Tag: pregiudizio

L’abito fa il monaco!

Oscar Wilde sosteneva che “solo le persone superficiali non giudicano dalle apparenze”. Detta così, la frase può sembrare stridente, ma se ci pensiamo contiene un fondo di verità. Nell’istante in cui vediamo una persona per la prima volta, il nostro cervello elabora numerosissime informazioni e produce dei giudizi anche complessi. Numerosi studi hanno confermato che ciò che indossa una persona ci fa sviluppare pregiudizi su di lei.
Nel 1991, Behling e Williams hanno svolto un esperimento: hanno fatto vestire un gruppo di studenti e studentesse con jeans corti e maglietta, l’altro gruppo invece con un look formale. Mostrando le foto di questi studenti a insegnanti e coetanei, la tendenza era quella di giudicare più intelligente e con un miglior rendimento chi portava un abbigliamento più serio.
Ma non è finita qui: gli esperimenti rivelano che il nostro modo di vestire non influenza solo l’opinione altrui, ma anche il nostro stesso comportamento! Per esempio, nel 2009 Lohmus ha chiesto a venticinque ragazze di indossare in rapida successione un abito elegante e sexy, un abbigliamento casual e una tuta trasandata. Per ogni outfit è stata scattata loro una foto ed in ognuna delle tre dovevano mantenere la stessa postura e un’espressione neutra. Dopodiché, Lohmus ha ritagliato i volti dalle fotografie e ha mostrato il set di tre foto ad un campione di uomini, chiedendo loro di indovinare quale mise indossassero per ogni scatto. Sorprendentemente, la maggior parte diede le risposte corrette: inconsciamente le ragazze hanno cambiato espressione in base al loro abbigliamento.
Personalmente ritengo che sia importante cercare di non rimanere ciecamente ancorati alla nostra prima impressione, tenendo a mente che non sempre è quella giusta; tuttavia dobbiamo ricordarci che ciò che indossiamo lancia un messaggio (preciso, che NON giustifica mai la mancanza di rispetto) e può dirci a quale modello di persona aspiriamo.

difesa-razza

Entro mezzogiorno

In questi giorni dominati dall’odio e dalla violenza, verbale e fisica, aggravata dai futili motivi, la frase di questo politico statunitense, che fu anche Governatore del Vermont, suona amaramente persuasiva.

“Se dovessimo svegliarci una mattina e scoprire che tutti sono della stessa razza, credo e colore, troveremmo qualche altra causa di pregiudizio entro mezzogiorno.”
George Aiken

Il buonismo all’eccesso è la benzina del razzismo

Voglio essere estremamente chiaro a proposito dei fatti accaduti a Ferrara sabato notte.

  1. Quel che è successo è gravissimo e non ha precedenti nella nostra città.
  2. Siamo di fronte a una pericolosa banda di criminali e spacciatori.
  3. Gli artefici dei disordini sfruttano la loro nazionalità e il colore della pelle come alibi.
  4. Nazionalità e colore della pelle non sono un’attenuante. Diritti e doveri sono gli stessi per tutti. Questo pone sullo stesso piano chiunque, di qualunque razza o credo religioso e politico sia. Le attenuanti valgono solo in ragione (per esempio) di uno stato di necessità o di estrema indigenza. E valgono per tutti alla stessa maniera. C’è una differenza abissale tra chi ruba o delinque per lucro e chi lo fa per sopravvivenza.
  5. I delinquenti che hanno creato una situazione di forte allarme sabato sera nell’area del grattacielo non agivano in stato di necessità, ma mossi dai loro loschi interessi e per la tutela dei loro traffici illeciti. Non meritano alcuna indulgenza.
  6. Chi sui social minimizza o esorta il ministro Salvini ‘a guardare piuttosto a quel che succede a Napoli’, usa un espediente arrugginito: non è cercando di spostare l’attenzione altrove che si risolvono i problemi. E, anzi, in questa maniera si inaspriscono gli animi e si inducono reazioni altrettanto insensate, come quelle di chi, esasperato, finisce per assimilare indiscriminatamente tutti i migranti ai criminali.
  7. Va ribadito che la distinzione fra persone perbene e delinquenti è trasversale alle razze, alle religioni, alle ideologie. Ciascuno per sé è chiamato a rispondere di ciò che fa e di ciò che non fa. E nessuno può essere accusato di correità semplicemente per il fatto di condividere il colore della pelle oppure un credo politico o religioso.
  8. Per contrastare il fenomeno della criminalità è necessario creare un coordinamento tra le forze dell’ordine sotto il patrocinio della Prefettura, così come avvenne a Ferrara, con ottimi risultati, già una dozzina di anni fa fra Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza, quando, fra l’altro, fu sgominato lo spaccio di droga nel sottomura.
  9. L’Amministrazione comunale è chiamata prioritariamente a intervenire su due fronti: quello della mediazione culturale attraverso i propri operatori e quello dell’ascolto dei cittadini e delle loro esigenze, per fornire risposte concrete tenendo conto anche delle soggettive ‘percezioni di insicurezza’, ed evitando sterili predicozzi sociologici.
  10. In conclusione: un gruppo di delinquenti ha tenuto in ostaggio la città per qualche ora, come mai era accaduto prima, minacciando, creando impedimenti al traffico, ostruendo l’accesso alla stazione e generando un situazione di evidente pericolo. Se si nega questa evidenza (paradigmatica rappresentazione di altre, meno drammatiche ma analoghe quotidiane situazioni di pericolo), si finisce inevitabilmente per suscitare una reazione di rabbia che andrà ad alimentare il pregiudizio anche attorno ai migranti che agiscono correttamente e si arrabattano ogni giorno per sopravvivere in maniera onesta.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
La società pruriginosa

