Tag: migranti

Germogli /
Paperon de’ Piantedosi

 

E così la nave Ocean Viking sbarcherà a Tolone facendo scendere tutti i migranti. Il ministro Piantedosi aveva vietato lo sbarco della stessa nave nel porto di Catania, per un “carico residuale” di esseri umani definito “non vulnerabile”. Quindi raus, fuori, “sciò”, “tornate domani”, “proprietà privata”, “girate al largo”, “sparite!” come i cartelli affissi da zio Paperone ai cancelli di casa, per tenere alla larga dai suoi dollari la banda Bassotti e chiunque potesse increspare il suo ménage di avaro (ma, almeno lui, simpatico) misantropo.

“Non possiamo accoglierli tutti noi”. Giusto, se fosse vero. Matteo Villa, ricercatore per l’Istituto Studi di Politica Internazionale (nato, per ironia della sorte, nel 1934 ad opera di intellettuali di orientamento fascista), ha pubblicato alcuni dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr).

Numero dei rifugiati accolti da alcuni Stati europei nel 2021 in rapporto alla popolazione del paese ospitante: in Italia sono lo 0,2% della popolazione. Tra gli altri, in Francia sono lo 0,7%, in Germania l’1,5% e in Svezia il 2,3%. Peggio (o meglio, per qualcuno) di noi Ungheria e Polonia.

Ma è un dato dell’ultimo anno. Chissà lo storico dei richiedenti asilo in rapporto ai rifugiati.

Eccolo. Germania: 1,49mln di rifugiati, 232 mila richiedenti asilo. Francia: 543mila rifugiati, 82mila richiedenti asilo. UK: 223mila rifugiati, 83mila richiedenti asilo. Spagna: 219mila rifugiati, 91mila richiedenti asilo.  Italia: 191mila rifugiati, 53mila richiedenti asilo (sempre Unhcr).

Nel frattempo la Francia ha detto che l’accordo per la ricollocazione dei migranti sbarcati in Italia va disatteso, perchè l’Italia ha violato il diritto internazionale. Posizione furba e cinica. Però i numeri sono quelli sopra.

Grettézza s. f. [der. di gretto]. – Qualità, carattere di persona gretta, sia per ciò che riguarda lo spendere, sia (e più spesso) per ciò che concerne il modo di pensare e di giudicare, quindi piccineria, meschinità: gdi mented’animo.
(Treccani)

Cover: Zio Paperone, Milano, 14 dicembre 2007. Presentazione del nuovo Topolino (immagine su licenza Flickr)

Migranti, oltre mille arrivi in un giorno.
Parte la campagna razzista delle destre

 da ANBAMED

Oltre mille arrivi in un giorno nei porti siciliani e calabresi. Sono partiti dalla Tunisia e dalla Libia. Un peschereccio alla deriva con oltre 600 migranti è stato soccorso, a circa 124 miglia dalla Calabria, da una nave mercantile, da tre motovedette della Guardia Costiera e da un’unità della Guardia di Finanza. A bordo del peschereccio sono stati rinvenuti anche cinque corpi privi di vita. 674 in totale le persone tratte in salvo – alcune recuperate direttamente dall’acqua.

I migranti sono stati trasbordati sulla nave Diciotti della Guardia Costiera, presente nell’area del soccorso.
A Lampedusa invece sono arrivate piccole barche e gommoni per un totale dii 522 persone di varie nazionalità, provenienti da Zarzis (Tunisia) e Zuwara (Libia).

In contemporanea è partita la campagna elettorale razzista delle destre, sulla pelle degli ultimi.

 ANBAMED Notizie dal Sud Est del Mediterraneo27w.facebook.com/ReteAntirazzistaCatanese)

DAL MARMO ALLA MONTAGNA
Stregoneria capitalista ed ecologia nelle Alpi Apuane

 

Nella rubrica La vecchia talpa (che vi invitiamo a visitare), trovano posto gli articoli extra-large: i brevi saggi, gli approfondimenti, le testimonianze… Crediamo infatti ci sia bisogno, almeno qualche volta, di “scavare più in profondo”, studiare origini o conseguenze di un fatto, un fenomeno che i media mainstream tacciono completamente, oppure ci fanno passare velocemente e superficialmente sotto gli occhi.  Per leggere La vecchia talpa occorre solo prendersi un po’ di tempo, magari nel fine settimana, magari spegnendo per mezzora televisione, pc e cellulare: Buona lettura.
(La Redazione)  

Il superamento della dicotomia soggetto-oggetto è oggi determinato dall’aut-aut vita-morte; lo sfruttamento, divenuto sovrastruttura autonomizzata, cultura dello sfruttamento, è arrivato al limite oltre il quale è la fine delle risorse naturali; la prima unità realizzata tra specie umana e mondo è dunque quella degli sfruttati.[1]
Non abbiamo dunque, nella società capitalista, un caso compiuto e altamente contagioso di possessione? Di possessione collettiva? Un’operazione gigantesca, non già segreta ma a cielo aperto, di manipolazione mentale, d’influenzamento comportamentale attraverso i media, la pubblicità, l’architettura? Non è attraverso lo spirito che siamo in prima istanza incatenati? Le cose che ci impediamo di fare o di pensare, non sono forse strappate alla radice da un condizionamento permanente e devastante del nostro pensiero? Un militante diceva recentemente che l’attuale problema climatico ed ecologico è, innanzitutto, un problema di ordine psicologico. È tale la discrepanza fra i nostri discorsi, i nostri valori e i nostri atti, da rientrare a buon diritto nella patologia mentale. Quale forza può indurci a una simile negazione e condannarci a una simile impotenza, se non una sorta di affatturazione?[2]
L’impresa che fa coincidere l’asservimento, la messa a servizio e l’assoggettamento, ovvero la produzione di quelli e quelle che, liberamente, fanno quel che devono fare, ha un nome antico. È qualcosa di cui i popoli più diversi – tranne noi moderni – conoscono la natura temibile, e la necessità di sviluppare mezzi adeguati per difendersene. Il suo nome è stregoneria.[3]

Il canto della montagna: partizioni e riduzionismo

Si racconta che qualche giorno prima della ‘strage del Bettogli’ del 1911, nella quale morirono 10 operai nelle cave di marmo di Carrara travolti da una frana, alcuni cavatori e tecchiaioli avessero avvertito i padroni: c’era qualcosa di strano, “il monte cantava”[4]. Da queste parti il capitalismo, nella forma devastante che conosciamo oggi, era ancora agli inizi, ma i presupposti che ne hanno permesso l’ascesa imperiosa erano già presenti in quella tragica vicenda: la ‘natura’ non canta, non parla, e gli umani (“gli uomini”, si sarebbe detto) devono dominarla ed estrarre da essa valore. Una partizione radicale: di qui l’umano, di là la ‘natura’, un soggetto e un oggetto[5]. Un’unica relazione possibile: quella del controllo, dello sfruttamento e del dominio. Eppure, qualcuno sapeva ancora ascoltare il monte. Sordi i padroni e il loro soldo; schiacciati sotto le macerie gli operai.

Quel che resta oggi del monte Bettogli, Carrara, Alpi Apuane. Foto di Gianluca Briccolani. www.apuanelibere.org 

La partizione, uno dei trucchi necessari al funzionamento del capitalismo: dividere le parti del reale, confinarle per poterle capitalizzare. Se l’ecologia radicale oggi, in tutte le sue applicazioni, ci rivela la continuità e l’interdipendenza di ogni parte della realtà, il riduzionismoè invece la forma epistemologica necessaria per dinamiche quali il valore di scambio e il profitto. Come notò il fisico ed epistemologo Marcello Cini già molti anni fa:

La riduzione a merce di un bene implica sempre che a esso venga attribuito un valore quantitativo, e dunque che di esso venga definita l’unità di misura. Si vede dunque che il riduzionismo epistemologico è il prerequisito per poter procedere al riduzionismo del mercato. L’esempio più ovvio è il riduzionismo genetico. Soltanto attribuendo a un gene una proprietà specifica indipendente dal contesto esso può essere privatizzato per mezzo di un brevetto, ed essere immesso sul mercato con un valore determinato. Se invece si riconosce – come dimostrano i recenti progressi della genetica – che le proprietà di un gene dipendono dal contesto intracellulare e dai messaggi provenienti dal resto dell’organismo e dal mondo esterno, la pretesa di farne oggetto di proprietà intellettuale perde la sua giustificazione ‘scientifica’ e rivela la sua vera natura di appropriazione privata, volgarmente un furto, di un bene comune[6].

Medesima sorte spetta alle montagne apuane che quel marmo contengono: bene comune reso pietra e sempre più spesso polvere, merce sul mercato. Questa visione, costruita sulla violenza che spezza ciò che è continuo, oggi mostra su scala mondiale tutta la sua distruttività: la sindemia[7] di Covid-19 evidenzia come la crisi ambientale diventi immediatamente sanitaria[8], economica, sociale, politica. Mai come adesso paghiamo – e molti altri più di noi pagano – l’immane costo di una concezione partitiva del mondo. Mai come oggi è necessario reimparare il canto della montagna.

Stregonerie: cattura e mercificazione

Come altri luoghi nel mondo, la provincia di Massa-Carrara è un emblema angosciante di questo riduzionismo e uno scenario particolarmente chiaro di come funzioni il capitalismo nella sua declinazione estrattivista[9]. Le immagini parlano da sole. Che si arrivi in provincia da nord o da sud, che si giunga dal mare o dall’entroterra, lo sguardo non può che imbattersi sulle Alpi Apuane, montagne aguzze a pochi chilometri dal mare, per lo più sconosciute nonostante un ecosistema dalla ricchezza unica al mondo con tanto di bollino UNESCO[10]. Montagne meravigliose e fragili perché carsiche: devastate, mangiate, piene di buchi e ferite, talvolta capitozzate, divorate al loro interno come da un mostro per estrarne il marmo e ridurle in polvere. Un intreccio di bellezza e devastazione che è valso loro la sequenza di apertura del celebre documentario Antropocene. L’epoca umana[11], un viaggio attraverso 43 disastri ambientali tra i più rilevanti al mondo.

Alla scarsa fama delle Alpi Apuane si oppone quella mondiale del marmo. E già qui incontriamo un primo paradosso o, meglio, un primo risultato di quella che potremmo chiamare stregoneria capitalista[12]Siamo sul piano del linguaggio, che però ha una precisa ricaduta nel modo in cui concepiamo e poi costruiamo il mondo e il nostro rapporto con esso: a ben vedere, quel che conosciamo come “marmo” è prima di tutto “montagna”, risultato materiale di un processo lungo decine di milioni di anni, che la nostra arroganza cieca ci permette di distruggere in un attimo; le due cose sono in fondo un’unica cosa. Ad una forma di linguaggio segue la mercificazione, o forse viceversa, poco importa. E infatti, girando per questi luoghi, si sente una specie di mantra che viene ripetuto in un coro unanime da imprenditori, politici e “catturati”: «Carrara è il marmo e il marmo è Carrara». Più che un mantra, il coro assume le inquietanti forme di un incantesimo, appunto stregonesco: mercificare e disanimare il vivente. Si sa che Carrara è una città, fatta di persone, circondata da montagne, attraversata da un torrente impetuoso, bagnata dal mare; e il marmo è un particolare tipo di pietra, oggi, in questo mondo, molto redditizia. Eppure, dietro ad un banale slogan economico-politico, vi è qualcosa di molto più profondo e molto più globale: il there is no alternative di thatcheriana memoria, salmo capitalista per eccellenza, e, di nuovo, il riduzionismo più violento, la mercificazione della vita, la negazione di ogni complessità, di ogni ecologia e, quindi, di ogni alternativa a ciò che lo slogan ammette. Così funziona la cattura capitalista, e così nella sua declinazione apuana: «Voi non siete umani, siete marmo. O commerciate il marmo o sarete poveri. Ve lo dice la storia, dal tempo dei romani».

La storia, in realtà, dice proprio il contrario, dato che da quando l’attività estrattiva e i fatturati delle aziende sono esponenzialmente aumentati, la disoccupazione e la povertà locale, assieme ai costi ambientali e in termini di salute, sono solo cresciuti. Ma la stregoneria serve anche a questo, a incantare il popolo dicendo che non c’è alternativa. O meglio, ogni alternativa è presentata come “infernale”: fermare le attività distruttive significherebbe fermare il lavoro e quindi morire di fame; smettere di inquinare significherebbe tornare all’età della pietra; chiedere salari più alti vorrebbe dire incentivare la delocalizzazione, e così via. Una strategia assodata: rappresentare gli assetti del proprio dominio come l’unica realtà possibile. Ogni sistema di potere si fonda sulla sua presunta inevitabilità.

La vista dalla “cava dei poeti”, sopra a Carrara, durante la manifestazione del 24 ottobre 2020 lanciata dal percorso Athamanta, in difesa delle Apuane. Foto di Gianluca Briccolani. 

Violenza e dissociazione

Nell’impresa capitalista a partizione e mercificazione si affianca la dissociazione[13]. La prima costituisce la forma mentis, il presupposto di partenza; la seconda è una necessaria conseguenza del processo; ma per tenere in piedi la baracca la terza è fondamentale. Costruendo un mondo partitivo, ecco che chi lo vive viene completamente dissociato dalla relazionalità costitutiva del reale: impariamo a vivere il mondo come spezzettato fino a perdere completamente – nelle enclave dell’ipermodernità – l’esperienza dell’interezza. Non si tratta di un discorso astratto o teorico, ma pienamente empirico con ricadute materiali precise e devastanti. È ciò che, ad esempio, hanno cominciato a denunciare maestre e maestri di città come Milano, dove bimbe e bimbi pensano che i polli abbiano quattro zampe perché nella confezione del supermercato ci sono quattro cosce. Un esempio che tendiamo con un po’ di arroganza a sottovalutare perché, si sa, sono bimbi, ma che in realtà ha la stessa valenza di quello che succede quando osserviamo un bagno di lusso in marmo senza avere l’idea della montagna spezzata e di ciò che ne consegue. Ma il capitalismo funziona così bene, che la dissociazione raggiunge livelli molto maggiori. Così arriviamo all’utilizzo odierno della montagna distrutta: essa si trasforma in polvere finissima per poi finire nelle colle o nel dentifricio che usiamo la sera prima di coricarci, magari guardando dalla finestra del bagno proprio quelle montagne, senza accorgerci di cosa sta succedendo a loro e, quindi, a noi.

La dissociazione non nasce con la produzione di carne industriale per supermercati o con quella di dentifrici sbiancanti. È all’origine stessa del capitalismo e poi replicata lungo tutta la sua linea di sviluppo, ed è indissociabile da un altro elemento centrale a tale impresa: la violenza, che da epistemologica si fa materiale. È una rilettura dell’opera di Marx a consentirci, oggi, di parlare di “stregoneria capitalista”. Laddove la maggioranza dei suoi contemporanei vedeva il funzionamento del capitalismo come un normale e naturale sviluppo della competizione tra umani a fronte di risorse limitate, Marx svelava l’inganno e ricordava a tutti che, in realtà, «nella storia reale la parte importante è rappresentata, come è noto, dalla conquista, dal soggiogamento, dall’assassinio e dalla rapina, in breve dalla violenza»[14]. Le ricchezze accumulate nel colonialismo, la creazione delle enclosures, la distruzione di ogni tipo di economia e di rapporto non volti al plusvalore, sono alcune delle violenze da occultare per far sì che la macchina risulti “naturale”. Se c’è competizione e violenza è perché, si sa, homo homini lupusLa dissociazione serve a non rendersi conto che, al contrario, di “naturale” non c’è proprio nulla. Sono in molti oggi ad aver messo in luce il filo rosso che lega le prime concezioni della “natura” come ente separato del V secolo a.C., alla scienza moderna meccanicista e riduzionista del 1500-1600 e questa all’affermazione del capitalismo[15].

All’accumulazione originaria seguono ciclicamente altre fasi di accumulazione necessarie e altrettanto violente, come le odierne forme del neocolonialismo, o subdole, come quelle del “capitalismo biocognitivo”[16] o dell’informazione. La dissociazione persiste quando non ci rendiamo conto che la devastazione ecologica e la sindemia, le migliaia di migranti morti e imprigionati e le nuove forme di schiavitù sono frutto diretto e condizione necessaria del capitalismo estrattivo. Noi oggi siamo implicati in questa dinamica, volenti o nolenti. Per comprendere più chiaramente il concetto di dissociazione, sono perfette le parole della studiosa Silvia Federici:

“la separazione della produzione dal consumo ci induce a ignorare le condizioni in cui è stato prodotto ciò che mangiamo, indossiamo o usiamo per lavorare, il suo costo sociale ed ecologico, e il destino delle popolazioni sulle quali scarichiamo i nostri rifiuti. […] dobbiamo superare lo stato di diniego e irresponsabilità in cui oggi viviamo riguardo alle conseguenze delle nostre azioni, dovuto al modo distruttivo in cui è organizzata la divisione del lavoro nel capitalismo, altrimenti la produzione della nostra vita diventa inevitabilmente produzione di morte per altri.”[17]

Dal “realismo capitalista” alla realtà

Pochi giorni fa il neoministro della “transizione ecologica” Roberto Cingolani ha dichiarato con serenità che il mondo è pieno di “ambientalisti radical chic, oltranzisti e ideologici”, e che questi sarebbero addirittura più pericolosi della “catastrofe climatica”[18]. Persiste, forse in Italia più che altrove, l’idea che la questione ecologica sia qualcosa di stampo “morale” e non piuttosto profondamente ontologica ed epistemologica. La banalizzazione del discorso vuole ridurre la critica ecologista ad un “non bisogna distruggere la natura perché è bella e importante” o “non dobbiamo fare violenza agli animali perché anche loro soffrono”. L’ecologia sembra poi essere qualcosa che si pone in netto contrasto con il lavoro tout court, lasciando intendere che, se la si pratica realmente, “non si morirà di inquinamento ma di fame”, parole del ministro. Da una parte le “belle e nobili idee”, dall’altra il duro e lucido realismo. Ma c’è un ulteriore ribaltamento stregonesco: per i governanti è la transizione ecologica a dover essere “sostenibile”, non il sistema produttivo, come a dire: certo, va fatta, ma trovando il modo affinché non modifichi troppo gli assetti di quel sistema che ci porta oggi di fronte alla catastrofe. È il paradosso, o meglio, la presa in giro, del dire di voler cambiare (perché ormai i costi sono tali che è evidente quanto sia necessario farlo) senza voler intaccare il nocciolo del problema. All’ecologia la visione “etica” del mondo, al capitalismo le chiavi della realtà. Il punto è che oggi dovremmo affermare l’esatto contrario: l’ecologia esprime il tessuto più profondo della realtà e della vita e non riconoscerlo non può che portare ad altra violenza e devastazione; mentre questo specifico modo di produzione e governo che chiamiamo capitalismo è una scelta (im)morale tra molte possibili.

Oggi sono proprio le scienze più dure, dall’epigenetica alle neuroscienze, dalla biologia alla fisica, a permetterci di fare un passo in più e dire che la “visione ecologica” non è un optional “carino”, ma ciò che permette la vita sulla terra, qualcosa che non possiamo continuare a mettere in secondo piano. La realtà è che noi, e non solo noi, siamo la naturaNelle terre del marmo gli industriali, ed in coro i politici, hanno anticipato l’attuale ministro di alcuni anni. Con tanto di pagine a pagamento sui giornali, descrivono gli ambientalisti come romantici amanti delle passeggiate in montagna e dei fiori, del tutto ignari dell’economia del territorio.

Ciò che stenta ad emergere, sia localmente che globalmente, è quella che, con Ivan Illich, potremmo chiamare “controproduttività paradossale”, ovvero l’evidenza che per la collettività (ma non per pochi privati) i costi di alcune istituzioni e strumenti hanno superato di gran lunga i benefici[19]. A livello globale, solo per parlare in termini economici, che sono quelli che “si fanno meglio ascoltare”, l’ultimo rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro dell’ONU sostiene che i cambiamenti climatici causeranno una perdita economica di 2.400 miliardi di dollari e di 80 milioni di posti di lavoro nel mondo nei prossimi 10 anni. L’aumento della temperatura potrebbe causare la perdita del 60% delle ore di lavoro tra gli agricoltori e tra chi lavora nella filiera agricola[20].

Se usciamo dal nostro piccolo e sempre più ristretto pezzo di mondo privilegiato, o se quantifichiamo i danni provocati da inquinamento, cambiamenti climatici, “cibo spazzatura” o stress da ritmi turbocapitalisti, ecco che questa lettura può essere difficilmente negata. Viviamo una sorta di “nemesi”[21].

Oggi Nemesi è […] endemica; è il contraccolpo del progresso. […] La massima parte della sofferenza provocata dall’uomo è oggi il prodotto secondario di iniziative che in origine miravano a proteggere il comune mortale nella sua lotta contro l’inclemenza dell’ambiente e le crudeli ingiustizie inflitte dalle élites. La fonte principale del dolore, della menomazione e della morte è oggi un tormento procurato […]. I disturbi più diffusi, l’impotenza e l’ingiustizia sono effetti collaterali di strategie finalizzate al progresso. Nemesi è ormai così universalmente presente che la si crede parte integrante della condizione umana.[22]

E per di più la si crede inevitabile, il costo necessario per mantenere in piedi quello che continuiamo a sostenere sia, nonostante tutte le evidenze concrete, “il migliore dei mondi possibili”. “Non c’è alternativa”, dicevano i governanti negli anni ’80, e il ritornello non è cambiato. Nonostante tutto, il “realismo capitalista” continua a imperare, occultando proprio la realtà delle cose.

