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Alla caccia della volpe verde. Occhi

Alla caccia della volpe verde. Occhi

La tazzina vuota del secondo caffè era appoggiata sul tavolo di ferro battuto. La guardavo come si guarda un oggetto dimenticato su una spiaggia dopo che la marea si è ritirata. A Pontalba il tempo non scorreva, dondolava. Si depositava sui tetti delle case, sulle sponde del Lungone e dentro i miei pensieri come quella nebbia lattiginosa che la mattina nascondeva i campi per poi restituirli, a mezzogiorno, di un verde ancora più intenso.

Erika era tornata dietro il bancone della reception. Da lontano, il rosso fuoco delle sue labbra sembrava l’unica nota discordante in quell’universo dominato dalle mille tonalità del verde. Mi aveva dato del sonnambulo e forse aveva ragione. Ma non era il sonnambulismo di chi cammina nel sonno per paura della notte, era piuttosto la condizione di chi ha finalmente trovato una fessura nella realtà e ha deciso di infilarci un piede per vedere cosa c’è dall’altra parte.

L’efficiente reporter di TresciaOne, quello che misurava il mondo con il rigore dei verbali di polizia e la fretta delle scadenze tipografiche, era rimasto chiuso dentro la custodia del mio PC.
Al suo posto c’era un uomo che provava una strana, quasi commovente gratitudine per il fatto di essere lì, seduto su una sedia, ad ascoltare il silenzio. Sentivo i polpastrelli ancora caldi per le parole digitate il giorno prima.

L’articolo sulla ‘querta erda’ era in viaggio verso la redazione. Immaginai il mio capo, nel suo ufficio affollato di cactus spinosi, mentre leggeva le mie righe sulle aurore boreali della pianura padana e sulle volpi color smeraldo. Forse avrebbe infranto un pugno sulla scrivania, forse avrebbe chiamato il Dui per chiedergli se fossi impazzito. Forse il Dui avrebbe fatto un ghirigoro con i suoi pochi capelli, avrebbe spruzzato un po’ di lacca e avrebbe sorriso, dicendo che la campagna fa brutti scherzi.

Ma in quel momento, la redazione di TresciaOne mi sembrava distante anni luce, un ricordo di un libro già letto, esattamente come Miranda per il Dui o la contessa Maria Augusta per gli abitanti di Pontalba. Estrassi il telefono dalla tasca per controllare se ci fossero messaggi di mia sorella Danila. Nulla.

Il mio nipotino stava crescendo in un silenzio perfetto, a tre mesi di distanza dal mondo, protetto e invisibile, proprio come i segreti di Villa Cenaroli. Pensai che la vita, in fondo, fa sempre così, si nasconde per un po’ nel buio prima di esplodere in superficie. Guardai l’orologio. Le dodici e trenta. Tra mezz’ora avrei dovuto incontrare Costanza Del Re per il pranzo che le avevo promesso. Malù ci aveva invitato a Villa Cenaroli e il mio precedente intento di mangiare solo con Costanza, era svanito.

Mi alzai a fatica, come se il mio corpo avesse assunto la stessa densità della terra di Pontalba. Non provavo più l’ansia del cronista, costretto a fare domande, eliminare i finti testimoni e scoprire la verità oggettiva. In quel momento, mi interessava piuttosto sapere se gli occhi di Malù fossero azzurri o verdi, o se la volpe uscita dal loculo fosse un miracolo, oppure un semplice animale con il pelo macchiato d’erba. Erano queste le cose che volevo scoprire, anche se non sapevo bene il perché.

Mentre rientravo in albergo, vidi passare in bicicletta la signora Francesca con i suoi capelli tinti di lilla. Abitava nei paraggi dell’albergo e, essendo una donna molto socievole, aveva trovato subito il modo di attaccare bottone con me. Avevo così scoperto che quel colore era il frutto di una tinta sbagliata. Nel tentativo di coprire i capelli grigi, se li era ritrovati lilla.

Ridendo, mi aveva raccontato che alle sue nipoti quel pasticcio era piaciuto così tanto da convincerla a tenersi sulla testa quel curioso colore. La salutai con la mano e lei ricambiò il gesto. Doveva andare di fretta, perché non rallentò la corsa della bicicletta nemmeno per un istante, sfrecciando via sulla sua sella.

Volevo tornare da Costanza Del Re in via Santoni Rosa, guardare il sole di mezzogiorno che faceva sparire le ombre e lasciarmi guidare di nuovo verso i pavimenti di marmo serpentino della Villa.

«Se ne va, signor Moroni?» mi chiese Erika mentre passavo davanti alla hall.
«Vado a pranzo a Villa Cenaroli», risposi senza fermarmi, regalandole un sorriso distratto.
Lei non aggiunse altro, ma la sentii ridacchiare a bassa voce.