Ho deciso di iniziare l’anno nuovo con una lettura impegnata. Ho acquistato su Amazon l’ultima opera di Proudhon e Grattari (Grat ta ‘ri), “La società pruriginosa”, edizioni Scabbia. Dopo la società liquida di Bauman, che ha lasciato eczemi e irritazioni su tutta la cute del corpo sociale, è questa l’ultima frontiera della sociologia.
La società dei pruriti, come se la dermatite pruriginosa fosse il morbo sociale del secolo. Pare che tutti i corpi sociali siano presi da un irresistibile bisogno di grattarsi.
Grattarsi di dosso i parassiti provenienti da terre esotiche e sconosciute, portatori di malattie per le quali non sono ancora stati scoperti i vaccini, ma che hanno come effetto di spargere batteri che aggrediscono in particolare il populismo e il sovranismo.
Neppure la pomata, “Primaglitaliani”, prodigioso ritrovato galenico dei laboratori Salvini, dicono sia in grado di lenire l’irritazione che ricopre l’epidermide dei soggetti più sensibili o particolarmente allergici ai ceppi esogeni.
Tuttavia l’orticaria sociale più pericolosa è diffusa dall’Herpes Virus Rom, originario dei paesi dell’Est, per tentare di estirparlo i laboratori della compagnia “Lega Ruspe” continuano indefessi la ricerca degli anticorpi contro il nomadismo.
C’è perfino un movimento “Gratta e Vinci”. Vinci se grattando ti escono cinque stelle, anche se gli scettici seminano il dubbio che sia solo propaganda, promesse per invogliare all’acquisto, perché di cartelle con cinque stelle sembra che non ce ne siano proprio in giro, per ora circolano cartelle che di stelle ne hanno solo 2,04.
Promettono perfino di grattare via la miseria, quella che prude di più. Raccontano che ci si potrà rivolgere a centri specializzati per interventi personalizzati con una spesa, tutta a carico della comunità, che potrà toccare i 780 euro mensili pro capite.
È accertato che molto prurito è proveniente dall’Europa, con soggetti portatori sani ma pericolosamente contagiosi come i Moscovici di nazionalità francese e gli Juncker del Lussemburgo. Alcune voci accreditate garantiscono, comunque, che a maggio prossimo an-che questa ondata endogena sarà definitivamente debellata.
Proudhon e Grattari sostengono che le società pruriginose sono impegnate a grattarsi forsennatamente le croste precedenti, in particolare un tipo speciale di croste diagnosticate come eczema “Fornero”, dal virus che le ha prodotte, responsabile di causare una sorta di attaccamento morboso al lavoro, per cui la gente non lo abbandonerebbe mai, tanto che gli attuali governanti sono costretti a mandare le persone in pensione con la forza.
Le croste precedenti sono le più pruriginose e sono quelle che si sono formate in varie parti del corpo sociale a causa del virus “Pdr” e dei governi che sono venuti prima del GRANDE CAMBIAMENTO.
Le società pruriginose sono caratterizzate da comportamenti tendenzialmente monadici, ognuno si gratta la rogna da sé, a casa o davanti al computer, perché questa è la democrazia diretta, propria delle società pruriginose ostili alla democrazia parlamentare, ritenuta la causa della diffusione di ogni prurito e delle croste precedenti.
La democrazia diretta ha il vantaggio che uno vale uno e che soprattutto non si rischia il contagio per via dell’incontro con l’altro e ciò garantisce che non si sarà costretti poi a ricorrere ai detestati vaccini che di solito come effetti collaterali indesiderati producono fastidiosi pruriti. Il laboratorio Rousseau della Casaleggio associati da tempo sta lavorando in questa direzione e promette una profilassi di massa tale da rendere il corpo sociale indenne, esente da dermatiti ed eczemi futuri.
Nelle società pruriginose senato e camera dei deputati sono soggette a sistematici interventi di disinfestazione, in quanto luoghi che forniscono il brodo di cultura ai germi più pericolosi, che poi spargono pruriti per tutto il corpo sociale, tanto da prevederne la definitiva messa al bando.
Le società pruriginose non necessitano più di tali istituzioni antiquate, ormai superate dai tempi. È sufficiente e più igienica una stretta di mano dopo aver firmato un contratto, come in tutti i commerci di questo mondo. Ci si mette d’accordo su cosa vendere al corpo sociale, ognuno offre la sua merce e ogni prurito sparisce. Si nomina un notaio, le società pruriginose hanno bisogno di notai, sono caratterizzate dal ruolo sociale del notaio che ha il compito di garantire il rispetto delle clausole sottoscritte dalle parti.
È sufficiente un blog. Ognuno pubblica la sua proposta contrattuale e quelle che riceve-ranno più like saranno realizzate sotto l’occhio vigile dei notai delle società pruriginose. È un ritorno alle più autentiche origini illuministe del contratto sociale del ginevrino.
Non solo, ci guadagna la salute di tutto il corpo sociale che così non viene esposto a pericolose contaminazioni e, nello stesso tempo, anche le casse pubbliche sui cui non graverà più l’onere di spesa per costose e farraginose elezioni, con schede e tessere da stampare, seggi da insediare, personale tra presidenti e scrutatori da pagare.
Le società pruriginose grattano via il vecchio anche dalle parole, hanno filosofi in questo specializzati. Filosofi che sognano nuovi linguaggi contro l’uso criminale e colonialista della lingua inglese che crea insopportabili arrossamenti per tutto il corpo sociale del sovranismo e del populismo.
Neologismi comuni alle società pruriginose sono termini come: militonti, pidioti, turbocapitalismo, euroinomani, plusgodimento, demofobia, gendercrazia, turbomondialismo, globomondialismo, cogito interrotto ed altri ancora. Ma presto saranno grattate via dai dizionari le vecchie parole per fare posto alla neolingua.
Anche le vetere nozioni di destra e sinistra, ancora resistenti nelle società liquide, hanno ceduto il passo al loro superamento nel “rossobruno”, perché nelle società pruriginose gli opposti non si respingono ma si incontrano, questa è la vera forza rivoluzionaria del cambiamento prodotta dalla teoria politica del “contratto di governo” di fronte al quale ogni machiavellismo ormai impallidisce.
Proudhon e Grattari riferiscono che ancora la ricerca sociologica non è in grado di spiegare come tutto ciò abbia potuto accadere. Sono state formulate diverse ipotesi, qualcuno parla di mutazione genetica irreversibile, altri, più pessimisti, della vittoria dell’ignoranza sul sapere.

