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FERRARA E LE CITTÀ INVIVIBILI
Addenda apocrife alle Città di Calvino

 

Già il Gran Kan stava sfogliando nel suo atlante le carte delle città che minacciano negli incubi e nelle maledizioni: Enoch, Babilonia, Yahoo, Butua, Brave New World.

E Marco Polo: Puoi aggiungerne altre di città invivibili e maledette, o una sola, addormentata sopra una gran pianura, che ne riassume molte.

Cangiascutmai è la città che cambia nickname, detta pure Camàlea, Da rossa che si fa faticosamente all’inizio del secolo XX, in armonia con i mattoni delle sue case, diventa nera in un batter d’occhio – e di legnate – per oltre un ventennio, per tornare rossa. Da poco è nuovamente nera. I cittadini si bastonano da sé, con pesanti schede elettorali.

Si è detta Bicicléta, il solo mezzo di trasporto che può portare al socialismo. Fa procedere alla giusta velocità, trasporta pesi incredibili, accompagna, in luogo del bastone, il passo che con gli anni si fa insicuro.

Ora è Màkina: tutti in auto, i pedoni sono automobilisti provvisoriamente appiedati. L’auto segna il passaggio all’età adulta, spesso anche a miglior vita e lo stesso concepimento. Qualche parte della città ne era faticosamente risparmiata. Ora non più da nessun mezzo, per quanto ingombrante.
Occorrono però interventi radicali per trasformarla nella mitica Tiro, la città dei TIR, come pure si vorrebbe.

E’ detta pure Nèbia,  Calìgo la dicono i visitatori goranti, Fumàna, i quasi mantovani. È indescrivibile perché non si vede niente. Lo spasso consiste nell’appoggiarsi al muretto – circonda il fossato del grande Castello, al centro della città – e dire “Vedi che non si vede. Si taglia con il coltello. Ci puoi appoggiare la bicicletta…”. 

Pandèmia è un nome che condiviso con altre città. Si stava molto in casa. Balli e canti dai balconi ora sono cessati. Quancuno esce ancora mascherato e con i guanti, per non lasciare impronte.

È anche chiamata  Sgàrbia, da un mecenate, generoso con i soldi di tutti. Invita gli amici a prendere posti di rilievo in città. Sono spesso persone stimate nei campi loro. Al suo tocco si trasformano. Una sorta di re Mida al contrario, lo si direbbe. I suoi ammiratori si salutano dicendosi “Capra, capra,  capra”,

Bàlbia è uno scutmai che pure si sente. Onora un grande trasvolatore, caro al mecenate esteta, forse perché raccomanda “A quel prete dategli delle bastonate di stile”. Ed era solo un prete di campagna.

Naòma è nome popolare. Non so se il Naomo locale – taluno lo vede bene emulo di Pietro Gonnella – abbia preso lo scutmai da un personaggio del comico Panariello, abituato a umiliare i suoi interlocutori.
Le sue gesta sono molte e quasi leggenda. Noto solo che sia Panariello che Gonnella sono un dono della città di Fiorenza alla quale la Ferrara Cangiascutmai ha dato Savonarola e il più noto degli Aldighieri.

La città, o almeno una sua parte, è detta Fòbia: ama il nero, ma non il negro, soprattutto se nigeriano.
Ha soppiantato, nel rigetto, il sempreverde zingaro e l’albanese, che ha ultimato la sua breve stagione.
La Nigeria, leggo, prende il suo nome dal fiume Niger. Questo però non deriverebbe dal latino niger ma dal portoghese negro o preto, che vogliono dire appunto nero.
È la differenza tra la zuppa e il pan bagnato. Ma se sono portoghesi si spiegherebbe l’aspirazione – proclamata a gran voce dai fobici – di condividere il nostro benessere senza pagare.
Mi piace di più che il nome derivi dal Tuareg gber-n-igheren (il fiume dei fiumi), abbreviato in ngher, un nome locale utilizzato lungo il medio corso nei pressi di Timbuctù. e, aggiungo, lungo il Po: negher, negar.

Infine Pentàgona, per la forma benaugurante della città, ispirata agli studi del grande Pellegrino Prisciani.
Molto ci sarebbe da dire, Gran Kan, a questo proposito. Forse sarebbe la risposta alle domande sullo scopo dei miei viaggi: “Rivivere il passato, ritrovare il futuro”. Così la città può farsi Tetràgona, pur restando Pentàgona. Non si restringe al quadrangolo del castrum, che l’ha generata. Si fa ferma, costante, resistente a ogni urto e contrarietà; irremovibile di fronte alle odierne sciagure. Lo dice un suo figlio, che ha avuto altrove fortuna: “avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura”. Allora, Gran Kan, non sarà più tra le città minacciose e maledette.

In copertina: Dettaglio del sarcofago di Prisciano Prisciani,  commissionato dal suo “pio figlio Pellegrino”, come sottolineato nell’iscrizione.  

Attenti alla Statista

 

Giorgia Meloni e il suo partito sono in questo momento sugli scudi. Fratelli d’Italia (conserva la fiamma ma si annette Goffredo Mameli e ha adottato l’inno nazionale) è stimato attorno al 25%, quattro o cinque punti sopra il PD di Letta e quasi dieci punti sopra la Lega che, grazie al suo leader, ha sbagliato tutte le ultime mosse.
Le elezioni di fine settembre sono ancora lontane, e la maggioranza degli italiani non sa ancora chi voterà – e se andrà a votare – ma il dato è comunque storico. Per la prima volta in 75 anni di storia repubblicana il partito di estrema destra diventa il “primo partito”. Giorgio Almirante sarebbe contento.

Molti, anche del Centrosinistra, minimizzano, lo ritengono un fenomeno passeggero, perché la politica in Italia è come la porta girevole del Grand Hotel, entra uno ed esce un altro: Berlusconi, Monti, Renzi, Conte… E poi, Giorgia è cambiata, non urla più come una coatta di Tor della Monaca, e ha scritto (o si è fatta scrivere) una bella autobiografia. E soprattutto è una donna, finalmente una donna, la prima, l’unica donna in una balbettante politica da appannaggio da sempre dei maschi.

La metamorfosi è compiuta, ora Giorgia è una statista. Ha smorzato i toni, senza rinunciare ai suoi sacri valori. Sembra la carta carbone (la carta carbone è nera) della sua grande amica Marine Le Pen. Con la differenza che in Francia c’è il presidenzialismo e Marine arriva prima al primo turno e perde regolarmente al secondo. In Italia invece, se come probabile a settembre vince il Centrodestra, Giorgia può diventare Presidente del Consiglio. Matteo Salvini è troppo depresso per opporsi.

Sulla fiamma sono sempre diffidente, ma la nuova Giorgia sembrava convinta e convincente. Poi ho letto il suo programma elettorale, IL MOVIMENTO DEI PATRIOTI IN 15 PRIORITÀE’ già il titolo mi ha precipitato nella macchina del tempo. E dopo i patrioti, tra una promessa e l’altra, ecco che salta fuori la gloriosa fiamma con le sue parole ammuffite e puzzolenti, tutto il vecchio repertorio fascista e neofascista. Lo sapevo io, la vecchia bestia non muore mai.

“Difesa della famiglia naturale, lotta all’ideologia gender e sostegno alla vita. […] PRIMA L’ITALIA E PRIMA GLI ITALIANI […] una Legge che dica che la difesa è sempre legittima  […] Controllo delle frontiere e blocco navale con rimpatrio immediato a seguito di accordi con gli Stati del nord Africa. Espulsione dei clandestini e stop al business dell’accoglienza […] TUTELA DELLA NOSTRA IDENTITÀ DAL PROCESSO DI ISLAMIZZAZIONE […] Albo degli imam e obbligo di sermoni in italiano. Nessun cedimento a chi vorrebbe eliminare i simboli della nostra tradizione cristiana, vietare il presepe o rimuovere i crocifissi dai luoghi pubblici. Tetto al numero massimo di alunni stranieri per classe […] Cura dei più bisognosi con pasto caldo e dormitorio per tutti ma stop al racket dei mendicanti […] Per una Gioventù nazionale protagonista delle sorti dell’Italia.”
(Tratto da IL MOVIMENTO DEI PATRIOTI IN 15 PRIORITÀ)

In Copertina: Giorgia Meloni interviene al CPAC (Conservative Political Action), Orlando, California, 24-27 febbraio 2022 (foto Wikimedia Commons) 

PRESTO DI MATTINA /
Marta e Maria di Betania

 

Marta e Maria di Betania

«Ti benedico, ospite mio, mio invitato – dice il santo rabbino – poiché il tuo nome è: Colui che cammina. Il cammino è nel tuo nome. L’ospitalità è crocevia di cammini» (Edmond Jabès [Qui], Il libro dell’ospitalità, Milano 2017, 11).

Due sorelle e un fratello, Lazzaro, gli amici di Gesù. Un piccolo e povero villaggio il loro, tanto che uno dei significati del nome Betania è “casa di povertà”. Posto sul versante orientale del Monte degli Ulivi, a circa mille metri dalla città santa, sulla strada che porta dalle alture di Gerusalemme agli sprofondi di Gerico.

Casa dell’amicizia ospitale, potremmo dire anche della loro casa. Per Gesù luogo delle confidenze, di intimità fraterna coi discepoli, di sororità e di famiglia; un luogo in cui riposare, una sosta lungo il cammino che stava compiendo verso il suo destino a Gerusalemme.

Queste due donne, Marta e Maria, pensate, sono state scelte dai vescovi quale icona evangelica per ispirare, orientare, accompagnare il secondo anno del cammino sinodale della chiesa italiana.

I cantieri di Betania: così hanno chiamato queste prospettive e riflessioni pastorali, nate – ci tengono a sottolinearlo – dalle interrogazioni del popolo di Dio, dalla consultazione delle comunità cristiane, e le loro risposte e i quesiti ne costituiscono il background, l’ordito testuale.

Come a dire: si costruisce la sinodalità solo a partire da un ascoltarsi ospitale. Così è emerso che questa ospitalità ha lo stile e i tratti di due donne postesi alla sequela di colui che si fa ospite per poter ospitarci.

Ancora oggi egli si fa ospite e pellegrino in mezzo a noi. E camminando egli svela il suo nome; accolto, ci fa conoscere il nostro nome nascosto, segreto. Egli è così colui che è sempre atteso perché «cammino è il suo nome».

Per quanto duri la notte la luce è sempre attesa così anche se avrà un lungo cammino davanti a se l’itineranza di un nomade non sarà privata dell’ospitalità: «Alla tua destra, il posto lasciato vuoto per l’arrivo dello straniero è sempre libero. Pazienta. Chi muove verso di te troverà libera la via».

Non importano le difficoltà ch’egli troverà nel cammino: «A un certo momento giungerà, poiché egli sa d’essere atteso, sinceramente. Davvero ospitale è, fino in fondo, l’attesa» (ivi, 23).

E alfine «il maestro disse, spostando la poltrona su cui sedeva: – È ora. Bisogna che parta. Mi lascerò guidare dai vostri pensieri. Di ciascuno rifarò il cammino. Continuerò così a vivere in voi. – E tu in noi, risposero i discepoli» (ivi, 82).

È appena di domenica scorsa la lettura di questo vangelo di Marta e Maria. A introdurlo la prima lettura dalla Genesi; il racconto di un’altra ospitalità, quella di Abramo alle querce di Mamre resa a tre forestieri nell’ora più assolata e calda del giorno.

La seconda lettura, che ha la funzione di attualizzare le scritture nell’oggi, ci ricordava con Paolo che il discepolo diviene lui stesso dimora di speranza quando ospita con ostinata determinazione dentro di sé la Parola di Dio: «Cristo in voi speranza della gloria», completando in se stesso i patimenti e le ferite di Cristo che continuano ad essere inflitti al suo corpo che è l’umanità:

«Auschwitz, cancellazione del Nulla, estrema cancellazione… Trema la mia voce, disse il vecchio. La parola umana e quella divina hanno preso atto allo stesso tempo della loro fragilità e della loro nascosta potenza.

Una parola di dieci lettere è il territorio dell’ospitalità. Abbi cura di ognuna d’esse, poiché dappertutto è inferno e sangue e morte. E il bambino s’asciugò le lagrime per sorridere al vecchio, che s’era nel frattempo un poco riconfortato. Razzismo. Antisemitismo. Esclusione. Tre sono le ferite. Tre le determinazioni» (ivi, 28-29).

In questo brano evangelico Luca ci presenta dunque un primo fotogramma: Gesù in cammino verso Gerusalemme. Seguiranno poi quelli all’interno della casa.

Attraversando strade e villaggi lui e i suoi discepoli hanno sperimentato ora il rifiuto, ora l’accoglienza, una volta vengono allontanati con sospetto, minacciati di morte pure, un’altra abbracciati da gioiosa gratitudine. A Betania sarà cosparso di preziosissimo unguento: una libbra di purissimo nardo.

Anche entrando a Gerusalemme avrà una grande accoglienza, da messia regale, ma poi ritornerà a Betania dai suoi amici.

Quasi subito, appena pochi giorni da quell’ingresso, gli osanna saranno mutati in grida: crocifiggilo, crocifiggilo; rifiutato da molti, misconosciuto e abbandonato dai discepoli, perfino tradito.

Troverà lacrime di ospitalità solo dalle donne, solo un velo di donna ad asciugare le sue sulla via della croce. E un cireneo, poi, costretto ad ospitare sulle sue spalle la sua croce sin sul Golgota. Là ai suoi piedi Giovanni e sua madre, chiede loro di restare ospitali, di accogliersi l’un l’altra come figlio e madre.

E il ladrone disse a Gesù: «Non merito l’ospitalità che ti devo. Accettala. Saprò che m’hai perdonato» (ivi, 18): inaspettatamente, proprio alla fine, sulla croce sarà riconosciuto e ospitato nella fede dell’altro appeso con lui al legno, e così non potrà, a sua volta, non accoglierlo pure lui dicendogli: «oggi sarai con me in paradiso».

Si risveglieranno entrambi tra le braccia del Padre, la loro nuova casa; e il centurione, senza saperlo, trapassando il costato di quel corpo morto, lascerà la porta di quel giardino per sempre aperta.

 

Betania, casa dell’obbedienza ospitale

«Maria, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi» (Lc 10,38-42). Nel commento al vangelo Origene [Qui] scrive: «chiunque è di Betania, è amico di Gesù in quanto diventa intimo con l’obbedienza».

L’ascolto è la polla sorgiva da cui scaturisce ogni ospitalità. È nota la derivazione sia greca che latina della parola ‘obbedienza’: un ascolto in profondità, di colui che si abbassa fin alla radice dell’interiorità, come di discepola/o accovacciati ai piedi del maestro.

Maria, discepola che fa spazio, che fa tacere le sue parole, lasciando entrare le parole dell’ospite tenendole in grembo, adagiandole in quelle intimità senza limiti che sono le viscere di misericordia:

«Quale definizione potrebbe andar bene per l’ospitalità? – chiese il più giovane dei discepoli al maestro. – Ogni definizione è, di per sé, una riduzione e l’ospitalità non sopporta nessuna limitazione – rispose il maestro. Non chiedere la strada a chi la conosce, ma a chi, come te, la cerca» (ivi, 62).

Per accogliere bisogna uscire, da se stessi, dalle proprie parole, dai propri schemi e ragionamenti, non essere intenti alle cose, rivolti a se stessi; in un parola non essere noi al centro, come Marta, ma porre al centro colui che si accoglie.

La prima e più essenziale ospitalità, quella da considerarsi veramente buona, non è quella che ospita l’altro in casa, sotto il proprio tetto, o a tavola nel servizio della mensa, ma quella che accoglie dentro di sé, nella dimora che siamo noi.

La disponibilità all’ascolto profondo «ha come sbocco l’ospitalità», che è come dire tiene aperta l’aspettativa, la stessa speranza della vita: «- Hai il potere di prolungare la vita?, chiese un saggio a un altro saggio. – Ho il potere di prolungare la speranza, gli rispose costui» (ivi, 72).

 

«Il criterio è l’ospitalità»

L’ospitalità è misura smisurata di umanità; essa ci rende degni della nostra umanità, compie la nostra libertà come amore. L’ascolto dell’altro è la prima e fondamentale forma di ospitalità, che genera e alimenta ogni altra forma e servizio di accoglienza.

L’ascolto è come il lievito nella pasta di ogni servizio ospitale. Non c’è Maria senza Marta, come non c’è lievito senza pasta e pasta senza lievito. L’ascolto fa lievitare il bene di ogni diaconia e servizio proprio nella comunità cristiana.

Colui che ascolta impara lingue nuove, conosce nuovi mondi, si misura con linguaggi altri che acuiscono in lui l’arte dell’interprete, della mediazione per il desiderio di comunicare la gioia dell’ospitalità, che è gioia evangelica.

Di più: «L’ospitalità va letta come una buona notizia» (ivi, 84). Un vangelo non è solo per se stessi ma, come l’ospitalità, dono rivolto a tutti: «Se varco la soglia della tua casa, a chi offrirai ospitalità? Al tuo maestro o allo straniero del quale non sai nulla? – Come potrei non offrirla al mio maestro che m’ha fatto l’onore di venire da me? –

Il tuo maestro – disse allora il saggio – non ha bisogno di questo segno di rispetto. Il viaggiatore smarrito, invece, che bussa alla tua porta, spera con tutte le sue forze in questo segno, poiché non lo richiede soltanto per sé» (ivi, 66).

Al cuore dell’ospitalità sta dunque un vangelo nascosto, una buona notizia di liberazione, sia per chi ospita che per chi è ospitato. È la libertà stessa del vangelo generativa di fraternità.

In ogni ospitalità, come nella casa di Marta e Maria, è lui che incontriamo e ci dice: “ero forestiero e mi hai ospitato”: «Lo straniero forse capirà d’esser giunto nel paese, desolato delle sabbie, dove l’ospitalità è pegno di sopravvivenza”, insegnava ancora. E aggiungeva: “È il libro, questo paese”» (ivi, 96) e «smisurata è l’ospitalità del libro» (ivi, 108).

 

Ospitalità crocevia di cammini

Sinodalità si declina con ospitalità. Nel testo a più mani dei vescovi si ricorda dunque che per essere sinodali occorre essere ospitali. Le nostre chiese dovranno di nuovo uscire dai propri schemi e porsi con più decisione in ascolto.

Ascoltare è attraversare le frontiere dell’io del noi, queste barriere hanno i nomi di clericalismo e mondanità spirituale. Entrambi non conoscono ospitalità. Inospitale perché egotico è il primo, pone se stesso sopra tutti, abusando del suo potere; mortifica la dignità battesimale, la santità, vocazione, del popolo di Dio e il senso della fede dei battezzati.

Ma inospitale è pure la mondanità spirituale, perché vive al di fuori della vita reale, in un suo mondo a parte – come in una fiction – ridicolizza l’incarnazione e rifugge dal prendere dimora tra gli umili e i poveri, dall’abitare nel deserto sotto una tenda come Yhwh;

esalta l’esteriorità, vendendo l’effimero come fosse moneta sonante; vive sul pinnacolo del tempio una ritualità e liturgia vuote del mistero della fede; ama invece le piazze e i sagrati come luoghi delle sue ostentazioni ed esternazioni; confidando solo nelle proprie forze.

La mondanità spirituale non conosce l’abbandono alla grazia, il cuore fatto ardente, l’urgenza mite dell’annuncio, che la pone sulla strada samaritana, che è strada della prossimità compassionevole, del servizio, della corresponsabilità.

Il fatto che Marta svolga dei servizi, ma che li porti avanti ansiosamente e affannosamente è perché non li ha innestati nell’ascolto dell’altro, ma su se stessa, a misura del suo bisogno. Un servizio che manca dell’ascolto crea risentimento, dispersione, preoccupazione e agitazione.

Nel documento consegnato alle chiese locali «la centralità delle figure di Marta e Maria richiama esplicitamente il tema della corresponsabilità femminile all’interno della comunità cristiana»: l’ospitalità come crocevia di genere.

«Marta e Maria non sono due figure contrapposte, ma due dimensioni dell’accoglienza, innestate l’una nell’altra in una relazione di reciprocità, in modo che l’ascolto sia il cuore del servizio e il servizio l’espressione dell’ascolto».

Pertanto, dall’icona dell’ospitalità evangelica riproposta nel documento, emerge la necessità ancora disattesa di «curare l’ascolto di quegli ambiti che spesso restano in silenzio o inascoltati… prestare ascolto ai diversi “mondi”, in cui i cristiani vivono e lavorano, cioè “camminano insieme” a tutti coloro che formano la società.

Innanzitutto il vasto mondo delle povertà: indigenza, disagio, abbandono, fragilità, disabilità, forme di emarginazione, sfruttamento, esclusione o discriminazione (nella società come nella comunità cristiana);

poi gli ambienti della cultura (scuola, università e ricerca), delle religioni e delle fedi, delle arti e dello sport, dell’economia e finanza, del lavoro, dell’imprenditoria e delle professioni, dell’impegno politico e sociale, delle istituzioni civili e militari, del volontariato e del Terzo settore.

Sono spazi in cui la Chiesa vive e opera, attraverso l’azione personale e organizzata di tanti cristiani, e la fase narrativa non sarebbe completa se non ascoltasse anche la loro voce».

L’invito di Marta e Maria? «Scoprite che la fraternità ha un volto e l’ospitalità una mano». Anche senza gli incentivi del 110 per cento teniamo aperti i cantieri di Betania: il cantiere della strada e del villaggio, quello della chiesa come casa ospitale e il cantiere in essa delle diaconie e della formazione spirituale.

 “Quando la nostra responsabilità è messa alla prova”.
“Prendere la parola.
“Per quel ch’essa è.
“Per quel ch’ essa può.
“Far ricorso ad essa.”
A colui che parla abbiamo il diritto di chiedere
in nome di che cosa egli parla.
“E allo stesso modo chi ci interroga ha il diritto
d’aspettarsi da noi una risposta.
(ivi, 34)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

C’È DEL RAZZISMO ANCHE NELLA SOLIDARIETÀ?

