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Il dubbio
…un racconto

Il dubbio

…Ebbene, non lo so.
Non so se l’attimo del trapasso dalla vita alla morte segua le medesime regole e gli stessi percorsi in ogni situazione, non so nemmeno se posso dire di averlo realmente affrontato.
Il dubbio rimane.

Poiché, se ora posso raccontare ciò che ho da dire, non sono in grado di affermare con certezza di aver vissuto tutto ciò come qualcuno effettivamente ed eccezionalmente ritornato dall’aldilà. Magari, più banalmente, potrei giurare e spergiurare di avere immaginato tutto, di averlo sognato…
Ecco, di averlo certamente sognato!

La mente umana, è un fatto, non ha la capacità di sostenere contemporaneamente entrambe le esperienze di vita e di morte. O si sta da una parte o si sta dall’altra, non esiste una mezza via… oppure no?
Il dubbio rimane.

Non mi tormenterò nell’incertezza di dover decidere quando e come la mia coscienza ha ripreso a funzionare, o se sia ancora inconsapevolmente in balìa di se stessa e dei suoi infiniti trabocchetti.
Mi limiterò a raccontare questa storia a chi vorrà darmi la sua attenzione.
A voi l’onere della scelta se credermi oppure no.

Sentii una voce che mi chiamava, era lontana e non la riconobbi. Era una voce di donna. Aprii gli occhi ma una luce potentissima mi accecò. Fu doloroso, come se qualcuno mi avesse premuto coi pollici nelle orbite. Automaticamente richiusi gli occhi. Poi, piano piano, tutto si attenuò.
Lentamente li riaprii e riuscii a distinguere delle figure.
Ero in un letto, l’ambiente intorno mi ricordava la stanza di un ospedale. La luce del sole filtrava attraverso le fessure delle persiane abbassate.
La voce riprese a parlare: «Carlo, ben tornato! Come ti senti?», un’infermiera di bell’aspetto e dall’aria gentile mi sorrideva tenendomi il polso.
«Ho abbassato le persiane, così potrai riposare gli occhi.» aggiunse mentre armeggiava tra flaconi trasparenti e valvole della flebo.
Cercavo di parlare ma la voce non usciva.
L’infermiera mi fermò: «Carlo, non sforzarti! Sei rimasto in silenzio per molto tempo… Cerca di fare un lungo respiro, poi prova a parlare, ma senza fretta.»
Seguii il suo consiglio, respirai profondamente, ma quasi subito un grumo nella gola mi tolse il fiato. Mi mancò il respiro e tossii violentemente, un blocco di catarro mi uscì dalla bocca insudiciando il fazzoletto di carta prontamente allungatomi dall’infermiera.
«Grazie…», fu la prima cosa che, con un filo di voce, riuscii a pronunciare.
«Carlo, ho avvisato il dottore, sarà qui a momenti… Ora rilassati che ti sistemo il letto.»
L’infermiera era una donna sulla quarantina, corpulenta ma dai bei lineamenti. Era bionda, portava i capelli a coda di cavallo e un paio d’occhiali da vista che facevano risaltare il verde acqua marina dei suoi grandi occhi.
Indugiai lo sguardo tra la bocca carnosa e i seni generosi della donna intenta a rimboccarmi le lenzuola. Lei se ne accorse e sorrise. «Finalmente ti sei svegliato e mi sembra che ti stai riprendendo in fretta… Io sono Barbara, mi sto occupando di te da quando sei arrivato. Hai avuto un brutto incidente ma ora il peggio è passato…» mi confidò. Poi incrociò il suo sguardo col mio e mi parve che la sua espressione si fosse fatta vagamente maliziosa.
In quel momento entrò un uomo calvo con un camice bianco sbottonato che lasciava intravedere una camicia azzurra e una cravatta bordeaux. Aveva una mano infilata in tasca mentre l’altra impugnava una cartellina blu. Anch’egli portava gli occhiali, mi guardò e mi fece un sorriso di cortesia. «Buongiorno, sono il dottor Martini… Finalmente ci siamo svegliati eh? Come si sente?»
Cercai di schiarirmi la voce e riprovai a parlare: «Buongiorno dottore. Mi sento un po’ debole, comunque sto bene, direi… Ma non ricordo nulla, come mai sono in ospedale?»
«La memoria le tornerà, vedrà, e ho già provveduto a far avvertire la sua famiglia che si è svegliato. Dovrebbero arrivare da un momento all’altro. Loro le forniranno tutte le informazioni che desidera. Io, signor Carlo, mi devo occupare della sua salute e vedo che tutto procede per il meglio. Ora la lascio tranquillo, ripasserò più tardi.»
Diede all’infermiera alcune istruzioni e con un cenno di saluto se ne andò.
Eseguiti i suoi compiti si congedò anche l’infermiera. Appena ebbe finito di regolare la flebo mi disse che sarebbe poi passata a controllare, m’indicò il pulsante delle urgenze nel caso avessi avuto bisogno di qualcosa e uscì chiudendo la porta dietro di sé.
Rimasi solo nella stanza e mi guardai attorno, nella testa avevo un vuoto, un vuoto assoluto, mi ricordavo a malapena il mio nome. Chiusi gli occhi, cercai di frugare nella memoria in cerca di qualche traccia…

…Eppure sono morto. So di esserlo. Non posso essere vivo, non dopo che un camion mi è passato sopra schiacciandomi e riducendomi come una frittella.
Lo ricordo bene. Mi sono alzato da terra dopo esser caduto dalla bici e ho fatto appena in tempo a girarmi e veder luccicare il radiatore cromato del tir che mi stava investendo. Una frazione di secondo, certo, ma ce l’ho stampato tutto nella mente con assoluta precisione: il colpo tremendo, il rotolare sotto, le ruote che mi hanno triturato sfracellandomi sull’asfalto, ricordo tutto.
Nessun dolore, non c’è stato il tempo. Solo la consapevolezza che la mia vita era terminata.
Ricordo la voce di mia madre che mi chiamava e mi diceva di non guardare, di andare via da lì, che non sarebbe stato bello vedermi ridotto a quel modo.
Tutto normale, come se niente fosse. È successo, tutto qui.

O forse no. Forse è tutto frutto dell’immaginazione. Una conseguenza strana, bizzarra, di quello che gli esperti chiamano “shock post traumatico”, può darsi.
Ricordo di aver camminato andando via dal luogo dell’incidente, di averlo fatto con le mie gambe con assoluta calma, senza voltarmi, come se tutto ciò non mi riguardasse. Ricordo che la gente mi passava di fianco senza degnarmi di uno sguardo, correvano, si agitavano, erano tutti sconvolti per ciò che era successo sulla strada dietro di me. Avevo ancora nella testa la voce di mia madre, la cercavo ma non riuscivo a vederla.
Ero orfano, eppure la sua voce l’avevo sentita, non mi ero sbagliato…

Aprii di nuovo gli occhi, ero nel mio letto d’ospedale, nella testa avevo solo una grande confusione. Il ricordo dell’incidente era azzerato. La memoria gioca brutti scherzi a volte.
All’ospedale ci rimasi ancora qualche giorno, poi tornai a casa dai miei genitori. Alla fine la diagnosi si risolse in un forte trauma cranico con perdita di coscienza per un paio di giorni e perdita parziale della memoria, un taglio e cinque punti in testa, mezza faccia pesta come quella di un pugile dopo un knockout, una spalla dolorante, una clavicola lussata e tre costole rotte.
Lentamente ripresi la vita di sempre.
Qualche tempo dopo, grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni dell’incidente, mi raccontarono come si svolsero i fatti. Successe che caddi dalla bicicletta mentre stavo pedalando verso casa, mi ero appena rialzato quando sopraggiunse un grosso camion che per non travolgermi frenò bruscamente e sterzò a sinistra sbandando e finendo la sua corsa qualche decina di metri più avanti. Fu un vero miracolo non finire sotto le sue ruote, fui però preso di striscio e il colpo mi scaraventò quasi nel fosso a lato della carreggiata. La caduta poi non mi procurò ulteriori danni perché attutita dalla vegetazione.

Sarà, mi accontento di questa versione poiché tutto quadra.
Tuttavia, dopo così tanti anni, gli attimi dell’incidente rappresentano per me ancora un punto di domanda. Un luogo sconosciuto e inaccessibile della mia mente, un vuoto mai riempito, un recesso buio, impermeabile al ricordo… Se non alla fantasia di morte che ho descritto sopra.
E ogni tanto mi chiedo se, in questo caso, realtà e fantasia non si siano messe a bisticciare duellando in equilibrio precario su quel filo dannatamente sottile che in egual misura divide e unisce la vita e la morte.
Il dubbio rimane.

Enough (Simply Red, 1989)

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DIARIO IN PUBBLICO
Perdite e ricordi

 

Un tempo maledetto mi/ci strappa amicizie feconde e insostituibili, che hanno ritmato la nostra vita. Il senso del ricordo diventa allora la chiave di volta per capire la realtà esistenziale, ma non solo.

Uso consapevolmente il termine ‘ritmo’ perché, come ci ha insegnato Proust [Qui], lo scadenziario dei ricordi modella ciò che siamo o chi vorremmo essere.

Elettra Testi [Qui] l’insostituibile amica ci ha lasciati silenziosamente, potrei dire con discrezione. E a lei dedicherò, a breve, un saggio che cercherà di interpretarne vita e opera.

Alla sua scomparsa si aggiunge il trapasso di un altro insostituibile amico: Adalberto Ciaccia, in famiglia ‘Adal’, con la consonante elle gorgogliante alla ferrarese. Personaggio straordinario non solo per l’importanza scientifica del suo lavoro ma perché, nella mia famiglia, considerato alla stregua di un fratello.

Giovanissimo, giocava a tennis al Circolo della Marfisa con mio cognato Vanni; poi prese un posto fondamentale nella nostra vita. Assieme, quando ci conoscemmo, si commentava non solo la qualità medica del bellissimo Centro pneumologico di Tresigallo, ma con spirito di curiosità si cominciò ad allargare i nostri comuni orizzonti.

Nella mia attrazione per tutto ciò che aveva a che fare con le cure mediche regolarmente lo interpellavo per qualsiasi piccolo disturbo pensassi mi avrebbe distrutto la vita; lui rideva e mi confortava. Ma quando c’era da curare seriamente era insostituibile.

Con il suo matrimonio il circolo degli affetti si allargò ai figli, ai nipoti. E per Michele e sua sorella Isabella siamo ancora ’zio’ e ‘zia’. Si aggiunse l’incontro e la conoscenza con Manù, Manuela degli Uberti, compagna musicale di mio cognato Romano Guzzinati, sempre in giro per festival e concerti.

Quando mi era possibile, ne facevo il resoconto ad Adal con tutte le punture ironiche insite nel suo spirito burlone. E che festa il giorno che laureò un carissimo allievo, che altro non è che nostro nipote Ippolito Guzzinati, che con tanto impegno ne prosegue la strada.

Ciao Adal! Il nostro ricordo ci inciterà alla vita anzi a una buona vita.

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Se vuoi leggere e firmare la petizione popolare SAVE THE PARK che ha già superato le 23.500 adesioni [firma qui la petizione]

Sabbia nelle scarpe
…un racconto

Sabbia nelle scarpe
Un racconto di Carlo Tassi

Nel mio cammino quotidiano, imprigionato nel suo tracciato, mi distraggo e libero il pensiero.
Mi fermo e riparto di nuovo. Sono in ritardo ma non m’importa.
Prendo tempo, mi nascondo e guardo fuori: il mondo corre all’indietro mentre resto immobile e osservo.
Illusione, distrazione, evasione. Giocare a mosca cieca, poi capire dove andare.

Martina dove sei? Ti ho lasciata in giardino che giocavi al malato e l’infermiera. Genitori distratti e la voglia di vedere ciò che ancora non riuscivi a capire.
Adele dove sei? Sei passata come un treno. Solo uno sguardo è bastato per cuocermi a puntino. Un’estate a fuoco lento, a ribollire nel vederti ballare.
Roberta dove sei? Il mio premio: baciarti una sola volta alla festa del tuo compleanno e soltanto questo. Eppure quanto tempo i miei pensieri ti hanno scrutata.
Bella dove sei? Piccola regina di cuori. Viso di perla e chioma corvina. Sfuggente e misteriosa sempre, tranne una vigilia di ferragosto regalata per scommessa.
Claudia dove sei? Cinque anni tra inferno e paradiso. Sublime coi tuoi vent’anni la prima volta a far l’amore. Selvaggia, romantica, lunatica. Dannatamente esperta… forse troppo.

Voci, colori, odori, sapori. Idee, impressioni, le passate stagioni…

Come sabbia nelle scarpe.
Restano briciole, rimasugli di vita sbiadita.
Brillano dentro gli occhi e pungono i miei passi. Vivono ancora, nonostante tutto.
Schegge di felicità, amori acerbi, istanti perfetti, restituiti a pezzetti al mio girovagare.
Sabbia nelle scarpe, soltanto sabbia e niente più.

Sand In My Shoes (Dido, 2003)

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PER CERTI VERSI
C’era una volta l’autostop

C’ERA UNA VOLTA L’AUTOSTOP

C’era una volta
L’autostop
Perdevo la corriera
Oddio la scuola
Autostop
Non sapevamo
Come andare
Al mare
Che fare quindi
Autostop
Una volta
Persino
Autostrada
Autostop
Si parlava
Veniva fuori la vita
Di chi guidava
Di tutti
Autostop
Era tardi
Giù dai monti
Senza treni
Né bus
Ma era normale
Allora autostop
Era molto importante
Avere una amica
Diventava più facile
Coi camionisti
Autostop

Fino a quando
Si tolse l’auto
Rimase lo stop

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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Le storie di Costanza /
Aprile 1959 – Il divanetto di Adelina

 

Intanto che mia madre e Giuseppina studiavano in città, la nonna Adelina faceva la sarta e gestiva la sua merceria. Quel piccolo negozio le permise di arrivare alla pensione e di vivere una vecchiaia autonoma e tranquilla.

Uno dei suoi grandi rammarichi era quello di non aver mai potuto fare la patente e di non avere una macchina che le permettesse di andare da Cremantello a Pontalba e da Pontalba a Cremantello ogni volta che se ne verificasse la necessità o, più semplicemente, ogni volta che le veniva voglia di vedere le sue nipoti e sua figlia. Mia madre infatti, nel 1966, si sposò e si trasferì a Pontalba, paese che dista circa 40 km da Cremantello.

La merceria era molto piccola, ci stavano tre persone per volta. Aveva il bancone e degli scaffali di legno scuro, le pareti bianche, una grande porta d’ingresso con i vetri che fungeva da antesignana vetrina. Il portone, che chiudeva l’entrata esterna del negozio, era fatto di tre sezioni di pesante legno che si aprivano piegandosi una sull’altra. Veniva chiuso internamente con una spranga di ferro, tenuta ferma da dei supporti dello stesso metallo. Il pavimento del negozio era di mattoni rossi, il colore veniva ravvivato una volta all’anno con uno smalto puzzolente che rendeva la superficie trattata color fuoco.

