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Le storie siamo noi

Al centro del nostro relazionarci c’è sempre una “storia”, perché le storie sono la materia narrativa che costituisce senso e legame. Ciò che gli altri raccontano di sé e noi di noi stessi a loro, diventa terreno comune di unione, di condivisione del dipanarsi del tempo.
E la forza di ogni storia non sta solo nella qualità e quantità di elementi narrativi che ci doniamo reciprocamente, ma anche nella capacità e volontà di recepirla e trasmetterla per poi depositarla rispettosamente nel magazzino della nostra mente e della nostra emotività.

Le storie di vita che ascoltiamo e raccontiamo ruotano attorno a parole pronunciate con dolcezza, tristezza, veemenza, passionalità, dolore, speranza, entusiasmo, rancore, pienezza, sarcasmo, esasperazione, lapidarietà, rassegnazione,  riconoscenza, e ogni volta è una pagina nuova che ci dà modo di leggere o scrivere, interpretare e condividere le nostre esistenze.

Ascoltare e narrare storie ci appartiene strettamente fin dall’ infanzia, quando il racconto diventa il primo approccio con il mondo esterno per avvicinare ed elaborare la realtà comprendendone i risvolti. La storia di ciascuno di noi è quanto di più intimo, profondo, potente ed esclusivo ci appartenga: è la nostra pelle e la nostra essenza da cui non potremo mai separarci.
Ascoltare le storie di chi incontriamo, delle quali diventiamo testimoni e depositari, restituisce la dimensione umana giusta e preziosa che forse in quest’epoca andiamo perdendo per fretta, indifferenza, paura, egoismo, autoreferenzialità.
Fermarsi ad ascoltare con atteggiamento disponibile ed empatico arricchisce chi ascolta partecipando al racconto e dà sollievo e gratificazione al narratore, in uno scambio reciproco.

Ed ecco che uno studente in crisi esistenziale espone le difficoltà nell’individuare percorsi progettuali, riferiti ad un futuro nebuloso e incerto; una nonna profondamente provata, racconta della giovanissima nipotina venuta a mancare per “un brutto male che non perdona”, ricordando momenti toccati. Un imprenditore lamenta i problemi dell’azienda, raccontando la storia della sua attività e sottolineando i grandi cambiamenti epocali; una casalinga non più giovane sventola il conto della spesa e sconsolata rievoca la propria storia fatta di sacrifici e abnegazione a totale servizio degli altri, fino all’annullamento di sé e dei propri sogni.

Una cinquantenne che deve affrontare un divorzio complicato fa un bilancio della propria vita ed esplora nuove modalità su cui ricostituire la propria esistenza; un pensionato, la cui unica compagnia è il cane, commuove e si commuove al ricordo di chi non c’è più, delle opportunità non colte, ma anche di una vita movimentata e libera. Un giovane uomo in pieno burn out racconta di aver puntato tutto sulla professione, sottopagata e poco riconosciuta, finendo  stritolato da ritmi insostenibili e profondo sconforto. Un aspirante in politica attende freneticamente il suo momento in autunno, confidando su un successo elettorale, dopo una vita di attesa, frustrazioni e false partenze.
Una signora racconta gli effetti della pandemia nella propria quotidianità, arrivando a non riuscire più a intessere relazioni con gli altri perché  in preda all’ansia; una giovane di Kiev racconta della guerra e di un’Ucraina prebellica che non esiste più, di un domani ancora impossibile da disegnare.

Storie, esperienze di vita, racconti che fanno comprendere come l’avventura umana sia quanto di più complesso, affascinante e degno di attenzione si possa immaginare.
Come il racconto di un’anziana che si dichiara pronta ad andarsene serenamente, pienamente contenta della propria esistenza nonostante la povertà in tempi difficili, un padre-padrone, un marito-padrone, i figli emigrati nel resto del mondo, “ma ho vissuto tutto quello che c’è da vivere e non sono mai scappata davanti a niente. Ho pianto ma non ho mai dimenticato di sorridere”.

PRESTO DI MATTINA
Contare i giorni è raccontarli

 

«Insegnaci i giorni a contare, a cercar la sapienza del cuore. Mille anni ai tuoi occhi che sono? Sono appena il giorno di ieri, quanto un turno di veglia la notte». Nel Salmo 89(90), qui nella traduzione poetica di David Maria Turoldo [Qui], il salmista chiede a Dio di imparare a computare i giorni, perché – nonostante siano pochi: «appena un sospiro, settanta, ottanta se uno è più forte» – contandoli con lui giungerà al tesoro del suo cuore, a quella saggezza che tiene lontani dal farsi degli idoli.

Quella saggezza che ci distoglie dal prostrarsi davanti a loro sacrificando la libertà: che li ripudia riconoscendoli incapaci di relazione, simulacri che ambiscono ad essere imitati per sprofondarci nell’afasia del nulla. Essi trasformano il cuore di carne in cuore di pietra, costringendo all’immobilità quella libertà chiamata invece a erompere nella nostra vita per contare i giorni del proprio cammino.

Gli idoli viceversa non camminano né fanno progredire. Immobili, muti, non vedono, non sentono, non sanno contare i giorni, né conoscono gli itinerari e le strade delle nostre vite, dei nostri racconti, delle storie. Sono queste infatti che aprono la libertà al segreto della sapienza, ponendola in compagnia di cantastorie, trovatori, menestrelli.

«Sapienza in piedi» proclama il diacono nella liturgia ortodossa, quando dalle porte regali dell’iconostasi entra portando il libro dei vangeli. E il sacerdote ripete ancora stando davanti alla santa mensa, rivolto a occidente: «Sapienza, in piedi, ascoltiamo il santo vangelo. Pace a tutti». In piedi per mettersi in cammino con la sapienza: che è illuminazione per il discernimento, consapevolezza originaria e insieme narrativa, e sequela della Parola di Dio in cammino.

Si dice infatti che essa conosca le prime due lettere del Tetragramma del nome di Dio yod, he che aprono il cammino alle altre due, waw, he e poi scorrono e si rincorrono per tutto l’alfabeto ebraico. Nel quale, come noto, viene conferito un valore numerico ad ogni lettera, che ne fa traboccare il senso, amplificandolo e arricchendolo con storie e racconti: ed è proprio per questi cammini narrativi, contando e raccontando i giorni, che Dio intreccia la sua parola, facendosi conoscere nelle storie del suo popolo e in quelle di tutti i popoli.

La sapienza che racconta sa percepire nella realtà la pluralità dei linguaggi. In essi si traduce e si esprime svelando la verità delle cose, pur nei suoi aspetti sempre differenti: perché la sapienza sa dire in molti modi il vero della vita. Senza chiudere i giudizi in modo definitivo, essa opera pure una sospensione del giudizio per liberarsi dai pregiudizi e così restare ospitale, anche nella conflittualità, nei paradossi, lasciando un poco socchiusa la porta anche alle storie impossibili, andando in cerca di quelle perdute.

Un cuore saggio è così un cuore palpitante perché narrante. Giorno dopo giorno il suo ritmo è fatto di battiti e di cadenze, di inizi e interruzioni, di riprese e di aggiunte. Dopo ogni pausa ecco un nuovo inizio, come lo scorrere del computare e le pause del narrare.

La parola detta si interrompe, viene lasciata in sospeso; un soffio di silenzio e poi riprende, così come si interrompono al sorgere dell’aurora i racconti della giovane Shahrazād che – contando anche le notti non solo i giorni, avendo nel cuore la cura degli altri e computando per mille e una notte – giunge a quella saggezza capace di cambiare il cuore di Sciahriar, il principe di Persia, facendolo infine rinsavire dai suoi propositi insipienti.

Nella Bibbia, contare è raccontare. Questo deriva dal precedente ed entrambi sono generativi di cambiamento: i numeri cambiano sempre all’infinito, i giorni non sono tutti uguali, al pari delle storie che si vanno narrando: «Manda una sua parola ed ecco si scioglie in altre parole, fa soffiare il vento e scorrono le acque dei racconti» (cf. Sal 147).

Contare i giorni significa fare memoria e ritornare al vissuto e alle sue storie per inserirle in una storia più grande, nuova, in una trama narrativa che racconta di liberazione dal male e di un futuro continuamente riaperto da una presenza costante e fedele, capace di aprire varchi di vita alle nostre storie interrotte.

Narrare per ricordare, per tornare su quanto abbiamo vissuto, per inserire i singoli eventi in una mappa di senso, in una trama che non è solo già narrata ma ancora da narrare, che ci colloca nell’orizzonte più ampio di una storia di salvezza (narratio salutis), facendoci partecipi, colloquiali e narratori del mysterium liberationis.

Non c’è futuro senza memoria. Non c’è memoria senza narrazione, ma c’è narrare e narrare: come vi è una memoria autoreferenziale e una memoria che trasforma, così è pure quando si contano e narrano i giorni per giungere ad un cuore saggio. Occorre scegliere.

Nel Deuteronomio la memoria continuamente intreccia il quotidiano “Ricordate, fate memoria”, diceva Mosè al suo popolo. Lo sguardo profetico sul futuro parte e si sviluppa partendo dalle radici della memoria e vivendo la concretezza del tempo presente.

Nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali papa Francesco ha domandato, ricordando un passo dell’Esodo, che la vita si faccia storia: «“Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria” (Es 10,2). Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri».

Così anch’io vorrei fare memoria del nostro Sinodo diocesano (1985-1992), contarne i giorni a quanti, venuti dopo, non ne hanno memoria. Riaffiora in me il detto evangelico del perdere e del ritrovare la propria vita (Mt 10,39) ogni volta che il pensiero va al Sinodo diocesano e alla sua breve ma intensa recezione. Vale ancora per me l’impegno a viverlo come un mandato ricevuto dal vescovo Luigi Maverna [Qui]: “Ecco il dovere di camminare insieme… andando a tutti”. Ogni volta facendo questo, è la comunità che si ritrova.

In quel tempo scoprii e compresi in modo nuovo il senso di essere chiesa e il mio ministero con i confratelli e tra la gente. Ricordando la lettera pastorale del vescovo Filippo Franceschi [Qui]: “Amiamo questa Chiesa” – in occasione delle celebrazioni dell’VIII Centenario della Consacrazione dell’Altare della Basilica Cattedrale di Ferrara (8 Maggio 1177 – 8 Maggio 1977) – scritta proprio alla vigilia della mia ordinazione presbiterale, in essa egli diceva: «Camminare insieme non è uno slogan: può indicare un programma…Vuol dire in ogni caso andare avanti insieme, sapendo modellare il proprio passo su quello degli altri».

Posso dire che ho imparato al sinodo ad amare le persone nella chiesa e fuori di essa in un modo nuovo. Anche ora, il più delle volte, come un fiume carsico, non ho mai dismesso l’impegno di praticare stili di sinodalità permanente.

L’unità pastorale ne costituisce oggi l’orizzonte verso cui camminare, realizzando così ciò che Helder Camara [Qui], venuto a Ferrara nel 1979, quasi profeticamente aveva anticipato nella sua riflessione una prospettiva sinodale per la nostra chiesa: “Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia”.

I sogni, poi, non si perdono, ma si nascondono e si risvegliano quando li raccontiamo agli altri; diventano contagiosi, soprattutto se narrano di quegli incontri e pratiche, di quelle giunture di comunione che sono state capaci dentro di te di alimentare la passione e la gioia di essere chiesa per gli altri e chiesa unita: è il sogno che si realizza quando viene alla luce nella realtà quotidiana.

«È bello guardare agli anni del nostro Sinodo, – scriveva il vescovo Maverna nel 1993 – come a una stagione della Chiesa di Ferrara-Comacchio. Anni di consultazione e di confronto, di riflessione e di approfondimento. Stagione in cui la nostra piccola realtà è stata esaminata alla luce della natura e della missione della grande Chiesa. Missione che ha in sé motivazioni e forze per rinnovarsi sempre e camminare, procedere e precedere profeticamente, informare e stimolare la storia del mondo di oggi, dai ritmi e dagli avvenimenti accavallantisi e sorpassantisi vertiginosamente.

Idea del Sinodo è stata quella di persuadersi e ripersuadersi che la Chiesa non è stata voluta per sé, ma per il mondo, la sua salvezza e la sua vita. Mediante la Parola di Dio, i Sacramento di Cristo, la testimonianza della carità. Per essere a servizio, con tutti i suoi membri e ai vari livelli, come comunità.

Attorno a questa convinzione di fondo e di sempre, per ogni piano pastorale – dopo le premesse tracciate da s. e. Mons. Filippo Franceschi, di v. m. – ci si è interrogati via via in tre momenti o fasi: parrocchiale (1986 – 1989), vicariale (1991) e diocesana (1992). [Anche qui si è voluti iniziare dal basso dalle narrazioni della gente] L’intervallo (1990) è stato occupato dalla preparazione alla visita pastorale del nostro Papa Giovanni Paolo II (22-23 settembre 1990), ed è stato una pausa molto operosa e fruttuosa per il nostro Sinodo.

Se da un lato ha significato, con l’ascolto del supremo maestro della Chiesa, la volontà di vivere costantemente secondo le indicazioni del Magistero, dall’altro ha raccolto il contributo specifico che dai discorsi pontifici è stato donato alla comunità di Ferrara-Comacchio, tanto per gli ambiti della vita ecclesiale, quanto per i settori dell’attività pastorale. Le parole allora rivolteci costituiscono i documenti primi del Sinodo e le più autentiche direttive del lavoro post-sinodale.