Andate… a visitare Quel Paese

Dopo la marcia anti rom organizzata da Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia davanti al campo nomadi di via delle Bonifiche (un centinaio scarso di persone, ma assai arrabbiate e invadenti), dopo le iniziative di solidarietà promosse da una rete di associazioni ferraresi schierate per difendere il diritto di cittadinanza e la pacifica convivenza tra culture differenti (anche questa testata ha aderito), è forse il momento di riflettere più a fondo sulla nostra storia e su cosa si nasconde dietro la proposta d censire e schedare i nomadi.

La storia ce lo ha insegnato: chi vuole fare un censimento dei rom, in realtà vuole “schedare gli zingari” e chi vuole schedare qualcuno è perché lo considera diverso, pericoloso e lo vuole isolare, carcerare, allontanare.
Chi vuole far questo, oltre a proporre qualcosa di anticostituzionale, sceglie la pedagogia della paura, insegna l’odio verso chi è diverso e mette in pratica la didattica dello stereotipo: il suo metodo è quello della generalizzazione, il suo stile è quello di sussurrare alle pance piuttosto che parlare alle teste e ai cuori.
In pratica, chi vuol far questo estende la responsabilità di un fatto di cronaca legato a una persona di una certa nazionalità, di una certa etnia o di una certa categoria di persone a tutti gli appartenenti a quella nazionalità, a quella etnia, a quella categoria.
In sintesi, prende per vera un’ipotesi, crede in una una congettura, pensa che un luogo comune sia la verità.
È così che nasce l’idea bugiarda che tutti gli zingari siano ladri e rapiscano i bambini.
È così che molti vogliono far credere che tutti i musulmani siano terroristi dell’Isis, che tutti gli americani siano guerrafondai, che tutti i rumeni siano ladri, che tutti gli svizzeri siano puntuali, che tutti i turchi siano fumatori incalliti, che tutti gli ebrei siano avidi, che tutte le donne ucraine siano badanti, che tutti gli albanesi siano criminali, che tutti gli africani abbiano il ritmo nel sangue, che tutti gli olandesi fumino marijuana, che tutti i cinesi mangino i cani, che tutte le donne svedesi siano di facili costumi, che tutti gli irlandesi siano ubriaconi, che tutti i napoletani puzzino, che tutte le donne non sappiano guidare e potrei continuare a lungo con altri esempi.
Allo stesso modo, le persone che pensano le assurdità di cui sopra dovrebbero accettare l’idea di essere definiti mafiosi in quanto italiani… perché è questo che pensano di noi le persone straniere che generalizzano.