La domanda è lecita e provocatoria insieme. E, come si intuisce, riguarda innanzitutto l’immigrazione.
C’è stata una grande onda emotiva, e un ammirevole spirito di accoglienza in tutta Europa, verso gli oltre cinque milioni di profughi dall’Ucraina, ‘ariani’, ebrei, europei, comunque bianchi. Oltre tre milioni nella sola Polonia. Quel paese che, assieme ad altri e alle orde razziste di altri paesi democratici ancora, si è sempre opposto al criterio della redistribuzione delle poche decine di migliaia, dei rifugiati dall’Africa ed altri paesi asiatici. Immigrati questi, che continuano a venire, e a morire, per colpa della ostilità ad accoglierli. E sono, in tutto, ancora poche migliaia. In Italia 23 mila da inizio anno, a fronte dei 90 mila di analoghi periodi degli anni scorsi. Gente di colore, invece, questa.
Come di colore sono i messicani, che premono e muoiono sui muri, alla frontiera americana. Sono spariti dagli schermi tutti questi emigranti di colore. Solo una arida e rapida contabilità, se ne fa al massimo, e solo quando muoiono a gruppi, come il mese scorso in Messico, in Spagna, nel mediterraneo. Sì perché i singoli che muoiono da… soli, non esistono proprio.
Intanto i numeri. Proprio il caso dell’Ucraina, dimostra che la capacità di accoglienza dell’Europa, è molto più grande di quanto vogliono farci credere. Sul milione della pista balcanica che la Germania rischiava di dover accogliere, è stato fatto un gran casino fino alla splendida, costosa, in tutti i sensi, e brillante soluzione con la Turchia di quel bandito di Erdogan.
Poi il dato politico. L’immigrazione, soprattutto quella di colore, non è solo un problema per tutti i governi. È una grana. E lo è soprattutto perché molta popolazione, è stata istigata alla paura e all’odio. Gli episodi recenti più gravi e dolorosi, sono accaduti uno alla frontiera degli Stati Uniti a guida democratica, e uno a Melilla nella Spagna del socialista Sanchez!
Non che noi, in Italia, si brilli per spirito di accoglienza, viste le difficoltà che sempre si frappongono ad ogni sbarco, anche se Salvini ha smesso di abbaiare. Quella propaganda ormai gli rende poco più.
E dire che davvero, come si ripete sempre più spesso, l’immigrazione è tutt’altro che una grana, ma una importante risorsa. Intanto culturale, per quella contaminazione e per quello scambio, fra costumi, storie, sistemi di vita e di pensiero che é davvero un arricchimento reciproco, sempre. Qui, però, si va in un terreno troppo raffinato, per gli ottusi buzzurri che si oppongono, addirittura, allo jus culturae.
Ma sono anche una grande risorsa economica, come dimostrano molti parametri economici come il lavoro e la produzione (senza gli immigrati, dice Zaia, il Veneto crollerebbe), o il fisco e la previdenza.
È così evidente che abbiamo bisogno di loro! Anche di meticciato, aggiungo, abbiamo bisogno. Se no faremo la fine di quella nobiltà che, senza ricambio di sangue proletario, ha finito per subire un impoverimento genetico. Se poi si aggiunge che, come popolazione autoctona, non facciamo figli e invecchiamo, tutto è chiaro meno che agli ottusi ideologici ostili.
Eppure occorre dire, che il grosso dei flussi migratori dovremo ancora vederlo. Il più, o il peggio per alcuni, ha da venire. Il clima, la desertificazione, la fame e le 60 guerre in corso, sono tutte cause destinate a generare flussi migratori sempre più grandi.
E non ci potrà essere differenza fra bianchi e di colore.
Chi non vede questo vive nell’iperuranio.
Se però a non vederlo sono masse di popolo incapaci di ragionare, è un fatto grave. Ma se sono politici spregiudicati e inetti, di cui quelle stesse masse sono vittime, il grande problema sociale, economico e soprattutto umano dell’immigrazione, da grande diventerà enorme, con effetti ancora assolutamente imprevedibili
In copertina: A girl holds her young sister in a camp during a bore hole handing over ceremony in Kismayo, Somalia, funded by AMISOM on 6 December, 2014. AMISOM Photo / Ramadan Mohamed- licenza Creative Commons

Razzismo, xenofobia e russofobia.
Un dossier sui “danni collaterali” della guerra in Ucraina

 

Ci permettiamo un consiglio. Questa sera non ascoltate nessun telegiornale. E domattina, non accendete la radio per ascoltare il notiziario. Non passate nemmeno in edicola. Tempo e soldi risparmiati; le notizie dei reporter in Ucraina, le interviste, i commenti, le immagini, la finta commozione, l’ossequio alla narrazione dominante… sono sempre le stesse. Prendetevi una pausa dalla melassa della deprimente informazione italiana:  pigra, massificata, conformista, con la schiena curva.
Cercate per una volta qualcosa di diverso, di non ideologico, di più vero. Prendetevi il tempo per scaricare questo puntuale, informatissimo, straordinario dossier redatto dagli amici di Lunaria. Tanti, troppi episodi di “ordinario razzismo”, un puzzle di “brutte storie”  che raccontano una Italia (e una stampa, una politica, una società italiana) avviata “senza pensiero” verso una strada sempre più lontana dalla nostra Costituzione. Forse non è troppo tardi per accorgersi di questa pericolosa deriva, che, badare bene, coinvolge tutti e ognuno di noi. Buona lettura.
Francesco Monini


Con la guerra non può esserci pace.
Accogliere è giusto e si può fare.
Il ritorno incomprensibile e inaccettabile della guerra in Europa, l’accoglienza e la solidarietà straordinarie offerte ai cittadini ucraini in fuga ci ricordano innanzitutto questo. Ma ci raccontano anche molto altro.

Con la guerra proliferano anche la xenofobia e il razzismo. Prendono ossigeno i peggiori nazionalismi. Nascono distinzioni che sfociano in nuove forme di discriminazione.

In questo dossier cerchiamo di raccontarle, sapendo di correre un rischio insidioso. Quello di riproporre, senza volerlo, quella tendenza alla polarizzazione che da molto tempo (ben prima della diffusione del Covid-19 e dell’aggressione russa all’Ucraina) denunciamo come un paradigma strutturale e patologico del discorso pubblico.

Non è nostra intenzione assecondare una logica binaria che contrappone i diritti dei profughi ucraini a quelli dei profughi, dei richiedenti asilo e dei rifugiati provenienti da altre aree del mondo. Al contrario, ciò che sta avvenendo oggi ci induce a chiedere che l’accoglienza, la solidarietà, la pietas umana rivolte ai profughi ucraini da parte delle istituzioni, dei media e dell’opinione pubblica occidentali siano estese a tutte le persone bisognose di protezione, indipendentemente dalla loro origine nazionale.

D’altra parte, è indubbio e incontestabile il trattamento diverso che le istituzioni dell’Unione Europea e nazionali hanno riservato ai profughi ucraini rispetto ai profughi provenienti da altre aree di conflitto. Raccontarlo ci sembra non solo giusto, ma eticamente indispensabile.

L’attenzione mediatica dedicata alla guerra in Ucraina è eccezionale. Non accade lo stesso con i conflitti che affliggono molti altri paesi del mondo. E nel racconto di questa guerra affiorano pregiudizi e stereotipi che strutturano un radicato eurocentrismo bianco.

La solidarietà unanime del mondo politico con i profughi ucraini lascia trapelare furbe e opportunistiche distinzioni tra “profughi veri” e “profughi falsi”.

Persino il mondo della cultura e dello sport si sono piegati alla logica binaria dello scontro con il nemico con ostracismi incomprensibili nei confronti di scrittori, artisti e atleti russi.

Di tutto questo parliamo nel dossier.

E’ infatti difficile spiegare a uno studente nigeriano in fuga dall’Ucraina perché è stato fatto scendere da un treno diretto in Polonia.

E’ difficile spiegare a un profugo siriano o a una donna afghana perché la loro tragica sofferenza non incontra la stessa attenzione di quella, terribile e ingiustificabile, cui sono sottoposti i milioni di donne e bambini ucraini che stanno per fortuna incontrando un’accoglienza mai vista prima in molti paesi dell’Occidente.

E’ impossibile spiegare a un richiedente asilo sudanese perché per lui e per i suoi concittadini non è possibile raggiungere l’Europa senza rischiare la propria vita nel deserto e nei viaggi della morte nel nostro Mar Mediterraneo.

Così come è complicato distinguere i volontari delle Ong impegnate nelle missioni Sar nel Mediterraneo, stigmatizzati con disprezzo come “taxi del mare” da quei volontari polacchi che, in soccorso ai profughi ucraini, sono invece definiti “taxi della speranza”

Per aver osato nel 2016 comprare dei biglietti di autobus da Roma a Ventimiglia per nove migranti provenienti dal Sudan e dal Ciad (sgomberati in modo violento pochi giorni prima da uno dei numerosi sgomberi subiti dall’associazione) tre volontari dell’associazione Baobab Experience di Roma sono accusati invece di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il 3 maggio ci sarà l’udienza del processo. E agli amici di Baobab Experience va tutta la nostra solidarietà.

Queste scelte e questi trattamenti differenziati e selettivi, che sembrano subordinare la garanzia dei diritti umani fondamentali e del diritto di asilo alle logiche di potere e agli interessi economici e geopolitici, restano per noi incomprensibili.

Denunciarne l’ingiustizia è l’obiettivo del nostro dossier.

A cura della Redazione di Lunaria e Cronache di ordinario razzismo

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Lunaria è un’associazione di promozione sociale senza fini di lucro, laica, indipendente e autonoma dai partiti fondata nel 1992. Promuove la pace, la giustizia sociale ed economica,l’uguaglianza e la garanzia dei diritti di cittadinanza, la democrazia e la partecipazione dal basso, l’inclusione sociale e il dialogo interculturale. Lunaria pratica e favorisce processi di cambiamento sociale a livello locale, nazionale e internazionale attraverso attività di advocacy, di animazione politico-culturale, di comunicazione, di educazione non formale, di formazione e di ricerca, campagne di informazione e di sensibilizzazione e il lavoro in rete. Mobilità e volontariato internazionale, politiche giovanili, migrazioni e lotta al razzismo, analisi delle politiche pubbliche di bilancio, economiche e sociali, sviluppo sostenibile, lotta alle disuguaglianze, sono al centro del suo impegno sociale.
Dal 2009 Lunaria documenta il razzismo quotidiano nei suoi libri bianchi e dal 2011 lo racconta sul sito dedicato Cronache di Ordinario Razzismo. Quest’anno Lunaria compie 30 anni.

LO STESSO GIORNO:
Jane Elliot insegna cos’è il razzismo

21 marzo 1968
Jane Elliot insegna cos’è il razzismo

Jane Elliot è un’educatrice e un’attivista per i diritti civili. Insegna in una piccola scuola di Randall, in Iowa, vicino a Riceville, il suo comune di nascita.
Jane, come tutti i suoi concittadini, è bianca. Alcuni di loro, soprattutto i bambini ai quali la maestra insegna, non hanno neanche mai visto un afroamericano. Temendo che questa distanza possa portare i bambini a vedere gli afroamericani come stranieri ed alieni, Jane decide il 21 marzo 1968 – giornata internazionale per l’eliminazione della discriminazione razziale – di insegnare cos’è il razzismo.

Durante la settimana dedica diverse ore nel tentativo di spiegare cos’è il razzismo. Fa degli esempi, racconta i fatti, spiega i sentimenti, riporta anche i discorsi di grandi leader. Randall però rimane un piccolo comune bianco e tranquillo. I bambini difficilmente possono conoscere episodi di intolleranza, e anche quando è Jane a raccontarglieli nessuno dei bambini sembra apprendere a pieno il significato di quei gesti.
Dopo due settimane di duro lavoro ancora Jane non riesce a trovare la strada giusta. I bambini ancora faticano a comprendere quel sentimento per loro così distante e confuso.
La sera del 4 aprile 1968, Jane accende la TV e viene a conoscenza dell’assassinio di Martin Luther King.

Un durissimo colpo per la giovane educatrice. Ricorda distintamente il giornalista che riportava la notizia paragonare King a Kennedy, quest’ultimo citato come leader dei bianchi. È scioccata e distrutta. Si interroga a lungo su come poter sradicare la mentalità razzista. Si interroga su come mettere in guardia i suoi bambini prima che il mondo li trasformi.
Quella stessa sera sta preparando una lezione sui nativi americani. Decide di collegare le due lezioni fra loro, nativi e afroamericani, usando la preghiera Sioux “Oh great spirit, keep me from ever judging a man until I have walked in his moccasins.” [“Oh grande spirito, trattienimi dal giudicare un uomo finché non avrò camminato nei suoi mocassini.”].
Decide di far provare ai bambini bianchi della sua scuola cosa vuol dire ‘indossare i mocassini di bambino di colore’.

Il giorno seguente in classe Jane divide i bambini in due gruppi: da una parte chi ha gli occhi chiari, dall’altra chi ha gli occhi marroni.
I bambini dagli occhi chiari sono i privilegiati: hanno i posti migliori in classe, doppie porzioni di cibo a pranzo, possono bere prima alla fontanella, raramente vengono sgridati mentre vengono enfatizzate le loro capacità.
I bambini con gli occhi scuri invece vengono prima ‘marchiati’ con un collare dagli altri bambini, vengono segregati infondo alla classe, non hanno la possibilità di giocare con chi ha gli occhi chiari e vengono ripetutamente sgridati e sbeffeggiati dalla maestra per ogni minimo errore.
Dopo un primo momento di insicurezza i bambini assecondano completamente le regole quando Jane si inventa di sana pianta una motivazione scientifica: la melanina che colorava gli occhi era legata ad intelligenza e doti dei bambini.

Basta una sola settimana per i primi risultati.
I bambini dagli occhi chiari migliorano i propri voti e la propria presenza in classe, sviluppano atteggiamenti prevaricatori e arroganti verso gli altri bambini.
Quelli con gli occhi marroni invece peggiorano i propri voti e tendono ad emarginarsi. Anche quei bambini che prima erano dominanti in classe diventano in fretta timorosi e diffidenti.

Dopo sette giorni però Jane inverte i ruoli. Ora i bambini dagli occhi marroni sono superiori a quelli dagli occhi chiari. Jane ripropone le stesse regole precedenti, ma a ruoli invertiti.
L’esperimento però stavolta non va nella stessa maniera della precedente. I bambini dagli occhi marroni, i quali avevano vissuto sulla propria pelle la discriminazione, sembrano comportarsi diversamente. Non vi è arroganza o cattiveria. Le regole della maestra vengono rispettate, ma i bambini sembrano non cambiare il proprio atteggiamento, anzi sono inclusivi e non accettano più l’intolleranza verso i compagni di classe.

L’esperimento, denominato Blue eyes/Brown eyesdivenne presto famoso.
Jane, dopo essere stata al Tonight show per raccontare i fatti, fu duramente attaccata da tutta la comunità per l’esperimento considerato profondamente stressante ed umiliante per i bambini. In molti però, lontani da Riceville, la chiamavano per replicare l’esperimento.
Replicò l’esperimento in diverse forme, soprattutto a corsi per adulti. Il 15 dicembre 1970 dimostrò quest’esperienza ad educatori adulti presso la Casa Bianca, in occasione della White House conference on children and youth.

L’esperimento di Jane Elliot ancora oggi viene utilizzato come base per un’educazione civica responsabile. Fu capace di dimostrare come la discriminazione porta i ‘deboli’ ad autoemarginarsi e peggiorare le proprie capacità, e come a ruoli invertiti siano capaci di integrare il prossimo cancellando quel clima di intolleranza.
I bambini del primo esperimento ormai adulti ammettono che quel breve periodo a scuola ha cambiato totalmente il proprio modo di essere. Da allora tutti quei bambini cresciuti sono sempre stati attenti a rispettare chiunque senza dar peso a pregiudizi.

Ogni lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

Lo stesso giorno
20mila profughi albanesi sbarcano a Brindisi

7 marzo 1991
circa 20mila albanesi sbarcano a Brindisi: è il primo sbarco di massa

La storia umana è fatta di continue migrazioni. L’Homo erectus raggiunse il Sudest Asiatico circa due milioni di anni fa. Il sapiens 100mila anni fa iniziò a spostarsi nel vicino Oriente. Oggi i flussi migratori sono in continuo mutamento, ma i motivi identici: scampare alla fame e fuggire da una guerra.
Anche l’Italia  è stata al centro di tanti e diversi flussi. Dopo l’Unità e almeno fino al Boom degli anni ’60  è stata un Paese di forte emigrazione. Si stima che tra il 1876 e il 1976 partirono oltre 24 milioni di persone.
Da metà degli anni ’70 in poi per la prima volta un leggerissimo saldo migratorio positivo (nel 1974 si registrarono 101 ingressi ogni 100 espatri). Le immigrazioni non avvenivano come siamo abituati a vederle oggi, non si trattava di immigrazioni di massa.
Il primo grande sbarco avvenne questo stesso giorno, il 7 marzo 1991.

All’orizzonte di Brindisi apparve una cosa mai vista prima. A largo della costa due grandi navi mercantili partite dall’Albania, la Tirana e la Lirija, con a bordo 6.500 persone si dirigevano verso le coste italiane.
In breve tempo la quantità di navi di ogni genere si moltiplicò, gli sbarchi erano continui. Nel giro di 24 ore un numero imprecisato di persone, tra le 18mila e le 26mila, arrivò sul suolo italiano.

Per l’Italia fu una sorpresa. I giornali non si occupavano praticamente mai di quello che succedeva in Albania, in pochi erano a conoscenza della difficilissima situazione che vivevano gli albanesi dall’inizio degli anni ’90. Praticamente nessuno sapeva che nei due mesi precedenti lo sbarco migliaia di albanesi arrivarono nella città portuale di Durazzo sperando di trovare un passaggio su una nave che li portasse in Italia. Il quotidiano di Brindisi in quelle ore scriveva: «gente esausta, affamata, ferita, senza un soldo in tasca, disidratata, semi-assiderata, con addosso indumenti che non potevano proteggerla da un marzo ancora troppo freddo. Eppure tutti quei disperati gridavano, ancor prima di scendere dalle navi, “Italia, Italia” e alzavano le braccia per salutare, con le due dita del segno di vittoria, sorridevano felici.

I brindisini da subito iniziarono una corsa alla solidarietà distribuendo acqua cibo e vestiti caldi spontaneamente, affiancando l’intervento celere ma insufficiente dello stato. Il Quotidiano di Brindisi la definì «una tale corsa alla solidarietà, all’aiuto spontaneo da sembrare quasi concorrenziale». Le persone davanti a tanta povertà e sfortuna non voltarono le testa ma con ogni mezzo possibile aiutarono quelle persone che scappavano dalla miseria.

Gli sbarchi continuarono fino ad Agosto. Migliaia di Albanesi raggiunsero le coste italiane e nonostante molti furono rimpatriati su aerei e traghetti con l’inganno (venne detto loro che sarebbero stati portati in altre città italiane), furono tanti quelli che riuscirono a rimanere in Italia grazie a permessi temporanei poi convertiti in permessi di soggiorno. Una possibilità, quella della conversione dei permessi temporanei, poi cancellata a causa della legge Bossi-Fini approvata nel 2002 dal governo di Silvio Berlusconi. Le norme in questione, soggette a tanti cambiamenti, si sono inasprite ancora nel 2008-09 con il pacchetto sicurezza Maroni approvato dal centro-destra.

Oggi sugli schermi dei nostri televisori siamo abituati a vedere spesso queste scene e abbiamo quasi normalizzato questa dinamica. La politica, come l’opinione pubblica, si è estremamente polarizzata sulle tematiche migratorie: da una parte chi chiede politiche attive per aiutare queste persone e essere realmente solidali, dall’altra chi vorrebbe rallentare l’afflusso inasprendo l’entrata nel nostro paese.

Proprio negli ultimi giorni diversi Paesi in Europa, commentando la dura guerra in Ucraina, hanno dimostrato come persino quando si tratta di persone che scappano da povertà e miseria ci sia una selezione dei migliori, una divisione tra migranti di serie A (europei e bianchi)  e di serie B (africani e neri).

Durante un intervento in Parlamento Matteo Salvini ha richiamato l’attenzione sulla necessità di aiutare chi scappa da una “guerra vera” e non da una “guerra finta”, chiama gli ucraini “profughi veri” anteponendoli a quei “profughi finti” che per anni sono arrivati sulle nostre coste.

In Inghilterra un giornalista ha definito i cittadini ucraini “relativamente civilizzati” contrapponendoli a quelli di Iraq e Afghanistan. Un inviato della BBC definisce “molto toccante” vedere “europei con occhi azzurri e capelli biondi che vengono uccisi”.
La BFM tv di Parigi sottolinea che “non stiamo parlando di siriani in fuga dai bombardamenti”, ma di “europei con auto che assomigliano alle nostre“.
Una giornalista della NBC in Polonia: “per dirla senza mezzi termini” – sottolinea durante il collegamento – “questi non sono rifugiati della Siria, questi sono rifugiati dalla vicina Ucraina, e francamente sono cristiani e bianchi, molto simili alle persone che vivono in Polonia.

La grande onda di empatia che ha investito i Brindisini e tutti gli italiani quel lontano 7 marzo sembra essere scomparsa e aver lasciato posto a molta indifferenza, e spesso a una narrazione razzista.
La memoria del primo grande sbarco dovrebbe insegnarci qualcosa.

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TERZO TEMPO
Le vite di Paul Canoville, primo giocatore nero del Chelsea

È la sera del 12 aprile 1982, e il giovanissimo Paul Canoville non vede l’ora che il suo esordio tra i professionisti finisca. L’ala originaria di Southall non ha paura di commettere qualche errore o di non essere all’altezza del derby londinese contro il Crystal Palace: è il primo giocatore nero a vestire la maglia del Chelsea, e al suo ingresso in campo è stato accolto da entrambe le tifoserie con insulti e cori razzisti.

