Il dispositivo, ovvero la fabbrica che produce i mostri
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Il dispositivo, ovvero la fabbrica che produce i mostri
Su questa intuizione (giusta, peraltro) si regge buona parte della cultura che chiamiamo, un po’ per pigrizia, un po’ per superficialità, “politicamente corretta” . L’idea è nota: il linguaggio non fotografa la società, la plasma. Perciò cambiare le parole significa cambiare il mondo.
Da qui la battaglia lessicale: espellere certi termini perché feriscono, perché escludono, perché nominano male; sostituirli con altri, più giusti, più inclusivi. Promuovere forme di espressione che riconoscano pari dignità a tutti gli individui riducendo pregiudizi storici e stereotipi che gravano sulle minoranze.
Ma non si tratta solo di semplici buone maniere, di tatto, di senso civico e di doverosa attenzione verso chi, magari, è stato storicamente escluso o svantaggiato anche attraverso un uso troppo disinvolto del linguaggio comune. Si tratta di un’azione vasta e sistematica di etichettatura su base linguistica, di ordinamento che giudica e classifica e condanna parole, storie, discorsi e persone, gruppi, scelte ed idee.
Per il politicamente corretto, chi non accetta la correzione, chi resiste alla sostituzione non commette un semplice errore grammaticale; commette un reato morale. Ed ecco che, puntualmente, chi resiste, chi dissente in qualsiasi maniera dalla narrazione politicamente corretta viene nominato in modo infamante: razzista, fascista, omofobo, complottista, sessista, antisemita, negazionista (e così via).
Fin qui la superficie. Ma se prendiamo sul serio la premessa — le parole fabbricano realtà — accade qualcosa che nessuno ha voglia di guardare seriamente in faccia. Perché allora, anche quelle parole lì, “razzista”, “fascista”, “omofobo”, “antisemita”, scagliate contro chi tale non è, contro chi non si allinea, non descrivono un fatto necessariamente preesistente. Lo producono. E la macchina, invece di ridurre i mostri, si mette a fabbricarli in serie.
Chiamiamola col suo nome: il dispositivo.
Il dispositivo funziona così. Prende una parola nata per indicare un comportamento documentabile — il razzismo, ad esempio, è una cosa reale, precisa, perfino misurabile— e la dilata fino a farle indicare, non più un atto, ma un’appartenenza. Non più ciò che uno fa, ma da che parte sta e peggio ancora: ciò che è.
A quel punto “razzista” non serve più a descrivere: serve a condannare senza appello. Ogni resistenza all’ordine del discorso diventa prova di colpa. E siccome le resistenze sono tante, ecco l’Italia miracolosamente popolata e saturata di razzisti, di omofobi e, soprattutto, di fascisti come non se ne vedevano dai tempi del fez.
È la stessa dinamica dell‘inflazione monetaria, e conviene tenerla a mente perché è impietosa. Quando lo Stato stampa troppa moneta, ogni banconota vale meno. Quando stampiamo troppe accuse, ogni accusa pesa meno. A furia di dare del razzista a chiunque storca il naso, la parola si svuota e rischia di non pesare più nulla il giorno in cui serve davvero, contro il razzismo vero, quello che rovina le vite.
È un disarmo semantico che ci infliggiamo da soli. Chi ha a cuore le vittime reali della discriminazione dovrebbe essere il primo a preoccuparsi ed anzi ad infuriarsi per questo spreco linguistico.
Ma c’è un secondo effetto, più sottile e più grave. Un sistema che genera i propri nemici nominandoli non può più farne a meno; ne ha bisogno. Il nemico non è l’ostacolo da rimuovere: è il combustibile che tiene acceso il motore. Serve un flusso costante di reprobi da additare, perché è additandoli che il gruppo si tiene insieme, si riconosce, si sente dalla parte giusta.
Il capro espiatorio, si sa, esiste da che mondo è mondo. La novità è che qui non viene sacrificato una volta per placare la comunità: viene rigenerato ogni mattina, all’infinito. Non si vince la guerra. Si ha bisogno che la guerra non finisca mai (Qui un precedente articolo di Periscopio che descrive il processo di costruzione del nemico necessario).
E qui arriva la contraddizione più grande.
La regola che il pensiero politicamente corretto impone a tutti gli altri è questa: nessun linguaggio è innocente, ogni parola è situata, ogni discorso esercita potere e produce esclusioni. Benissimo. Verissimo, anche. Ma allora vale pure per loro, per le milizie del politicamente corretto. Anche l’accusa “sei razzista” è situata, esercita potere, esclude.
Non esiste un balconcino neutro da cui pronunciare la sentenza restando puliti. Eppure il dispositivo si comporta esattamente come se quel balcone esistesse: tratta il proprio dire come pura constatazione di un fatto (“è così e basta”) e il dire di tutti gli altri come sospetto, interessato, da smascherare. Si riserva, cioè, l’unico posto che la sua stessa teoria ha dichiarato inesistente: il punto di vista di Dio, che vede senza essere visto e tutto giudica senza appello.