In pratica, chi pensa e insegna in questo modo, fa di tutta l’erba “un fascio”: volendo giocare con le parole, chi fa questo è doppiamente “fascista” (vedi:http://dizionari.corriere.it/dizionario_italiano/F/fascista.shtml).
Gli stereotipi, i pregiudizi ed i luoghi comuni nascono dall’ignoranza, cioè dalla non conoscenza. Un buon antidoto per questo, oltre allo studio, è il conoscere attraverso il viaggio perché viaggiando si incontrano persone diverse, si possono conoscere nuove culture e, oltre alle naturali differenze, si potranno scoprire molte similitudini e imparare a spostare il proprio punto di vista.
A chi invece non vuole viaggiare, a chi non vuole conoscere, a chi vuole tenersi i suoi pregiudizi, agli insegnanti di odio, ai pedagogisti della paura, ai demolitori di accoglienza, ai distruttori di solidarietà, ai chiuditori di porti, agli schedatori di rom, ai guidatori di certe ruspe consiglierei sinceramente di andare a visitare almeno un paese: Quel Paese.
Andate a “Quel Paese”, ma andateci sul serio… farete sicuramente un favore alla cultura e a “questo Paese”.

Dal Trecento a oggi “Dagli all’untore!”

E’ triste riconoscerlo e ammetterlo, ma abbiamo bisogno di trovare qualcuno su cui scaricare tensioni sociali, paure, sospetti per crearci un’immagine mentale di sicurezza, certezza, razionale spiegazione degli eventi e per raggiungere l’illusione di poter controllare tutto ciò che ci spaventa e disorienta, l’imprevisto, il minaccioso.
Lo dimostrano i fatti ed è una cupa lettura di ciò che avviene ora come un tempo: la nostra società civile, progredita, evoluta, ha necessità di scaricare le stesse tensioni, gli stessi spettri, le stesse ombre del passato. Adesso come allora. Ecco a cosa servono gli ‘untori’. Gli untori costituiscono un forte riferimento a cui ci aggrappiamo per spiegare quella parte di realtà scomoda, oscura e inafferrabile che incombe come un’ombra nelle nostre proiezioni. Un tentativo di rendere spiegabile e quindi rassicurante, ciò che così non appare e quindi ‘nemico’.

‘Untori’,era il termine usato nel Cinquecento e Seicento per indicare chi additato come diffusore di morbo e pestilenza attraverso unguenti venefici e malefici interventi umani e sovraumani che procuravano sofferenza diffusa, desolazione e morte. Già nel Trecento esisteva questo deleterio atteggiamento di sospetto e accusa nei confronti di un ‘nemico’, individuato nello specifico nelle comunità ebraiche, accusate di diffondere la peste. Tra il 1347 e il 1351 la grande ondata di peste nera portò a scaricare sugli ebrei la colpa di aver avvelenato i pozzi d’acqua oltre che aver compiuto sacrifici rituali e sconsacranti. La comunità ebraica fu espulsa definitivamente dalla Francia e dall’Inghilterra e, costretta alla diaspora forzata, si diresse prevalentemente a Oriente, verso i territori polacchi dove mancava una classe media. Nel 1536, a Saluzzo, venne accusato un gruppo di 40 persone, sospettate di aver diffuso la pestilenza con un unguento applicato agli stipiti delle porte e con polvere da spargere sui vestiti delle vittime. Uno tra i numerosi episodi che popolavano le cronache giudiziarie delle epoche passate.