Ricordo anch’io quella bottiglietta di smalto rosso che si spargeva d’estate sui pavimenti della grande casa della nonna Adelina. Macchiava qualunque cosa o persona le si avvicinasse, anche semplicemente in maniera accidentale, e lasciava il suo marchio per molto tempo con una persistenza stupefacente.

Il negozio era collocato al piano terra, nella parte della casa che dava sulla strada, esattamente in mezzo alla costruzione. C’erano due stanze a sinistra e due a destra. Cinque stanze si trovavano al piano superiore.

La casa aveva inoltre un grande cortile con la pergola di uva fragola e un albero di pere color ruggine nel mezzo. In fondo al cortile c’era un fienile, una rimessa, un pollaio, la porcilaia e il “cantinetto” (la stanza sempre fresca dove si conservava olio e vino). Dietro questo secondo edificio c’era l’orto con cespugli di fiori, piante di ribes, verdure di ogni genere sapientemente coltivate in base alla stagione e alle caratteristiche della terra.

Nella grande casa, dietro al negozio, c’era una stanza dove era collocata la stufa a legna. Quel piccolo rifugio era nel 1959, l’unica sezione dell’edificio che veniva riscaldata, non c’erano i soldi per permettersi altro. In quel perimetro minuscolo ci stavano: un tavolo quadrato con quattro sedie e un divanetto su cui potevano stare due persone.

Molti anni dopo, proprio quel divano fu restaurato, rifoderato con del velluto color rosa antico e trasportato a Pontalba, nel soggiorno di casa nostra. Prese il nome di divanetto d’Adelina” e divenne il divano preferito di Tito, l’amico di famiglia, che lo incorniciava con la sua abbagliante presenza quando passava a trovarci e ad aggiornarci sui suoi novelli e vivifici pensieri. Le sue mani belle si muovevano come liane flessuose ed eleganti e i suoi occhi irradiavano di luce e d’azzurro il sofà.

Nella stanzetta dietro il negozio della nonna Adelina, sopra il tavolo, era posizionato un lampadario con il saliscendi, in modo che la nonna potesse cucire anche di sera. Appeso al muro c’era un calendario e uno specchio con il pettine appoggiato sul bordo sporgente antistante. La stanza veniva chiamata, in base al suo ruolo primario, “la stufa”. Aveva una sola finestra e tre porte, una dava sul negozio, uno sull’ala della casa di destra e una sull’ala della casa di sinistra.

Nessuna delle quattro mura era intera. Ognuna aveva un’apertura che rendeva “la stufa” il nocciolo perforato della casa. Un piccolo cuore a raggiera che pulsava di vita e di calore nel freddo di quell’inizio di primavera che stava spargendo ghiaccio e nebbia più in paese che in città.

Le tende della “stufa”, quelle che coprivano la porta del negozio, il divano e i suoi cuscini, erano tutte di tela robusta color bianco con applicati dei fiori colorati ritagliati da un’altra stoffa e cuciti su quella bianca dalle prodigiose mani della nonna Adelina.

Nel 1959 abitavano in quella grande casa: la nonna Adelina, mia madre Anna, lo zio Giovanni con Toti il suo cane, la prozia Ciadin e lo zio Rigoberto, che dopo poco si ammalò e fu costretto ad andare alla casa di riposo di Casalrossano.

Nessuna delle porte della “stufa” dava sull’esterno dell’edificio, anche per questo la stanzetta restava sempre calda. Di sera la nonna, mia madre, lo zio Giovanni e la prozia Ciadin stavano in quella stanza fino ad ora di andare a dormire. Giocavano a scala quaranta, dama cinese, briscola oppure leggevano e chiacchieravano un po’. La prozia Ciadin pregava i santi, le sante, i beati e i buoni di cuore.

Spesso di sera mia madre e la nonna Adelina cucivano asole (occhielli per i bottoni) di giacche e vestiti. Una specie di lavoro serale che si poteva fare “in casa”, difficoltoso e pagato pochissimo. I capi “da asolare” che spesso erano casacche blu di tela pesante che si usavano nelle fabbriche, venivano consegnati alle sarte all’inizio del mese. Passati i canonici trenta giorni, il corriere ritirava il lavoro finito, lo controllava e decideva se poteva essere pagato. Il lavoro era pesante, mal pagato e faticoso però permetteva di arrotondare un po’ il bilancio domestico e acquistare qualche scatola in più di “spagnolette” colorate da rivendere in negozio.

Alle 9,30 andavano tutti a letto. Le stanze del piano superiore, dove erano sistemati i letti e gli accessori per la notte, erano fredde e senza riscaldamento. Solo il letto era caldo, perché lo si imbottiva con uno “scaldino” di ferro contenete le braci. Lo scaldino veniva tolto appena prima di infilarsi sotto le coperte. Sono capitati, in quegli anni, incendi causati proprio da letti che si infiammavano e ardevano con le braci al loro interno.

Ancora adesso mia madre conserva un lenzuolo di lino con un foro causato da una brace. Lo usa sempre e ogni tanto guarda quello strano buchetto dai contorni frastagliati. Le ricorda la sua infanzia. Un semplice foro in un lenzuolo è più foriero di ricordi di un libro o di un film, perché è legato all’esperienza diretta della vita di una famiglia, al ricordo di persone che non ci sono più e di altre che ci sono ancora e continuano i loro passi in questo curioso mondo. Rispetto al 1959 la vita attuale è sia molto diversa che molto uguale, dipende da come la si guarda.

La scala che portava al piano superiore era di legno, ripidissima e con dei gradini stretti e smussati. Mi ricordo che da piccola mi faceva paura. Avvertivo un senso di pericolo tutte le volte che vi salivo.

Mia madre racconta che quando lo zio Giovanni aveva un anno era caduto proprio da là. Il giorno di Natale del 1948 il cielo era bianco e carico di neve, mio nonno si stava preparando per andare alla messa domenicale, quando sentì lo zio Giovanni piangere. Lo trovarono disteso in fondo alla scala. Era ruzzolato giù e strillava accasciato sull’ultimo gradino. Lo presero in braccio, lo osservarono e notarono che era pieno di botte all’inverosimile, con la testa tutta gonfia. Si spaventarono ma, per fortuna, la caduta non fu così grave e il bambino si riprese in fretta solo con l’applicazione di una pomata per le botte.

Ciò che mi impressiona sempre di questa vicenda è che nessuno pensò che il bambino sarebbe morto o sarebbe rimasto menomato (ipotesi che oggi qualsiasi genitore prenderebbe in considerazione), nessuno pensò di portarlo all’ospedale, non era previsto che si portasse “dai dottori” un bambino che aveva “semplicemente preso delle botte” (oggi si correrebbe al pronto soccorso a rotta di collo). Nessuno pensò che il bambino avesse bisogno di una radiografia (oggi verrebbe radiografato dalla testa ai piedi) e, infine, nessuno pensò di rifare la scala con gradini più grandi e sicuri e anche con uno scorri-mano.

Questo incidente mi sembra un bell’esempio di come alcune abitudini siano cambiate enormemente e di come alcuni comportamenti, ritenuti allora normali, siano oggi considerati inaccettabili.
Il tempo procede inesorabile il suo cammino e, accompagnate dal suo insidioso incedere, molte cose migliorano e altre no. Forse quello che abbiamo perso è la speranza che anche le situazioni più difficili si possano risolvere positivamente.

Trovo che l’idea di speranza (la sua definizione, la ricerca delle modalità con cui la si può trovare e perdere) sia un tema importante, che accompagna la nostra vita e la condiziona fino a definirla.

In quel mese del 1959 il governo cinese chiuse le frontiere con l’India. Il 13 aprile venne inaugurato ad Ispra, in provincia di Varese, il primo reattore nucleare italiano e, purtroppo, il 25 aprile si registrò il primo caso di AIDS nel mondo. Per molti anni questa malattia restò però poco conosciuta e diffusa. L’inizio ufficiale dell’epidemia fu fissato in data 5 giugno 1981.

N.d.A.
I protagonisti dei racconti hanno nomi di pura fantasia che non corrispondono a quelli delle persone che li hanno in parte ispirati. Anche i nomi dei luoghi sono il frutto della fantasia dell’autrice.

Per leggere tutti i racconti di Costanza Del Re è sufficiente cliccare il nome dell’autore. 

Frammenti di un discorso odoroso … un racconto

 

Spesso, la pubblicità porta in primo piano l’odore o, meglio, gli odori. Il sugo sulla pasta, il profumo… malizioso e complice di un cosmetico, il bucato col suo odore di pulito che non può che essere inquadrato in un interno di casa medio borghese. Ricordo che, oltre quarant’anni fa, un famoso musicista italiano pubblicizzava una birra con un po’ di schiuma sul naso dicendo (più o meno) “Chi ha naso, beve…”.

L’odore, nel senso di profumo, fa parte della vita quotidiana di tante persone, ma i bambini fanno spesso eccezione. Si dimenticano di lavarsi la faccia alla mattina, prima di andare a scuola, anche i denti non sono molto gettonati e l’alito che ne consegue lo conferma… Anch’io, quand’ero piccolo, non mi lavavo molto o, meglio, avevo un approccio alla pulizia del corpo in sintonia con le stagioni più miti. La scelta era dettata anche dalla necessità, ma diciamo che, la difficoltà di predisporre gli strumenti del lavaggio (la mastella, l’acqua calda scaldata nel pentolone sulla stufa, la legna che non sempre c’era perché mancavano i soldi), favoriva la diserzione da odori più favorevoli alla socializzazione.

Ricordo che in terza elementare c’erano alcuni miei compagni di classe che non mi erano amici perché dicevano che puzzavo. Erano figli di famiglie altolocate, ma penso che fosse una coincidenza perché con altri compagni della stessa categoria giocavo, sudavo, puzzavo e (poco) mi lavavo come loro, con la differenza che in quelle case, c’era già una stanza predisposta per il bagno.

Il maestro Alceste, per cercare di porre fine a divisioni nella classe, che avevano portato alla formazione di piccole bande, pensò di affrontare il problema con una soluzione di tipo… sportivo.

Dato che il capo dei bambini che non mi accettava era un certo Biancalana, di carnagione chiara, sempre pulito e profumato come se vivesse tutto il giorno in una vasca piena di detersivo (una volta c’erano le pubblicità molto gettonate dei detersivi per il bucato a mano, Olà o Tide), Alceste chiese ad entrambi se eravamo disposti a fare una gara di corsa, sulla distanza di circa 100 metri, nel giardino interno della scuola.

Chi vinceva avrebbe dettato le condizioni: continuare la presa in giro o fare amicizia. Eravamo alla fine di ottobre e, fortunatamente, il tempo tenne. Un freddo sabato mattina, con un sole che ormai non sudava più, ci fu la sfida. Tra due piccole ali di bimbi, scattammo al via e, dopo un forsennato testa a testa, superai di un soffio il mio compagno sul filo di… Biancalana. Il maestro Alceste mi strizzò l’occhio e io, in cambio, mi lavai più spesso.

Un’altra immagine di forti odori è collegata ai periodi estivi oltre il Reno, dai nonni materni a Lavezzola. Nella stanza dove dormivo, o dove andavo a riposare al pomeriggio, c’erano due travi da cui scendevano sempre prosciutti, salami, palle di grasso… e il profumo intenso delle trasformazioni suine si mescolava al fresco di una stanza, costruita con muri che supplivano bene alle esagerazioni delle diverse stagioni.

Aspettando la notte
…un racconto

Aspettando la notte
Un racconto di Carlo Tassi

Mangio per noia.
Il grasso della pancia è un peso che accetto con filosofia.
Il tempo fugge, mi frega, s’allontana.
Lo inseguo, goffo come sono, coi miei biscotti in bocca.
Resto indietro come previsto, il tempo vince sempre. Lui corre, io mangio… non c’è partita.
Forse è la luce. Troppa luce mi disturba, mi distrae, m’acceca.
Resta il pensiero, lui è mio amico e gli chiedo aiuto.
Alla fine siamo sempre io e lui a fare i conti col mondo.
Quale mondo? L’altro mondo? La fine del mondo?

Il mondo fuori da queste mura e il mondo dentro la mia testa, i conti non tornano mai.
E il tempo? Il tempo corre, io rifletto e resto indietro.
Fuori la gente passa, vive, muore, m’ignora, non esiste…

Io non esisto per la gente ma non m’importa, nella mia testa c’è una gran folla che m’aspetta.
Ma questa luce mi danneggia, mi confonde, mescola i pensieri, li corrode, li dissolve.
Così aspetto. Il tempo passa e io aspetto.
E finalmente arriva!
Arriva la sera, fresca e leggera. Mi culla e mi coccola un’ombra giovane e calma.
Apro gli occhi lentamente, il mio dolce mondo di tenebre è qui.
Liberato, fuoriuscito, sconfinato. Fluttuante di pensiero, senza il peso del giorno.
Ora posso vivere come voglio, andare dove voglio, parlare con chi voglio.
Almeno per un’altra notte ancora.

L’una di notte, seduto ad ascoltare una vecchia canzone.
L’oscurità circostante espande l’orizzonte.

E il tempo?
Il tempo s’è fermato ad ascoltare, anche lui come me.
Per un istante, io e il tempo riusciamo anche a guardarci, a salutarci, rigorosamente al buio.
Poi l’istante, per incanto, diventa come eterno.
E rivedo un ragazzo di quarant’anni fa canticchiare la mia stessa canzone.
È a casa dei genitori in via Belletti al numero sei, in una taverna rustica con un caminetto acceso.
Gli amici, gli amori, la scuola, le serate al campetto. Cuori selvaggi, ingenui, in sella ai motorini a far castelli di carta.
Meravigliosi castelli di carta dissolti dal tempo.

Il tempo appunto. Me n’ero quasi dimenticato.
Il tempo non s’è mai fermato, anche se per un po’ ci avevo creduto.
Ho cantato quella canzone per tutta la notte, o forse per tutta la vita, non lo so, il tempo corre.

Tra poco tornerà la luce e un nuovo giorno per continuare a invecchiare.
Non rimane che aspettare la prossima notte per ascoltare un’altra vecchia canzone assieme a quel ragazzo di quella casa in via Belletti al numero sei.

Bring On The Night (The Police, 1979)

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Le storie di Costanza /
Marzo 1959 – Il collegio delle suore Morotee

 

Nel Marzo 1959 mia madre Anna e la sua compagna di classe Giuseppina si resero conto che mancavano pochi mesi alla maturità e decisero di dedicarsi alla scuola con maggiore assiduità.

Era loro abitudine andare a studiare dalle suore Morotee che gestivano un collegio per giovani donne in centro a Vergania. Il collegio rispondeva contemporaneamente alle esigenze di diverse categorie di ragazzine (ricche, benestanti e povere), con una marcata predilezione per le più ricche. Le figlie di ‘buona famiglia?, le predilette, vivevano sempre in collegio, avevano la divisa, spazi, arredi e personale dedicati esclusivamente a loro. Non uscivano mai, se non per recarsi a scuola accompagnate da suor Melina, la suora deputata a formare le future mogli degli ‘uomini di potere’ locali.
Oltre al collegio esclusivo, le suore Morotee gestivano un pensionato per le ragazze che si fermavano a Vergania durante la settimana e tornavano a casa tutti i sabati (le benestanti). Infine gestivano una mensa con doposcuola per le ragazze che viaggiavano (le povere).