La stagione sinodale, apertasi con l’intenzione di sottolineare principi di fondo e offrire pochi concreti e mirati orientamenti, ha visto nel suo svolgersi il prevalere della prima tendenza. E ci si è soffermati maggiormente.

Il Sinodo, pertanto, è continuato nel 1993. E, ora, continua ancora nella vita. La sinodalità – espressione della comunione, tanto invocata e tanto gustata nell’esperienza delle riunioni e degli scambi di opinione – deve continuare. È una dimensione qualificante la Chiesa. Viviamola!», (dal Libro del Sinodo).

Una recezione, quella del sinodo diocesano, che è durata appena pochi anni. E tuttavia non credo che essa sia finita per me, anche se sono mutati con i vari episcopati gli orientamenti e gli stili pastorali indicati negli anni successivi. Perdersi per ritrovarsi è del resto la logica evangelica dell’amore. E dentro me le parole di Gesù hanno sempre evocato, per raffigurarmi la recezione sinodale, la figura del fiume carsico.

Il Sinodo è rimasto sempre presente, nascosto e affiorante nella nostra Chiesa come un fiume carsico: risonanza e insieme provocazione di un camminare insieme che mi ha fatto sentire la profezia di essere Chiesa povera con i poveri, Chiesa missionaria per amore del vangelo, Chiesa comunione tra noi e in dialogo con la gente. Un’immagine, quella del nascondersi e dell’affiorare di nuovo, che ho ereditato da mio nonno Giuseppe e dai suoi racconti della prima guerra mondiale sul Carso quando mi spiegava per l’appunto la morfologia di questo singolare fenomeno fluviale.

Ricordando il Sinodo diocesano bisogna però distinguere anche oggi tra ricordo e ricordo. Praticare una cultura della memoria e attualizzarne la narrazione è possibile solo se si hanno gli occhi aperti sull’oggi. Con gli occhi aperti e rivolti in avanti il ricordo non rimane prigioniero del passato, immobilizzato nel tradizionalismo che è tradimento della memoria umana e cristiana, ma diventa invece generativo di rinnovamento, quando si incarna di nuovo nella storia, perché confronta e prende atto di cose che altrimenti non vedrebbe nell’oggi, permettendo così di proseguire in un cammino iniziato prima.

Ci sono ricordi e narrazioni con cui ci autoconfermiamo ed altri che invece ci trasformano, ci cambiano. Credo che il Sinodo abbia dato a quanti si sono lasciati coinvolgere nelle sue narrazioni la coscienza di una Chiesa che può cambiare, che può rinnovarsi insieme; e questa è stata pure la sua intenzione iniziale: la recezione del rinnovamento conciliare nella vita e nella missione della nostra Chiesa chiamata ad evangelizzare la nostra terra.

Il Sinodo fece propria quella duplice polarità di una Chiesa consapevole della sua missione, con uno sguardo al particolare della nostra realtà e all’intero della nostra situazione e territorio. Significative furono le innumerevoli assemblee cittadine, risvegliando lo stile dialogico e la forma relazionale, sinodale appunto, della Chiesa di allora, che si interrogava su se stessa e sulla sua vocazione in dialogo con la società.

Ogni cammino sinodale nasconde una profezia, ma pensando a Shahrazâd [Qui], interrompo qui il racconto. Lo continuerò il prossimo sabato, presto di mattina.

«… Non aveva ancora terminato il racconto quando spuntò il giorno. Shahrazâd tacque. Il re, palesemente molto imbarazzato, si chiedeva come doveva fare per conoscere la fine della storia. Quando Dunyâzâd scorse il chiarore dell’alba esclamò:Sorella, quant’è bello e straordinario il tuo racconto!“».

«”Quello che avete sentito” insinuò allora la narratrice “non è niente in confronto di quello che mi propongo di rivelarvi domani notte… se sono ancora in vita e se il re mi concede una proroga per raccontarlo. La mia storia contiene infatti numerosi episodi ancora più belli e straordinari di quelli che vi ho fatto gustare”. “Sì, narraci presto il seguito del racconto di ieri”, insistette il re. “Che cosa è accaduto al nostro eroe? Muoio dalla voglia di saperlo”. “Volentieri, fortunato re” rispose Shahrazâd. “Con amore e con rispetto ti obbedirò”».

«E continuò in tal modo a dipanare il filo dei suoi racconti, interrompendolo alla fine di ogni notte e riprendendolo nel corso della notte successiva, sempre con il permesso del re Shahriyâr… E mille e una notte trascorsero».

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Il polacco

racconto di Stefania Bergamini

Jacek è un polacco di Varsavia che dorme spesso sui gradini bianchi in S. Petronio a Bologna, oppure se fortunato, ha una camera nel dormitorio in S.Donato, che divide con Julian, alcolizzato. Jacek ogni tipo di lavoro, se hai una faccenda pignola chiama Jacek lui è in grado di mettere a posto qualsiasi cosa, conosce il legno e il ferro, il marmo, la ceramica, non ha cellulare, viaggia camminando con scarpe grosse con le quali misura il mondo, giacche con cappuccio e un ombrello blu che qualcuno gli ha regalato un giorno che diluviava. Ha uno zaino con la roba estiva, quando arriva l’inverno la restituisce al Baraccano per quella invernale perché dice, mica posso girare con due zaini. Ex alcolizzato ogni mattina passa tre ore in ospedale Maggiore e chiacchiera con dottori e infermieri, fa scorta di Alcover (serve a assopire la voglia di alcool), pranza e fa pennichella sui lettini del pronto, poi ritorna in piazza Maggiore, dice, tanto posso dormire lì, “mi si è pure il cinema all’aperto” e ride.
Jacek vive la vita che vuole, ha bevuto tanto, è stato un violento rissoso, che poi racconta episodi di lui bimbo con i cugini e già il nonno faceva loro assaggiare il vino o la vodka, una sorellina che proteggeva, chissà dove è finita mi dice e guarda ho ancora tre foto e che bimba bellissima.
Ha girato il mondo con le sue gambe forti, una purezza che nemmeno un diamante tagliato perfetto, scavalcato carceri e comunità, parla e ti guarda fissamente, faccia slavata piena di spigoli, capelli corti color paglia e quell’accento forte di zinco e rame che ti ricorda un papa guerriero.
Mi dice, sai hanno ricoverato Julian il mio compagno di dormitorio, starà via un mese, e sai lui voleva vedere in tv solo cartoni animati e io dovevo uscire, non sopporto lui che beve, vomita è sporco, non sopporto la sporcizia e la debolezza, e ora questa è la mia vacanza, un mese!!!!, entro in camera, tutte lenzuola pulite, accendo ventilatore, mi tolgo i vestiti mi spaparazzo a letto con panini e bibite e guardo fino a notte i film che voglio, ho visto due volte Arma letale!! e faccio il caffè Lavazza, mica quello delle macchinette che è schifoso, mmmmmmhhhhhh, tu devi sentire il profumo!!! e chiude gli occhi. Tutto questo detto con un tale godimento estasiato, come una esatta, piccola, immensa libertà, che nemmeno i vacanzieri alle Maldive o gli ospiti di hotel a dieci stelle o i compratori di gioielli stratosferici, una felicità così precisa e invadente che pure io gli ho invidiato, un godimento gigante, totale e bambino.
Quando entra in pub viene al banco, appoggia lo zaino, mi chiede un’aranciata perché no, niente vodka vero? mi sorride e col suo accento tagliente come vetro rotto mi racconta meraviglie.
Mi insegni a vivere.
Ti voglio bene Jacek.

Mind the bright lights (Smolik e Kev Fox, 2018)

I pensieri del Comandante

“L’ansia è il fondo di una bottiglia rotta, piantata tra lo sterno e lo stomaco, per quanto coraggio ti toglie ti ricompensa con la paura”. Si preannuncia un gran bel duetto intellettuale, domenica alle 18,30 – “rigorosamente dopo la Spal” – al circolo Blackstar, fra Cristiano Mazzoni (scrittore sempre in prima fila a difesa degli ultimi e della giustizia sociale, perdutamente innamorato – oltreché del rosso – dei colori biancoazzurri, al suo debutto lirico) e Mazzoni Cristiano (cognome e nome proprio come nella locandina di presentazione dell’evento simpaticamente si fa appellare per distinguersi dall’omonimo), anch’egli scrittore di riconosciuto talento, anch’egli ferrarese oltreché amico del suo omologo gemello d’anagrafe. Spunto del dialogare, dissertare e disquisire in libertà sarà “I pensieri del Comandante”, nuova pubblicazione (edizioni Freccia d’Oro) del C.M. che si confronterà con M.C. e con tutti coloro che presenzieranno, al circolo Arci di via Ravenna 104, a questo incontro che si preannuncia ricco di parole, pensieri e passione.

Scrive l’autore della sua poetica raccolta: “Premessa, doverosa premessa. Chi dovesse imbattersi, per sbaglio o – peggio – per scelta in queste pagine, deve essere consapevole di ciò che l’attende. Ammesso e non concesso che per bontà, carità o convinzione arrivi alla fine del libro, il lettore non si imbatterà in un testo di poesie (cosiddetto) canonico. Infatti, l’autore (io), non è a conoscenza della tecnica, della metafora, del sillogismo, né del dolce e neppure dell’amaro stil novo. Alle terzine e quartine preferisco le cinquine (della tombola)… Le parole che scrivo sono raggruppate in frasi che stanno insieme grazie alla giusta miscela tra pensiero e rabbia, tra sogno e materialità, ma fondamentalmente, impastate con la voglia e il bisogno di scriverle. Questo libro è dedicato a mio suocero, grande uomo; e le uniche due vere poesie presenti sono quelle inserite nella post-fazione, scritte da lui dopo la nascita delle mie figlie”.

“I pensieri del Comandante”, edizioni Freccia d’Oro sarà presentato domenica 8 dicembre alle 18,30 al circolo Arci di via Ravenna 104

Nota sull’autore, Cristiano Mazzoni – Figlio unico di madre impiegata e padre sindacalista, Cristiano Mazzoni nasce a Ferrara, nell’autunno caldo del 1969, nelle case popolari a due chilometri dal centro cittadino. Ha pubblicato Batiguàza. Resoconto di una adolescenza (Este Edition 2011), Parole dissociate. Memorie e pensieri (Este Edition 2012). Nel 2014, in occasione dei mondiali di calcio, un suo racconto “Speriamo di non cadere”, viene inserito in una raccolta dal titolo “Racconti Mondiali”, edito da Autodafé Edizioni di Milano. Nel 2015 un suo racconto dal Titolo “Petrolchimico” è inserito in una raccolta pubblicata sempre da Autodafé. Con Autodafé pubblica il suo primo romanzo “Il Bar dei Giostrai” nel 2017. Alcuni suoi pensieri e articoli sono stati pubblicati da Ferrara Italia. E’ in redazione a “Lo Spallino” dove scrive di un grande amore. Scrive, come autoanalisi, per raccontare, soprattutto a se stesso, che non è mai troppo tardi per autodeterminarsi”

BORDO PAGINA
Mariella Valdiserri, Il clan di Giano e altri racconti (Armando editore, 2018, Libri illustrati)

