Ok il salario è giusto: la propaganda vince sulla realtà
Ok il salario è giusto: la propaganda vince sulla realtà
Quando si può affermare che il salario pagato ad un lavoratore dipendente sia quello giusto?
Da tempo i Sindacati hanno una loro definizione precisa: in attesa di adottare un salario minimo orario, come accade ormai in 22 dei 27 paesi aderenti all’UE (e l’Italia, tanto per cambiare, si distingue in negativo), il salario giusto è quello derivante dai contratti collettivi firmati dalle organizzazioni (sindacali e datoriali) più rappresentative. Di seguito vedremo perché distinguere tra i vari contratti e firmatari non è solo un capriccio, ma una questione sostanziale.
Con il decreto “Primo Maggio” il Governo sembra voler finalmente condividere questa impostazione.
Il riferimento alle organizzazioni maggiormente rappresentative può sembrare un tecnicismo, ma ha effetti estremamente concreti. Senza entrare in dettagli che risulterebbero noiosi, in assenza di una legge sulla rappresentatività sindacale più volte sollecitata (dalla Cgil in particolare), i contratti collettivi, firmati da sindacati e associazioni datoriali, non sono validi per tutti ma solo per lavoratori e lavoratrici iscritti ai sindacati firmatari e alle aziende aderenti a quelle associazioni. Non hanno, come si dice in linguaggio giuridico, validità “erga omnes”. E allora come mai in un’azienda viene applicato lo stesso trattamento a tutti i dipendenti? Grazie al “rimando”. All’atto dell’assunzione, ogni dipendente firma una lettera nella quale si rimanda, per tutti i trattamenti applicati, al Contratto Collettivo di categoria.
La conseguenza più importante di questa norma è che un’azienda può decidere di aderire ad una diversa associazione di categoria, anzi addirittura può fondarne una, trovare dei sindacati disposti a firmare un contratto collettivo diverso da quello firmato dalle organizzazioni più importanti (o magari costituirseli ad hoc) per sottoscrivere accordi peggiorativi rispetto a quello che dovrebbe essere l’unico contratto nazionale. Sono quelli che comunemente vengono chiamati “contratti pirata”, ma che per la legge italiana hanno piena validità pur prevedendo salari più bassi, meno ferie, tutele ridotte in caso di malattie.
E quindi, l’annuncio del Governo, per cui almeno per la parte economica bisogna riconoscere a tutti il trattamento previsto dai contratto firmati dalle Organizzazioni più rappresentative, sembrerebbe finalmente un passo nella direzione giusta. Ma è davvero così?
Se esiste un salario giusto, appare logico che una retribuzione inferiore debba essere considerata “ingiusta”. Quindi dovrebbe essere consequenziale sanzionare in qualche modo le aziende che riconoscono un salario ingiusto, per spingerle ad adeguarsi alla norma. E invece, il decreto ragiona in modo opposto: chi applica un salario ingiusto può continuare a farlo, mentre le aziende che sono allineate ai contratti più rappresentativi potranno beneficiare di future agevolazioni fiscali e contributive.
In sintesi: si stabilisce una norma, ma si decide anche che il mancato rispetto della stessa rappresenti la normalità, arrivando paradossalmente a considerare il rispetto della norma come un comportamento virtuoso, da premiare.
Quali saranno le conseguenze per le persone che lavorano? Probabilmente nessuna. Il decreto porterà con ogni probabilità a concedere sgravi ad aziende che già applicano i contratti “giusti”, ma difficilmente spingerà le altre ad adeguarsi, in assenza di sanzioni e considerando che i vantaggi derivanti dall’applicazione dei contratti pirata resteranno probabilmente maggiori dei possibili “premi” applicati alle aziende che si comportano in maniera corretta.
Sintetizzando ancora: più soldi alle aziende, poco (ma più probabilmente nulla) alle persone che ci lavorano.
E questo svela l’intento propagandistico del decreto, non a caso promulgato a ridosso del Primo Maggio: ennesimo spot (leggi anche qui) di un governo che, non contento di penalizzare sistematicamente i lavoratori dipendenti, cerca in tutti i modi di convincerli che lo fa per il loro bene.
Cover photo: Iva Zanicchi, Sanremo 1969, https://creativecommons.org/publicdomain/mark/1.0/


















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