Canoville ha preso il posto di Clive Walker – autore del gol decisivo di quel derby, nonché idolo della tifoseria del Chelsea – e già dai primi passi sul prato di Selhurst Park è stato pervaso da un’angoscia apparentemente insormontabile, alla quale purtroppo dovrà abituarsi negli anni a venire. Insomma, quei pochi minuti diventano l’ennesimo ostacolo di una vita già complicata: del resto, a soli vent’anni Paul Canoville ha già vissuto un’infanzia instabile – i suoi genitori si sono separati poco dopo la sua nascita – e un’adolescenza a dir poco alienante, durante la quale si è ritrovato più volte a dormire in strada.
Come se non bastasse, una scivolata dell’attaccante del Sunderland Dave Swindlehurst gli causerà, nell’autunno del 1986, un po’ di problemi al ginocchio destro: dislocazione della rotula, lesione della cartilagine e rottura del legamento crociato anteriore. Un anno più tardi, gli strascichi di quell’intervento lo costringeranno addirittura a ritirarsi dal calcio professionistico

Il periodo susseguente al ritiro sarà altrettanto problematico: nel 1991 diventa dipendente dal crack, e ciò porrà fine anzitempo alla sua breve carriera da DJ; nel 1996 e nel 2004 intraprende un percorso di disintossicazione in cliniche specializzate, e in entrambi i casi gli verrà diagnosticato un tumore del sistema linfatico, ossia un linfoma non Hodgkin. Una volta guarito, Paul Canoville darà una svolta alla sua vita a partire dal 2005.

Infatti, da circa sedici anni l’ex giocatore inglese mette a disposizione degli altri, e soprattutto dei più giovani, le sue esperienze: mentre la Paul Canoville Foundation intende aiutare gli adolescenti e i bambini in difficoltà con degli incontri motivazionali, lo stesso Canoville è solito supportare i centri di accoglienza per senzatetto di Londra, com’è accaduto in occasione delle prime due edizioni dell’evento benefico Stamford Bridge Sleep Out, organizzato in collaborazione col Chelsea [Qui]

Nella sua autobiografia del 2008 Paul Canoville dice che le suddette avversità lo hanno reso più fragile, ma anche più consapevole delle sue emozioni. Tuttavia, vuoi per la giovane età o per l’importanza dell’esordio, quei pochi minuti sul prato di Selhurst Park lo hanno scosso più di ogni altra esperienza, al punto che l’ex centrocampista del Chelsea ha cercato, invano, di rimuoverli. Il fatto che non ci sia riuscito è, nel bene e nel male, una fotografia della condizione umana: il passato si può nascondere, ma non dimenticare.

“Quando mi guardo indietro, una parte di me vorrebbe dimenticare quei primi giorni al Chelsea, ma non ci riesco. Le mie esperienze mi hanno condizionato, mi hanno cambiato, e ci ripenso ogni giorno. Ci sono domande che non trovano mai risposte nella mia testa. Perché è successo a me? Perché ho reagito in quel modo? Ci sono stati degli insegnamenti che non ho colto lungo il percorso? Perché ho fatto sempre la scelta sbagliata? Dimenticare non è un’opzione.”

Cover: foto di Chelsea FC

Lo stesso giorno
Rubin Carter: il pugile che sconfisse il razzismo

 

28 febbraio 1988:
Rubin ‘Hurricane’ Carter viene finalmente scarcerato.

“Questa è la storia di Hurricane, l’uomo a cui le autorità diedero la colpa per qualcosa che non aveva mai commesso, sbattuto in una cella, ma una volta sarebbe potuto diventare campione del mondo”
(Bob Dylan, Hurricane)

Rubin Carter era nato a Clifton nel 1937 e la sua non è una storia molto diversa da quella di tanti  giovani afroamericani nati e cresciuti in un’America razzista. Poco dopo il suo quattordicesimo compleanno cominciano i primi problemi con la giustizia, finisce in riformatorio per aggressione e piccoli furti. Scappato dal riformatorio nel 1954 si arruola nell’esercito americano a soli 17 anni. Dopo pochi mesi di addestramento viene spedito in Germania dove però il suo animo insubordinato e la sua incapacità a sottostare al razzismo dei superiori gli costano 4 convocazioni da parte della corte marziale che si concludono con il congedo per inadeguatezza dopo solo 21 mesi di servizio. Tornato in New Jersey finisce in carcere per la precedente evasione. Proprio in carcere, prossimo ad arrendersi a una vita di crimini e violenze – come lui stesso dice nella sua autobiografia – si avvicina alla boxe e comincia a intravedere la possibilità di una vita diversa. Appena uscito diviene subito professionista e combatte nella categoria dei pesi medi. Nonostante la sua altezza – 173 cm – non sia negli standard, si distingue da subito per forza e velocità. Testa rasata e baffi lunghi, stile di combattimento aggressivo e indomabile, gli fanno guadagnare in fretta il soprannome di Hurricane. Così Rubin, come un Uragano sale sul ring, e avversario dopo avversario in soli due anni batte contro ogni pronostico il campione del mondo dei welter Emile Griffith, mandandolo K.O. alla prima ripresa.

Rubin ce l’ha fatta. Il 14 dicembre 1964 ottiene un incontro per il titolo mondiale dei medi contro il detentore Joey Giardello. L’incontro lo perderà ai punti tra sdegno e incredulità dei giornalisti che lo avevano visto vincere almeno 10 round su 15. Nonostante quella che alcuni chiamano the hoax – la beffa – Hurricane ha finalmente abbandonato il mondo della criminalità, diventando l’esempio per la comunità afroamericana: un uomo che ha rotto le catene senza cedere i propri valori. Una grande beffa sicuro la sconfitta con Giardello, ma niente in confronto a quello che stava per accadere.

Durante la notte del 17 giugno 1966 due uomini di colore entrarono nel Lafayette Bar and Grill a Paterson, New Jersey, e aprono il fuoco. Muoiono il barista, una donna e un uomo di passaggio, una quarta persona rimane ferita e viene trasportata d’urgenza all’ospedale. Sulla scena del crimine ci sono dei testimoni però: il noto malavitoso Alfred Bello e il suo braccio destro Bradley.

Nel frattempo Runin Carter è in una macchina bianca, proprio come quella dei criminali, insieme all’amico di John Artis. I due vengono subito fermati dalla polizia che li porta all’ospedale, dove Willie Marins sopravvissuto alla sparatoria non li riconosce.
Non li riconosceranno neanche tutti gli altri testimoni che avevano visto la scena dalla strada o dai palazzi adiacenti. Passano 24 ore quando il pugile con il suo amico vengono rilasciati essendo ovviamente innocenti e non legati al fatto. Sette mesi dopo la polizia ferma Bello e Bradley e li convincono a testimoniare contro il pugile assicurando ai malavitosi che non avrebbero più dovuto preoccuparsi della polizia se avessero collaborato. Rubin Carter e John Artis si presentano in aula accusati di triplice omicidio e per la giuria di soli bianchi non ci sono dubbi: carcere a vita per entrambi.

La sentenza non piega Hurricane come sempre indomabile. Grazie alla biografia  – Il sedicesimo round: da sfidante numero 1 a numero 45472 – pubblicata nel 1974 ottiene il sostegno della gente che chiede a gran voce la grazia per il pugile. A combattere per il pugile sono tanti, anche figure importanti come Muhammad Ali e Bob Dylan. Proprio quest’ultimo nel ’76 pubblica Hurricane e grazie a una serie di concerti in tutti gli USA riesce a coinvolgere sempre di più l’opinione pubblica arrivando addirittura a far riaprire il caso. Nonostante la presenza di due afroamericani nella giuria e la ritrattazione delle dichiarazioni fatte da Bello in sole 9 ore viene riconfermato il carcere a vita per gli imputati.

Proprio quando sembrava che Carter avesse perso le speranze arriva la lettera inviatagli da Lesra Martin, un giovane ragazzo afroamericano adottato da una famiglia in Canada. I due si incontrano nel carcere dove era detenuto Carter e da qui nasce la loro profonda amicizia. Lesra insieme alla famiglia, avvocati e altri attivisti per il caso lavorano a lungo per dimostrare l’innocenza del pugile sino a promuovere una petizione per appellarsi alla Corte Federale.

È il 28 febbraio 1988 quando Rubin Carter alias Hurricane esce dal carcere. I giudici della corte federale infatti avevano riconosciuto che i due afroamericani non avevano avuto un processo equo, affermando che l’accusa era “basata su motivazioni razziali”.
Dopo 19 anni passati ingiustamente in carcere, Hurricane non vuole solo essere un esempio per la sua comunità, ma combattere in prima linea le ingiustizie del suo paese.
Trasferitosi a Toronto sceglie di ricoprire la carica di direttore esecutivo dell’Associazione per la Difesa dei Condannati per Errore (ADWC) dal 1993 al 2005. Colpito dalla malattia muore nel 2014 tramandando l’esempio di chi ha combattuto le ingiustizie per migliorare la propria vita e quella di molti. Nonostante la dura interruzione della carriera pugilistica, Hurricane riuscì a collezionare persino la cintura di Campione del Mondo ricevuta ad honorem dal World Boxing Council.

II mio amico Eric

Eric Gobetti è un giovane storico, studioso del periodo del fascismo italiano, che ha scritto un saggio di parte, ma ampiamente documentato, sulla vicenda delle foibe, ultimamente cavalcata dai neonazionalisti per dimostrare una presunta equivalenza tra assassinii o addirittura genocidi. Da quando questo saggio è divenuto parte della discussione pubblica, i suoi account sono intasati da minacce di morte a lui e ai suoi figli, del tipo “comunista appeso, ci vendicheremo” (questa è una delle più riferibili).

Eric Cantona è stato un ottimo calciatore. Tuttavia è diventato più celebre per le sue gesta e dichiarazioni a bordocampo che per il suo talento sportivo. Icona del Manchester United pur essendo francese di nazionalità, nel 1995 fu squalificato per nove mesi dopo aver colpito con una scarpata stile Bruce Lee un hooligan che gli gridava “tornatene in Francia, bastardo!” dalle tribune dello stadio del Crystal Palace. Ha interpretato se stesso in un bel film di Ken Loach, nel quale per una volta la celebrità e l’anonimato non sembrano affatto due mondi separati, ma si compenetrano nella trama di una commedia amara e (stranamente per Loach) condita di ingredienti surreali.

Non conosco personalmente nè l’uno nè l’altro Eric, eppure li sento come miei amici.

 

“Ho avuto un sacco di momenti belli nella mia vita, ma il migliore è stato senza dubbio quando diedi il calcio a quell’hooligan”.

Eric Cantona

L’OMBRA LUNGA DELLA “FORTEZZA EUROPA”:
immagini di un arcipelago antirazzista

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Questo testo riprende alcuni spunti meglio approfonditi nel libro Quale rifugio? Razzismo di Stato e accoglienza in Italia. Una lettura antropologica, in uscita per i tipi Sensibili alle foglie alla fine di gennaio.

 

La fortezza, la tana

Il 22 Giugno del 2018 il quotidiano Il Manifesto pubblicava un inserto gratuito e interminabile: 56 pagine di nomi delle persone morte – documentate negli ultimi quindici anni – nel tentativo di raggiungere l’Europa attraverso il Mar Mediterraneo. 34.361 vittime, alle quali andrebbero aggiunte le circa 4.200 degli ultimi due anni. Ovviamente i numeri reali, che considerano anche le vittime non documentate, sono molto più alti. Nel titolo della ricerca si individuava una precisa responsabile: la ‘Fortezza Europa’ [1].

Colpisce la trasversalità di questa immagine: da una parte questo appellativo viene utilizzato in senso critico da chi richiede politiche migratorie europee meno disumane; dall’altra una “fortezza ancora più fortificata” è ciò che auspicano, con tanto di bandiere e magliette a tema, molti movimenti europei di destra apertamente razzisti.

L’origine è interessante: la Festung Europa, nella propaganda del Terzo Reich, indicava la parte del continente che era sotto il dominio della Germania nazista di Adolf Hitler e che avrebbe dovuto resistere agli attacchi degli Alleati. Il piano prevedeva la completa fortificazione della costa nord-occidentale dell’Europa, il cosiddetto ‘Vallo Atlantico’, al fine di impedire lo sbarco delle forze avversarie.

Fortificazioni, muri, sbarchi da impedire, morti: temi che ritornano

Immagine chiama immagine: in un racconto di Kafka intitolato La tana, il protagonista è uno strano animale che, nel costruire la sua ‘casa’, è ossessionato dall’idea che qualcun altro possa entrarvi. La paura è tale che l’animale escogita tutti i possibili sistemi di sicurezza: trasforma la tana in un labirinto e, di fatto, una casa in una prigione.
Ma non basta, e il personaggio si fa dunque sentinella di guardia all’entrata. Anche questo non è sufficiente. L’animale decide allora di uscire lui stesso dalla tana, nascondendosi nei dintorni, per meglio controllare l’unico accesso alla sua ‘fortezza’ e, paradossalmente, esponendosi così al rischio che cercava di evitare.
Il filosofo Pier Aldo Rovatti, in un libricino di poche ma intense pagine intitolato La follia, in poche parole, ne trae la seguente conclusione: «Più impazziamo a blindare il nostro Io (tana o casa che sia) più ci esponiamo all’invasione dell’altro, ottenendo dunque l’esatto contrario. […] La follia dell’altro, così bloccata in se stessa, ci renderà folli»[2].

Chi governa la Fortezza Europa dei nostri giorni pare comportarsi in maniera molto simile al protagonista kafkiano. Almeno dagli anni ’90 in poi, il processo di fortificazione del confine europeo al fine di contrastare l’immigrazione è avanzato a ritmi costanti, fino alla recente esternalizzazione delle frontiere. Respingimenti in mare e cancellazione delle vie regolari di ingresso non bastavano, e così siamo arrivati ai campi di prigionia libici, uno sconcertante esempio del più vasto processo di subappalto della gestione delle frontiere a paesi terzi. Altra nota ‘immagine’: il campo.

La “follia dell’altro” è davanti a noi, dentro di noi, avvolta in un velo di quotidianità raccapricciante: l’Altro siamo noi di fronte ad uno specchio onesto. L’assenza di scandalo, la normalizzazione e l’assuefazione sono sintomi della follia stessa: di fronte alla negazione dell’altro-straniero ecco riemergere l’altro-noi, il volto in ombra dell’Europa stessa, quello rimosso e non elaborato, che si pone in perfetta continuità col colonialismo e con i totalitarismi, con la caccia alle streghe e con le enclosures.
Quel volto nascosto sotto gli stendardi della civiltà, dei “Diritti Umani” e del progresso. Siamo noi che ammettiamo, finanziamo e organizziamo con criterio ed efficienza la morte dell’altro, come se fosse un principio inevitabile e necessario. Siamo noi a ignorare continuamente questo crudissimo dato di fatto, tra distanza, rimozione e rabbiosa legittimazione. Non abbiamo capito davvero quanto banale possa essere il male.

Le condizioni di possibilità

Nel 1951 Albert Camus poneva una questione che ancora oggi rimbalza senza risposta nell’inconscio collettivo della “civiltà occidentale” [3]: «Ogni azione sfocia nell’omicidio, diretto o indiretto, [e quindi] non possiamo agire prima di sapere se, e perché, dobbiamo dare la morte»[4]. Mentre l’Occidente sanciva – creando un enorme rimosso – che gli stermini della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto si dovevano ad un ritorno della barbarie e del selvaggio istinto animale nella culla della civiltà, alcuni critici del tempo offrivano un’immagine ben diversa e ben più onesta: “noi” in quanto “assassini”. Adorno, Horkheimer e la Scuola di Francoforte, Hannah Arendt, mostravano chiaramente come la barbarie del ‘900 non fosse un inciampo, una regressione o un vuoto all’interno del progresso, ma il punto di caduta preciso di un mo(n)do ben specifico.

D’altronde il nesso tra Illuminismo, razionalismo, colonialismo e capitalismo aveva già mostrato, fuori dai confini occidentali, la sua capacità distruttiva. La voce di Georges Snyders, filosofo ebreo sopravvissuto ad Auschwitz, aggiungeva una domanda ancora più paralizzante: «Auschwitz rappresenta forse un’eccezione nella storia del mondo? […] Si tratta piuttosto del punto culminante di una lunga catena di massacri, di guerre, di tratta di Neri, di secoli di schiavismo, di colonialismo – in fin dei conti di sfruttamento di uomini da parte di altri uomini?»[5].

Il razzismo del ‘900 fu certamente mostruoso, ma non nuovo. Averlo reso “mostruoso” in quanto inconcepibile, inspiegabile e folle, fa parte della follia stessa. Viene in mente Foucault quando dice che è molto più saggio e utile non perdere tempo a chiedersi, superficialmente, “come sia stato possibile”, quanto piuttosto andare a cercare le condizioni di possibilità di un certo avvenimento.

L’etnopsichiatra Piero Coppo ricostruisce un quadro piuttosto eloquente a riguardo: «La teoria dell’evoluzione giustificava esplicitamente l’organizzazione del dominio da parte della “razza eletta” e il meccanismo selettivo per eccellenza, la guerra. Hitler “era parlato” da ciò che molti in Europa sentivano, pensavano, facevano e lasciavano accadere […]. Non era un’improvvisa follia, ma la seria, metodica, esplicita applicazione dei principi del dominio, dell’organizzazione, dell’evoluzione, della gerarchia già operanti altrove, ma importati in Europa»[6].

La storia è ben raccontata, gli elementi sono a disposizione, l’operazione non è intellettualmente difficile. Eppure c’è qualcosa di più profondo che ci impedisce di elaborare collettivamente e consapevolmente la dimensione dell’assassinio. Forse ha a che fare con quel filo che arriva ai giorni nostri e che non si è mai reciso del tutto. Oggi come allora, la morte dell’altro non è frutto di un’improvvisa follia, ma di una cosmogonia radicata, di dinamiche che diremmo tanto materiali quanto epistemologiche, di una particolare concezione del sé, dell’identità, della “natura” umana e del suo posto nella relazione col mondo.

Un passo indietro: razzismo epistemologico

Lo storico George Fredrickson nel suo Breve storia del razzismo[7] definisce quest’ultimo a partire dal nesso tra “differenza e potere”: la differenza insormontabile di un “Altro” rispetto a un “noi” legittima un trattamento che, se applicato ai componenti del “noi”, riterremmo insopportabile. Ma il razzismo tra umani radica in qualcosa di molto più ampio. Potrebbe essere utile applicare la definizione in una prospettiva che diremmo antispecista: l’“Altro” è, prima di tutto, qualsiasi “alterità”. La “differenza” è qui una “radicale partizione” e il “potere” è, in realtà, polarizzato in forma di “dominio”.

Si tratta di ripartire dai presupposti del nostro mo(n)do, della nostra onto-epistemologia. Il quadro, con qualche semplificazione, può essere tracciato così: il pensiero occidentale si è caratterizzato, a partire almeno da 2.500 anni fa, per un approccio prevalentemente partitivo: soggetto/oggetto, natura/cultura, umano/ambiente, essere/non-essere. Uno dei perni centrali di questa partizione è l’istituzione di ciò che ancora oggi chiamiamo “natura”.

L’idea di “natura” – lungi dall’essere “naturale” – costituì nella polis greca l’ambito fondamentale per dare spiegazioni fisiche vincenti. I filosofi battagliavano: chi era più convincente aveva più allievi e quindi più prestigio e denaro. «Il modo di spiegare le cose dei naturalisti era superiore – o almeno così essi credevano – proprio perché restava esclusivamente in termini di natura. La loro spiegazione eliminava in teoria l’arbitrario, il premeditato, l’arcano in favore di ciò che era in linea di principio regolare e osservabile»[8].

L’ambito divenne progressivamente autoreferenziale ed escludente, fino a pretendere di includere tutta la realtà possibile. La “natura” in quanto alterità diventava così l’oggetto-mondo del quale poter dire la “verità”. La distinzione parmenidea tra essere e non-essere rappresenta forse l’emblema più chiaro di questa operazione: l’essere è unico, compatto, uguale a se stesso, non soggetto al divenire; ciò che è mutevole appartiene al regno dell’opinione, della non-verità. Attraverso la spiegazione razionale, la logica formale ed il principio di non-contraddizione si afferma, in definitiva, una forma di monismo: c’è un unico essere e un’unica verità su di esso.

Questa traccia non si perde nel tempo, anzi, si radicalizza con la scienza moderna: vi è un’unica natura e un unico metodo (corretto) per conoscerla, la scienza. Questa natura viene letta sotto la lente del riduzionismo: comprendiamo il mondo quantificandolo, frammentandolo in piccoli pezzi, ciascuno dei quali dotato di caratteristiche sue proprie. Il problema centrale di questo approccio è che si fonda sulla separazione. La relazionalità non è nel cuore del reale: gli enti possono intrattenere delle relazioni, ma la loro essenza non è relazionale.

Questi presupposti sono alla base di una particolare idea di “identità”. Come sottolinea Stefania Consigliere, in questo modo si «fonda la concezione atomistica dell’identità, in cui l’esistenza dipende dall’identità, e questa dipende esclusivamente dalle proprietà intrinseche dell’ente: ciascuna cosa è ciò che è in virtù delle sue qualità, indipendentemente dalle relazioni»[9].

La “natura” è spiegata in termini di natura, l’identità è definita nei termini del proprio: il campo della discussione (e la possibilità di deduzione) sono ben circoscritti – perciò controllabili – e “decisi in anticipo”.

È la stessa espressione che Horkheimer e Adorno usano nella Dialettica dell’illuminismo: questo è il più totalitario dei sistemi proprio perché in esso “il processo è deciso in anticipo”. Il ragionamento (la lettura del mondo e dell’umano) funziona molto bene se si tiene arbitrariamente fuori ciò che lo può far saltare. C’è un escluso, o meglio, ci sono molti esclusi: l’indefinibile, il non-oggettivabile, il continuo, il non-quantificabile, il contraddittorio, per certi versi quel “noi” che non si limita ad essere la somma di tanti “io”. È una forma di razzismo epistemologico: io sono io solo se pretendo di non essere anche altro; la natura è “quella cosa lì” se pretendo di poterne circoscrivere e sigillare i componenti. L’unica ragione ammessa è quella strumentale.

Questa lettura del mondo regge nella misura in cui separa ed esclude l’alterità. La storia ci mostra, però, come l’impalcatura scricchioli: “l’io non è padrone nemmeno in casa propria”, si dice con la nascita della psicoanalisi, mentre oggi l’ecologia radicale ci mostra come nulla “in natura” sia realmente circoscrivibile: il corpo umano contiene migliaia di “specie” diverse; l’Altro è in ogni “cosa”.