“Tre fiabe interattive dedicate ai nativi digitali: “Le avventure del Clan dì Giano”, “La Casa di Babbo Natale” e “La Magia delle acque”. Ai piccoli viene data la possibilità di interagire con i personaggi delle fiabe. Utilizzeranno cellulari, tablet, geolocalizzazione e altro per cercare gli animaletti nel bosco, le fatine delle acque magiche, Babbo Natale che fa il bagno in piscina con le renne, il talismano che protegge i bambini. La narrazione dei genitori è il cerchio magico che crea un momento prezioso in cui i bimbi diventano protagonisti del racconto e le novità tecnologiche un utile stimolo per utilizzare e sviluppare il proprio sistema sensoriale. Esplorare insieme la mitologia etrusca e romana è l’anello di congiunzione. Far conoscere modelli primordiali alla “mobile generation”. Età di lettura: da 8 anni”
Una “Favola” vera moderna (con anche Babbo Natale protagonista) celebra la magica città toscana di Chianciano Terme, famosa per le sue acque terapeutiche, laghi e colline e non solo, già terra degli Etruschi e dei Romani: oggi – quasi come una macchina del tempo, riformattata sul piano turistico culturale, con un sapiente mix tra il presente e le sue origini.
Una favola stessa scritta in delizioso linguaggio infantile dorato (per così dire) dall’autrice, Mariella Valdiserri (giornalista e docente di moda, lauree in Lingue e Letteratura straniere), che piacerebbe molto a Bruno Bettelheim, Andersen, Rodari o Calvino, in un paradosso virtuale e-o reale che conferma come non mai il significato nient’affatto solo fantastico del fabulare ma la sua logica diversamente reale e psicologico quotidiana.
E nessuna nostalgia del c’era una volta, fiabe addirittura interattive per i bambini dell’era elettronica e di Internet: qua l’immaginario è vivente nel presente e proiettato nel futuro, con bambini con Smartphone che grazie al geolocalizzatore, nel racconto finale La Magia delle Acque (tributo alle “leggendarie” sorgenti che da la fama da sempre a Chianciano Terme) risolvono “il mistero che avvolge le fonti miracolose del villaggio che fu…”.
E infatti scoprono le 5 originarie sorgenti naturali, rintracciando i suoi custodi etruschi e romani (gli dei venerati dalle antiche popolazioni del territorio): ovvero Giano, Tinia/Giove, Tesan/dea dell’Aurora, Theia/Selene, il Parco dell’Acqua Santa, la sorgente dell’acqua santissima, il Bosco dei Fucoli, il Parco di Sillene (le “acque che proteggono – proprio – i bambini), persino un “inedito” Parco del futuro di un artista contemporaneo, il tutto “mimetizzato” nelle meraviglie della Natura di Chianciano Terme.
Tornando a Babbo Natale, nel secondo racconto, l’eterno Santa Claus, consigliato in un inverno ultra rigido e inquietante al Polo Nord che l’ha stressato dal suo entourage di folletti, gnomi, renne e maghi, guarisce e torna in forma, traslocando proprio nel clima e l’incanto di Chianciano Terme: così, nonostante l’inverno eccezionale anche per il Polo Nord, ( metaforicamente nonostante il nostro tempo materialistico sembri smemorato della bellezza delle fiabe), Babbo Natale riesce ancora una volta a volare per portare i doni a tutti i bambini del mondo, alla velocità di un’astronave quasi aliena.
(E… da quel giorno… ogni anno, da novembre, special guest a Chianciano Terme, “realmente” con evento per festeggiare il Natale…).
Sullo sfondo… sempre il primo racconto che da il titolo a questo libro opportunamente anche illustrato con perizia minimalista: ovvero Il clan di Giano, i 12 animaletti dai nomi etruschi, ispirato, riassumendo, dalle antiche divinità etrusche e che danno i nomi a tutte le bellezze moderne, naturali e urbano/artificiali della comunità di Chianciano Terme (Hercle la tartaruga, Usil lo scoiattolo, Uni la cerbiattina, Selvans e così via, tra impianti sportivi, parchi e piscine termali, ecc.).
Molto bella anche, quasi come un personaggio e voce narrante fuori campo, l’introduzione del sindaco (A. Marchetti) della città toscana e… neoetrusca.
Il libro fiaba è destinato ai bambini, ma come sempre per l’infanzia letteraria, godibile anche per i bambini del futuro, diventati grandi…
Mariella Valdiserri, giornalista di moda, insegnante di scrittura giornalistica all’Accademia del Lusso e docente di Moda all’Accademia di Belle Arti. Giornalista, lauree in Lingue e letterature straniere, inizia a lavorare in sala stampa della Camera. Già direttore di Donna Oggi e Regione Lazio ha condotto il programma RAI sul Made in Italy. Corrispondente del Corriere Canadese è redattrice di Rendez-vous de la Mode e Women & Bride. Docente per Accademia di Belle Arti e Accademia del Lusso. Art director del Premio Moda Ninfa Egeria, ideatrice del Premio Raffaello per New Talents, ha collaborato con Messaggero, L’Ora, Rai 3, Costume e società e Corriere Montreal.

Info
https://www.ibs.it/clan-di-giano-altri-racconti-libro-mariella-valdiserri/e/9788869924149?inventoryId=101249986
http://flashstylemagazine.altervista.org/il-clan-di-giano-e-altri-racconti-di-mariella-valdiserri-il-piu-bel-percorso-culturale/

IL DOSSIER SETTIMANALE
Fogli Erranti: le storie sparse dei nostri autori

L’onere della scrittura…
Scrivere può essere un bisogno, una necessità, oppure un vezzo, un capriccio. Si può scrivere senza avere nulla da dire, oppure avere molto da raccontare senza riuscire a farsi capire. Alla fine il giudizio insindacabile è sempre di chi legge. Perché, diciamolo, ci vuole coraggio a scrivere! Coraggio, sfrontatezza e anche un po’ di incoscienza.
Ci sono storie che non leggeremo mai. Sono le storie nel cassetto dei nostri autori: storie segrete e inedite, curiose o noiose, anonime e intime, geniali o banali, assurde e grottesche, leggere o profonde, entusiasmanti e intriganti… solo voi lettori potrete dirlo. Perché ci sono storie belle e storie brutte, per chi le scrive e per chi le legge.
L’alchimia tra scrittore e lettore è spesso misteriosa, ma proprio qui sta il bello di una storia. Raccontare una storia è raccontarsi, e in fondo la storia di ognuno appartiene a tutti quanti, perché tutti quanti sono uno.

Per questo abbiamo invitato i nostri autori a condividere alcune loro storie in uno spazio comune. Ebbene, nella casa di Ferraraitalia c’è una stanzetta (Fogli Erranti) dove è possibile scovare queste storie: storie che non si trovano sui libri e che non si devono pagare, ma che, se si vuole, si può decidere di fare proprie oppure di ignorare, la scelta è libera.
Questa settimana di fine agosto abbiamo pensato di proporvi una selezione, con l’auspicio di poter stimolare la vostra curiosità di lettori. Basta solo abbandonarsi all’incanto.

FOGLI ERRANTI. RACCONTI E POESIE. IL DOSSIER N. 12/2017 – Leggi il sommario

LE STORIE DI MONDODISOTTO
Seconda storia: il segreto dell’Oculino e la Grotta del Cristallo Arcobaleno

Pietro e Oculino si erano conosciuti a casa di Mastro Formigallo, e quella sera tutto successe per caso, o quasi.
La verità è che Mastro Formigallo ospitava l’Oculino Fissatore contro la sua volontà, sebbene il piccolo intruso se ne stesse confinato in cima alla torre senza nulla pretendere dal padrone di casa se non il potersi rintanare in quel discreto rifugio per non apparire a nessuno.
E sin dall’inizio il mastro fornaio aveva tenuta ben nascosta al resto della comunità quella strana convivenza.
Almeno fino a quella sera.
Quel giorno Pietro era andato a trovare l’amico fornaio, si misero a giocare ai dadi per tutto il pomeriggio, poi, quando fu giunto il momento di andarsene, Pietro avvertì qualcosa d’insolito nella casa dell’amico. L’imbarazzo del padrone di casa insospettì Pietro che subito lo mise alle strette. Dopo una timida riluttanza il fornaio non poté far altro che rivelare il segreto e far incontrare i due in cima alla sua torre.
La sensibilità di Pietro lo portò a comprendere ciò che tutti gli altri non avevano ancora capito: l’Oculino non era una creatura ostile e malevola, era semplicemente diversa.
Pietro, col permesso di Mastro Formigallo, decise di restare nella torre in compagnia del piccolo Oculino Fissatore tutta la notte.
Quella notte Oculino ebbe il suo primo amico, e quella notte gli raccontò la sua storia:
“Sono l’ultimo superstite di un’antica stirpe di telepati volanti che gli abitanti di Mondodisopra hanno cacciato senza pietà. Per sfuggire alle rappresaglie, io e pochi altri sopravvissuti ci nascondemmo nel Mondodisotto. Vagammo per lungo tempo in cerca di un posto sicuro, poi, credendo di aver raggiunto finalmente la salvezza, ci sistemammo nella Grotta del Cristallo Arcobaleno, l’unico luogo di Mondodisotto dove fosse sempre giorno, e decidemmo di stabilirci lì per sempre.
Era un posto bellissimo!
Un enorme cristallo dominava sospeso al centro della grotta, produceva una luce intensa i cui riflessi multicolori brillavano in ogni angolo. Tutt’intorno una rigogliosa vegetazione di radicalberi e trifolotti dava all’ambiente un aspetto gentile e accogliente. Per completare il quadro, in mezzo alla valle sotterranea giaceva un placido laghetto le cui acque cristalline creavano ulteriori giochi di luce che si sommavano a quelli sulle pareti riflettenti della grotta.
Era uno spettacolo psichedelico che non finiva mai. La luce proveniente dal cristallo brillava con mille sfumature di colore e rimbalzava sui nostri sguardi rapiti dalla meraviglia. I miei compagni, estasiati, pian piano non riuscirono più a far null’altro se non ammirare la fonte di tanta bellezza.
Solo io, confesso, per mia natura scettico e sospettoso, non volli indugiare a lungo il mio sguardo sul cristallo.
Così, per non cadere nella tentazione del cristallo, m’incaricai di raccogliere le dolci bacche che pendevano dai rami di fragolalbero, mi misi poi a distribuirle ai miei compagni che, dopo averle ricevute, si limitarono a posarle a terra senza mai distogliere gli occhi dal cristallo.
Io me ne stavo in disparte a mangiare le mie bacche e ogni tanto osservavo gli altri sempre impalati a guardare quel cristallo.
Ero seccato. Non riuscivo a capire il loro comportamento, erano tutti lì assorti nel fissare quella luce come se non ci fosse altro da fare, ovvero nutrirsi per esempio!
Ero esasperato. Gridai (come può farlo un telepate: in silenzio ovviamente!) e gridai ancora, li chiamai con tutta la forza del mio pensiero.
Nessuno rispose…
Nessuno si voltò a guardarmi, e fu una cosa assai strana poiché un telepate riesce sempre a percepire una risposta anche da chi è reticente.
Io invece non ne ricevetti alcuna e questo mi allarmò.
Mi avvicinai ad uno di loro, mi misi davanti a lui e lo fissai. Questi continuava a guardare la luce, allora con uno strattone gli feci incrociare il suo sguardo col mio. Lui mi guardò, ma dopo qualche istante ritornò a fissare il cristallo. Feci la stessa cosa con gli altri, ma, nonostante i miei ripetuti tentativi di attirare la loro attenzione, tutti continuavano imperterriti a contemplare quel cristallo.
Improvvisamente capii cosa stava accadendo e mi spaventai.
La luce del cristallo aveva svuotato la mente dei telepati!
Essi, avendola fissata per così tanto tempo, non erano più in grado di sentire i pensieri dei compagni, e non li sentivano semplicemente perché non erano più capaci di pensare.
Erano tutti inebetiti dall’estasi provocata dalla luce!
Iniziai ad imprecare contro di loro, contro la loro idiozia e contro quel maledetto cristallo. Ma ormai era tutto inutile, ormai ero solo!
Non mi rimase che una cosa da fare: fuggire da quel posto prima che quel posto mi riducesse ad un fantoccio dalla mente svuotata, come aveva fatto coi miei compagni. Così me ne andai.
Vagai per giorni e giorni, avevo preso con me delle provviste che iniziarono a scarseggiare. Le grotte e le gallerie mi sembravano tutte uguali, spoglie e buie. Mi sentivo a mio agio nell’oscurità, la mia mente di telepate mi permetteva di vedere al buio senza alcuna difficoltà e muovermi nelle tenebre mi faceva sentire più sicuro.
Ma non durò molto.
Ormai stanco, giunsi all’ennesimo bivio tra due cunicoli, e scelsi quello dal cui fondo proveniva un tenue chiarore. M’incamminai.
Man mano che avanzavo il chiarore si faceva sempre più intenso finché alla fine del tunnel dovetti svoltare di lato, rimanendo quasi accecato da un bagliore potentissimo.
Lentamente i miei occhi, rimasti al buio per diversi giorni, si riabituarono alla luce e finalmente riuscirono a distinguere davanti a me un enorme spazio illuminato a giorno.
Ero di nuovo nella Grotta del Cristallo Arcobaleno!
Caddi in ginocchio, ero avvilito ed incredulo, avevo camminato per giorni in un labirinto di gallerie per ritrovarmi ancora al punto di partenza.
Mi guardai attorno e subito inquadrai chiaramente, al centro della grotta, un gruppo di esili sagome, erano immobili e rivolte verso il cristallo. Erano loro: i miei compagni stavano sempre lì, esattamente dove li avevo lasciati!
Mi avvicinai, vedevo dei mucchietti di bacche rinsecchite ai loro piedi, erano quelle che avevo raccolto per loro. Mi avvicinai ancora finché vidi le loro facce: erano tutti morti!
Guardavo i miei compagni, rinsecchiti come quelle bacche, i volti avevano un’espressione estatica che la morte aveva trasformato in una smorfia grottesca. Erano come burattini di cartapesta con le teste rivolte verso la luce ma con gli sguardi avvolti in un macabro velo giallognolo e persi nel nulla eterno.
Piansi.
Giorni prima avevo abbandonato quel posto sentendomi solo, ora capivo che lo ero veramente e lo sarei stato per il resto della mia esistenza.
Rimasi lì a lungo a guardare i miei compagni di fuga. Eravamo fuggiti dall’inferno per finire lì, in quel falso paradiso.
La mia mente rincorreva i piacevoli ricordi, vecchie immagini si accavallavano nella memoria alla ricerca di un tempo in cui il dolore era ancora sconosciuto. Era un modo per scansare la disperazione, e trascorse parecchio tempo prima di ritornare al presente e riprendere il controllo totale di me stesso.
Intorno a me c’era solo morte e silenzio, eppure avvertivo un’energia sconosciuta, qualcosa che non riuscivo a capire ma che era lì insieme a me, ed era vivo.
Poi me ne resi conto: il cristallo incombeva dietro di me!
Fino a quel momento gli avevo voltato le spalle volutamente, ma lui era lì, avvertivo il calore della sua luce sulla schiena, un tepore avvolgente, invitante.
Il cristallo bramava. Voleva attenzione, e la voleva da me!
Mi chiesi se ero giunto alla fine, se fosse stato meglio lasciarsi andare, abbandonarsi al volere del cristallo. La tentazione di guardare la luce diventava ogni istante più forte.
In fondo che male c’era?
Sarebbe stato l’inizio di un viaggio su un arcobaleno di meraviglie. Mille riflessi colorati danzavano ondeggiando ad un ritmo regolare e ipnotico, tutto era immobile eppure pareva muoversi e un’insolita sensazione di euforia e benessere cominciava ad invadere i miei sensi.
Era l’inizio di un viaggio meraviglioso, senza pensieri e senza ritorno.
Poi, d’improvviso, qualcosa mi afferrò…
Io non capivo, avevo la sensazione di volare dentro un vortice multicolore, invece venivo trascinato via da una selva di piccole braccia pelose. Braccia provvidenziali che mi adagiarono al riparo di una roccia, lontano dall’influsso del cristallo.
Avevo sempre avuto gli occhi spalancati, ma solo in quell’istante mi parve di aprirli e tornare a vedere per la prima volta.
Ero circondato da una dozzina di piccole creature, avevano grandi orecchie e grandi piedi, gli occhietti erano piccoli e neri ma brillavano di una luce vispa e intelligente. I loro modi erano amichevoli e premurosi.
Mi osservavano con apprensione, come si guarda un malato nel suo capezzale. Poi riconobbi la loro specie: erano sghiropetti!
Ne avevo già visti nel Mondodisopra, vivevano nei boschi tra le montagne e anche loro, come me e i miei simili, erano perseguitati dagli umani.
Squittivano nella loro lingua, allora mi concentrai e collegai la mia mente con la loro: iniziammo a comunicare col linguaggio del pensiero.
Scoprii così che erano esploratori in cerca di nuove grotte, erano in giro in missione quando mi videro vagare per le gallerie a spirale che circondavano la Grotta del Cristallo Arcobaleno.
Quella grotta era un posto che essi conoscevano bene, un posto in cui era facile smarrirsi e che per questo evitavano. Quando si accorsero di me capirono subito che mi ero perso, ma, essendo esserini tanto diffidenti quanto curiosi e non conoscendo affatto la mia natura, decisero di seguirmi di nascosto tenendosi a discreta distanza.
Alla fine comunque, vedendomi in pericolo, ruppero gli indugi e mi salvarono.
Quando chiesi da dove venissero, la loro risposta mi stupì non poco.
Mi dissero che provenivano da una grande città chiamata Verdonia, che sorgeva nella più grande grotta di Mondodisotto: la Grotta di Smeraldo!
E fu così che arrivai in questo posto, scortato da tre di loro che decisero di guidarmi sino a qui, a Verdonia.
La città, lo sappiamo, non mi accolse bene, tanto più che dopo qualche tempo le autorità decisero di assumere proprio quei tre sghiropetti col compito di tenermi d’occhio e riferire ogni mio movimento. I tre dovettero ubbidire e finsero di accettare l’incarico, ma loro mi conoscevano ed erano dalla mia parte. Tanto che dopo qualche tempo decisero di mollare tutto e raggiungere i compagni alla ricerca di nuove grotte da esplorare.
E quindi eccomi qui, la gente di Verdonia mi crede scomparso assieme agli sghiropetti. Ora tu sai come stanno realmente le cose.”
Pietro annuì, anch’egli aveva imparato a comunicare con l’Oculino attraverso la lettura del pensiero. Ma era una capacità che poteva essere trasmessa dal telepate solo incrociandone lo sguardo a fondo, fissando quegli occhi che tanto intimorivano.
Era ormai l’alba e, come tutte le mattine, Mastro Formigallo si accingeva a dare la sveglia agli abitanti di Verdonia.
Si era alzato tre ore prima per preparare e infornare il pane. Durante una pausa nelle sue faccende decise di dare una controllatina alla situazione in cima alla torre. Salì le scale facendo attenzione a non fare rumore, giunto sul pianerottolo si trovò davanti alla porticina che Pietro, qualche ora prima, aveva richiuso dietro di sé. Si chinò, appoggiò l’orecchio e cominciò ad origliare. Stette in quella posizione per un bel po’, ma non udì un fico secco, nessun rumore, nessuna parola, nulla.
Decise di tornare alle sue occupazioni. “Si saranno addormentati!” concluse.
Mentre scendeva le scale ebbe un capogiro, chiuse gli occhi, gli sembrò di ondeggiare sospeso a mezz’aria sopra un grande arcobaleno luminoso. Era una sensazione ubriacante e piacevole, e si accorse di gradirla anche se non ne capiva la provenienza.
Poi di colpo tutto svanì, e si ritrovò appoggiato alla balaustra mezzo stordito. «Dannato mestiere! Dovrei riposare di più… non c’è ombra di dubbio!» bofonchiò.
Fu proprio allora che sentì odore di bruciato. «Maledizione… IL PANE!» esclamò.
«IL PANE… IL PANE!» ripeteva, mentre correva giù dalle scale…