Ognuno di questi tre gruppi aveva la sua suora responsabile (Melina, Giuditta e Dorotea) e i tre ‘mondi’ si incontravano raramente.
Mia madre e Giuseppina erano delle povere giornaliere, senza divisa, cappotto di vigogna grigio e cappello di feltro, poco considerate e molto libere.

Mio madre racconta che le ‘interne’, così venivano chiamate le ragazze che vivevano regolarmente in collegio, invidiavano molto le ‘giornaliere’ perché quest’ultime potevano andare in stazione a prendere il treno da sole e nel tragitto erano libere di fare ciò che volevano, compreso comprare il gelato e scambiare qualche battuta con i coetanei maschi.

Questa era la vera differenza che inaspriva gli animi e divideva il mondo tra bianco e nero, gettando una luce sinistra sulle viaggiatrici. Le povere “interne” non potevano decidere con chi parlare, sicuramente non erano libere di fare chiacchiere con maschi raminghi, curiosi e quasi sicuramente squattrinati.  Ogni tanto qualcuna scappava di notte dal collegio, calandosi con le lenzuola, rubando chiavi di scorta, oppure inventando qualche altro stratagemma tanto rocambolesco quanto pericoloso e mai scoperto perché ritenuto dalle suore inconcepibile, inaccettabile e quindi decisamente impossibile.

Quando il rigore impedisce di concepire eventi perché classificati impossibili, li si elimina dal mondo reale e questi, in quanto inaccettabili, spariscono dalle singole esistenze e da quella delle persone di cui si salva l’incolumità.
In alcuni casi riemergono come miti, archetipi, esempi nefasti di ciò che non succederà mai. In altri casi ancora non riemergono, vengono semplicemente rimossi e vanno ad affollare quell’incredibile mondo dell’inconscio nel quale si animano le nostre tendenze più sinistre ma anche alcuni dei nostri impulsi più nobili.

Con il gruppo delle collegiali ricche, mia madre e Giuseppina non si incontravano mai, mentre capitava che si incontrassero con le pensionate, che essendo libere il fine settimana, potevano intraprendere lo stesso cammino verso la stazione senza essere controllate da genitori, parenti, suore, insegnanti e malcapitati portieri.

La suora responsabile delle giornaliere si chiamava Dorotea. Suor Dorotea era piccola, di mezza età, robusta, occhi scuri. Amava molto raccontare l’origine del nome che le era stato assegnato quando aveva preso i voti perenni. Il nome Dorotea deriva dal tardo nome greco Δωροθεα (Dorothea), femminile di Δωροθεος (Dorotheos) e significa “dono di Dio”.
Quale nome migliore per una suora. In modo particolare quel nome le era stato assegnato per ricordare Santa Dorotea di Alessandria che si festeggia il sei di febbraio. Eusebio di Cesarea (Historia Ecclesiastica, VIII, 14) riferisce che Massimino Daia, trovandosi ad Alessandria d’Egitto, concepì un’insana passione per una nobile donna cristiana, ricca, educata e pura. Fece molti tentativi per conquistarla, ma la donna gli fece sapere che avrebbe preferito la morte piuttosto che concedersi a lui. Accecato dall’ira causato dalla sua passione non corrisposta, Massimino si vendicò condannandola all’esilio e confiscandole i beni.
Eusebio non ha tramandato il nome dell’eroica donna, ma Rufino, afferma che si chiamava Dorotea, che era una vergine consacrata a Dio e che, per sfuggire alle voglie di Massimino, si rifugiò in Arabia.

Suor Dorotea raccontava a tutti questa storia antica che sembrava piacerle molto. Contrariamente a molte sue consorelle era soddisfatta del nome che le era stato assegnato dall’Ordine monastico e non rimpiangeva il nome di battesimo che veniva tolto alle converse per sradicarle definitivamente dalle loro radici originarie e ripiantarle nella terra di santa Madre Chiesa, facendole rigermogliare consacrate, rigogliose e belle.
Si vociferava che il nome di battesimo di Dorotea fosse Bortolina. Non c’era alcuna prova di questa diceria, se non la convinzione di tutti che il nome originale fosse la vera causa della predilezione che questa suora nutriva per quello nuovo. Quando le viaggiatrici volevano ridere dicevano a bassa voce “arriva Bortolina”. Se la suora lo avesse saputo, si sarebbe sicuramente offesa; non si sapeva nemmeno se quello fosse davvero il suo nome da bambina, magari non si era mai chiamata così. Comunque sia, Dorotea-Bortolina era molto brava.

Nonostante le fossero state affidate le ragazze meno ‘importanti’, perché contribuivano miseramente all’arricchimento del collegio, si occupava di loro con assiduità e gentilezza e mia madre conserva un buon ricordo di quella suora sempre vestita di nero, con una grande croce d’argento appesa al collo, gli occhi intelligenti e il sorriso sulle labbra.
A volte mia madre regalava a suor Dorotea qualche spagnoletta nera (rocchetto di filo sottile) per aggiustare la sua veste. Le spagnolette provenivano dalla merceria della nonna Adelina ed erano molto gradite dalla suora che in cambio del filo, regalava a mia madre qualche immaginetta di Santi del paradiso, raccomandandole di darla alla nonna. La nonna Adelina conservava le immagini dei Santi e le divideva con la prozia Ciadin che, essendo una ‘suora in casa’, le apprezzava quanto lei.

Fu così che in uno dei bauli della nonna, molti anni dopo, ritrovai una scatola di Santini (le immaginette dei santi) degna di un collezionista famelico. Alcune decorate a mano su carta artigianale strappata ai bordi, altre su pergamena. Belle, uniche, una delle mie collezioni preferite.
‘Il mondo della carta’ è affascinante per la sua storia, per le modalità con cui è stata prodotta nel corso del tempo, per le materie prime impiegate … e, molto di più, per l’uso importante e a volte essenziale fatto di questo prezioso materiale nel corso dei secoli.
Grazie alla carta si sono potuti documentare avvenimenti che sono successi ai nostri antenati. Storie di gesta umane ed eroiche arrivate fino a noi, a volte in maniera lineare e a volte in maniera rocambolesca, se non miracolosa. La mia stessa vita sarebbe diversa senza la carta, la maneggio sempre.
Piace anche a mia nipote Rebecca che si è fatta regalare un kit per costruirla.

Siccome mia madre e Giuseppina erano libere di fare ciò che volevano, non sempre andavano dalle Morotee a fare i compiti. A volte invece di andare dalle suore, andavano in biblioteca. La biblioteca di Vergania aveva una bella sala studenti dove erano allineate enciclopedie, vocabolari, atlanti e libri di libera consultazione. Era frequentata da molti ragazzi delle scuole superiori che passavano là il pomeriggio a studiare. Così come dalle suore, anche nella sala studenti della biblioteca, c’era del personale a cui rivolgersi per compiti particolarmente difficili o per reperire libri non direttamente accessibili dalle mani dei ragazzi.

In quella grande sala si parlava a bassa voce e non si disturbavano gli altri, come in chiesa e in ospedale. A Vergania c’è ancora adesso quella biblioteca, sempre bella e frequentata. Quando ci passiamo davanti, mia madre si ferma sempre a guardare l’ingresso di quel posto. Il portone è di legno marrone scuro, ad arco, con dei grandi battenti d’ottone.
Si capisce guardandolo che è stato concepito per essere l’accesso di un edificio importante e non quello di un palazzo residenziale. Ricorda a mia madre la sua gioventù e, come tutte le cose che ci riportano a momenti sereni della nostra esistenza, ha meritato nel suo cuore un posto particolare. Adesso anch’io, quando passo davanti alla Biblioteca, mi fermo sempre a guardare il portone e penso a mia madre che ha ottant’anni e a scuola non va più da moltissimo tempo.

Come nei mesi precedenti, anche nel Marzo 1959, successero nel mondo molti avvenimenti che non influirono sulla vita che si svolgeva tra il negozio della nonna e la città.
Il 10 marzo la resistenza tibetana culminò in una grande sollevazione popolare repressa dal governo cinese. Il 14 marzo il Consiglio nazionale elegge Aldo Moro nuovo segretario politico della Democrazia Cristiana. Il 17 marzoTenzin Gyatso, XIV Dalai Lama, fugge dal Tibet alla volta dell’India. IL 29 marzo: la Cina, dopo la rivolta nel Tibet, scioglie il governo tibetano ed insedia il Panche Lama.

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VITE DI CARTA /
Fausto Coppi e la Livra, ovvero la leggerezza

 

Come ogni mercoledì ho attraversato la piazza del mio paese e le vie d’intorno per stare al mercato e respirarne l’atmosfera. È un rito, lo so bene, ma non ci posso rinunciare.

Stavolta non ho nemmeno fatto spesa di verdura e frutta, non mi serviva nulla che non avessi trovato proprio il giorno prima al supermercato. Però c’è stata una piccola avventura dello spirito, come accade spesso.

Piccola, ci tengo a ribadirlo, ed è questa.

La Livra, il soprannome di sempre, non compare nel necrologio che ho letto entrando nella piazza: ci sono cognome e nome e la bella età, 93 anni portati col sorriso fino all’ultimo giorno.

L’ho incontrata l’ultima volta in ottobre, proprio sul bordo di questa piazza, con una affettuosa badante seduta sulla stessa panchina. Ahi, ho pensato, non sei più sulla porta della tua casa a guardare chi passa stando in piedi a braccia conserte.

Abiti a due passi da qui e, se ti vedo seduta e scruto il tuo sorriso, trovo che è cambiato insieme a te, è più opaco, leggermente smarrito. Ma mi riconosci: non appena ti saluto e ti chiedo come stai, pronunci il mio nome e subito mi collochi nel passato che abbiamo in comune, quando i nostri appartamenti affacciavano sullo stesso cortile.

Ci vorrebbe mia madre, qui e ora, a tirare fuori dal cilindro dei ricordi una quantità di aneddoti più o meno faceti, che potremmo rivivere con leggerezza.

Io ero bambina e voi due giovani donne sposate: mia madre lavorava per una ditta che le consegnava a domicilio montagne di scarpe da cucire e tu seguivi la casa e la famiglia. Ma lei manca da oltre vent’anni e tu da qualche giorno, come mi ha appena detto il necrologio.

Nessuna di voi due è più qui, non mi rimane che la leggerezza. Mi arriva dai ricordi infantili (dalla vita) e dalle letture che ho in corso (dalla letteratura).

Il caso vuole che in queste settimane mi stia dedicando a conoscere la figura e l’opera poetica di Roberto Roversi [Qui]. È un primo approccio, frammentato in tanti brevi momenti in cui consulto i manuali e le storie della letteratura che ho nello studio, alternandoli con la lettura delle sue poesie.

fausto coppi roberto roversiIl testo che Roversi ha dedicato a Fausto Coppi [Qui] mi è apparso sullo schermo mentre navigavo in internet alla ricerca di un’altra sua raccolta. L’ho letto con rapimento e mi sono sentita catturare in particolare da tre versi: il primo recita “Coppi leggero leggero come un pensiero” e gli altri due “Fausto un gatto/anzi no, una livra”.

Eccola, la lepre stigmatizzata dal poeta, scegliendo la versione del nostro dialetto bolognese, la lepre che accende la scintilla, in cui si incontrano un ciclista eccezionale e una donna della mia infanzia.

Sul dizionario Treccani il lemma ‘lèpre’ recita nella prima accezione di significato: “Nome comune delle varie specie di roditori leporidi del genere Lepus, diffusi in tutto il mondo; hanno abitudini prevalentemente notturne, indole paurosa, udito finissimo con buona vista e olfatto; ottimi corridori, molto veloci e resistenti, sono uno dei capi di selvaggina più comuni e ricercati”. E più avanti sul suo valore simbolico: “È talora assunta come simbolo o metafora della velocità nel correre, della timidezza, della sospettosità”.

Ho trovato il tratto semantico che cercavo, posso uscire dal dizionario e tornare alle due figure umane in cui la qualità principale dell’animale, la sua velocità nella corsa, è stata fissata come uno stigma. Roversi abbrevia la similitudine, non usa il come per il confronto con Coppi, ma utilizza una metafora netta, “Fausto un gatto…, una livra”.

Quanto alla mia simpatica compaesana, il soprannome inchioda anche lei a quella sua agilità nei gesti e nella camminata. Nei paesi o nei quartieri di città usava (e usa ancora) identificare le persone con un soprannome.

Ora la nostra Livra trovava espressa nel suo la dote della velocità in senso letterale, secondo la variante della dantesca legge del contrappasso che fa corrispondere per analogia la qualità e la persona.

Potrei citare altresì il caso di un mio coetaneo piuttosto robusto che veniva chiamato Trasparént in ossequio all’altra variante, quella secondo cui la corrispondenza avviene in modo contrario.

Mi piacerebbe divagare su nomignoli, apostrofi e soprannomi paesani, alcuni sono un vero spasso linguistico, ma torno a lei. La vicina di casa giovane e poco esperta, che dalle finestre aperte nella stagione calda sentivamo camminare in lungo e in largo nel cortile, tra casa, lavanderia e bassocomodi.

Parlava tra sé e sé e la voce era spesso alterata dall’ansia di fare bene i lavori di casa, attività in cui metteva tanto impegno, ma in cui l’organizzazione di giorno in giorno si manteneva difettosa. Vedevamo le sue gambe magre avvicinarsi alla finestra sotto la quale mia madre lavorava alle sue preziose scarpe: aveva sempre un lavoro venuto male di cui discolparsi, un consiglio da chiedere. A volte un prestito.

Temeva il giudizio del marito, che al rientro dal lavoro le chiedeva cosa avesse fatto durante il giorno, non trovando pronta la cena o non ancora asciutti i suoi indumenti. Eppure la sua giornata era piena di battute di spirito e risatine.

Anche Coppi sapeva dissimulare la fatica lungo i percorsi di montagna, sapeva attaccare e arrivare da solo al traguardo della corsa dopo una lunga lunghissima fuga solitaria. Mio padre lo vide correre al motovelodromo di Ferrara, quando ancora non era famoso, e rimase conquistato dal suo portamento timido e dalla gambe esili, che in realtà sapevano pedalare come delle bielle d’acciaio. Quella per Fausto Coppi rimase poi una fede assoluta fino all’ultimo giorno.

Mi rimane la leggerezza, dicevo. In quella forma che Italo Calvino nella prima delle sue Lezioni americane definisce “una immagine figurale di leggerezza che assuma un valore emblematico, come, nella novella di Boccaccio, Cavalcanti che volteggia con le sue smilze gambe sopra la pietra tombale”. Presso il Battistero di Firenze scavalcò infatti con un balzo solo un imponente sarcofago e si liberò della sgradita brigata di Betto Brunelleschi – dice Boccaccio – “sì come colui che leggierissimo era”.

Tuttavia questa definizione non basta. La leggerezza attiene anche alle parole con cui formuliamo le nostre narrazioni e i ricordi, e consiste – mi soccorre di nuovo Calvino – in “un alleggerimento del linguaggio, per cui i significati vengono convogliati su un tessuto verbale come senza peso”.