Tra il 1629 e il 1631 una nuova ondata di peste si diffuse in tutta Europa, decimando con particolare virulenza la popolazione dell’Italia del Nord, in particolare Milano. Un’epidemia che si propagò per l’evidente e inconfutabile stato di povertà e privazione in cui versava il popolo dopo anni di carestia e guerra, condizioni favorevoli per ogni sorta di ricaduta. Che siano stati i Lanzichenecchi, scesi dal Nord, a dare l’avvio a quel ‘castigo divino’, sembra essere una notizia ragionevolmente accreditata, come pure sembrano accettabili le giustificazioni di una scarsa, se non assente osservanza delle misure di prevenzione necessarie al caso, a scatenare la ‘morte rossa’. Cumuli di cadaveri, pire perenni nelle strade, aria maleodorante di morte e impotenza, lazzaretti pieni all’inverosimile sono l’immagine di quel tempo sospeso tra il delirio e l’incapacità di affrontare la tragedia, imprigionati com’erano tra pregiudizio, superstizione e sbigottimento davanti a un’ecatombe immane che superava ogni scibile sapere.
I monatti, coloro che avevano l’incombenza di trasportare i cadaveri delle vittime di peste fuori dai centri abitati, furono accusati di lasciare intenzionalmente le vesti infette per le vie delle città, seminando terrore e morte dove c’era già tanto dolore. Inquietanti figure che popolavano l’immaginario collettivo accrescendo il clima di oscurantismo che gravava sulle popolazioni, alimentando pregiudizio, paura e rabbia. Le pagine che Alessandro Manzoni ha riservato a questo scenario rimangono indimenticabili e preziose testimonianze. In un dispaccio proveniente dalla Spagna, firmato da re Filippo IV, si informava il governatore che quattro spie francesi, sospettate di pratica di contagio erano fuggite da Madrid e potevano essere giunte a Milano. Questo generò un clima di diffusa ‘caccia all’untore’, con varie inchieste che finirono nel nulla. Tranne che nel caso di Giangiacomo Mora (barbiere) e Guglielmo Piazza (commissario di sanità), accusati dalla popolana Caterina Rosa come untori e condannati a morte per supplizio della ruota, dietro confessione estorta su tortura. Manzoni ricostruisce l’ignobile vicenda giudiziaria nel suo saggio storico ‘Storia della colonna infame’. Come monito, fu eretta la ‘colonna infame’ sulle macerie dell’abitazione di Mora e solo nel 1778, questa silenziosa testimone di ingiustizia a carico dei giudici anziché dei condannati, fu abbattuta. Nel Castello Sforzesco di Milano è conservata una lapide che reca in latino una descrizione della pena inflitta.
Andò molto meglio a tre giovani francesi che, si legge nelle cronache dell’epoca, furono scorti nell’atto di toccare con mano il marmo del duomo, furono condotti al palazzo di giustizia dalla folla scatenata e qui fortunatamente scagionati e liberati.
Altri episodi analoghi popolano racconti e testimonianze del tempo: testimoni giurarono di aver visto persone che ungevano un’asse di legno e suppellettili, imbrattando anche i muri di una sostanza giallognola, e venne accusato un vecchio mentre spolverava una panca in chiesa. Trascinato in carcere, con tutta probabilità morì di percosse.

Una spaventosa ondata di psicosi collettiva sembrava aver spazzato via ogni segno di civiltà e ragionevolezza. Molti medici, coloro che dovevano rappresentare la scientificità degli eventi con causa-effetto, cominciarono essi stessi a confermare la veridicità degli ‘untori’ e si afferma che forse lo stesso cardinal Borromeo non fosse del tutto convinto dell’estraneità di queste figure emerse dall’immaginario popolare. L’unica parvenza di scientificità, ammesso che la si possa annoverare nei casi, fu l’apparizione di due comete (1628-1630) a cui fu attribuita la causa del grande contagio.
Oggi sorridiamo davanti a tutto questo, ma perdiamo di vista il rischio, sempre presente nell’animo umano, di ricadere nel pregiudizio e nella faciloneria con cui liquidiamo quegli eventi che meriterebbero ben altra analisi. La cronaca è piena di esempi e più veniamo a contatto con la diversità, più ci arrocchiamo su difensive di questo genere. Leggiamo di allarmismi riguardo il caso della piccola Sofia, deceduta all’ospedale S. Chiara di Trento per encefalopatite malarica, dovuta a presunto contagio. La presenza nello stesso ospedale di quatto membri di una famiglia proveniente dal Burkina Faso, in cura per la stessa patologia, ha dato l’avvio a un dibattito ben presto strumentalizzato e tradotto in conclusioni spesso oscurantiste, in quella parte dell’opinione pubblica che non ha mai smesso di gridare “dagli all’untore!”

Il collegamento al problema infettivologico e allo spauracchio della ‘pericolosità sanitaria’ dell’immigrato è un innegabile pretesto per ribadire atteggiamenti di diffidenza e rifiuto di chi avvertiamo come estraneo e quindi nemico. E’evidente che il tema del contagio non è il principale problema del fenomeno migratorio, ma un buon motivo per ‘distrarre’ da una reale attenzione all’accoglienza. Abbiamo informazione, medici preparati, ospedali pronti a ogni evenienza, specialisti, studiosi e analisti dei fenomeni, e soprattutto tanta Storia alle spalle, che dovrebbe averci lasciato qualcosa. Auguriamoci che prevalga quel senso civico di equità sociale che dovrebbe ormai caratterizzarci e ci permetta di veicolare un corretto e onesto messaggio lontano dalla fuorviante e sterile caccia agli untori.

Il tabù della solitudine…

di Federica Mammina

In un mondo di grandi conquiste, come il nostro, purtroppo alcuni tabù resistono tenacemente. Sebbene con qualche passo avanti rispetto al passato, ancora oggi è malvisto il fatto di essere single dopo i trent’anni, soprattutto per una donna. Come se certe tappe dovessero essere obbligatorie per tutti, e con gli stessi tempi. E così, superati i trenta, risulta sospetta la mancanza di un compagno, di un matrimonio imminente o almeno di una convivenza. Come se il non avere una relazione nascondesse per forza qualche aspetto problematico della persona, qualche difficoltà nelle relazioni, una forma di egoismo, di mancanza di sentimenti o romanticismo.
Ma il pregiudizio a volte cela che, dietro a quella che può apparire una situazione passivamente subita, ci possa essere una scelta di grande coraggio: il coraggio di non cedere alla paura della solitudine, di non volersi impegnare in qualcosa per cui non ci si sente pronti, di non accontentarsi se non ci si sente pienamente soddisfatti, o di credere così profondamente nell’amore da non voler sprecare quell’unica occasione che forse un giorno potrebbe presentarsi.