Assassini

«Questo è il tempo degli Assassini»[10], scrive Rimbaud alla fine del 1800. Sembra un invito a considerare onestamente il peso mortifero di buona parte della storia occidentale. Ai bambini di dieci anni nelle nostre scuole parliamo di “scoperta dell’America” quando raccontiamo il più grande genocidio della storia. Non riconosciamo nei volti dei migranti, che oggi respingiamo come illegittimi ladri, i segni della devastazione coloniale e postcoloniale. Accettiamo le scuse più banali riducendoci a distinzioni di forma inquietanti: il migrante economico no; quello di guerra sì, ma solo se… Non ci tocca minimamente che lo Stato democratico riconosca l’essere giuridico prima dell’essere umano, che i “diritti umani” valgono solo se vidimati burocraticamente. Non ci rendiamo nemmeno più conto che gli oggetti di consumo che tengono in piedi le nostre quotidianità sono intrisi di violenza, sfruttamento e morte. Se allarghiamo questa riflessione ad un’ottica antispecista la distruzione animale e vegetale in corso è annichilente. E se un dubbio sulla violenza in atto sorge, l’unica alternativa alla paralisi sembra essere il there is no alternative di thatcheriana memoria.

Separazione e assuefazione sono concetti fondamentali per accogliere la provocazione del nostro coinvolgimento omicida. Viene alla mente un’altra storia. Quella degli Assassini era una setta ismailita di cui scrive Marco Polo. I membri, cresciuti in una fortezza piena di godimenti di ogni genere, erano capaci dei peggiori assassinii pur di continuare a vivere nel loro “paradiso”. È un legame circolare tra consumo, assassinio e paradiso a far sì che il meccanismo non si fermi.

La fortezza si è espansa, l’assassinio è delegato, la dissociazione infinitamente maggiore, ma non trovo immagine più efficace per raccontare questo pezzo del nostro mo(n)do. Nel frattempo i cadaveri si posano sul fondo dei “nostri” mari e gli sfruttati si accalcano sui fili spinati delle frontiere, mentre una piattaforma interattiva su internet chiamata how many slaves work for you? ti permette di quantificare l’“impronta schiavistica” del tuo stile di vita. Chi siamo veramente?

Specchio, specchio delle mie brame

Quando lavoravo nei progetti istituzionali di accoglienza per migranti, una delle cose più interessanti era vedere come il contatto con l’alterità mostrasse prima di ogni altra cosa il nostro modo di essere. L’“Altro”, i suoi modi e le sue priorità, rimanevano per mesi un mistero; i nostri invece, con tutti i tic e le rigidità del caso, venivano subito a galla. Il primo “altro” a emergere era il nostro lato in ombra.

Abdelmalek Sayad scriveva negli anni ’90: «Abitualmente si parla di “funzione specchio” dell’immigrazione, cioè dell’occasione privilegiata che essa costituisce per rendere palese ciò che è latente nella costituzione e nel funzionamento di un ordine sociale, per smascherare ciò che è mascherato, per rivelare ciò che si ha interesse a ignorare e lasciare in uno stato di “innocenza” o ignoranza sociale, per portare alla luce o ingrandire (ecco l’effetto specchio) ciò che abitualmente è nascosto nell’inconscio sociale ed è perciò votato a rimanere nell’ombra, allo stato di segreto o non pensato sociale»[11].

I migranti che bussano alle porte della “fortezza Europa” proiettano sul nostro specchio collettivo almeno tre storie rimosse che rappresentano le ragioni materiali del razzismo: la tratta degli schiavi; l’imperialismo e il colonialismo (passato e presente); l’odierna e taciuta “inclusione differenziale”, ovvero quel governo istituzionale delle migrazioni che crea clandestinità al fine di produrre manodopera altamente sfruttabile, sempre essenziale al capitalismo.

Ad accomunare queste tre storie mortifere è la violenza, perennemente occultata, necessaria a tutte le ondate di accumulazione e creazione di capitale. Affinché violenza e dominio siano legittimati e sopportati, l’Altro dev’essere di volta in volta collocato in quella posizione di “differenza insormontabile”. Se lo sterminio degli indigeni d’America e la tratta degli schiavi furono accompagnati dall’idea che essi fossero non-umani (si pensi alle grandi diatribe sul possesso o meno dell’anima), per quel che avvenne successivamente le parole di Hannah Arendt nel suo Il razzismo prima del razzismo sono di una chiarezza disarmante: «L’imperialismo avrebbe richiesto l’invenzione del razzismo come unica possibile “spiegazione” e giustificazione delle proprie azioni, anche se nel mondo civile non fosse mai esistito alcun pensiero razziale. Essendo però esistito, il pensiero razziale si è rivelato un potente alleato del razzismo. […] serviva a occultare la forza distruttiva della nuova dottrina […]»[12].

Ragione strumentale: la “costruzione dell’altro” è sempre stata in qualche modo funzionale a ciò che dell’altro si voleva fare. Oggi il razzismo di Stato[13] non discute dell’anima dei migranti, ma del suo equivalente statale, il riconoscimento giuridico-burocratico, che legittima o meno l’annientamento di migliaia di persone. Come in una sorta di nevrosi collettiva, l’Europa si ritrova a ripetere gli stessi gesti che da secoli ne svelano il suo lato in ombra. La sostanza è la stessa, e nemmeno la forma cambia molto. L’impalcatura retorica ci permette di non vedere la crudezza di fatti altrimenti indigeribili.
Allora, per i “buoni”, le politiche razziste sono solo quelle dei fascio-leghisti e non l’intero governo istituzionale delle migrazioni; mentre i “fascio-leghisti” nel frattempo raccontano tutte le “ragioni” per cui il buonismo, nel “regime della scarsità”, non è più sostenibile. Mentre i primi non vedono, i secondi indicano il punto che gli fa più comodo.

Un posto per Pan

Oggi la scienza non ha solo dimostrato l’inconsistenza di qualsiasi teoria razziale, ma, andando ben oltre, pone in discussione persino l’idea di specie e svela tutta l’inadeguatezza di un’identità immaginata come chiusa e autonoma. Dagli studi di neuroscienze a quelli di filogenetica, appare sempre più evidente che l’alterità è in noi, ci costituisce ed è necessaria alla vita. Non che in precedenza siano mancate cosmologie che lo sostenessero.

Pan veniva spesso considerato il dio incarnante tutto ciò che non era (o non era più) umano: la bestialità, la natura, la sessualità selvaggia; l’alterità più radicale. Se disturbato, o escluso, era in grado di emettere un urlo terrorizzante, che spaventava persino lui stesso: il panico. Eppure gli ateniesi riuscirono a sconfiggere i persiani a Maratona solo dopo averlo accolto tra le divinità onorate.

Quando De Martino indaga la “presenza” dell’umano si appunta: «il singolo è il mai solo che rischia di essere assolutamente solo, il sempre comunicante che rischia di essere l’assolutamente incomunicabile»[14]. Il rischio è la chiusura, la fissità, la rottura di una relazionalità essenziale. L’alterità porta inevitabilmente con sé il terrore di Pan, la paura della perdita e della dissolvenza. Ma strutturare la nostra identità in termini di un’individualità chiusa fa sì che il rischio si concretizzi, esattamente come nel racconto di Kafka. Pan va accolto. Oggi costituiamo una società che, da una parte, si barrica in fortezze omicide, da un’altra distrugge ogni forma di vita “altra” in un ecocidio che mina la stessa possibilità della vita sulla Terra; e parallelamente, come individui, viviamo nel nostro intimo un’epidemia di panico sempre più diffusa. In tutti questi casi l’alterità è qualcosa con cui non sappiamo più relazionarci al di là del nesso di “radicale partizione” e “dominio”. Il razzismo è una postura che va ben al di là di ciò che comunemente intendiamo: è multidimensionale, è materiale ed epistemologico, sociale e psicologico.

Il movimento di fuoriuscita difficilmente può essere dei singoli. Il mo(n)do capitalista che abbiamo costruito, seppur nelle sue diverse declinazioni, si muove sulla partizione, premessa necessaria ad ogni quantificazione e capitalizzazione. Ha bisogno di quel binomio di “differenza e dominio” proprio del razzismo. E si muove sulla menzogna, sul racconto malefico di una “naturalità” della separazione e del dominio: “è sempre stato così”, si dice. Eppure ci sono segni, contorni, di possibilità diverse. C’è una pluralità di racconti che dai miti antichi alle scienze contemporanee ci parla di un modo non-razzista di essere e di abitare la Terra. Continuamente nascosti, attaccati, quasi sempre sconfitti, questi racconti non hanno tuttavia mai smesso di essere ereditati e di trasformarsi in pratiche. Ci dicono che nel nostro profondo più intimo non troviamo noi stessi, ma tutta l’alterità che siamo, lo sfondo comune. Per non perderci nel panico che l’apertura comporta dobbiamo riconoscere e negoziare con Pan. Il mondo fuori non fa che offrirci continuamente l’occasione per iniziare a lavorare su questa nostra imprescindibile “noità”.

Note:
[1] List of 34.361 documented deaths of refugees and migrants due to the restrictive policies of “Fortress Europe”, in http://www.unitedagainstracism.org/blog/2018/06/20/press-release-unitedlist-of-34361-refugee-deaths-published-in-the-guardian/ , consultato il 31/10/2018.
[2] Pier Aldo Rovatti, La follia, in poche parole, Bompiani, Milano, 2000, pp. 39- 40.
[3] Per quanto solo con un certo grado di semplificazione si possa dare una definizione di “Occidente”, rimandiamo al quadro che ne disegna la filosofa ed antropologa Stefania Consigliere: «Una prima definizione di Occidente potrebbe indicarlo come l’asse storico-culturale che percorre e lega l’ebraismo, la Grecia classica, il cristianesimo e la modernità scientifica, coloniale e capitalista. […] Esso dispone tuttavia di una certa coerenza tassonomica conferitagli da un insieme di elementi che hanno un’aria di famiglia e si ritrovano oggi in modo ubiquo, sedimentati e variamente combinati, quasi sempre attivi: il monismo ontologico (che si declina anche in monoteismo); l’essenzialismo; l’esigenza di universalità; il prestigio della dimostrazione; il risalto dei termini individuali atomici anziché della relazione tra di essi; il risalto tutto tondo dell’individuo rispetto allo sfondo; la superiorità accordata alla vista; la propensione a privilegiare la razionalità deduttiva e la ragione strumentale; l’integralità del bene; il tempo lineare; la progressione evolutiva dei processi; l’aspirazione palingenetica; la percezione degli esseri secondo una gerarchia di valore; il nesso scarsità-valore; l’enfasi sull’attività cognitiva e sulla sua regolatività rispetto a ogni funzione psichica; la verità come rappresentazione fedele dello stato delle cose nel mondo», in Antropo-logiche, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 2014, p. 42.
[4] Albert Camus, L’uomo in rivolta, (1951), Bompiani, Milano, 1994, p. 6.
[5] In Piero Coppo, Passaggi. Elementi di critica dell’antropologia occidentale, Colibrì, Paderno Dugnano (Mi), 1998, p. 93.
[6] Ibidem.
[7] George Fredrickson, Breve storia del razzismo. Dall’antisemitismo allo schiavismo dalla Shoa al Ku Klux Klan, Donzelli, Roma, 2002.
[8] Una precisazione è fondamentale: 2500 anni fa, nella Grecia antica, così come per molti secoli successivi, vi era una compresenza di modi e quindi di mondi diversi. Probabilmente ciò è vero anche oggi, benché la coazione all’Uno sia sempre più forte e pervasiva.
[9] Stefania Consigliere, La piega logicista, in Rizomi greci, Colibrì, Paderno Dugnano (MI), 2014, p. 84.
[10] Arthur Rimbaud, Una stagione in inferno – Illuminazioni, (1886), Mondadori, Milano, 1990, p. 135.
[11] Abdelmalek Sayad, La doppia pena del migrante. Riflessioni sul “pensiero di stato”, “aut aut”, 275, 1996, p. 10.
[12] Hannah Arendt, Il razzismo prima del razzismo, Castelvecchi, Roma, 2018, pp. 75-76.
[13] Per un approfondimento sul tema si veda Pietro Basso, a cura di, Razzismo di stato. Stati Uniti, Europa, Italia, Franco Angeli, Milano, 2010.
[14] Ernesto De Martino, Scritti filosofici, Società editrice Il Mulino, Istituto Italiano per gli Studi Storici – Napoli, 2005, p. 3.

Questo contributo è uscito con altro titolo sulla rivista online Altraparola.

 

RUSPE E DIRITTI UMANI:
come far passare un violento sgombero come “buona pratica”

Noi di Ferraraitalia eravamo presenti allo sgombero violento del Campo Nomadi di via delle Bonifiche, abbiamo visto il Vicesindaco Lodi troneggiare su una ruspa ad uso foto-ricordo, abbiamo sentito le dichiarazioni deliranti dei nuovi padroni di Ferrara e della fedelissima claque leghista. 

Oggi, anche noi rimaniamo allibiti dalla totale falsificazione, dal travisamento dei fatti da parte di questa fantomatica Associazione 21 luglio. Che nessuno conosce, che non ha mai messo piede a Ferrara, ma che ha evidentemente sponsor (politici) potenti ed entrature importanti, tanto da venire ascoltata da una Commissione del Senato della Repubblica. Ugualmente siamo stupiti e dispiaciuti che un quotidiano come Avvenire, un giornale e un corpo redazionale che abbiamo sempre stimato, si sia ‘bevuto’ la notizia falsa e pilotata politicamente, senza neppure alzare il telefono per fare le dovute verifiche.
Sotto riportiamo la risposta arrabbiata e dolente della
Associazione Cittadini del Mondo. La condividiamo parola per parola.
(Redazione di Ferraraitalia)

A Roma qualche giorno fa, alla Camera dei Deputati – apprendiamo da Avvenire.it del 13/9/21 –  l’Associazione “21 luglio”  ha presentato il libro “Oltre il campo : superamento dei campi rom in Italia”.  Il presidente dell’associazione Carlo Stasolla ha messo in evidenza le pratiche virtuose di 8 città, tra le quali Ferrara, che hanno superato i campi “integrando le persone e rispettandone la dignità”, insomma esempi virtuosi da indicare nelle linee guida.
Questo fatto sorprendente di citare il metodo ‘positivo’ ferrarese con le ruspe si è  ripetuto più volte nonostante varie smentite delle organizzazioni locali.

Già nel febbraio 2020 il Comune di Ferrara, su indicazione di Stasolla, era stato invitato, tra le Amministrazioni virtuose, alla Commissione per i diritti umani del Senato. In quell’occasione abbiamo scritto ai giornali e alla stessa Associazione 21 luglio portando anche testimonianze fotografiche del violento sgombero del campo.

Naomo Lodi con Ruspa
L’attuale vicesindaco fi Ferrara Nicola Naomo Lodi in posa sulla ruspa

Una storia alla rovescia che ha visto in successione: manifestazioni xenofobe sfociate nell’intervento immediato dopo-elezioni con il vicesindaco leghista – già noto in campagna elettorale per la sua maglietta “+ rum – Rom” – in bella posa su una ruspa; consiglieri comunali che invitavano ad usare mezzi ‘trincia-rom’; sostenitori  della Lega che si facevano fotografare con lanciafiamme contro i rom.

Ora anche la beffa: ci viene detto durante la stessa presentazione che Ferrara avrebbe “speso solo 12mila euro per superare l’area di via delle Bonifiche abitata da decenni da 44 sinti italiani”. Informazione chiaramente a scopo elettorale, di per se numericamente ridicola, forse questa è stata la spesa delle ruspe!

Corteo Lega contro campo nomadiNella realtà cittadina, abbiamo assistito ad una esplosione di fanatismo che ha coinvolto 44 persone, italiane, che hanno perso buona parte dei loro averi e sono state sparpagliate, sistemate provvisoriamente nella lontana periferia della città, in appartamenti comunali ripristinati per l’occasione e che hanno dovuto essere riforniti di tutto poiché quasi niente si è salvato del precedente insediamento dopo l’intervento delle ruspe (sempre presumibilmente con i 12mila euro di cui sopra).

Il diritto ad una casa dignitosa è fondamentale per tutti, per questo ci siamo sempre opposti a questo sgombero propagandistico che non ha mai prospettato una soluzione abitativa stabile, né inserimenti lavorativi, né miglioramenti di nessun genere.

Alcune organizzazioni di volontariato si sono preoccupate di tamponare gli effetti dello sgomberogarantire la scuola ai bambini e di mantenere, se non l’unità del gruppo, almeno l’unità di alcune famiglie. Questo intervento umanitario ha fatto comodo anche all’Amministrazione comunale che, con l’impegno degli altri, può vantarsi di non avere avuto gli sfollati per strada.

In questo quadro risulta incomprensibile il reiterato elogio dell’Associazione di Stasolla a queste pratiche violente, un tentativo di normalizzare una politica che ha poco in comune con l’integrazione e la dignità umana.

CITTADINI DEL MONDO
Ferrara, 16/09/2021 

Cover: L’attuale sindaco Alan Fabbri e il Vicesindaco Nicola Lodi (detto Naomo) guidano il corteo di sostenitori e simpatizzanti leghisti, per dare avvio allo sgombero. 

                                                                

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
la grandezza di Hailè Selassiè (IV Parte)

Nel 1946 Hailè Selassiè, per conto del Governo etiopico, presentò alla Conferenza di Pace di Parigi un memorandum che segnalava le seguenti sconcertanti perdite umane, ma nessun italiano venne mai punito per questi massacri, favorendo la rimozione collettiva e la mancanza di presa di coscienza, tuttora persistente, dei crimini compiuti durante le guerre coloniali fasciste in Etiopia:
Totale esseri umani assassinati: 760.300.
Persone morte a causa della distruzione dei loro villaggi: 300.000
Massacri di civili e religiosi del Yakitit 12-19 febbraio 1937: 30.000
Patrioti morti nei campi di lavoro a causa di privazioni e maltrattamenti: 35.000
Patrioti uccisi dalle corti marziali: 24.000
Donne, bambini e infermi uccisi dalle bombe: 17.800
Patrioti uccisi in battaglia: 76.000
Uccisi in azione: 275.000 

“Fai attenzione a non rovinare il buon nome dell’Etiopia con atti degni del nemico. Vedremo che i nostri nemici sono disarmati e se ne andranno nello stesso modo con cui sono venuti.”  Hailè Selassiè

Il decreto di San Michele, pubblicato il 20 gennaio 1941, contestualmente all’imminente ritorno in territorio etiopico dell’imperatore, concesse l’amnistia a tutti coloro che avevano collaborato con gli italiani e fece appello alla popolazione affinché, malgrado i lutti subiti, agisse con cavalleria e rispetto verso i prigionieri italiani: “Io (Hailè Sallassiè) vi raccomando di accogliere in maniera conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno, con o senza armi. Non rinfacciate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano. Vi raccomando particolarmente di rispettare la vita dei bambini, delle donne e dei vecchi. Non saccheggiate i beni altrui anche se appartengono al nemico. Non incendiate le case.”
Quando Hailè Selassiè entrò trionfalmente ad Addis Abeba il 5 maggio 1941, a cinque anni esatti dall’inizio dell’occupazione italiana, riassumendo ufficialmente il titolo di imperatore, anche in questa occasione si comportò in modo cavalleresco verso i civili italiani (circa 35.000) concentrati nella capitale: furono impedite rappresaglie e vendette e fu emanato un editto di perdono in cui tra l’altro si diceva: “Poiché oggi è un giorno di felicità per tutti noi, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci dello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male col male. (…) Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo andare a casa per la stessa via dalla quale è venuto.”

Solo a ogni mente abbruttita dall’arroganza colonialista può risultare impossibile, nel considerarne la figura umana, la dimensione politico-religiosa e la statura morale, non comprendere e apprezzare la grandezza e la dignità del Negus Neghest, il Re dei Re, emersa e consacrata a livello mondiale in due memorabili discorsi, il primo precedente e il secondo successivo al suo legittimo re-insediamento.

Hailé Selassié proclamato uomo dell'anno per il 1936 dalla rivista Time
Hailé Selassié proclamato uomo dell’anno per il 1936 dalla rivista Time

Il 12 maggio 1936, davanti all’Assemblea della Società delle Nazioni riunita al completo a Ginevra, ma con la sola assenza della delegazione del governo italiano volutamente autoritiratasi, l’Imperatore pronunciò in lingua aramaica un discorso di condanna dell’aggressione militare italiana, dei metodi di sterminio adottati e sui diritti alla pace, libertà e giustizia di ogni popolo oppresso:
«[…] È mio dovere informare i governi riuniti a Ginevra, in quanto responsabili della vita di milioni di uomini, donne e bambini, del mortale pericolo che li minaccia descrivendo il destino che ha colpito l’Etiopia. Il governo italiano non ha fatto la guerra soltanto contro i combattenti: esso ha attaccato soprattutto popolazioni molto lontane dal fronte, al fine di sterminarle e di terrorizzarle. […] Sugli aeroplani vennero installati degli irroratori, che potessero spargere su vasti territori una fine e mortale pioggia. Stormi di nove, quindici, diciotto aeroplani si susseguivano in modo che la nebbia che usciva da essi formasse un lenzuolo continuo. Fu così che, dalla fine di gennaio del 1936, soldati, donne, bambini, armenti, fiumi, laghi e campi furono irrorati di questa mortale pioggia. Al fine di sterminare sistematicamente tutte le creature viventi, per avere la completa sicurezza di avvelenare le acque e i pascoli, il Comando italiano fece passare i suoi aerei più e più volte. Questo fu il principale metodo di guerra. […] A parte il Regno di Dio, non c’è sulla terra nazione che sia superiore alle altre. Se un governo forte acquista consapevolezza che esso può distruggere impunemente un popolo debole, quest’ultimo ha il diritto in quel momento di appellarsi alla Lega delle Nazioni per ottenere il giudizio in piena libertà. Dio e la storia ricorderanno il vostro giudizio. […]»

La sintesi dell’insegnamento di Hailé Selassiè è contenuta in alcuni passaggi del discorso rivolto di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1963: “Dobbiamo diventare qualcosa che non siamo mai stati, e per cui la nostra istruzione e la nostra esperienza e il nostro ambiente non ci hanno adeguatamente preparato. Dobbiamo diventare più grandi di quel che siamo stati sinora: più coraggiosi, di spirito più elevato e di più larghe vedute. Dobbiamo diventare membri di una nuova razza, superando ogni meschino pregiudizio, offrendo il nostro appoggio finale non alle nazioni, ma ai nostri simili all’interno della comunità umana”.