Forse a Pontalba erano abituati a vedere i forestieri trasformarsi nel giro di pochi giorni. L’aria di quel mezzogiorno era calda e solida. La nebbia era del tutto sparita, lasciando il posto a una luce meridiana così nitida da far sembrare ogni casa, ogni albero e ogni passante, come ritagliati con le forbici e incollati sopra un immenso foglio di cartoncino azzurro e verde.

Mi incamminai verso il minimarket di Camilla. Mentre le mie scarpe da ginnastica battevano pigramente sull’asfalto, mi sorpresi a desiderare — per la prima volta da quando facevo questo mestiere — che la mia indagine non arrivasse subito a una conclusione. Finché c’era un mistero da inseguire, potevo restare in una sorta di sonnambulismo leggero. Era uno stato di sospensione che mi allontanava dall’inesorabile e crudele incedere degli eventi di cronaca nera, a cui ormai da troppo tempo prestavo il mio cervello e la mia penna.

Rifeci la strada verso il centro del paese. Passai davanti alla pizzeria Bella Mia, alla sede del Comune e di nuovo davanti alla bottega di Camilla. Sbirciando dentro la finestra del negozio, si potevano vedere tutti i salami e i prosciutti in fila nel grande banco frigo. Vidi, dietro il bancone, la sagoma di Camilla. La salutai con un cenno della mano e lei ricambiò.

Poi svoltai in via Santoni Rosa, con l’ansia di imbattermi ancora in Albertino Canali e nella sua requisitoria. Per fortuna la strada era libera, nessun energumeno stava sorvegliando in quel momento il Civico 21. Suonai e subito vidi dirigersi verso di me Costanza Del Re, anche quel giorno interamente vestita di verde. Mi stava aspettando. Le chiesi per quale motivo si vestisse sempre di quel colore e lei mi rispose che «chi indossa il verde non ha nulla da confessare, ma molto da ricordare».

La sua non era una giustificazione, era una provocazione diretta alla mia penna e al mio taccuino. Mi fissò intensamente, quasi a voler sfidare la mia capacità di investigatore. La scelta di quel colore non era un caso, era un filo conduttore che ci legava strettamente, un simulacro del mistero nel quale ci stavamo addentrando.

Ci incamminammo verso la villa, io le camminavo a fianco. La guardai di sottecchi, rischiando lo strabismo, pensando a quanto fosse bella. Alla fine, le chiesi: «Ma tu, tra aurore boreali, volpi verdi, maggiordomi evanescenti, marmo serpentino, gatti onnipresenti e questo colore verde che domina il paese, cosa ne pensi? È normale che sia così? Da come si comportano gli abitanti di questo posto direi di sì, o comunque per loro è più naturale di quanto lo sarebbe in quasi tutti gli altri paesi del mondo. Lo fanno per abitudine, per soddisfazione, o per spirito di originalità? Perché?».

Costanza non si fermò, né distolse lo sguardo dal sentiero che conduceva alla Villa. Un piccolo sorriso ironico le piegò l’angolo della bocca, mentre il tessuto verde del suo cappotto frusciava a ogni passo. «Voi giornalisti di città cercate sempre una logica lineare, una spiegazione da stampare in prima pagina», esordì, la voce calma ma ferma.

«La verità è che questo paese non segue le vostre regole. Le aurore boreali e il marmo serpentino erano qui prima di noi, e i gatti… beh, i gatti sanno semplicemente da che parte stare. Non è follia e non è un bizzarro spirito di originalità. È una forma di protezione. Chi vive qui impara presto che per non impazzire di fronte a ciò che non si può spiegare, bisogna accoglierlo, farlo proprio. Farlo diventare parte del paesaggio.»

Si fermò di colpo davanti al grande portone di legno della villa, voltandosi finalmente verso di me. I suoi occhi sembrarono riflettere le ombre degli alberi circostanti. Erano di un verde scuro, attraversati da bagliori più chiari, come se un filo di luce filtrasse tra le fronde. «La luce degli alberi negli occhi di una donna», pensai, e quel bizzarro senso di sonnambulismo bussò di nuovo ai miei sensi.

Intanto Costanza continuava a parlare: «E per quanto riguarda me e i miei abiti… diciamo che preferisco confondermi con le anomalie di questo posto, piuttosto che uscirne schiacciata. Ma dimmi, hai davvero così paura di ciò che non riesci a catalogare nel tuo taccuino? Di ciò che non segue una logica rigorosa e lineare? Dove sta, secondo te, la bellezza? È nella favola o nella storia?».

Ci si ricongiungeva così, come in un circuito senza uscita, ai racconti della gente di Pontalba, alle narrazioni più o meno vere che rappresentavano il cuore pulsante di quel paese e che ne riempivano la vita di suspense e curiosità. Suonai al portone di Villa Cenaroli, lasciando che il rintocco svanisse nel silenzio. Decisi di non aggiungere altro, evitando di cercare una risposta impegnativa o forzata a quanto Costanza mi aveva appena detto.