Una forma moderna di colonizzazione: un territorio in polvere[23]

Il caso locale di questa piccola provincia è particolarmente interessante perché rivela al microscopio dinamiche attive anche a livello macroscopico. Gli esempi più spaventosi e radicali del meccanismo estrattivista si ritrovano soprattutto nei paesi economicamente più poveri, ma ricchi di risorse. Eppure osservare “il fuori” ci serve soprattutto a rileggere “il dentro”, accorgendoci di cose che magari davamo per scontate.

Passeggiando per il centro storico di Carrara si ha l’impressione di essere in un luogo da poco terremotato. Tolte le macerie, c’è la stessa aria di vuoto e sospensione. Cartelli “affittasi” e “vendesi” dappertutto, palazzi dall’aspetto nobile con gli infissi chiusi e gli intonaci scrostati, pochissima gente per le strade, un ritmo lento, quasi immobile, che pare essere di un’altra epoca. Molti dicono che è colpa della politica, di un mancato piano di “turistizzazione” e commercializzazione del centro, come è avvenuto nelle cittadine vicine. In realtà, qui si è solo affermata una diversa forma di colonizzazione. Per estrarre valore da un territorio si può scegliere la pista del turismo di massa, intrapresa dalla quasi totalità dei centri italiani ormai omologati e tutti simili, o quella dell’industria, del distretto minerario, dell’agricoltura intensiva. Anche se con intensità differente, il risultato è il medesimo: gli e le abitanti di quel territorio o si piegano alla monocoltura di turno, o periscono o provano a resistere. Raul Zibechi ha messo in luce «la sintonia del modello estrattivista con l’esperienza coloniale. […] Nella sfera economica, l’estrattivismo ha prodotto economie di enclave simili a quelle indotte nelle colonie»[24]. A ben vedere, anche qui l’economia del marmo riguarda sempre meno il territorio e la cittadinanza e sempre più un piccolissimo gruppo di imprenditori milionari (tra cui la nota famiglia Bin Laden) che arrivano a quotare in borsa le proprie aziende.

Carrara ormai funziona a tutti gli effetti come un distretto minerario: anche se il “lapideo” dovrebbe garantire un rapporto minimo tra blocco e scarto di 25 a 75, sono state introdotte norme stravolgenti che permetto che il rapporto arrivi a 5 a 95[25]. Le moderne tecnologie permettono di estrarre marmo in quantità e velocità enormi; negli ultimi trent’anni si è distrutta più montagna che nei precedenti duemila. Per di più, sotto la luce del sole, l’amministrazione comunale offre concessioni di cava più lunghe a quelle aziende che promettono di costruire opere di pubblica utilità (scuole, strade, etc.), esempio lampante di quella connivenza pubblico-privato, tipica dell’estrattivismo, che sancisce la resa del primo e lo strapotere del secondo. I numeri possono aiutarci in questa analisi poiché, pur dando per vero che “la montagna non parla”, i costi della devastazione in corso sono più chiari di qualsiasi discorso.

Bacino di Torano, dal monte Pesaro, Carrara. Foto di Gianluca Briccolani www.apuanelibere.org 

Partendo dall’ambiente, è provato che l’estrazione del marmo apuano sta distruggendo uno dei sistemi carsici più fragili e unici in Europa e sta provocando l’inquinamento del bacino idrico più importante della Toscana, mentre i costi dei filtri speciali per le acque potabili in provincia sono a carico della cittadinanza. La ricchezza di biodiversità vegetale – 30% della flora italiana con circa 20 endemismi[26] – è in pericolo a causa del cambiamento climatico e dell’attività estrattiva. Questa è stata determinante anche nelle diverse alluvioni che negli ultimi vent’anni hanno colpito Carrara – con una donna morta nel 2003 e milioni di euro di danni – sia per via della cementificazione e dell’innalzamento degli alvei dei fiumi dovuti agli scarti dell’attività estrattiva (marmettola), che per la modifica sostanziale dei crinali montuosi.

A questo punto il “realismo capitalista” ci farebbe dire che tutto questo è un problema, ma d’altra parte non si possono chiudere le imprese e licenziare i lavoratori. Se non muori di inquinamento – o di alluvione – muori di fame, Cingolani docet.

E invece sul piano economico e del lavoro assistiamo al classico scenario paradossale delle dinamiche estrattiviste: una provincia con un tasso di disoccupazione più alto rispetto alla media toscana[27] e con solo circa l’1% della popolazione impiegato nella filiera del marmo, che vede pochissimi imprenditori aumentare sempre di più i loro fatturati (e gli utili) a fronte di un calo costante di posti di lavoro e di una popolazione provinciale sempre più povera. Numeri alla mano, se nel 1994 si contavano circa 3000 lavoratori, oggi ce ne sono circa 1700[28]. Ci sono aziende con 11 dipendenti e utili di quasi 14 milioni di euro (40% del fatturato), e Comuni che, nonostante le grandi entrate pagate dagli imprenditori delle cave[29], sono indebitati per i costi indiretti della monocoltura del marmo (infrastrutture come la “strada dei marmi” costruita con soldi pubblici, costi del dissesto idrogeologico e in termini di salute, incapacità di sviluppare economie differenziate). Certamente i 2000 operai non muoiono di fame, però troppo spesso muoiono sul lavoro. L’Inail nel quinquennio 2015-2019 ha registrano 7 morti[30], dando alla provincia il primato negativo nel settore delle attività estrattive. Ci sono poi da considerare i moltissimi infortuni, anche gravi: dal 2005 al 2015 l’Asl ne registrava 1258, circa uno ogni due giorni[31]. Ma c’è di più, perché il capitalismo estrattivo non favorisce l’economia in generale, come si potrebbe pensare, ma precisi modelli economici. E quindi ai danni si aggiungono le beffe: mentre ci si nasconde spudoratamente dietro l’immagine dell’arte marmorea di Michelangelo (oggi solo lo 0,5% del marmo è destinato al settore artistico), almeno l’80% delle montagne viene distrutto per fare polvere, carbonato di calcio per la grande industria (dentifrici, colle, cosmesi, abrasivi). Fondamentalmente sono due le produzioni che si è scelto di privilegiare: il blocco, venduto intero ai ricchi compratori esteri e quindi lavorato in lidi lontani, salvo poi tornare sui mercati locali; e il carbonato di calcio, trasformato in polvere principalmente dalle multinazionali Omya e Imerys. Mentre un tempo il detrito era un problema perché era solo uno scarto della lavorazione, oggi distruggere la montagna in modo indiscriminato comunque rende, anche la polvere di marmo ha un suo mercato. Così, per mantenere i livelli di produttività, nonostante i posti di lavoro calino, è necessario distruggere sempre di più. I processi di trasformazione intermedi in loco spariscono e gli studi d’arte fanno fatica a recuperare la materia che gli imprenditori preferiscono vendere altrove. Uno scenario tutt’altro che candido, quello del celebre marmo di Carrara.

Storie, appunti, immagini

C’è una storia locale che ributta sul piatto il discorso stregonesco con precisione inquietante. È noto che per tutto l’Ottocento, e almeno fino al 1919, fosse prassi usuale per i “padroni” di cava consegnare lo stipendio agli operai direttamente nelle cantine di vino, anch’esse spesso di proprietà degli imprenditori del marmo. A quel tempo il lavoro in cava era terribile, faticoso, mal pagato e molto pericoloso, e ciò faceva sì che il vino fosse una sostanza utile ad anestetizzare il disagio degli operai. La dinamica era semplice e denunciata apertamente sulla colonne de Il Cavatore:

«Ora, questo è un sistema poco decoroso, e molto dannoso, perché se invece le paghe fossero fatte sul lavoro, come logicamente dovrebbe essere, molti ma molti operai non avrebbero l’occasione di assottigliare il loro ben già misero guadagno, ingoiando una quantità di alcool, che, oltre al nuocere loro alla salute, alleggerisce le tasche. La paga fatta col sistema odierno, obbliga l’operaio ad attendere per ore e ore nell’osteria l’arrivo di quel benedetto Messia del capo cava. E mentre attende beve»[32].

La prassi era talmente diffusa e problematica che la Camera del Lavoro, nel contratto del luglio 1919, dovette specificare al comma 8 bis: «La paga agli operai sarà corrisposta se possibile sul lavoro, in ogni caso in Carrara purché non avvenga mai nelle cantine e non oltre le 17»[33].

Quando anni fa andai a fare ricerca nel foggiano, intorno al “ghetto” di Rignano, nelle zone di caporalato legate alla raccolta del pomodoro, mi raccontarono una storia simile: i caporali che (sotto)pagavano i migranti per il lavoro massacrante, allo stesso tempo offrivano loro, nelle “baraccopoli” in cui alloggiavano, droghe e prostituzione, riprendendosi così parte del denaro. Vite sottratte e corpi catturati.

In effetti l’estrattivismo lo si sente nel corpo, col corpo. Anche a Carrara lo si scova con i sensi, lo si vede e lo si sente nelle cicatrici del territorio. Le montagne circondano il paese e molti sentieri che le raggiungono partono direttamente dal centro. Se si ha la fortuna di poterli camminare una mattina di qualunque giorno lavorativo, si vive l’angosciante sensazione di assistere alla scena del mostro macchinico che si mangia la montagna. Le cave sono moltissime (circa 165 attive e 510 inattive nelle Apuane) e salendo per i sentieri spesso le si affianca o si aprono di fronte all’improvviso, non appena gli alberi del bosco si interrompono, come enormi parcheggi lunari di un bianco accecante. Il verde si spezza verticalmente in pareti alte decine di metri che lasciano intendere le dimensioni dei blocchi, mentre al di sotto colate di detriti, dette ravaneti, si stendono verso il basso come frane immobili. Salendo il sentiero 40 si passa davanti alle cave di Torano, bacino storico. Non si vedono quasi mai, perché il bosco è abbastanza fitto e ripido, ma non si smette per un secondo di sentirle. Una paradossale sensazione: intorno i segni della vita, uccelli, piante, insetti, l’odore dell’origano selvatico, quello forte dell’elicriso dove picchia più sole; a poche decine di metri, al di là degli alberi, uno sventramento in corso, rumori di ferro su pietra, camion, ruspe, motori. Il rumore è assordante e profondo, certi tonfi sono lunghi e gravi, toccano diverse tonalità, come capita con i tuoni. Bastano quelli per rendersi conto che i mezzi moderni permettono in poche ore di estrarre dalla montagna ciò che in passato richiedeva decine di giorni. Talvolta, quando è limpido e tira vento, dai sentieri più alti capita di vedere una polvere bianca che si alza dai piazzali di cava lontani, come una sorta di nebbia o un fantasma che vaga per posarsi altrove e penetrare dappertutto.

Forse il parallelismo è forte, ma la marmettola mi fa pensare alla cocaina di cui parla Taussig in una sua ricerca, e non solo per il suo essere polvere bianca, ma anche per il suo essere divenuta il “nuovo oro”. Dice l’antropologo nel suo studio sulla Colombia: «Il Museo dell’Oro tace anche il fatto che, se un tempo era l’oro a determinare la politica economica della colonia, quello che oggi modella il paese è la cocaina […]. Non parlare della cocaina, non mostrarla, significa insistere con lo stesso rifiuto della realtà che il museo pratica in relazione alla schiavitù»[34]. Se su circa cinque milioni di tonnellate di marmo estratte all’anno quattro sono detriti, è anche perché il carbonato di calcio, la polvere bianca, è il nuovo oro. Ricchezza per pochi, pericolo per molti.

Il Carrione, il fiume che attraversa il centro, ha due facce: quella trasparente delle domeniche in cui non piove e non si lavora in cava, dove il bianco del fondo rende l’acqua ancora più limpida; e poi quella che svela l’inganno, la faccia dei giorni di pioggia, quando l’acqua è un fango grigio, bianco e marrone, quasi densa, come nelle alluvioni. A metà del centro storico il corso d’acqua che scende dalle cave incontra un affluente che invece arriva dal versante “pulito”, intatto. Il primo è fango bianco, il secondo acqua limpida: per qualche metro sembrano proseguire come separati dentro lo stesso letto, poi il primo si mangia il secondo, che sparisce. Non è solo una questione di “brutti fanghi da vedere”, di innalzamento degli alvei dei fiumi e di alluvioni. La marmettola uccide. Polvere di marmo e acqua si impastano in un composto denso che cementificando il fondo lo soffoca, impedendo la vita tipica dei torrenti e dei fiumi. A piogge finite, quando la portata dell’acqua diminuisce, laddove il corso fa delle curve o vi sono ostacoli, si vedono addossati questi mucchi di pasta biancastra simile all’arenino dei muratori, ed è evidente a chiunque che li non può nascere nulla.

Marmettola nel letto del torrente Carrione, centro storico di Carrara. Foto dell’autore.

Il viaggio della marmettola è lungo e profondo: dai piazzali di cava scola, scende, si infiltra nelle falde, arriva in città, prosegue verso il mare. Sotto casa nostra, da un muro antico, esce una fontana di acqua sempre freschissima, che ti fa sentire di vivere in montagna anche se sei a 100 metri dal livello del mare e 10 minuti dal poterlo raggiungere. Perde un poco da sotto, all’altezza della strada, dove si forma una piccola pozzanghera da cui spesso il nostro cane beve. Poco tempo fa mi ci è caduto l’occhio e ho visto una patina muschiosa, tipica di dove l’acqua ristagna, ma mi sono accorto che aveva una sfumatura bianca. Ho passato sopra un dito e mi è sembrato ci fosse marmettola. Magari è l’ossessione dell’abitante preoccupato… eppure qui si paga nelle bollette i costi di una depurazione due volte più complessa della media. Eppure nel maggio del 1991 a Carrara per due settimane l’acqua potabile venne fornita dalle autocisterne della Protezione Civile, perché le sorgenti risultavano inquinate dagli idrocarburi utilizzati in cava[35].

Guardo le montagne dalla finestra per una boccata d’ossigeno. Le piogge dell’altro ieri hanno ribadito che il prossimo disastro è vicino, o forse in corso. Il ministro Cingolani si è appena lasciato scappare un fuori onda simbolicamente perfetto: “Non c’è Greta che tenga!”[36]. Mi è sembrato un adolescente in gara col compagno di classe.

Il torrente Carrione a valle (a circa 1 km dal mare), con la sua portata biancastra di marmettola dopo le prime piogge autunnali. Foto di Giacomo Faggioni.

Eppure talvolta accade anche qualcosa che uno scenario del genere non lascerebbe sperare e che personaggi di questo tipo non sanno vedere. Qualcosa di molto semplice e tuttavia sorprendente: capita di trovare dei fiori. Fiori rari, a volte unici, endemici, che amano l’altura e, soprattutto, trovano la forza di nascere nelle piccole crepe del marmo, sulla nuda roccia delle cave abbandonate, lasciate in pace. Capita che nei territori della devastazione torni la vita, un po’ come Il fungo alla fine del mondo studiato dall’antropologa Tsing[37], capace di nascere nei terreni più degradati dall’azione umana. Questi fiori non hanno una loro “economia competitiva”, eppure sono molto belli, e mi chiedo se non possano insegnarci qualcosa di molto importante sul vivere nelle rovine del capitalismo. Domanda retorica. D’altronde ormai lo sappiamo bene: nulla è più resistente, capace di innovarsi e di resistere alla catastrofi come le piante[38].

Saxifraga aizoides, variante Atrorubens, uno dei circa 20 endemismi apuani. La parola “saxifraga” significa “frangi sassi” e si suppone sia legata alla capacità del genere di bioerodere materia inorganica. Foto di Gianluca Briccolani www.apuanelibere.org 

Eco-logiche

Lilium bulbiferum, comunemente noto come Giglio di San Giovanni. Foto di Gianluca Briccolani. www.apuanelibere.org 

Il capitalismo non è solo un modo di organizzare il lavoro e la produzione. È un modo di vedere il mondo, di concepire se stessi e la realtà che viviamo, di vivere le relazioni: è un cosmo completo. Il dominio ed il controllo anziché che la reciprocità, l’individuo come chiuso e indipendente anziché costituito dalla relazione con tutto ciò che lo circonda, la natura-oggetto anziché parte stessa di noi, la violenza partitiva, sono le sue premesse specifiche. Relegare tali questioni all’ambito teorico fa parte del trucco che impedisce di ripensare l’intero sistema e di pensarne altri, nuovi e differenti. L’ecologia radicale, oggi, ha forse la forza di fare ciò che altri paradigmi non sono riusciti a fare in passato, ovvero includere le dimensioni più profonde dell’essere nella lotta politica per la pretesa e la costruzione di mondi migliori di questo. Attraverso le sue lenti, il problema economico e politico diventa ontologico ed epistemologico. Di fronte all’ecologia, la stregoneria capitalista inizia a perdere pezzi, ad essere meno “naturale”, il cielo di carta si strappa: è evidente anche a noi, oggi, a noi privilegiati, che questo non è il migliore dei mondi possibili e che la realtà, e soprattutto la vita, rispondono ad altre logiche e necessitano altre pratiche.

Questo contributo è uscito con altro titolo sulla rivista online Altraparola.

