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Alla caccia della Volpe Verde. Sonnambulo

Alla caccia della Volpe Verde. Sonnambulo

Guadagnai la via del ritorno nel silenzio della tarda sera, muovendomi tra le strade di un paese ormai quasi addormentato. Scorgere l’insegna del Pontalba Hotel mi diede un senso di profondo sollievo. In quel rifugio provvisorio ritrovai un briciolo di calore, la rassicurante routine della mia stanza e la valigia che custodiva l’essenzialità spartana della mia casa trasportabile.

Presi le chiavi, salii i gradini e mi abbandonai a una stanchezza fluttuante, lasciando che il sonno si popolasse di sogni bizzarri. Mi pareva di essermi appena addormentato quando una luce intensa ferì i miei occhi. Sembrava la lama di un coltello affilato che squarciava il buio, lasciando irrompere i raggi del sole nella stanza, era già iniziato un nuovo giorno.

Mi svegliai con la strana sensazione di avere i tasti del PC ancora impressi sui polpastrelli e lo sguardo di Malù conficcato nella memoria. I suoi occhi erano azzurri o verdi? Quel dubbio aveva scavato profonde gallerie nei miei sogni.

Scesi nella hall, presi un caffè al volo da Erika e uscii dall’albergo senza incrociare nessuno. Sentivo il bisogno di una dimensione più raccolta, di un luogo in cui le cose avessero una forma morbida e un nome armonico, come la terra porosa che lascia passare i germogli.

Appena fuori dall’hotel c’erano panchine e alcuni tavolini, mi sedetti e guardai il cielo, limpido e azzurro. L’articolo per Tresciaone non era ancora finito. La volpe verde continuava a rimanere un mistero fitto, capace di intrecciarsi alla perfezione con le storie che la gente mi raccontava e con la vegetazione rigogliosa che avvolgeva il paese. In quel borgo pieno di alberi, fiori ed erba, i rami e le foglie si fondevano tra loro, quasi volessero custodire un antico segreto che era loro da sempre.

L’articolo per Tresciaone mi preoccupava non poco visto che lo dovevo spedire quella sera. Dal mio zaino estrassi il pc, lo accesi e aprii il file word.

Qui Pim da Pontalba. Aggiornamento sulla leggenda della volpe verde. Come già scritto su questo giornale, prosegue l’inchiesta per accertare se ci sia qualcosa di soprannaturale legato all’improvvisa dipartita della Contessa Maria Augusta di Villa Cenaroli a Pontalba.” (magari scrivere qualcosa sulla contessa allungava un po’ l’articolo…).

Aggiunsi uno spazio e ricominciai a digitare, lasciando che i ricordi dei racconti sentiti nei negozi e per strada si trasformassero in inchiostro digitale. La vita di Maria Augusta, dopotutto, era stata una parabola di stravaganze e isolamento che tutta Pontalba ricordava con un misto di timore e fascino.

«Nata nell’agio della nobiltà di inizio secolo, la Contessa aveva progressivamente reciso ogni legame con l’alta società per ritirarsi tra le mura della Villa. Gli anziani del paese la ricordavano come una donna dall’intelletto affilato e dalle abitudini a dir poco singolari. Non riceveva mai ospiti dopo il tramonto e si diceva che la sua immensa biblioteca contenesse rari trattati di botanica occulta ed esoterismo.

Negli ultimi anni della sua vita, la Contessa aveva sviluppato una vera e propria ossessione per le volpi. Ne studiava incessantemente la natura, i comportamenti e i segreti biologici, quasi cercasse in loro una chiave di lettura del mondo. Gli abitanti del borgo sussurrano che sapesse persino comunicare con loro in una lingua sconosciuta e che le creature le obbedissero come fedeli servitori. La sua improvvisa dipartita, avvenuta senza preavviso in una notte di circa due mesi fa, non ha fatto che sigillare il mito di una donna che sembrava appartenere più ai boschi che al mondo degli uomini.»

Sbattei le palpebre, distogliendo lo sguardo dallo schermo lucido. Più scrivevo della Contessa, più mi rendevo conto che la sua morte non era un semplice fatto di cronaca, ma il tassello mancante di un enigma molto più grande. La volpe verde, il riflesso del cielo tra le foglie, gli smeraldi della sua collana preferita, il parco della villa, la serra di Malù, le rive del Lungone. Nella mia mente, ormai, era tutto avvolto da quell’unico, ossessivo colore verde.