Storia e illustrazioni di Carlo Tassi

BORDO PAGINA
“Verso un Nuovo Mondo”, prima antologia fantasy-futurista con prefazione di Roby Guerra

E’ uscito “Verso il Nuovo Mondo” a cura dell’Associazione Hyperion (sede Principato di Monaco). Un libro fantasy futuribile e con prefazione del futurista ferrarese Roby Guerra…

Dal Principato di Monaco, E’ uscito “Verso un Nuovo Mondo”, esito di un concorso letterario. A cura dell’ Associazione Hyperion (sede Principato di Monaco) nata lo scorsa primavera, ovvero di Ivan Bruno, Sol Weintraub, cover di Livia Viganò, consulenza editoriale di Victoria Ramelli. Sorta di Fantasy anche futuribile, con gli archetipi del Viaggio e dell’ignoto e dell’utopia/atopia in primo piano. “Diciotto racconti. Diciotto viaggi tra speranza, amore, follia e disperazione. Tra queste pagine troverete cantori digitali, misantropi sociofobici, artisti visionari, divinità meccaniche, futuristi e acrobati. Storie di viaggi, ma non solo. Perché il Nuovo Mondo non è sempre lontano ma, spesso, si trova dentro di noi. “Verso un Nuovo Mondo” è la prima antologia promossa dall’Associazione Hyperion, raccoglie i testi selezionati dell’omonimo concorso, introdotti dal neo-futurista Roberto Guerra, posfazione di Chiara Blasutta. L’intero ricavato dell’opera sarà devoluto in favore del progetto per l’oncologia pediatrica “Gold for Kids” della Fondazione Umberto Veronesi”.
hyperion verso un nuovo mondo
Gli scrittori e i racconti: NOI SIAMO MATRICE di Emilia Cinzia Perri – LA SCALA SANTA di Serena Bertogliatti (parimerito); SFRENATA EBBREZZA di Iris Larosa, 2°; L’ULTIMO NUMERO di Giulia Sanguin, 3°; (Selezione) QUANDO SEI ARRIVATO di Federico Bagni; LE ESPLOSIONI DI RIFERIMENTO di Elvira Buonocore; EKSODOS di Ariela Rizzi; IL CIELO SOPRA ALEXANDERPLATZ di Davide Schito; UCCIDIAMO IL CHIARO DI LUNA di Lodovico Ferrari; ECLISSI di Matteo Zanini; HOMOFOBIA di Emiliano Sanesi;IL VECCHIO E IL BAMBINO di Carlo Barlassina; UN MONDO PER CLOE di Sonia Barsanti; LA VERGINE DELLA CASCATA di Luca Greco; IL ROVESCIO DELLA PRIMAVERA di Lucrezia e Ornella Villavecchia; IN BIANCO E NERO di Oscar Tison; (Fuori concorso) L’ULTIMO PIANTO DEL BEATO Sol

Info:
http://associazionehyperion.altervista.org/
https://www.amazon.it/Verso-Nuovo-Mondo-Associazione-Hyperion/dp/1542658373/ref=asap_bc?ie=UTF8

Fogli Erranti: le storie sparse dei nostri autori

Ci sono storie che non leggeremo mai. Sono le storie nel cassetto dei nostri autori: storie segrete e inedite, curiose o noiose, anonime e intime, geniali o banali, assurde e grottesche, leggere o profonde, entusiasmanti e intriganti… solo i lettori potranno dirlo. Perché ci sono storie belle e storie brutte, per chi le scrive e per chi le legge.
Abbiamo invitato i nostri autori a condividerle in uno spazio comune. Ebbene, nella casa di Ferraraitalia c’è una stanzetta dove è possibile scovare queste storie: storie che non si trovano sui libri e che non si devono pagare, ma che, se si vuole, si può decidere di farle proprie oppure di ignorarle, la scelta è libera. Buona lettura!

Postilla: l’onere della scrittura…
Scrivere può essere un bisogno, una necessità, oppure un vezzo, un capriccio. Si può scrivere senza avere nulla da dire e avere molto da raccontare senza riuscire a farsi comprendere. Alla fine il giudizio insindacabile è sempre di chi legge. Perché, diciamolo, ci vuole coraggio a scrivere! Coraggio, sfrontatezza e anche un po’ di incoscienza.
L’alchimia tra scrittore e lettore è spesso misteriosa, ma proprio qui sta il bello di una storia. Raccontare una storia è raccontarsi, e in fondo la storia di ognuno appartiene a tutti quanti, perché tutti quanti sono uno. Basta solo abbandonarsi alla curiosità, e all’incanto.

L’umanità frustrata di Friedrich Dürrenmatt

Friedrich
Friedrich Dürrenmatt

Fin dalle prime battute i racconti dell’autore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990) trasmettono la sensazione di vivere al di fuori della storia, in una terra di nessuno che oltrepassa le dimensioni della realtà, non identificabile. Sparisce un’appartenenza riconoscibile per lasciare il posto a una scena più ampia: quella dell’essere umano. Non c’è l’immagine della Svizzera felice, oasi culturale del provincialismo, depositaria di valori liberal borghesi, saggia, modello di convivenza pacifica. Non appare il Paese che in pochi anni a distanza dal secondo dopoguerra si è trasformato nel modello economico produttivo guardato come ‘miracolo’, con le sue banche e le sedi di multinazionali. Dürrenmatt ha bisogno di spazi diversi per uscire dalla ristrettezza, dall’immobilismo, dalla realtà angusta e opprimente, da quella, insomma, che alcuni autori del periodo, fra cui anche Max Frisch, definivano una specie di nevrosi difensiva elvetica. Ne sono nati racconti assolutamente singolari, a volte destabilizzanti, altre surreali o grotteschi, unico modo, secondo l’autore, per rappresentare l’umanità frustrata.

racconti

Nel racconto “Il Tunnel”, un giovane studente prende il treno per raggiungere l’università e quello che doveva essere un tragitto banale e quotidiano, si trasforma in un lungo, interminabile incubo. Il treno imbocca un tunnel che non finisce mai, tra l’indifferenza di passeggeri che non vogliono capire, controllori che non vogliono parlare, addetti ai bagagli che scendono al volo qualche minuto dopo la partenza, prima della catastrofe. Una caduta a picco che diventa verticale, in un abisso senza limiti. L’epilogo della folle corsa è sconcertante come nello stile abituale di Dürrenmatt. “La promessa” è il titolo che forse ha avvicinato di più il nome dell’autore al grande pubblico, perché trasformato in un bel film di Sean Penn con un bravissimo Jack Nicholson nella veste del protagonista, il commissario Matthäi. E’ la storia di una frenetica ricerca dell’autore del brutale delitto di una bambina di sette anni, ritrovata nel bosco. Uno scenario contrastante, dove il commissario non è creduto dai suoi stessi poliziotti e la realtà dei fatti è contraddittoria, in continua metamorfosi. Tutto diventa la negazione di tutto. In “La panne”, un commesso viaggiatore in panne con la propria auto, si ritrova improvvisamente coinvolto in una situazione inimmaginabile, un gioco crudele, quasi perverso, dal finale conseguente. I suoi soccorritori diventano giudici implacabili che lo inchioderanno davanti a responsabilità sempre negate, rimosse o che forse non gli competevano. Anche in questo caso il cinema ci viene incontro con un film di Ettore Scola, “La più bella serata della mia vita” liberamente tratto dal racconto. Ma forse l’effetto disorientante più emblematico, si trova in “La caduta”: il racconto esordisce con la descrizione di una movimentata festa, un buffet freddo a base di uova ripiene, prosciutto, toast, caviale, acquavite e champagne, che gli invitati di spicco, denominati semplicemente A, B, C, D, E, F, G, H, K, I, L, M, N, O, P, consumano con voracità, riempendosi la bocca, oltre che con le prelibatezze, con discorsi di facciata e grandi enunciazioni politiche contenenti il vuoto. L’atmosfera è quella di un ben camuffato campo di battaglia dove scontrarsi per il raggiungimento delle postazioni migliori di prestigio, come tante pedine su una scacchiera.
I racconti di Friedrich Dürrenmatt sono legati dalla metafora poliziesca attraverso la quale denunciare la smania di ordine e giustizia, fonte, secondo l’autore, di perversione e violenza. Ciò che spesso sfugge al giudizio dei tribunali può essere eticamente condannabile e viceversa. I meccanismi di indagine e di giudizio sono trattati con toni di pungente satira e spirito critico e l’autore vuole dimostrare una tesi ben precisa, attraverso l’utilizzo di trame investigative: il caso governa e determina i destini umani, il razionale non prevale sul caos, anzi. Solo chi ha sperimentato il disordine fino alle sue conseguenze estreme può riscoprire uno spazio in cui regna quella consapevolezza di sé non traducibile in parole, che può redimere dal caos postmoderno.
L’ultima pubblicazione dell’autore, poco prima della sua morte, è “La valle del caos”, ambientato in un isolato villaggio di montagna dove la vita ruota intorno a un centro terapeutico molto frequentato nel quale si incontra gente di ogni provenienza ed estrazione: gangster, gente comune, ricchi faccendieri e annoiati benestanti. Una fauna umana che compare, scompare, si incrocia per poi lasciarsi. Il caos. Un Dürrenmatt che non ha mai smesso di essere attuale, puntuale e pignolo osservatore dei comportamenti e dei fatti, critico superlativo della modernità disordinata e distruttiva.