Le parole aleggiano come “un pulviscolo sottile” sopra le cose, agiscono per astrazione. Direi, distillano dalla distanza che si sono date i significati che vanno a immettere nella comunicazione.

Della Livra e di Fausto Coppi ci arriva da un lato l’essenza figurale della lepre che corre veloce e del gatto dal passo felpato, dall’altro la parola che rende lei e il Campionissimo leggeri come pensieri.

Nota bibliografica:

  • Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio. Garzanti, 1988
  • Giovanni Boccaccio, Decameron, Garzanti, 1974 (novella di Guido Cavalcanti, VI,9)
  • Roberto Roversi, Quando Coppi e Bartali correvano in bicicletta (L’Espresso, 29 luglio 1979)

 

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari di Roberta Barbieri nella sua rubrica di Mercoledì, clicca [Qui]

Le storie di Costanza /
Dicembre  2060 – Saluti e auguri dal passato futuro

 

Finisce il 2060, e finisce l’anno del nostro passato-futuro che mese per mese ci ha raccontato Costanza Del Re da un paesino fluviale della bassa bresciana. Sono racconti, ma sono anche ricordi, sogni, riflessioni sul presente, felici intuizioni. Per chi, nella noia delle feste, volesse leggere tutte le 12 puntate (per me ne vale la pena) può trovarle facilmente su questo giornale. Perché con Ferraraitalia di ieri non ci si incarta il pesce, è un ‘quotidiano’ molto particolare, “non butta via nulla”. 
Personalmente non ho ancora quando e dove si trovi il 2060 di Costanza Del Re, se prefiguri un futuro, racconti un passato o rifletta sul presente. Forse, più semplicemente, ci mostra il Pianeta privato di Costanza. Ma è un luogo, un tempo, in cui anche noi ci riconosciamo. E possiamo incontrarci. Succede, insomma, quella strana cosa, e abbastanza rara, che chiamiamo Letteratura. 
(Francesco Monini)

Siamo a dicembre, un mese particolare. Giornate corte, freddo, umido e molte feste. Prima arriva Santa Lucia (13 dicembre) a portare i regali ai bambini, poi la festa della ‘Loertisa’ (focaccia che contiene germogli di luppolo bolliti), poi la vigilia e il giorno di Natale.

E’ un mese in cui si tirano un po’ le somme dell’anno. Chi è arrivato, chi ci ha lasciato, quanto Robot-111 sono stati assemblati, quanti messi definitivamente a riposo.
E’ anche il momento per sentirci fortunati se siamo in salute, circondati da persone che ci vogliono bene, amati. E’ il periodo giusto per coltivare la speranza che il domani sarà migliore di oggi, che il prossimo anno potremo tornare al mare, fermarci a guardare il sole che luccica sull’acqua salata e i Gabby-x che volano rasente l’acqua verso il rosso del sole che tramonta.
Ma adesso è dicembre, un mese particolare, quello di Natale.
Cosmo-111 vuole un piccolo Babbo Natale di pezza da attaccarsi su una spalla:
Babbo Natale, babbo Natale, rosso Natale, bianco Natale.  Raco calare, raco calare, toco polare, toco ricare” canta come suo solito un po’ in italiano e un po’ a modo suo, mescolando suoni che gli piacciono.

I miei figli Axilla e Gianblu si sono già messi a discutere per sciogliere il colore delle palline che addobberanno l’abete quest’anno. Pare che saranno argento e azzurro.
Mio marito dice che devo prenotare il cappone dal macellaio in modo che ce ne possano vendere uno di quelli che allevano loro. A terra, senza mangime. Poi bisognerà scegliere delle zucche mature e dolci altrimenti il ripieno dei tortelli non viene buono. Noi siamo molto tradizionalisti, mangiamo per le Feste i cibi che hanno accompagnato tutti gli ottantotto anni della zia Costanza. Sempre quelli, cucinati bene e all’ultimo momento. Non scotti, non riscaldati, non surgelati, non liofilizzati, essiccati, disidratati. L’unica eccezione è il pescandor-k al posto del vino. Questo distillato di pesche bianche piace molto ai robot-111, lo bevono in un batter d’occhi e poi rovescino indietro le telecamere in segno di grande soddisfazione.  Ci sembra giusto che anche loro possano pasteggiare traendo la maggiore soddisfazione possibile dal momento.

Quest’anno è nato Gyanny, la vera novità di questo 2060 che se ne sta andando per sempre lasciando dietro a sé ricordi, rimpianti, sofferenze e amori. Adesso ha cinque mesi ed è uno spettacolo. Luca, mio marito, per il Battesimo gli ha assemblato un robot orsetto che si chiama Orsino-121. Il robot è fatto come un piccolo orso, ricoperto di filo di mollan sgarzato color marrone, trasmette calore mantenendo il suo corpo a una temperatura costante di circa 37 gradi e mezzo. Tiene il bambino sempre caldo. Non solo, i suoi sensori gli permettono di verificare la frequenza dei battiti del cuore di Gyanny, la sua pressione arteriosa, se ha fame o sonno e se deve essere cambiato.
Orsino-121 è un babysitter molto efficiente. In quel robot-121 c’è una grande novità. La sua alimentazione avviene attraverso una pila a fissione nucleare.

La differenza tra bomba e pila atomica sta nella rapidità con la quale si libera l’energia prodotta dalla fissione nucleare di una certa quantità di uranio. Nella bomba, tutta l’energia si libera in una frazione di secondo, con effetti disastrosi. Nella pila, la reazione nucleare è rallentata, così da rilasciare l’energia in un lungo arco di tempo. La fissione nucleare è dovuta all’urto di un neutrone contro un atomo di uranio 235. L’atomo colpito si spacca liberando una certa quantità di energia e due o tre neutroni. Una parte dei neutroni si perde. Se a ogni passo della catena il numero dato dalla differenza tra neutroni prodotti e neutroni persi cresce, la reazione aumenta rapidamente fino a diventare esplosione (bomba). Se il numero diminuisce, la reazione si spegne. Se è uguale, la reazione produce energia in modo costante (pila nucleare). Nella pila, per regolare il numero di neutroni si inseriscono o si tolgono dall’uranio alcune barre di cadmio o boro, che assorbono facilmente neutroni.

Davvero affascinante. Queste nuove pile hanno una potenza incredibile e una durata impressionante. Nulla di paragonabile agli alimentatori che si sono usati fino ad ora per i robor-111. E così insieme alla nascita umana di Gyanny abbiamo assistito alla nascita di una nuova generazione di mezzani, i robot-121.  Luca dice che questi nuovi robot verranno commercializzati presto a prezzi accettabili e che avranno delle prestazioni davvero stupefacenti. Orsino-121 è il primo di una lunga catena di mezzani che sostituiranno o aggiorneranno i precedenti.  A Orsino piace il miele e anche i Frutti di Martorana (tipico dolce siciliano) anche se i cibi non sono più necessari per il funzionamento dei suoi circuiti meccatronici.  Pensiamo che l’alimentarsi di cibo umano sia diventato uno dei tanti processi imitativi appresi per prove ed errori. Sta di fatto che quei dolci gli piacciono da matti,  da Orsetti-matti-121. I frutti di Martorana sono fatti di pasta di mandorle, modellata e colorata in modo da imitare frutti e ortaggi in scala ridotta e sono bellissimi da vedere. Devono il loro nome al monastero nel quale furono inventati nel 1194, il monastero della Martorana a Palermo.

In piazza a Parda c’è una pasticceria dove ne producono di buonissimi, dobbiamo ricordarci di dire a Daniele, quando viene ad aiutarci a preparare il pranzo di Natale, di portarne un vassoio, poi glieli paghiamo. Quando arrivano li devo nascondere subito. Se Orsino-121 li trova, li mangia tutti e per Natale non resta sulla nostra tavola nemmeno un piccolo e perfetto mandarino-martorano.

E così ci ritroveremo di nuovo a Natale, tra pranzi da preparare, regali da incartare, nuovi bambini e mezzani da iniziare ai festeggiamenti e anziani (umani e mezzani) da salutare. Credo che alla fine non ci sarà molta differenza tra il Natale di quest’anno, quello di dieci anni fa, quello di cinquanta. La zia Costanza mi ha raccontato che quando era piccola suo padre faceva il presepe su un tavolino del soggiorno. Usava strani legni ripescati nel Lungone che verniciava con le sue sapienti mani. Doveva davvero essere un presepe originale e bellissimo. Altro che quelli che si comprano tutti uguali e che costano tanto!. Il professor Umberto doveva essere un vero artista, così lo ricordano la mamma e le zie. Se n’è andato da molto tempo ormai, ma il bene che ha saputo donare resta bene perenne. Questo vale per tutte le persone che ci hanno lasciato, per tutti coloro che ci hanno salutato, che sono partiti.  Il presepe più bello resta quello che si fa con i resti di legno, cartone e iuta. Con la pasta di pane, con la cartapesta fatta con le strisce di carta dei vecchi Tresciaone messi a macerare con acqua e colla. Quello che si ricopre col muschio che è attaccato ai tronchi dei tigli che costeggiano la strada che porta al cimitero di Pontalba, che si spruzza con un po’ di farina bianca. Le cose fatte in case, artigianali, uniche e anche un po’ maldestre sono curiose, piacciono anche ai mezzani, le continuano a guardare.

Ieri ho sorpreso Cosmo-111 e Canali-111 che si facevano delle strane confidenze.
“Tu cosa vuoi per Natale ?” ha chiesto Cosmo-111 a Canali-111.
“Io voglio che i bambini ridano. Marlon e Gyanny quando ridono sono belli. Quando ride Marlon e Gyanny lo vede, anche lui ride. Quando Gyanny ride e Marlon lo vede, anche lui ride”
E si torna sempre sullo stesso nodo focale. L’apprendimento per imitazione è una delle strategie fondamentali per acquisire degli stili di comportamento. Vale per i mezzani e vale anche per gli umani. Forse se uno di noi sorridesse un po’ di più sorriderebbero un po’ di più molti altri.
Tanti auguri di Buone Feste da noi umani, dai robot-111, dai robot-121, dai robot-animali-x e dalle anime dei nostri cari che ci hanno lasciato e che sorridono a queste imminenti feste da lassù.

Per leggere tutte le altre puntate, tutti i mesi del 2060 di Costanza Del Re, è sufficiente cliccare il nome dell’autore sotto il titolo. 

 

PER CERTI VERSI
Santa Lucia

SANTA LUCIA

Da bambino
C’erano i doni
Per Santa Lucia
Babbo mio che invecchi
Ti ricordi
I miei salamelecchi
Per andare alle statuine
Al portico dei Servi
Ai torroni
Che venivano di notte
Vero Mamma
Insieme ai tuoi panoni
Nonni voi coi datteri
Naturali
Dolci
Squisiti
Tropicali
Che esotica la vita
E fredda
Buia
Da lontano
La luce
Degli occhi
È tutto
Per i ricordi
La memoria
I suoi ritocchi
Il tempo
I portici
Le stelle
Comete
I mandarini
Profumi
Mezzelune
Santa Lucia
Lasciaci la vista
Per navigare
Nel tempo
Liquirizia
Da succhiare
Dipinta
Ah ora sei là
La tua casa
Quanto dista…

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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DIARIO IN PUBBLICO
Dalla Farmacia alla Libreria

Nel giorno speciale di una festa importante mi preparo a rivivere i vecchi riti che fanno parte di questo luogo e di un’antica tradizione. Fioccano a cascata gli auguri di nipoti e pronipoti, mentre attendiamo la visita di Galeazzo treenne, a cui ogni giorno dedichiamo una macchinina di Monster Truck. Ormai nel suo linguaggio lo zio viene chiamato l’Edicolante, con grande soddisfazione di Davide, il vero edicolante.

Nel frattempo, da un caro amico ricevo una puntualizzazione sul tema dei giovani e sulle loro esigenze. Così mi scrive Mario Vayra, tra i primi allievi/compagni della mia lunga carriera pedagogico-culturale: «Caro Gianni, vedo che il mare, anche se mare laido, come dici tu, ti giova … Mi sembri in forma, almeno il Gianni letterato sembra in forma … Mi viene voglia di proporti un commento. Dici delle ragazze e dei ragazzi che leggono, flirtano, giocano sulla spiaggia, come noi un tempo; anche se a loro manca qualcosa che per la mia generazione e quella successiva era essenziale: una attenzione al mondo e al sociale/politico che ha fatto parte del nostro esserci … Come fai a saperlo che a loro manca quel qualcosa? Se non ricordo male anch’io, come molti dei miei amici di allora, andavo al Lido per divertirmi, ascoltare musica, giocare a pallone possibilmente tutto il giorno, aspettando il momento magico della notte. Ricordo i giorni al mare un po’ come giorni di sospensione della realtà, in cui però non si cancellavano l’impegno, le domande, le letture fatte e le liste di quelle da fare. Io non credo che i giovani che vedi in spiaggia siano poi così diversi da come eravamo noi, non necessariamente, almeno, e, soprattutto, non tutti. Un abbraccio, Mario».

Non mi sembrava di aver scritto nulla di diverso almeno nello specifico. Anche ai tempi immemoriali della mia giovinezza, in spiaggia si andava con le stesse esigenze di oggi, tra pantaloni a gamba di elefante, foulard e capelli lunghi (gli altri o i fortunati) sul lungomare di Viareggio, ma dietro c’era la consapevolezza di un impegno che traeva forza dall’essere presente sempre e comunque.

Ci chiamavano ‘gli angeli del fango’, leggevamo la Morante anarchica, assistevamo con forza e ‘impegno’ alle terribili vicende dell’assalto allo Stato democratico, anche se tra noi c’era chi si mimetizzava per ottenere una facile ricompensa consumata tra scuole occupate e la pseudo liberazione sessuale.

Oggi tutto questo è non solo improbabile ma ‘incomprensibile’; perciò, quello di cui discutevo nel mio Diario era ed è una constatazione non un giudizio. Non si può certo qui aprire una seria disquisizione sul concetto di politica oggi, o su come viene gestita a ‘Ferara’.

Leggiamo sulle pagine dei quotidiani locali come si configura la gestione della cultura nella mia non sempre amata città; sentiamo di progetti a cui partecipano le ultime associazioni culturali ancora attive; ci stupiamo, ma non troppo, della proposta della mostra e convegno su Italo Balbo, mentre dai sotterranei della casa di mio fratello escono le foto dimenticate del matrimonio dello zio federale, con la presenza di tutti i Balbo: da Italo a Lino. Ma di questo ne ho parlato e scritto molte volte.

Ora qui agli Estensi come disinvoltamente i frequentatori e abitanti chiamano il Lido/Laido il silenzio è diventato il comun denominatore del luogo. Un silenzio cattivo, rancoroso che nemmeno la normale vita di spiaggia riesce ad infrangere. Solo l’insistente abbaiamento dei pelosi seccati rompe questa anormale mancanza di voci.

