Alla caccia della VOLPE VERDE. Querta erda
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Alla caccia della VOLPE VERDE. Querta erda
Ettore tornò dopo quella che mi parve un’intera settimana, muovendosi con una grazia spettrale tra le ombre dei vasi di terracotta. Su un tavolino di ferro battuto, posò un vassoio sul quale erano posizionate due tazze di porcellana così sottile da sembrare fatte di ghiaccio, la zuccheriera, la teiera e un piccolo bricco con il latte. Il naso gli si arricciò di nuovo in una smorfia di palese disgusto, un disprezzo silenzioso per quella mia intrusione tardiva e fuori luogo, disprezzo che sembrava acuito dalle scarpe da ginnastica e dal mio amatissimo zaino nero.
«Infuso di tè, lavanda selvatica e menta campestre», mormorò piatto, prima di svanire nuovamente dietro la vegetazione della serra, come un fantasma che torna da dov’è venuto. Guardai il liquido all’interno della tazza. Non era scuro come il tè tradizionale. Aveva una sfumatura indefinita, un riflesso verdastro e opaco che richiamava l’acqua del Lungone che avevo visto poco prima. Esitai un istante. A Pontalba persino le bevande sembravano aver giurato fedeltà a quell’unica, ossessiva declinazione cromatica.
«In paese c’è chi dice che mia madre fosse rimbambita, vero?» esordì Malù, sovrastando il fruscio delle foglie che oscillavano sopra le nostre teste. La sua voce era tornata limpida, priva di alcuna rigidità aristocratica. Accarezzava il gatto candido con una lentezza metodica, e il felino offriva il fianco immacolato a quel ritmo che sembrava piacergli molto.
«C’è chi dice che faceva regali preziosi al personale e che amava le bottiglie di liquore», risposi, cercando di mantenere il distacco professionale da cronista di TresciaOne. Accostai la tazza alle labbra. Il sapore era pungente, quasi aromatico, un calore che mi scese nello stomaco dritto come un filo di piombo.
«A Pontalba ci sono persone che spacciano la loro mancanza di fantasia per lucidità», replicò la contessa, accennando un sorriso che le illuminò brevemente gli occhi chiari. «Mia madre non era rimbambita. Negli ultimi anni passava le giornate qui dentro a studiare i cicli di un’erba spontanea che cresce solo dove il fiume fa un’ansa profonda e l’ombra dei salici non lascia passare la luce. Un’erba tintoria che i vecchi pontalbesi chiamavano “querta erda”. Se una volpe ci si rotola dentro per scacciare i parassiti, il suo manto si tinge di un verde così persistente che neppure cento gelate riescono a lavarlo via.»
Rimasi con la tazza a mezz’aria. Il cuore mi batté un colpo più forte contro le costole, lo stesso guizzo elettrico che avevo provato davanti all’intonaco scrostato del corridoio. Una spiegazione scientifica, materiale, tangibile come la terra arata e seminata dai miei genitori. L’arcano della volpe verde si sgonfiava, perdeva i suoi attributi di surrealtà per farsi semplice biologia di campagna.
«Quindi la volpe verde esiste», dissi, quasi a me stesso. «È solo un animale macchiato.»
«Tutto è vero fino a prova contraria, signor Moroni», rispose Malù, citando inconsapevolmente la signora Rina, che avevo incontrato da Camilla. «Ma se la verità oggettiva è così semplice, perché la gente di Pontalba preferisce credere che mia madre sia fuggita dalla tomba sotto forma di spirito selvatico, ovvero di una volpe verde? Perché c’è chi ha visto il cielo verde la mattina in cui Clementina ha trovato il suo cadavere? Forse qualcuno ha inventato uno stratagemma per sopportare la nebbia dei tanti giorni opachi di questo paese.»
