrebbe voltato le spalle a frau Merkel. Ha invece detto entrambe le cose, con l’aggiunta dell’aggettivo intelligente, che vuol dire che Bruxelles si barcamenerà per non scontentare nessuno.
Né carne, né pesce, appunto.
C’è chi fa notare che così l’Europa muore lentamente, lasciando marcire i problemi anziché risolverli. Nel senso che se l’andazzo rimane questo, per l’Ue diventa quantitativamente preoccupante il tempo perso rispetto a quello che ha davanti di realizzazione compiuta in senso politico.
Per qualcuno, non da oggi, questa è una politica pessima, perché non serve a risanare i conti pubblici, né a fare ripartire l’economia (la crescita). Al massimo serve a sopravvivere a qualche scadenza elettorale o referendaria. A tirare a campare, anche se pare di capire non sia utile neppure più a questo, visto l’esito del recente voto amministrativo tedesco.
Ciò su cui non si decide è se sia preferibile accettare la linea teutonica di una riduzione in tempi brevi di deficit e debiti pubblici, sperando che risanati i bilanci torni l’ottimismo e l’economia riparta alla grande. Oppure se sia meglio sospendere il patto di stabilità il tempo necessario per spingere la ripresa, con una decisa riduzione delle tasse e con un programma energico di investimenti pubblici. Si incorrono espressioni come “ci vuole una scossa”, un piano Marshall, un nuovo New Deal come ai tempi di Roosevelt dopo la grande crisi del ’29. Altro che continuare a contenere col bilancino il rapporto deficit – Pil sotto il tre per cento.
E’ chiaro che questa seconda via significa fare nuovo debito. Hai voglia a dire keynesianamente che poi dall’imponente e virtuoso circuito di lavoro, reddito, consumi e produzione, allo Stato tornerebbero per via fiscale le risorse per ripianare i conti, ma per un paese come l’Italia che nell’improbabile disciplina olimpica di indebitarsi è costantemente da medaglia, il solo pensiero di allargare i cordoni della borsa è più che comprensibile che faccia venire l’orticaria a più d’uno. Fa oggetivamente cascare le braccia lo slogan dei pugni sul tavolo (ce lo ricordiamo?), sbraitata a vanvera da pezzi di classe dirigente in evidente stato confusionale e dai trascorsi politici (e personali) marchiati dall’imperdonabile disinvoltura nell’amministrare il denaro pubblico.
E però continuare con la filosofia dello zero virgola – del Pil, del deficit, dei margini di flessibilità, della quota investimenti da escludere dal computo del patto di stabilità – sembra chiaro che non si va da nessuna parte. Come dimostra il fatto che con questa ricetta ben poca strada si è fatta dallo scoppio della grande crisi sul finire dello scorso decennio (tranne gli interessi di pochi).
Ma perché non si decide mai per una strada o per l’altra e si rimane in un pantano capace solo di prolungare un’agonia, il cui esito pare già ampiamente scritto? Agonia di un progetto, al cui servizio persino il simbolo di Ventotene è ridotto a un liturgico e cinico fondale.
I motivi sono tanti naturalmente. Politico, anzitutto, di un’Europa in perenne indecisione fra un assetto intergovernativo e uno compiutamente federale.
Ma forse c’è un motivo, non spesso ricordato, che può essere la base di tante conseguenze.
