L’uomo nero e la fanciulla bianca
L’uomo nero e la fanciulla bianca
Questa è la storia di due ragazzi giovanissimi: 21 anni lui, 16 anni lei.
La scena iniziale vede i protagonisti della nostra storia in un prato, avvinti in un rapporto sessuale; non si può dire che si siano appartati, perché il prato è circondato da palazzi densamente abitati. Siamo all’inizio di giugno e manca poco all’ora di cena, quindi è ancora pieno giorno: inevitabile che la scena attiri l’attenzione delle persone che vivono nei dintorni.
Una donna, in particolare, nota qualcosa che non va: non è un normale rapporto, la ragazza sta subendo violenza. Decide di intervenire: chiama immediatamente i Carabinieri mentre filma, dal balcone di casa, quanto sta avvenendo sul prato sottostante. L’intervento dei militari è tempestivo, il ragazzo viene colto sul fatto ed arrestato; nel frattempo altri passanti, sopraggiunti sul posto, soccorrono la ragazza e l’aiutano a riprendersi.
I fatti sono estremamente chiari, ed ogni dettaglio della scena dimostra chiaramente la colpevolezza del ragazzo. Lei è minorenne, ed ubriaca. Anche lui ha bevuto, ma non al punto di perdere la lucidità. Ma soprattutto, lei è italiana, lui è nero, un africano residente in Italia. Tutto estremamente chiaro: il “solito” immigrato, magari clandestino e probabilmente anche dedito ad attività illecite come spaccio e piccoli furti, che approfitta di una ragazzina minorenne che non può opporre adeguata resistenza a causa dell’alcool. Nulla di nuovo, come non nuovi sono i commenti alla notizia: “Sono sempre loro”. E complimenti al senso civico dei residenti nel quartiere, che hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte ma sono intervenuti per difendere la fanciulla bianca dall’uomo nero. I media hanno già emesso la sentenza (qui solo un esempio tra i tanti).
Tutto chiaro? Non esattamente. Perché il giorno dopo arriva la prima sorpresa: la ragazzina parla di un rapporto consenziente, ammette di aver bevuto ma afferma che con il ragazzo accusato di averla violentata c’è un legame affettivo che dura da un paio di mesi.
Ma ci si può fidare delle sue dichiarazioni? Sicuramente sarà stata minacciata, lei ha paura di dire la verità. Questi immigrati sono capaci di tutto: le ragazze italiane le tagliano a pezzi.
Poi però arriva la seconda sorpresa: il giudice guarda il filmato, la prova indiscutibile dello stupro. Ma nel video non c’è traccia di violenza: i due arrivano tenendosi per mano, lui la sostiene dolcemente visto il suo stato alterato, durante il rapporto non c’è nessun segno di abusi. E poi, dalle ulteriori indagini, viene fuori che il presunto violentatore ha la fama di bravo ragazzo: è un egiziano perfettamente integrato, con regolare permesso di soggiorno, un regolare contratto di lavoro e nessun problema con la giustizia. E il ragazzo si scusa: non per la violenza, che non c’è stata, ma per aver compiuto quelli che potrebbero essere etichettati come “atti osceni in luogo pubblico” in quanto anche lui sotto gli effetti dell’alcool.
La realtà, insomma, si rivela ben diversa dalle apparenze, ed il giudice non può far altro che scarcerare il ragazzo ingiustamente accusato. Tutto è bene quel che finisce bene, dunque? No, perché il giudice che ha preso la sacrosanta decisione viene fatto oggetto di insulti e minacce da quelle persone che avevano progettato di organizzare una manifestazione cittadina contro i migranti, e che adesso si vedono rovinare la festa. Il ragazzo è un immigrato, quindi DEVE essere colpevole.
La vicenda non si è svolta in Tennessee negli anni ‘60 del secolo scorso ma in Italia, ad Avezzano, provincia de l’Aquila. Ma sarebbe andata diversamente se si fosse svolta in qualsiasi altra città? E sopratutto, sarebbe scattata comunque la denuncia se i due ragazzi fossero stati entrambi bianchi? Non possiamo affermarlo con certezza, ma il sospetto è che se tutti e due i ragazzi fossero stati italiani avremmo assistito a commenti di ben altro tenore: “I giovani di oggi: non conoscono vergogna! Dove andremo a finire, signora mia?”
Ci siamo attribuiti, da sempre, l’etichetta di “Italiani brava gente”. Ci siamo sempre vantati di non essere un popolo razzista. La verità è che, per oltre un secolo, l’Italia è stato un paese di migranti, quindi, più che arrivare stranieri da noi, erano i nostri nonni ad andare all’estero. Per questo, a differenza di altre nazioni che hanno fatto i conti con l’affermarsi di una società multirazziale decenni prima di noi, l’Italia ha conosciuto l’immigrazione di massa solo recentemente, quindi per molto tempo non ci sarebbe stato terreno fertile per alimentare idee razziste. Eppure siamo stati capaci di trovare il diverso all’interno della nostra nazione: basti pensare al disprezzo e alla diffidenza con cui venivano trattati i meridionali che emigravano nel nord Italia. Loro erano gli Africani del tempo.
Il razzismo in Italia esiste da sempre, ed episodi come quello citato dimostrano che è presente ad un livello molto più profondo di quanto vorremmo ammettere. Rispetto al passato però c’è una differenza: se prima c’era un certo pudore, la tendenza a nascondere idee di un certo tipo, oggi essere razzisti rischia di essere una medaglia, un trofeo da ostentare e di cui andare fieri. E da questo non potrà nascere altro che odio e violenza.
Ci piaccia o no, saremo costretti a farci i conti nei prossimi anni.
Immagine di copertina: Bart Ryker, screenshot da Nascita di una nazione (“Birth of a nation” movie), tratta da Wikipedia
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