«Da un primo sopralluogo alla villa e da un iniziale confronto con la figlia Malù (Maria Lucrezia Cenaroli Della Fontana), è emersa l’esistenza di un’erba tintorea locale che potrebbe aver colorato di verde il manto della volpe. Questa pianta viene comunemente chiamata dagli abitanti di Pontalba ‘Querta Erda’.

Detto questo, l’enigma rimane intatto, carico di mistero e suspense. Com’è possibile che una volpe dalla pelliccia tinta di verde sia uscita dal loculo proprio il giorno dell’inumazione? E perché, il giorno del ritrovamento del cadavere, il cielo sopra Villa Cenaroli si è acceso di un verde così intenso, quasi un’aurora boreale fosse giunta fino a questo lembo di Lombardia? È davvero possibile che la natura sovrannaturale della morte si sia manifestata attraverso fenomeni fisici visibili, rari e scientificamente inspiegabili?

Nella dipartita di ogni essere umano si cela una componente di mistero e trascendenza, ma vederla materializzarsi in eventi tangibili è una prerogativa che di solito si lega a figure leggendarie. Perché, allora, associare una simile eccezionalità alla morte della Contessa? D’altra parte, ci sono altri testimoni a Pontalba che giurano di aver avvistato la volpe verde. Le prossime indagini si concentreranno proprio sulle loro voci, e il resoconto dettagliato verrà puntualmente pubblicato su questo giornale. Ai prossimi aggiornamenti

Immaginai la faccia del mio capo e del Dui mentre leggevano quelle poche righe. Magari era la volta buona che mi licenziavano. Sicuramente non avrebbero apprezzato la stravaganza e la scarsa consistenza di quanto scritto ma, d’altronde, non avevo informazioni più sicure su cui fare affidamento, né tantomeno l’intenzione di inventarmele.

Mi chiesi, però, se ciò che stavo cercando a Pontalba fosse coerente con il lavoro di un giornalista di cronaca nera, o se non mi stessi invece trasformando in una specie di Ghostbuster locale. Le dicerie erano insistenti e la gente era ben disposta a parlare degli eventi oggetto della mia indagine, come se facessero parte della loro quotidianità.

La cultura di quel posto si nutriva allo stesso modo di storie lontane e di miti moderni, leggere un racconto di Calvino o parlare della morte della Contessa sembravano essere messi su un piano simile. Storie vicine e storie lontane, con un grado di veridicità tutto da dimostrare, ma con un potenziale antropologico indescrivibile.

La realtà e la cultura si condizionano in modo imprescindibile. I racconti della gente descrivono un pezzo della loro vita, delle loro speranze e di ciò che li diverte, molto più di quanto riesca a fare una fotografia. Le storie si raccontano, si tramandano, ci pervadono e orientano i nostri comportamenti, insomma, sono vive. Le fotografie sono uno spaccato di tempo incollato sulla celluloide e conservato per ricordare (più a noi stessi che agli altri) che abbiamo avuto un passato.

Noi siamo ciò che siamo anche in base ai ricordi che custodiamo, grazie alle immagini che abbiamo salvato e ai momenti che abbiamo immortalato, strappandoli dall’oblio che, un po’ alla volta, avvolge tutto. Ma la fotografia è solo una briciola del nostro passato, le storie invece sono vive, tramandabili, modificabili e, seppur fantastiche, verosimili, con gradi diversi di veridicità.

Mi venne da pensare in quel momento – e lo vidi con il mio occhio interiore con molta chiarezza – che la realtà non è un dato di fatto, ma un processo in mutamento che subisce dei condizionamenti culturali imprescindibili. Viene filtrata da chiavi di lettura sia individuali che collettive, originali e legate al posto e al tempo in cui ci si trova immersi.

Siamo nel tempo che abbiamo contribuito a creare, con tutte le sue caratteristiche che adesso possono sembrarci bizzarre, ma che forse a un certo punto si scoprirà non esserlo affatto. Oppure, viceversa, siamo in un tempo che propone come verità assolute e inconfutabili cose che, a un certo punto, diventeranno del tutto superate.