Non serve nemmeno stabilire se la premessa linguistica sia vera. Basta osservare che chi la predica non la applica a sé. Impone agli altri una legge da cui si auto-esenta. Ed è questo — non il contenuto delle richieste, non il voler difendere qualcuno dalla discriminazione, che è cosa sacrosanta — a rendere l’operazione autoritaria. La violenza non sta in ciò che si chiede. Sta nella pretesa di essere gli unici a parlare da un “luogo puro”.
C’è un’ironia finale, che ha il sapore amaro delle cose che si mordono la coda. Gli strumenti con cui il pensiero critico ha imparato a smontare il potere — l’idea che il dominio si nasconde meglio quando fa passare la propria posizione per naturale, ovvia, neutrale — sono gli stessi che il politicamente corretto usa oggi senza applicarli a se stesso.
Nel momento in cui pronuncia (ad esempio) “inclusivo” come un fatto e non come una posizione, esegue alla lettera l’operazione che i suoi (e miei) maestri avevano insegnato a denunciare. Non tradisce la lezione per sbadataggine. Ne diventa il caso da manuale. Il regime che dice di combattere si ricostituisce dentro di lui, identico nella struttura, invertito soltanto nel segno.
E nulla è più potente di un potere convinto di essere ancora la ribellione: perché quella convinzione è precisamente ciò che lo rende invisibile a se stesso.
Resta la domanda scomoda, quella che di solito non ci si pone. A chi giova tutto questo? Mentre ci accapigliamo sull’orizzontale — identità contro identità, comunità contro comunità, parola contro parola — sul piano verticale, quello del denaro, del potere, delle piattaforme, della ricchezza che si concentra sempre più verso l’alto come non accadeva da secoli, non si muove foglia.
La rissa lessicale mantiene gli sguardi bassi, occupati, indignati. Ottimo servizio, per chi prospera e conta i soldi ai piani alti del potere. Il movimento politicamente corretto che giura di combattere il capitalismo globale gli fornisce, senza saperlo, il più efficace degli anestetici.
Non è un complotto. È qualcosa di peggio: è un’omologia funzionale, una convergenza che nessuno ha ordinato e che proprio per questo funziona benissimo. Il dispositivo che fabbrica mostri e il mercato che frantuma le solidarietà hanno bisogno della stessa materia prima — individui soli, sospettosi, oppositivi, giudicanti, divisi in mille tribù incapaci di allearsi e costantemente in conflitto. Si nutrono l’un l’altro. E noi, ogni mattina, alimentiamo entrambi, convinti di fare la cosa giusta.
Forse la domanda vera non è quali parole siano lecite: è se abbiamo ancora il coraggio di sospendere il processo e di osservare freddamente il funzionamento del dispositivo prima che sia lui, ad inglobarci definitivamente nelle sue procedure di funzionamento.
Cover: Foto di Gerd Altmann da Pixabay
Per leggere gli articoli di Bruno Vigilio Turra su Periscopio clicca sul nome dell’autore











Articolo magnifico, che merita più di una singola lettura.
Purtroppo siamo rimasti imprigionati nel linguaggio paradossalmente violento (politicamente corretto) e in un mare di informazioni tra le quali è quasi impossibile discernere se non il vero almeno il verosimile.
È vero, fa pensare.
Troppo impegnati a classificare perché è più facile
Effettivamente uscire da questa gabbia classificatoria (e un pò troppo persecutoria) è difficile…ma necessario se si vuole vivere quel pò di democrazia che è rimasta…
Grazie Bruno, bellissimo intervento. Personalmente andrei ancora più
A fondo: chi ha inventato il Politicamente corretto se non il padrone del vapore, della finanza e anche del vocabolario? Agli stessi a cui giova la rissa verbale per continuare a comandare in pace. Venendo a noi, ai piani bassi, le nuove parole non cambiano il mondo, lo “truccano”, e intanto sfogano la nostra impotenza o pacificano la nostra coscienza.
E’ così; tuttavia averne consapevolezza aiuta ad uscire dalla trappola, affrontando peraltro i rischi evidenziati negli articoli precedenti (Fuori dalla curva e Il nemico necessario). E’ anzi uno stimolo per recuperare il senso delle parole, per usare parole desuete e per fruire meglio del vocabolario che la nostra lingua ci offre…
Bruno, bellissimo intervento. La parola crea e’ proprio così . Non è un caso che molti ritengano che sia proprio il poiein, la creazione poetica, a dare qualche chance al nostro futuro primo perché la poesia ha rispetto profondo per la Parola e anzi la salvaguarda a tutti i pericoli che il linguaggio parlante, calcolante , criticante la espone e, secondo, perché proprio nell’ultima parte del Libro di Giobbe è Dio stesso che impartisce al suo “povero servo” la lezione di come il mondo ( che la scienza oggi conosce) sia stato Creato in/dalla/con la Parola…
”…È forse per il tuo ingegno che spicca il volo lo sparviere e distende le ali verso il meridione? O al tuo comando l’aquila s’innalza e costruisce il suo nido sulle alture?”
Una vera e propria Storia Naturale “fabbricata” da Dio! Un Capolavoro!