Hailè Selassiè

L'immagine di Hailè Selassiè portata in trionfo da Bob Marley durante un concerto
L’immagine di Hailè Selassiè portata in trionfo da Bob Marley durante un concerto

Oltre a questo invito rivolto alla capacità naturale dell’umanità di trascendere e rivoluzionare i condizionamenti della propria cultura, del proprio status sociale e della propria appartenenza etnica e quindi di progredire evolvendosi, Hailè Selassiè riuscì ad anticipare il concetto di “cittadinanza mondiale” e di “emancipazione dalla schiavitù mentale” con la forza e l’efficacia di parole che non hanno mai più smesso di essere ripetute, riscritte o ricantate ovunque nel mondo.
Il movimento Rastafari, da molti abbreviato in “Rasta”, dal nome di Hailè Selassiè , prima della sua ascesa al trono – una combinazione del suo nome “Tafari” e del titolo nobiliare “Ras”, che si traduce in “principe”- è da allora universalmente associato a valori di liberazione, pace, eguaglianza, in contrasto con ogni sistema di oppressione fascista, coloniale, imperialista e militarista.

«Riguardo alla questione della discriminazione razziale, la Conferenza di Addis Abeba ha insegnato questa ulteriore lezione, a coloro che la vogliono imparare: finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà finalmente screditata e riprovata; finché in nessuna nazione non vi saranno più cittadini di prima e di seconda classe; finché il colore della pelle di un uomo non avrà più valore del colore dei suoi occhi; finché i diritti umani fondamentali non saranno ugualmente garantiti a tutti, senza distinzione di razza; fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura, la cittadinanza del mondo e le regole della morale internazionale resteranno solo una fuggevole illusione, perseguita e mai conseguita …

… finché l’ignobile e drammatico regime che oggi opprime i nostri fratelli in Angola, in Mozambico, in Sudafrica, con le sue disumane catene, non sarà rovesciato e totalmente spazzato via; finché il bigottismo, il pregiudizio e l’interesse personale inumano e malevolo, non saranno sostituiti dalla tolleranza, la comprensione e i buoni propositi; finché gli africani non si alzeranno e parleranno come esseri liberi, uguali agli occhi di tutti gli uomini, come sono uguali davanti agli occhi del cielo; fino a quel giorno il continente africano non conoscerà pace. Noi africani, combatteremo, se necessario, e sappiamo che vinceremo, poiché confidiamo nella vittoria del Bene sul Male».
Dopo quasi sessant’anni, mai come in quest’ultimo periodo storico e in concomitanza con la Festa di Liberazione dal Fascismo del 25 Aprile, non è più possibile non constatare la portata e il valore profetico delle illuminanti parole di Hailé Selassiè.

(continua)

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi:
il massacro (III Parte)

Il 19 febbraio 1937, durante una cerimonia pubblica in onore della nascita di Vittorio Emanuele di Savoia tenutasi ad Addis Abeba nel giorno YEKATIT 12 – Festa della Purificazione della Vergine, secondo il calendario copto e da allora Giornata di Lutto Nazionale Etiope in memoria delle vittime dei massacri – un commando di guerriglieri eritrei  lanciò contro il palco otto bombe a mano uccidendo quattro carabinieri italiani, tre zaptiè (carabinieri reclutati tra le popolazioni indigene) e ferendo una cinquantina di presenti, tra cui lo stesso Viceré d’Etiopia Maresciallo Rodolfo Graziani.
Il fallito attentato diventò l’occasione per quello che Mussolini definisce, nei telegrammi inviati nei giorni seguenti a Graziani come “l’inizio di quel radicale repulisti assolutamente necessario”; e ordina: Tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi e senza indugi”.

Il massacro

Sentendosi il vero obiettivo dell’attentato, dall’ospedale della Consolata dove rimase ricoverato per 68 giorni, il Maresciallo Graziani ordinò rastrellamenti e pogrom e il federale di Addis Abeba, Guido Cortese, scatenò una terrificane caccia ai neri.
Harold J. Marcus, professore di Storia e di Studi Africani alla New York State University, parla del clima post-attentato in questi termini:
”Poco dopo l’incidente, il comando italiano ordinò la chiusura di tutti i negozi, ai cittadini di tornare a casa e sospese le comunicazioni postali e telegrafiche. In un’ora, la capitale fu isolata dal mondo e le strade erano vuote. Nel pomeriggio il partito fascista di Addis Abeba votò un pogrom contro la popolazione cittadina.
Il massacro iniziò quella notte e continuò il giorno dopo. Gli etiopi furono uccisi indiscriminatamente, bruciati vivi nelle capanne o abbattuti dai fucili mentre cercavano di uscire. Gli autisti italiani rincorrevano le persone per investirle col camion o le legarono coi piedi al rimorchio trascinandole a morte. Donne vennero frustate e uomini evirati e bambini schiacciati sotto i piedi; gole vennero tagliate, alcuni vennero squartati e lasciati morire o appesi o bastonati a morte. Esercito e camicie nere si riversarono in strada, non tanto per stanare e arrestare i responsabili, quanto per terrorizzare e colpire in maniera indiscriminata i nuovi sudditi dell’Italia imperiale, colpevoli di essersi ribellati agli invasori. Oltre ai militi e ai fascisti organizzati, si lanciarono entusiasti nella caccia al nero anche operai, burocrati e impiegati coloniali. Prigionieri e semplici passanti – colpevoli soltanto di essere africani – vennero uccisi a bastonate, a badilate, oppure pugnalati, fucilati, impiccati, investiti con automezzi, bruciati vivi nelle loro case. Centinaia di persone furono sequestrate, deportate e rinchiuse nei campi di detenzione di Danane, in Somalia, e Nocra, in Eritrea, dove Graziani ordinò che avessero minime quantità d’acqua e di cibo”.

Il primo convoglio per Danane partì il 22 marzo, arrivando a destinazione solo il 7 aprile. Comprendeva 545 uomini, 273 donne e 155 bambini, moltissimi dei quali morirono di stenti per strada. Seguirono poi altri cinque convogli per un totale, secondo fonti italiane di 1.800 persone, secondo fonti etiopi il numero sarebbe stato quattro volte maggiore. In base alla testimonianza di Micael Tesemma, che trascorse nel campo tre anni e mezzo, riportata da Angelo del Boca, su 6.500 internati ben 3.175 persero la vita per scarsa alimentazione, acqua inquinata e malattie quali vaiolo e dissenteria. Lo stesso direttore sanitario di Danane, riferì il testimone, avrebbe accellerato la fine di alcuni internati con iniezioni di arsenico e stricnina.

Il medico ungherese Ladislav Shaska così ricorda l’azione del Federale Guido Cortese: “Il maggior massacro si è verificato dopo le sei di sera… In quella notte terribile, gli etiopi vennero ammucchiati nei camion, strettamente sorvegliati dalle camicie nere armate. Pistole, manganelli, fucili e pugnali furono usati per massacrare gli etiopi disarmati, di tutti i sessi, di tutte le età. Ogni nero incontrato era arrestato e fatto salire a bordo di un camion e ucciso o sul camion o presso il piccolo Ghebi. Le case o le capanne degli etiopi erano saccheggiate e quindi bruciate con i loro abitanti. Per accelerare gli incendi vennero usate in grandi quantità benzina e petrolio.
I massacri non si fermarono durante la notte e la maggior parte degli omicidi furono commessi con armi bianche e colpendo le vittime con manganelli. Intere strade erano bruciate e se gli occupanti delle case in fiamme uscivano in strada erano pugnalati o mitragliati al grido “Duce! Duce Duce!”. Dai camion, in cui gruppi di prigionieri erano stati portati per essere massacrati vicino al Ghebi, il sangue colava letteralmente per le strade, e da questi camion si sentiva gridare “Duce! Duce! Duce!.
Non dimenticherò mai quello che ho visto fare quella notte dagli ufficiali italiani che passavano con le loro auto lussuose per le strade piene di cadaveri e sangue, fermandosi nei luoghi dove avrebbero avuto una migliore visione delle stragi e degli incendi, accompagnati dalle loro mogli, che mi rifiuto di definire donne!”

Il 22 febbraio 1937, Rodolfo Graziani spedì a Benito Mussolini un telegramma eloquente: “In questi tre giorni ho fatto compiere nella città perquisizioni con l’ordine di far passare per le armi chiunque fosse trovato in possesso di strumenti bellici, che le case relative fossero incendiate. Sono state di conseguenza passate per le armi un migliaio di persone e bruciati quasi altrettanti tucul.
Dopo che venne data alle fiamme, davanti agli occhi di Cortese anche la chiesa di San Giorgio, il 28 febbraio Graziani arrivò addirittura a proporre di “radere al suolo” la parte vecchia della città di Addis Abeba “e accampare tutta la popolazione in un campo di concentramento”, ma Mussolini si oppose per paura delle reazioni internazionali, pur riconfermando l’ordine di passare per le armi tutti i sospetti, ordine che venne esteso a tutti i governatori dell’impero.

Circa 700 persone, rifugiatesi nell’Ambasciata Inglese, vennero fucilate appena uscite da questa e subirono la stessa sorte anche tutti i griot, cantastorie, indovini e sciamani di Addis Abeba e dintorni, in quanto responsabili di annunciare, nei mercati e nelle strade, la fine prossima della dominazione italiana.

Dalle carte di Graziani risulta l’elenco ufficiale dettagliato delle fucilazioni eseguite ad Addis Abeba e nelle regioni circostanti dal 27 marzo al 25 luglio 1937 per un totale di 1.877 esecuzioni. Il 7 aprile il Vicerè telefonò al generale Pietro Maletti per ordinare che il territorio dovesse ”essere assolutamente domato e messo a ferro e fuoco” precisando: ”Più Vostra Signoria distruggerà nello Scioà e più acquisterà benemerenze”.
Fonti etiopiche hanno contato 30mila persone uccise; fonti britanniche parlano di almeno 3mila vittime. Ma a prescindere dal numero effettivo di caduti (non fu mai condotta una ricerca internazionale e indipendente che potesse verificarne la precisione), la vendetta italiana continuò implacabile anche a distanza di mesi dall’attentato estendendosi ai villaggi e alle case sparse dell’entroterra.

Non potendo contenere l’ardore di chi lottava per la propria libertà – con buona pace della propaganda ‘liberatrice’ fascista – il contingente imperiale in terra d’Abissinia dovette trovare un responsabile morale di tali ondate di guerriglia e la rappresaglia divenne anche di matrice religiosa.
Percorrendo il sentiero del ‘ripulisti’ tracciato mesi prima da Mussolini in persona, il Vicerè ordinò una spedizione punitiva verso Debrà Libanòs – centro del potere spirituale e cuore secolare della chiesa cristiana ortodossa copta fondato nel XIII secolo a 150 km da Addis Abeba, nei pressi del canyon del Nilo Azzurro, nel cuore della regione dello Shoa – città santa i cui residenti erano ritenuti colpevoli di fomentare le ribellioni e di proteggere gli insorti. Nel tragitto, le truppe italiane e somale comandate da Pietro Maletti operarono una cieca rappresaglia in cui furono incendiati 115.422 tucul e tre chiese, mentre furono ben 2.523 i partigiani etiopi giustiziati.

Non sazia del sangue versato, la colonna imperiale proseguì il suo viaggio e dopo aver incendiato il convento di Gulteniè Ghedem Micael ed averne fucilato tutti i monaci, il 19 maggio i soldati raggiunsero ed occuparono il grande monastero di Debrà Libanòs. Raggiunta la destinazione, le truppe ricevettero un telegramma di Graziani in cui ordinò di “passare per le armi tutti i monaci indistintamente, compreso il vicepriore”.
Debrà Libanòs, fondato dal santo cristiano Tecle Haymanot, era formato da due grandi chiese e da tremila modeste abitazioni dove vivevano monaci, preti, diaconi, studenti di teologia e suore. I residenti furono trucidati in circa una settimana; l’ultimo giorno del massacro vennero fucilati anche i 126 giovani diaconi che erano stati inizialmente risparmiati. Graziani fece sapere a Mussolini che furono 449 le vittime del massacro di Debrà Libanòs, ma ricerche portate avanti dall’inglese Ian L. Campbell e dall’etiope Defige Gabre-Tsadik (ricercatori dell’Università di Nairobi e di Addis Abeba) sostengono che il numero delle vittime del massacro si aggirerebbe tra le 1.423 e le 2.033.
Le vittime, trasportate sul luogo dell’eccidio da una quarantina di camion, vennero incapucciate e fatte accucciare sul bordo della gola di Zega Weden, erosa dal torrente Finka Wenz, uno a fianco dell’altro. Le mitragliatrici spararono in continuazione per cinque ore, interrotte solo per buttare i cadaveri nel crepaccio.

Graziani, forte dell’approvazione di Mussolini, rivendicò “la completa responsabilità” di quella che definì trionfante la “tremenda lezione data al clero intero dell’Etiopia” come ”romano esempio di pronto, inflessibile rigore sicuramente opportuno e salutare, compiacendosi di “aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’abuna all’ultimo prete o monaco, che da quel momento capirono la necessità di desistere dal loro atteggiamento di ostilità a nostro riguardo, se non volevano essere radicalmente distrutti”.
(continua)

Leggi la prima parte dell’articolo [Qui], la seconda parte [Qui]

Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

Nel testo e In copertina: immagini inedite del reportage di Franco Ferioli realizzato nei santuari della Chiesa Copta di Addis Abeba e dintorni 

25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi
(II Parte)

Nello scarno dibattito che il 25 Aprile dedica alla ‘Liberazione dal colonialismo’ si affrontano due convinzioni stereotipate e contrapposte.
Numero uno: gli italiani erano brava gente che hanno portato la civiltà e le strade in Africa ma non hanno potuto compiere l’opera perché hanno perso la seconda mondiale.
Numero due: gli italiani hanno compiuto solo crimini di guerra trucidando e seviziando i civili senza pietà durante tutto il loro dominio.
Forse non ha senso rispondere alla domanda se gli italiani siano stati ‘brava gente’ o se abbiano compiuto solo nefandezze. Sarebbe più opportuno chiedersi cosa sia rimasto nella memoria delle popolazioni africane colonizzate dagli italiani o se, dove e come, l’atteggiamento coloniale e razzista si presenti e manifesti ancora e tutt’ora nella nostra società.

“La Francia si è spaccata intorno all’Algeria, nel Regno Unito c’è stato un enorme dibattito intorno all’indipendenza dell’India nel 1947”, sostiene Nicola Labanca, autore del libro Oltremare: Storia dell’espansione coloniale italiana (Il Mulino, 2007):”Non si può paragonare il colonialismo francese e britannico con quello italiano. Il nostro è stato una piccola cosa rispetto anche ai grandi imperi spagnoli e portoghesi. Una piccola cosa che produceva piccoli guadagni che interessava una piccola parte del Paese e quindi come una piccola cosa è anche ragionevole che se ne parli meno”.
L’aspetto quantitativo del problema che ridurrebbe l’Italia a sotto-potenza coloniale se posta a confronto con le grandi potenze coloniali europee, non collima con l’aspetto qualitativo, dal momento che la forma di colonialismo interpretata dall’ideologia fascista può vantare primati assoluti e metodologie criminali di eccellenza che hanno tristemente fatto scuola e che continuano ad essere tragicamente attuali.
Proprio per queste ragioni, il colonialismo italiano dovrebbe essere studiato e analizzato come una vera e propria sindrome da porre all’origine di una serie di fatti  difficili da giudicare mancando informazioni e approfondimenti sia nel dibattito pubblico, che in quello politico, che in quello scolastico-universitario dove si è iniziato a parlarne solo negli ultimi anni grazie a una giovane generazione di scrittori che hanno affrontato il tema come Gabriella Ghermandi, Francesca Melandri, Antar Marincola, il collettivo Wu Ming 2 e Igiaba Scego, una delle più importanti scrittrici italiane di origine somala, che nella presentazione del suo romanzo La linea del colore: Il gran tour di Lafanu Brown (Bompiani, 2020) ha ricordato : “Da piccola e adolescente ero molto consapevole di cosa fosse il colonialismo. Me lo raccontava mio padre, che oggi non c’è più. Sognava di fare l’astronomo e a scuola in Somalia, vestito da Balilla, cantava le canzoni coloniali, ma dopo la quarta elementare gli è stato impedito di studiare. Ostacolare l’apprendimento di intere generazioni è stato uno dei crimini peggiori del colonialismo”.

Delle quattro colonie, quella che gli italiani conoscono di più è l’Etiopia, anche solo per il fatto che la sua conquista, che si svolse tra il 3 ottobre 1935 e il 5 maggio 1936 – che fu incompleta e che durò solamente cinque anni- rappresenta l’apogeo del fascismo ed è solo così che viene presentata, in un’unica paginetta, nei manuali scolastici.
Nonostante il ruolo minore dell’Italia come potenza coloniale, fu un’impresa gigantesca dal punto di vista umano, ideologico e logistico e fu una guerra tragicamente all’avanguardia per essere il 1935, perché il regime fascista usò tutta la tecnologia bellica, oltre che mediatica, più avanzata dell’epoca: carri armati, aviazione militare, bombardamenti con gas nervini. Scrive Nicola Labanca “Nessuna invasione britannica, francese o portoghese in Africa ha mai visto mezzo milione di soldati impiegati contemporaneamente come nel caso dell’invasione dell’Etiopia, dove c’erano 500.000 italiani al fronte”.

Per poter dispiegare una tale potenza di fuoco era necessario anche costruire infrastrutture, strade, ponti, cioè quell’insieme di grandi opere proclamate pubbliche e civili che in realtà servirono per far marciare le truppe e mantenere il dominio militare.
Per questo il regime fece trasferire in Africa Orientale Italiana (Eritrea-Etiopia-Somalia) tra il 1935 e il 1941 circa 200.000 operai italiani.
In gran parte erano braccianti disoccupati delle regioni del Meridione e del Nord Est  o borghesi arruolatisi spontaneamente nella Milizia Volontaria che decisero di far fortuna nel nuovo impero. Tutti però si tennero ben lontano dal pericoloso entroterra. Si stanziarono nei centri urbani principali, dove si trovava il 90% della comunità italiana svolgendo mestieri tipici al servizio degli altri italiani: negozianti, albergatori, ristoratori, locandieri, meccanici, camionisti.

Torino, targa di piazza Adua, trasformata in “piazza vittime del colonialismo italiano”

Anche la repressione della resistenza in Abissinia condotta dal Maresciallo Rodolfo Graziani, dopo aver ottenuto fama e onore in seguito alle gesta di ‘pacificazione’ della Libia, presenta aspetti di avanguardia che culminarono nel maggior eccidio di religiosi cristiani mai avvenuto in terra africana e ricordato come “l’olocausto nero”.
E’ da rispettare nei ricordi altrui e da iscrivere nella nostra memoria, il significato che continua ad assumere la data del calendario etiope Yekatit 12 corrispondente al 19 Febbraio, Giornata di Lutto Nazionale celebrata nella Repubblica Federale Democratica di Etiopia in memoria delle vittime dei massari compiuti dal colonialismo italiano nel 1936, come altra metà e faccia oscura del 25 Aprile 1945 italiano.
(continua)

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25 APRILE A METÀ:
radici del razzismo e scheletri negli armadi
(prima parte)

Oltre confine, in Africa, in Etiopia, la data italiana del 25 Aprile 1945 e la celebrazione della giornata di Festa Nazionale per la democrazia, la libertà e l’indipendenza contro il fascismo, la dittatura e la guerra, ha un sinonimo nel 5 Maggio 1941 e un contrario nel 19 Febbraio 1937.
Ciò che emerge dalla corrispondenza tra le giornate di
Festa per la Liberazione Nazionale – sia della Repubblica Italiana che della Repubblica Federale Democratica d’Etiopia e dalla discordante Giornata di Lutto Nazionale in memoria delle vittime dei massacri compiuti dal colonialismo italiano -, è che i cittadini della Repubblica Italiana e della città di Ferrara non hanno ancora fatto i conti con il proprio passato coloniale.
La nascita, l’affermazione, la sconfitta e le conseguenze politico-sociali imposte dal regime dittatoriale fascista continuano ad essere giustamente ricordate ma solo a metà con il risultato che le dominazioni in Libia, Etiopia, Eritrea e Somalia non sono mai entrate nel dibattito pubblico nazionale e il popolo italiano è rimasto l’unico a non fare i conti con il proprio passato coloniale, razzista e militarista.
Sarebbe come dire che il colonialismo e il razzismo italiano non si sono mai seduti sul lettino dello psicanalista autoconsiderandosi malati immaginari o tuttalpiù alunni indisciplinati volutamente assenti da ogni lezione di storia.
Un’accettazione più ampia nella nostra coscienza di un passato scomodo da digerire come invasori, colonizzatori e imperialisti, oltre che di fascisti, forse ci darebbe la volontà di guardare al presente e al futuro del nostro paese con occhi diversi e ci consentirebbe di comprendere che l’oppressione è un meccanismo perverso, biunivoco e onnivoro che non finisce quando la vittima se la scuote di dosso, ma quando la ripudia anche il carnefice.

I cittadini della Repubblica Italiana e di Ferrara non hanno mai fatto i conti con il proprio passato coloniale e non intendono farlo nemmeno ora che il resto dell’Occidente lo sta facendo per capire l’origine dei fatti che hanno scatenato le proteste del movimento Black Lives Matter, nemmeno ora che il Mare Mediterraneo si è trasformato in un mare di morte per migliaia di profughi civili e neanche adesso che Ferrara rischia di tornare ad essere una città-ghetto intollerante e razzista.
Tutti sembriamo esserci dimenticati che per 75 anni, dal 1885 al 1960, il nostro Paese ha dominato militarmente gli abitanti di quattro Stati africani: Eritrea, Somalia, Libia, Etiopia oltre che Albania, Dodecaneso, Seseno e Anatolia.
Quella stagione, iniziata 115 anni, fa non è mai entrata davvero nella nostra conoscenza e nella nostra coscienza.
Il 23 ottobre 2006 un piccolo gruppo di deputati ha presentato alla camera una proposta di legge, non approvata, per istituire un “Giorno della memoria in ricordo delle vittime africane durante l’occupazione coloniale italiana”, in riferimento alle oltre 500mila vittime della dominazione.