Note:
[1] Piero Coppo, Psicopatologia del non-vissuto quotidiano. Appunti per il superamento della “psicologia” e per la realizzazione della salute, (1980),  Nautilus, Torino, 2006, p. 19.
[2]«Lundi matin», 1/12/2015, in Stefania Consigliere & Paolo Bartolini, Strumenti di cattura. Per una critica dell’immaginario tecno-capitalista, Jaca book, Milano, 2019, p. 13.
[3] Isabelle Stengers & Philippe Pignarre, Stregoneria capitalista. Pratiche di uscita dal sortilegio, (2005), IPOC, Milano 2016, p. 48.
[4]“Il monte canta” è un modo di dire che si usa in cava per dire che “si assesta”. Il tecchiaiolo è un operaio specifico addetto al controllo del fronte di cava per evitare la caduta di massi pericolanti. Sul termine “padrone”, invece, è interessante notare che ancora oggi è facile sentire gli operai parlare del “proprio padrone” piuttosto che del titolare.
[5] Per le riflessioni attorno alla partizione si veda, tra altrә, Tim Ingold, Isabelle Stengers e Philippe Descola. Si veda la collettanea Mondi multipli. Oltre la grande partizione, vol. I, a cura di Stefania Consigliere, Kayak editore, Lecce, 2014.
[6] Marcello Cini, La scienza nell’era dell’economia della conoscenza, in Carlo Modonesi, Il gene invadente – riduzionismo, brevettabilità e governance dell’innovazione biotech, Baldini Castoldi Editore, Milano, 2006, pp. 35-50, in Per una scienza critica. Marcello Cini e il presente: filosofia, storia e politiche della ricerca, a cura di Elena Gagliasso, Mattia Della Rocca, Rosanna Memoli; ETS, Pisa, 2015.
[7] Mentre il termine pandemia indica la diffusione di un agente infettivo in grado di colpire più o meno indistintamente chiunque e dovunque, la sindemia pone l’attenzione sulla relazione tra la componente biologica e quella socio-ambientale. Indica, quindi, non solo la relazione pericolosa tra più malattie, ma anche tra queste e la condizione economica, sociale ed ambientale delle persone. Il Covid-19, in questo senso, ha dimostrato la sua pericolosità in maniera differenziale, in particolar modo sulle persone in condizioni già svantaggiate. Si ascolti l’intervista di Contro radio a Sara Gandini, ricercatrice e docente di epidemiologia e biostatistica all’università statale di Milano, in https://www.controradio.it/covid-the-lancet-approccio-sbagliato-e-sindemia-non-pandemia/ , consultato il 29/11/2020. Per l’articolo cui l’intervista fa riferimento, si veda https://www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(20)32000-6/fulltext , consultato il 29/11/2020.
[8] Il caso del Covid-19 è emblematico per sottolineare la relazione devastante tra deforestazione, distruzione del rifugio animale, possibilità di spillover, infrastrutture e mobilità capitaliste e crisi sanitaria. Una relazione che, mentre nei primi mesi di sindemia è stata evidenziata, è andata via via scomparendo dal dibattito pubblico. Non a caso, forse, visto che implica un ripensamento strutturale del modo capitalista di governare il mondo.
[9] Con estrattivismo non ci si riferisce solo all’estrazione di risorse naturali, ma ad una precisa modalità di azione del capitalismo fondata «sulla sottrazione sistematica di ricchezza dai territori, combinata con il trasferimento di sovranità sugli stessi, da chi li vive a chi li depreda. […] Conflitto, violenza, controllo militare del territorio, connivenze politico-corporative in cui Stato e mercato non si distinguono più […], povertà estrema e ricatto occupazionale, criminalizzazione del dissenso, corruzione sistematica […]. Tutti questi non sono danni collaterali […] bensì le condizioni senza le quali l’estrattivismo stesso non prolifera», in L’estrattivismo e il suo modello d’attacco. L’esperienza di Re:Common, Giulia Franchi e Filippo Taglieri, in Epidemia 03, 2020, pp.11-12. Per un approfondimento si veda Raul Zibechi, La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina, Museodei by Hermatena, 2016.
[10]Il sito delle Alpi Apuane è Geo Parco UNESCO dal 2011 e Parco naturale regionale dal 1985. Tuttavia è noto che la mappa del Parco è frutto di un compromesso politico tra le istanze ambientali e quelle imprenditoriali, motivo per cui molti bacini estrattivi sono rimasti esterni o definiti “contigui” al parco, ovvero inclusi nella superficie del Parco ma non rientranti nelle aree protette dall’estrazione. Oggi le aree contigue sono 39 con circa 80 cave attive (in totale se ne contano circa 165). Un paradosso: di fatto si tratta di un Parco naturale che prevede al proprio interno un’attività estrattiva dall’altissimo danno ambientale. Tra cavilli burocratici, definizioni ambigue ed esplicite trasgressioni di legge, la tutela ambientale è spesso sottomessa all’attività estrattiva. Per un approfondimento si legga l’intervento critico della studiosa Franca Leverotti, consigliera di Italiana Nostra, del 02/07/13 in http://www.parcapuane.toscana.it/DOCUMENTI/PARTECIPAZIONE/partecipazione_index.htm
[11] Regia di Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier e Edward Burtynsky, Canada, 2018.
[12]Diversi studi antropologici hanno rivelato come, in passato, alcuni paesi periferici alle economie capitaliste, quando venivano in contatto – per lo più violento – con esse, leggevano le dinamiche economiche e di potere che gli “occidentali” importavano attraverso la categoria di stregoneria. In questi contesti, infatti, chi si arricchiva sfruttando la forza vitale degli altri – spesso portandoli alla morte – e chi non redistribuiva le ricchezze nella comunità, era accusato di essere stregone. Ai loro occhi era perciò evidente che l’economia capitalista fosse una forma di stregoneria. Oggi questo termine è stato ripreso e approfondito, affiancando all’accumulo di ricchezza e allo sfruttamento della vita altrui anche le dinamiche di mercificazione del vivente, di occultamento della storicità e della violenza del capitalismo – spesso visto come un normale sviluppo dell’economia “naturale” – e della cattura dei suoi “adepti”. Per un approfondimento si veda Isabelle Stengers & Philippe Pignarre, op. cit., oppure  Stefania Consigliere & Paolo Bartolini, op.cit.
[13] Si veda Stefania Consigliere, Archeologia della dissociazione, in Strumenti di cattura, op. cit., pp. 9-91.
[14] K. Marx (1867), La cosiddetta accumulazione originaria, in Id., Il Capitale. Critica dell’economia economica, vol. I, cap. XXIV, Editori Riuniti, Roma 1994, p. 778. Come nota Consigliere, è lo stesso linguaggio di Marx ad aprire alla dimensione dell’immaginario e della “magia”: il “feticismo della merce”, le “fantasmagorie”, i “sogni di una cosa”. Si veda Stefania Consigliere, Archeologia della dissociazione, in Strumenti di cattura, op. cit.
[15] Si veda Carlo Perazzo, In-comune. Nessi per un’antropologia ecologica, Asterios, Trieste, 2021.
[16] Secondo l’economista Andrea Fumagalli, «nel capitalismo biocognitivo, ovvero in un contesto dove l’attività non produttiva tende a zero (tutto ciò che facciamo quotidianamente entra, in modo diverso, in modo più o meno diretto, spesso inconsapevolmente, nella catena di valore), il lavoro produttivo è senza fine e la dicotomia nuova che si presenta è quella tra lavoro remunerato e lavoro non remunerato». L’accumulazione viene dal fatto, ad esempio, che per le piattaforme come Facebook gli utenti che usufriscono del servizio sono a loro volta produttori, forza lavoro che mette a valore (per altri e gratuitamente) le proprie informazioni, i propri saperi e desideri. Si veda https://www.kabulmagazine.com/capitalismo-biocognitivo-intervista-andrea-fumagalli/ , o A. Fumagalli, Bioeconomia e capitalismo cognitivo. Verso un nuovo paradigma di accumulazione, Carocci, 2007.
[17] Silvia Federici, Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista, (2012), Ombre Corte, Verona, 2014, p. 155.
[18]Si veda https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/09/01/il-ministro-cingolani-ospite-di-renzi-attacca-gli-ambientalisti-quelli-oltranzisti-e-radical-chic-sono-peggio-della-catastrofe-climatica/6307526/
[19] Gli studiosi di Illich notano una differenza tra questo concetto e quello di “esternalità negativa”, più simile alle conseguenze negative di un dato strumento (ad es. l’inquinamento e l’automobile). La “controproduttività paradossale” si avrebbe quando un dato strumento o istituzione finiscono per generare l’esatto contrario di ciò per cui sono stati creati. Tuttavia, se consideriamo questo concetto in termini ampi e ci limitiamo a sostenere che il fine della creazione di un dato lavoro è il benessere generale, può risultare più efficace e più evocativo del primo.
[20]Si veda il rapporto Lavorare su un pianeta più caldo. L’impatto dello stress termico sulla produttività del lavoro e il lavoro dignitoso, Organizzazione internazionale del lavoro, 2019, in https://www.linkiesta.it/2019/10/riscaldamento-globale-perdita-posti-lavoro/ . Per “misurare” la crisi ecologica in termini più ampi si veda  Daniel Tanuro, È troppo tardi per essere pessimisti. Come fermare la catastrofe ecologica imminente, Alegre, Roma, 2020.
[21]Secondo la Treccani, Nemesi è la personificazione, nella mitologia greca e latina, della giustizia distributiva, e perciò punitrice di quanto, eccedendo la giusta misura, turba l’ordine dell’universo.
[22]Ivan Illich, Bisogni di Tantalo, in Per una storia dei bisogni, (1977-78), Mondadori, Milano, 1981, p. 146.
[23]Per una critica alla gestione del territorio si vedano i canali di Athamanta, percorso di sperimentazione politica in difesa delle Alpi Apuane e di critica al capitalismo estrattivo https://athamanta.wordpress.com/ , e il dossier di Casa rossa occupata, Apuane e marmo: tra mitologia, lavoro, natura e coscienza collettiva, in  https://casarossaoccupata.wordpress.com/2020/02/11/dossier-cave/ . Per un breve riassunto delle ultime mobilitazioni https://ilmanifesto.it/meno-cave-di-marmo-piu-fiori-di-athamanta-sulle-alpi-apuane/ . Per una riflessione sulla questione locale dei beni estimati e bene comuni si veda l’intervista a Paolo Maddalena https://www.legambientecarrara.it/2016/09/15/videointervista-al-prof-paolo-maddalena-i-beni-estimati-e-le-cave-apuame-sono-proprieta-collettiva/ . Per un quadro storico-economico del settore marmo e il ruolo dello Stato si veda MatteoBartolini, Storia di un fallimento. Dalla scomparsa di Imeg alla crisi del sistema marmo.
[24]Raul Zibechi, La maledizione dell’estrattivismo, CNS Ecologia politica, n. 5, anno 26, maggio 2016.
[25]Si veda l’articolo di Legambiente Carrara, Regolamento agri marmiferi: l’ambiente dimenticato, 31/01/2020, in https://www.legambientecarrara.it/2020/01/31/regolamento-agri-marmiferi-lambiente-dimenticato/[26]Le Alpi Apuane conservano anche una notevole geodiversità: il 13,5% delle specie mineralogiche italiane. Si veda Antonio Bartelletti, Conservazione e promozione della geodiversità nel Parco Regionale delle Alpi Apuane, 2018.
[27] Si veda http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=25524
[28] È da notare che i lavoratori al monte, in cava, sono praticamente gli stessi di 25 anni fa, mentre sono dimezzati quelli al piano, gli addetti alla lavorazione del marmo. Ciò rende evidente che la materia è diretta altrove e ha sempre meno ricaduta occupazionale a livello locale.
[29] Secondo i dati di Confindustria nel 2015 la cosiddetta “Tassa Marmi” raggiungeva i 27 milioni di euro annui ai Comuni di Carrara, Massa e Fivizzano.
[30]Si veda https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/news-dati-inail-attivita-estrattive-2020.html
[31]Si veda https://www.ansa.it/toscana/notizie/2016/04/14/frana-apuane-nove-morti-negli-ultimi-dieci-anni_8c8d7b9c-cf3b-432c-bc99-c4714039a4f2.html
[32]Ercole Cargoli, Oh! Quei capi cava, in Il Cavatore del 21 settembre 1912, in Gino Vatteroni, Sindacalismo, anarchismo e lotte sociali a Carrara dalla prima guerra mondiale all’avvento del fascismo, Edizioni “Il Baffardello”, 2006, p. 51. Il Cavatore era il giornale della Camera del Lavoro locale.
[33]Concordato del 18 luglio 1919, in Il Cavatore del 26 luglio 1919, in Gino Vatteroni, op. cit., p. 52.
[34]Michael Taussig, Il mio museo della cocaina. Antropologia della polvere bianca, (2004), Milieu, Milano, 2019, p. 8.
[35]Gli industriali al tempo uscirono sui giornali dicendo che gli sversamenti erano opera di “ecoterroristi”, che le cave non avevano responsabilità e chiedevano all’amministrazione comunale di mettere sotto vigilanza le sorgenti. Il Comune, per non dare loro troppo fastidio, fece solo un’ordinanza per limitare lo sversamento e si impegnò a mettere nuovi filtri a carbone attivo alle sorgenti. Fortunatamente le inchieste di Legambiente dimostrarono la responsabilità delle imprese, ma questo angosciante teatrino non ha mai smesso di andare in scena. Di nuovo torna in mente Taussig, quando sostiene che lo Stato colombiano era “una buffonata, uno spettacolo di marionette”. La sudditanza del Comune di Carrara alle imprese del marmo è talmente evidente e storica che “lo spettacolo di marionette” è un’immagine perfetta. Pochi mesi fa, quando il Comune ha presentato il nuovo “regolamento degli agri marmiferi” (notare che si parla del marmo come qualcosa di coltivabile e non di finito), gli industriali hanno reagito come se nulla al mondo potesse intaccare il loro modo di lavorare. Le imprese hanno avviato immediatamente 50 contenziosi legali per opporsi ad un regolamento, tra l’altro, per nulla rivoluzionario, che i movimenti ambientalisti locali hanno mostrato essere in perfetta continuità col passato. Ma nulla deve intaccare lo status quo e nessuno deve permettersi di dire nulla: no alternative. La cosa interessante è stato l’atteggiamento del Comune, il tono, quasi di scuse, con il quale ha risposto, auspicando maggiore collaborazione con le imprese. Si veda Come le cave inquinano le sorgenti, a cura di Giuseppe Sansoni, Legambiente Carrara, 2006; per il regolamento https://athamanta.wordpress.com/2020/05/03/zoom-regolamento-agri-marmiferi/
[36]Si veda https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/09/28/ansia-da-prestazione-dopo-il-confronto-con-thunberg-cingolani-si-promuove-non-ce-greta-che-tenga-il-fuorionda/6336002/ .
[37]Anna Lowenhaupt Tsing, Il fungo alla fine del mondo, Keller, Rovereto, 2021.
[38]«La loro costruzione modulare è la quintessenza della modernità: un’architettura cooperativa, distribuita, senza centri di comando, capace di resistere alla perfezione a ripetuti eventi catastrofici senza perdere funzionalità e in grado di adattarsi con grande rapidità a enormi cambiamenti ambientali», Stefano Mancuso, Plant revolution. Le piante hanno già inventato il nostro futuro, Giunti, Firenze, 2017.

Bielorussia, la fine dell’umanità alle porte di casa nostra

 

La foto in copertina (Foto di Dire.it – https://www.dire.it/) mostra tutto l’essenziale. Povere persone, famiglie, in fuga da paesi distrutti da guerre, coperte con mezzi di fortuna, inermi, affamate e semiassiderate (qualche giorno fa un bambino di un anno è morto di freddo). Il confine è quello tra Bielorussia e Polonia. A fronteggiarli, la guardia di frontiera polacca in assetto di guerra, come dovesse contrastare l’invasione di un esercito nemico.

La Bielorussia accoglie i migranti in fuga dal Medioriente (siriani e iracheni di etnia curda, soprattutto), offrendo loro visti turistici per farli atterrare nel paese – ma con la “promessa” di farli arrivare in Germania –  attraverso pacchetti della compagnia aerea di bandiera. Poi li addossa al confine con la Polonia, che non li vuole e progetta la costruzione di un muro. Nel frattempo le persone – attualmente alcune migliaia – che non riescono ad attraversare di nascosto il confine restano al freddo, soffrono e muoiono. Il dittatore bielorusso Lukashenko accusa l’UE di non avere un cuore perchè rifiuta di accogliere i migranti, che secondo lui vogliono approdare in Germania. La Germania tratta con lui, mentre l’Unione Europea accusa la Bielorussia di usare i migranti come strumenti di ricatto contro l’Europa che ha proclamato “sanzioni” contro il regime di Lukashenko. La Polonia vieta a Frontex (l’agenzia europea che si dovrebbe occupare del controllo della gestione delle frontiere) l’accesso alle zone dove sostano i migranti. Il vero braccio di ferro è sulle forniture di gas. Lukashenko minaccia di chiudere il gasdotto che passa dal suo paese per portare il 20 per cento del gas russo all’Europa. Putin, che appoggia Lukashenko, al contempo nega che un’ipotesi di blocco delle forniture possa mai verificarsi. L’Europa per correre ai ripari dovrebbe rivolgersi a fornitori alternativi (Norvegia, Libia). Nel frattempo il prezzo del gas sale.

Tra il primo ed il secondo paragrafo di questo articolo passa tutta la differenza tra l’essenza in-umana dei fatti e la gerarchia degli interessi in ballo. Tuttavia i due concetti non sono scollegati, bensì interdipendenti. La foto comunica una enorme disumanità della politica, che non riesce a (o non vuole fino in fondo) salvaguardare la salute e la vita degli esseri umani più deboli, compresi i bambini. Ma si potrebbe dire che questi esseri umani vengono sacrificati per il nostro benessere? Si potrebbe affermare che queste persone vengono lasciate al freddo in una foresta ostile per evitare a noi di rimanere al freddo nelle nostre case? Forse no. Però, se pensiamo a quanto le regolari forniture di gas e petrolio influenzano la produzione delle nostre fabbriche ed il lavoro di migliaia di persone; se pensiamo a quanto può incidere, sul bilancio familiare, un’impennata nei prezzi di queste materie prime, dovremmo trarre una conclusione meno drastica, ma non priva di cinismo. E’ un ragionamento cinico quello che induce il dittatore Lukashenko a utilizzare queste persone come arma di ricatto verso l’Unione Europea. Ma questo cinismo avrebbe la medesima forza ricattatoria, se dall’altra parte i ricattati accettassero il rischio di far subire ai loro cittadini le conseguenze di una (temporanea) crisi energetica?

«Certamente non ci facciamo intimidire dalle minacce di Lukashenko. L’autonomia in campo energetico nel medio termine sarà fondamentale e nel breve termine certamente dobbiamo lavorare per utilizzare al meglio le relazioni esistenti sia con il Nord Africa, che con la Norvegia e con la Russia». Parole di Paolo Gentiloni, commissario europeo all’economia. A voi sembrano parole rassicuranti? Personalmente le trovo scivolose. L’autonomia energetica “sarà fondamentale”. Potrebbe voler dire che, attualmente, l’autonomia energetica è un obiettivo, ma non una certezza. Qualcuno è così puro di cuore da pensare che l’Unione Europea non sarebbe in grado, se davvero lo volesse, di mettere in ginocchio il gambler bielorusso? Ma dietro Lukashenko c’è Putin. La Russia finge di fare da mediatore tra Europa e Bielorussia, in realtà utilizza la Bielorussia come avamposto per estendere la propria influenza (anche territoriale: ricordate l’invasione della Crimea?) ai confini di Stati, come la Polonia, che attualmente sono alleati (scomodi) dell’Unione Europea. Il muro di Berlino è stato abbattuto nel 1989, la cortina di ferro e il Patto di Varsavia non esistono più, ma la Russia sembra in grado di esercitare una forza crescente al cospetto di un’Europa debole, divisa, capace solo di un’ unione monetaria cui non ha fatto seguito nè un’ unione politica, nè economica, tantomeno sociale (ne parla anche Daniele Lugli, qui).

Il diritto occidentale garantisce la libera circolazione delle merci e dei capitali, ma ostacola la libera circolazione delle persone, soprattutto di quelle rese profughe da conflitti spesso alimentati dalle stesse democrazie occidentali. Nel frattempo gli ultimi, gli incolpevoli, gli indifesi, soffrono e muoiono, paradossalmente (e purtroppo non è la prima volta) individuati come nemici dai neofascisti, che non trovano di meglio che prendersela con gli ultimi, anzichè con i primi. E’ un mondo che ricostruisce muri per le persone, e contemporaneamente consente ai soldi di andare dove pare a loro. Davvero si fatica ad immaginare qualcosa di più disumano di questa costruzione umana.

Quel filo spinato che ci avvolge
mentre l’Europa delle parole va in fumo

 

Tra Polonia e Bielorussia è in atto un altro episodio di guerra fredda caratteristico del secolo americano. La Russia spinge migranti alle frontiere dell’Ue probabilmente aiutata dalla Turchia a cui avrà fatto concessioni per qualche azione che consolidi le sue posizioni in Siria. Lo fa utilizzando quello che è un vero e proprio stato cuscinetto, la Bielorussia, l’ultimo che gli è rimasto dopo aver praticamente perso l’Ucraina a favore degli americani.

Perché lo fa. Cerca di assicurarsi il suo spazio vitale, di alleggerire il contenimento che stanno attuando gli Usa in un tentativo continuo di accerchiamento e di sfondamento delle classiche linee di difesa che furono sovietiche. E’ chiaro che le forze in campo sono a suo sfavore, la Nato può permettersi esercitazioni congiunte ai confini russi, in particolare nei Paesi Baltici dove spesso stazionano anche uomini e aerei italiani pronti a difendere l’Europa dai barbari, e allora Putin usa i migranti per creare scompiglio, rompere l’accerchiamento e poter anche accusare l’Ue di ipocrisia nelle sue politiche migratorie.

La Polonia costruirà un muro di 110 Km che la dividerà dalla Bielorussia e soprattutto dai migranti che vi stazionano desiderosi di raggiungere la civile Europa dei sogni. Progetto approvato dal Parlamento locale ma anche benedetto dal presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, quello che aveva a suo tempo preso il posto a sedere alla signora Von Der Layen alla presenza di Erdogan.

Michel aveva aperto in un discorso a Berlino a muri e filo spinato per bloccare i migranti in arrivo dalla Bielorussia che suona come un’apertura all’uso di fondi Ue per nuove barriere che ha spiazzato i più attenti osservatori, ma anche la stessa Von Der Layen.

E anche la Lettonia si affretta ad approvare la costruzione di un muro ai confini con la Bielorussia, insomma contemporaneamente ai festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino e la fine della vecchia guerra fredda ci si affretta a costruirne altri, quasi a dimenticare le critiche europee al muro con il Messico tanto voluto da Trump e lasciato al suo posto da Biden, segno che i muri ci appartengono.

Ci sono conflitti geopolitici in atto che imperi reali (Usa), imperi legati al passato ma desiderosi di nuovo splendore (Russia e Turchia) e imperi del futuro (Cina) stanno combattendo, in Europa e sugli Oceani, ognuno come può e con i mezzi a disposizione. Di questi, solo gli Usa sono presenti dappertutto, contengono la Russia in Europa e la Cina nell’ Indo-Pacifico, sfruttano le mire espansionistiche di Erdogan nel Mediterraneo e nei Balcani. Per i loro scopi strategici utilizzano a piacimento i paesi vassalli, come l’Italia che si lancia in operazioni oltre confine senza interessi nazionali da difendere, e la Nato tutta, per ribadire che l’Europa è americana oppure non è.

Ma oltre alla geopolitica esiste l’essere umano ed esiste una striscia di terra tra Polonia e Bielorussia, fatta di carne e sangue, di adulti e bambini, di terra bagnata e di donne incinte. Fatta di un’umanità sofferente dietro ai fili spinati, ai muri in costruzione, ai traumi delle botte alle frontiere e ai sogni infranti che non solo Putin e Erdogan si dovranno intestare. C’è Biden e c’è tutta l’Europa che è pronta a mostrare i muscoli, a “contenere” i nemici immaginari o reali con i caccia ultima generazione e le esercitazioni continue con la pretesa di essere migliori.

Europa capace di andare e rimanere in Afghanistan vent’anni in una missione fallimentare senza propri interessi strategici o tattici da difendere e capace di gridare al successo perché l’evacuazione è stata fatta in poco tempo e senza particolari traumi, tranne ovviamente per quelli attaccati agli aerei e caduti nel vuoto.

Ma quando arriva il momento di dimostrare di essere davvero qualcosa in più, quando la differenza tra ciò che dici e ciò che fai si materializza dietro l’ennesimo confine, l’Europa delle parole va in fumo. La miglior cosa che riesce a fare è costruire muri, accusare gli altri, trovare giustificazioni, accampare pretese.
E nel frattempo, in mezzo a tante parole, uomini e donne e bambini lasciati al freddo e alla fame per giorni, settimane e forse mesi, tra questi magari afghani che si era giurato di difendere, accompagnare al progresso e alla democrazia. Sarebbe bastato, e sicuramente basta ancora, accoglienza e un pasto caldo.