Fu allora che mi resi conto di come anche Malù fosse scivolata nel mio stesso circuito di pensieri. Le era ormai chiaro che esistevano tinture vegetali in grado di colorare di verde il manto di una volpe. La presenza di quell’erba tintoria, chiamata “querta erda”, poteva svelare l’arcano e, al contempo, ridimensionare le chiacchiere del paese fino a renderle bizzarrie inconsistenti. D’altra parte, però, anche lei cominciava a credere che un semplice vegetale non bastasse a spiegare tutti i fenomeni di cui si parlava tra le vie e nei negozi di Pontalba. Quell’erba tintoria non poteva di certo colorare il cielo.
Glielo chiesi: «Come può un’erba tintoria colorare il cielo?»
«Non può», mi rispose.
«Il nonno di Costanza Del Re è morto giurando di aver visto una volpe verde lungo le rive del Lungone, in una calda giornata estiva.»
«Lo so», ribatté lei. Poi mi guardò con una strana espressione, un misto di curiosità e stupore a cui non seguiva alcuna certezza. Era davvero finita nel mio stesso loop mentale. Non sapevamo che spiegazione dare a tutti quegli eventi, né come ricomporre un puzzle che potesse offrire una visione d’insieme accettabile. Ci guardammo senza parlare, a metà tra il divertito e il preoccupato, senza trovare un modo di indirizzare la nostra mente verso una conclusione certa che potesse prendere una strada diversa da quella che sembravano indicare i nostri cuori un po’ pazzi.
Decisi, da buon giornalista, di cambiare argomento perché non sapevo come proseguire sulla stessa lunghezza d’onda, avendo raggiunto un vicolo cieco che necessitava di tempo per trovare un senso. Mi fermai a riflettere su un dilemma fondamentale: che rapporto c’è tra ciò che la gente pensa, spesso influenzata da passaparola e pregiudizi, e ciò che è davvero successo nella realtà oggettiva dei fatti? Che relazione esiste tra una realtà esterna ai nostri corpi e alle nostre percezioni — quella che tocchiamo e vediamo ogni giorno — e una realtà assoluta, data al di là di noi, che è data indipendentemente dal nostro modo di interpretarla?
Infine, vidi chiaramente un fenomeno sociale sempre più diffuso, una polarizzazione radicale di vedute, una spaccatura estrema che aveva fatto sì che alcuni adottassero la teoria della ‘volpe verde’ come realista e tangibile, difendendola come una verità incontestabile, e altri l’esatto contrario, bollandola subito come una totale menzogna. In tutto questo scontro tra posizioni opposte, mi domandai perché sembravano meno presenti le posizioni possibiliste, diciamo agnostiche. Perché, insomma, pochi preferivano una sana perplessità a una certezza infondata?
Mi tornò in mente una delle tante teorie enunciate dal Dui, il vicecapo di TresciaOne a cui non si poteva non riconoscere un buon bagaglio di saggezza. Il Dui aveva adottato come suo “l’effetto Dunning-Kruger”, secondo cui meno una persona conosce un argomento, più è convinta di averlo capito alla perfezione. La complessità spaventa, per questo si tende a ridurre problemi enormi a risposte semplicistiche, tagliate nettamente tra bianco e nero, vero e falso.
Al contrario, solo chi approfondisce davvero un tema sviluppa la maturità intellettuale necessaria per ammetterne i limiti e pronunciare un saggio ‘non lo so’. Eppure… anche quella teoria sembrava mostrare seri limiti in un paese come Pontalba. L’effetto Dunning-Kruger mi pareva quasi fuori luogo in quel borgo dove dominava il colore verde e il tempo era scandito dallo scorrere del fiume, quel corso d’acqua che come la mente dei suoi abitanti, a volte si arrovellava su sé stesso producendo pericolosissimi mulinelli e anse improvvise.