Nel luglio del 2019 il Sottosegretario di Stato al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del Movimento Cinque Stelle, Manlio Di Stefano, ha scritto su Facebook che “non abbiamo scheletri nell’armadio, non abbiamo una tradizione coloniale, non abbiamo sganciato bombe su nessuno e non abbiamo messo il cappio al collo di nessuna economia”. Forse nega che l’Italia sia stato un Paese coloniale perché non ha subìto un processo di Norimberga, nonostante sia stata accusata dall’ONU di aver commesso crimini di guerra su popolazioni civili.
Forse perché non ha letto le opere di Jean Paul Sarte o di Frantz Fanon. Forse perché il suo movimento politico e gli altri partiti politici italiani non hanno mai avuto come oppositori e antagonisti un Nelson Mandela o un Ghandi o non sono stati in grado di comprendere la statura morale di un Haile Selassiè o la dignità di un Omar el Mukhtar.
O forse perché l’Italia ha invece avuto Indro Montanelli e Ferrara Nello e Folco Quilici.

Palermo, nella notte del 6 marzo via Indro Montanelli è stata trasformata in via Destà.  Un’azione dei gruppi Fare Ala, Crvena e H.

Indro Montanelli, volontario nella guerra di Etiopia, così si esprimeva nel 1936: ”Non si sarà mai dei dominatori, se non avremo la coscienza esatta di una nostra fatale superiorità. Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve. Almeno finché non si sia data loro una civiltà”.
Successivamente, Montanelli divenne antifascista prima che la seconda guerra mondiale finisse e ciò gli costò la prigione e il rischio di essere fucilato. Ma questo non gli impedì, quasi alla fine della sua lunga vita, quando era diventato un’icona del giornalismo italiano e persino un martire dell’anti-berlusconismo, prima di negare poi di ricredersi in merito all’impiego dei gas nella guerra d’Etiopia.
Non soltanto per un vezzo autobiografico (era stato comandante del 20°battaglione eritreo nel 1935), quanto probabilmente in nome di quel fondo razzista da cui molti intellettuali italiani non sono mai stati immuni.
Montanelli parlava di un esercito italiano mite e cavalleresco, perché lui, avendo partecipato alla guerra in Etiopia, “se lo ricordava così” e di fronte alle inconfutabilità delle prove sull’impiego di gas nervini, persecuzioni, rappresaglie, massacri di civili e religiosi, Montanelli se la cavava sostenendo che, al solito, gli ordini di Mussolini non erano rispettati, e che quindi in Etiopia, in merito a una forma di salvifica negligenza o di ammirevole insubordinazione, non ci fu nessun sterminio.

Folco Quilici, nel sostenere pubblicamente il buonismo dei colonizzatori fascisti, non contava solo su di un vezzo ma anche su di una discendenza autobiografica, essendo figlio di Nello Quilici, giornalista e direttore del quotidiano ferrarese Corriere Padano che, poco prima di rimanere anche lui vittima dell’abbattimento dell’aereo pilotato da Italo Balbo in qualità di Governatore Generale della Libia sui cieli della Cirenaica nei pressi di Tobruk, nel suo saggio La difesa della razza, uscito nel settembre 1938 su Nuova Antologia, manifestò il suo sostegno alle leggi razziali.

Il primo a chiarire perfettamente come l’Italia non abbia mai fatto i conti fino in fondo con il colonialismo e il razzismo della sua storia recente è stato Angelo del Boca, cioè colui che in maniera sistematica ha condotto un’indagine storica dalla quale sono emersi i due poli entro cui circoscrivere un’analisi esaustiva: da un lato la mancata assunzione di responsabilità e non ammissione di colpevolezza; dall’altro l’affermazione di un concetto di razzismo innocuo mosso da esotismo esteriore.
Marie-France Courriol, in Più turista che fascista. Mémoire coloniale et figure du soldat dans le cinéma italien contemporain, (Martine Bovo Romoeuf/ Franco Manai), sostiene che la persistenza e il radicamento, a tutti i livelli della società italiana, del mito degli italiani brava gente, colonizzatori sì, ma non cattivi, vittime loro stessi più che aguzzini e carnefici, trova una patente dimostrazione in due film di successo, che a distanza di anni sono stati comunque tra i pochi – oltre a Tempo di Uccidere di Giuliano Montaldo (1989) tratto dall’omonimo romanzo di Ennio Flaiano (premio Strega nel 1947) – ad affrontare il tema del passato coloniale italiano: Mediterraneo, (1992) di Gabriele Salvatores e Le rose del deserto (2006) di Mario Monicelli.

In realtà esiste un film che parla del colonialismo italiano, ma non è stato prodotto nel nostro Paese.
Si tratta de Il leone del deserto (1981) che racconta la storia di Omar al-Mukhtar il guerrigliero libico che guidò la resistenza anticoloniale contro gli italiani negli anni Venti ed è considerato in Libia, nel Magreb e in gran parte del mondo arabo, un partigiano e un eroe nazionale.
In Italia il cult-film libico/statunitense è stato censurato per decenni, grazie anche al giudizio di Giulio Andreotti. in quanto “lesivo dell’onore dell’esercito italiano”. Solo nel 2009 è stato trasmesso dall’emittente satellitare Sky in occasione della prima visita ufficiale del leader libico Muammar Gheddafi in Italia, che si presentò all’aeroporto di Ciampino accompagnato dall’anziano figlio di al Mukhtar con appuntata al petto la fotografia storica che ne ritraeva l’arresto pochi giorni prima di essere condannato a morte e impiccato.

Omar al Mukthar, “il Leone del Deserto” (foto su licenza commons wikimedia)

“La foto di Al Muktar è come la croce che alcuni di voi portano: il simbolo di una tragedia”: così Gheddafi rispose ai giornalisti che lo interpellavano in merito alla foto. Forse per questo qualcuno si è ricordato che tra il 1929 e il 1930 il Maresciallo Pietro Badoglio e il generale Rodolfo Graziani ebbero l’incarico da Benito Mussolini di ‘pacificare’ le due zone della colonia ancora non dominate: il Fezzan e la Cirenaica.
Tradotto: i due militari ebbero il via libera per sterminare brutalmente la resistenza armata libica spopolando intere regioni.
Come riporta Del Boca, per togliere sostegno alla ribellione anti italiana, centomila abitanti che abitavano nelle oasi dell’altopiano di Gebel el-Achdar furono deportati in massa dalla Cirenaica in tredici campi di concentramento allestiti nella zona sabbiosa e inospitale della Sirtica. In gran parte erano donne, anziani e bambini.
Le esecuzioni sommarie per chi si attardava lungo il tragitto forzato di mille chilometri, la mancanza di cibo e di acqua ne portò alla morte la metà e le vittime civili furono cinquantamila.

Questa non è stata la prima deportazione di massa attuata dal governo italiano in Libia. La prima avvenne nel 1912 quando migliaia di ribelli libici considerati pericolosi furono trasferiti in modo coatto in esilio in vari centri di detenzione nelle isole del nostro Paese: le Tremiti, Ustica, Ponza, Ventotene. Lì morirono in molti ammassati in luoghi malsani inadatti a ospitare grandi quantità di persone, un sovraffollamento simile ai centri di identificazione ed espulsione dei migranti di oggi.

Sulla realtà coloniale italiana esiste anche un film mai fatto, in seguito alla censura, denuncia, condanna e all’arresto dei suoi sceneggiatori. Nel febbraio 1953 il numero 04 della rivista Cinema Nuovo, diretta da Guido Aristarco, pubblicò una proposta di film del critico cinematografico Renzo Renzi sulla guerra in Grecia, alla quale prese parte.
Saccheggi, fucilazioni, ma soprattutto vita nei bordelli e conquiste di donne costrette a cedere per fame, ecco, per l’autore, la visione più vera di un conflitto assurdo, condotto con passaggi da operetta, nel quale alcuni soldati, mal guidati, diedero sfogo al tipico istinto maschile italiano: il gallismo, che portò ad indicare le nostre truppe come l’Armata s’agapò che in greco significa Armata ti amo.
Una sceneggiatura pacifista, autocritica, che aprì un dibattito intellettuale su come trasferire sugli schermi la guerra, fuori dalla retorica, ma che sette mesi dopo provocò arresti per vilipendio alle Forze Armate e la traduzione degli inquisiti al Carcere Militare della Fortezza di Peschiera, nell’ambito di un procedimento condotto nei confronti di due cittadini in borghese sulla base della lettura del codice militare del 1941.
Renzi, già sottotenente, e Aristarco, già sergente, entrambi in congedo non definitivo, appartenevano giuridicamente alle Forze Armate e pertanto potevano essere processati dalla giurisdizione militare per un reato previsto non solo dal codice penale ma anche da quello marziale. E nulla cambiava che l’Esercito vilipeso fosse quello di Mussolini e non quello della repubblica democratica perché, per la Procura Militare, la caduta del fascismo non aveva travolto la Patria, che “c’è ora e c’era allora, indipendentemente dalla forma di governo”.
Dopo un mese di detenzione, il processo durò dal 5 all’8 ottobre e la Corte inflisse a Renzi una pena di 7 mesi e 3 giorni di carcere e la rimozione dal grado, ad Aristarco di 6 mesi.
Trentanove anni dopo, nel 1992, Mediterraneo di Gabriele Salvatores, vinse il Premio Oscar quale miglior film straniero, ispirandosi alla sceneggiatura dell’Armata s’agapò di Renzo Renzi.

Da allora non sono pochi gli italiani che ricordano l’avventura della Campagna di Grecia, ma molti di meno sono quelli che hanno idea di cosa fecero gli italiani in Africa Orientale dopo la conquista del 1936 in termini di ‘emergenza erotica’, così definita dal momento che arrivarono decine di migliaia di uomini italiani, soli o liberi dalle spose o compagne rimaste in Italia, che occuparono stabilmente i bordelli locali, frequentando le prostitute indigene e rendendo il fenomeno di gravità tale da  essere considerati inappropriati per un regime che intendeva creare una società coloniale ‘razzialmente pura’.
Il tipo di unione mista più frequente era il cosiddetto madamato cioè la convivenza con una concubina africana in more uxorio. La separazione razziale auspicata dal regime era inoltre solo virtuale poiché la costruzione degli ipotetici quartieri per soli bianchi progettati dal piano regolatore fascista fu lentissima e soprattutto incapace di sostenere la crescente domanda. Non c’erano case per tutti e per questo moltissimi italiani, soprattutto i lavoratori, andarono a vivere nelle capanne pagando affitti agli indigeni e vivendo a stretto contatto.
Non a caso l’inno dei coloni italiani dell’epoca diventò Faccetta Nera, una canzone che rappresenta la sessualizzazione dell’impresa coloniale. “Allo sguardo europeo la donna colonizzata appariva come poco più che un animale e una donna dai costumi facili disponibile e sottomessa, molto diversa dalla donna europea”, spiega Emanuele Ertola in In terra d’Africa. Gli italiani che colonizzarono l’impero (Laterza). E continua: “(…) ma a un certo punto, dopo il 1935 il regime iniziò a guardare con sospetto Faccetta Nera perché considerava inaccettabile l’aumento considerevole dei figli italo-africani che a lungo andare avrebbero alterato l’ordine sociale e razziale che richiedeva netta separazione e tra dominatori e dominati”.

Ecco quindi che il regime fece circolare una nuova versione della canzone, con la stessa metrica e musica, ma parole diverse. Il titolo era ‘Faccetta bianca’ e il testo leggermente modificato faceva: «Non voglio più cantar faccetta nera / non voglio più sentir bella abissina / perché la donna nostra è più carina / e piena d’ogni pregio e qualità». E proseguiva con versi quali: «Faccetta nera per carità! / solo la bianca è la regina di beltà».
La canzone fu pubblicata la prima volta su un opuscolo per operai italiani in partenza per l’Africa Orientale Italiana a cura della confederazione fascista dei lavoratori dell’industria, intitolato Orgoglio di popolo nel clima dell’Impero, in cui si catechizzavano gli operai sui danni degli ‘incroci umani’ sia a livello sociale che biologico, per poi arrivare al punto: “le donne bisogna lasciarle stare”. E come? “Innanzi tutto, soffocare gli istinti bruti […] ascoltando la voce gagliarda della propria anima italiana, lasciandone libero il senso di superiorità e di orgoglio che duemila anni di storia e i fatti recentissimi alimentano”.
L’opuscolo cercava di fare ipocritamente appello al rispetto della moralità e della dignità delle donne nere spaventando i bianchi con lo spauracchio delle malattie veneree.

Nel 1937, un anno prima delle leggi contro gli ebrei, il governo italiano promulgò le leggi contro gli uomini e le donne africane per evitare il madamismo e gli incontri promiscui nelle colonie. Scrive Emanuele Ertola: “Il regime cercò anche di importare in Etiopia delle prostitute bianche italiane, oppure convincendo in maniera più o meno spontanea, moltissime impiegate del Ministero delle Colonie ad andare a vivere a lavorare nelle colonie in modo che si popolassero di giovani italiane nubili”.

Milano, statua di Indro Montanelli

Negli ultimi tempi i media, quando hanno parlato di colonialismo, lo hanno fatto per riportare la notizia della statua di Indro Montanelli a Milano che viene regolarmente imbrattata, perché il giornalista raccontò più volte senza pudore di aver comprato come moglie una 12enne durante la campagna d’invasione fascista in Etiopia nel 1936 e di aver consumato con lei numerosi rapporti sessuali.
In un’intervista rilasciata a Enzo Biagi per la Rai nel 1982 Montanelli racconta: “Aveva dodici anni… a dodici anni quelle lì [le africane, ndr.] erano già donne. L’avevo comprata dal padre a Saganeiti assieme a un cavallo e a un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi assieme alle mogli degli altri ascari…arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

Una volta spente le polemiche, il colonialismo ritorna nel dimenticatoio e di quel periodo rimane solo qua e là qualche lontana eco nel nome dato alle nostre vie o alle nostre piazze, senza che nessuno sia in grado di ricordare a chi siano riferite e cosa rappresentino: è il caso, ad esempio, di Piazza dei Cinquecento a Roma dedicata ai soldati italiani caduti nella battaglia del 1887 a Dogali, in Eritrea. O lascia traccia in qualche modo di dire: “E’ stato un Ambaradan”, e non sappiamo che il riferimento è alla carneficina della cruenta battaglia del 1936 per la conquista dell’altopiano dell’Amba Aradam in Etiopia dove le forze italiane composte da soldati e camicie nere usarono proiettili e granate all’arsina e al fosgene ed effettuarono bombardamenti aerei con gas di iprite anche sulle popolazioni civili.
Qualche eco lontana giunge talvolta da Affile, dove sopravvive alla rabbia di molti l’ignobile mausoleo dedicato a Graziani, e qualche lontano ricordo potrebbe far riaffiorare le prese di posizione ostili alla restituzione dell’obelisco di Axum.
(continua)

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Franco Ferioli, l’inviato di Ferraraitalia nel tempo e nello spazio, è autore e curatore di Controinformazione, una nuova rubrica. C’è un’altra storia e un’altra geografia, i fatti e misfatti dell’Occidente che i media preferiscono tacere, che non conosciamo o che preferiamo dimenticare. CONTROINFORMAZIONE  ci racconta senza censure l’altra faccia della luna: per leggere tutti gli articoli della rubrica clicca [Qui]

In copertina: mappa della “Grande Italia”, i territori in rosso dovevano far parte del territorio italiano, in giallo i territori dell’Impero e le conquiste territoriali italiane nel 1942 (Wikimedia Commons)

Mo-LESS-tie

 

È un giovedì mattina come tanti altri: mi alzo, faccio colazione, prendo il mio cellulare e spreco il poco tempo libero che mi rimane, prima di mettermi a studiare, scorrendo il dito sullo schermo. Sono gesti automatici a cui non presto attenzione, tocco dopo tocco sono diventati parte della mia routine.
E così l’Evergreen che blocca il canale di Suez, la nascita di Vittoria Lucia-Ferragni e il pittore impazzito che si diverte a colorare le regioni italiane accompagnano il mio risveglio ogni giorno.
Altre informazioni indistinte allungano il mio caffè, scambio qualche messaggio e rimango fedele alla mia appendice digitale.

Una notizia in particolare però coglie la mia attenzione più delle altre. Leggo articoli, vedo Instagram Stories, post e commenti aventi un solo soggetto, Damiano Coccia alias Er Faina. Lo sgomento provocato da questo personaggio, noto per avere opinioni irriverenti e mancanza di filtri, inizialmente mi incuriosisce: è possibile che tra commenti anarchici e trasgressione, a cui ha abituato il suo pubblico, riesca ancora stupire? A malincuore scopro che la risposta è positiva.

Prima di concentrarmi sulla frivolezza delle parole utilizzate da Coccia, mi permetto di introdurre il tema con la delicatezza che merita. A meno di un mese dall’aver promesso rispetto ed uguaglianza alle donne l’8 marzo, il primo Aprile 2021 si parla di CatCalling sminuendolo e facendolo passare per un complimento desiderato ed altamente formativo per l’autostima femminile. Purtroppo, nonostante la data potesse far pensare ad uno scherzo, di divertente non c’è nulla.

Il Catcalling, o molestie di strada, oltre ad includere azioni come avance sessuali persistenti, palpeggiamenti da parte di estranei ed inseguimenti, include anche le tanto discusse molestie verbali, quali fischi, gesti o commenti indesiderati, che possano mettere altamente a disagio chi li riceve. La sopracitata polemica di Coccia, il quale dopo essersi messo in ridicolo davanti a tutta Italia, ha avuto almeno la decenza di chiedere scusa, pretendeva che frasi puramente oggettificanti, gridate a squarciagola in luoghi pubblici, senza alcun consenso da parte di chi le riceve, dovessero passare come meri complimenti.

Ora, non voglio soffermarmi sulle intenzioni dell’influencer, personalmente sono lieta che si sia reso conto dei suoi errori e che si sia scusato pubblicamente. Mi interessa ancora meno della natura di queste scuse, certo non deve essere difficile capire di aver sbagliato se tutto il Web ti ripete che non devi fare altro che vergognarti.
È l’ignoranza che vorrei mettere al centro dell’attenzione e vorrei puntare i riflettori su questa parola dal suono straniero che tanti non conoscono.

Nel 2021 è ora che si capisca che la violenza, di qualsiasi natura e in qualsiasi contesto, nasce quando qualcuno insiste dopo aver ricevuto un no come risposta. Il consenso deve diventare la nuova chiave di lettura di ogni comportamento e di ogni azione. Ogni individuo, di qualunque genere, etnia ed orientamento sessuale deve avere il diritto di sentirsi al sicuro. Abbiamo il dovere di creare una società che rispetti la libertà altrui e che sia libera da quella limitazione culturale, a cui ci ha da sempre abituato il patriarcato. Il sessismo, così come il razzismo e la xenofobia, sono costrutti mentali e culturali che vanno sdoganati ora e per sempre: il nostro mondo è cambiato e si è evoluto, non abbiamo più né tempo né voglia per dei limiti impostici a priori.

È tempo che, quando una donna esce di casa da sola, giorno o notte che sia, si senta al sicuro quanto un uomo. È tempo che il nostro genere, il colore della nostra pelle e il nostro dio non mettano a rischio la nostra incolumità. È tempo che l’uguaglianza evolva dalla sua connotazione statica di utopia e condanni a morte l’ignoranza.

FERRARA SI CONFRONTA SUI NUOVI PAESAGGI MIGRATORI
Un convegno che diventa piazza dell’amicizia sociale

Meno male che il numero 19 è ancora possibile associarlo  a eventi straordinariamente belli come il Convegno Franco ArgentoCulture e letteratura dei mondi. Si è tenuto venerdì 4 dicembre grazie  all’impegno costante del CIES Ferrara e della Associazione Cittadini del mondo, con la collaborazione del Comune di Ferrara e dell’IT “V.Bachelet” e con il  patrocinio del MIUR. Il titolo: Nuovi paesaggi migratori.
Si è tenuto nella forma del collegamento su piattaforma Youtube, ma dico subito che è stato possibile percepirlo non come un evento “a distanza”, al contrario. Si sono avvicendati relatori di provenienza, età e formazione culturale diversa: tutti generosi nel far sentire la loro voce e le parole, tutti capaci di coinvolgere gli uditori come attirandoli dentro uno spazio comune, dematerializzato ma palpabile. Ho provato entusiasmo.

Ora vorrei andare con ordine e dare conto della impeccabile conduzione di Paolo Trabucco e degli interventi, anzi mi verrebbe la tentazione di scrivere gli atti del Convegno. Non ho qui lo spazio per farlo e non è detto che ne darei il resoconto più efficace. Alessandro Manzoni insegna: ha evitato di scrivere un secondo libro, pienissimo di ragionamenti, obiezioni e risposte alle obiezioni sul suo I Promessi Sposi, nella convinzione “che di libri basta uno per volta”.
Mi allineo e decido di riportare i momenti che mi hanno entusiasmata. Tanto, il convegno è stato una fucina di idee, di dati rigorosi e di scenari sulla contemporaneità, una rete di pensieri liberi che mi fanno muovere dentro a una piazza ideale. In qualunque punto avvenga il mio ingresso, qualunque sia il percorso che faccio dentro la piazza posso assorbirne le voci e portarle a mia volta in giro caricandole di altre conoscenze, di aspettative e di speranza. Potrebbe essere intitolata all’orizzonte semantico del Convegno e chiamarsi Piazza dell’amicizia sociale. Ci potrei incontrare due insegnanti che hanno, il primo creato, il secondo animato le precedenti edizioni del Convegno: Franco Argento e Alberto Melandri.