Fino a pochi anni fa, diciamo dal 2019 in poi, il chiacchiericcio e le grida rompevano il sonnolento svolgersi dei riti di spiaggia. Ci rifugiamo quindi per rintracciare il tempo perduto da Simon’s lo storico locale, che ha visto consumarsi generazioni di prime colazioni tra il continuo sfornamento di impagabili brioches.

Ora Simone viene curato affettuosamente dalle figlie, nipoti e parenti, Così si è creata una straordinaria équipe di ragazze, che con determinazione e coraggio si sono assunte il non facile compito di depositare nella storia un racconto profumato. Così sotto la guida di Fede (Federica), Patrizia, Daniela, Alessandra – per ricordare la squadra che ci accoglie al mattino – siamo accolti, coccolati, sostenuti nel ricordo, mentre i caffè e le brioches scivolano nelle due bocche voraci.

E poi lo spiegamento dei giornali appena comprati da Bruna e Davide: lei vero pilastro di una difficile e preziosa necessità di allargare il lavoro a utilissime e fondamentali attività complementari. Gentile, competente, consapevole della delicatezza del suo lavoro, mentre lui apparentemente casinista, è fondamentalmente e oggettivamente capace di svolgere il suo lavoro con dignità e valore.

Naturalmente il luogo d’incontro dell’intera comunità è la farmacia, dove si pensa a ragione, ma ci si illude anche, di trovare il rimedio tutti i nostri mali: fisici e psichici. Si arriva dunque fiduciosi in farmacia e immediatamente i soliti ben informati con piglio organizzativo dividono la folla smarrita tra i compratori al banco e coloro che si devono prenotare per il vaccino. Invano i gentili farmacisti escono per mettere ordine. I bene informati deviano le smarrite signore o i brontolanti anziani nella fila sbagliata, mentre i pelosi che accompagnano l’umano, tenuti fuori, uggiolano il loro smarrimento.

Non resisto alla tentazione e anch’io sottovoce comincio a dare consigli, mentre accarezzo la coda di un cagnolino disperato perché tenuto fuori. Dietro me una bella signora, accompagnata dalla figlia, mi racconta di questo ormai consueto bailamme che si prolunga non solo nei mesi estivi, nonostante la buona volontà dei farmacisti e tra una mezz’ora italiana e l’altra parliamo del destino del viale principale e dell’adiacente – Carducci e Le querce – del destino degli alberi, del destino del Lido.

Ancora tristezza e ricordi. Infine, golosamente munito della medicina richiesta, mi dirigo a passo svelto alla libreria, dove mi accolgono con la consueta cortesia. Chiedo notizie del libro di Calimani [Qui] e se ci fosseribo state copie dei volumi di Natasha Solomons [Qui], la grande scrittrice con il cui volume, I Goldbaum voglio concludere la mia ricerca sulle scrittrici ebree. Sono rimasto malissimo del mancato premio ad Edith Bruck [Qui] allo Strega, mentre mi rivolta lo stomaco il paragone tra no-vax e la stella gialla…..Pazienza!

Il vento scuote gli alberi, il mare non l’ho ancora visto, non voglio omologarmi ai danzatori che dai tre ai novanta scuotono chiappe e colli e tuttavia con una certa soddisfazione constato che almeno il Lido è produttore di ricordi.

 

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
Una luna rossa non fa primavera

 

E si ritorna al Laido degli Estensi tra complesse vicende di valige, borse, ricordi da trasportare dall’amatissima Vipiteno. La casa è perfetta. Gli scudieri Ivo ed Antonietta l’hanno resa ancor più accogliente, curandone il giardinetto in fiore tra plumbago, oleandri, gerani, rose, mentre trionfalmente le piccole gardenie in fiore, prezioso regalo di Delberta e Peter, occhieggiano dal balcone nella loro minuta perfezione di fiore più bello del mondo.

Un’aria sospesa aleggia sul borgo: le vie sono più trascurate del solito, palazzi in disuso mostrano l’irresponsabilità del boom anni Settanta, la frettolosità dei pochi passanti incontrati per via dimostra impaccio e qualcosa che sembra turbare la mesta aura che ci circonda.

Preso da questi infausti presagi mi trasferisco al bagno Onda blu, dove da anni ho la mia sede ‘permanente’ direbbe Battiato. La meraviglia. I ragazzi hanno fatto un lavoro straordinario. Il bagno è perfetto. Nemmeno in Versilia ho visto tanta accuratezza e il cibo è ancor più buono.

Ci sdraiamo sulle poltrone a sorbellare il consueto limoncello post prandium ed ecco che le nuvole si stracciano e una luna rossa appare. Meravigliosa. La potete vedere nella foto che apre questo Diario da me scattata. Un altro mondo.

Mi viene a salutare Luca il bagnino economista e filosofo. Ha preso la triennale a Ferrara e ora è in attesa d’intraprendere la specialistica. Gli raccomando il romanzo di Natasha Solomons [Qui], I Goldbaum, che narra trasposta la saga dei Rockfeller. Glielo offro ma lui vuole comprarsi i propri libri, un atteggiamento umanistico sempre più raro.

E nella pace della sera “E ‘a luna rossa mme parla ‘e te“. Sempre più compiaciuto m’abbandono al sonno, nonostante la lugubre cantilena degli albatri, quando rumori infernali, urla, strepiti mi svegliano improvvisamente.

Saprò di mattina dall’amico edicolante la storia infame del pugile suonato. Fa parte degli pseudo-eroi di un giorno, quelli che, come molti ragazzetti incontrati sul viale, esasperano la loro ormonalità tra puzze di piedi, urli scomposti, deliranti maneggi dei telefonini. Non meno da loro le compagne rivestite dalla doppia pelle dei tatuaggi, col ‘lato b’ erto e l’occhio bistrato a richiedere attenzione.

Ma non sono soli. Frotte di ragazze e ragazzi composti si trovano sulla spiaggia, leggono, flirtano, giocano. Come noi un tempo; anche se a loro manca qualcosa che per la mia generazione e quella successiva era essenziale: una attenzione al mondo e al sociale/politico che ha fatto parte del nostro esserci. Ma questo è un altro capitolo del diario.

La mattina seguente finalmente si affronta il viale con i negozi invitanti e la consueta voglia di compere. Entriamo nei negozi, ma in tutti veniamo sbrigativamente serviti con un modo di fare che rasenta la villania. E tra i miei commenti fatti ad alta voce ricorre questo vocabolo, come nuovo titolo del Laido: la città dei villani. E’ solo un attimo, immediatamente fugato dal civile comportamento di tanti fornitori, che si adoperano a farci sentire a nostro agio.

Ma, nel lento svolgersi della mattinata, dopo una coda chilometrica in farmacia, mi accade di perdere un oggetto per me prezioso. Il paio di occhiali Ray-Ban [Qui] comprati negli anni ’80 del secolo scorso alle cascate del Niagara, dove sorgeva la fabbrica di questi occhiali. Mi è stato strappato un ricordo importante. E me ne duole.
Tutto ha un fine; ma perdere i ricordi risulta col tempo sempre più doloroso.

Cover: foto di Gianni Venturi   

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

Le storie di Costanza /
Giugno 2060 – Ho compiuto ottantotto anni da due mesi…

Giugno 2060.
Ho compiuto ottantotto anni da due mesi. Accidenti come sono diventata vecchia. I miei capelli sono bianchi candidi e il mio viso è solcato da una miriade di piccole rughe, come il greto di un torrente in secca. Mio marito Pietro ha ottantasei anni e sta ancora abbastanza bene, a parte l’artrosi che gli sta deformando le ossa delle mani. I miei tre nipoti: Rebecca, Valeria e Enrico sono diventati grandi e hanno intrapreso percorsi di vita diversi.

Rebecca ha cinquantotto anni, abita da sola a Portici, un piccolo cascinale ristrutturato sulle rive del Lungono. Un posto splendido pieno di poesia e di storia. Fa la giornalista per TresciaOne, uno dei nostri  giornali locali. Le piace intervistare personaggi famosi e spesso mi viene a chiedere cosa ne penso di quello che scrive. Valeria ha quarantasei anni, è sposata con Luca, ha due figli che si chiamano Axilla e Gianblu, abita nella zona industriale di Pontalba e insegna geometria analitica in Università a Trescia. Enrico ne ha trentotto e fa il direttore del Museo civico di Bugnolo. Ha un bambino di otto anni che si chiama Marlon e un secondo maschio in arrivo, chissà come lo chiameranno e come sarà.

Axilla e Gianblu vengono sempre a trovarmi con Cosmo-111, il loro super-robot. Luca, il loro papà, è un ingegnere del Centro-Trescia-111 e la programmazione di Cosmo-111 è stata fatta dai migliori ingegneri del centro. Cosmo-111 è un essere straordinario. Un “mezzano” di prim’ordine, che sa stupire, tanto è capace di imparare e reagire velocemente a qualsiasi stimolo le sue apparecchiature elettroniche intercettino. Anche ora che ha dieci anni e comincia ad essere un po’ vecchio è ancora un mezzano di prim’ordine.

Quando penso alla mia vita così lunga e piena di eventi e accidentalità la cosa che riempie maggiormente i miei ricordi sono le persone che ho incontrato. Quelle buone che hanno cercato di lasciarmi un po’ di bene e quelle cattive che mi hanno fatto del male. La distinzione tra bene e male è in questo caso estrema, non esiste un male assoluto e non esiste un ben assoluto. La forma assoluta di queste due caratteristiche appartiene all’aldilà, se un aldilà esiste.

I miei nipoti mi hanno regalato un robot-canarino che si chiama Pit-x. Vive nella gabbia con Nuvola e Nembo, due bellissimi canarino arricciati. Formano un trio straordinario che mi fa compagnia e diverte le mie giornate da vecchia arzilla.

Ieri Axilla voleva sapere com’era Albertino Canali, il mio vicino di casa che faceva il trebbiatore e che è morto da un anno. Sa che era un mio amico e che gli ero molto affezionata, anche se discutevamo sempre e non ci piacevano le stesse cose. Ho provato per una vita a fargli apprezzare la bellezza dei miei cespugli di ortensia, ma non ci sono mai riuscita.

Grazie alla domanda di Axy, mi sono trovata a ripensare all’Albertino Canali di molti anni fa, quando avevamo cinquant’anni e lui voleva spalarmi la neve davanti al portone di via Santoni, mentre io mi ostinavo a farlo con la vecchia pala del nonno senza raggiungere grandi risultati e poi all’Albertino di qualche anno fa, prima che ci lasciasse improvvisamente una bella mattina chiara di marzo.

Albertino Canali non amava i “mezzani”, diceva che lo mettevano a disagio perché avevano più memoria di lui, più vista di lui, più agilità di lui. Diceva anche che, nonostante avesse ormai quasi novant’anni, era molto più bello lui di questi “esseri di latta”. I “mezzani” non hanno gambe, sono bassi e hanno delle braccia lunghe e snodate. Solo se ti abitui a vederli puoi riconoscere anche in loro qualche grado di beltà.

Alcuni hanno braccia molto snodate e altri si muovono un po’ più a scatti, alcuni hanno telecamere perfettamente posizionate nelle orbite degli occhi e sembra effettivamente che siano dotati di pupilla, iride, cornea e cristallino, mentre altri roteano gli occhi in modo tale che è evidente l’azionamento di componenti meccaniche. Alcuni hanno la testa di una forma più tondeggiante e più simile alla nostra, mentre altri più squadrata.

Siccome noi siamo esseri umani con una forte tendenza alla socialità e con una predilezione marcata per i nostri simili, più i “mezzani” assomigliano a noi, più ci sembrano belli. Poi c’è una componente affettiva che non va mai sottovalutata: il tuo robot è più bello degli altri, perché è tuo e la sua bellezza aumenta nella stessa proporzione in cui lo senti veramente tuo.
Come tutti i rapporti affettivi, anche quello con i mezzani si deteriora se l’affettività viene tradita e il robot diventa improvvisamente brutto, meno intelligente, meno appetibile, poco unico. I sentimenti traditi sono l’origine di molti mali, il motore di molte vicende nefaste, l’inizio delle peggiori guerre, la fine di moti idilli vagheggianti.

Quando Marlon ha compiuto cinque anni (tre anni fa) Enrico gli ha regalato il suo primo robot. Un mezzano costruito al Centro-Tresia-111 direttamente da Luca, il marito di Valeria. La cosa buffa è che quando è stato chiesto a Marlon come voleva chiamarlo, lui ha riposto: “Canali-111”, il cognome di Albertino. Siamo rimasti di stucco. Di solito ai robot si danno nomi astrali. Axilla gli ha proposto di chiamarlo Nettuno, Gianblu di chiamarlo Saturno e io di chiamarlo Sole, ma non c’è stato nulla da fare, Marlon ha voluto chiamare il suo robot Canali-111 e così è stato.

Ricordo che, in una limpida mattina di gennaio con tanto bianco in cielo e in terra (era appena nevicato), Marlon è arrivato in via Santoni Rosa 21 a farci vedere il suo “mezzano”. Canali-111 è un robot con delle braccia agilissime e la testa tonda come i migliori mezzani, ma la cosa davvero particolare di questo robot è che ha un occhio per colore. Le sue telecamere sono protette da una retina in vetroresina di due colori diversi. L’occhio destro è viola, come le violette che a Pontalba riempiono gli argini del Lungone in primavera, l’occhio sinistro è verde scuro, come il corso del Lungone dopo il temporale estivo, quando la molta vegetazione trascinata nel fiume dalla furia del temporale, rende l’acqua dello stesso colore delle foglie agostine. Io non avevo mai visto un robot così bello, l’ho detto a Luca e lui mi ha risposto che ultimamente molti bambini preferiscono i robot con gli occhi di colore diverso. Gli è capita una bimba che ha chiesto per il suo robot un occhio giallo come la buccia del limone e uno bianco come lo yogurt alla vaniglia. Un occhio giallo e uno bianco, davvero una strana combinazione.

Canali-111 è anche molto intelligente, impara velocemente e se non lo trattengono, fa i compiti scolastici di Marlon in un baleno. Tutti eseguiti alla perfezione e rapidamente. Una vera tentazione per Marlon, che appena può glieli sgancia, perché sa che a Canali-111 piace farli, si diverte e poi dice di se stesso “Canali-111 bravo, bravo, davvero bravo”.
“Si, si bravissimo!” gli risponde Marlon e questo rinforzo continuo fa si che l’esecuzione del compito sfiori la perfezione ogni volta. Ma la cosa stupefacente è che, se anche Marlon non fa i i compiti perché li fa il mezzano, questo non cambia nulla del suo profitto a scuola. Anzi, sembra che sia sempre più bravo. L’avere un supporto sicuro, efficiente e colto per l’esecuzione dei compiti, ha dato una grande sicurezza a Marlon, che è bravissimo sia a scuola che a casa. Se Canali-111 fa i compiti, Marlon legge le esecuzioni e impara le soluzioni a velocità supersonica, nessuno riesce a prenderlo in castagna.