Luciano Gallino in un’intervista il 5 maggio 2011 puntò il dito sul modello di neoliberalesimo. Fin dalla fine degli anni trenta, ricorda il sociologo italiano scomparso nel 2015, economisti della scuola neoliberista si riunirono a Parigi per un progetto di rinnovamento del capitalismo. Crearono vere e proprie fabbriche di pensiero, fra cui la Mont Pelerin Society (Svizzera 1947). Le conferenze Bilderberg (dal paesino olandese dove ebbero origine nel 1952) avviarono un’elaborazione ideologica e politica mirata a fare breccia nei media e nelle università. “Direi – disse Gallino – che la dottrina neoliberale diviene dominante nelle università. Il 90, se non addirittura il 98 per cento dei corsi universitari di economia dagli anni Ottanta/Novanta in poi sono orientati in senso fortemente neoliberale e si basano su postulati come “il privato produce qualsiasi cosa in modo più efficiente che non il pubblico”, e così via”.
Un’ideologia potente quindi, rivestita di una corazza impenetrabile e diventata l’unità di misura delle politiche economiche di governi, capi di stato e cancellerie.
Una lettura che trova conferma nell’analisi di Sebastian Dullien e Ulrike Guérot (Il Mulino 4/2013).
Per i due studiosi tedeschi il chiodo fisso di Angela Merkel è l’espressione tipicamente germanica di tale scuola di pensiero. L’ordoliberalismo, come viene chiamata questa declinazione, trova il suo punto centrale nell’opporsi, tra l’altro, all’intervento nel normale andamento dell’economia, respingendo “il ricorso – scrivono – a politiche fiscali e monetarie espansive per stabilizzare il ciclo economico in una recessione ed è, in questo senso, anti-keynesiano”.
Un pensiero che avrebbe esercitato una potente influenza, tanto che sarebbe “corretto affermare – aggiungono – che oggi la maggioranza degli economisti accademici tedeschi si definirebbe liberale”.
Secondo questa dottrina, molto in breve, per ripristinare una situazione perfettamente concorrenziale basterebbe che ciascuno facesse i propri compiti a casa, che significa tagli al disavanzo, conti pubblici in ordine, rispetto del Patto di stabilità e Fiscal compact. Da qui anche lo scetticismo con cui si guarda al programma di acquisto dei titoli da parte della Bce.
E pensare che lo stesso John Mainard Keynes si definiva un liberale e ricorda Edmondo Berselli nel suo libro “Sinistrati” (2008), che l’economista britannico una volta prese la parola a Cambridge nell’anno di grazia 1926 per dire che se noi riusciamo a portare a zero i salari, non solo a ridurli, la disoccupazione per miracolo scompare, perché tutti hanno interesse a impiegare manodopera che non costa nulla. Il problema è che con le tasche vuote dei lavoratori crolla la domanda aggregata.
Come dicono gli animal spirits delle teorie neoliberiste più ardite, affamare il cavallo può essere una soluzione, dove per cavallo s’intende quella sanguisuga dello Stato, ma se il cavallo stramazza la musica cambia.
Il problema è che se sono vere queste analisi, c’è da vincere una battaglia ancor prima culturale e scientifica, che politica.
Il dubbio è se c’è tempo sufficiente a disposizione per partire da così lontano, perché la politica si convinca che è giunto il momento di cambiare passo. Ammesso che la politica conti ancora qualcosa.