Ascolto l’intervento dell’antropologo britannico Iain Chambers, autore tra gli altri del testo Paesaggi migratori, uscito in Italia una prima volta nel 2003 e di nuovo nel 2018, a cui si ispira il titolo del Convegno. La parola migrazione è utilizzata da lui  in modo ampio e libero: la migrazione non riguarda solo il nostro presente, è fenomeno antico, allo sguardo esperto del relatore risulta essere un elemento centrale nella formazione della modernità. La migrazione non segue e non ha seguito soltanto le rotte dall’Africa verso l’Europa, ma linee di movimento diverse e direzioni di marcia opposte a quelle che ci dicono gli stereotipi da cui siamo bendati. L’esempio che fa Chambers riguarda l’Algeria,  dove nel secolo scorso si erano trasferiti circa un milione di stranieri, tra cui numerosi nostri connazionali.
Algeria, così come Tunisia e Libia,  significano Mediterraneo, quel Mare Nostrum che da due millenni almeno viene mappato sulla base di categorie culturali ed economiche eurocentriche. Chi ha diritto di definire, di narrare la storia del Mediterraneo? Perché non superare l’ottica del colonialismo e attivare punti di vista differenti, restituendo simmetria al potere della narrazione, e riconoscendo per esempio alla lingua araba la legittimità di leggere l’assetto attuale di questa area del mondo? E poi, insieme alle lingue e alle letterature, quali mondi e quali integrazioni possono mettere in luce le altre arti! Quale viatico per leggere la complessità del nostro presente. Scorrono sul video immagini di danze, ascoltiamo un brano musicale intenso.  Mentre avverto che la voce e la musica della cantautrice palestinese Kamilya Jubran non mi sono familiari, penso che lo possono diventare.

Intervengono alcuni studenti del Liceo Carducci e più tardi altri del Liceo Ariosto e dell’Istituto ITI Copernico. Scopro che ‘gli Ariosti’ sono di una classe meravigliosa che ho lasciato due anni fa. Ora sono in quarta e li ritrovo sempre sensibili e preparati. Sono commossa, ma questa è un’altra storia.
Qui tutti i ragazzi che parlano sono informati, intensi e propositivi. Riportano l’attenzione al mondo che ci è più vicino, alla nostra provincia, alla nostra città, al Quartiere Giardino sul quale sono stati pubblicati due testi: la Guida turistica e Il viaggio in un quartiere multietnico. Nei loro interventi  sondano le cause della integrazione difficile tra ferraresi e immigrati, forniscono dati ma soprattutto aprono nuovi scenari in cui le differenze sono fonte di ricchezza per la comunità. Espongono le tante attività svolte negli ultimi tre anni da classi di ogni ordine di scuola, da circa mille studenti del nostro territorio. Raccontano le loro esperienze di incontro e di scambio con giovani come loro, con giovani stranieri carichi di storie. Come Kelvin, che viene da una città del Brasile e a Ferrara ha frequentato i corsi del Centro per l’istruzione degli adulti. Kevin propone di rivalutare il Quartiere Giardino anche attraverso le attività artistiche; come lui i ragazzi dell’ITI Copernico sembrano essersi messi d’accordo con Chambers e si esprimono cantano un pezzo rap di cui hanno composto il testo, un intenso testo poetico.

Si alternano ai giovani altri relatori esperti. Resto colpita dal taglio che Federico Faloppa ha dato al suo progetto Beyond the border, dove il concetto di confine viene presentato come uno spazio complesso che non coincide con la linea di frontiera comunemente intesa, ma comprende le aree in cui sostano le persone che migrano, le condizioni in cui vivono nel momento del passaggio, le azioni di controllo su di loro, le sovrapposizioni di lingue e di culture in movimento. I confini sono inoltre di vario tipo: ci sono confini visibili, quelli tracciati sulle carte geografiche, e confini che non si vedono, come quelli interni alle società, segnati per esempio dalle isoipse socioeconomiche.
Ce ne sono nella stessa città di Ferrara, come è emerso dalle parole degli studenti, e separano non solo i ferraresi rispetto agli immigrati ma anche i ferraresi tra loro.
I confini sono altresì studiati da Faloppa  come luogo di interrelazione, come spazio sociolinguistico della intermediazione. Quante lingue parlano correntemente molti migranti, che andrebbero valorizzate e condivise; quanti cartelli scritti in più lingue nei punti di passaggio tra un paese e l’altro, sulle barriere che i migranti cercano di superare mentre sono in fuga da guerre e violenze. Osservo le immagini di individui aggrappati a grappoli alle reti che li separano dalla loro meta, dal paese a cui vorrebbero accedere. Sono senza individualità e senza nome.

Sono flussi, ci ricorda Tahar Lamri: un’altra parola tutt’altro che innocente con cui sono designati. Da chi? Dalla lingua corrente con il suo appiattimento lessicale, dalle testate di alcuni giornali e da altri media. Occhio ai media, allora. Ecco i contributi del gruppo che si è costituito a Ferrara  nel 2010 per costituire un osservatorio sulle discriminazioni verso gli stranieri  che appaiono sui giornali e sugli altri mezzi di comunicazione. Ritrovo Adam e Shazeb: quanta strada hanno fatto le loro indagini sugli stereotipi, sulle fake news, sui titoli dei quotidiani che demonizzano i migranti; quanti incontri nelle scuole, quante pubblicazioni. L’ultimo loro report si occupa di etnic profiling, cioè della tendenza delle forze dell’ordine a intensificare i controlli sulle persone che appartengono a minoranze etniche. In questo periodo Covid, i giornali si sono occupati spesso dei controlli effettuati a causa della emergenza sanitaria; spesso questi controlli sono  mirati sugli stranieri e finiscono per includere i loro documenti e i permessi di soggiorno, come evocando il binomio immigrato uguale contagio.

Eppure, come anche Ibrahim Kane Annour ribadisce col suo stile accorato, sono migranti anche gli svizzeri, i canadesi o gli statunitensi che vengono in Italia. La migrazione resta il sintomo inevitabile degli squilibri tra le aree del pianeta, smettiamola con lo stereotipo del migrante che viene dall’Africa e magari porta con sé il pericolo di malattie. I migranti portano altresì nuove risorse, contribuiscono alle economie dei paesi di arrivo, hanno diritto di esserne parte come cittadini a pieno titolo.

Poi parla Nader Gazvinizadeh: è graffiante come lo ricordavo e attorno alla sua voce il silenzio sembra rapprendersi in una concentrazione totale su di lui. Ha ascoltato con attenzione tutti i precedenti interventi e dice agli studenti e ai giovani di Occhio ai media: per ognuno di voi ci sono migliaia di schiavi che lavorano nelle campagne del sud. Va guardata in faccia la realtà: il problema non è il razzismo, lo sono i crimini fatti in nome del razzismo. Dice: ammetto di essere razzista e per questo devo conoscere e combattere il mio razzismo; a questo scopo devo usare il mio coraggio, non per sbandierare il principio di uguaglianza e fuggire con ciò la diversità.
Come ha detto Chambers, le differenze possono coesistere in uno spazio senza separazione. I confini nel progetto illustrato da Faloppa sono aperti, sono porous borders.

Non posso non riportare almeno le fonti seguenti:
SITO CIES Ferrara: comune.fe.it/vocidalsilenzio/index.htm
Ultimo report di Occhio Ai Media [Vedi qui]

  • Iain Chambers, Paesaggi migratori: cultura e identità nell’epoca postcoloniale, Meltemi editore, 2003 e 2018
  • AAVV, Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara, Este Edition, 2020
  • AAVV, Il Quartiere Giardino di Ferrara. Guida turistica. Edizione multilingue, Este Edition, 2019

SCHEI
Fratelli bianchi

Non nutro nessuna simpatia per i processi di piazza. I media scelgono i bersagli del ludibrio pubblico ben prima che il processo venga celebrato, e si guardano bene dal fare mea culpa quando (spesso) il processo vero sentenzia che quei mostri non sono mostri, o addirittura non sono colpevoli, per la legge. Magari per insufficienza di prove, ma in un paese democratico se non ci sono prove sufficienti devi essere assolto (per fortuna, aggiungo).

Per questo non ho nessuna intenzione di almanaccare su quanto abbiano effettivamente combinato quella notte i bulli di Colleferro, tra cui i famigerati fratelli Bianchi – scherzo dell’araldica, come volete che si chiamino tre fratelli uniti dal sangue proprio e degli altri, due dei quali (si dice) ammazzano di botte un ragazzo di colore? Fratelli Bianchi. E’ tuttavia molto interessante notare cosa si muove attorno a loro, comprese alcune reazioni indirettamente collegabili al fatto di Colleferro, ma definibili come onde concentriche generate dal sasso gettato nell’acqua. La prima onda, che esemplifica la classica reazione razzista “da copione”, è quel post, poi rimosso, proveniente da un profilo forse fasullo contenente riferimenti a Fratelli d’Italia e inneggiante all’eliminazione fisica di “quello scimpanzé”. Ma è la seconda onda ad essere decisamente più interessante: un utente Twitter, pensando forse di fare dell’ironia (o forse no, visto il commento di scuse postato in seguito), pubblica una foto che ritrae la cantante Emma Marrone ed il musicista americano di colore Kanye West, con la seguente didascalia: “Emma offre la cena a un ragazzo nero dopo che quest’ultimo non ha abbastanza soldi per permettersi da mangiare”. Come molti (ma non tutti) sanno, Kanye West è uno degli artisti più ricchi al mondo. Alcuni dei commenti al post sono i seguenti: “Di offrire il pranzo a un nonno italiano, in difficoltà economiche così come ce ne sono sempre di più, no eh. Solidarietà sempre e solo ai neri perché neri e ai clandestini? Vai a farti un giro ai cassonetti, vedrai cose da non smettere di piangere. Sinistronza di m…”. Oppure: “il bene si fa, ma non si ostenta. Impara capra!”, incluso citazionismo sgarbiano ad minchiam che aggiunge un tocco di grottesco. Interviene la Marrone, definisce “feccia” chi commenta, chiarisce che il nero è il signor West (o Kardashian, se preferite), appunto uno dei produttori più famosi e ricchi sfondati del pianeta, al punto che il profilo Twitter che ha postato la foto reagisce scusandosi: “non sapevamo fosse lui”, come se questo fosse ciò di cui occorreva scusarsi. Ecco, questa è la reazione più interessante. Ciò che provoca le scuse non è il fraintendimento sulla pigmentazione del musicista, che non è in discussione. Ciò che provoca le scuse è l’avere scambiato un ricco per un povero. Kanye West è ricco, il che lo pone immediatamente fuori dal mirino degli odiatori.

Credo che molti meridionali nutrano un particolare fastidio per la trasformazione truffaldina della Lega Nord in partito del riscatto meridionale. Il fastidio, immagino, è ugualmente ripartito tra il segretario attuale di questo partito e quei meridionali che hanno abboccato. Basta avere un minimo (ma davvero un minimo) di memoria, per ricordare e andare a ripescare Salvini che canta “senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani”, il suo ostentato tifo per la Francia alla finale degli Europei di calcio del 2000, le magliette con la scritta “Padania is not Italy”, e confrontarle con il suo meridionalismo e nazionalismo di adesso. Eppure l’operazione intellettuale è meno rozza di quel che appare, e infatti su molti ha fatto presa. Si tratta di una sostituzione dell’oggetto dell’odio: dal terrone al negro, al clandestino. In questo modo è stato individuato un simbolo (l’immigrato clandestino) che unifica nel disprezzo tutti, da Palermo ad Aosta. Finalmente un nemico comune contro il quale sventolare il tricolore, col quale qualche anno fa Salvini si puliva il sedere.

Perchè questa digressione, e soprattutto: cosa c’entra tutto questo con gli schei, che sarebbe l’argomento della rubrica? La digressione non è una digressione, ed è direttamente funzionale a mostrare come stia prendendo piede un razzismo meno tradizionale e istintivo, che non si fonda sul colore della pelle o sulla etnia, ma sullo status di disperato, di povero, di reietto. Kanye West ha smesso di essere insultato da “negro”, con tante scuse, nel momento stesso in cui è stato chiarito ai pochi che non lo sapevano che si tratta di un cantante ricco e famoso. Salvini ha smesso di essere uno stronzo antimeridionalista nel momento in cui ha eletto e propagandato un nemico comune a nordisti e sudisti d’Italia, ovvero il clandestino. Questi fenomeni denotano un pericolosissimo tratto comune: il razzismo viene esercitato nei confronti di chi è povero, di chi è escluso, di chi scappa dalla miseria, dalla guerra, dalla fame. Di chi, semplicemente, cerca una possibilità in più per la sua vita. Questo tipo di razzismo della condizione sociale diventa ben presto, o è già diventato, il denominatore comune di questi nuovi fascistelli, che in effetti hanno apparentemente molto più in comune con un tronista che con Mussolini. Ma ciò dipende dal fatto che il loro razzismo non si nutre del disprezzo del negro o dell’ebreo, ma del povero, la loro esistenza è vissuta nella costante tensione verso una ricchezza da perseguire ad ogni costo e con ogni mezzo, per allontanarsi dalle proprie origini, anzi per cancellarle, per eliminare ogni traccia di ciò che si teme di essere, o della condizione nella quale si ha il terrore di precipitare. Questo razzismo si eserciterà nei confronti dei reietti sociali, e la maggior parte dei perseguitati nei prossimi anni potrebbero essere italiani.

SOVRANISMO: DIO, PATRIA e ZAR
L’antica ricetta per un nuovo Peron alla milanese e un’Evita all’amatriciana

Dio, patria e Zar. Il sovranismo in tre parole. Nulla di nuovo sotto il sole, aggiungi alcuni concetti a caso tipo famiglia tradizionale, valori cristiani, prima noi, ci stanno invadendo, ospitiamoli a casa loro, autarchia, stampiamo moneta, difendiamo la nostra razza, libertà (intesa come la mia e non la tua), ed ecco pronto un perfetto strumento ideologico per definire i padroni a casa nostra. A piccole dosi, aggiungerei un po’ di insofferenza nei confronti dell’antifascismo (superato perché non c’è più il fascismo – cit.), disagio nei confronti della scienza, ricerca continua e imperterrita del complotto, costruzione del nemico e sua conseguente disumanizzazione e il giochino è fatto.

Il concetto di sovranità nazionale e di confine chiuso ci porta indietro negli anni, nei secoli, in cui il sovrano, lo zar instillava nei sudditi l’amor patrio, come siero per immunizzare il popolo dalle velleità di rivolta. Le dittature si mantengono su questi valori, guerra continua e senza limiti contro nemici veri, verosimili o inventati.

La cultura ad esempio. I professoroni, gli intellettuali, i radical chic, primo ed importante nemico da abbattere e delegittimare.
E come si fa?
Facile.
Ora, nei tempi del tutti connessi è semplicissimo, basta gridare più forte da una tastiera, spammare di continuo fake news costruite ad arte, lanciare input alle bande di sudditi che fanno il lavoro sporco, distruggendo il pensiero civile di chi vuole esprimere un parere discordante o peggio irrispettoso del sultano, su un qualsiasi social network.
E il gioco è fatto. Il primo tassello del domino inizia a cadere.

«Quando sento la parola cultura metto mano alla pistola», la frase attribuita a Goebbels di non accertata provenienza è l’emblema del concetto del populismo sovranista. La personalità malata del ministro della propaganda nazista tendeva a costrure gigantesche menzogne a cui alla fine credeva pure lui. Quale miglior metodo per convincere gli altri se non quello di essere convinti delle proprie bugie?

I tre elementi cardine che citavo all’inizio continuano a mantenere lo stesso valore dei secoli passati. Attraggono i sudditi come una calamita, facendoli sentire migliori, più forti, parte di un gruppo dominante. Il famoso ‘noi’ è la più grande delle fandonie. Lo zar, quando parla di noi si riferisce a lui, mentre il popolino quando parla di noi non riesce a capire che anch’esso parla di lui. I privilegi di cui sarebbero dotati gli avversari o meglio i nemici, perché le schiere fedeli al sovrano devono proteggere il loro duce da masnade di cattivi, clandestini, esseri contro natura, comunisti che sbucano in ogni dove, peccatori che intaccano le bianche vesti del sultano, non esistonoE quindi vanno costruiti.

I limiti intellettuali di molti sovranisti di casa nostra non sono nemmeno ritenuti limiti dagli accoliti, anzi. Il linguaggio da bar sport, le movenze, l’abbigliamento fintamente trasandato sono prettamente costruiti a tavolino per assomigliare ai propri elettori. “Vedi lui è come me, come noi, dice pane al pane e vino al vino, non come loro che studiano, studiano e non sanno un cazzo”.

E voi? Ma voi chi?
Non sto cercando di analizzare le differenze, con la mia piccola testa, ma sto cercando di raccontare il perché un trinomio vecchio di millenni continua ad essere appetibile alle genti di questo fetente ventunesimo secolo.
Mi sento dire spesso, ma come fai ad essere ancora Comunista? Berlinguer è morto, il Pci non c’è più, il comunismo è stato sconfitto dalla storia. Mi viene da rispondere: “Ma tu, cazzo! che ti ritieni rappresentato dai valori di Romolo, non è che sei più retrogrado di me?”

Qui non parlo di una destra moderna, in quanto i valori sopra enunciati nulla hanno a che vedere con una destra liberale, moderna e repubblicana. Sempre, ovviamente, lontana da me, ma con cui dibatterei volentieri sui tanti valori avversi. Mi riferisco proprio alla maggioranza della destra italiana. Ora, capire perché il popolo italiano, in una sua parte, non so se maggioritaria o meno abbia bisogno di un conducator, di un Peron alla milanese e di una Evita all’amatriciana è materia per sociologi, quello che è decisamente avvilente è capire perché il resto della popolazione italica non sia in grado di smontare le fandonie sovraniste.

Forse se ne esce solamente da sinistra, da una vera sinistra.
Ma anche questo è un tema da dibattere, un po’ come cercare un unicorno in un gregge di mucche. Occorrerebbe un nuovo umanesimo, una compattazione sui valori dell’antifascismo, una riscoperta dei valori fondanti del progressismo. Ma a dire il vero io non vedo luce in fondo al tunnel. Forse quella fioca fiammella che emerge dall’oscurità, sono solo i fari del treno che ci viene addosso.

I VOLTI DI MARMO E LE FACCE DI BRONZO
Vandalismo o legittimo e comprensibile atto di accusa?

Vandalismo o legittimo e comprensibile atto di accusa? Il mare rabbioso della protesta ha innalzato le onde fino a travolgere quelli che sono ed erano i segni di una storia, la nostra. Le statue hanno rappresentato, nel corso dei secoli, la scena in cui l’umanità ha vissuto, ha agito, quasi fossero una popolazione in cammino esse stesse, passo dopo passo a percorrere i tempi. Le abbiamo modellate noi, attraverso i nostri scultori, commissionate e celebrate, collocate con ammirazione, rispetto e venerazione nei parchi, nelle chiese, nelle piazze, nei punti più significativi della nostra civiltà eroica o corrotta, conquistatrice o aguzzina, coraggiosa o vigliaccamente profittatrice. Sono creature nostre che prendono vita nelle nostre fucine, nel nostro immaginario e scatenano un memento del passato che riconosciamo o tendiamo a disconoscere perché ce ne vergogniamo o avvertiamo estraneo ai nostri principi dell’attualità.
Che ci piaccia o no, sono pezzi di marmo o bronzo scalpellati e forgiati per testimoniare una storia di cui andare fieri o rinnegare e ripudiare. Rammentano un passato, una rivoluzione, un credo religioso, una vittoria bellica, una conquista, una scoperta, un merito in campo scientifico, artistico, letterario, culturale in generale. E quando disconosciamo o ripudiamo un segno visibile e potente dell’iconografia perché la storia ce lo impone, si crea inevitabilmente una crepa, un mea culpa in cui tutto viene rimesso in discussione, un indietreggiare per poi riprendere la rincorsa verso nuove idealità, lasciando alle spalle le macerie di capitoli di storia scomodi. Diventa un corto circuito che genera per un attimo oscurità, un blackout della storia che dura da sempre.

Nell’Isola di Pasqua, appartenente al Cile, una serie di statue monolitiche, circa mille moai creati presumibilmente intorno all’anno 1000 d.C., ricavate da un unico blocco di tufo si affacciano sull’Oceano Pacifico, sembrano fissarlo immutabilmente. Alcune reggono strani copricapi che ricordano il cilindro e la loro altezza, da 2,5 metri a 10 metri impressiona davvero, se si pensa che il corpo rimane completamente interrato. Furono scolpite direttamente nelle cave e trasportate inspiegabilmente nella posizione eretta, servendosi di tronchi d’albero che, presumibilmente, lasciarono l’isola completamente disboscata. Celebravano gli antenati defunti o importanti personaggi della comunità o forse erette per testimoniare credenze religiose: il mistero avvolge ancora i moai. Quello che lascia pensare a una guerra civile, uno stravolgimento sociale, una rimozione di questi stupendi simboli, oppure, ipotesi meno accreditata, un terremoto, è l’immagine di teste divelte e statue rimosse vistosamente dalla loro sede.

Passando ccn un balzo epocale alla Rivoluzione Francese, oltre alle teste umane caddero anche numerose teste di bronzo, nel nome della liberté, fraternitè, egalitè. L’ancien regime era morto per sempre attraverso, prima ancora, i suoi simboli.

Il 2001 segna tristemente la fine dei Buddha di Bamiyan, le due stupende statue scolpite da un gruppo buddista nelle pareti di roccia della valle di Bamiyan in Afghanistan, sulla Via della Seta, itinerario mercantile tra Cina, Asia Centrale, Medio Oriente ed Europa, riconosciute Patrimonio Unesco: 400 religiosi afgani, interpretando il pensiero dei talebani musulmani, decretarono l’abbattimento delle prestigiose sculture perché rappresentati di tendenze idolatre e infedeli. Ai lati delle due opere, i monaci vivevano come eremiti in piccole grotte scavate come caverne, addobbate con statue religiose e meravigliosi affreschi variopinti.

E’ IL 2003 quando una statua di Saddam Hussein viene colpita da un uomo con un grosso martello, prima di essere aggredita dalla folla. Immagine che ha fatto il giro del mondo come emblema di condanna e di svolta. Per poi ritrattare: dopo 13 anni, l’uomo ha dichiarato di essersi pentito perché il dopo-Saddam è peggiore del passato.