“Alla base del tabù c’è una corrente positiva di desiderio.”
Sigmund Freud

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Un’agenda per il futuro: ecosistemi sani di conoscenza

“Agenda Knowledge for Development” è il documento che l’Assemblea Generale dell’Onu ha pubblicato lo scorso marzo, dopo il Knowledge Cities World Summit celebrato nell’ottobre 2016 a Vienna e in attesa di quello che si terrà a giugno di quest’anno ad Arequipa in Perù.
Contiene gli obiettivi per uno sviluppo sostenibile, per affrontare i problemi che sono di fronte alla comunità mondiale, dalla povertà, alla disuguaglianza di genere, al cambiamento climatico. Una agenda mondiale che per la prima volta mette insieme gli sforzi dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo in grado di influire sulle politiche e le pratiche di crescita da qui al 2030.
Nonostante ormai da tempo la conoscenza sia universalmente riconosciuta come il motore principale della crescita e dello sviluppo, paradossalmente, il potenziale di trasformazione e di creazione di valore basato sulla conoscenza rimane in gran parte inutilizzato. Questo accade perché non abbiamo modificato il nostro modo di pensare, la nostra scala di valori, precisamente perché continuiamo a guardare al mondo come se fosse quello di ieri, con la stessa cassetta degli attrezzi che ci ha lasciato l’era industriale, che sarà pure alle nostre spalle, ma continua ad abitare le nostre menti ed a suggerirci le risposte, quelle sbagliate, ovviamente. Di conseguenza si è praticata un’idea di produzione della ricchezza incentrata sullo sfruttamento delle conoscenze, come l’uso intensivo di scienza, tecnologie, innovazione, infrastrutture digitali, istruzione e capitale umano altamente qualificati. Tutto ciò si sta rivelando insufficiente per affrontare le sfide complesse che abbiamo di fronte, viviamo uno stallo senza precedenti, gli squilibri sociali e ambientali sono in espansione e la vitalità dell’ecosistema globale è seriamente compromessa.
La società della conoscenza, la società che fonda profilo e natura dello sviluppo sul valore e la qualità delle conoscenze non è un’edizione nuova del sistema di ieri. Presuppone un’altra gerarchia di valori a partire da una scommessa sull’uomo, sulle sue capacità di costruire una società che ha coscienza di se stessa e in grado di auto-regolarsi.
Il documento dell’Onu suggerisce l’idea che non esiste società della conoscenza, se la conoscenza non si fa ecosistema. Non è sufficiente usare e sfruttare i saperi, non c’è valore sociale ed economico senza la diffusione dei saperi, una diffusione in grado di tessere una società della conoscenza pluralistica ed inclusiva, una diffusione indispensabile per gli individui, le imprese, i governi, la comunità mondiale e quindi parte intrinseca di ogni idea e sforzo per affrontare le sfide del futuro.
L’agenda dell’Onu si rivolge ai singoli individui, alle famiglie, alle comunità, alle organizzazioni e alle imprese, alle amministrazioni pubbliche locali, nazionali e mondiali. Il progresso della società della conoscenza è nelle loro mani, nelle mani di ciascuno di noi, delle istituzioni e delle imprese: la società della conoscenza come risorsa al servizio non di interessi particolari, ma al servizio degli individui, dell’intera umanità e del suo destino.
Ecosistema della conoscenza significa vivere in una società capace di connettere le diverse conoscenze che possiedono le persone, le organizzazioni e le istituzioni, fornendo a tutti opportunità e parità di accesso ai saperi. La conoscenza come ambiente, come sistema ambientale in cui vivono i cittadini del mondo, uomini e donne, che di questo sistema ne costituiscono il cuore, l’ossigeno e i polmoni, dove la conoscenza di ciascuno è la condizione perché il sistema funzioni e il suo funzionamento dipende dal potenziale che ognuno di per sé costituisce, come dal buon funzionamento di tutti gli elementi del sistema dipende la vita e il futuro di ciascuno.
Società non più della conoscenza e basta, ma ambiente di saperi e di apprendimenti in una relazione reciproca tra individui, istituzioni, imprese, organizzazioni, governo e infrastrutture.
Ecosistemi sani di conoscenza, con un’istruzione di alta qualità per tutti, libertà di espressione e creatività, accesso universale all’informazione e ai saperi nel rispetto delle diversità culturali e linguistiche, contro ogni tentativo di abusare dell’ignoranza o di abusare della conoscenza da parte di singoli e gruppi che mirano ad indurre in errore con impatti dannosi sul pubblico più vasto.
Ecosistemi sani di conoscenza fondati sulla comunicazione e sulla collaborazione, su orientamenti comuni e obiettivi condivisi. Centrati sulle competenze, in grado di fornire a tutti i soggetti sociali le capacità per padroneggiare sfide e opportunità, anziché saperi focalizzati settorialmente nel mondo accademico, nelle imprese o nel governo, tagliando fuori la massa dei cittadini.
Diffusione e condivisione delle conoscenze significa nella pratica promuovere e facilitare il dialogo transdisciplinare, la mutua informazione, un dialogo sociale culturalmente inclusivo e partecipativo, fornire una ricca gamma di opportunità attraverso la cooperazione tra fornitori di servizi della conoscenza pubblici e privati. Ma sono necessari l’iniziativa, il sostegno e il coraggio dei governi nazionali come di quelli locali affinché nuove forme e fonti di conoscenza vengano aperte, con piattaforme in grado di supportare cittadini, organizzazioni e imprese, attraverso la collaborazione delle istituzioni culturali e accademiche per fornire servizi per la conoscenza fisici e digitali.
In questo quadro le città svolgono un ruolo significativo, essendo gli hub naturali per ampi ecosistemi di conoscenza. Le città della conoscenza, le città che apprendono occupano una posizione leader per la creazione e l’innovazione di un ecosistema delle conoscenze ben equilibrato, in cui biblioteche, musei, archivi e altre istituzioni che raccolgono, conservano e diffondono i saperi svolgano un ruolo fondamentale nel fornire pari opportunità di accesso e di utilizzazione delle conoscenze, costituendo un elemento fondamentale del processo di democratizzazione del sapere.
Le città di oggi sono chiamate a nutrire un’alta consapevolezza e sensibilità nei confronti delle problematiche legate alle conoscenze e alle competenze di chi con le conoscenze lavora, attraverso la formazione, l’insegnamento, l’educazione, la ricerca e l’innovazione, perché il nostro futuro dipende non solo dalla disponibilità di saperi e informazioni, ma dalla capacità delle società di auto-determinazione, di gestire, rinnovare e sostenere l’ecosistema della conoscenza.
Si chiama uso responsabile della conoscenza che richiede nello stesso tempo il mantenimento e l’evoluzione di saperi, abilità e competenze, combattendo il pregiudizio e l’ignoranza con l’apertura al nuovo, con la condivisione tra tutti delle conoscenze di cui ciascuno ha bisogno, solo così è pensabile uscire dallo stallo attuale per tentare di creare un mondo migliore e continuare a fornire un futuro alla crescita dell’umanità.