Ferrara, 15 settembre 2016

ELOGIO DEL PRESENTE
La crisi della politica e l’ideologia della narrazione

I partiti tradizionali sono in crisi e così la politica che su quel modello si era articolata: ne sono segni evidenti la corruzione, l’immagine di una casta legata a conservazione del potere proprio piuttosto che al bene pubblico, il degrado della democrazia interna. Una larga parte della crisi della politica è opera della politica stessa, che ha accentuato la ricerca del consenso immediato e la difesa di interessi personali, a partire dalla preoccupazione alla propria rielezione.
La crisi della politica ha anche origini nei cambiamenti sociali, nella scomposizione e declino dei gruppi sociali compatti che avevano caratterizzato l’Italia del dopoguerra, nella crisi delle ideologie che sono state a lungo elementi di aggregazione di masse accomunate dalla percezione di un comune destino. Le ideologie, oltre che espressioni di pensieri forti (nel senso di chiusi e divisivi), sono state espressione di blocchi sociali compatti che attorno a esse potevano riconoscersi e alimentare identità altrettanto compatte. La progressiva differenziazione sociale e l’emergere della società degli individui hanno cambiato definitivamente lo scenario, aprendo la possibilità – almeno auspicata – di un confronto più laico e aperto.
Con la crisi della politica e dei partiti che l’hanno interpretata è venuto meno un articolato sistema di rappresentanza – il sistema dei cosiddetti corpi intermedi – così oggi non esiste più una corrispondenza tra gruppi sociali e aree di affiliazione, in sostanza non è più chiaro chi rappresenta chi. I gruppi sociali deboli perdendo i tradizionali canali di rappresentanza, avvertono il venir meno di qualsiasi protezione. Insieme alla protezione viene meno la possibilità di riferimenti identitari. Così, di fronte alla crisi delle ideologie tradizionali (la crisi delle grandi narrazioni, ovvero di visioni del mondo alternative e compatte) riemerge in altre forme l’esigenza di narrazioni che forniscano supporti di senso alla vita quotidiana. Le narrazioni sono sempre importanti in quanto forniscono modelli mentali per interpretare i fatti, aiutano a ricostruire un nesso tra passato e presente, ci permettono di immaginare traiettorie di vita diverse da quelle presenti. Le narrazioni sono, quindi, un costrutto dell’identità, un dispositivo per elaborare criteri di scelta e per ridurre l’incertezza proposta dal mondo intorno a noi.
Le narrazioni a cui la politica fa oggi ampio ricorso – condensate nel pensiero personale del leader –diventano la nuova base dell’appartenenza, ma non sono molto diverse da quelle che condensavano le profonde differenze ideologiche che segnavano la contrapposizione tra cattolici e comunisti negli anni Cinquanta o Sessanta. Le narrazioni odierne restano fortemente divisive, non meno di quanto fossero le ideologie forti, ancorché costruite su fatti e su emozioni più contingenti. Le narrazioni odierne sono l’espressione e lo strumento di battaglie di potere personale giocate su tecniche comunicative piuttosto che su contenuti e programmi. I partiti nella loro semplificata e aggressiva comunicazione quotidiana interpretano la nuova ‘ideologia della narrazione’, offrendo una debole risposta alle frantumazioni identitarie e all’incapacità di elaborare scenari futuri credibili nel lungo periodo. Le forme della comunicazione del magmatico mondo del populismo (termine che uso qui per connotare uno stile prima che aggregazioni politiche) sollecitano appartenenze emozionali piuttosto che adesioni razionali a questa o a quella proposta politica. Ma la democrazia ha bisogno di proposte politiche concrete e di visioni di lungo periodo.

[Mercoledì 4 maggio alle 17,30 alla libreria IBS+Libraccio di Ferrara Maura Franchi e Augusto Schianchi presentano “Democrazia senza” (Diabasis) e discutono con Patrizio Bianchi e Sergio Gessi sulle difficoltà odierne della democrazia]

Maura Franchi vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi presso il Dipartimento di Economia. Studia le scelte di consumo e i mutamenti sociali indotti dalla rete nello spazio pubblico e nella vita quotidiana.
maura.franchi@gmail.com

LA RICORRENZA
In memoria di Pasolini

Comunque si pensi, l’influsso che i maestri hanno avuto sui loro allievi non va preso alla leggera. Soprattutto se il mestiere che ti sei scelto sarà quello di professore. Allora prendendo le mosse dalla compagine orchestrale si capisce come i musicisti siano ‘professori’ e il direttore ‘maestro’ colui che ti indirizza e ti provoca a tirar fuori il meglio che sai fare. Non è un’imposizione ma la possibilità di dare il meglio. Puoi anche non essere d’accordo con il maestro e avversarlo o prendere strade diverse. Quello che comunque resta indiscusso è che il maestro ti dà l’incipit: quello è il suo scopo e la sua missione (per favore, scrivetelo con la e finale invece dell’abusata e stupida ‘mission’). In un mondo dove tutti sono professori e dove mancano i maestri ripenso con nostalgia e con orgoglio alla mia educazione culturale quando, accanto a maestri sommi, un fervido clima di rinnovamenti sociali, politici, etici e culturali si compiva e nello stesso tempo si concludeva la grandissima stagione del rinnovamento che verrà segnata dalle stragi ma anche dalla speranza. E in questo clima e per queste ragioni che Pasolini viene assassinato,