La Rete per le Fragilità al Comune di Ferrara:
serve una politica più incisiva per il contrasto alla povertà

 

Alla cortese attenzione del Direttore
Gentilissimo,
a seguito del faticoso percorso intrapreso dal movimento che è stato messo in essere dal centro di ascolto Borgovado,
il gruppo Rete per le fragilità chiede ospitalità sul suo giornale.
A gennaio scorso è stata convocata la IV Commissione Consiliare presieduta dal prof Tommaso Mantovani per dibattere la questione Emergenza freddo e povertà, cui abbiamo partecipato insieme agli enti e assessorato preposti.
Alcuni importanti obiettivi sono stati raggiunti, ma altre questioni molto determinanti risultano ancora poco chiare sulla modalità di intervento .
E’ perciò che richiediamo un secondo appuntamento in Commissione Consiliare per capire e cercare soluzioni reali e concrete nei confronti di coloro che per vari motivi si trovano in condizioni critiche e che devono essere aiutati, senza distinzione, semplicemente perché sono esseri umani.
A seguito le firme di cittadini che in vario modo e impegno si occupano di questa vasta problematica e appoggiano le nostre richieste.
Ringraziamo per l’ospitalità e salutiamo cordialmente
Patrizia Di Mella e Cristiana D’Amore per il gruppo ‘Rete per le fragilità’
(Viale K, Filippo Franceschi, Emergency Ferrara, Migrantes e Centro di Ascolto Borgovado) 

e inoltre:
Nadia Nardini
Biagia Cobianchi
Dario Poppi
Bruna Grasso
Tiziano Tagliani
Paola Cristofori
Eleonora Tartarini
Mattia Montanari
Asia Capozza
Andrea Bonora
Giorgio Miotto
Edoardo Giberti
Maria Rosaria Galdi
Vincenzo De Simone
Elisabetta Venturi
Guglielmina Barlati
Giacomo Ferraresi
Maria Teresa Lucci
Leonardo Badia
Gloria Borghi
Emanuele Pecorari
Bernardetta Forini
Giorgio Forini
Lucia Albanese
Roberto Cassoli
Secondo Ferioli
Anna Missanelli
Laura Chiappini
Elisabetta Bolognesi
Davide Nanni
Luigi Perfetti
Beatrice Virgili
Livia Bonfà
Giovanni Ferraresi
Anna Maria Faccini
Ornella Catozzi
Nicola Martucci
Giuliano Campana
Cristina Zanella
Luigi Rasetti
Maria Calabrese
Nora Lhomy
Alessandro Tagliati
M.Patrizia Pareschi
Laura Roncagli
Roberta Verri
Chiara Ferraresi
Alessandra Muntoni
Lucia Castelli
Luciana Mattioli
Mauro Presini
Corinna Mezzetti
Paola Cocchi
Arianna Chendi
Corrado Oddi
Beatrice Faccini
Alessandra Chiappini
Elisabetta Bondanelli
Greta Giberti
Alessandra Mambelli
Anna Maria Fioravanti
Maria Cristina Squarzoni
Luca Marzola
Alessandra Scida
Guia Coceancig
Nicoletta Mastrantonio
Claudio Orlandi
Ilaria Ferioli
Chiara Alberani
Monica Borghi
Federico Malfaccini
Marco Ferraresi
Lia Ronconi
Vittorio Lazzerini
Damiano Furini
Gaia Aragrande
Giulia Tessarolo
Serena Cavallari
Mattia Vallieri
Francesco Raimondo
Rita Conato
Chiara Chiappini
Daniela Salvi
Mario Manca
Massimo Faggioli
Mario Bonati
Alda Caranti
Tito Cuoghi
Silvia Sansonetti
Nadia Migliari
Claudia Zanotti
Caterina Selvatici
Michele Rizzoni
Paolo Santarelli
Nadia Benazzi
Mara Salvi
Donatella Verna
Roberta Rizzati
Roberto Pavani
Cecilia Bolzani
Grazia Satta
Francesco Monini
Emanuela Cavicchi
Michele Capozza
Roberto Liguori
Giorgio Forini
Elena Molinari Tosatti
Raffaella Lucci
Donatella Palchetti
Stefania Santi
Mario Manca
Lucia Forini
Gaetano Zanghirati
Emmaus
M.Claudia Canella
Michele Rizzoni
Silvia Mastrangelo
Giovannella Borgatti
Giuliana Andreatta
Luisa Lampronti
Chiara Tassinari
Giuliana Castellari
Mariasole Perrone
Francesca Di Vece
Cesira Ghinatti
Meris Cavazzini
Diana Alberghini
Albertina Margutti
Marinella Bonazza
Silvano Graffeo
Roberto Cassoli
Valerio Taribello
Patrizia Lucchini
Dino Mazzon
Zanetti Valeria
Carla Occhiali
Francesca Pedrazzi
Manuela Fantoni
Maria Rosa Parenti
Aida Ferri
Odilia Gavioli
Antonella Zambonati
Claretta Schiavina
Ottavia Gallerani
Daniela Bonazza
Giovanna Marchianò
Laura Gulinati
Ornella Farinelli
Nevio Zagatti

Al Presidente della IV Commissione Consiliare
prof. Tommaso Mantovani
e ai gruppi consiliari
Come rappresentanti della ‘Rete per le fragilità’ impegnati con famiglie che versano in gravi difficoltà sociali siamo a richiedere un secondo incontro della quarta commissione consiliare su questo tema.
Riteniamo opportuna la convocazione della commissione consiliare per allargare il confronto e l’approfondimento a tutte le rappresentanze dei gruppi politici della città per sensibilizzare e proporre un metodo comune e condiviso di agire, perchè siamo tutti
convinti che questa sia una questione trasversale che riguardi la cittadinanza intera.
Dopo l’incontro online con l’assessora Coletti del 27 maggio scorso in cui sono stati trattati il tema della seconda accoglienza, già affrontato nella prima riunione della quarta commissione del 14 gennaio, e la nuova questione pratica legata alla residenza dei senza fissa dimora, non ci è chiaro se e come questa amministrazione voglia rispondere ai bisogni delle persone ospiti dei dormitori.
Circa la seconda accoglienza, chiediamo che ci venga fornita documentazione sugli immobili di via dei Baluardi n 27, di proprietà demaniale e ristrutturati dalla prefettura, che ci risultano abitabili ma non utilizzati. E di altri immobili che potrebbero essere messi a disposizione da parte del Comune per allargare i posti di seconda accoglienza.
Vorremmo infatti capire meglio come sono utilizzate le risorse indicate nel corso della precedente riunione quantificate dall’Assessora Coletti in 700.000 euro per la povertà e conoscere se vi sono ulteriori risorse (anche da parte dello Stato o della Regione) per poter affrontare nuove situazioni di povertà.
L’utilizzo di ulteriori appartamenti/strutture permetterebbe di liberare in parte i dormitori attualmente sovraffollati ed avviare percorsi di autonomia anche attraverso tirocini formativi per il reinserimento sociale ed economico delle persone.
Preme inoltre capire come possiamo interpretare (anche se il bilancio non risulta ancora approvato dall’assemblea dei soci) la riduzione di 412.000 euro rispetto al preventivo del Progetto povertà sul bilancio di ASP (riportato dalla Nuova Ferrara del 9/5/2021) per interventi non avviati e posticipati: quali?
Alcune delle problematiche emerse dal primo incontro della commissione sono state risolte (tamponi e accoglienza covid, oltre che l’aggiunta di nuovi posti letto) ma l’intervento deve proseguire ed essere tempestivo per non arrivare ad una ulteriore emergenza sociale.
Anche la buona prassi della residenza fittizia concessa alle persone in accoglienza chiediamo venga proseguita per consentire alle persone di godere concretamente dei propri diritti.
La pandemia ha creato un’importante crisi economica che può degenerare in una bomba sociale. Invitiamo l’amministrazione comunale a strutturare, entro breve tempo, delle strategie per rispondere ai bisogni primari degli strati più deboli della popolazione per evitare che la disperazione cresca ed esploda con conseguenze gravi che si ripercuoterebbero sull’intera collettività.
In attesa che ci venga comunicata la data dell’incontro porgiamo saluti cordiali.
Patrizia Di Mella e Cristiana D’Amore per Rete per le fragilità

Gli incontri di Macondo: “Le vie dei migranti”
In diretta Zoom, lunedi 10 aprile ore 20

L’Associazione Onlus Macondo per l’incontro e la comunicazione tra i popoli [www.macondo.it] propone un incontro-evento sullo scottante tema dei migranti, mettendo a fuoco la drammatica situazione dei disperati, uomini donne e bambini, che invece del Mediterraneo cercano salvezza percorrendo la Rotta Balcanica, e dove si incrociano gli interessi economici e politici degli Stati coinvolti (Turchia, Bosnia, Slovenia…) e il silenzio assordante dell’Italia e dell’Europa.
L’appuntamento online, aperto a tutti, è per lunedì 10 maggio 2021 – dalle ore 20:00 alle 21:30
Titolo dell’incontro-evento:
«Le vie dei migranti. Un popolo di uomini, donne e bambini che cerca uno spazio di vita dignitoso tra i viventi».
Introduzione:
Gaetano Farinelli – presidente dell’Associazione Macondo
Relatori:
Stefano Bleggi – Coordinatore del progetto Melting Pot Europa
Giuseppe Pederzolli – Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino
Giovanni Marenda – Collettivo Rotte Balcaniche Alto Vicentino
Moderatrice:
Monica Lazzaretto Miola – componente la segreteria nazionale di Macondo
Al termine della relazione – interventi dei partecipanti.
logo macondo
Per collegarsi all’evento clicca sul seguente link:
https://zoom.us/j/94282739340?pwd=Q1V0YlpMY242NDR4THZ5bmkyY0dBdz09
Id riunione: 942 8273 9340 – passcode: 878411
Cover: Drehscheibe Köln-Bonn Airport – Ankunft Flüchtlinge 5. Oktober 2015 (su licenza wikimedia commons)

FERRARA SI CONFRONTA SUI NUOVI PAESAGGI MIGRATORI
Un convegno che diventa piazza dell’amicizia sociale

Meno male che il numero 19 è ancora possibile associarlo  a eventi straordinariamente belli come il Convegno Franco ArgentoCulture e letteratura dei mondi. Si è tenuto venerdì 4 dicembre grazie  all’impegno costante del CIES Ferrara e della Associazione Cittadini del mondo, con la collaborazione del Comune di Ferrara e dell’IT “V.Bachelet” e con il  patrocinio del MIUR. Il titolo: Nuovi paesaggi migratori.
Si è tenuto nella forma del collegamento su piattaforma Youtube, ma dico subito che è stato possibile percepirlo non come un evento “a distanza”, al contrario. Si sono avvicendati relatori di provenienza, età e formazione culturale diversa: tutti generosi nel far sentire la loro voce e le parole, tutti capaci di coinvolgere gli uditori come attirandoli dentro uno spazio comune, dematerializzato ma palpabile. Ho provato entusiasmo.

Ora vorrei andare con ordine e dare conto della impeccabile conduzione di Paolo Trabucco e degli interventi, anzi mi verrebbe la tentazione di scrivere gli atti del Convegno. Non ho qui lo spazio per farlo e non è detto che ne darei il resoconto più efficace. Alessandro Manzoni insegna: ha evitato di scrivere un secondo libro, pienissimo di ragionamenti, obiezioni e risposte alle obiezioni sul suo I Promessi Sposi, nella convinzione “che di libri basta uno per volta”.
Mi allineo e decido di riportare i momenti che mi hanno entusiasmata. Tanto, il convegno è stato una fucina di idee, di dati rigorosi e di scenari sulla contemporaneità, una rete di pensieri liberi che mi fanno muovere dentro a una piazza ideale. In qualunque punto avvenga il mio ingresso, qualunque sia il percorso che faccio dentro la piazza posso assorbirne le voci e portarle a mia volta in giro caricandole di altre conoscenze, di aspettative e di speranza. Potrebbe essere intitolata all’orizzonte semantico del Convegno e chiamarsi Piazza dell’amicizia sociale. Ci potrei incontrare due insegnanti che hanno, il primo creato, il secondo animato le precedenti edizioni del Convegno: Franco Argento e Alberto Melandri.

Ascolto l’intervento dell’antropologo britannico Iain Chambers, autore tra gli altri del testo Paesaggi migratori, uscito in Italia una prima volta nel 2003 e di nuovo nel 2018, a cui si ispira il titolo del Convegno. La parola migrazione è utilizzata da lui  in modo ampio e libero: la migrazione non riguarda solo il nostro presente, è fenomeno antico, allo sguardo esperto del relatore risulta essere un elemento centrale nella formazione della modernità. La migrazione non segue e non ha seguito soltanto le rotte dall’Africa verso l’Europa, ma linee di movimento diverse e direzioni di marcia opposte a quelle che ci dicono gli stereotipi da cui siamo bendati. L’esempio che fa Chambers riguarda l’Algeria,  dove nel secolo scorso si erano trasferiti circa un milione di stranieri, tra cui numerosi nostri connazionali.
Algeria, così come Tunisia e Libia,  significano Mediterraneo, quel Mare Nostrum che da due millenni almeno viene mappato sulla base di categorie culturali ed economiche eurocentriche. Chi ha diritto di definire, di narrare la storia del Mediterraneo? Perché non superare l’ottica del colonialismo e attivare punti di vista differenti, restituendo simmetria al potere della narrazione, e riconoscendo per esempio alla lingua araba la legittimità di leggere l’assetto attuale di questa area del mondo? E poi, insieme alle lingue e alle letterature, quali mondi e quali integrazioni possono mettere in luce le altre arti! Quale viatico per leggere la complessità del nostro presente. Scorrono sul video immagini di danze, ascoltiamo un brano musicale intenso.  Mentre avverto che la voce e la musica della cantautrice palestinese Kamilya Jubran non mi sono familiari, penso che lo possono diventare.

Intervengono alcuni studenti del Liceo Carducci e più tardi altri del Liceo Ariosto e dell’Istituto ITI Copernico. Scopro che ‘gli Ariosti’ sono di una classe meravigliosa che ho lasciato due anni fa. Ora sono in quarta e li ritrovo sempre sensibili e preparati. Sono commossa, ma questa è un’altra storia.
Qui tutti i ragazzi che parlano sono informati, intensi e propositivi. Riportano l’attenzione al mondo che ci è più vicino, alla nostra provincia, alla nostra città, al Quartiere Giardino sul quale sono stati pubblicati due testi: la Guida turistica e Il viaggio in un quartiere multietnico. Nei loro interventi  sondano le cause della integrazione difficile tra ferraresi e immigrati, forniscono dati ma soprattutto aprono nuovi scenari in cui le differenze sono fonte di ricchezza per la comunità. Espongono le tante attività svolte negli ultimi tre anni da classi di ogni ordine di scuola, da circa mille studenti del nostro territorio. Raccontano le loro esperienze di incontro e di scambio con giovani come loro, con giovani stranieri carichi di storie. Come Kelvin, che viene da una città del Brasile e a Ferrara ha frequentato i corsi del Centro per l’istruzione degli adulti. Kevin propone di rivalutare il Quartiere Giardino anche attraverso le attività artistiche; come lui i ragazzi dell’ITI Copernico sembrano essersi messi d’accordo con Chambers e si esprimono cantano un pezzo rap di cui hanno composto il testo, un intenso testo poetico.

Si alternano ai giovani altri relatori esperti. Resto colpita dal taglio che Federico Faloppa ha dato al suo progetto Beyond the border, dove il concetto di confine viene presentato come uno spazio complesso che non coincide con la linea di frontiera comunemente intesa, ma comprende le aree in cui sostano le persone che migrano, le condizioni in cui vivono nel momento del passaggio, le azioni di controllo su di loro, le sovrapposizioni di lingue e di culture in movimento. I confini sono inoltre di vario tipo: ci sono confini visibili, quelli tracciati sulle carte geografiche, e confini che non si vedono, come quelli interni alle società, segnati per esempio dalle isoipse socioeconomiche.
Ce ne sono nella stessa città di Ferrara, come è emerso dalle parole degli studenti, e separano non solo i ferraresi rispetto agli immigrati ma anche i ferraresi tra loro.
I confini sono altresì studiati da Faloppa  come luogo di interrelazione, come spazio sociolinguistico della intermediazione. Quante lingue parlano correntemente molti migranti, che andrebbero valorizzate e condivise; quanti cartelli scritti in più lingue nei punti di passaggio tra un paese e l’altro, sulle barriere che i migranti cercano di superare mentre sono in fuga da guerre e violenze. Osservo le immagini di individui aggrappati a grappoli alle reti che li separano dalla loro meta, dal paese a cui vorrebbero accedere. Sono senza individualità e senza nome.

Sono flussi, ci ricorda Tahar Lamri: un’altra parola tutt’altro che innocente con cui sono designati. Da chi? Dalla lingua corrente con il suo appiattimento lessicale, dalle testate di alcuni giornali e da altri media. Occhio ai media, allora. Ecco i contributi del gruppo che si è costituito a Ferrara  nel 2010 per costituire un osservatorio sulle discriminazioni verso gli stranieri  che appaiono sui giornali e sugli altri mezzi di comunicazione. Ritrovo Adam e Shazeb: quanta strada hanno fatto le loro indagini sugli stereotipi, sulle fake news, sui titoli dei quotidiani che demonizzano i migranti; quanti incontri nelle scuole, quante pubblicazioni. L’ultimo loro report si occupa di etnic profiling, cioè della tendenza delle forze dell’ordine a intensificare i controlli sulle persone che appartengono a minoranze etniche. In questo periodo Covid, i giornali si sono occupati spesso dei controlli effettuati a causa della emergenza sanitaria; spesso questi controlli sono  mirati sugli stranieri e finiscono per includere i loro documenti e i permessi di soggiorno, come evocando il binomio immigrato uguale contagio.

Eppure, come anche Ibrahim Kane Annour ribadisce col suo stile accorato, sono migranti anche gli svizzeri, i canadesi o gli statunitensi che vengono in Italia. La migrazione resta il sintomo inevitabile degli squilibri tra le aree del pianeta, smettiamola con lo stereotipo del migrante che viene dall’Africa e magari porta con sé il pericolo di malattie. I migranti portano altresì nuove risorse, contribuiscono alle economie dei paesi di arrivo, hanno diritto di esserne parte come cittadini a pieno titolo.

Poi parla Nader Gazvinizadeh: è graffiante come lo ricordavo e attorno alla sua voce il silenzio sembra rapprendersi in una concentrazione totale su di lui. Ha ascoltato con attenzione tutti i precedenti interventi e dice agli studenti e ai giovani di Occhio ai media: per ognuno di voi ci sono migliaia di schiavi che lavorano nelle campagne del sud. Va guardata in faccia la realtà: il problema non è il razzismo, lo sono i crimini fatti in nome del razzismo. Dice: ammetto di essere razzista e per questo devo conoscere e combattere il mio razzismo; a questo scopo devo usare il mio coraggio, non per sbandierare il principio di uguaglianza e fuggire con ciò la diversità.
Come ha detto Chambers, le differenze possono coesistere in uno spazio senza separazione. I confini nel progetto illustrato da Faloppa sono aperti, sono porous borders.

Non posso non riportare almeno le fonti seguenti:
SITO CIES Ferrara: comune.fe.it/vocidalsilenzio/index.htm
Ultimo report di Occhio Ai Media [Vedi qui]

  • Iain Chambers, Paesaggi migratori: cultura e identità nell’epoca postcoloniale, Meltemi editore, 2003 e 2018
  • AAVV, Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara, Este Edition, 2020
  • AAVV, Il Quartiere Giardino di Ferrara. Guida turistica. Edizione multilingue, Este Edition, 2019

CONTRO VERSO
Filastrocca delle lacrime e dei naufragi

Poche volte mi sono discostata dalle storie di bambini e famiglie conosciuti in udienza oppure attraverso la cronaca. Questa è una di quelle volte.
Scritta dopo il naufragio del 18 aprile 2015 nel quale hanno perso la vita tra le 700 e le 7000 persone, la filastrocca resta attuale e il punto non è il numero di vite uccise.

Filastrocca delle lacrime e dei naufragi

Son gocce dentro al mare.
I sorsi più salati
li voglio dedicare
a quelli mai arrivati.

Al bimbo che cercava
un posto per studiare,
all’uomo che sognava
un luogo per campare.

Piango per 700,
per 7 o 7000
piango per ogni uomo
stipato in quella fila

di volti martoriati
di corpi ormai perduti
di sogni naufragati
di figli sconosciuti.

Piango per il più orrendo
di tutti i bastimenti,
un barcone tremendo
di compaesani deficienti

perché chi si separa
anche dalla pietà
mi sta rubando l’aria
e non lo voglio qua.

Portatemelo via
in Libia o in Tunisia,
costretto su un barcone
d’incerta destinazione.

In gita in mare aperto
o a spasso nel deserto
di giorno, e notte e giorno
col dubbio del ritorno.

Adesso chiedo scusa
dei versi esagerati
ma non mi sembra un merito
se è qui che siamo nati.

O forse ve l’ho detto
sommersa dal disagio
di constatare l’uomo
perduto nel naufragio.

Scartare la paura
affondare l’odio
Rifiutare la paura
bombardare l’odio
Fermare la paura
Navigare l’odio
Annichilire la paura
Trasformare l’odio

Chi perde la vita nel Mediterraneo fa naufragio, ma non è il solo

DI MERCOLEDI’
I libri sono oggetti perfetti, scatole di storie

Di mercoledì una settimana fa a Mantova è cominciato il Festivaletteratura, giunto alla ventiquattresima edizione. Ho perlustrato il programma con avidità, prima di scegliere sabato 12 settembre come mio giorno mantovano. Ne scrivo quando questo giorno è appena passato, e che giorno. Marina è venuta con me e ha fatto la scoperta del Festival; che bella atmosfera abbiamo condiviso tra uno scrittore in presenza, anzi due (Fabio Geda e Sandro Veronesi) e un collegamento web con l’immenso Noam Chomsky.