La criminalità in città aumenta, ma gli esperti dicono che è solo “percezione”

In occasione della Festa della Legalità, l’incontro avvenuto all’Arengo la scorsa settimana getta le basi per una riflessione su ciò che viene detto e ciò che viene invece trascurato dell’argomento criminalità. Ecco un’ulteriore interpretazione legata al nodo, oggi più delicato che mai, dell’immigrazione.

Il crimine si può tradurre come un delitto grave, ovvero un reato, un illecito che provoca conseguenze particolarmente rilevanti e nocive alla vittima che lo subisce. Per capire di cosa parliamo occorre spiegarsi e chiarire bene le cose che diciamo, pertanto se parliamo di crimine, criminalità e affini dobbiamo sapere cosa significano e soprattutto come influenzano le nostre vite: è a questo che servono le parole. Anche se all’Arengo si è scelto di privilegiare i numeri.

Quando vado all’incontro pubblico tra gli addetti ai lavori e la cittadinanza sul tema della sicurezza nel nostro territorio, mi trovo in mezzo ad una platea di giornalisti in attesa dei relatori che arriveranno di lì a poco.
Così, mentre la deliziosa saletta dell’Arengo si riempie di gente, mi sistemo in prima fila ad armeggiare col registratore e a controllare il mio taccuino. Sono insolitamente puntuale, tanto che ho scelto il posto migliore che potevo, subito dopo un collega seduto al mio fianco apre il suo portatile e un giovane tecnico del comune accende il proiettore delle slide puntandolo sullo schermo alla mia sinistra. Poi finalmente arrivano.
Sono quattro: c’è l’addetto stampa del comune, Alessandro Zangara, che precede il responsabile regionale alla sicurezza Nobili, li seguono il vice questore Crucianelli e l’assessore ai lavori pubblici Modonesi. Quindi, a parte l’ospite, ci sono un funzionario della regione, un funzionario di polizia e un politico. Quale parterre più adatto per parlare di crimine e criminalità? Magari un commissario (e quello più o meno c’era), un sociologo, un antropologo, uno psicologo, un criminologo, un giudice… chissà.