Negli anni Sessanta un Maestro amatissimo come lo storico della lingua Giovanni Nencioni ci insegnava che se avessimo dovuto indicare i veri innovatori linguistici non ci dovevamo rivolgere solo al Gruppo ’63 o all’esperienza dei Novissimi ma rivolgerci a Pasolini e a don Milani che nel loro campo avevano saputo mescolare esperienze diverse e risolvere in modo assai originale il rapporto lingua-dialetto o la vecchia eredità di Verga – e ancor più di quella manzoniana – con il concetto che la scelta linguistica è dettata dall’uso.

Non sono mai stato un ammiratore acritico dei romanzi ma soprattutto della poesia pasoliniana. Eppure ne ho sempre riconosciuto l’impatto linguistico a cominciare dallo sdoganamento del romanesco come lingua comune. Le mie preferenze vanno al Pasolini critico e soprattutto al regista tra i sommi del secolo passato. Ma tutto questo fa parte del mestiere di critico.

Se i ricordi vengono trascelti non dalla memoria involontaria come ci ha abituato a pensare Proust, ma da una selezione individuale che costruisce la realtà così come tu pensi sia e debba essere, l’impatto che ha suscitato in me quella morte e quello strazio ricostruisce esattamente il luogo e il tempo. Stavo guidando e la notizia mi arriva esattamente dalla radio mentre stavo svoltando da piazza Ariostea per immettermi in corso Porta mare. Era il tramonto e le ombre degli alberi si allungavano sulla via che stavo percorrendo nel più perfetto clima del giorno dei morti.

Il poeta più vitale, più innamorato della vita ritorna alle Madri in un (forse) voluto richiamo e fascino al mondo dei morti. Come Orfeo si è voltato indietro e come Orfeo sarà straziato dalle Menadi. Si rileggano le pagine fondamentali di Cesare Segre a prefazione dei pasoliniani “Saggi sulla letteratura e sull’arte” nei Meridiani. Il titolo centra perfettamente la qualità e anche il limite di Pasolini: “Vitalità, passione, ideologia”.

Chi si ricorda nelle giovani generazioni del significato di un termine come ideologia? Spesso volontariamente confusa con alcune declinazione di questo termine ormai aborrito: ideologia del terrore, ideologia religiosa, ideologia nella e con la politica.

Eppure per Pasolini che denunciava questi modi d’intenderla sopravviveva il senso di un’ideologia naturalmente intrecciata alle nostre radici. Ecco allora la difesa dei poliziotti eredi della civiltà contadina contro la scelta per lui anarchico-borghese degli studenti in lotta. Difendere l’arcaicità di certe scelte era accostarsi al mito nella sorgente più pura e legata alla sua profonda conoscenza della letteratura e dell’arte antiche. Oppure seguire i suoi maestri si chiamassero Longhi o i surrealisti. Riuscire a combinare in maniera travolgente e unica le varie espressioni in cui si declina l’arte come specchio della realtà: prosa, poesia, critica, cinematografia, musica. Non importa poi quale sia il risultato ma invece importa il metodo. E nella vitalità come pienezza di vita, eccesso di vita, incontrare il suo opposto la morte nella pienezza della sua esistenza lui, ormai celebrato tra le figure più amate e ri-conosciute della cultura internazionale.

La visività di Pasolini per cui penso sia da accostare proprio ai grandi ‘visionari’ di ogni tempo hanno da sempre accompagnato un mio percorso personale tra poesia e arte figurativa: Ettore il figlio di Mamma Roma che muore per i maltrattamenti subiti nel letto di contenzione come il Cristo morto di Mantegna; il viso della madre di Pasolini come Maria nel Vangelo secondo Matteo L’episodio della ‘Ricotta’ con la deposizione dalla Croce, raffigurazione visiva della ‘Deposizione’ di qualche grande manierista fiorentino, ma soprattutto ‘Medea’ dove la grandezza del poeta riesce a cogliere due miti solo per forza di visioni ovvero d’immagini: quella di Medea l’arcaica e selvaggia regina del mito e quella della Callas il cui mito è affidato al suo canto. Ma in Medea la Callas pronuncia solo poche parole e noi nella mente le rielaboriamo.