L’aria che si respira a Mantova tra il mercoledì e la domenica del Festival è sempre stata questa: un concentrato di idee, di parole, di riflessioni che riempiono la città. I tanti luoghi deputati agli eventi sono come dei catalizzatori, attorno si può sentire passando il loro effetto alone, si sentono spezzoni di idee col loro richiamo. Poi negli spazi tra un evento e l’altro vive la città con la sua leggerezza di fine estate, tutto è animato: bar, negozi, stand di gadget e pubblicità. Dimenticavo, ristorantini e gelaterie. Convivono che è un piacere la leggerezza di chi passeggia per godersi il centro, così bello, e il magnetismo che si sprigiona dagli incontri tra intellettuali e pubblico. Magari lì a due passi, sotto un tendone o nel cortile del Castello.

Marina sentiva con me la forza, dicevamo insieme ‘la catena delle idee’ che ci passava accanto e si poteva afferrare con presa sicura. Quasi un fatto fisico. Un bel passo avanti, dopo i lunghi mesi passati, in cui abbiamo caparbiamente insegnato da casa, lei Inglese e io Italiano, ai nostri studenti diventati dei pixel su uno schermo. Senza il contatto diretto, senza vedere cosa c’è sotto il piano della scrivania, mentre parli, o mentre ascolti, o scrivi appunti. E invece. Nell’incontro di sabato si è vista bene la giovialità di Geda dai suoi gesti rassicuranti verso Enaiatollah, che gli sedeva accanto e pareva piuttosto emozionato prima di prendere la parola. Si è vista bene la nonchalance di Veronesi, giunto al suo secondo premio Strega, che simpaticamente ha manifestato la sua soddisfazione e ha evitato di apparire tronfio, trasformandola nella metafora del gioco del tennis. Pare che ora potrà chiedere ad Adriano Panatta di giocare con lui, non mi sembra poco….

Non ho un libro particolare a cui fare riferimento, stavolta si parla di ‘libri’. Non dico ‘parlo in prima persona’, perché ne hanno discusso i relatori sopra nominati a Mantova e io mi inserisco nello spazio delle loro sollecitazioni. Si parla dunque del libro come prodotto di una intenzione e del libro come oggetto.

Geda ed Ena hanno spiegato ampiamente come mai hanno deciso di scrivere Storia di un figlio, che continua la narrazione incominciata undici anni fa con Nel mare ci sono i coccodrilli, uscito nel 2010. Un bel libro, toccante e spontaneo, che mi ha conquistata e che è piaciuto anche agli studenti che ci hanno lavorato con me; nella loro spontaneità avrebbero voluto conoscere Ena di persona. Intanto Ena voleva smettere di incontrare il pubblico, smettere di ricostruire a ogni presentazione del libro la sua odissea durata quattro anni dall’Afghanistan all’Italia; sentiva il bisogno di concentrare le forze sul proprio presente, di costruirlo con nuove energie. Poi il passato si è ripresentato a chiedergli il conto, lo ha spinto a guardare indietro, a saldare tra loro gli anni del viaggio e quelli di oggi, a ricostruire la vita difficile che la madre e la famiglia rimasti in Afghanistan hanno condotto nello stesso lasso di tempo. A Mantova è stato lui a chiarire al pubblico la ragione che lo ha convinto a esporsi scrivendo, ancora una volta insieme a Fabio, un secondo racconto di sé, e la ragione è che si sente responsabile verso gli altri migranti meno fortunati di lui. Ena vive in Italia con lo status di prigioniero politico da ormai dieci anni, ha finito gli studi arrivando a laurearsi, lavora e ha una compagna. E’ ancora in attesa di risposta alla sua domanda per ottenere la cittadinanza italiana. Si interessa del suo paese, vorrebbe fare attività politica utile all’Afghanistan e alla etnia hazara di cui fa parte, ha contatti regolari con la famiglia. Nel dibattito con Domenico Quirico, che faceva da sagace moderatore dell’evento ha evidenziato una conoscenza e un coinvolgimento totali nelle cose afghane. Dunque la responsabilità e l’impegno: su questo si regge il progetto del suo racconto numero due.

Quattro ore dopo nella stessa piazza Castello l’architetto e scrittore Sandro Veronesi, incalzato da Chiara Valerio, ha parlato, sia del suo ultimo libro, Il colibrì, vincitore del Premio Strega 2020, sia dei libri in generale come oggetti. Ha toccato anche altri temi per me avvincenti, come il rapporto tra narrazione e poesia, ma ora mi pare intrigante continuare a prendere in considerazione il libro. Ne ha scritti molti Veronesi, quando è uscito ho letto Caos calmo, vincitore dello Strega nel 2006, ora ho sul comodino Il colibrì e presto comincerò a leggerlo, col viatico privilegiato delle suggestioni che ha dato l’autore a Mantova.

“Che oggetti sono i libri? Sono oggetti perfetti” ho scritto nei miei appunti. Perfetti come il mattone, che per un architetto è un elemento fondamentale: i mattoni sono rimasti uguali a se stessi nei secoli, sono solo diminuite le dimensioni. Come del resto è accaduto ai libri che dopo Gutenberg e la diffusione dei volumi a stampa si sono fatti più piccoli e ora, nell’epoca della alfabetizzazione di massa, sono diventati tascabili. I libri sono uguali a se stessi e al tempo stesso estremamente versatili: hai tra le mani un parallelepipedo, lo stesso da almeno seicento anni, ma dentro puoi trovarci una infinità di contenuti diversi, di storie diverse.

I libri funzionano sempre, basta un po’ di luce che ne permetta la lettura. Per tutti questi motivi secondo Veronesi l’avranno sempre vinta sull’eBook. In più sono belli, si toccano con piacere e, aggiungo io, profumano, vanno annusati appena usciti dal cellophane. Da ultimo, in onore di Marina dirò last but not least, arredano. E giù con l’aneddoto di quando Veronesi lavorava presso una casa editrice (mi pare) ed elargiva copie di libri molto belli, ma rimasti invenduti a una platea di giovani ingegneri che stavano mettendo su casa e dovevamo allestire gli scaffali del soggiorno.

Sul libro come arredo ho le mie esperienze. Nel mio studio i libri sono identitari e occupano un posto molto pensato, ognuno per il contenuto che ha, ma anche per le dimensioni e il colore. Sono altrettanto convinta, però, di come arredino in modi diversi le case degli altri. Veronesi mi ha fatto proprio ridere con la storiella dei giovani ingegneri, ma avrei potuto aggiungere i libri che ho visto invecchiare sugli scaffali di certe sale da pranzo, tutti ancora nel loro cellophane e di altri volumi finti, fatti di legno e vuoti dentro che ho visto a casa di qualche compaesano. Facciamoci coraggio: una cosa in comune ce l’anno tutti quanti, ed è che vanno spolverati ogni tanto.

Ma torniamo alla lettura, per dire che raccolgo volentieri la sfida: vado al Festivaletteratura di Mantova dal 1999 e faccio incetta di stimoli a conoscere un mondo di libri. Questa volta i primi da leggere saranno i due di cui ho appena parlato. Anche il lettore, che è parte attiva nel circuito comunicativo instaurato dal testo, ha un suo progetto quando apre un libro e lo mette in relazione con quello dell’autore. Leggerò Storia di un figlio, cercando di conoscere più a fondo la famiglia di Ena, la sua etnia e il suo paese; prenderò in mano Il colibrì e dentro il parallelepipedo scoprirò le esperienze di vita di Marco Carrera, uno capace di sbattere le ali per mantenersi uguale a se stesso, e conservare la propria energia vitale ed essere resiliente. In fondo, si dice che ogni scrittore è autore di un solo libro. Anche il lettore: in fondo, ognuno di noi legge per sentire parlare dell’ universo mondo e per riferire ogni cosa a se stesso.

 

STESSA SPIAGGIA, STESSO MARE

Mi piace il mare, più in primavera e in autunno, che in estate. Almeno il mare a me vicino. C’è poca gente. Si cammina e si nuota tranquilli. Respiro meglio. È stata l’infanzia di mia nipote a farmelo apprezzare. Con lei andava bene pure in piena estate. Non è stato sempre così.

Mio padre compra un appartamentino, anni ’50, al Lido di Spina, il più meridionale dei lidi ferraresi, ancora ricco di verde e dune. Solo una volta stante l’insistenza familiare, allora studente del liceo, vado. Correttamente vestito di nero, giacca, cravatta, camicia bianca, fronte aggrottata per proteggere gli occhi dalla luce eccessiva, magra figura iettatoria, mi reco sulla spiaggia, tra corpi seminudi, unti, surriscaldati, sabbiosi. Nessuno si oppone a che torni la sera stessa in corriera. Mio padre, anni dopo lo vende, per acquistarne uno in montagna. Un cambio apprezzato.

Proprio al Lido di Spina continuo però a recarmi ogni anno, fuori stagione, in un piccolo appartamento in affitto, ora che mia nipote, giovane donna, preferisce altre compagnie a quella dei nonni. A mia moglie il mare è sempre piaciuto. E questo, anche se non è dei migliori, è pure vicino alla città. Ci sarei andato già a Pasqua, ma bisognava stare chiusi in casa. Così è stato fino alla fine di maggio. Il mio soggiorno si è ridotto. Qualcosa di buono ho ritrovato: Olga, vista nel settembre dello scorso anno. Ancora impegnata in un lavoro stagionale oltre che nello studio. Le ho inviato un piccolo video federalista, che l’incontro mi aveva suggerito. “Grazie. Mi ha fatto molto piacere”, mi ha risposto. Ho incontrato, ma una sola volta, l’amico dedito a raccogliere cocci di vetro e plastica abbandonata. Dovremmo farlo tutti. A rimarcare la peculiarità del periodo si vedono al suolo anche mascherine.

Non ho ritrovato i biacchi. C’era una tana proprio sotto la scala dell’appartamento e ho assistito ai loro amori, qualche anno fa, nel giardino sottostante il terrazzo. Da anni non tornano i gruccioni. Mancano molto. Non ricordo tafani quando c’erano loro. Non mancano invece le zanzare. Mi chiedo cosa facciano le nove specie di pipistrelli, che albergherebbero, protette, nella pineta. Mi si dice che un solo esemplare può mangiare migliaia di zanzare ogni notte. Questo dovrebbero fare e non addestrare i virus al salto di specie! Una considerazione di un bimbo, l’ho rivisto passare con la nonna anche quest’anno, me le rende, se non amiche, più vicine. L’anno scorso chiedeva alla nonna delle zanzare. “Le uova si aprono nell’acqua stagnante. Volano e succhiano il sangue per fare altre uova e poi muoiono”. “Che brutta vita!” ha commentato il piccolo.

In passato raccoglievo frasi e conversazioni di bimbi al mare. Quest’anno non ne ho avuto occasione. Solo un bimbo, in biciclino su un sentiero, al richiamo della nonna “Fermati quando arrivi alla strada”, risponde “Mi fermo quando voglio io!”. Meno interessano le conversazione degli adulti. Da segnalare una signora che informa l’amica – e chiunque si trovi a poche centinaia di metri – “L’ortopedico me lo diceva sempre Stia zitta signora”. Sembra compiaciuta. Mi trattengo dal dire “Per me l’ortopedico ha ragione”.

Dal mattino presto e a tutte le ore ci sono quelli che corrono e quelli che accompagnano i cani. Proprio sotto il mio balcone una coppia cerca di strattonare un grosso cane, che non vuole saperne, senza smuoverlo di un millimetro. “Va bene – dice la donna – andiamo al mare, solo a vedere. Il bagno non lo fai”. Il cane si avvia scuotendo il testone, “Staremo a vedere” pensa. Il marito borbotta: “Non mi piace dargliele sempre tutte vinte”. Una coppia più anziana con un cagnetto. “Per dove andiamo?”, chiede la donna. “Vediamo dove va lui”, risponde il marito. Lo seguono.

Coi cani ho da sempre un rapporto mediato da mia figlia, che non può farne a meno. Una mattina alle sette ho fatto il bagno con loro. A quell’ora solo loro e io siamo in acqua. L’acqua è trasparente. Si fa poi verdastra, fino al marrone pomeridiano. Il mattino è il momento migliore per il bagno. Nonostante la compagnia mi sento un po’ solo. Nessuno mi getta un bastone o mi fischia. Un po’ al largo schiaffeggio involontariamente una medusa. Mi ritiro precipitosamente senza conseguenze.

Un energumeno – il distanziamento osservato in spiaggia può non essere sufficiente – arringa un anziano, mite e civile signore. Per la pensione gli mancano cinque anni. La colpa è degli immigrati, che fanno arrivare genitori e nonni, ai quali siamo tenuti a dare la pensione a scapito degli italiani. L’altro gli augura di godersi la sua pensione, come lui sta cercando di fare. Son tentato di dirgli che non è così, ma uno sguardo me ne dissuade. Forse bisognerebbe avvertirlo che tanta foga potrebbe propiziargli un colpo, con conseguenze, se non mortali, fortemente debilitanti. Comunque non si è più visto nella spiaggia. Passano invece venditori di non so che, apparentemente inconsapevoli di far parte di una trama contro la pensione di un corpulento signore. Alla risposta “Non abbiamo bisogno di nulla”, replicano: “Un euro per un panino”. Che l’euro sia consegnato o no resta il disagio per una situazione che si potrebbe evitare. Non basta volerlo naturalmente, ma intanto occorre volerlo. Chissà se è passata la voglia di farsi selfie con una persona pericolosa e di pubblico scandalo, che amava sequestrare persone soccorse in mare e punire i loro soccorritori, in attesa di avere finalmente pieni poteri.

Questo articolo è apparso con altro titolo anche sull’edizione in rete della storica rivista del Movimento Nonviolento [www.azionenonviolenta.it]

DI MERCOLEDI’
Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Io Khaled vendo uomini e sono innocente è un libro duro. Oggi l’ho scelto per questa rubrica, perché può essere benissimo un libro d’occasione, nel senso che ben si attaglia al quadro confuso e tragico in cui stiamo vivendo. E’ un libro che parla della situazione attuale in Libia, di scafisti e di barconi carichi di ‘negri’, che partono verso l’Europa. Quando lo scorso settembre Francesca Mannocchi, l’autrice, ne ha parlato a Mantova in un evento molto partecipato del Festivaletteratura  mi ha colpito questa sua frase: “Dobbiamo alzarci al mattino e pensare ad affrontare la complessità, dobbiamo fare ginnastica mentale per essere in grado ogni giorno di affrontarla”. Lei e l’altro giovane giornalista Lorenzo Tondo stavano completando il proprio intervento su due situazioni piuttosto calde in terra d’Africa e su aspetti poco conosciuti del fenomeno migratorio; a quel punto Mannocchi ha ribadito quali risposte ha tratto dalle sue inchieste. Sono risposte soprattutto sul metodo che deve supportare un buon giornalismo. Non semplificare, avvicinare la complessa situazione della zona in cui si sta lavorando con occhi aperti su diversi punti di vista. Nutrire dubbi, fermarsi a riflettere sui nodi irrisolti. Non semplificare ciò che semplice non è. Succede anche troppo in giro per i media.

In effetti, quando ho letto il libro su Kahled il trafficante, per lavorarci con una mia classe e quando ne ho discusso con i ragazzi in due recenti lezioni on line, ho trovato davvero impegnativa la recente storia della Libia. Khaled, che narra la propria parabola di rivoluzionario per abbattere Gheddafi prima e di trafficante poi, gira lo sguardo intorno a sé e mette a fuoco i diversi soggetti che brulicano nella Libia del dopo Gheddafi. Tutti alla accanita ricerca di pane e denaro. Di armi. Di potere. Molti con l’atteggiamento del camaleonte, che cambia vestito a ogni nuova stagione della Storia. Difficile dire chi ora governi davvero il popolo libico: il governo di accordo nazionale guidato da Serraj e riconosciuto dall’ONU, o l’esercito nazionale di Haftar, oppure le milizie tribali, che provengono dalla coalizione dei ribelli a Gheddafi e che continuano a scontrarsi duramente. Ancora più difficile tracciare il discrimine tra bene e male. Come ha osservato Giorgia, “In Libia a definire l’innocenza non è un principio etico”. Ha ben compreso ciò che Mannocchi ha detto a lei e ai suoi compagni, incontrandoli lo scorso dicembre al teatro San Benedetto; dagli appunti che mi ha passato Giulia leggo infatti: “Chi è un adulto occidentale cataloga il bene e il male, ma in questo caso ci sono molteplici scale di grigio”. Difficile orientarsi e decodificarle.

In un quadro come questo, è colpevole Khaled, il trafficante di migranti? Lui si definisce innocente: un figlio della Libia, che sta pagando a caro prezzo la presa d’atto del fallimento dei rivoluzionari come lui. Organizza barconi carichi di negri per l’Europa, ma si ritiene un figlio del deserto più che del mare. Rievoca l’educazione avuta dal nonno, mentre prova disprezzo per il padre a causa dei i suoi rapporti con il regime. E il nonno lo ha messo in guardia sulla voracità del mare, che vuole le sue vittime. Sono tanti i morti in mare, i caduti dai barconi dopo mesi di attesa in terra libica, chiusi in vere e proprie carceri tra stenti e torture. Khaled organizza la loro partenza e intasca i loro soldi; pensa che smetterà, quando avrà messo da parte il denaro per comprarsi una casa a Istanbul. Non è tra i più spietati, anche se ha dovuto imparare a non sentire più niente verso i migranti che partono, verso le loro storie disperate. E’ deluso dalla corruzione che c’è nel suo paese, dal dopo-rivoluzione gattopardesco, che ha eliminato di scena Gheddafi, ma non la sete di potere dei diversi soggetti che si contendono il controllo sul paese.

In definitiva, come possiamo noi lettori rapportarci a Khaled? Margherita e Zoe hanno scritto che il lettore con la sua “comoda coscienza” fatica a prendere il largo dalla sua minuscola vita e a stabilire se Khaled sia il carnefice o la vittima. Simone d’altra parte ha concluso la lettura del libro, provando un brivido e finisce il suo intenso commento dicendo: “Solo alla fine del libro si può capire davvero chi è Khaled: uno scafista sì, ma prima di tutto un uomo!”. Questi ragazzi del quarto anno di liceo hanno diciotto anni. Hanno sentito pronunciare da noi insegnanti chissà quante volte la parola ‘complesso: “è un problema complesso”,” la complessità del quadro culturale” e cento altre espressioni simili. Bene, ora sono immersi dentro una fase complessa della loro s(S)toria. La lettura di Io Khaled vendo uomini e sono innocente è nata come una iniziativa della scuola rivolta al libro che ha vinto l’ultima edizione del Premio Estense. I ragazzi hanno messo in campo la loro sensibilità e, perché non dirlo, la fatica di leggere un libro come questo. Hanno ascoltato me che avevo già incontrato l’autrice, hanno incontrato lei e l’hanno ascoltata parlare della Libia ed anche della sua professione di reporter. Voglio credere che in un’attività di questo tipo abbiano fatto ‘ginnastica mentale’ e si siano allenati almeno un po’ ad affrontare la ‘complessità’ nel metodo prima che nel merito, come ha indicato Francesca Mannocchi, ponendo e ponendosi domande. Da un libro alla realtà che hanno intorno non è cosa facile. D’altra parte la competenza ad affrontare nuovi problemi passa anche dalla conoscenza di quadri vicini e lontani da noi, dalla lettura, specie se condivisa e messa come oggetto di discussione. La competenza passa dalla scuola, dai libri.

Non posso dimenticare quello che, sempre a Mantova lo scorso settembre, ha detto Michela Murgia durante la presentazione del libro-capolavoro di Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti. Un libro che restituisce la migrazione dei bambini dell’America centrale verso gli States col respiro grande dell’epica, l’epica di questo nostro tempo. Un libro che per temi e struttura e profondità dello sguardo io giudico un capolavoro. Michela Murgia ha fatto emergere dalla conversazione con l’autrice il valore di un racconto, che rende giustizia a una realtà poco studiata, non raggiunta da certo giornalismo frettoloso e semplificatorio, dai servizi televisivi che mostrano una carrellata di migranti ‘a volo di uccello’; poi ha fatto un pausa, ha fissato il pubblico e ha detto: “Fidatevi della letteratura”.