IL DOSSIER SETTIMANALE
Attenzione: leggere nuoce gravemente all’ignoranza

“Che cosa vi ha scosso talmente? In che modo la torcia vi è stata strappata di mano?”
“Non lo so. Abbiamo tutto quanto occorre per essere felici, ma non siamo felici. Manca qualche cosa. Mi sono guardato intorno. La sola cosa che abbia visto mancare positivamente sono i libri che io avevo bruciato in questi ultimi dieci o venti anni. E allora ho pensato che i libri forse avrebbero potuto essere utili”.
“Voi siete un romantico irrimediabile” disse Faber. “Sarebbe una cosa buffa, se non fosse tragica. Non sono i libri che vi mancano, ma alcune cose che un tempo erano nei libri. […]
Tre cose ci mancano: numero uno: sapete perché libri come questo siano tanto importanti? Perché hanno sostanza. Che cosa significa in questo caso “sostanza”? Per me significa struttura, tessuto connettivo. Questo libro ha pori, ha caratteristiche sue proprie, è un libro che si potrebbe osservare al microscopio. Trovereste che c’è della vita sotto il vetrino, una vita che scorre come una fiumana in infinita profusione. Maggior numero di pori, maggior numero di particolarità della vita per centimetro quadrato avrete su un foglio di carta, e più sarete “letterario”. Questa è la mia definizione, ad ogni modo. Scoprire le particolarità. Particolarità nuove! I buoni scrittori toccano spesso la vita. I mediocri la sfiorano con una mano fuggevole. I cattivi scrittori la sforzano e l’abbandonano. Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo in un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero. Perfino i fuochi artificiali, nonostante tutta la loro eleganza, nascono dalla chimica della terra. Eppure, non so come, riusciamo a credere di poterci evolvere nutrendoci di fiori e di giochi pirotecnici, senza concludere il ciclo del ritorno alla realtà. […] Insomma, questa è la prima cosa delle tre che ci mancano. Sostanza, tessuto di elementi vitali”.
“E la seconda?”
“Agio, tempo libero”
“Oh, ma noi abbiamo molte ore libere ogni giorno”
“Ore libere dal lavoro, sì. Ma tempo di pensare? Quando non guidate la macchina a più di cento all’ora, a un massimo in cui non potete più pensare ad altro che al pericolo, allora ve ne state a giocare a carte o sedete in qualche salotto, dove non potete discutere col televisore a quattro pareti. Perché? Il televisore è “reale”, è immediato, ha dimensioni. Vi dice lui quello che dovete pensare, e ve lo dice con voce di tuono. Deve aver ragione, vi dite: sembra talmente che l’abbia!” […]
“Mia moglie dice che i libri non sono “reali””
“E Dio sia lodato per questo. Li si può almeno chiudere, dire: “Aspetta un momento”. Potete farne ciò che volete” […]
“Dove andremo a finire? I libri potranno esserci di aiuto?”
“Soltanto se potremo avere la terza cosa che ci manca. La prima, come ho detto, è sostanza, identificazione della vita. La seconda, agio, tempo di pensare a questa identificazione, di assimilare la vita. La terza: diritto di agire in base a ciò che apprendiamo dall’influenza che le prime due possono esercitare su di noi”.

(Ray Bradbury, Fahrenheit 451)

E’ quasi un paradosso: è vero, i libri possono non essere reali, ma nello stesso tempo sono spesso strumenti per leggere, interpretare e persino assimilare la realtà e la vita, perché immaginare, in fondo, forse non è altro che leggere pagine di una realtà e di una vita futura.
Questa settimana vi proponiamo una selezione di articoli che riguardano i libri, i lettori e gli scrittori. Non solo recensioni per consigliarvi letture estive, ma anche presentazioni di volumi, interviste e racconti, per condividere di nuovo con voi opinioni, punti di vista, riflessioni degli autori e del loro pubblico e dei nostri collaboratori. Proposte di lettura di e su volumi, ma anche della e sulla realtà. La speranza è che, proprio come nel dialogo fra il pompiere incendiario Montag e il vecchio professor Faber, vi fermiate a pensare e abbiate voglia di scoprire nel resto del nostro archivio ciò che è rimasto fuori, per poi agire o scegliere di non farlo in base a ciò che avrete letto.

Proposte di lettura – vedi il sommario

Sfogliando il mondo immaginario di Maria

I disegni di Maria Sciarnamei Boschi, draghi, streghe, elfi, sassi, alberi, paracaduti, cavalieri, sirenette, elefanti, pupazzi di neve, fate, candele, orsacchiotti. Ci sono tutti, proprio tutti, ne “I disegni di Maria”, della giovane illustratrice brindisina Maria Sciarnamei, racconti di Niccolò Pugliese.
Qualche disegno è più vivace e colorato, qualcuno più pacato e tranquillo, ma le immagini corrono veloci e piacevoli sulle pagine, quasi fossero animate. I colori variano, le più belle sfumature ondeggiano qua e là, come spumeggianti onde curiose, dall’azzurro intenso, all’arancione che sa di sole, al verde smeraldo, al bianco degno di una sposa, fino al rosa-violetto che profuma di fiore. Siamo immersi in un’atmosfera da fiaba, è bello passeggiare per vialetti che portano lontano. Fantastico percorrere strade che portano non si sa dove, ma a una destinazione che, comunque, vogliamo e sappiamo immaginare. Accogliente.
Maria, ci ha confessato, si ispira al giardino della nonna, un piccolo locus ameno di periferia che, quando era piccola, era pieno di fiori, margherite, rose, bocche di leone ed era circondato da enormi pini, dove lei si arrampicava spesso e vi trascorreva molto tempo. In famiglia un po’ tutti le raccontavano storie, la nonna aveva un vasto repertorio di filastrocche e storie popolari, gli zietti adolescenti, invece, le raccontavano le storie del terrore, per anni lei stessa aveva creduto che uno dei loro amici fosse un lupo mannaro. Una prozia le raccontava poi una versione bellissima della favola di Cenerentola, lei andava al ballo per tre sere consecutive e ogni volta con un abito diverso, la prima sera con un abito con color del cielo e trapuntato di stelle, la seconda con un abito color del mare e la terza con un abito con i colori dei fiori. Tutto questo sta oggi nei disegni di Maria. Con intensità.
I disegni di Maria Sciarnamei

Questo libro è perfetto per chi ami, come lei, trascorrere del tempo in solitudine, rifugiarsi nel proprio mondo incantato dove rivivere le sensazioni tenere e sottili degli anni dell’infanzia. Maria ricorda quando trascorreva i lunghi pomeriggi estivi nel giardino della nonna e lo popolava di gnomi, spiritelli e fatine, e poi di sera chiedeva di raccontarle fiabe o storie di fantasmi. I suoi disegni sono ispirati a quegli anni lontani dai quei dolori che tolgono il fiato. In questo piccolo libro quei ricordi ci sono tutti, quelle fantasie di bambina pure, una dimensione lontana e spensierata che coinvolge.

Il libro comincia quindi con un bosco fatato, e anche un po’ incantato, di quegli incanti che avvolgono, che abbracciano, che fanno sentire vivi. Qui incrociamo Maria, una bella bimba bionda e coraggiosa che ama avventurarsi in quel luogo strano per raccogliere funghi profumati, per bere acqua fresca dal pozzo, e, soprattutto, per disegnare ciò che vede nel bosco. Tutto l’affascina, in quella rigogliosa radura, sui suoi fogli allegri, leggeri e spensierati finiscono tutte le piante, i frutti, i fiori, gli animaletti e gli alberi che si ritrova intorno. Salvo che un giorno, la dolce e tranquilla bambina si trova di fronte tre strani folletti che armeggiano col secchio dal quale attinge acqua, tre creature mai viste prima che la spaventano. Li allontanerà con furbizia, in un crescendo di azioni simbolo di una paura fronteggiata, combattuta e infine vinta. Quella che tutti abbiamo avuto da piccoli. Incoraggiante.

gabbiaDai simpatici pupazzi di neve, anime leggere che vivono sulla montagna più alta del mondo, arriviamo agli elefanti, nel commovente racconto “Zanne”. Qui è facile capire che il terremoto, il tempo e il sorgere del sole sono fra quelle cose che, nella vita, non si possono fermare. Così come non si arresta l’incedere degli elefanti che vanno verso il loro destino, impavidi e imperterriti. Tutti procedono verso un porto sicuro, quel cimitero degli elefanti dove si va quando è giunto il momento, dove si approda senza alcun dubbio e con un orientamento che parla da sé. E mentre alcuni vecchi animali arrivano in quel luogo di pace per riposare eternamente, due cuccioli giocano spensierati, sguazzando gioiosi in una pozza d’acqua proprio accanto. Perché non vi è tristezza alcuna, sulla scena, e la vita continua. Tenero.
I disegni di Maria SciarnameiIn “Pesca in la bemolle”, siamo incuriositi da un pescatore che non piglia pesci su un’isoletta senza nome e che con la sua armonica a bocca intrattiene le sirenette. Potere della musica e della sua armonia, melodia della bellezza che incanta. L’attenzione non è su quei pesci che non si pescano ma su quelle note che incantano. Le pagine del libro sembrano trasformarsi in spartito e la dolcezza di un suono incantato arriva fino al lettore. Come il fremito d’ali della rondine che fa primavera in terre dove è sempre inverno, dove il freddo rende la vita dura. Finché uno strano anno arrivano due inverni e una piccola rondine, che ogni anno sarà sempre la prima ad arrivare, combatte per avere la primavera, perché nessuna terra, anche la più fredda, rimanga mai senza speranza di rinascita. Delicato.
La fatina della candela ci insegna, poi, che il buio è solo quel tempo della vita dove non dobbiamo vedere e che i tuoni sono semplicemente rumori. Abbracciare forte qualcuno per non fargli avere paura può essere la soluzione, ed ecco che un bacio magico della fatina trasforma in eroe e uomo coraggioso il personaggio pauroso e fremente di fronte al nero misterioso della notte. Rassicurante.
Non manca la strega cattiva, quella che tutti temono e che vive in un’immensa foresta incantata, perfida finché arriva una volpe che scopre come anche nelle streghe cattive vi è qualcosa di buono. Bisogna sempre cercare questa parte dentro di sé, la si trova solo nei propri occhi. Basta imparare a leggerli e lasciare gli altri vivere liberamente. Rispettoso.
Se poi non si ama qualcosa, vi è sempre modo e ragione di cambiare idea. “L’Uomo che odiava ombrelli”, infatti, vive in un’umida vallata del nord con un clima né freddo né caldo ma con erba e alberi sempre verdi, perché piove sempre. Ogni giorno bisogna quindi uscire con l’ombrello. Giorgio vive qui e odia davvero quell’oggetto: fatica a tenerne il manico, li rompe tutti, li dimentica in giro, li perde. Finché un bel giorno lo scaltro ombrellaio del paese costruisce per lui un ombrello a due posti per poter stare sempre in compagnia. Eloquente. Giorgio, felice, esce sempre più di casa (d’altronde si può sempre cambiare idea), si trova anche un nuovo lavoro. Indovinate quale…

Maria Sciarnamei
Maria Sciarnamei

Maria Sciarnamei è nata a Brindisi nel 1980, è laureata in comunicazione presso l’Università degli Studi di Perugia e ama illustrare da sempre. Il che la rende felice. Dopo gli studi ha vissuto ad Agadir per 7 mesi, città di lussi e miserie, e dal Marocco ha portato a casa la sensazione che lì tutto fosse più vero e luminoso, oltre che i suoi colori intensi. Di questo magico Paese ha scoperto tutte le gradazioni del blu e del giallo, magiche le lucine filtrate dai vetri colorati, amandone le architetture, i sapori, gli odori, quelli pungenti e quelli sensuali, trasognando durante l’ora della preghiera pomeridiana quando quella voce sconosciuta galleggiava sulla città… Ha illustrato una raccolta di filastrocche “Vento D’Autunno” di Antonella Turchetti, edito da Streetlib e i “Disegni di Maria”, racconti di Niccolò Pugliese, editi da Morlacchi editore. Si prepara a un nuovo libro.

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Maria Sciarnamei (disegni), Niccolò Pugliese (storie), I disegni di Maria, Morlacchi editore, 2015, 61 p.