Come prevedibile, la porta si aprì e pochi istanti dopo la figura impeccabile del maggiordomo Ettore si stagliò sulla soglia, composto nella sua rigida divisa. «Buongiorno», dissi per rompere il ghiaccio, «come va oggi?». «Esattamente come ieri», mi rispose Ettore. Il tono era freddo, decisamente poco socievole. Poi, scostandosi di lato per lasciarmi passare, aggiunse con distacco: «La Contessa vi aspetta per pranzo, quindi seguitemi».

Entrammo nell’ampio ingresso, dove il pavimento in marmo serpentino ci accolse con il riflesso delle sue venature aristocratiche e imprevedibili. Quella scacchiera a quadri bianchi e verdi era di una bellezza magnetica; catturava lo sguardo degli ospiti in modo quasi ipnotico, incollando i piedi a quel terreno e gli occhi a quel lungo corridoio.

Mentre camminavamo l’uno dietro l’altro nel silenzio della dimora, accorciai le distanze e chiesi a bruciapelo a Ettore: «Lei cosa ne pensa della volpe verde, dell’aurora verde, di Maria Augusta e dei segreti che nasconde questa villa?».

Ettore si arrestò di colpo. Per un brevissimo istante, la sua maschera di impeccabile distacco parve incrinarsi. Non si voltò a guardarmi, ma la sua voce scese di un’ottava, diventando un sussurro gelido: «Ci sono cose, signor Moroni, che il marmo di questa villa ha seppellito. E i segreti, se restano tali, è solo perché chi ha provato a svelarli ha smesso di parlare. La Contessa la attende. Non la faccia aspettare con inutili fantasie».

Mentre riflettevo su quell’enigmatica e gelida risposta di Ettore, la mia attenzione venne catturata da un movimento improvviso di Costanza. La vidi compiere una specie di scatto, un giro a novanta gradi su sé stessa, per poi bloccarsi di colpo. Rimase immobile, con lo sguardo fisso e quasi ipnotizzato su uno degli affreschi che decoravano la parete. «Cosa succede?», le chiesi, avvicinandomi di un passo e rompendo la cappa di silenzio che era calata tra noi.

Lei non si voltò. Con un filo di voce, in un sussurro appena percettibile che sembrava quasi un segreto confessato a sé stessa, mi rispose: «Mentre camminavo… con la coda dell’occhio mi è sembrato di vedere una volpe. O comunque qualcosa di verde, una scia che si muoveva rapida proprio lì, sulla parete. Ma credo sia solo suggestione. In fondo, chiunque entri in questa villa finisce per averne qualcuna».

Rimasi del tutto stupefatto, raggelato da quelle parole. Avvertii un brivido salirmi lungo la schiena. «Ieri è successa la stessa cosa anche a me», le risposi, usando lo stesso tono basso e confidenziale che lei aveva usato con me, quasi avessi paura che le pareti stesse potessero ascoltarci.

Ci guardammo in silenzio per qualche istante, e fu in quel millesimo di secondo che il mio stupore aumentò a dismisura, trasformandosi in una vertigine. Gli occhi di Costanza non erano più del loro solito colore: le iridi verdi erano svanite, sostituite da un azzurro intenso, vivido e lucente. Erano gli stessi occhi della contessa Malù.

Mi sentii di nuovo completamente sconvolto, sopraffatto da un senso di irrealtà. Senza quasi rendermene conto, cercai di avvicinarmi al suo volto, sporgendomi in avanti per guardare quel colore più da vicino, come per cercare una spiegazione logica a quel prodigio.

«Ma cosa fai?», mi chiese lei, ritraendosi appena, sorpresa e vagamente infastidita da quella mia improvvisa intrusione. «Guardo gli occhi di Malù dentro i tuoi», le dissi, con una voce alterata. La guardai di nuovo, sbattendo le palpebre. Ma l’incantesimo era già rotto. Le sue iridi erano tornate a essere del loro consueto verde scuro, profondo e opaco ma con dei riflessi dorati. Non c’era più traccia di quell’azzurro ultraterreno.

L’agitazione crebbe dentro di me a dismisura e, insieme all’ansia, aumentò anche una curiosità morbosa, quasi febbrile, per tutto ciò che stava accadendo in quel paese e, soprattutto, tra le mura di quella villa incantata.

Un’unica domanda continuava a battere nella mia testa come un martello: di chi erano, in realtà, quegli occhi meravigliosi e inquietanti? Di Costanza o di Malù?

Cover: Foto di Barbara A Lane da Pixabay

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Costanza Del Re

E’ una scrittrice lombarda che racconta della vita della sua famiglia e della gente del suo paese, facendo viaggi avanti e indietro nel tempo. Con la Costanza piccola e lei stessa novantenne, si vive la storia di un’epoca con le sue infinite contraddizioni, i suoi drammi ma anche con le sue gioie e straordinarie scoperte.

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