Me ne stavo là seduto su una sedia del Pontalba Hotel, con lo sguardo perso nel cielo che in quel momento era di un azzurro limpido e intenso. Mi trovavo immerso in un luogo denso di storie, racconti che mi affascinavano proprio perché capaci di svelarmi un mondo totalmente estraneo al mio. Non mi trovavo di certo nel tipico universo di un giornalista di cronaca nera, abituato a scavare tra i dettagli più crudi per scoprire i motivi della morte di qualcuno.

In fin dei conti, era davvero così fondamentale capire perché la Contessa fosse morta? La donna era vecchia, aveva vissuto un’esistenza lunga, agiata e protetta. Nessuno l’aveva assassinata e nessuno sembrava nutrire il minimo interesse per la sua eredità, a partire da Malù, che pure era la sua erede diretta. E allora io cosa ci facevo lì?

Cercai di essere sincero con me stesso. La verità era che il verde pervasivo di quel borgo e gli occhi enigmatici di Costanza Del Re e di Malù mi avevano avvinghiato a quel posto. Era un legame simile a quello di un’edera che si attorciglia irrimediabilmente attorno al tronco di un castagno, un rampicante che non sa perché si trova proprio lì, ma che sente, con assoluta certezza, di non poter stare altrove.

Compresi che il mio tempo era ormai legato a doppio filo a quell’evento, alla vita di quella gente, allo strano e dilatato scorrere delle ore, all’interno della villa. Una consapevolezza affatto banale, che mi fece sentire improvvisamente diverso, sospeso e indissolubilmente unito alle vicende e ai segreti di Pontalba.

Mentre il sole cominciava a scaldare la sedia sulla quale ero seduto, materializzando delle ombre sul cortile dell’hotel, mi resi conto che la cronaca oggettiva dei fatti non mi bastava più. Quello che era iniziato come un semplice articolo si stava trasformando in un viaggio personale dentro un folklore vivo, dove ogni vicolo sembrava sussurrare una risposta e ogni sguardo nascondeva un mistero che chiedeva solo di essere raccontato.

Mentre i miei pensieri vagavano liberi, simili a quelli di un naufrago su un’isola che ha iniziato ad amare, arrivò Erika con il suo sorriso e la sua bocca rossa.

«Vuole un secondo caffè?»

«Perché me lo chiede?»

«Perché mi sembra un po’ sovrappensiero… A volte questo posto fa uno strano effetto e la gente sembra quasi sonnambula. Un caffè le farà sicuramente bene.»

«Ok, grazie» risposi.

Eppure, dentro di me, non sapevo se uscire da quello che Erika aveva appena battezzato sonnambulismo, forse era proprio ciò che cercavo. Lasciare quella semi-realtà densa di storie e di fascino, non mi attirava affatto. Era come se la nuova dimensione appena scoperta mi piacesse di più, fosse più consona al mio essere profondo e al mio bisogno di trovare un senso del vivere che comprendesse le storie come possibili, i sogni come auspicabili, le fotografie come ricordi e gli occhi delle donne come la cosa più bella che io avessi mai visto.

Ciò che è davvero bello non deve essere né abbandonato né dimenticato, perché nella bellezza si trova sempre un po’ di salvezza. Aspettai ancora cinque minuti prima di toccare la tazzina fumante che mi ritrovavo davanti, assaporando ancora per un po’ quell’incredibile stato di sospensione, quel sapore di casa e di approdo che mi faceva sentire incredibilmente vivo.

Guardai Erika allontanarsi tra i tavoli, muovendosi con una leggerezza che sembrava quasi far parte dello stesso incantesimo che avvolgeva Pontalba. Il calore del caffè, quando finalmente lo sorseggiai, si diffuse lentamente, ma non sciolse quella nebbia leggera che mi si era posata sui pensieri. Anzi, la rese persino più dolce, come se quel borgo mi stesse accogliendo tra le sue braccia invisibili, sussurrandomi che la cronaca della realtà poteva aspettare, mentre la vita, quella vera e misteriosa, stava accadendo proprio lì.

Cover: Foto di Peggychoucair da Pixabay

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Costanza Del Re

E’ una scrittrice lombarda che racconta della vita della sua famiglia e della gente del suo paese, facendo viaggi avanti e indietro nel tempo. Con la Costanza piccola e lei stessa novantenne, si vive la storia di un’epoca con le sue infinite contraddizioni, i suoi drammi ma anche con le sue gioie e straordinarie scoperte.

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