Consigli di lettura:
Francesca Mannocchi, Io Khaled vendo uomini e sono innocente, Einaudi Stile Libero EXTRA, 2019
Lorenzo Tondo, Il Generale, La nave di Teseo, 2018
Valeria Luiselli, Archivio dei bambini perduti, La Nuova Frontiera, 2019

PRESTO DI MATTINA
SIAMO TUTTI CLAUDICANTI, TUTTI MIGRANTI:
Non cerchiamolo in cielo, è sulla Terra che troviamo Cristo

Anni fa, quando m’imbattei nell’opera pittorica di Georges Rouault (1871-1958), ne rimasi sorpreso. Le sue tele ‒ pensai ‒ riflettono bensì la disumanità dell’uomo, ma testimoniano al contempo anche il volto umano di Dio nel mondo. È nella realtà del suo tempo, segnata da profonde disuguaglianze sociali mascherate da un’ipocrisia dilagante, che egli trova la sua ispirazione, intrecciando il tutto con una spiritualità incarnata. Emerge così nella sua narrazione pittorica un carattere sacro generato da una duplice polarità: fede e vita, spiritualità e realtà, si fondono assieme inducendo lo stesso autore a definire la propria opera come un’ardente testimonianza della compassione di Dio per gli uomini. Con gli occhi della sua pietà, il pittore ritrae questa vicinanza di Cristo agli uomini e alle donne del proprio tempo sull’orlo di un abisso esistenziale; una prossimità che lo porta a condividere con loro, tanto l’esclusione e il rifiuto, quanto la speranza di un riscatto che proviene dalla Sua stessa vita.
Domani è l’ottava di pasqua. La settimana vissuta come fosse un solo giorno, quello di Pasqua, in cui facciamo memoria dell’incontro di Gesù Risorto con Tommaso: un episodio dipinto più volte proprio da Georges da Rouault in quadri che egli intitolò “Seigneur, c’est vous, je vous reconnais”. Vi si ritrae il riconoscere di un altro irriconoscibile, uno straniero del quale, come a Emmaus, il Risorto assume le sembianze. «Sei tu Signore, ti riconosco»: da allora questa frase risale in me ogni volta che accade un incontro, specie se difficile, l’incontro con il dolore e la sofferenza. Perché ormai queste parole si sono inestricabilmente intrecciate alle altre ‒ che parimenti tengono insieme fede e vita riflettendo l’opera di giustizia su cui riposa la benedizione del Signore ‒: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…».

Colpisce il fatto che nel Tommaso di Rouault alla fine le ferite non vengono toccate; il riconoscimento accade prima, senza dipendere dal vedere le piaghe nelle mani e nei piedi del Cristo o nel mettere la mano nel suo costato. Il riconoscimento del Risorto scaturisce dalla pietà, da quella compassione, da quell’amore verso la condizione umana calpestata  che supplisce ogni vedere e toccare ed è generativa del credere. L’amore come forma di fede, propria di quei credenti cui si rivolge la beatitudine finale di questo brano del vangelo: «beati quelli che non hanno visto ‒ e potremmo anche dire: amato ‒ e hanno creduto!».
Ecco l’invito della Pasqua: quello di vedere con il cuore, di riconoscere nell’altro noi stessi, e in lui vedere anche la nostra fragilità, il nostro dolore. Nel Risorto convergono, in fondo, il suo e il nostro destino, così come quello di ogni uomo. Per questo, come narrato ne La leggenda del Grande Inquisitore (il manifesto del pensiero religioso di Dostoevskij ndr.), Egli non è da cercare in cielo. Lo ricorda anche l’evangelista Luca negli Atti degli apostoli.«Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”». È qui, dunque, sulla terra, che Cristo va cercato e incontrato, perché egli è già qui e viene sempre. È da cercare claudicante con chi zoppica, sulle strade della nostra quotidianità, che egli percorre per rialzarci e così disvelare il valore della nostra claudicanza.
Pasqua è un essere rialzati: o meglio innalzati proprio perché, prima, ci si è abbandonati, come Gesù, nelle mani del Padre. Innalzati perché siamo stati amati e perché riusciamo ad amare nonostante la nostra fragilità, comprendendo che cercare le cose di lassù significa cercare il Risorto tra noi.

Alzarsi è il verbo della risurrezione; non più disteso ma in piedi, libero dalle bende, perché liberato dai legami della morte. Colui che si è abbassato fino alla morte e alla morte di Croce è stato innalzato dal Padre, che gli ha dato il nome sopra ogni altro nome, affinché in Gesù ciascuno di noi venga rialzato e rimesso in cammino.
La fede a Pasqua non è una fede trionfante ma claudicante: cammina zoppicando. Parola nuova per dire la nostra fragilità, il nostro farci e divenire, progredendo nella vita come nella fede. E se ci pensate bene, anche l’amicizia ‒ che «è metà della vita» come mi disse una volta don Ones , parroco prima di me a S. Maria in Vado ‒ è esperienza di claudicanza. Perché l’amicizia autentica ci rende consapevoli che senza l’altro si è zoppicanti. E parimenti anche la fede è zoppa senza uno a cui affidarsi.
Ma questa debolezza del credere è anche la nostra forza, rendendoci capaci di distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo oltre, al di fuori, vero l’incontro con l’altro.
È nella relazione, nella compagnia della fede, scoprendo che l’altro mi manca e non posso vivere senza, che avviene la crescita che ci trasforma. Come la pasta in compagnia del lievito, il cibo del sale, il seme in compagnia della terra, così anche noi in compagnia della dolce amicizia del Cristo che come uno straniero si accompagna mentre siamo in cammino, trasformiamo la nostra vita. Nella nostra condizione umana sta fortunatamente una claudicanza che ci impedisce di esistere da soli, come una torre senza porte e finestre, una vita vuota in solitudine.

Lo constatiamo anche in questa situazione di quarantena: cosa saremo senza gli altri? I malati senza i medici, noi senza farmacie e alimentari aperti, senza i vicini che ci rivolgono una voce. La nostra realtà più profonda, quella di esseri incompiuti ma orientati, in trasformazione verso una pienezza, in movimento verso un compimento, ci viene allora manifestata proprio dalla claudicanza: essa ci spinge a cercare sempre di nuovo e oltre, in profondità e fuori, in avanti e al di sopra. Ci distoglie dal nostro io, e se in apparenza ci sottrae a noi stessi, in realtà ci completa nella relazione, come il seme che diventa spiga, o il fiore frutto.
In fondo, siamo pellegrini e ospiti anche in questa città, di cui pure siamo responsabili. Lo sguardo resta però rivolto alla città di lassù, nella consapevolezza ‒ altro aspetto della nostra claudicanza umana ‒ che non abbiamo qui una città definitiva. Una condizione che ci rende per definizione precari, tutti indistintamente migranti, ridimensionando la nostra illusione di onnipotenza, scalzata dal desiderio di condividere e moltiplicare con gli altri il pane della Pasqua, che è pane per tutti, anzi pane di tutti.

Spezzate il pane alla vostra tavola oggi, e ricordate che così ha fatto anche Gesù condividendo con chiunque desiderasse stargli accanto. Forse che non ci si restringe quando nasce un figlio? E quando vien un ospite, non ci si rimpicciolisce e gli si lascia il posto più bello? Il tutto senza sacrificio, perché la loro presenza ci completa, ci fa evolvere, ci darà la stessa gioia che emozionò i due di Emmaus nel riconoscere il Signore. Vedete che si può rimpicciolire senza diminuirsi.
I discepoli a Pasqua sono come i bambini che hanno appena iniziato a vedere o a camminare, che stanno in piedi a malapena. È l’esperienza di Pietro e Giovanni: uno corre e arriva prima, ma si ferma e lascia entrare il secondo claudicante che lo segue. Vedete: la fede di uno aiuta la fede dell’altro, e così si completano. Per questo dobbiamo pensare  che anche la Chiesa è una realtà claudicante.
Ce lo ricorda il Concilio che paragona la Chiesa alla luna. Cosa sarebbe infatti la luna senza la luce del sole; resterebbe buia, non diminuirebbe ma non crescerebbe nemmeno, rimanendo spenta e invisibile. Così anche la Chiesa, senza rimpicciolirsi e far posto a Cristo e ai fratelli, non potrebbe riflettere colui che è la luce delle genti; non sarebbe più inviata né missionaria; non sarebbe più niente.

Per concludere, una piccolissima parabola nella quale ci si ricorda che chi si rimpicciolisce, come la luna, per fare spazio agli altri, ascoltarli ed aiutarli, e donare anche la vita, avrà la gratitudine di molti e la vita per sempre nel Signore risorto.
Si racconta che quando il Creatore fece i due grandi luminari del cielo, la luna protestò: “Due sovrani non possono fregiarsi della medesima corona.”
“Hai ragione”, rispose il Creatore, “non ci avevo pensato, vai e rimpicciolisciti.”
La luna rimase a dir poco mortificata, allora il creatore riprese. “Vai, la tua incompiutezza ti darà una moltitudine di sorelle e fratelli. Rimpicciolirsi non significa diminuirsi ma aprirsi e fare spazio all’intero universo.”
La luna esitò un momento e in quell’attimo, come ogni chicco di grano che sta per essere gettato nella terra od ogni uomo che sta per morire, sentì una grandissima solitudine ed ebbe paura. Ma fu solo un attimo, perché subito ricordò quella parola, “Sia la luce”, che aveva illuminato ogni cosa, e senza più indugiare si tuffò nella luce. In quel momento l’oscuro denso orizzonte del nulla si aprì all’infinito, e una moltitudine di stelle, pianeti, galassie si dispiegò a perdita d’occhio, senza fine, sotto il suo sguardo, incredulo per la gioia.
Sono i mistici, i genitori e i poeti i più sensibili al dovere di rimpicciolirsi davanti al mistero della vita, al mistero di Dio e al mistero della parola generatrice di senso. La scrittrice Lalla Romano così ci racconta la fede: “Fede non è sapere / che l’altro esiste /  è vivere dentro di lui / Calore / nelle sue vene / Sogno / nei suoi pensieri / Qui aggirarsi dormendo / in lui destarsi.”.
Destarsi in lui: questa è la Pasqua.

L’odio

Restiamo umani. Il primo pensiero è questo. L’abbiamo ripetuto mille volte, spesso guardando i migranti che in mare cercano salvezza. Non vale solo per loro, ovviamente… è un atteggiamento che si dovrebbe mantenere sempre. Appare incomprensibile, quindi, il comportamento del professor Giangi Franz, docente dell’Università di Ferrara, travolto dalle polemiche per avere manifestato, attraverso i suoi profili Twitter e Facebook, totale indifferenza e nessuna comprensione del dramma che ha sconvolto Venezia e per i toni sprezzanti usati nei confronti della popolazione:

“Sarò duro. Nessuna compassione per Venezia o per i veneti. Il Veneto è la regione con la più alta evasione fiscale. In Veneto la Lega governa da trent’anni rubando o permettendo la corruzione mostruosa praticata da Galan e da Forza Italia. Proprio nessunissima solidarietà. Anche perché vogliono l’autonomia. Vero? E allora che se la cavino da soli”. (Giangi Franz)

I fatti sono noti: c’è una città – Venezia – flagellata da un’alta marea di proporzioni spaventose. Le cause – locali e globali – sono risapute. Noti sono pure i ritardi nel completamento del Mose, l’opera progettata 30 anni fa per il contenimento delle mareggiate, e acclarati sono gli scandali che hanno accompagnato progettazione e realizzazione dell’opera. Di sfondo si sono poi aggiunti l’allarme sul clima e gli effetti prodotti dall’aumento delle temperature…
Ma questo è il momento dell’emergenza e del sostegno.

“Non si guardò neppure intorno, ma versò il vino e spezzò il pane per chi diceva ho sete, ho fame…”
(Fabrizio De André, Il pescatore)

C’è poi una popolazione piegata, ma non doma, che resiste e fa quel che è possibile per fronteggiare l’emergenza. E c’è lo sgomento del mondo che riconosce in Venezia uno dei sommi simboli della bellezza.
Ed ecco che, in questa temperie, sui social s’affaccia il leone da tastiera di turno, che sbotta: “Ben gli sta”. A Unife Franz insegna ‘Politiche urbane e territoriali’ ed ‘Economia urbana e territoriale’. Un professore universitario dovrebbe essere d’esempio. E,  l’uomo di cultura, della bellezza dovrebbe essere ossequioso. Invece, eccola qua l’empatia: “Nessuna compassione, nessunissima solidarietà”, bercia il prof: e si rivolge a tutti, indistintamente…

Certo, lo ribadiamo: ci sono ragioni e responsabilità che andranno affrontate, ma non è questo il momento. Ora è il tempo del ‘fare’, dell’abbraccio solidale, del conforto. Per ragionare di cause, di soluzioni, di comportamenti virtuosi e pelosi, di chi subisce e di chi fa il furbo c’è tempo. Non ora, però, non ora!

Lo ribadisco: lamentiamo in tanti la disumanità di chi abbandona alla propria sorte i migranti del mare, soli con la loro disperazione. Eppure – lo sappiamo bene – non mancano responsabilità, speculazioni, interessi luridi anche in questi casi… Ma nel momento del dramma, quando in gioco ci sono le vite di donne, uomini e bambini conta quello e solo quello. Chi sprofonda va aiutato, senza se e senza ma: non gli si chiedono prima i documenti o la cartella delle tasse. A Lampedusa come a Venezia.

E questa evidenza dovrebbe valere per tutti, anche per coloro – amici o parenti – che hanno vincoli di affetto per chi si lascia trascinare nel gorgo dell’odio. Il giustificazionismo non è una buona medicina. Richiamare gli odiatori a un senso di umanità è dovere anche (e forse prima di tutto) di chi gli sta accanto…

Ora il profilo Facebook di Giangi Franz è oscurato (non quello Twitter, però). Lo ha deciso lui stesso, salutando il popolo del web con un post titolato ‘Mille scuse a tutti’, in cui scrive: “Basta, troppa pressione. Chiedo scusa a tutti per lo sconsiderato post su Venezia, i Veneti, il Mose, la Lega. Non pensavo che si potesse scatenare una reazione di questo tipo. Mille scuse a tutti. Se tornerò su facebook sarà tra un bel po’”.
Ma poco prima ne aveva scritto un altro, riportato dal quotidiano online Estense.com, che ora non appare più sulla bacheca del docente, nel quale, in tipico stile ‘salviniano’, Franz scrive: “Vi voglio bene a tutti”. E aggiunge: “Poi faccio un versamento di due euro a favore di Venezia”, un’affermazione che ha tutto il sapore della presa per i fondelli, senza neppure l’ombra d’un minimo di resipiscenza…

Nuovi modelli per affrontare il presente

Essere per la prima volta dopo le elezioni comunali a Ferrara evoca uno strano sentimento. A prima vista non è cambiato niente. Dopo la vittoria della ‘Lega’ pensavo di vedere in ogni vicolo della città un poliziotto rabbioso. Temevo di vedere dappertutto la bandiera del partito vincente e di un poster del nuovo sindaco, fisiognomicamente un mini ‘Che’ di provincia.
Nonostante la campagna elettorale della ‘Lega’ contro gli extra comunitari, i mussulmani e i cristiani della ‘Chiesa di Papa Bergoglio’, negli aspetti pubblici evidenti la città non è cambiato molto. Insomma, la Ferrara in questi giorni sembra, come sempre, una città civile, calma, bella, talvolta anche un po’ noiosa e lontana dai grandi cambiamenti del mondo che palpita oltre le mura cittadine.
Ma sotto la superficie tranquilla si può registrare un forte e crescente cambiamento della società ferrarese. Per l’attuale governo comunale di Destra esiste ovviamente solo una parola d’ordine: “Sicurezza, Sicurezza, Sicurezza” un mantra ripetuto con insistenza, ventiquattro ore al giorno, tutti i giorni in tutta la città. Certo, proteggere la sicurezza dei cittadini deve essere un obbligo di ogni comune sia esso di Destra che di Sinistra. Ma siamo seri, Ferrara non è stato durante gli ultimi ‘decenni rossi’ una Chicago degli anni di Al Capone o il Guatemala-City d’oggi. Non è certo da negare l’esistenza dei tanti malviventi in città, inclusi clan di narcotrafficanti di varia provenienza. Ma senza una clientela composta in parte anche da consumatori d’origine italiana ‘doc’ anche il mercato della droga non potrebbe esistere.
Chi crede davvero che si possano combattere questi fenomeni incivili e criminali con la rimozione delle panchine?

Crediamo davvero che si possa salvare l’“identità cristiana” di Ferrara, d’Italia o d’Europa attraverso l’affissione di tanti nuovi crocifissi negli spazi pubblici e soprattutto nelle scuole? Anche per me, come cattolico, il crocifisso ha non poca rilevanza ma, come cittadino (di Monaco e per un senso di intima appartenenza anche di Ferrara), difendo prima di tutto la laicità dei paesi europei. Sono, come ha detto una volta lo storico antifascista Arturo Carl Jemolo, “cattolico di fede, ma soprattutto laico di stato”. Anche perché so benissimo come soffrono (talvolta anche con torture) donne ed uomini in Paesi governati o oppressi da politici o predicatori islamici (senza per altro dimenticare, i fondamentalisti cristiani).
Noi tutti, sia i residenti di Ferrara, sia i turisti della città, sia i migranti e i profughi viviamo oggi in un epoca di grande cambiamento globale. Sono tempi, come ha scritto una volta lo scrittore argentino Ernest Sabatò, “nei quali la nostra immagine del mondo vacilla ed anche il sentimento di essere protetti dalla tradizione e dalla fiducia che ne deriva, viene meno“. Non è davvero una annotazione rassicurante, ma certo è realistica. Trovare terreni per un confronto civile e democratico sarà arduo, data la distanza di posizioni. Ma sicuramente non si può migliorare la situazione alimentando l’odio con la propaganda, con atti simbolici (e talora non solo), come ora anche il Comune – di Destra – tende a fare; ma non si può neppure (come si fa nel mondo della Sinistra) negare la sensazione diffusa di insicurezza di gran parte della gente di fronte ai disallineamenti culturali in corso.
Viviamo attualmente – come scrive l’intellettuale tedesca Cornelia Koppetsch in un libro di grande successo in Germania (“La società dell’ira”) – in tutto il mondo un processo di cambiamento epocale e profondo, per il quale non abbiamo né nomi per descriverlo né strategia adatte per affrontarlo“. Una riflessione che può portare alla rassegnazione oppure spingere a riflettere e coerentemente agire: io, personalmente preferisco la seconda opzione.

Facciamoci del male

Difficile resistere alla tentazione di citare Nanni Moretti: “Continuiamo così, facciamoci del male”. D’accordo, esperti come Gianfranco Pasquino citando la lezione di Isaiah Berlin ricordano che nella vita mai ci capita il meglio, più spesso si deve scegliere il meno peggio.
Ma siamo proprio sicuri che il governo Conte bis lo sia davvero? E’ certo che questa sia la soluzione che realisticamente passa il convento, per arginare la deriva populista e sovranista di Salvini?
A chi ha seguito la maratona tv di Enrico Mentana martedì 3 settembre in attesa del responso degli iscritti al M5s sulla piattaforma Rousseau sull’ipotesi del nuovo governo, un primo segnale di allarme deve essere suonato.
Oltre un’ora dopo lo stop al voto digitale (le 18) nulla si sapeva ancora sul risultato. A un certo punto il portinaio del palazzo milanese sede della Casaleggio-associati che gestisce il sito, ha fatto uscire in strada giornalisti e cineoperatori dall’androne dello stabile e ha chiuso il portone d’ingresso perché ha finito il turno di lavoro.
Persino Mentana in studio, al quale non manca certo la parola, ha allargato le braccia.
E’ stata l’immagine plastica di un Paese intero – istituzioni, Quirinale, Palazzo Chigi, Parlamento e opinione pubblica – lasciato per strada in attesa di sapere se il popolo pentastellato avesse dato il placet ai loro stessi rappresentanti – tutti, insieme agli altri, a loro volta volta eletti – impegnati nel frattempo in colloqui e trattative per mettere insieme una maggioranza.
Sessanta milioni di italiani sospesi in un purgatorio virtuale, aspettando cosa ne pensassero 79mila e rotti cittadini.
Di lì a poco, il capo politico della ‘volonté générale’ timbrata Rousseau, Luigi Di Maio, in conferenza stampa a Roma ha commentato euforico questa operazione come una prova di democrazia unica al mondo.
Se nessuno ci ha finora copiato in tutto il globo, una ragione ci deve pur essere!
Ma cerchiamo pure di andare oltre.
E’ opinione diffusa che Matteo Salvini, aprendo la crisi del governo giallo-verde, ne sia stato la prima vittima secondo l’adagio: chi troppo vuole nulla stringe.
Più o meno la stessa sorte toccata all’altro Matteo, Renzi.
Bene ha fatto, almeno in questo, il giurista Giuseppe Conte a voler parlamentarizzare la crisi col suo discorso-mazzata al Senato il 20 agosto scorso, nel quale ha menato fendenti all’uno e all’altro dei due vicepresidenti del Consiglio.
Alla faccia del vicepremier dei suoi due vicepremier, qualcuno ha sussurrato, anche se il conto di Conte non torna pensando a ciò che ha pur condiviso e firmato nei precedenti 14 mesi di governo (l’anno che doveva essere “bellissimo”).
Dopo la mossa ingorda del Truce Padano (come lo chiama Giuliano Ferrara), Salvini non ne ha più imbroccata una, quasi avesse perso il tocco magico che ha sorretto ogni sua uscita baldante in precedenza. Ha aperto la crisi senza che nemmeno uno dei suoi ministri desse le dimissioni, sfiduciando di fatto anche i suoi. Ha poi tentato la mossa della disperazione sul taglio dei parlamentari azzardando un ultimo abbraccio a Di Maio, senza rendersi conto della castroneria: se si approva la riforma costituzionale in due e due quattro (altra fesseria) e si rimanda il tutto alla prossima legislatura (2024!), significa che l’intero Parlamento in carica è completamente fuori dalla Costituzione nel frattempo cambiata. Ha dato dei poltronai a chi stava tramando per una maggioranza diversa solo per paura delle elezioni, mentre aveva appena offerto la carica di premier a Di Maio pur di salvare la pelle.
Da ministro ha indicato le urne come unica soluzione alla crisi da lui aperta, saltando completamente le prerogative di presidente della Repubblica e Parlamento.
In più, la strategia pettoruta della gestione migranti stava cominciando a mostrare la corda, con un’ossessiva e sprezzante severità verso le ong, chiaramente fuori dei confini del diritto internazionale, mentre nel frattempo continua la fila dei barchini che, indisturbati, sbarcano sulle coste italiane.
Una serie di svarioni che i sondaggi stavano già misurando in cali vistosi di consensi alla Lega. Tanto che se si fosse andati davvero alla conta delle urne c’è chi dice che la destra avrebbe certamente vinto le elezioni, ma probabilmente con il necessario soccorso di Forza Italia.
Se così fosse stato, gente come Taiani in maggioranza, fino all’altro ieri presidente del Parlamento europeo, davvero non avrebbe battuto ciglio sul banco di prova di una Legge di bilancio esplicitamente sbattuta contro il muso dei burocrati di Bruxelles, allegramente a suon di deficit e debito come se piovesse?
E sulla gestione migranti? Inutile girarci attorno, una soluzione non c’è. Ha fallito la strategia Renzi (sbarchi umanitari in cambio di flessibilità sui conti pubblici), non è piaciuta la linea Minniti (lontano dagli occhi – leggasi campi libici – lontano dal cuore) e sta mostrando tutti i limiti pure quella del Truce Padano.
Perché allora la sinistra si appresta a riprendere in mano la patata rovente, in condominio coi pentastellati, senza che su questo, a quanto pare, ci sia uno straccio di soluzione? Se si sposa la linea umanitaria di papa Bergoglio, occorre sapere che persino il pontefice è in forte difficoltà, con un popolo di dio, almeno buona parte, che pare non scomporsi più di tanto di fronte a crocifissi e rosari branditi nel segno della difesa dell’identità.
Perciò la domanda è la seguente: siamo sicuri che con il governo Conte bis si sia esorcizzato il pericolo Salvini?
Va bene che dietro la mossa, indubbiamente furba, ci sia il plauso di Usa, Ue, Vaticano e vescovi, ma si è valutato che mentre il Pd si rende responsabilmente garante della stabilità nazionale, e non solo, si restituisce a Salvini il suo terreno più congeniale: la piazza?
E se dopo l’esultanza per la furbata messa a segno dovessero esplodere da subito le contraddizioni fra chi fino a ieri si è mandato a quel paese in mondo visione, con misure economiche che fanno serpeggiare ipotesi di patrimoniale (lo spostamento auspicato dagli esperti del carico fiscale da lavoro e capitale ai patrimoni e rendite), vera e propria benzina nel serbatoio populista, davvero si pensa che questo governo abbia come traguardo la fine della legislatura, cioè il tempo necessario per fare arrivare Salvini afono al prossimo turno elettorale?
E se il traguardo finale fosse ben più ravvicinato, basterà una legge tutta proporzionale per disinnescare la mina della destra-destra? Per di più con l’arma spuntata dei democratici contro gli antidemocratici, quando i primi, in testa il Pd, negli ultimi anni è arrivato al governo senza passare per il consenso popolare.
Qualcuno azzarda la teoria: tanto Salvini al governo ha sgonfiato in un solo anno i 5 Stelle, tanto potrà farlo il Pd a Palazzo Chigi piuttosto che dai banchi dell’opposizione.
Siamo proprio sicuri?