Così in maniera tacita si è creato un accordo familiare per cui Canali-111 può fare i compiti a patto che il profitto di Marlon continui a essere  eccellente. Funziona perfettamente. Marlon è bravissimo. Questa vicenda insegna, cambia delle prospettive. Per facilitare l’apprendimento più che la ripetitività dell’esercizio, che quasi sempre un compito propone, serve la sicurezza, un riferimento competente a cui attingere, una reiterazione dei successi, che facilita la riproduzione del comportamento vincente. Serve l’autostima, che la prevedibilità del risultato finale garantisce. Serve una mente libera e senza preoccupazioni. Vedere Marlon e Canali-111 fa riflettere sulle modalità migliori per insegnare ai bambini nozioni e compiti esecutivi. Tutt’altro discorso si potrebbe fare se si tratta di stimolare la creatività, che resta una caratteristica tipicamente umana.

Quando Alberino Canali ha scoperto che il Robot di Marlon si chiama Canali-111 gli sono venuti gli occhi lucidi. Senza parlare li ha messi entrambi, il bambino e il mezzano, su Marghera (il suo carretto verde) e si è avviato verso gli argini del Lungone con evidente soddisfazione. Il caso di omonimia tra il suo cognome e il nome del mezzano di Marlon, che poi un caso non è, gli ha provocato una grande gioia, che abbiamo visto suppurare da ogni poro della sua vecchia pelle e che l’ha riempito di allegria. Altro che le mie povere ortensie, per un attimo Albertino Canali ha dimenticato tutti i guai della sua lunga vita.
Lasciate fare ai bambini e ai loro robot: chi volete li possa battere!

Costanza e il suo mondo sono solo apparentemente diversi e distanti dal mondo che usiamo definire “reale”, e quasi sovrapponibili ad ogni mondo interiore. Chi fosse interessata/o a visitare gli articoli-racconti di Costanza Del Re, può farlo cliccando [Qui]

Quel suo insegnamento:
«Non si parla male dei libri»

 

di Antonio Di Grado

Delle celebrazioni di questo centenario della nascita di Leonardo Sciascia mi ha sorpreso ma anche turbato, così come finora mi turbavano persistenti scie di vecchie e ottuse polemiche, l’improvviso unanimismo, anche da parte di figure o di testate giornalistiche che a lungo avevano avversato lo scrittore. Sciascia amava ripetere, con Bernanos, che preferiva perdere lettori piuttosto che assecondarli: perciò questo coro di consensi risulta altrettanto e anzi più inquietante di quelle polverose diatribe.
Ma l’occasione commemorativa ci ha regalato anche notevoli contributi critici, tra l’altro in queste pagine che oggi mi ospitano; perciò mi limiterò per quanto mi riguarda, anziché ripetere cose dette e scritte più volte, a rovistare tra i ricordi, prezioso lascito di una assidua frequentazione. Per dir meglio, il nostro fu un rapporto tra discepolo e maestro, fu una iniziazione al pensiero critico che mi fece abbandonare vecchie credenze e appartenenze. E degli ultimi anni, quelli della sua lotta contro il male che l’insidiava, esacerbato da tante polemiche maramaldesche, mi sovvengono e qui di seguito vorrei ricordare alcuni episodi.

Il primo: con l’arroganza dei miei verdi anni avevo pubblicato una drastica stroncatura d’un romanzo, ora non importa quale. Con altrettanta baldanza la recai a Sciascia, sicuro dell’approvazione. Lui atteggiò il volto a una smorfia di velato rimprovero, e pronunziò una frase che allora – lo confesso con vergogna – mi sembrò banale: «Non si parla male dei libri». Aveva ragione, e me ne accorgo ora, in questi tempi di rissa stolta e feroce, di sound and fury, di azzeramento del dubbio, dello stile, della conversazione civile, che solo nella letteratura trovano la loro dimora elettiva.

Il secondo: un pomeriggio, nella hall d’un albergo di Enna, dov’eravamo per un premio letterario. Mi aveva donato, fresco di stampa, Il cavaliere e la morte. L’avevo letto d’un fiato, quello straordinario testamento laico, con un’ammirazione e una partecipazione pari allo sgomento crescente, pervasivo: tale era la prossimità, intellettuale, morale, fisica all’estrema soglia che quella contemplatio mortis rivelava. Corsi a cercarlo, a parlargliene; lo feci in quell’atrio, in ginocchio accanto alla sua sedia: come in confessione, e gli confessavo la mia ansia, la mia trepidazione, interrogando il Suo sorriso mite, irrimediabilmente ferito, e il Suo silenzio ch’era già parte «della mente in cui la Sua si era sciolta».

Il terzo: nel mese di novembre dell’89, l’ultimo dell’esistenza terrena di Leonardo Sciascia, il Teatro Stabile di Catania mise in scena un Trittico di atti unici commissionati ai nostri grandi scrittori siciliani: Sciascia, Consolo, Bufalino. Sciascia, infermo com’era, delegò a me il compito di ricavare una piccola pièce da un suo racconto, Arrivano i nostri. Ne venne fuori, tra l’elegia di Bufalino e i toni tragici di Consolo, un ‘allegretto’ travolgente, un apologo amaramente comico sull’eterno trasformismo della razza padrona. Del successo di quell’esperimento corsi a Palermo a riferirgli, e gli strappai un sorriso che fu forse l’ultimo: morì pochi giorni dopo; e fu la voce rotta dal pianto di Vincenzo Consolo a darmene notizia per telefono.

 

Aveva fatto in tempo a designarmi direttore letterario della Fondazione a lui intitolata nella sua Racalmuto: non c’è cattedra universitaria né altro riconoscimento di cui possa andar più fiero, e dirmi devotamente grato.

Antonio Di Grado. Già professore ordinario di letteratura italiana nell’università di Catania, dirige dal 1990 la fondazione intitolata a Leonardo Sciascia per volontà dello scrittore. È stato assessore alla cultura del comune di Catania e presidente del Teatro Stabile della stessa città. Ha pubblicato numerosi volumi di storiografia letteraria, svolgendo indagini critiche su autori e opere della letteratura italiana dalle origini ai nostri giorni.

Sulla figura e l’opera di Leonardo Sciascia leggi su Ferraraitalia:
Sergio ReyesUN ILLUMINISTA IN SICILIA : Attualità di Leonardo Sciascia a 100 anni dalla nascita [Qui]
Giuseppe TrainaDENTRO IL GIALLO : I personaggi di Sciascia e Simenon davanti al potere [Qui]
Roberta Barbieri
, RICORDANDO SCIASCIA : Una storia semplice [Qui]
Rosalba Galvagno
IL MAESTRO E IL GIOVANE ESORDIENTE : La corrispondenza tra Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo [Qui]
Giuseppe Giglio,
“Ce ne ricorderemo, di questo pianeta” [Qui]
Rosario Castelli, 
IO CREDO NEL MISTERO DELLE PAROLE” : Un ‘Uomo di Lettere’ e il destino di essere solo [Qui]

 

OLTRE LE PAROLE
Raggiungere l’Infinito attraverso il nostro Finito

 

Ricordo che l’emozione dominante avvertita una volta tornato dalle lunghe vacanze in montagna, da bambino, era il fastidio per il rumore, in particolar modo quello del traffico.
Dopo pochi giorni, il mio orecchio si abituava al ritmo ordinario della vita di città e tutto era accettato come fine reale della vacanza estiva e ritorno alla normalità.
Ancora non potevo sapere che quella sarebbe stata una immagine che mi avrebbe aiutato nelle scelte fatte poi da adulto.
Quello stesso silenzio che da bambino ascoltavo così profondo solo sopra i duemila metri, lo avrei ritrovato da adulto, con mia grande sorpresa, dentro di me.

Amo le parole. Alcune sono sempre con me. Altre non le uso mai, proprio non le sopporto.
Una di quelle che mi hanno accompagnato fino a qui è assorto.
Essere assorto nel senso di tutto preso da, ma non in modo frenetico, anzi, al contrario, non dipendente dalle cose fuori, ma concentrato sull’interiorità.
Quando si è assorti quasi il mondo scompare con tutto il suo carrozzone variopinto, non si è più toccati da nulla, ma si sente via via l’allargarsi dello spazio del silenzio tutto intorno a noi.

Non vorrei essere frainteso.
Amo il chiasso di una classe di ragazzi durante l’intervallo a scuola, gli scherzi fatti tra amici, la musica ad altissimo volume di un concerto.Tirare tardi dopo una cena in vacanza è bellissimo!
Non sono fatto per la vita eremitica.
Voglio solo dire che non finisce lì.
Che il meglio deve ancora arrivare e che l’ho visto giungere davvero solo quando la giovinezza diventa ricordo.

Perché serve la stagionatura, proprio come per certi cibi o per un buon vino.
Serve avere visto soprattutto cosa è la fine.
Averla vista nel volto di una persona cara.
Quando il dolore strappa la pelle e gonfia gli occhi.
Quando si bestemmia contro il cielo. Quando sembra che il senso sia terminato.
È allora che un altro sguardo si posa sulle cose.
È la vera perdita della verginità, dove quella sessuale è solo la anticipazione inconscia di una perdita inaccettabile, tanto che deve essere ammantata di piacere per essere vissuta positivamente, anzi cercata.
Dopo, tutto cambia. Soprattutto la notte, tempo non  più solo dedicato ad un sonno ristoratore, ma anche quello della materializzazione dei propri fantasmi.
E cambiano le giornate.
Bisogna inventarlo un senso per alzarsi tutte le mattine.
Poi giorno dopo giorno, ma serve tempo, ecco che motivazioni e azioni diventano più lente perché ognuna ha bisogno di essere scelta, voluta, ben ponderata.
E alla sera ci si ritrova a ripensare quanto amore si è ricevuto e quanto dato.
E i conti non tornano mai.
Ma va bene così.

Nasce un piacere strano, prima sconosciuto, nel viaggiare dentro, a rimanere con sé stessi.
Solo cosi si possono riconoscere e mettere assieme i pezzi.
Solo così tornano i ricordi.
E i ricordi è necessario scriverli. Tutte le cose che non si scrivono si perdono.
Fortunato chi ha l’abitudine di tenere un diario. Ritroverà quando servirà il proprio tesoro intatto.

Non sopporto le etichette, figurarsi quando, per sminuirne il significato, viene appiccicato il cartellino di  tristezza a questo genere di considerazioni.
Tristezza è un’altra parola a me cara.
Tra i sentimenti, infatti, quello della tristezza è forse tra quelli più profondi, ma anche quello interpretato in modo maggiormente ambiguo.
Scrive Alessandro D’Avenia: “La tristezza è uno di quei sentieri sul crinale della vita, che spesso non vogliamo affrontare, perché la nostra cultura accetta solo il ‘positivo’ e ci priva così del coraggio per vincere la paura del ‘negativo’. Eppure la tristezza è un sentimento ‘positivo’, perché ci pone in condizione di guarire dal dolore che la genera: il nostro corpo si difende dalla malattia segnalandola proprio attraverso il sintomo di dolore. Noi invece vogliamo eliminare dalla vita tutto ciò che ci sembra ‘improduttivo’, come macchine da cui ci si attende sempre una performance ineccepibile. Ma noi siamo vivi e dobbiamo rivendicare il nostro diritto alla tristezza come vita ferita che cerca di guarire.”

La letteratura e la poesia quando arrivano ad essere sublimi, liriche, arrivano a comprendere la vera natura dell’uomo e toccano inevitabilmente la tristezza.
Ma questa consapevolezza non genera rassegnazione.
Pensiamo a Leopardi, un lottatore della vita che cerca la bellezza.
Pensiamo a Ungaretti e paradossalmente a Pavese.
Fa comodo tacciare in modo svalutativo la tristezza, per portare le persone a non pensare, a vivere alla superficie una vita a metà.
“È che la tristezza sa aprire squarci che permettono di guardarsi dentro da una prospettiva nuova. Rende consapevoli. Dunque umani”, scrive Massimo Gramellini.
Si tocca la tristezza solo quando si va in profondità, quando ci si toglie la maschera.
Quando si avverte la solitudine.
Quando ci si accorge della sofferenza.
Di fronte a tali realtà non viene certo da ridere, ma può nascere l’impulso alla condivisione.
Tristezza è il sentimento che permette di avvicinarci all’altro, spinti dalla compassione verso di lui.
Avere lo stesso cuore. Tutto ciò non porta all’immobilità.
Anzi rimanere assorti nell’immergersi nella poesia, nella letteratura, nella contemplazione del bello, anche fisico, del corpo della propria donna per esempio, porta, dalla presa in carico del nostro limite, della nostra triste condizione comune, alla ricerca della vera nostra forza.
Quella forza che ci permette di rimanere umani, quando sentiamo nell’altro il bisogno della nostra presenza, unico modo per realizzare una aspirazione altrimenti inottenibile: raggiungere l’infinito attraverso il nostro essere finito.

Gli istanti nel cassetto

Keep Talking (Pink Floyd, 1994)

Ripenso agli amici della mia infanzia, a quegli anni indimenticabili che vorrei tanto aver dimenticato. Rivedo le facce di allora, il quartiere com’era e tutti quelli che non ci sono più.
Rivivo tutto ogni volta che resto solo coi miei ricordi. I pensieri vanno e vengono lasciando tracce dolorose, solchi che il presente non riesce a riempire.
Possibile che sia tutto irrimediabilmente andato? Che il moto perpetuo del tempo l’abbia dissolto nel nulla? Un nulla confinato in quell’alone impalpabile chiamato memoria?
La memoria, appunto, che ugualmente infiamma e lenisce. Che confonde gioia e angoscia trasformandole in malinconia.

Così distrattamente apro un cassetto del comodino e prendo un mazzo di foto tenute insieme da un elastico. L’elastico si sbriciola tra le dita, restano le foto. Le guardo una ad una e lentamente sale un nodo in gola. Sarà l’età, sarà quella debolezza di cui non ho più vergogna.
Mi adagio sul letto e m’abbandono al pianto. Un pianto silenzioso, liberatorio, e tra le lacrime un sorriso. Sorrido e piango nel vedere tanti sorrisi fissati per sempre, rubati al tempo, imprigionati in qualche grammo di carta. Ma mi bastano.
Bastano quelle immagini, quei volti tornati dal passato, per accendere l’illusione che forse una strada del ritorno esiste. Da qualche parte, non so.
Perché la vita non può essere solo nell’attimo che fugge, la vita è troppo grande per essere intrappolata nel tempo presente. C’è di più, ne sono convinto.

TERZO TEMPO
Arrivederci a Tokio 2021: ma l’emozione olimpica vive nei ricordi

A causa della pandemia le Olimpiadi si terranno il prossimo anno. Nel vuoto momentaneo trova spazio qualche ricordo in attesa dei nuovi che verranno...

Rinviati al 2021. Per la prima volta nella storia i giochi olimpici, previsti a Tokio in questi giorni, sono stati rimandati di un anno.
In passato erano stati annullati tre volte in concomitanza dei conflitti mondiali, una delle quali nel 1940 quando, coincidenza curiosa, si sarebbero dovuti svolgere a Tokio. Però rinviati mai.