Guardai la contessa Malù che continuava ad accarezzare distrattamente il suo gatto. Mentre la fissavo, fui colto da una sensazione d’irrealtà. Mi sembrò che il suo corpo perdesse consistenza materiale, come se i contorni del suo profilo si stessero liquefacendo, diventando fluidi. L’intera sua figura prese a muoversi in maniera quasi impercettibile, con una flessuosità morbida che ricordava un maglione di lana steso ad asciugare su un filo che oscillava dolcemente sotto le sferzate della brezza portata dal fiume.
Sbalordito da quella visione, cercai di mettere a fuoco l’immagine per ritrovare lucidità. Guardai con più attenzione il suo volto e, per un brevissimo e raggelante momento, i suoi occhi mi apparvero di un verde ipnotico, esattamente della stessa sfumatura di quelli di Costanza del Re. Sentendo l’agitazione farsi strada, battei le ciglia più volte. Cominciai a respirare a fondo, inspirando ed espirando lentamente nel tentativo di calmarmi e di rallentare i battiti del mio cuore che stava rimbombando con la violenza di un tamburo.
Dopo qualche minuto di quello spossante esercizio, la realtà parve finalmente ritornare sui suoi binari e tutto mi sembrò come prima. La contessa era sempre lì, immobile, intenta ad accarezzare il pelo del gatto. I suoi occhi erano nuovamente del loro azzurro naturale e la sua consistenza era tornata a essere terrena e solida. Un brivido mi corse lungo la schiena. “Aiuto,” pensai tra me e me, mentre un sudore freddo mi bagnava la fronte, “che cosa mi era successo?” Non lo sapevo … tutto poteva succedere in quel borgo dalle mille facce e dai mille umori.
Mi alzai, sentendo la testa leggermente pesante, come se l’aroma penetrante di quella serra stesse mettendo le radici direttamente nel mio cervello. Guardai Malù un’ultima volta. La silhouette esile, il maglione blu e quel gatto color neve che ora mi fissava immobile, con due orbite attente e fisse su di me.
«Grazie per il tè contessa, domani dopo pranzo tornerò insieme a Costanza. Nel frattempo, cercherò di comporre un articolo per TresciaOne con questi ultimi dettagli, in modo particolare la presenza di quest’erba tintorea chiamata querta erda», dissi, mentre mi rimettevo in piedi e mi voltavo, aspettando di veder ricomparire Ettore.
«Vada pure, Pim», mormorò lei, usando per la prima volta la mia sigla da reporter. «Ma si ricordi che a volte la luce artificiale dei vostri flash non fa altro che aumentare le pozze di buio.»
«O di verde», replicai io.
«Sì, esatto», mi rispose Malù, che si era alzata a sua volta e stava agitando un campanello per richiamare Ettore.
Ed Ettore ricomparve, impeccabile come sempre e con un’aria più cordiale. Era contento di potermi riaccompagnare alla porta; sembrava quasi sollevato all’idea di chiudere fuori dalla villa, insieme a me, tutte quelle abitudini Pontalbesi che proprio non tollerava, giudicandole troppo scontate, campagnole e fastidiose. Lui era di origini modeste e tutto ciò che glielo ricordava lo irritava profondamente. L’affrancamento dalla sua estrazione sociale originaria era avvenuto grazie all’assunzione dei Cenaroli e la vita all’interno della Villa aveva definitivamente suggellato la sua appartenenza a una categoria diversa.
Come tanti di coloro che pensano di essersi elevati socialmente, non voleva tornare da dove era venuto, e nemmeno ricordarsene. Un taglio netto, due vite distinte, di cui una era da dimenticare. Camminando a ritroso sulle lastre di marmo serpentino, raggiunsi il portone e lo varcai con sollievo. I battenti si chiusero dietro le mie spalle con un rumore secco, restituendo Ettore al suo mondo e me alla strada del ritorno.
Ero di nuovo immerso nella realtà di Pontalba, un paese che lui voleva dimenticare, ma che io trovavo affascinante, curioso e immancabilmente verde.
Cover: Foto di HomeMaker da Pixabay
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