Gli Emergency Days fanno il punto sulle emergenze in Italia

Una vera e propria ‘emergenza Italia’, ma di natura diversa da quelle che di solito vengono evocate. E’ l’allarme lanciato in due degli incontri del programma della decima edizione degli Emergency Days di Ferrara, iniziati il 2 luglio e che si concludono oggi – 6 luglio – negli spazi di Factory Grisù in via Poledrelli.
Due i temi, caldissimi, non solo per la temperatura estiva, e collegati fra loro: il ‘decreto insicurezza’, come recita il titolo dell’incontro del 3 luglio, e la pervasività del cosiddetto ‘hate speech’, attorno al quale ha ruotato l’incontro del 4 luglio.
Fra gli ospiti: Luigi Manconi, ex senatore e Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani; Don Mattia Ferrari, viceparroco di Nonantola imbarcato sulla Mare Jonio della piattaforma Mediterranea; Federico Faloppa, professore associato all’Università di Reading (UK), consulente di Amnesty International su hate speech e contrasto al linguaggio d’odio, collaboratore dell’Associazione Carta di Roma, Cospe onlus e della Fondazione Alexander Langer; Giuseppe Giulietti, giornalista e sindacalista, attuale presidente della Federazione nazionale stampa italiana.

In una Ferrara nella quale la Sinistra sta ancora accusando il colpo delle ultime elezioni, nei cui Lidi un turista tedesco può trovarsi l’auto vandalizzata con scritte rivolte alla capitana Carola, nella quale una donna che indossa lo jilbab può essere apostrofata in un centro commerciale, nella quale l’associazione studentesca Link-Studenti Indipendenti denuncia clausole discriminatorie riguardo la nazionalità e non solo nei contratti d’affitto, in questa Ferrara il messaggio che esce da entrambi gli incontri è che bisogna prepararsi a una dura, difficile e lunga battaglia per quella che è, chiedo anticipatamente scusa per il termine così significativo, ‘l’anima’ del Paese.
Manconi, mercoledì 3 luglio, non usa mezzi termini: la “politica dell’insicurezza” è destinata ad avere “effetti devastanti per la vita sociale, per la capacità di costruire una comunità” e “a produrre automortificazione, una società regredita e rattrappita”. Giulietti e Falloppa la sera dopo non sono da meno. Il giornalista parla di necessità di “alzare i toni” per la difesa della Costituzione. “Non si tratta di buonismo, la difesa della cultura della diversità e della tolleranza è una lotta politica e serve una grande pressione democratica per la difesa della Costituzione: non è una difesa dei migranti e dei diversi, ma di tutti noi”. Mentre Falloppa, a proposito dell’hate speech, parla di un problema non solamente italiano ma internazionale, sfuggente dal punto di vista delle definizioni – anche giuridiche – ma non nuovo: “il primo libro sull’argomento l’ho scritto diciannove anni fa, da allora le cose sono cambiate in peggio e continuano a peggiorare”. E’ una “emergenza democratica”, siamo di fronte a una “società che sta collassando su stessa”, “non c’è più uno stigma sociale” riguardo questo linguaggio sdoganato: il ‘gentese’ diventato “la cifra di un’intera nazione”. La soluzione: “una mobilitazione molto lunga e faticosa che richiede tanta pazienza e intelligenza”, secondo Manconi; per Giulietti il recupero “della centralità del pensiero critico” e delle relazioni ‘in presenza’ perché la democrazia digitale “rinuncia ai corpi”; per Falloppa “la necessità di ritrovare i pensieri complessi” e il “coraggio di sfidare” l’hate speech con una vera e propria “contronarrazione”.
Una mobilitazione per fronteggiare quel “sentimento di angoscia collettiva” che trova nel “vicino lontano” il destinatario su cui “rovesciare la voglia di rivalsa”, nelle parole di Manconi; per neutralizzare quei “contenuti di odio che erano sotto la pelle di questo Paese e che i social – secondo Falloppa – hanno solo eccitato” per la visibilità, la ripetibilità e il filtro che offre lo schermo.

Ma segnali di un’Italia diversa ci sono: la mancata convalida dell’arresto della capitana Rakete da parte della gip di Agrigento, Alessandra Vella – di nuovo una donna, guarda caso, come sottolinea anche Manconi – in nome della scriminante legata all’avere agito all’adempimento del dovere di salvare vite umane in mare; gli stessi volontari di Emergency o Cospe o Arcigay – rispettivamente rappresentate in queste due serate da Michele Iacoviello, Alessia Giannoni e Manuela Macario – che quotidianamente si impegnano contro quella che Papa Francesco ha chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”. E a questo proposito è don Mattia ad affermare che “sono più fedeli al Vangelo” i ragazzi di Mediterranea che ha incontrato sulla Mare Ionio rispetto “a coloro che cercano di strumentalizzarlo”: sulla nave “ho avuto una grandissima testimonianza di Vangelo vissuto”, afferma don Mattia citando la parabola del buon samaritano “davanti all’umanità ferita”. “Più li conosci e più rimani sconvolto dalla criminalizzazione di questi ragazzi: si sono messi in gioco non per fare del casino, ma per difendere l’umanità dei migranti e di noi tutti”. Ecco quell’anima da riscoprire, proteggere, rivendicare.

Dopo aver aperto il 2 luglio con un incontro su disabilità e inclusione sociale, con ospite d’onore Soran Mihamad, uno dei primi pazienti curati nel Centro chirurgico di Emergency a Sulaimaniya in Iraq dopo che nel 1996 aveva perso la gamba destra colpito da una mina antiuomo, gli Emergency Days 2019 si chiudono questa sera con un’omaggio per il 25° compleanno dell’associazione fondata da Gino Strada. Ospiti: Rossella Miccio, Presidente di Emergency dal 2017, e le giornaliste Laura Cappon, Sabika Shah Povia, Alice Pistolesi (Clicca QUI per maggiori info).

Per la documentazione integrale degli incontri degli Emergency Days: fb edaysferrara
Leggi il Rapporto Amnesty International ‘Barometro dell’odio – Elezioni europee 2019’

26 maggio: l’occasione per scegliere l’Europa che vogliamo

C’è qualcosa che non quadra nel ragionamento secondo cui, per esempio, sul tema migranti l’Europa non funziona e quindi occorre fare da soli.
Che l’Ue non stia funzionando non ci sono dubbi, ma il problema è che questa è competenza degli Stati nazionali, non dell’unione. In termini istituzionali, significa che è materia del Consiglio europeo, dove si riuniscono i ministri dei vari paesi (nel quale, a quanto pare, la sedia italiana è spesso vuota), non della Commissione.

Se questo è vero, vuol dire che i risultati sulla questione migratoria sono deludenti non perché c’è l’Europa, ma perché non c’è. Perché da troppo tempo la sua architettura continua a rimanere un’incompiuta, fra un assetto intergovernativo e uno federale (dal latino foedus che significa patto, accordo, legame).
Di conseguenza, sarebbe logico aspettarsi che ministri e governi facessero il possibile perché l’Unione europea riuscisse a governare un tema che è già fra quelli dirimenti di un’epoca. E invece, assistiamo alla politica dei confini, dei porti chiusi e del filo spinato, nel nome della difesa degli interessi nazionali.
La stessa dei partiti che per le elezioni del 26 maggio promettono, in caso di vittoria, di cambiare quest’Europa, smantellando le rigide regole dei burocrati di Bruxelles imposte contro la volontà delle nazioni.

È lo schema populista su scala internazionale, che indica nell’establishment economico, finanziario e bancario, il grumo di potere da abbattere per disintermediare l’Europa dei popoli, finalmente liberi da vincoli e parametri assurdi, che ne inibiscono sviluppo e prosperità.
Un verbo martellato da anni nelle sinapsi delle opinioni pubbliche, come sta tramando, per esempio, l’ex capo della strategia della Casa Bianca, Steve Bannon, che non è chiaro quanto sia stato licenziato da Trump, oppure inviato sull’altra sponda dell’Atlantico perché, al netto dell’effettiva influenza, a Washington farebbe comodo un’Europa divisa, cioè un concorrente in meno nella guerra della competizione globale. Interesse peraltro non lontano dai disegni russi e cinesi.

E così il fiume dell’interesse nazionale è ingrossato dagli affluenti del pensiero sovranista, suprematista, illiberale, xenofobo e da un tradizionalismo rinvigorito su base culturale, nostalgica e persino religiosa. Lo slogan “Prima i nostri” miete consensi elettorali ed è declinato fino a distillare le purezze etniche più locali e perciò escludenti.
In piena campagna elettorale il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha chiuso fra gli applausi il recente comizio ferrarese ricordando di non voler vivere in un’Europa ridotta a un califfato islamico, come se fosse davvero un pericolo imminente.
Un’italianità da difendere persino sulle tavole, ha ammonito, dimenticando che persino l’agricoltura tricolore da sola esclude l’autosufficienza alimentare.

Ma davvero è così che si difende l’interesse nazionale?
Sul fatto che sia una menzogna è stato chiaro Massimo Cacciari, intervenuto lo scorso 25 aprile a Monte Sole (lo si può ascoltare per intero su youtube).
Nel 1929 l’Europa delle rivalità nazionali non fu in grado di gestire le conseguenze della grande crisi. Tre anni dopo Hitler era al potere in Germania.
Antonio Gramsci fu di una lucidità purtroppo inascoltata: senza un governo razionale delle gravi conseguenze economiche e sociali prodotte dalla crisi – disse in sostanza – esploderanno movimenti di masse ingovernabili, nebulose passioni, odi e risentimenti, che finiranno per travolgere le istituzioni democratiche.
È vero che la storia non si ripete identica, ma se non si affrontano le cause delle crisi che purtroppo si ripetono, effetti simili possono ancora succedere.

Non sarà un’ennesima insensata guerra a ripresentarsi, ma se non si capiscono le cause anche della tremenda crisi che dal 2008 produce disuguaglianze economiche e distanze sociali spaventose, facili prede delle astute macchine della paura, le istituzioni democratiche possono essere ugualmente in pericolo.

Dalle macerie della Seconda guerra mondiale gli europei, consapevoli della responsabilità di avere per due volte incendiato il mondo nel Novecento, condivisero che il modo migliore per difendere i propri interessi non era continuare a cavalcare spirito competitivo, rivalità e inimicizie fra gli stati, in una lotta senza fine per la supremazia, ma stringere un patto di amicizia. Un’intuizione tuttora attuale e accresciuta in un mondo nel frattempo in preda al disordine, nel quale è semplicemente insensato il solo pensare che i singoli stati nazionali possano da soli reggere il confronto con i nuovi perimetri imperiali.

Per questo la carta dell’unità europea è la sola giocabile in un tale scenario globale, nella consapevolezza che l’identità non può fondarsi su base etnica, ma sulla legge comune. “È la convergenza giuridica che genera il senso di comunità”, scrive Ulrike Guérot (Il Mulino 1/2019), che per non restare sul piano astratto fa gli esempi del diritto di voto, delle leggi tributarie e dei diritti sociali.
O le istituzioni democratiche si difendono perché l’Europa riscopre la propria vocazione-missione, pagata storicamente a caro prezzo, di essere spazio comune di uno stato di diritto basato sulla giustizia, oppure bisogna prepararsi a nuove possibili catastrofi i cui germi sono già in circolo.
Se solo si prestasse ascolto, lo stanno dicendo con sorprendente lucidità gli adolescenti a un mondo adulto che ha perso credibilità e affidabilità.
Lo sta facendo la svedese Greta Thunberg che con il grido d’allarme per le sorti del pianeta avverte i grandi: “Dite di amare i vostri figli più di ogni altra cosa, invece state rubando loro il futuro”. Lo ha fatto Rahmi, il ragazzo 14enne di origini egiziane della scuola Margherita Hack di San Donato, che lo scorso marzo ha salvato compagni e docenti chiamando il 112 perché l’autista stava dando alle fiamme il pullman sul quale stavano viaggiando: “L’ho fatto per salvare i miei compagni”, ha detto nella sua disarmante semplicità, mentre la politica litiga su chi abbia diritto di cittadinanza in Italia.
Lo ha fatto Simone, il ragazzo di Torre Maura che dice “Non me sta bene che no”, in mezzo alle proteste di Casa Pound contro l’ospitalità dei Rom, nel quartiere della periferia romana.

E lo fa Zain Al Rafeea, il ragazzino protagonista di ‘Cafarnao – caos e miracoli’, lo stupefacente film di Nadine Labaki, giustamente premiato a Cannes nel 2018. È il commovente miracolo dell’infanzia che non si stanca di gridare il proprio diritto di essere uomo in un mondo (la citazione evangelica di Cafarnao, il villaggio che Gesù ha maledetto perché non ascolta i suoi insegnamenti), in cui gli adulti hanno brutalmente ceduto al mercimonio e al più brutale, disperato e degradato smottamento della vita umana.
Zain, nella vita reale spinto dalla guerra in Siria a trasferirsi con la famiglia in Libano e vittima di violenze e soprusi inimmaginabili ai margini della periferia di Beirut, ora vive e frequenta la scuola in Norvegia.
Un piccolo segno di riscatto di cui la vecchia Europa, nonostante tutto, è ancora capace, come spazio comune di diritti e di giustizia.

Il 26 maggio è ancora l’occasione per farlo, nel nostro stesso interesse nazionale.

Le vie dei migranti: facciamo chiarezza sui numeri

I percorsi delle persone che abbandonano i loro luoghi di origine e migrano verso l’Italia, per scelta, per calcolo o per necessità, seguono molte traiettorie differenti: vengono un pò da tutto il mondo e con mezzi diversi malgrado l’attenzione del pubblico, indirizzata dai media, vada subito alle navi e ai barconi che caratterizzano il flusso mediterraneo (quest’ultimo ha interessato 648.000 persone, in stragrande maggioranza provenienti da Paesi africani, negli ultimi 5 anni, di cui 23.370 nel 2018, secondo Unhcr).

A fronte di questo, l’Istat segnala che la composizione della popolazione straniera residente regolare è molto diversificata per zone di provenienza, anche se è chiaramente identificabile il contributo migratorio più consistente: dalla Romania sono arrivate e risiedono ad oggi 1.190.000 persone, 440.000 dall’Albania, 416.000 dal Marocco, 290.000 dalla Cina, 237.000 dall’Ucraina, 168.000 dalle Filippine e così via, fino ad arrivare a gruppi composti da poche migliaia di persone. Ovviamente la stragrande maggioranza ha trovato una propria collocazione sociale ed economica, lavora ed è regolarmente inserita nei circuiti amministrativi.
Non sempre tuttavia i percorsi migratori portano ad un esito così positivo: c’è chi fallisce, chi se ne ritorna in patria o migra verso altre destinazioni, chi non trova risposta alle sue domande e scaduto il tempo concesso dalla legge si ritrova straniero e senza risorse; molti sono e restano irregolari fuori da ogni controllo (un numero che potrebbe essere stimato in 600.000 persone) altri ancora – soprattutto tra gli irregolari – stazionano nel buco nero del crimine e terminano il loro percorso nelle patrie galere.

Secondo i dati ufficiali del Ministero della Giustizia, al 31 dicembre 2018, la popolazione carceraria in Italia era di 59.655 persona tra le quali 2.576 femmine (di cui 962 straniere) pari al 4,3% (vale a dire che per ogni femmina presente in carcere ci sono 23 maschi). In tale popolazione le persone straniere sono 20.255 pari al 34% dell’intera popolazione carceraria ovvero, in carcere, 1 persona su 3 è straniera.
La popolazione straniera carcerata proviene da 139 paesi (su 196 stati sovrani riconosciuti a livello mondiale); i cinque gruppi maggiormente rappresentati sono Marocco (18,35% del totale di detenuti stranieri), Albania (12,7%), Romania 12,7%), Tunisia 10,3%), Nigeria (7,1%),

La popolazione che vive in Italia è di circa 60,5 milioni e di questi circa 5,1 milioni sono stranieri (8,5% della popolazione) vale a dire che in italia 1 persona su 12 è straniera. Il confronto tra popolazione residente e popolazione carceraria mette dunque in risalto una differenza enorme tra “italiani” e “stranieri” che bisogna in qualche modo spiegare. Ci si aspetterebbe infatti un incidenza di carcerati stranieri (sul totale dei carcerati) pari a quella esistente tra la popolazione straniera residente (rispetto al totale dei residenti), mentre il dato risulta essere oltre 4 volte superiore.
Al di là dei reati e dal danno direttamente ed indirettamente causato dal crimine, tutto questo ha un costo che grava sul contribuente: secondo il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria il costo medio giornaliero per detenuto (anno 2018) è stimabile in circa 137 euro al giorno ovvero circa 50.000 euro/anno. Il costo complessivo della popolazione carceraria è dunque di 2,98 miliardi/anno; di questi oltre 1 miliardo di euro/anno è il costo imputabile alla popolazione carceraria straniera.
A fronte di questi dati – e ferma restando l’assoluta necessità che il carcere sia luogo di recupero e re-integrazione sociale – non vi è dubbio che un serio problema esista e non possa essere in alcun modo negato.

Anche qui però la violenta contrapposizione politica che si è venuta a creare nel Belpaese fornisce spiegazioni opposte e ferocemente avverse.
Se si seguono le argomentazioni di quanti (cittadini e media pro-migranti) sostengono la migrazione indiscriminata, la causa risiede essenzialmente in due fattori: il primo riguarda la (non) qualità delle leggi che metterebbero i migranti nella condizione di delinquere e il secondo sarebbe connesso alle difficoltà dei medesimi ad accedere alle misure alternative al carcere.
Se si seguono invece le argomentazioni di quelli che sostengono la necessità di un ferreo controllo delle migrazioni, le cause vanno ricercate in fattori differenti: la mancata selezione di chi entra in Italia e la maggiore propensione dei migranti a delinquere.

Si tratta di due interpretazioni che sono riconducibili alle contrapposte narrazioni di sinistra e di destra: entrambe comprendono elementi di verità ed entrambe tacciono su ciò che, ottusamente, non vogliono vedere.
Al di la di queste narrazioni restano i numeri sulle carceri (e i costi) ad attestare una situazione critica che si mostra come una delle tante problematiche connesse alle migrazioni scatenate dall’esplosione demografica dei paesi più poveri, dai cambiamenti climatici, dai calcoli geopolitici e dall’economia predatoria globale. A lume di buon senso appare ovvia la necessità di superare questa contrapposizione, riconoscere la portata del problema e ragionare su cosa fare, senza farsi intrappolare da quella irriducibile faziosità politica che sta generando un odio sociale crescente e rende impossibile ogni confronto. Un passo – quello di mettere insieme gli elementi validi di ognuna delle due opposte prospettive – che oggi appare tanto necessario quanto difficile.