Dal 22 luglio al 9 agosto 2020, chi li ama avrebbe organizzato le giornate in funzione di dirette e differite, ad ogni ora pronto a seguire le eliminatorie dello skeet fossa olimpica, dei 3000 siepi e di tutti quegli sport rispolverati con cadenza quadriennale dei quali si fatica a ricordare le regole.Qual era il bersaglio consentito nella sciabola? E nel fioretto? Il calcolo dei voti nei tuffi? La durata di una partita di pallanuoto? Ma come fanno gli arbitri a vedere i falli sotto l’acqua da bordo vasca? Quando si assegna un punto nella lotta greco-romana?
Negli anni ‘80 c’era un satanasso italiano, Maenza di Faenza, se ricordi il nome vien da sé la provenienza. Partecipò a tre olimpiadi, oro a Los Angeles ‘84 e Seul ‘88, argento alla terza, Barcellona ‘92, beffato da una scorrettezza dell’avversario, disperato per l’ingiustizia e tu con lui, anche se l’avevi visto dieci minuti in otto anni.

Olimpiadi Roma 1960: Abebe Bikila all’arrivo della maratona

Era l’estate di Falcone e Borsellino, di Luna rossa e del Dream team, dell’infinita e sfiancante finale Italia-Spagna di pallanuoto, dei tuffatori che al Montjuïc si lanciavano nello spazio sopra la città catalana. Perché legati a trionfi e delusioni eccoli, implacabili in questi quindici giorni riaffiorano i ricordi, e dove non arrivano i tuoi ci sono quelli di tuo padre, così sai già di chi si tratta quando, in Marrakech Express, Paolino grida a Cedro “Ma chi ti credi di essere, Abebe Bikila?”.

Quegli atleti arrivati da ogni angolo del pianeta saltano, boxano, corrono, sparano, duellano, nel tempo di un battito di ciglia danzano fra la gloria imperitura e l’argento, e tu resti sospeso con loro in istanti che diventano istantanee che puntuali si ripresentano.
Ogni quattro anni ti ritrovi con Sara Simeoni mentre passa sopra l’asta e con Bubka che non ce la fa, puoi sentire ancora il senso della beffa, lo stesso che hai provato anni dopo con l’Italvolley ad Atlanta ‘96. Ancora sei sospeso con Louganis prima dell’entrata perfetta e con Chechi quando ha lasciato gli anelli, e hai pregato dieci volte in un secondo – anche se matematicamente pare impossibile – che l’atterraggio venisse perfetto come l’entrata di Louganis.

Anche sport di cui capisci poco diventano l’argomento dominante delle conversazioni e sei di nuovo pronto a trascorrere gli stessi torridi pomeriggi a tifare e soffrire perché, lo sai, per arrivare fin là quelle donne e quegli uomini si sono allenati con costanza maniacale lontano dai riflettori, e adesso stanno per giocarsi tutto in una mano, un centimetro, un secondo, sopra o sotto il podio potrebbe essere questione di un attimo. Dall’abisso di Ben Johnson alla parabola mirabile di Anthony Ervin, dal rettilineo di Mennea a Mosca ‘80 alla maledizione di Matthew Emmon,
i giochi regalano memorabili storie individuali, mentre vanno a braccetto con la grande storia del mondo fin dall’antica Grecia.
Basta rievocare in rapida successione Berlino 1936, Hitler, Owens e Long, Roma 1960, Wilma Rudolph e Berruti, Cassius Clay e Nino Benvenuti nell’Italia pronta al boom, Tokio 1964 i primi giochi via satellite, il podio Smith-Norman-Carlos a Messico 1968, la strage di Monaco 1972, il boicottaggio americano del 1980 e quello sovietico del 1984, fino a Tokio 2020 rinviata per Covid, per dare la misura di come le Olimpiadi siano un riassunto sportivo ed emotivo delle storie dei popoli e degli individui pressoché unico.

Fra le tante, dovendo sceglierne una, la vita di Nadia Comaneci è forse la sintesi perfetta: il primo 10 della storia della ginnastica è stato per lei delizia e croce, le ha dato la fama a Montreal 1976 e l’ha gettata in pasto alla propaganda del regime in Romania, da dove, dopo anni di angherie, era riuscita a scappare giusto un mese prima della caduta del muro di Berlino.

Quell’anno si chiudeva un’era e sembrava l’inizio di una nuova, ma vorrà dire qualcosa se il simbolo di Tokio 2020, Harmonized Checkered Emblem, ha l’intento di richiamare l’armonia che dovrebbe esistere fra tutti i Paesi. L’Olimpiade ancora ci prova e in quelle due settimane spesso riesce ad essere una parentesi felice. Pandemia permettendo… “See you in Tokio 2021”.

Cover: Sara Simeoni, il salto del record mondiale

IL FIGLIO DELLA GUERRA

1Nel 1945, quando finì la seconda guerra mondiale, la zia Lucia aveva sedici anni. Nel 1948, quando la situazione in Italia era ancora molto difficile, lei cominciò il suo lavoro come maestra d’asilo in una piccola valle Italiana dove c’erano minuscoli paesi e molta povertà. Una deprivazione che non fu solo di beni materiali ma anche di sentimenti e idee. La guerra aveva tolto il pane dalla bocca quanto la voglia di pensare dal cervello. Aveva riempito la testa di pidocchi e i pavimenti di scarafaggi. Aveva annullato inibizioni, senso del limite, pudore. Quando c’è disperazione si annulla l’equilibrio delle persone e questo può avere molte conseguenze. In quegli anni la scuola materna della zia Lucia si riempì di ragazze madri con figli biondi con gli occhi azzurri. Il passaggio dell’esercito tedesco aveva lasciato il segno. C’erano figli illegittimi, orfani, bambini con un solo genitore.
Frequentava la scuola anche il figlio del parroco. Quel pover’uomo, in una notte di bombardamenti e paura, aveva trovato rifugio tra le braccia di una donna del posto. Nessuno diceva  apertamente che il bambino era il figlio del prete, ma lo sapevano tutti, aveva gli stessi occhi nocciola.
Il pargolo crebbe arzillo e, iniziata la scuola, si conquistò in fretta un piccolo spazio nel cuore delle sue insegnati. Nel giro di qualche mese si dimenticarono tutti delle sue origini e lo apprezzarono per quel che era. Un bambino bravo e buono.

A casa nostra nessuno sa che fine abbia fatto quello scolaro, ma la zia Lucia è convinta che abbia una famiglia e sia felice. Spero anch’io che sia così. La scuola era privata, gestita da una congregazione di Suore, il metodo di insegnamento seguito era quello delle sorelle Agazzi vissute in provincia di Cremona all’inizio del 1900. Il metodo educativo ‘Agazziano’, assieme a quello ‘Montessoriano’, ha inaugurato l’era dell’attivismo italiano. E’ fondato sull’idea che al centro dell’apprendimento ci sia l’esperienza del bambino come attore del processo formativo. Il bambino collabora con gli altri seguendo il metodo del mutuo insegnamento: il più esperto e consapevole fornisce informazioni ed indicazioni ad un proprio compagno meno preparato. Chissà se questo metodo è meglio di tanti altri, la zia dice che i risultati erano buoni, ma forse lo sarebbero stati comunque. I bambini hanno una grande capacità di adattamento e una spinta all’apprendimento formidabile.

In questo momento sono seduta sulle scale della cantina della zia. Ho una scatola di vecchie fotografie appoggiata sulle ginocchia. Ripenso al figlio del parroco. Adesso dovrebbe avere più di 70 anni. Chissà come ha vissuto la sua vita e se ha mai saputo chi era suo padre. In paese lo sapevano tutti, qualche pettegolo gliel’ha sicuramente detto. Ma forse questo a lui non è importato più di tanto. Una vita serena vale quanto qualsiasi altra vita serena. Senza aggiunte e senza sconti.

Guardo una vecchia foto della zia con i bambini della scuola.  Questo mi permette di allungare lo sguardo oltre la carta fotografica e oltre il tempo del ricordo che sa solo di passato, e di vedere un mondo diverso. Vedo il bambino illegittimo che cammina su un sentiero di montagna. Non è più un bambino, è un signore con la barba grigia. Le sue scarpe da trekking fanno presa sui sassi del sentiero su cui sta camminando, intorno c’è tanta vegetazione. E’ quasi estate e non fa freddo. C’è il sole e lui cammina un passo dopo l’altro, con molta attenzione, come sanno fare le persone cresciute e vissute in montagna. Io cammino in senso contrario, sto scendendo a valle. Gli zaini sulle spalle, i jeans e delle magliette bianche di cotone. Siamo vestiti così. La borraccia dell’acqua a portata di mano. Io scendo e lui sale. Prima mi sembra un puntino, poi un piccolo animale, poi un animale più grosso e poi un uomo. E lui dall’altra parte vede prima un ramo sul sentiero, poi un uccellino, poi una capra e poi una donna.
La strada fa una piccola curva, c’è un grosso masso grigio a lato della carreggiata, posizionato sotto un albero dalle foglie verde chiaro. La luce filtra tra i rami e crea delle piccole fiammelle luminescenti che si spengono subito. Io raggiungo il masso, l’uomo raggiunge il masso. Ci incontriamo in una dimensione che ha cambiato il tempo, in uno spazio desiderato per incontrarci. Lo guardo. Ha ancora i capelli ricci, anche se adesso sono radi. La pelle chiara arrossata, gli occhi nocciola, un fisico atletico nonostante l’età, delle gambe un po’ tozze, delle belle mani possenti e curate. Io continuo a scendere e lui a salire.  Ci incontriamo vicino al masso. So chi è, non ho dubbi. “Piacere Costanza”, gli dico. Lui fa cenno di sì con la testa e si siede sul masso. Mi siedo anch’io. Mi guarda serio e dice: “Ho sempre saputo che prima o poi ci saremmo incontrati, c’era qualcosa di incompiuto nel nostro esistere. Un bisogno di conoscenza e di appagamento. La mia vita è stata una buona vita, mi sono sposato e ho avuto un figlio, l’ho chiamato Arturo. Ora Arturo si è a sua volta sposato e abita lontano da qui, ma ci sentiamo sempre. Mia moglie se n’è andata lasciandomi il ricordo di tanti sorrisi, di tante giornate passate assieme, di tanta complicità, del confronto che ha sempre saputo garantirmi senza volere in cambio nulla. Le devo molto, anche adesso che non c’è più.  I miei ricordi sono i migliori compagni che ho. Ho fatto il medico, curato tanta gente, aiutato chi ho potuto. Ho anche visto tanta sofferenza, ma questa faceva parte del mio lavoro. Mio padre mi ha regalato l’universo e io gli sarò eternamente grato per questo. La mia vita dura da più di settant’anni e ho potuto sperimentare ciò che di meglio si può trovare a questo mondo: l’amore. Prima quello di mia madre, poi quello di mia moglie, di mio figlio, dei miei amici e dei pochi parenti che ho. Questo ha riempito di senso il mio esistere e per questo vorrei tanto ringraziare mio padre. Mia madre mi ha raccontato che era un generale dell’esercito tedesco, un uomo molto potente. E’ sicuramente così, altrimenti non mi avrebbe abbandonato. Ha dovuto andarsene per non disertare. Un mio amico, per invidia, una volta mi ha detto che era un uomo sempre vestito di nero che faceva un lavoro particolare. Invidia appunto, sapeva anche lui che era un generale. Devo a un generale tedesco la vita. Avrei voluto abbracciarlo almeno una volta. Ma non è stato possibile.
La vita esige molto da chi la ama. E’ così forte, così assoluta, così unica nel suo iniziare, proseguire, finire. E’ comunque un dono, è la luce che arriva sulla terra. È la gioia della scoperta. Spero che mio padre sia stato felice per tutto il tempo in cui ha vissuto.
Sono seduta sul grande masso, riguardo le foglie dell’albero, riguardo verso il sentiero. L’uomo si alza, fa un cenno col capo, mi saluta con la mano, si allontana. Sembra prima un grosso animale, poi uno scoiattolo, poi un sasso marrone. Se ne va, nel vento e nel tempo.

Torno indietro verso la foto che stavo guardando, verso il tempo che condivido con i miei familiari. Poter pensare che la vita di quell’uomo sia stata lunga e soddisfacente è una gran consolazione. Quel che pensa di suo padre non ha importanza. La realtà non è una sola per tutti,  ci sono molti modi di guardare, tante angolazioni dalle quali vedere. Il nostro caleidoscopio visivo è un miscuglio di immagini, pensieri, sperimentazioni materiali. E’ una continua gestazione. Tutto questo insieme ci permette di andare avanti, di amare e di sognare. Quindi va bene così.
Il generale tedesco ci ha lasciato un grande dono, una vita in più. Anche il parroco del paesello, a dire il vero.

La mia soffitta

La mia casa ha tre piani e la cantina. Al  primo piano c’è la zona giorno, al secondo la zona notte e al terzo la soffitta. La soffitta è mansardata, centralmente ci sta in piedi una persona alta, ai lati potrebbe starci solo un nano. Sono quattro stanze una inanellata all’altra, senza corridoio. Ognuna ha un abbaino che guarda direttamente sul tetto e permette alla luce e all’aria di entrare. E’ una soffitta vecchia maniera, senza aria condizionata, senza pavimenti (solo la gettata di cemento), piena zeppa di cose inutili, che nessuno sa più da dove siano arrivate. La polvere imperversa e gli sporadici tentativi di Rosa di aspirarla, sono quasi inutili.

Rosa parla con la polvere: “vattene maledetta, cosa ci fai qui, sei peggio dei ragni e degli scarafaggi, puzzona”. E’ una soffitta autentica, a me piace così. Là dentro il tempo è fermo. Non ci sono segnali chiari che siamo nel 2020, fatto salvo che per i libri dello scorso anno di mia nipote Valeria che fa la seconda media. Guardando la data in cui sono stati stampati si capisce che siamo all’incirca nel doppio venti.

Il tempo fermo è sorprendente, insegna.  Nell’ultima delle quattro stanze c’è una vecchia libreria e scatoloni di cose inutili. Ne apro uno. Esce un lampadario. Tanti riccioli di ottone e dei porta lampadine vuoti. Sull’ottone si è appiccicata la polvere e il colore del lampadario è quasi nero. Prendo un giornale, lo appoggio sull’ottone, strofino. Ritorna color oro scuro, brilla di nuovo. Azzarderei a dire che è degli anni ’70. Mi siedo in terra, sopra un vecchio giornale di ricami all’uncinetto e cerco di fare mente locale su cosa è successo negli anni ’70.  Guardo dall’abbaino, vola un aereo nel cielo, si vede la scia bianca che diventa prima panna montata, poi nebbia chiara, infine scompare.

Negli anni ’70 ci sono state grandi novità in ambito musicale, si sono affermati cantanti che hanno fatto la storia, un pezzo di vita. Per i generi derivanti dal rock: Bruce Springsteen, Elton John, James Taylor, John Denver, Eagles, America, Paul McCartney. Per l’heavy metal: Deep Purple e Led Zeppeling. Per il rhythm and blues: Stevie Wonder e i The Jakson Five. Sempre negli anni ’70 è nata anche la disco music: Bee Gees, Abba, Village People. Quell’appariscente incantatore di Elvis Presley raggiunge l’apice del successo.
Un fermento musicale incredibile. Provo a battere con un bastoncino sul lampadario d’ottone, fa un rumore attutito ma piacevole. Dan, dan, din, diiin. Anche questa è musica. Tanti grandi artisti hanno iniziato suonando in soffitta, con strumenti artigianali, guadagnandosi l’ira dei vicini di casa e delle colf.