Maria Sciarnamei

TRADIZIONI
A Natale una volta il regalo era stare insieme

Chiudiamo con i ricordi di Anna Maria, classe 1923, che per tutti in paese è da sempre e sempre rimarrà la maestra.
Forse anche per questo, all’inizio è un po’ come se fosse lei a interrogarmi: vuole sapere come è nato questo lavoro, come rielaborerò le sue risposte, dove verrà pubblicato l’articolo, e alla fine scherza: “me lo vuoi sottoporre prima di pubblicarlo? Così lo correggo!”.
Anche lei, come Giorgio, mi dice subito che “è difficile riferire di quel tempo”, descriverlo a chi non lo ha vissuto: “era una vita che trascorreva molto più lentamente, più semplice, con meno frenesia e distrazioni, ma soprattutto c’era più ‘senso dello stare insieme’, almeno qui nei paesi”. “Ora molte cose – mi dice indicando con un cenno del capo al limite del rimprovero il portatile e lo smatphone sul tavolo – isolano e la comunicazione diventa più difficile. Una volta, anche con questo freddo, dopo cena capitava che si uscisse solo per andare a trovare qualcuno e fare quattro chiacchiere, magari ci si raccontava stupidaggini, ma si stava insieme”. Ora invece si telefona, si usano le chat sugli smartphone e sui pc, che certo accorciano le grandi distanze, ma sembrano allungare quelle che potresti percorrere a piedi.
Per il Natale era un po’ lo stesso: “il modo di viverlo era più modesto, ma si aspettava con più desiderio l’avvicinarsi di questa festa perché si respirava un’atmosfera diversa e si facevano cose diverse dal resto dell’anno: anche il suono delle campane del campanile era differente, tanto per fare un esempio”. “A dicembre si sentiva l’aria di Natale, ma era tutto vissuto in famiglia, non c’era lo sfarzo di ora: i bambini preparavano le letterine a scuola e poi le portavano a casa. Una volta con i miei alunni ne abbiamo fatto uno in stile gli origami”, mi dice la maestra. “Già dai primi giorni del mese bisognava prenotarsi al forno del paese per cuocere i pani di Natale, se erano così tanti che non si riusciva a cuocerli nella cucina economica di casa, e poi si preparavano i tortellini, allora era un grande impegno perché erano per tante persone e quindi li si faceva insieme”. Anna Maria sta cercando di dirmi che “più che la festa in sé era la tutta la preparazione che la precedeva, il sentimento che la avvolgeva” a renderla speciale.
“A caratterizzare i Natali di allora era la mancanza di frenesia”, non c’era l’ossessione di fare regali e trascorrere il tempo assieme era un piacere non una sorta di dovere come pare sia ora. “A proposito di regali – le chiedo – quali erano i più ambìti?” Anna Maria mi risponde che “i regali erano per lo più in legno, cavallini o carrettini, qualche trombetta forse. Per i maschi i più ambiti erano però i trenini di latta che si caricavano con la molla. Alle bimbe si regalavano le bambole. È così anche ora? Mi ricordo che un anno me ne regalarono una con il viso di porcellana e gli occhi che si aprivano e si chiudevano. Mi raccomandavano sempre di stare attenta e io la tenevo con grande cura”.
“È vero che li portava la Befana il 6 gennaio?” “Sì, i regali li portava la Befana ed era un momento molto emozionante per i bimbi”. Anna Maria mi spiega che c’era tutta una messa in scena da preparare in segreto. “Qualcuno della famiglia avvertiva che sarebbe arrivata la Befana e avrebbe controllato dalle finestre che i bimbi non stessero facendo i capricci per andare a letto”. “Poi, dalle nove della sera circa, qualcun altro travestito arrivava veramente, preannunciandosi con uno strano strumento, se vuoi ti mostro”. Anna Maria si alza e si dirige verso il camino nell’altra stanza: “si prendevano le molle per la legna e l’attizzatoio e si sbattevano l’uno sull’altro. Così, senti? I bambini si fermavano impauriti ad ascoltare”. In effetti il suono non è dei più rassicuranti, soprattutto pensando che era provocato da un’oscura figura fuori le mura domestiche nelle buie e fredde serate di inizio gennaio. Poi la presunta vecchietta chiedeva: “Ien a let i putin?”, cioè “sono a letto i bambini?”. E gli adulti in casa rispondevano “Sì sì, ien a let”. Mentre i piccoli erano “spaventatissimi”, tanto da “andare a letto senza vederla” e scoprire i regali “solo la mattina dopo”.

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Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta
La Novena di Natale: infreddoliti ma felici
La letterina di Natale: che ansi quei brillantini

TRADIZIONI
La letterina di Natale: che ansia quei brillantini

I ricordi del Natale cui Teresa è più affezionata sono quelli sul suo primo albero di Natale e sulla letterina che si scriveva a scuola a Gesù Bambino.
“L’albero di Natale, abbiamo iniziato a farlo solo dopo la guerra, prima non era ben visto dal parroco perché non era considerato cattolico”: “in casa nostra, da che mi ricordo, c’è sempre stato il presepe, l’albero invece non lo facevamo tutti gli anni”. “Usavamo delle bellissime palline di vetro, molto probabilmente regalate dai vari conoscenti, perché non avevamo certo i soldi per comprarle tutte. Ero riuscita a conservarle fino a un paio di anni fa, ma poi con il terremoto sono andate perdute. Che rabbia mi viene, non farmici pensare troppo!”
Naturalmente gli alberi finti erano ben di là da venire, ma anche quelli vivi erano molto rari: “il nostro primo albero di Natale, come poi per molti anni a seguire, non è stato un abete vero perché costavano troppo. Un bastone di legno faceva da tronco e poi mi ricordo che il nonno infilava in alcuni buchi dei rami di abete, erano le potature che si facevano nei giardini e si riciclavano in questa maniera”. “Le prime luci che si usavano non erano elettriche come ora, ma candeline infilate dentro a portacandele con una mollettina che si agganciava ai rami. Le luci elettriche sono venute molto dopo: mi ricordo che a mia sorella piaceva giocare con l’intermittenza, ma la mamma si arrabbiava molto perché era pericoloso”.
Uno dei gesti rituali di preparazione al Natale era la letterina scritta negli ultimi giorni di scuola prima delle vacanze. Era indirizzata a Gesù Bambino, non a Babbo Natale, che sarebbe arrivato solo dopo la guerra insieme alla Coca Cola, e la si scriveva per chiedere scusa di aver disubbidito alla mamma e al papà, non per reclamare i più svariati regali. “La letterina – spiega Teresa – la scrivevamo a scuola nei giorni prima delle vacanze: ci facevano portare la carta da lettera, o un foglio bianco quando non ci si poteva permettere altro, e in altro a destra ci facevano disegnare Gesù nella greppia, come se fosse una specie di intestazione”. “La nostra maestra era bravissima – si intenerisce e sorride – perché se ne inventava di tutti i colori per farci fare dei bei lavoretti: mi pare che addirittura ricalcassimo i disegni alle finestre. Poi li coloravamo con le matite e con le dita sfumavamo i colori. L’operazione più difficile però era fare la cornice con i brillantini: con il pennello dovevamo spalmare la colla liquida e poi ci mettevamo sopra i brillantini colorati. Sbavare e spargere i brillantini per tutto il foglio era il mio terrore!”
La lettera “era piena di buoni propositi per l’anno nuovo e di scuse per tutte le volte che avevi disubbidito alla mamma e al papà. Sì perché anche se era indirizzata a Gesù, in realtà chi la riceveva era proprio il papà: la si metteva sotto il piatto il giorno del pranzo di Natale, doveva essere nascostissima e lui fingeva di essere sorpreso nel trovarla là alla fine del pranzo: era un momento di grande eccitazione attorno alla tavola. No aspetta! La nascondevamo sotto il piatto della minestra e lui avrebbe dovuto trovarla dopo aver mangiato il primo – si corregge Teresa – perché mi ricordo che ogni anno si divertiva a stuzzicarci e diceva con la mamma: “Oggi non cambio piatto eh, mangio tutto qui, anche il secondo!” Io guardavo la mamma delusa perché così avrebbe visto la lettera solo una volta finito di mangiare”.
Se vi state chiedendo come facessero a nascondere sette letterine sotto il piatto, ecco la spiegazione di Teresa: “In realtà era tradizione che solo il più piccolo la nascondesse: noi abbiamo avuto la fortuna di poterlo fare tutti, essendo nati in anni diversi”.
“Una volta scoperta, il papà la leggeva forte a tavola davanti a tutti e ci faceva i complimenti e soprattutto ci dava una piccola mancia: era l’unica di tutto l’anno!”

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Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta
La Novena di Natale: infreddoliti ma felici

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La Novena di Natale: infreddoliti, ma felici

La Novena di Natale: preghiere che si recitano nei nove giorni che precedono il 25 dicembre nel calendario liturgico. E’ uno dei ricordi più forti legati al Natale di Lucia, Teresa e Maurizio: “Non so bene come spiegare quelle sensazioni, era una specie di periodo di preparazione, Natale per la nostra famiglia iniziava con la Novena”, racconta Teresa.
“Ogni giorno la celebrazione era alle sei del mattino”, perciò non è difficile credere a Maurizio quando confessa che le prime cose che gli vengono in mente sono “il buio, la neve e il freddo, molto più di ora”. Chissà quanti degli odierni strenui difensori della tradizione natalizia cristiana si sveglierebbero per nove giorni alle sei del mattino solo per recarsi, digiuni sia ben chiaro, a piedi in chiesa e prepararsi con canti e preghiere all’arrivo del bambinello di Betlemme? E poi, dopo una breve sobria colazione, via a scuola o al lavoro fino a sera.
“La cosa bella era che, forse proprio per il buio, le persone uscivano di casa tutte insieme. Quindi si intravedevano per le strade questi gruppi di persone, contadini e braccianti, che nella semioscurità arrivavano dalle varie vie e dalle grosse tenute del paese e si radunavano mano a mano davanti alla chiesa”, in un brusio che si faceva sempre più vociante.
Anche la chiesa era semibuia e fredda, anzi “gelida, allora non esisteva il riscaldamento”, ma nonostante ciò “era gremita, le donne a destra e gli uomini a sinistra, oppure addirittura dietro l’altare. Le famiglie più in vista avevano il proprio banco, mentre per gli altri c’erano le sedie e per averne una bisognava fare un’offerta. A volte però capitava che finissero anche quelle”.
“Ogni volta si accendeva qualche luce in più e l’ultimo giorno di Novena, la mattina del 24 dicembre, la chiesa si riempiva di luce perché tutti i lampadari erano accesi come nelle grandi solennità”. Inoltre a ognuno veniva distribuita un candelina sottile sottile e quando si accendevano tutte insieme formavano una folla di piccole fiammelle tremolanti, quasi fossero damigelle al seguito delle luci sfavillanti dei lampadari della chiesa.
“Per noi bambini solitamente la messa era un po’ noiosa, sai allora era ancora tutta in latino, quindi si recitava a memoria senza sapere bene cosa significassero le parole. Non era così però nel caso delle celebrazioni di quel periodo. In particolare aspettavamo la fine del kyrie*, intonato in modo un po’ stonato da una signora che si chiamava Anita – confessa Maurizio, sorridendo ancora al pensiero – perché poi iniziavano i canti che ci facevano entrare nell’atmosfera del Natale. Eravamo tanto infreddoliti, ma felici”

*Kyrie Eleison è un’antica preghiera della liturgia cristiana, in seguito alla riforma liturgica nel rito romano in lingua italiana è stata tradotta “Signore, pietà”.

4. continua

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Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”
Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta

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Quando a Natale sbocciavano i fiori di carta

Vengono da una di quelle famiglie in cui i legami sono talmente forti da fare tutte le sere un giro di telefonate fra i fratelli sparsi per la regione: erano in sette, quattro maschi e tre femmine, nati fra il 1938 e il 1951. A raccontare cosa si faceva e quale aria si respirava per Natale in una famiglia così numerosa e così legata Lucia, Teresa e Maurizio.
“Che bella idea raccontare i Natali di una volta!”, incomincia Teresa entusiasta. Lucia è più perplessa: “Io non so se mi ricordo bene, è passato tanto di quel tempo”. In realtà non è affatto così, tanto che presto le due sorelle si mettono a dibattere sui particolari più minuziosi di ciò che raccontano. Per esempio, su dove fosse in chiesa il piccolo palco sul quale salivano i bambini per la recita del pomeriggio di Natale e se i bambini fossero solo quelli che frequentavano il catechismo o se ci fossero tutti quelli che frequentavano la scuola materna o anche altri del paese.
Tutti gli anni, infatti, finita la funzione pomeridiana del 25 dicembre, iniziava un altro tipo di rito: “i bambini salivano su un piccolo palchetto a fianco all’altare”, se a destra o a sinistra probabilmente è materia di discussione fra Teresa e Lucia anche ora, mentre leggono questo articolo, “e uno alla volta recitavano una poesia imparata a memoria appositamente per quell’occasione”. La parte destra della chiesa, dove allora sedevano le donne, era in trepidazione: “le mamme erano preoccupatissime che il loro bimbo non si ricordasse bene la propria poesia e quando poi, intimorito, non voleva salire le scale, allora erano proprio disperate”. “C’era una vera e propria competizione fra le varie famiglie, una sorta di gara a chi fosse il bimbo più bravo, ed era evidente l’orgoglio dei genitori quando i bimbi recitavano bene la loro poesia”. “Si applaudiva tantissimo e da quanto erano forti e calorosi gli applausi si capiva quanto erano stati bravi i bambini nel declamare. Non crediate che gli applausi fossero gratuiti: non è come ora, che se un bimbo sbaglia è simpatico, allora bisognava essere bravi e impeccabili per ricevere i complimenti!”
Di una cosa Lucia si ricorda perfettamente: i fiorellini di carta colorata che nel periodo della Novena di Natale (dal 16 al 24 dicembre) le bambine appuntavano sulla culla vuota che la notte del 24 avrebbe accolto la statua di Gesù Bambino. “Li preparavano le suorine e ogni mattina, quando si entrava in chiesa per la recita della Novena, ogni bimba ne metteva uno sulla culla: la sera della Vigilia era tutta colorata e piena di fiori, pronta per accogliere il bambinello”. “Mi ricordo che una mattina mi sono addormentata a letto e quando la mamma mi ha chiamato mi sono subito sbrigata a prepararmi perché non volevo assolutamente che il mio fiore mancasse, nemmeno per un giorno”.