Fonti

ISTAT. https://www.istat.it/it/archivio/153369
Ristretti orizzonti – http://www.ristretti.org/Le-Notizie-di-Ristretti/carceri-ogni-detenuto-costa-137-euro-al-giorno
Antigone. Per i diritti e le garanzia nel sistema penale – http://www.antigone.it/index.php
Ministero della Giustizia – https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_14.page?facetNode_1=0_2&facetNode_2=3_1_6&facetNode_3=0_2_10&facetNode_4=0_2_10_3&facetNodeToRemove=1_5_33
UNHCR – https://data2.unhcr.org/en/situations/mediterranean/location/5205

Ferrara raccontata dai migranti: similitudini e contrasti

Se hai 24 anni e come Aurelia sei appena arrivata a Ferrara dalla Moldavia, quando cammini sui ciottoli di via Cammello potresti anche non fermarti incantata a guardare le decorazioni in cotto della chiesetta di San Gregorio, ma magari spiare dubbiosa ogni incrocio cercando di riconoscere quello che porta in via Brasavola, dove c’è la sede della Caritas che ti sta dando aiuto per mettere in regola le carte e fornirti le energie per un nuovo inizio.
In quel momento, in effetti, ad Aurelia veniva da pensare a cose molto più presenti e urgenti che non al fatto di trovarsi nel cuore del ‘castrum’ – come ha spiegato invece la guida turistica dell’associazione Itinerando, Chiara Ronchi – ovvero quell’area dove venne costruito il primo insediamento di tipo militare, che è poi il nucleo da cui si è espansa la città. Lo stesso pezzo di strada è diventato invece primo insediamento personale e quasi un’estensione della sua casa per Samira, arrivata a 20 anni dall’Iran come studentessa dell’Università di Ferrara, quando un annuncio le ha fatto trovare un appartamento in affitto proprio qui, in condivisione con una sua connazionale. E allora lei sì – ha raccontato – che ci faceva caso alla bella chiesa costruita attorno all’anno Mille e ai suoi fregi in cotto sopra al muro in mattoni a vista della facciata in stile romanico; anzi, l’albero che fiorisce nel suo piccolo cortile l’ha rincuorata a ogni primavera e rimarrà un luogo d’incanto nella mappa geografica delle sue emozioni.

Guide e operatori di Camelot alla partenza del Migrantour a Ferrara in via Cammello (foto Luca Pasqualini)

Inizia così il MigranTour Experience, la visita guidata fatta a Ferrara sabato 27 ottobre 2018, in occasione del festival ‘Itacà – Migranti e viaggiatori’, dedicato al turismo responsabile, etico e rispettoso dell’ambiente e di chi ci vive. A organizzare l’insolito accompagnamento alla scoperta della città estense sono stati gli operatori della cooperativa Camelot che hanno coinvolto ragazze e ragazzi originari di altri Paesi che, a Ferrara, ci sono arrivati per studio, lavoro, richiesta d’asilo.

Passaggio in in via Mazzini per l’edizione ferrarese del MigranTour (foto Luca Pasqualini)

Lamin, per esempio – che viene dal Mali, nell’entroterra del nordovest africano – ha rivelato quanta gioia gli avesse dato camminare per via Mazzini quand’era tutta coperta dagli ombrelli colorati, perché gli ricordava la sfilata variopinta di una festa che si fa nel suo paese. Sul Listone, accanto al campanile di piazza Trento Trieste, è stato Muddasar Ali, studente pakistano di 22 anni, che ha raccontato con estrema proprietà di linguaggio e accento impeccabile ma anche ironico, dello stupore e della soggezione che gli incutevano tutti questi orologi che campeggiano in città, perché nel Paese dove è nato ci si dà appuntamento con molta meno precisione, basandosi solo sullo scandire dell’ora di preghiera che risuona dai minareti.

Sosta sul Listone per il Migrantour ferrarese (foto Luca Pasqualini)

Davanti alla statua di Savonarola parla Sitta, rifugiato del Benin, che mostra la foto della statua di un antico re del suo Paese alla quale ha detto di pensare sempre quando guarda il piglio e i gesti orgogliosi dell’antico predicatore ferrarese, perché entrambi tendono il braccio e la mano dell’eroe africano è aperta e solida davanti a lui, in quel caso per mettere un freno all’avanzata dei francesi.

Migrantour a Ferrara: largo Castello con Sitta che mostra la foto della statua di un antico re del Benin (foto Luca Pasqualini)

In corso Ercole I d’Este tutti i migranti-guida hanno raccontato di esserci passati tante volte per fare la fila alla Questura e poi, pian piano, di aver cominciato a guardarsi intorno notandone la bellezza. In particolare per Keita, un giovane richiedente asilo del Gambia (piccolo Stato affacciato sull’Oceano Atlantico nel nord dell’Africa), questa strada è stata una rivelazione quando ha visto che si apriva su tanti spazi verdi e soprattutto su Parco Massari, dove ha ritrovato la gioia di correre sull’erba e in mezzo agli alberi come era normale fare per lui nel paese da cui proviene.

Migrantour a Ferrara: il passaggio in corso Ercole I d’Este (foto Luca Pasqualini)

Il MigranTour – tour cittadino a cura dei migranti – si è concluso nei locali della contrada di San Benedetto dove Guy, mediatore interculturale originario del Camerun, ha raccontato la somiglianza tra le attività del palio di Ferrara e quelle di una rievocazione storica con i cavalli che si fa a Bafou. Tutto il mondo è paese, insomma, e i giovani che a Ferrara sono arrivati pieni di speranze, ma anche di timori e spaesamento, hanno saputo raccontarlo con semplicità ed emozione. Chissà che non ci siano nuove edizioni del MigranTour: un’iniziativa coinvolgente per le persone che a Ferrara ci sono nate e cresciute e che con curiosità, in questo modo, si possono affacciare a guardare il resto del mondo dalle belle vie familiari rivisitate attraverso gli occhi degli altri.

Sosta in piazza Savonarola (foto Luca Pasqualini)
Largo Castello con le guide-migranti (foto Luca Pasqualini)
Passaggio in corso Ercole I d’Este con Guy (foto Luca Pasqualini)
Nella contrada di San Benedetto (foto Luca Pasqualini)
Tappa alla contrada (foto Luca Pasqualini)

Nella foto di copertina in apertura da sinistra il mediatore interculturale camerunense Guy cammina accanto alla collega mediatrice Aurelia originaria della Moldavia, alla studentessa iraniana Samira e alla guida di Ferrara Chiara Ronchi lungo via Mazzini (foto-servizio di Luca Pasqualini)

Vigliacchi

Il foro nel vetro
Il pallino rinvenuto in casa
raffaele-rinaldi
Raffaele Rinaldi, direttore dell’associazione Viale K

Questa notte qualcuno ha sparato un piombino contro una delle finestre dell’abitazione di Raffaele Rinaldi, direttore dell’associazione Viale K, attiva da anni nell’accoglienza dei senzatetto e dei migranti. E’ un evidente atto di intimidazione che impone una risposta forte, chiara e immediata dalla città (non avvezza a questo genere di barbarie), dalle sue componenti associative, dalle istituzioni che la rappresentano.
Se qualcuno pensa di trasformare Ferrara in un Far West sappia che troverà questo giornale in prima fila a contrastarlo
A Raffaele, con un fortissimo ideale abbraccio, esprimiamo la nostra piena e totale solidarietà. Siamo con te

INTERNAZIONALE A FERRARA 2018
Vite in fondo al mare

di Ines Ammirati (allieva del liceo classico Ariosto, Ferrara)

“N.N 2 uomini più o meno 18 anni. Annegati. N.N 9 uomini. Annegati”. L’elenco dei nomi continua senza sosta, come rintocchi riecheggiano nella piazza della Cattedrale negli albori di questa prima giornata di apertura del Festival di Internazionale. “N.N uomo. N.N uomo, più o meno 25 anni. Congelato”…
Ogni anno migliaia di persone intraprendono un viaggio verso l’Europa con l’obiettivo di lasciarsi alle spalle gli orrori di una vita che non li soddisfa, alla ricerca di un posto dove ricominciare, un luogo da poter chiamare di nuovo casa. La maggioranza non sa che non raggiungeranno mai una meta nel loro peregrinare: secondo gli ultimi dati UNCHR, dei 100.000 migranti che partono ogni anno tra i 3000 e i 5000 muoiono o sono dispersi lungo la strada, altri rimangono bloccati per anni in un Paese che non fornisce loro i permessi per terminare il loro viaggio.

A molti questi numeri sembreranno solo una serie di dati statistici senza valore; non vedono che ad ogni cifra corrisponde il volto di un uomo, di una donna o di un bambino senza nome, il cui valore di essere umano unico ed inimitabile è stato dimenticato.
Gipi, pseudonimo di Gian Alfonso Pacinotti, fumettista, illustratore e regista italiano, è la prova vivente che non tutti dimenticano.

Nel corso della lettura ininterrotta dell’elenco, in continuo aggiornamento, compilato dall’ong olandese “United for intercultural action”, il fumettista ha infatti dato voce alle trentamila persone morte dal 1993 a oggi in viaggio verso l’Europa, dimostrando così al folto pubblico riunito di fronte alla Cattedrale, che, anche dall’alto di un piccolo palco in mezzo alla folla, un solo uomo può fare la differenza, ricordando che oltre i numeri ci sono persone con sogni ed aspirazioni comuni a tutti noi, la cui memoria non può, anzi, non merita di essere dimenticata.

Uomini in mare

Questo articolo è stato scritto nell’aprile 2015 ed è rimasto inedito. Senza tale premessa probabilmente nessuno avrebbe immaginato che si tratta di una riflessione fatta tre anni fa, perché nella sostanza nulla è cambiato. Proporlo ora significa evidenziare e ricordare come il tema, che in queste settimane campeggia sui giornali e anima i dibattiti politici e televisivi, non è nuovo. E ciononostante è ancora ben lungi dall’essere risolto… Anzi, si fanno passi indietro. Forse perché la questione è più complessa di come alcuni cercano di farla apparire, ignorando che in gioco c’è la vita, la dignità e la speranza di un decoroso avvenire per migliaia e migliaia di donne, uomini e bambini che hanno diritto, quanto lo ha ciascuno di noi, di coltivare il sogno di un’esistenza migliore. (sg)

 

Uomini in mare, nel Mediterraneo, un mare che i Romani chiamavano ‘mare nostrum’ ma che oggi non riusciamo a controllare, nonostante il progresso intervenuto in duemila anni di storia.

Capita oggi di vedere in tv ragazzi nudi che vengono tirati sulle imbarcazioni partite dai porti italiani nella speranza di contenere un’altra tragedia, per salvare delle vite, per portare al sicuro quelle mani che escono dai flutti del mare in cerca di un’altra mano che a volte viene tesa in tempo e a volte no. Non sempre un marinaio, un finanziere, un carabiniere, un volontario avrà la fortuna, tendendo la sua mano, di incontrare quella di un altro essere umano in tempo per tirarlo all’asciutto.
Una massa di essere umani, uomini, donne, bambini. Persone che si mettono in marcia da un villaggio o da una città Africana e attraversano un deserto, poi Paesi di regimi dittatoriali del Nord Africa e infine il mare, ultima fatica verso il progresso, la civiltà, su imbarcazioni che probabilmente li porteranno solo alla morte.

Un viaggio estenuante, intrapreso non necessariamente perché si fugge da una guerra, e poi perché mai uno dovrebbe poter spostarsi solo se c’è una guerra. Tra i nostri diritti c’è anche quello di prendere un aereo e ‘volare’ da qualche altra parte del mondo. Ma in questo pianeta la dignità umana e i diritti sono riconosciuti in base a criteri specifici tra cui anche la posizione geografica, e capita quindi che queste persone non avendo riconosciuto il diritto alla libera circolazione possano viaggiare verso il sogno di una nuova vita solo in quel modo, pagando alle mafie locali migliaia di dollari per viaggiare in clandestinità, come della merce. E poi, quando scopriranno che non siamo in grado di offrirgli né un lavoro né più dignità del luogo da dove sono partiti, dovranno continuare a restare clandestini perché avranno sempre un debito da estinguere a quelle stesse mafie.
Ma sentono di doverci provare per gli stessi figli che forse perderanno per strada. Cercano disperatamente di raggiungere quella parte del mondo che spreca 1,3 milioni di tonnellate di alimenti, circa un terzo della produzione totale di cibo destinato al consumo umano. Quel mondo in cui lo spreco domestico costa 550 miliardi e ai soli italiani 8,7 miliardi (dati: il Sole24ore). Allora partono verso quel mondo così ricco, immaginando che ci sarà qualcosa per loro, almeno gli scarti, ma che invece non li accoglierà a braccia aperte perché quelle prime mani che li soccorrono al largo della Sicilia e che loro ringraziano sono solo le mani di altri esseri umani, non sono di quel mondo che loro sognano. Lo spreco fa parte del gioco, della società ineguale ma funzionale alla sopravvivenza di un sistema che ha bisogno di ricchi e di poveri, di chi deve chiedere e di chi deve dare. E la regola vale anche se si tratta di sopravvivenza, di bambini che muoiono sotto gli occhi impotenti delle loro madri.

Nel 2011 l’allora ministro Frattini disse che per arginare il problema bisognava sostenere un piano Marshall per l’Africa che includesse aiuti per l’occupazione e la stabilità. Bisognava investire miliardi di euro in cooperazione e abolire le barriere doganali che sbarrano la strada allo sviluppo del Mediterraneo del Sud. Investimenti nell’istruzione superiore, un programma Euro-Mediterraneo che potesse offrire una reale opportunità per quei popoli. Magari si poteva utilizzare una parte di quei 550 miliardi sprecati, magari sarebbe stato un aiuto concreto.

Quindi, politici avvertiti già da tempo. Eppure non si è fatto nulla e ora si propone di bombardare gli scafi prima che partano dai porti nordafricani. Ammesso che si possano bombardare chirurgicamente le navi utilizzate illegalmente, ma dove andranno quelle persone che rimarranno bloccate su quelle coste. Si è forse pensato di istituire dei Consolati con il compito di accettare le domande di ingresso in maniera legale, che possano disbrigare le pratiche di richiesta asilo direttamente in Nord Africa? Un Consolato, un ufficio che abbia la legittimità e condivisione di tutta l’Europa e che permetta a queste persone di non diventare merce, di potere verificare la possibilità di una vita migliore nei nostri Paesi e alla luce del giorno ritornare eventualmente, liberamente alle loro case, se il sogno non si dovesse avverare.

Ma intanto continuano ad arrivare masse di disperati e quando si ragiona su Mafia Capitale si capisce che i centri di accoglienza servono a chi guadagna su queste disgrazie. Se il tanto vituperato Stato si autoesclude dalla gestione di questi centri e li dà in gestione ai privati, abdica dalle sue competenze, diventano come un supermercato che ha bisogno di clienti per poter sopravvivere. I centri di accoglienza hanno bisogno di quelle madri, orfane dei loro figli, per poter lucrare, come un supermercato ha bisogno di clienti, in continuazione perché il mercato non ha pause, deve restare aperto anche di domenica, anche il 1° maggio o il 25 dicembre.

Merce, gli essere umani trattati al pari di una qualsiasi mercanzia. Da affamare nei loro luoghi di provenienza e da sfruttare poi come operai a 5 euro al giorno o come prostitute sulle nostre strade. In questo mondo in cui imperversa la logica dello scambio ineguale e un Paese produttore di cotone come il Burkina Faso che scambia per pochi spiccioli la sua materia prima verso l’occidente che lo trasforma in abiti e moda esportati a caro prezzo in tutto il mondo, Africa compresa.

Un mondo in cui la finanza gioca come al casinò con il destino di interi popoli e si arricchisce con le sue sofferenze. E la finanza è aiutata e sostenuta dagli Stati, quelli più potenti e ricchi.

Chi parlava nella seconda metà degli anni 80 di queste dinamiche attribuiva al debito estero la chiave per estirpare i mali di molti paesi africani. Il debito estero creato ad arte quando il colonialismo, l’intervento armato e il controllo diretto attraverso le guarnigioni sono diventate obsolete e difficili da far digerire alla pur disattenta opinione pubblica. Il debito non si vede, o forse oggi cominciamo a vederlo perché è arrivato anche da noi insieme alla disperazione dei migranti. In Africa il sistema dei prestiti inutili, in progetti inutilizzabili e accettati grazie a governi locali fantoccio o corrotti hanno creato il sapiente gioco degli interessi da restituire, che ha tolto la possibilità di ogni sviluppo, accesso a acqua, cibo, istruzione e dignità.

E la parte del mondo che ha seminato la pianta avvelenata non vuole i suoi frutti, nega il diritto alla libera circolazione, urla indignazione, si divide sul numero di navi da dedicare al pattugliamento del mediterraneo e se far transitare i superstiti verso altri paesi europei. Discute di come far cessare guerre religiose, estremismi, tribalismi con un’altra guerra in nome dell’esportazione della democrazia in luoghi dove non c’è mai stata una rivoluzione francese, ben attenti a lasciare poi tutto come prima. Attenti a che niente cambi, con condimento di aiuti umanitari che non fanno altro che legare all’Occidente le economie povere, impedendone uno sviluppo armonico. L’Africa deve essere lasciata libera di produrre quello di cui ha bisogno, ed utilizzare i suoi prodotti per gli africani. I prestiti portano debito e il debito schiavitù.

E allora, per adesso, non ci resta che sperare che almeno nel Mediterraneo quelle mani di esseri umani che incontrano altre mani tra i flutti del mare, arrivino in tempo per ridare a qualche madre i loro figli. Perché gli Stati, l’Europa, i politici non ci saranno e non arriveranno mai in tempo.

* con citazioni di Thomas Sankarà, Presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987

L'INFORMAZIONE VERTICALE
osservatorio globale

L’occhio di periscopio

Il giornalismo online in questi ultimi anni ha innescato una profonda trasformazione del nostro modo di informarci. Le notizie sono immediatamente disponibili attraverso la rete, continuamente aggiornate, facilmente reperibili. L’informazione è abbondante, la cronaca è ampiamente garantita. Quel che risulta carente è una chiave di interpretazione dei fatti, uno strumento di analisi capace di fornire una lettura che si spinga oltre la superficie degli avvenimenti. FerraraItalia ha questa ambizione: offrire commenti, analisi, punti di vista che contribuiscano alla formazione di una più consapevole coscienza del reale da parte di ciascuno e a vantaggio di tutti, come imprescindibile condizione per l’esercizio di una cittadinanza attiva e partecipe. Ferraraitalia è un quotidiano indipendente globale-locale che sviluppa un’informazione verticale tesa all’approfondimento, perseguito con gli strumenti giornalistici dell’inchiesta, dell’opinione, dell’intervista e del racconto di vicende emblematiche e in quanto tali rappresentative di realtà più ampie, di tendenze, di fenomeni diffusi (26 novembre 2013)

Redazione

Direttore responsabile: Francesco Monini
Collettivo di redazione: Vittoria Barolo, Nicola Cavallini, Simonetta Sandri, Ambra Simeone, Carlo Tassi, Bruno Vigilio Turra
Segreteria di redazione: Paola Felletti Spadazzi

I nostri Collaboratori: Sandro Abruzzese, Francesca Alacevich,Alice & Roberta, Catina Balotta, Fiorenzo Baratelli, Roberta Barbieri, Grazia Baroni, Davide Bassi, Benini & Guerrini, Gian Paolo Benini, Marcello Bergossi, Loredana Bondi, Marcello Brondi, Sara Cambioli, Marina Carli, Emanuela Cavicchi, Liliana Cerqueni, Ciarìn, Riccarda Dalbuoni, Roberto Dall'Olio, Costanza Del Re, Jonatas Di Sabato, Anna Dolfi, Laura Dolfi, Francesco Facchiano, Franco Ferioli, Giovanni Fioravanti, Giuseppe Fornaro, Maura Franchi, Riccardo Francaviglia, Andrea Gandini,Sergio Gessi, Pier Luigi Guerrini, Sergio Kraisky, Francesco Lavezzi, Daniele Lugli, Carl Wilhelm Macke, Beniamino Marino,Carla Sautto Malfatto, Fabio Mangolini, Cristiano Mazzoni,Giorgia Mazzotti, Paolo Moneti, Francesco Minimo, Alice Miraglia,Corrado Oddi, Fabio Palma, Roberto Paltrinieri, Valerio Pazzi,Carlo Perazzo, Federica Pezzoli, Gian Gaetano Pinnavaia, Mauro Presini, Claudio Pisapia, Redazione, Francesco Reyes, Raffaele Rinaldi, Laura Rossi, Radio Strike, Gian Pietro Testa, Roberta Trucco, Federico Varese, Ranieri Varese, Gianni Venturi, Nicola Zalambani, Andrea Zerbini

Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

Clicca sull’Autore per i suoi contributi.
CONTATTI
Inviare i comunicati stampa a: redazione@ferraraitalia.it
Inviare lettere al giornale a : interventi@ferraraitalia.it


FERRARAITALIA
Testata giornalistica online d'informazione e opinione, registrazione al Tribunale di Ferrara n.30/2013