Nella mia soffitta dove oggi il tempo si è fermato agli anni ’70, si possono anche rivedere vecchi film. Sul riflesso d’ottone del lampadario che ho in mano si accendono insegne luminose, la luce fa un capriola e ridà forma a immagini di vecchie riprese. Il lampadario d’ottone fa da schermo, si riflettono i colori del tempo che fu.
Lo Squalo, Guerre stellari, La Febbre del sabato sera, Il Padrino. Dei veri blockbuster!. Guardo le luci della Febbre del sabato sera. Brillano di gioventù, di amicizia, di serate in discoteca. Un Jonh Travolta giovanissimo e danzante che sa di trasgressione e scoperta. La colonna sonora è fatta dai Bee Gees: “Stayin Alive, Stayn Alive u u u u Stayn Aleiiiiiiv”.
Ripensando alla trama del film, la trovo attuale: l’emigrazione, l’uso di sostanze stupefacenti, il razzismo, la violenza sessuale e la violenza tra bande. C’è tutto, da rivedere, lo farò. Intanto sul riflesso del lampadario d’ottone c’è un’astronave in avvicinamento. Una forma quasi sferica e bianca, che attraversa il nero dell’iperspazio. Uno strano mezzo di trasporto che si avvicina a velocità supersonica. Guardo meglio, metto a fuoco, è proprio lui: Guerre stellari! Star Wars!.  Questo è un film di fantascienza che ha davvero iniziato un’epoca. Ambientato in una galassia e in un tempo immaginario, rappresenta l’eterna lotta tra il Bene e il Male. Jedi (buoni) e Sith (cattivi) sono impegnati in una guerra all’interno di un campo di energia che si chiama ‘Forza’. L’ho visto molte volte, come milioni di altre persone e lo ritrovo adesso in soffitta.
La colonna sonora del film è stata composta da Johm Williams, il quale ha ancorato il suo lavoro all’uso di leitmotiv che ricorrono per accompagnare i personaggi e i temi della saga. Tra i più famosi il Main Theme, che apre il film e il The Imperial March che sottolinea le apparizioni di Dart Fener. Una storia da vedere più volte. Un viaggio in avanti, indietro, su se stessi, in fondo. Guardo sull’ottone del lampadario e l’astronave si allontana, velocissima come è arrivata. Viaggia verso nuove avventure, in uno spazio che è infinito. Corre incontro a una rinnovata fascinazione e possibilità e, contemporaneamente, ci permette di riscoprire ciò che di più antico e consolidato sappiamo. La genesi dell’universo, della terra, l’uomo. La lotta tra il bene e il male che dura da allora. Guardo l’astronave sul lampadario d’ottone. E’ diventata un puntino lontano, sempre più piccolo, molto piccolo, piccolissimo, non si vede più. Ora riguardo e vedo che una mosca ha lasciato il segno del suo passaggio. Mitici anni ’70, ci hanno regalato molto, c’è molto da riscoprire, da rimparare.

Ripongo il lampadario, cerco di chiudere la scatola. Mia madre dice che prima o poi a qualcuno quel lampadario servirà. Può sempre succedere una carestia mondiale, una glaciazione, una nuova peste (quella per la verità c’è già, ma non credo che possano essere utili dei lampadari).
Mi rimetto in piedi, raccolgo il giornale con i lavori all’uncinetto. Devo ricordare di dire a mia sorella che è lì. A lei piacciono i vecchi ricami e le vecchie carte.

La mia soffitta è sempre piena di polvere, la polvere è come una coperta leggera che ovatta tutto e lo invecchia, un po’ lo protegge con la sua opacità. Basta passare uno strofinaccio e tutti i ricordi contenuti in quella soffitta rinascono per qualche ora. Là si trovano storie che prendono vita, forma, consistenza, spessore. Come tante parole e immagini che si animano se qualcuno lo desidera, come tanti maghi che escono dalla lampada di Aladino, come tanti tesori che escono dagli scrigni incantati, come tanti specchi rivelatori che ti dicono come sarà il tuo futuro, dove andremo, dove torneremo, chi sarà il più bello del reame.
La polvere fa starnutire, nella mia soffitta si avverte sempre un po’ di fastidio al naso e dopo un po’ anche un po’ di prurito sulla pelle. Credo che un allergico alla polvere potrebbe morire.
Ma sotto la polvere c’è la storia della mia famiglia e di tanti di noi. E noi siamo anche la nostra storia. Nessuno di noi saprebbe chi è senza di essa.

PER CERTI VERSI
Nel tuo cuore

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

NEL TUO CUORE

Come si sta
Come si sta
nel tuo cuore
Una generazione
Di coccinelle
esce dall’atrio
di una mia nostalgia
E mi accompagna
alla fine del vento
Dove pulsa il tuo cuore
E apre la porta
Prepara un emomassaggio
E una canzone che parte
Si quella di Gesù
Che era un marinaio
Senza promesse
E sento il tuo calore
La tua ospitale danza
di globuli rossi
Come ribes alla panna
La tua memoria
che impreziosisce tutto
Poi i ricordi
Si imbarcano
Qualche volta
Guardano gli occhi
e fumano
È una grondaia
La tua aorta
Il resto è un fuoco
che alza la fiamma
Sui nostri baci
Ah che dolce
Che vago
Il tuo cuore.

Una serata al My Dream

One Step Beyond (Madness, 1979)

Un sabato mattina del 1981, in una villetta alla periferia di Ferrara…

“Una manica di stronzi, questo siamo!” esclama Marco.
“Ma che dici… ci divertiremo vedrai” dice Ruggy.
“Cavolo, ma come abbiamo fatto ad accettare?” chiede Marco.
“Avevamo fumato” dico io.
“Dici che è stato per quello?” chiede Ruggy.
“Ovvio, è stato il pistone che hai portato tu. Ce l’eravamo appena fumato che poi è arrivata mia sorella… C’ha fatto la proposta che io nemmeno avevo capito da com’ero messo… Ma c’hai pensato tu a dirle subito di sì a nome di tutti… e vantandoti pure” dico io tra il polemico e il rassegnato.
“Ed eravamo tutti così ridotti in merda ieri sera?” chiede Marco.
“Sì… e poi mettici anche le tre bozze di Nastro Azzurro” risponde Ruggy.
“E tua sorella… dici che se n’è accorta?” mi chiede ancora Marco.
“No no non se n’è accorta, sennò lo saprei” rispondo io, anche se non ne sono tanto sicuro.
“Comunque le abbiamo detto di sì, e adesso siamo alla merda” conclude Marco.
Trascorrono alcuni attimi di pensieroso silenzio.
“Mannò dai che ci divertiamo” dice Ruggy con ghigno ottimista.
Marco è scettico, “Ci prenderanno per il culo a vita” dice con una smorfia.
“Certo che sei un rompicoglioni però!” sbotta Ruggy.
“Dovevamo inventarci una scusa” sospira Marco sempre meno convinto.
“Ormai è tardi ragazzi, io non mi tiro indietro… poi sarà pieno di gnocche!” dico io pensando già a Rosalba.
“Di tarde soprattutto… dobbiamo stupirle!” aggiunge Ruggy.
“Faremo una gran figura di merda, altroché stupirle” insiste Marco.
“Che palle Marco! Smettila che magari stasera si tira su qualcosa!” lo zittisce Ruggy…

Baggy Trousers (Madness, 1980)

Adesso torniamo indietro alla sera di venerdì:
Ci troviamo in taverna da me. Abbiamo mangiato pizza, bevuto birra e ci siamo pippati il mega cannone di Ruggy per digerire in perfetto relax. Nel frattempo abbiamo messo su un po’ di musica e stiamo tentando di fare la solita partita a Risiko del venerdì.
Il punto è che non siamo nella condizione più adatta a giocare alla guerra. “Peace and love” ripete Ruggy mentre sistema i suoi carrarmatini sulla Kamchatka, ha gli occhi lucidi e lo sguardo languido. Marco non smette di ridere, e ride proprio per il fatto che non riesce a capire perché ride. Io invece sto subendo un picco di sonnolenza acuta che mi fa straparlare, ho gli occhi chiusi anche se credo di vederci benissimo e penso di distribuire i carrarmatini nei miei territori… in realtà sono immobile, e sto bisbigliando con me stesso parole a vanvera in uno stato di torpore quasi catatonico.
È proprio in questo momento di eclatante fattanza che piomba in taverna mia sorella. “Ciao ragazzi, posso chiedervi un favore? Domani sera c’è una serata a tema al My Dream, io e i miei amici siamo tutti là. So che avete fatto una festa ska la settimana scorsa. Ci prestereste qualche disco dei vostri?” chiede.
Io e gli altri, dopo un attimo di comprensibile smarrimento, cerchiamo a fatica di riprendere quel poco di lucidità sufficiente a sviare eventuali sospetti riguardo l’assunzione di sostanze illecite – ma quando mai… – ed è proprio Ruggy il primo di noi a parlare. “Perché no, certo! Di dischi ska ne abbiamo un sacco… praticamente tutte le band noi ce l’abbiamo. Noi stessi siamo ska!” garantisce.
“Fantastico! Ce li avete i Madness?” chiede entusiasta mia sorella.
“Abbiamo Madness, Specials, Bad Manners, Selecter, tutto quello che vuoi!” rassicura Ruggy.
“Perfetto! Sentite, e se oltre a prestarci i dischi veniste anche voi? Mio fratello m’ha detto che eravate tutti vestiti ska alla vostra festa. Potreste vestirvi così anche domani sera…” propone mia sorella.
Prima che io o Marco riusciamo a dire qualcosa, Ruggy esclama: “Volentieri Rosy! Veniamo a farvi vedere come si balla lo ska!”
Mia sorella sorride soddisfatta poi punta il dito su di me, “Son sicura che se l’avessi chiesto a mio fratello avrebbe tirato fuori un sacco di scuse per non far niente… Fortuna che i tuoi amici son più gentili e disponibili di te, caro fratellone!” dice.
“Ma… non ho ancora aperto bocca” dico io, un po’ confuso in verità.
“Vabbè, allora siamo d’accordo. Domani fatevi trovare alla villa per le ventuno… e non dimenticatevi i dischi eh!” si raccomanda lei.
Non sono del tutto sicuro di cosa sia appena successo, “Viene anche Rosalba domani sera?” chiedo quasi senza pensarci.
“Credo di sì… viene col suo ragazzo!” risponde mia sorella, non senza malizia.
Alla fine saluta tutti e ringraziandoci un’ultima volta se ne va…

Come detto, questo accade la sera precedente!

Night Boat To Cairo (Madness, 1979)

Ora siamo di nuovo a sabato, durante la discussione iniziale:
Sono le undici del mattino, ci troviamo tutti e tre sempre in taverna e siamo in seria difficoltà.
Stiamo decidendo una volta per tutte se andare o inventarci una scusa per non andare.
Gli ultimi dubbi ce li toglie proprio mia sorella che si palesa in taverna come la sera prima. “Ciao ragazzi! Ieri sera ho parlato di voi alle mie amiche… non vedono l’ora di conoscervi e di vedervi ballare lo ska!” dice.
Mia sorella, fresca ventiseienne, ha appena concluso il suo capolavoro di persuasione. In fondo, convincere tre adolescenti allampanati e con gli ormoni sempre all’erta a fare qualcosa, promettendo un bagno di fi… di folla, è un po’ come attirare un orso verso il miele: un giochino dall’esito scontato.
Così ci guardiamo in faccia e ci ripromettiamo di mantenere l’impegno preso senza più riserve.
Prima d’uscire mia sorella s’avvicina e mi dice: “Apri un po’ la finestra che c’è ancora odore d’erba da ieri sera… Se entrano il papà o la mamma, si sballano pure loro!”
“Va bene!” faccio io mentre le mie orecchie prendono improvvisamente fuoco.
“Allora se n’era accorta…” osserva Marco dopo che mia sorella se n’è andata.
Improvvisamente si spalanca di nuovo la porta. Stavolta appare mia nonna, saluta i miei amici, si guarda attorno e dice: “Cus’el st’udor? Am par origan!”
“Esatto nonna! È l’origano delle pizze di ieri sera… ne abbiamo messo così tanto che quello che è avanzato ce lo siamo fumato!” rispondo io prontamente.
Finalmente usciamo anche noi tre, appena fuori scoppiamo a ridere…

– Da quel giorno mia nonna si convinse che l’origano si poteva fumare come il tabacco ed io, vigliaccamente, non le ho mai detto che avevo soltanto fatto una battuta –

Quel sabato sera, al My Dream, esordimmo ballando lo ska sulle note dei dischi che avevamo portato. Vestiti con giacca e pantaloni neri a tubo, camicia bianca e cravattino sottile, scarpe lucide, occhiali scuri alla blues brothers e cappellino pork pie, ci muovevamo saltando a ritmo come dei veri rude boys.
Con nostra grande sorpresa l’esibizione fu assai apprezzata. Fummo sommersi di complimenti e alla fine anche gli amici più imbalsamati di mia sorella, divertiti dalla nostra performance, vollero conoscerci e offrirci da bere.
Inutile dire che, delle numerose tarde presenti nel locale, sorrisi a parte, non ci filò assolutamente nessuna.
Era ormai notte fonda quando tornammo a casa in sella alle nostre vespe. Eravamo stanchissimi, mezzi ciucchi di gin tonic e cuba libre bevuti a sbafo, col due di picche scritto in faccia e tuttavia soddisfatti di noi stessi.
Nessuno dei nostri amici seppe mai veramente cosa fossimo andati a fare quella volta al My Dream. “Eravamo curiosi e ci siamo intrufolati…” dicemmo a tutti, “Il posto sarebbe carino, ma è pieno di trentenni e passa… Decisamente un locale di vecchi!”

In fondo era proprio questo il bello d’avere diciassette anni…

Our House (Madness, 1982)

PER CERTI VERSI
Vecchi ricordi

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

VECCHI RICORDI

La vita
La memoria
Sono in filigrana
Dei piccoli fotogrammi
Che ritornano
Dei boomerang
Nella mente
Ricordo di te
A una cena con altri di come mi guardavi
Con una tenerezza
E un languore
Così dolci
Da magnete
Forse anch’io
Ti guardavo in maniera speciale
Poi mi sedetti accanto a te
Come un complice del mistero

L’isola del tesoro

Mentre cerco di mettere ordine tra pile di romanzi, libri scolastici e vecchi giornali, vedo spuntare una copia risalente al 1943 dell’ “L’isola del tesoro”, romanzo di Robert Stevenson.
La copertina usurata, le pagine ingiallite dal tempo e dalle mani che se lo sono conteso e quell’odore di libro vecchio che lo distingue da tutti gli altri.
Questo libro per ragazzi ha svolto un ruolo fondamentale introducendo nella letteratura il tema del viaggio e dell’avventura e permettendoci di entrare con la fantasia nel mondo dominato da tesori e pirati, un immaginario collettivo di grande fascino, ancora oggi, per tutte le età.

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