3. Continua

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Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale
Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”

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Il Natale fra le due guerre: “Mandarini, caramelle e le zigale ci bastavano per fare festa”

Giorgio in questi giorni ha festeggiato il suo compleanno: è nato nel 1928, 87 anni fa. Ha fatto il falegname per 42 anni. Mostra la mano sinistra: “Questi sono il segno di riconoscimento per molti di noi”, dice mostrando tre dita senza falangi. Ha iniziato da giovane a imparare il mestiere: la mattina andava a scuola e il pomeriggio garzone a bottega, ma ha dovuto smettere presto di studiare perché doveva aiutare la famiglia a tirare avanti. “Non ricordo se a scuola si facesse qualcosa di particolare per Natale, in quegli anni c’era la guerra, avevamo altro a cui pensare”.

Suscita tenerezza mentre in dialetto spiega che non c’è molto da raccontare, perché prima della guerra il Natale era un piatto di tortellini con un po’ di brodo, una raviola e un pezzo di pane natalizio cotti nella stufa a legna di casa o nel forno del paese. Raviole e pane di Natale sono tipici dolci del ferrarese e del bolognese. Per le raviole si impastano farina, uova, burro, zucchero e lievito e una volta stesa la pasta si riempie con marmellata casalinga, facendo tanti fagottini da cuocere in forno. Si facevano per tempo e si conservavano gelosamente perché dovevano durare fin verso Sant’Antonio, che si festeggia il 17 gennaio. Il pane di Natale, variante casalinga del più celebre pampepato, viene preparato, secondo tradizione familiare, con farina, zucchero, cacao o marmellata di prugne a seconda delle ricette tramandate da generazioni, canditi, caffè e mandorle o arachidi. Dopo la cottura in forno viene bagnato con un liquore particolare e poi ricoperto di cioccolato fondente.
“I regali, quando li si riceveva, si facevano più per la Befana: erano qualche mandarino, qualche caramella o qualche zigàla. Non sai cos’erano vero? Erano dolcetti di zucchero che si trovavano solo in due o tre gusti”. Ma già così era più del solito: la miseria allora era tanta che bastavano queste piccole cose per fare festa e passato il Natale eravamo tristi perché era finito tutto”.

“Si faceva tutto in casa. Mi ricordo il piccolo presepe: per l’erba si raccoglieva il muschio in campagna lungo i fossi e le statuine erano di carta pesta, le facevano la mamma e il papà. Io ero il più piccolo di tre fratelli”. Aveva una sorella e un fratello più vecchi di lui, “a volte si discuteva per piccole questioni di invidia, perché si credeva che l’uno avesse ricevuto più dell’altro”.
“La mamma lavorava in campagna e il papà faceva il muratore. Abitavamo in una casa unica divisa in tre parti, con i nonni e i fratelli di mio papà. Il Natale lo passavamo un anno in casa da uno e un anno in casa dall’altro”. Spesso erano Giorgio, i suoi fratelli e sua mamma ad andare dai nonni o dagli zii, “il papà non c’era perché era all’estero a lavorare: è andato in Germania e persino in Africa”.
“È difficile spiegarlo a chi non lo ha vissuto: il Natale era più sentito di adesso, non si vedeva l’ora, ma c’erano meno segni esteriori. Solo dopo la guerra si è cominciato a festeggiarlo come si fa adesso”.

Leggi [qua] l’introduzione: Racconti dai Natali che furono per ritrovare lo spirito autentico delle feste

L’INIZIATIVA
Nei racconti dei nonni il significato autentico del Natale

Guai a chi ce lo tocca! Anche quest’anno sta arrivando: non abbiamo fatto in tempo a mettere via (o ancora peggio a buttare) zucche e altre chincaglierie di Halloween che (implacabilmente) stava già arrivando: il tanto atteso Natale. Giusto il tempo del Black Friday per liberare i magazzini delle grandi catene e far posto alla merce che finirà impacchettata e spacchettata tra la notte del 24 e la mattina del 25 dicembre.
Vogliate scusare un inizio così caustico, io in realtà adoro il Natale, è la mia festa preferita, ma proprio per questo negli ultimi tempi comincia a passarmi la voglia di festeggiarlo. Di mezzo ci sarà anche la nostalgia di persone che lo rendevano ancora più speciale e che ora non ci sono più, ma ahimè forse centrano molto di più le luci di colori sempre più improbabili e accecanti; le decorazioni sempre più vistose ed eccessive; la corsa sempre più sfrenata ai regali, non importa cosa e a chi, l’importante è farli; le abbuffate sempre più ricche di cibo e povere di compagnia. Quest’anno ci si è messa anche l’ennesima strumentalizzazione politica e mediatica della ‘tradizione’ e dell’‘identità’. Ebbene sì, sto parlando delle vicende di Rozzano e del loro contraltare di Pietrasanta. Salvini che afferma “Se qualcuno ritiene di favorire i nostri bambini, negando quelle che sono le nostre tradizioni, è fuori di testa”, mentre il Presidente del Consiglio, che avrebbe ben altro di cui occuparsi in questi frangenti in tema di scuola e di altre emergenze, trova il tempo di dichiarare al Corriere della Sera: “Confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano”. Vale la pena di accennare al fatto che, è proprio il caso di dirlo, è stato fatto “molto rumore per nulla”, come hanno spiegato le insegnanti che quella scuola la vivono tutti i giorni [clicca qui per ascoltare la loro testimonianza]

Era da un po’ che pensavo a qualcosa di particolare da scrivere per questo Natale 2015 e l’idea che mi era venuta era proprio di conoscere meglio le tradizioni legate a questo periodo dell’anno, dall’Avvento all’Epifania. Di fronte a tutto quello che stava avvenendo però ho temuto il peggio: non vorrò mica diventare anche io una sentinella a difesa delle tradizioni e dell’identità italiane, naturalmente cristiane cattoliche, di fronte all’ondata relativista, multiculturalista, terzomondista, buonista e altri non meglio precisati ‘–ista’?
Poi però mi sono anche chiesta: le tradizioni e l’identità socio-culturale di cui voglio scrivere io sono le stesse di cui si riempiono la bocca lor signori? E fortunatamente la risposta è no, perché lor signori, e con loro molti altri, forse tutti quanti, probabilmente quelle usanze se le sono un po’ cucite addosso. Fin qui, sia ben chiaro, niente di male: l’importante è che allora tutti si possano cucire addosso le proprie, senza che qualcuno si arroghi di dire quale sia legittima e quale no.
A questo proposito mi è tornato in mente un famosissimo libro di Hobsbawm e Ranger, “L’invenzione della tradizione”. Nell’introduzione Hobsbawm scrive: “Scopo e caratteristica delle “tradizioni”, comprese quelle inventate, è l’immutabilità. Il passato al quale fanno riferimento, reale o inventato che sia, impone pratiche fisse (di norma formalizzate), quali appunto la ripetizione”. A questa immutabile reiterazione Hobsbawm oppone la “consuetudine”: “Non esclude a priori l’innovazione e il cambiamento, […] non può permettersi l’immutabilità” semplicemente perché nemmeno “la vita è così”.
Ecco, io mi sono occupata di consuetudini non di tradizioni, perché ho chiesto a persone nate fra gli anni Venti e la fine degli anni Quaranta di raccontarmi le tradizioni che hanno vissuto, per capire cosa è rimasto e cosa è cambiato, non un racconto statico, ma memorie di Natali che furono e che non sono più, nel bene e nel male.
Come era vissuto una volta il Natale? Qual erano i valori più sentiti? Cosa si faceva? Che cosa ci si aspettava? Sono queste le domande che ho fatto. Ed è venuto fuori che in fondo non era fatto di giorni particolari, di ricorrenze da celebrare, ma di un’atmosfera speciale, un’atmosfera di misticismo sospeso, non necessariamente cattolico in senso stretto, nel contesto del quale ogni fatto o gesto assumeva una sua pur dimessa ritualità. Era un Natale senza fronzoli ed esagerazioni fatto di piccole cose, era l’insieme di tante situazioni che capitavano una e una sola volta l’anno: le mance dei parenti e dei genitori, la messa di mezzanotte, la poesia imparata a memoria, il pranzo fatto di cibi speciali, il gioco della tombola. Era il ritrovarsi tutti assieme, era l’aria che si respirava, carica di gioia e di allegria.

Un’ultima cosa ancora: un grazie di cuore ad Anna Maria, Giorgio, Lucia, Maurizio e Teresa, che hanno voluto condividere con me i loro ricordi di Natale. Li leggerete nei prossimi giorni. A loro e a tutti voi lettori un augurio di un felice e sereno Natale.

INTERNAZIONALE
Con la morte accanto. I racconti di Baghdad

Inaam e Hassan non vivono più in Iraq. Ahmed viene da una Baghdad surreale, quando si parla del suo lavoro si parla di fantascienza araba: lui, scrittore iracheno contemporaneo, che ha vinto il più importante premio internazionale per la letteratura araba di fiction con il suo incredibile “Frankenstein a Baghdad”. Il titolo richiama scene di vita nelle quali spari, autobombe, cadaveri e odore di polvere da sparo e morte fanno parte di un’esperienza quotidiana con cui si confronta ogni cittadino della capitale irachena, un tempo vanto di fasti passati. Se non siete superstiziosi, dice il moderatore Gad Lerner, eccoci qui a parlare della morte e del rapporto con la morte, che sembra così diverso nell’esperienza e nelle culture occidentali e medio-orientali. C’è empatia in sala. Si alternano momenti di stupore e riflessioni ad altri di sottile ironia. Anche nei racconti di Hassan Blasim si parla di morte, che va avanti da oltre dieci anni in Iraq ed è diventata il racconto della migrazione. E nel lavoro di Inaam Kachachi vi è una diaspora (“i cuori sono uccelli che scorrono”) che però si conclude con corpi da tagliare a pezzi per essere riportati nel luogo natale che è l’Iraq.
Questo rapporto con la forte probabilità quotidiana di incontrare la morte è un’importante differenza culturale che oggi viviamo. In un posto come l’Iraq sconvolto dalla guerra, la morte va sfidata, da noi è ancora un tabù. La familiarità con la morte è qualcosa che gli iracheni vivono da tanto. Questo è il vero dramma.
Quando Lerner chiede ad Ahmed Saadawi se occidentali e iracheni hanno un rapporto diverso con la morte, l’autore risponde che non dovrebbe essere diverso ma uguale per tutti: si entra e si esce dalla vita tutti allo stesso modo, lasciando questa terra. “Ciò che è veramente diverso per le varie culture, è quello che succede dopo. In Iraq, dalla metà degli anni Sessanta, l’incontro con la morte è regolare”, dice l’autore. E aggiunge: “abbiamo avuto golpe e lotte politiche, giungendo fino a un abbraccio con la morte durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta. Era normale allora vedere alla televisione immagini che inneggiavano anche alla morte. Terminata quella guerra, pensavamo fosse finita, invece è arrivata l’invasione del Kuwait e poi le guerre cominciate nel 2003 con l’invasione dell’Iraq. Si pensava che, caduto Saddam, ci sarebbero state pace e ricostruzione, invece ci siamo trovati in una guerra civile e da due anni conviviamo con l’Isis. Ho scritto una volta che la morte è diventata di routine. E’ vero, purtroppo. Per esempio passi in una strada e vedi feriti, ma tiri avanti, vai dritto, ormai queste scene fanno parte del quotidiano. Questo non è normale, la morte dovrebbe destare paura e terrore”.
Anche Inaam Kachachi parla della morte, ricordando come gli iracheni provengano dalla Mesopotamia, la terra di Gilgamesh l’eroe che cercava l’immortalità, come siano eredi di Shahrazād, che con i suoi racconti ha ingannato la morte. Racconta anche che all’iracheno che vive all’estero non fa paura sapere se e quando morirà, quanto ignorare dove verrà sepolto. Per questo, nel suo racconto ha pensato a un cimitero elettronico dove tutti possono trovarsi, in un mondo fatto di diaspore.
Hassan Blasim ha fatto accendere le luci del teatro perché non gli piaceva l’idea di parlare di morte con un pubblico che ascoltava ma che lui non vedeva e poi ha esordito dicendo che lo humor nero fa parte dell’Iraq di oggi, fa parte del quotidiano, della vita stessa: “Qui ci si è abituati a convivere con la morte e forse per questo ne abbiamo meno paura di voi”. Il suo Frankenstein è una vera ricerca antropologica. Mentre gira per la città per trovare chi ha ucciso le persone di cui è fatto il suo corpo, si definisce come il cittadino iracheno primigenio: fatto di parti di corpi di molti popoli, provenienti da tanti e diversi villaggi, da tante religioni, da varie etnie di persone morte in attentati. Questo strano personaggio vuole vendicare ogni brandello del suo corpo. Il paradosso sta nella domanda e nella sua risposta: chi ha ucciso questi vari brandelli? La risposta è: siamo stati noi. Il corpo di Frankenstein è allo stesso tempo vittima e carnefice che fa partire una vendetta priva di ogni dimensione etica. Questo uomo è un mosaico di tutte le componenti della società irachena, quindi è il prototipo del cittadino iracheno. C’è chi si uccide per lui, per potergli dare i pezzi di ricambio di cui ha bisogno. Lui è il numero uno e i suoi seguaci saranno il due, il tre, il quattro… Sembra il salvatore, ma la storia insegna che chi si presenta come tale finisce per diventare un dittatore. Solo la concordia e l’intesa salveranno questa umanità in declino, non un cavaliere bianco. Questo Frankenstein è davvero strano, ma fa venire una gran voglia di riflettere.