Era il 1969. E le musiche sono scelte da Pasolini stesso e da Elsa Morante. La rivoluzione culturale del ’68 è ormai compiuta e trionfante. Pasolini è ucciso nel 1975. I delitti di Stato prendono il posto della rivoluzione culturale.

I misteri continuano come lui stesso aveva previsto nell’incompiuto ‘Petrolio’ uscito postumo.

La sua morte non può essere riscattata da alcuna commemorazione retorica perché chi uccide un poeta nega la realtà della vita.

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I due pregiudicati

Accadono eventi che funzionano da specchio morale per una società, più di quanto possano fare inchieste o analisi raffinate. Ne cito due accaduti a distanza di tempo. Alcuni anni fa a Cagliari un gruppo di professori propose di intitolare la nuova scuola media ad Antonio Gramsci. La proposta fu presentata al Consiglio di Istituto e fu bocciata. Ne scaturì una vivace polemica pubblica che coinvolse la città e i giornali. A conclusione arrivò, finalmente, la replica del presidente del Consiglio di istituto che motivò così la decisione della scuola: “Ho il dovere di richiamare all’osservanza delle disposizioni ufficiali: c’è una circolare che fa esplicito divieto di intitolare un Istituto a persona con precedenti penali”.

E ora spostiamoci ai nostri giorni. Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale (e in attesa di processi per reati ancor più gravi) viene ricevuto al Quirinale con tanto di solenne saluto e omaggio da parte dei corazzieri, come un normale e onesto leader di partito.
E le reazioni a questi due eventi? Nel tempo in cui accadde il fatto di Cagliari non ci fu un intervento dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione, anche se negli anni citazioni di Gramsci tratte dai suoi “Quaderni del carcere” sono state proposte dal Ministero per i temi dell’esame di Stato. Cosa del resto ben giustificata considerato che Gramsci è, oltre che un martire antifascista, uno fra i più grandi intellettuali del novecento europeo.

Anche sulla vicenda “Berlusconi-Quirinale” si è fatto finta di niente. E persino i contrari si sono ben guardati dal protestare per questo scandalo consumato nel più alto luogo simbolico dello Stato di diritto democratico e costituzionale. E’ fatto così il nuovo tempo della politica post-ideologica! Si archivia subito tutto. Si parla d’altro, perché riflettere su ciò che imbarazza potrebbe provocare conseguenze a cascata incontrollabili. E poi, per i politici navigati, c’è sempre una citazione di un poeta o un romanzo ben scritto per sublimare i vuoti di coscienza e nutrire le anime belle con qualche porzione di ‘pappa del cuore’.

Vi è molta miopia e cecità in questo comportamento. Si sottovaluta l’effetto imprevedibile che può provocare il continuo accumularsi di materiale infiammabile. Si preferisce puntare, consapevolmente, da parte delle élite politiche (sempre più meritevoli del titolo di casta: rottamati, rottamatori e riciclati) sull’effetto narcotizzante provocato dall’abitudine a convivere ormai con ogni tipo di schifezza morale. Anche le voci autorevoli si fanno sempre più fievoli e stanche, quasi subissero il condizionamento di chi circonda la loro indignazione di sarcasmi o di pietosa sopportazione.

Almeno ci venisse risparmiata la retorica sui valori, la speranza per un futuro migliore, il trionfo della novità epocale! No, devo anche sciropparmi le prediche sulla nuova spiritualità della politica di Brunello Cucinelli, che parla ispirato e folgorato sulla via… di Renzi. O l’altro grande creativo, Roberto Cavalli, che annuncia che di figure come Renzi, a Firenze, ne nascono una ogni 500 anni. Sono solo due esempi della sobrietà e del pragmatismo della politica post-ideologica. Amen.

Fiorenzo Baratelli è direttore dell’Istituto Gramsci di Ferrara

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