Nel 2014 tocca alla più grande statua di Lenin, eretta nella piazza principale di Kharkiv in Ucraina: un’altra statua di regime ‘giù per terra’, rimozione eccellente in una lotta non ancora risolta tra filorussi e dissidenza nazionalista. La stessa sorte toccata a Karl Marx nei Paesi dell’ex Unione Sovietica.

E siamo ancora qua, con la nostra voglia di abbattere, demolire, annullare traccia, ridisegnare una storia che ha subito delle svolte, non è andata come volevamo, ci ha deluso, rammaricato, infuriato.
Ora tocca a Cristoforo Colombo, demolito e gettato in un lago a Richmond, Virginia; tocca a Robert Milligan, deprecabile mercante di schiavi insieme a Eduard Colston. Tocca pure a Cecil Rhodes, considerato precursore dell’apartheid in Sudafrica, da cui prenderebbe nome la Rodesia.
Si arriva perfino a Wiston Churchill, la cui statua viene imbrattata, in Gran Bretagna, con l’infame scritta ‘was a racist” – era un razzista.
E poi ancora in Belgio, stigmatizzando ad Anversa il ricordo statuario di Leopoldo II, autore della sanguinosa colonizzazione del Congo nella seconda metà dell’800. Il popolo non dimentica e prima o poi ti chiede il conto. Nella nostra Italia è caduto su Indro Montanelli il peso della Storia, con il movimento ‘I Sentinelli’ che ne chiede la rimozione di ogni traccia del monumento e dell’effigie pubblica dopo che ne sono state rispolverate storia e dichiarazioni sulla campagna di Abissinia del 1935 a cui partecipò, che comprende la narrazione della 12enne acquisita come sposa etiope in un contesto di guerra.

Siamo un’umanità che ha bisogno di rivedere epocalmente la propria storia, ammettere errori, a volte mostruosità, per sopravvivere a fatti ed eventi talmente abnormi da non consentire l’assoluzione, la dignità. Sarà sufficiente l’abbattimento delle statue, segno di passaggio storico, ad alleggerirci le coscienze?

ABBATTERE STATUE E’ COME BRUCIARE I LIBRI
La memoria di un popolo non si può cancellare

Erano i primi mesi del 2015 quando l’Isis dichiarò guerra al patrimonio archeologico mondiale distruggendo le opere esposte nel museo di Mosul.
Tutto l’anno durò il massacro perpetrato dallo jihadista Stato Islamico: la distruzione delle antiche mura della città di Ninive, delle statue leonine alle porte di Raqqa in Siria, della Porta di Dio a Mosul, fino alla distruzione delle colonne a Palmira, e la lista potrebbe continuare.
La furia iconoclasta porta sempre al medioevo della mente e della cultura, al fanatismo delle fedi, alle anguste visioni del mondo, all’oscurantismo dell’ignoranza.

Ora le manifestazioni di piazza abbattono le statue, come se strappando le pagine di storia se ne potesse cambiare la narrazione. È ciò che abbiamo visto accadere al tramonto di regimi dittatoriali ad opera delle forze vittoriose, come segno di un potere decapitato.
Nessuna manifestazione è più benedetta di quelle contro il razzismo e per i diritti dell’uomo. Ma se l’indignazione e la protesta giungono fino al punto di scaricare la propria rabbia fino ad abbattere le statue, che a giudizio di alcuni costituirebbero la celebrazione di ciò contro cui si sta protestando, allora di fronte alla foga irruenta dei manifestanti è necessario che tutti ci fermiamo a riflettere. Perché abbattere monumenti non è molto distante da bruciare libri in piazza.

Eravamo abituati a manifestazioni che degeneravano nella rottura delle vetrine e in altri atti vandalici, ma l’abbattimento delle statue ci pone di fronte a un fenomeno nuovo, non certo per la storia, ma per il nostro tempo. Subito viene alla mente una considerazione, perché non si è fatto prima? Quelle statue hanno sfidato i secoli. Non si è fatto prima solo perché le coscienze dormivano? È un modo strano di guardare alla storia. Assolvere la propria coscienza, illudendosi che le responsabilità siano anzitutto individuali anziché collettive. Pensare che furono responsabili del colonialismo solo negrieri e mercanti di schiavi è una grande fandonia, perché secoli di civiltà e di ricchezze hanno le loro mani sporche di sangue, e di quei secoli noi siamo i discendenti.

Non serve abbattere le statue, se siamo noi a non cambiare. Il razzismo di oggi è anche responsabilità nostra, e per rendercene conto è sufficiente dare una scorsa al secolo passato e a quello presente. Allora viene da pensare che questa indignazione distruttiva non sia altro che figlia del nostro tempo, una modalità diversa di dar sfogo al populismo e all’ignoranza. Perché dietro a quegli atti violenti contro il patrimonio culturale di un luogo, di una nazione o addirittura mondiale, non si accompagna nessuna riflessione culturale, nessuna considerazione della storia, della narrazione che ha portato alla sua realizzazione, nessuna biografia dell’autore, nessuna considerazione del fatto che monumenti ed altri artefatti fanno degli spazi delle nostre città dei luoghi, anziché dei non luoghi. Molte piazze perderebbero il loro nome, la toponomastica sarebbe un racconto vuoto, senza fatti, avvenimenti, biografie, un luogo vuoto della storia.

Ogni città ha le sue pagine di storia, ogni via, ogni piazza è la convocazione del passato, come il metrò parigino di Marc Augé. L’abbattimento di una statua non è un atto di giustizia, una esecuzione della storia, ma uno sfregio ai luoghi che abitiamo, alla narrazione che altri prima di noi hanno scritto. È un atto da tribunale dell’Inquisizione, è una condanna al rogo, è una condotta tribale, è un imbarbarimento della civiltà e della cultura. È una violenza alla città e alla sua urbanistica, a come siamo e come eravamo. L’abbattimento di una statua non cancella la memoria di un uomo, ma di un’epoca e di un popolo. Se dovessimo fare pulizia delle nostre memorie, temo che ci resterebbe ben poco.

Dobbiamo impedire all’oblio di cancellare ciò che siamo stati, perché la storia dell’uomo non può essere come gli angoli della nostra mente, che contengono ricordi e pensieri che vorremmo dimenticare. La pars destruens ha il suo contraltare nella memoria, che è la pars costruens della storia, l’antidoto culturale contro i nostri errori. L’abbattimento delle statue, come degli idoli dagli altari, i sacrilegi civili, i sacrilegi contro la storia, non saranno mai la catarsi, tanto meno nei confronti del razzismo e delle morti violente, bensì un’altra catastrofe, la soluzione luttuosa di un dramma.

DIARIO IN PUBBLICO
Fisiognomica e Via col vento

Il mio omonimo criceto è arrabbiatissimo, anche se m’invita al ragionamento e alla calma. Tutto nasce quando dai profondi recessi della stupidità umana esplode il caso del film Via col vento, sospettato dalla distribuzione Hbo di propagare e diffondere elementi razzisti. L’allarme è lanciato dai giornali e ripreso da Fiorenzo Baratelli nella sua pagina fb. Così reagisce : “Hbo toglie dal catalogo Via col vento perché ha contenuti ‘razzisti’. Stiamo rimbecillendo?”. Immediatamente chi scrive queste note pubblica la sua reazione sull’assurdità delle vicenda riprendendo l’informazione sotto il titolo “Questa è l’idiozia che rafforza il razzismo!” M’informo cos’è Hbo e leggo che è una piattaforma in streaming distributrice di film.

Ma la decisione della piattaforma viene ulteriormente aggravata da una dichiarazione rilasciata alla famosa rivista americana Variety che così suona: “Un portavoce di Hbo Max ha dichiarato al sito Variety che Via col vento è un prodotto del suo tempo e raffigura alcuni dei pregiudizi etnici e razziali che, purtroppo, sono stati all’ordine del giorno nella società americana. Queste rappresentazioni razziste erano sbagliate allora e lo sono oggi e abbiamo ritenuto che mantenere questo titolo senza una spiegazione e una denuncia di quelle rappresentazioni sarebbe irresponsabile.”  Ma allora che facciamo? Rimodelliamo la Divina Commedia perché Dante potrebbe essere considerato islamofobo? E con lui tutte le grandi opere di parola e di arte che abbiano in qualche modo testimoniato le ‘ragioni’ dei vincitori? Questo è non capire la differenza che la storia ci insegna o ci dovrebbe insegnare tra la cronaca che dà impulso a un nuovo tipo di verità e che consideriamo ‘arte’.

Una colossale cantonata che ben si confà al clima che il presidente Trump ha alimentato negli USA dopo l’assassinio di George Floyd e che si accoppia con le frange estreme della violenza antirazzista che come spesso – se non sempre – si accompagna a questi movimenti, quando si dimentica l’elemento guida dell’analisi di certe azioni e provvedimenti, che dovrebbe essere la storia. Tutto ciò porta dunque alla furia iconoclasta, che al massimo potrebbe rivolgersi ai personaggi del Museo delle cere, o ancor meglio a ciò che è non valido esteticamente. Inutile perciò l’abbattimento delle statue e la rimozione di opere, monumenti e la deturpazione di luoghi che potrebbero ricordare il passato razzista e che testimoniano, come si sarebbe portati a credere, non la verità, ma l’elaborazione artistica della verità: un’altra dimensione. Che dire poi della lettera del cardinale Viganò (che da sempre si adopera per le dimissioni di papa Bergoglio) a Trump e al suo sostegno all’azione di repressione dei moti libertari del popolo afroamericano? Da sempre l’universo cattolico americano è diviso sul nome di papa Francesco.

E assieme all’analisi storica la fondamentale capacità in tanti momenti cruciali della fisiognomica. E per farmi capire il concetto il mio criceto mi canta sulle note della celebre canzone di Morandi, La fisarmonica, il pericolo e la verità contenuta nella fisiognomica.

Ritorno ai miei ricordi semi-infantili. Via col vento l’ho visto nel 1951. Mi pare al Cinema Astra  di Ferrara appena costruito. Il film è stato prodotto nel 1939 dall’omonimo libro di Margaret Mitchell uscito nel 1936 ed è l’unico romanzo della scrittrice statunitense, alla cui celebrità ha contribuito l’omonimo colossal cinematografico di Victor Fleming del 1939.                                   
Ora l’editore Neri Pozza già da due anni ha pubblicato una nuova traduzione che superava quella degli anni Trenta; quella tutta infarcita dagli stilemi con cui si pensava allora parlassero e si comportassero i neri. Una nuova versione che appare attenta alla nuova visione storica, con cui s’interpreta il razzismo oggi di estrema attualità dopo l’assassinio di George Floyd. Non va mai dimenticato che il romanzo e il film sono ambientati entro la più grande guerra mai combattuta tra gli stati del Sud, che difendevano la proprietà del commercio dei negri e quelli del Nord che operavano per la loro liberazione (si fa per dire). E basti pensare come padri della patria come Lincoln o Jefferson si comportarono con le loro serve- amanti di colore.

Ma ritorniamo al caso della conoscenza della razza nera o semitica. Da bambini, come tutti in quegli anni, dopo la fine della seconda guerra mondiale sapevamo che l’attrazione femminile o gay per quel popolo, così si favoleggiava, dipendesse dalle dimensioni del loro organo sessuale. Nel 1957 entrai alla Casa dello studente di Firenze. Lì incontrai parecchi studenti arabi iscritti a Medicina. Diventammo amici e la cosa che con riluttanza mi rivelarono era che per il loro olfatto noi puzzavamo: da morto. Ecco dunque rovesciata la dimensione chiamiamola fisiognomica. Nella realtà per loro noi puzzavamo. Da qui poi scaturiva il prendere conoscenza delle rispettive caratteristiche, che non offendevano il ‘particulare’, ma che diventavano storia. Negrieri, città costruite sul traffico dei negri, monumenti, statue, palazzi o città poggiavano su quell’immonda pratica che la storia NON può cancellare. Così potrebbe essere giusto prendere le distanze dalla vita di Rimbaud, divenuto trafficante di schiavi dopo la rottura con Verlaine, ma questo non mi deve impedire di leggere Une saison en enfer.

Cesare de Seta nel suo L’isola e la Senna porta il caso di Nantes. Scrive: “Tra Settecento e Ottocento circa la metà del traffico negriero intrapreso da armatori francesi fece campo a Nantes […]Dunque Nantes si guadagnò un primato nella tratta degli schiavi e i borghesi della città si arricchirono[…] Guillame Grou nel corso di una trentina d’anni considerati i più fruttuosi per questo commercio, nel Settecento accumulò enormi ricchezze[..] il patriarca della famiglia prima di morire volle salvarsi l’anima lasciando una fortuna all’Ospedale per gli orfanelli di Nantes. L’hotel Grou è ancora oggi una delle più eleganti dimore nell’isola Feydeau” (pp.108-109). Che facciamo? Abbattiamo tutto? E anche le parti ottocentesche della meravigliosa Cattedrale costruite con le donazioni dei cittadini negrieri?

Il caso più singolare che richiama l’odierno conflitto su Via col vento è la figura della bambinaia Mami nera e grassa interpretata magistralmente nel film da Hattie McDaniel, cantante attrice che le valse l’Oscar nel 1940, il primo concesso ad un afroamericano.                                                   

Hattie McDaniel

Come recita la sua biografia Hattie McDaniel nacque in una famiglia di ex schiavi, ultimogenita di 13 figli. Il padre, Henry McDaniel, combatté nella Guerra Civile come facente parte del 122º USCT (United States Colored Troops), le truppe composte da soldati afroamericani, mentre la madre, Susan Holbert, era una cantante di musica religiosa. Pur relegata al ruolo che le veniva imposto dalla sua figura fisica, Hattie recitò in ben 30 film, morendo nel 1952, ma non si associò mai alle manifestazione di protesta per i diritti degli afro americani.

Nella vicenda legata alla decisione di Hbo fondamentale – e come non lo potrebbe essere? – il commento della grandissima Natalia Aspesi apparso sulla Repubblica dell’10 giugno dal titolo Perdonaci Rossella ti cancelliamo. L’articolo così si concludeva: “La sera degli Oscar, tra i candidati c’era anche Hattie McDaniel, la grassa cameriera nera che adora Rossella, che concorreva per il premio alla non protagonista assieme a Olivia De Havilland, per lo stesso film: vinse Hattie, la prima donna di colore a ottenere un Oscar, che potè ritirare, senza però potersi sedere con gli altri vincitori bianchi. Negli Stati Uniti non succede più anche se c’è di peggio, ma in Italia c’è qualche eroica signora che insulta sul tram le donne di colore, obbligandole a scendere e qualche vecchio scemo che sul treno pretende di vedere se un ragazzo nero ha il biglietto.”

Il dibattito che ha provocato questa decisione supera la contingenza per affermarsi come momento fondamentale dell’elaborazione storica. La mancanza del processo storico, che è spesso una delle forme negative di quella grande nazione a confronto ad esempio con la nostra europea, forse è dovuto all’eccesso di punti convergenti della loro storia. Non a caso tutta l’epopea americana è una ‘conquista’. Il nome stesso lo dice e lo afferma. E ‘conquista’ è anche ora la reazione degli afroamericani, che dai loro conquistadores hanno imparato la tecnica dell’abbattimento di ciò che ricorda il loro passato. Una pratica pericolosa che dà la possibilità a Trump di insistere sulla necessità di una legalità che spesso potrebbe significare repressione.

Ma il criceto sbrigativamente mi ricorda “Stai ad ascoltare umarèl! Non ti va mai bene niente. Prima t’imbarazza essere attaccato perché hai espresso il tuo dissenso sulla mostra di Banksy. E cosa dovrei dire io che sono scambiato per questione fisiognomica con i suoi amati topi? Lassa perdar…Ricordati che nella tua età di diversamente giovane sei stato invitato il 16 ottobre alla Maison d’Italie a Parigi a inaugurare il convegno europeo sui 70 anni della morte di Cesare Pavese. Poi a Torino per la stessa occasione all’Università in novembre!!! Prega solo che la bestia (alias coronavirus) ci lasci in pace. Ecco Cesarito ti riporta alla missione che solum è tua: quella di studioso. E per finire ricordati che non ti mollo da solo a Parigi!”

IN GINOCCHIO
Per George Floyd. Contro la violenza del potere.

Migliaia di figure genuflesse, uomini, donne, anziani e giovanissimi, raccolti a testa china in un pensiero, un ricordo, una muta indignazione, una preghiera, una supplica, una speranza.

Minesota USA: marcia di protesta contro la violenza della polizia: giustizia per George Floyd

Da Washington a Los Angeles attraverso gli Stati Uniti, dalla Corea del Sud ai Paesi dell’Unione Europea, dal Giappone al Canada, dall’Australia alla Tunisia… Manifestazioni di solidarietà con il movimento ‘Black Lives Matter’ che pesano, fanno sentire la voce di chi non ci sta, di tutti coloro che convintamente rifiutano il violento, inumano gesto razzista che ha accompagnato in modo eclatante la morte di George Floyd ma serpeggia anche viscido e subdolo in molte altre situazioni e circostanze.
“I can’t breathe”(Non riesco a respirare), sono le ultime parole dell’uomo per quegli interminabili 8 minuti e 46 secondi prima del nulla; non c’è solo il flagello del Covid che toglie aria vitale, c’è anche la spietatezza dettata dall’odio di un essere sull’altro.
Nel significato più nobile e nella gestualità del genuflettere c’è profonda riverenza, alto rispetto: un atto rituale che esprime fedeltà, fiducia nell’affidarsi a chi sta davanti, riconoscimento e riconoscenza. E’ un atteggiamento di devozione che, in termini di credo e fede, si assume dinnanzi a una reliquia, all’altare, alla croce e a tutti i simboli portanti di molte religioni. Ricordando George Floyd diventa consacrazione del principio di equità, del rispetto dei diritti umani, della proclamazione e difesa della giustizia per tutti, della conferma che le distinzioni razziali non devono trasformarsi in discriminazione razzista.
Negli Stati Uniti è consuetudine che l’ufficiale preposto si genufletta sul ginocchio sinistro davanti ai familiari seduti, durante le esequie dei loro congiunti caduti in servizio militare. Le salme vengono onorate e ricordate, mentre la bandiera nazionale a stelle e strisce che le avvolge verrà consegnata piegata alle famiglie. Un cerimoniale solenne, in cui stato e cittadini si riconoscono in quel simbolo potente che contraddistingue ogni nazione. Ed è così che Floyd è stato accolto: una lunga e partecipata genuflessione reggendo i vessilli dell’America, alzando il pugno, recitando quell’unica sua frase, l’ultima, finchè l’aria nei polmoni glielo ha permesso, povero eroe in una guerra impari.

Minneapolis. (USA) Un milione di persone in marcia: Giustizia per George Floyd

La Storia è piena di genuflessioni davanti all’autorità religiosa, davanti ai potenti che governavano il mondo, gesto liturgico ma anche secolare. Nel 328 a.C., Alessandro Magno la introdusse come etichetta di corte, già in uso in Persia.  Nella cultura ebraica le ginocchia erano simbolo di forza e piegarle a terra raffigurava la sottomissione incondizionata a Dio.
L’inginocchiarsi è presente nella liturgia di molte religioni e ne è una delle rappresentazioni più ricche di significato. Negli avvenimenti storici, proverbiale è la genuflessione dell’imperatore Enrico IV che, per ottenere la revoca della scomunica da parte di Papa Gregorio VII fu costretto a rimanere inginocchiato col capo cosparso di cenere, per tre giorni e tre notti davanti al portone del castello di Matilde di Canossa. Un gesto che doveva esprimere pentimento e obbedienza.
E di una genuflessione tanto attesa ma mancata si parla in “Napoleone – vita del generale che volle conquistare il mondo” dello scrittore e giornalista tedesco Emil Ludwig (1881-1948), autore di molte biografie di straordinario successo.
Scrive: “[…] Ed ecco che, quando giunge il momento prestabilito e tutti sono in attesa della genuflessione di colui che nessuno ha mai veduto inchinarsi, egli col massimo stupore di mille e mille sguardi, afferra da sé la corona, volge la fronte alla chiesa e, col Papa alle spalle, tenendosi ritto come sempre in vita sua, incorona se stesso in faccia alla Francia. Poi incorona la donna inginocchiata. […]”
Una genuflessione rifiutata palesemente, ignorata, disprezzata come gesto insostenibile per se stesso ma non per sua moglie, futura imperatrice, sottoposta agli obblighi di procedura senza possibilità di sottrarsi.
La parola ‘genuflessione’ assume un significato metaforico in “Mussolini e Hitler: Storia di una relazione pericolosa” di Christian Goeschel.
L’autore scrive: “[…] Gli insoddisfacenti risultati militari dell’Italia in Grecia portarono ulteriore discredito per il Paese presso la gente comune in Germania, secondo i rapporti dell’SD (Sicherheitdienst-Servizio di Sicurezza) sull’opinione pubblica alla fine del 1940. Tipico sotto questo aspetto è il rapporto del 21 novembre 1940 secondo il quale i tedeschi avevano reagito con sentimenti misti, al discorso di Mussolini, visto largamente come una genuflessione  davanti a Hitler. […]”
Un piegare le ginocchia, in questo contesto, descritto e avvertito come abbandono della dignità e mancanza di forza, un comportamento che sottende arrendevolezza e sudditanza davanti al potere prevaricatore. In questi giorni inginocchiarsi nelle strade e nelle piazze con la foto di George Floyd in mano non assume particolari significati religiosi o celebrativi: è diventato un linguaggio che inneggia alla richiesta di giustizia, ai diritti per tutti, all’equità sociale per essere contemporaneamente un tributo a chi “è caduto in guerra”.
Riconosce sacrosanto il diritto alla vita per tutti senza discriminazioni e rifiuta la violenza. E in una Nazione, gli Stati Uniti d’America, dove si sta riaccendendo il dibattito sul libero accesso alle armi da fuoco e circolano più armi che persone, dove le comunità afroamericana e ispanica vivono situazioni di forte disagio, c’è bisogno di ricordarlo.

Foto nel testo: di Fibonacci Blue from Minnesota, USA – Protest march against police violence – Justice for George Floyd, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=90744811

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