Grazie Giuseppe, condivido (da amateur) per i nostri tempi, l’importanza di una radicale revisione personale del linguaggio che usiamo (che io uso) e, dunque, la fascinazione per il linguaggio poetico, libero. Esattamente quello che il politically correct imposto dall’alto, nega nei fatti. Bisogna recuperare (o ricreare forse) il potere generativo della parola, la creatività della parola, in tempi in cui la parola stessa è ridotta ad informazione, a brusio, a rumore privo di significato. Altrimenti saremo resi obsoleti dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale
Ho letto l’articolo e anche i commenti e sono stupita, perché probabilmente non l’ho capito. Forse ho bisogno di esempi concreti: è chiaro che l’argomentazione sia condivisibile nella sua formulazione verbale, ma non trovo definito nell’articolo l’oggetto a cui si riferisce. Definire l’oggetto del discorso il “politically correct” non mi dice nulla, anzi, mi fa pensare che sia il bersaglio sbagliato, perché non vedo come si possa criticare qualcosa che di per sé è “corretto”. Prendersela con il politicamente corretto in modo così generico non mi aiuta a capire cosa si stia criticando.
Io ho apprezzato e apprezzo i cambiamenti del linguaggio che adattano il nostro uso alla sensibilità e alle conoscenze attuali; si vedano, per esempio, tutti gli studi e la divulgazione di Vera Gheno. Si considerino anche gli insulti che le arrivano quando afferma quali siano le regole della grammatica italiana che richiedono un uso del femminile, uso che viene invece ampiamente rifiutato spesso da donne politiche che contestano, appunto, il “politically correct”. Quindi non capisco questa critica.
Posso immaginare che ci si riferisca a chi usa una lingua superficiale, che adotta i termini giusti ma mantiene comunque un tono violento. Ho scoperto per caso la comunicazione nonviolenta e penso che sia un prezioso strumento per riflettere su come ci rivolgiamo agli altri: l’attenzione non va tanto sulle singole parole, ma su come parliamo per imporre una manipolazione, proprio come in alcuni esempi citati nell’articolo. La mia idea è che questo sia il risultato dell’educazione che abbiamo ricevuto, a sua volta frutto del patriarcato. Perfino chi usa il politicamente corretto evita la violenza veicolata dal linguaggio; trovo però che il difetto non sia della formula linguistica, ma in chi la usa.
Innanzitutto grazie per il commento argomentato: la critica è fondamentale per comprendere meglio e per chiarire anche il proprio pensiero. Nell’articolo ho inteso evidenziare un aspetto (un dispositivo appunto) che nel suo funzionamento esclude, condanna, segnala appartenenze, e costruisce nemici da odiare; non a caso non ho toccato affatto questioni di genere ne ho menzionato il patriarcato che Lei evoca. Questo dispositivo si colloca comunque nell’ambito del pensiero politically correct imposto dall’alto, tema che richiede senz’altro un approfondimento che non posso dare in questa risposta (ma che intendo proporre in prossimi articoli). Con lei condivido invece l’idea che il modello di “comunicazione non violenta” di Marshal Rosemberg possa aiutare a superare proprio il problema che ho evidenziato nel dispositivo…purchè non venga a sua volta istituzionalizzata ed imposta dall’alto
Parole svuotate dai concetti, private delle loro radici etimologiche, contorte, stiracchiate, pervertite, scagliate addosso a qualcuno o a qualcosa. A questo assistiamo oggi, sempre più spesso, nei diversi spazi pubblici o privati. Parole usate come armi, per qualificarsi, erigersi, per attestare “da che parte si sta”. Più difficilmente per aprire, collegare, armonizzare, accompagnare. Comprendere. Parole figlie dei tempi, specchio e prodotto di una cultura.
E soprattutto, parole private da quel che dovrebbe tenerle assieme: la qualità di un’argomentazione, il processo logico e semantico che dovrebbe dare forza e senso al singolo concetto. In questo processo, se si è intellettualmente onesti, quali che siano le posizioni di partenza, l’altro diviene fondamentale.
Ricordo, dai banchi di scuola, il professore di filosofia raccontarci della “disputa scolastica”, pilastro del metodo di insegnamento e ricerca nelle università medievali, un vero e proprio duello intellettuale regolamentato. L’obiettivo non era sopraffare o annichilire l’avversario, ma giungere a nuove acquisizioni attraverso il setaccio della logica e del sillogismo. Una disputa che serviva da laboratorio logico per armonizzare e chiarire il sapere: smontare false certezze, allenare all’onestà intellettuale, affinare il pensiero critico, conciliare autorità opposte.
Il paragone con la modernità è indecoroso, fatte queste premesse.
In un’epoca in cui crediamo che progresso significhi necessariamente sviluppo, sia mai che i cosiddetti “secoli bui” abbiano da (ri)svelarci più di una buona lezione per i nostri (cupi) tempi?
Non riuscirei a dire meglio. Grazie per questo commento che descrive la matrice semantica del dispositivo e propone una soluzione realmente praticabile da ogni persona che intenda davvero dialogare liberamente e produrre conoscenza…