LA CURIOSITA’
Memorie d’estate: grilli cantanti in città

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Gabbie per grilli in vendita in una bancarella orientale (foto Alessandro Vecchi su Il Girovago)

Nel buio senti cri-cri. Ma in casa. Poi lo vedi che saltella. Prima uno – nel bel mezzo del soggiorno – poi un altro tra la cucina e la terrazza. Verso sera ne saltano fuori altri due, tre, quattro. Grilli, pensa un po’. Chi abita nella campagna attorno a Ferrara conferma: “Ce ne sono davvero tanti, quest’estate di grilli. Quando si taglia l’erba ne escono centinaia”. Anche chi ha un giardino urbano, li nota numerosi. Più curioso averli in casa, in pieno centro. Ma anche questo fatto, da una piccola indagine cittadina condotta nei giorni passati, non è inusuale .

I grilli, nei racconti orientali, sono considerati una gran bella cosa. Per questi insetti in Cina costruiscono addirittura piccole gabbie, dove vengono nutriti e abbeverati amorevolmente utilizzando minuscole ciotole in ceramica con vezzose decorazioni in scala. Lo scopo è quello di ascoltare il loro canto. E ogni esemplare sembra che emetta un suono un po’ diverso rispetto agli altri. Sono un bel po’ di secoli che, in Oriente, li prendono, addomesticano, vezzeggiano. Mi ricordo un racconto letto tanto tempo fa, e lo spiega e documenta bene con tanto di fotografie di bancarelle con gabbiette per grilli Alessandro Vecchi nel blog “Il girovago”.

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Particolare di un grillo fra gli “Insetti” dipinti da Jan van Kessel il vecchio su it-wikipedia

Meno scontato era trovarceli in casa, questi animaletti. Colore marrone chiaro-beige e dimensione medio-piccola. Sarà stato il grande caldo. Viene da cacciarli, ma se pensi quanto ci teneva, al suo grillo, il protagonista di quell’antico racconto orientale, ti sembra quasi un peccato. Cri-cri, di notte. Sempre più aggraziato, in effetti, del craaa-craaa a squarciagola che fanno durante il giorno le cicale. Pezzi di campagna in città. Qualche entomologo potrà forse spiegare come e perché…

LA SEGNALAZIONE
“Lo cunto de li cunti”, nel film di Garrone storie e ambienti che esaltano il patrimonio italiano

“Il colore è un tasto, l’occhio è il martelletto che lo colpisce.” (Vasilij Kandinskij)

“Lo cunto de li cunti” è per alcuni solo un vago ricordo scolastico, ma per il regista Matteo Garrone è stata l’occasione per girare, e anche produrre, un film ambizioso e innovativo che, con i film di Moretti e Sorrentino, hanno rappresentato l’Italia al Festival di Cannes. L’esito della premiazione poi, come noto, non è stato felice, per logiche anche diverse dai valori filmici; la giuria stavolta ha forse subito influenze estranee, comunque l’impressione complessiva lasciata dai nostri cineasti è decisamente positiva. In particolare, in tutti e tre i film si registra l’obiettivo di produrre film di caratura internazionale: nel caso di Moretti con un film decisamente “europeo”, negli altri due con confezione e casting da grandi produzioni, e con l’obiettivo di toccare anche mercati extra continentali.

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La locandina

Un film quello di Garrone di grande impegno produttivo, con un costo oltre 12 milioni di euro, e con un cast internazionale arricchito anche da una nutrita presenza di attori italiani. “Il racconto dei racconti“, scritto da Giambattista Basile nella prima metà del XVII secolo, è un pentamerone, 10 racconti per 5 giornate; una summa favolistica, di ambientazione campana e meridionale, fortemente influenzata dal barocco, cui hanno attinto successivamente molti altri, dai Grimm a Perrault, per finire al Calvino dei nostri tempi; tra le novelle più famose “La gatta Cenerentola”, la prima e la più antica versione di Cenerentola, racconto popolare tramandato sin dall’antichità, da cui è tratta, tra le altre, l’opera omonima di Roberto De Simone.
Da tanto materiale fantastico, Garrone ha scelto tre storie, “La vecchia scorticata“, “La pulce” e “La cerva fatata“, storie di tre donne di età diversa: la giovane, la donna matura e l’anziana; tutte cercano l’amore, la felicità, la giovinezza; una regina che per divenire fertile mangia il cuore pulsante di un drago marino, una orrida vecchia che allattata da una strega diviene una bellissima giovane vergine, la figlia di un buffo re, in cerca di amore, armonia e grazia, data in sposa ad un orco, novella la Bella e la Bestia.

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Scena alla ‘Satyricon’
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Salma Hayek e John Reilly

La narrazione filmica percorre i toni tipici del regista romano tra grottesco e fiabesco, tra sublime e orrido, con una particolare predilezione per i toni dell’orrore, del ‘grand guignol’, dalle tonalità caravaggesche e ispirate a Goya, come dichiarato dal regista medesimo. Risulta anche nettamente percepibile l’eredità del nostro miglior cinema, dal “Pinocchio” di Comencini al “Satirycon” di Fellini, dal “Brancaleone” di Monicelli al “Decameron” di Pasolini: iconografie scelte per rappresentare la vita misera, talvolta orrida, ma piena di poesia, di coraggio e vitalismo dei poveri cristi, di quelli che regine e re non sono.

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Una scena fantasy

E’ anche un fantasy, pieno di orrori e magie (il drago marino, lo scafandro con cui il re si immerge è tratto pari pari da Jules Verne, la pulce gigante rimanda a “I viaggi di Gulliver”), che prova ad aprire una strada diversa da quella percorsa dai prodotti made in Usa: qui tutto ha una forte valenza artistica, evidenziata da cromatismi pittorici che rimandano a Piero della Francesca, al Pollaiolo, e come detto a Goya e Caravaggio. Inevitabile anche sottolineare lo straordinario lavoro fatto sui costumi da Massimo Cantini Parrini, che ha prodotto una galleria di abiti, accessori e acconciature, che non può non stupire.

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Il labirinto del castello di Donnafugata

Come se non bastasse, il film gode, e con esso lo spettatore, di location tutte reali che propongono alcuni straordinari esempi del patrimonio paesaggistico e architettonico italiano: il Castel del Monte di Federico II in Puglia, la Villa e il Labirinto di Donna Fugata a Ragusa, le gole di Alcantara in Sicilia, in un affresco suggestivo, che potrebbe aprire a questa innovativa proposta del cinema italiano la possibilità di altri mercati e, pensiamo, anche di influenzare il fantasy verso nuove prospettive.

Il racconto dei racconti“, di Matteo Garrone, con Salma Hayek, John C. Reilly, Jonah Lees, Alba Rohrwacher, Massimo Ceccherini, Laura Pizzirani, Franco Pistoni, Giselda Volodi, Giuseppina Cervizzi, Jessie Cave, Toby Jones, Bebe Cave, Guillaume Delaunay, Eric MacLennan, Nicola Sloane, Vincenzo Nemolato, Giulio Beranek, Davide Campagna, Vincent Cassel, Shirley Henderson, Hayley Carmichael, Stacy Martin, Kathryn Hunter, Ryan McParland, Kenneth Collard, Renato Scarpafantasy, consigliato + 13, durata 125 min., Italia, Francia, Gran Bretagna, 2015.

LA SEGNALAZIONE
Il surreale nella vita di ogni giorno

Non occorre scivolare sempre fuori dalla realtà per cogliere i suoi aspetti più visionari; il mondo reale è ricco di sfumature di ogni tonalità che occorre solo cogliere in modo originale e personale. É quello che fa la ferrarese Carla Sautto Malfatto, alla sua prima raccolta di racconti, intitolata “Farfalle e scorpioni” (Este Edition, 2015).

Già vincitrice di vari premi per la sua attività di scrittrice e pittrice – tra cui Targa d’argento della Presidenza della camera dei deputati per la poesia, Medaglia del Senato per la narrativa, l’autrice racchiude in questi quindici racconti, la maggior parte dei quali già premiati, un equilibrio dinamico tra storie delicate come farfalle e pungenti come scorpioni, soggetti che l’autrice descrive anche nelle illustrazioni.

Disturbanti, dissonanti, sorprendenti e delicati nella componente surrealistica che si mescola a quella della vita di ogni giorno, le sue sono storie piccole come sassolini su strade senza fine, o grandi come massi rotolati piccoli sentieri di campagna. Che siano bambine condannate a un mondo di adulti grigi che non prestano loro attenzione, o donne mature e stanche di una vita trascinata, senza più aspettative; vecchie nonne strettamente chiuse in retaggi regionali al pari dei loro capelli serrati nelle crocchie severe, o madri coraggio che sfidano la malattia delle figlie, la prima persona che l’autrice adotta non è mai sciupata, anzi al loro servizio completo. Surreale e severa nei suoi accostamenti, riesce a cambiare voce adattandola ai soggetti delle storie che scrive – spesso femminili –, a viverle attraverso i suoi occhi e il suo ritmo narrativo dinamico ma mai di frettoloso. In questi mondi rarefatti eppure così ricchi di concretezza albergano anche oggetti che diventano spesso prolungamento materiale di un’idea o abitudine: la spazzola da toeletta, gli insetti uccisi e rinchiusi in una teca per farne collezione, l’abete tagliato con perizia chirurgica, i cappellacci di zucca simbolo di «ferraresità» e di rivincita contro un mondo che cammina troppo in fretta, senza direzione.

Una realtà mai veramente adeguata alle aspettative, quella che descrive l’autrice; né ai desideri di queste persone della porta accanto, schiacciate da imposizioni esterne o non accettati. Situazioni quotidiane, pagine ingiallite di un vecchio libro dimenticato o la noia dell’assenza di una svolta; la paura della perdita o l’indignazione di fronte al nuovo che avanza calciando malamente via l’esperienza; una vita scandita al ritmo incolore di obblighi e compiti meccanici o situazioni da affrontare nella contingenza, nel “dovere” che tutto mangia senza nutrire di rimando.
Una umanità speso dolente e imprigionata in difetti, mancanze o sfortune, che cerca coraggiosamente di superare ogni limite che una situazione personale, il tempo o l’età anagrafica vogliono imporre: i momenti di serenità o gioia restano in una penombra che in fondo basterebbe molto poco per fare dileguare; un gesto in più di consapevolezza o di interesse reale, una parola cordiale o un colpo di reni per uscire da qualsiasi empasse, per trasportare un punto di arrivo al punto di partenza immobile e perfetto, una bolla temporale incastonata in un dipinto quale è il Prologo del libro (“Io e il fiume – Cronache dalla golena”), personale e intimista.

I protagonisti raccontano la propria storia lasciando sempre qualcosa di non detto o inespresso, quasi fosse compito del lettore venire a capo di quel filo sfuggito ai ferri che lavorano indefessi un nuovo maglione. Provati ma non rassegnati, sono bussole impazzite o incerte sulla direzione da prendere. Spesso tenaci nel loro desiderio di convincere (e convincersi) della propria versione dei fatti, la loro storia scivola via tra le dita lasciando, anche alla fine del racconto, un nuovo filo spuntare da quel maglione che porta il lettore a pensare a come la storia continuerà.
Questo grazie all’abilità narrativa che restituisce dignità a ognuno di essi, provando empatia nei loro confronti riconoscendosi nelle piccole abitudini e manie e difetti di ogni giorno, in cui compaiono lampi di luce convincendo il lettore a provarne altrettanta. Puntuale, meticolosa e attenta a ogni dettaglio che inserisce con minuzia accompagnando il lettore: come un’attenta bambina cura la sua casa delle bambole, subito pronta a dare il giro di molla a un carillon fermo da tempo.

IMMAGINARIO
Briganti, orchi e principesse.
La foto di oggi…

– Allora…adesso…non ti arrabbierai più? – farfugliò la tigre.
– Mai più! – disse la principessa.
– Davvero davvero? – chiese l’anaconda.
– Davvero davvero! – disse la principessa.
– Sicuro sicuro? – chiese il banano.
– Sicuro sicuro, – rispose la principessa.

L’Ora del racconto è una attività di promozione della lettura per bambini da 4 a 10 anni, che si tiene ogni mercoledì alle ore 17.00 presso la Sala Ragazzi della Biblioteca Comunale Giorgio Bassani – via Grosoli 42 (Barco) Ferrara

Le letture di oggi sono di Lorella Zappaterra tratte da La piccola principessa in collera (Henriette Bichonnier, Pef. – San Dorligo della Valle, Emme, 2004) e I tre briganti (Tomi Ungerer ; traduzione di Glauco Arneri ; illustrazioni dell’autore. – A. Mondadori, 1993
presentati da Maurizio Boccafogli)

OGGI – IMMAGINARIO BAMBINI

Ogni giorno immagini rappresentative di Ferrara in tutti i suoi molteplici aspetti, in tutte le sue varie sfaccettature. Foto o video di vita quotidiana, di ordinaria e straordinaria umanità, che raccontano la città, i suoi abitanti, le sue vicende, il paesaggio, la natura…

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lettura - biblioteca bassani - fiabe - bambini
La piccola principessa in collera illustrata da Pef
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L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

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