Dopo le presentazioni capisco subito che la serata si tradurrà molto probabilmente in una lunga elencazione di numeri e statistiche, di tabelle e percentuali, il tutto puntualmente condito di considerazioni su ciò che è stato in passato e su ciò che è nel presente. E per il futuro? Non si sa, non ci sono i dati…
Vabbè, ma almeno qualche previsione potevano azzardarla però!
Comunque, plaudo all’onestà intellettuale dei tecnici che, non avendo sfere di cristallo, generalmente evitano per mestiere di parlare di cose che non siano comprovate da dati certi. Evviva le certezze dunque!
Ma di quali certezze stiamo parlando? Ebbene ve lo dico subito: la più eclatante è che l’Italia è il paese più mite e sicuro del mondo!
Proprio così. L’ha fatto intendere Nobili, l’ha confermato con tanto di tabelle luminose e illuminanti Crucianelli, l’ha ribadito alla fine Modonesi, aggiungendo che il vero problema sta nella “percezione”.
Ma “percezione” è comunque una parola e delle parole tratterei alla fine, concentriamoci pertanto sui numeri (che in ogni caso non trascriverò).

Da qualche anno, in Europa, così come in Canada e Stati Uniti, i crimini più violenti contro la persona, ovvero gli omicidi, sono in calo. L’Italia segue il trend di tutti gli altri paesi occidentali, col pregio di essere tra i paesi a più basso indice di violenza d’Europa. Se a questo aggiungiamo che l’Europa è il continente col più basso indice di violenza di tutti e cinque i continenti, l’equazione dei nostri esperti “Italia uguale isola felice” non fa una grinza.
La questione si fa più delicata e complessa quando spostiamo lo sguardo su altri tipi di crimini, come gli stupri e le lesioni gravi, ma soprattutto sui crimini contro la proprietà, come i furti e le rapine.
In questo caso, purtroppo, il panorama appare invece preoccupante: i numeri infatti ci dimostrano che sono in costante aumento i furti commessi nelle proprietà private (appartamenti, ville, luoghi di lavoro), ed è soprattutto il fenomeno delle rapine effettuate all’interno delle abitazioni che desta più sconcerto. Si tratta ormai di una pratica criminosa sempre più frequente che prende di mira le case isolate di campagna, magari abitate da persone anziane che hanno scarse possibilità di reagire e difendersi. Lo sconcerto aumenta quando al furto si aggiunge il pestaggio delle vittime inermi, spesso gratuito, immotivato e inferto con inaudita violenza, che qualche volta ha provocato la morte dei rapinati.
Questa generale tendenza al rialzo dei reati di tipo predatorio (termine usato dagli esperti), ossia contro la proprietà, inizia e prosegue costante da vent’anni ad oggi e, dai dati evidenziati, la prospettiva di un’inversione di tendenza non lascia molto margine all’ottimismo. Quindi, a metà serata, la domanda che mi pongo è se l’Italia sia davvero un’isola felice, o forse si profili l’ipotesi di qualcosa simile alla rassegnazione ad accettare un progressivo peggioramento delle proprie sicurezze con l’idea (ribadita con insistenza dalle istituzioni presenti) che altrove sia stia decisamente peggio.

E Ferrara? La nostra città e il nostro territorio rispecchiano sostanzialmente l’andamento nazionale con una “piccola” differenza in controtendenza, ovvero l’aumento degli omicidi: nella nostra provincia, nel 2015 ci sono state quattro uccisioni! Il dato è comunque del tutto eccezionale poiché, si affretta a dire Crucianelli, la casistica di omicidi nel nostro territorio resta talmente bassa (in media zero o un omicidio all’anno) che quest’ultimo dato non può rappresentare un valore di tendenza utile a fini statistici. In pratica, nel nostro futuro, la possibilità di essere più o meno ammazzati lo scopriremo solo vivendo.
In aggiunta a queste considerazioni e grazie alle domande di alcuni giornalisti meno annoiati di altri, è poi emerso che, restando sempre in ambito ferrarese, è avvenuto un progressivo spostamento degli equilibri nelle attività di smercio e spaccio della droga, mercato che da qualche tempo è passato nelle mani della comunità nigeriana, relegando al secondo posto gli spacciatori magrebini che ne detenevano il controllo da anni. Resiste qualche outsider italiano che spaccia facendo concorrenza a proprio rischio e pericolo agli africani. Risulta, tra l’altro, che gli stessi nigeriani gestiscano il racket della prostituzione delle ragazze di colore, all’interno di un apparato organizzativo che allunga le sue maglie ben oltre i confini del nostro territorio.
A questo punto, all’esplicita richiesta di qualcuno di poter avere qualche informazione più precisa sulla provenienza della droga che viene smerciata nelle nostre strade, Crucianelli si trincera in un ben collaudato “Non posso rispondere perché sono informazioni riservate e le indagini sono tuttora in corso”, che personalmente ho inteso in questo modo: “Accontentatevi di quel poco che vi ho detto perché lì in mezzo ci sono nostri infiltrati che rischiano la pelle”.
Con tutto ciò, resta da dedurre che il mercato della droga è e rimane un affare tra extracomunitari, e questo già si sapeva.

Ma c’è dell’altro. Sempre negli ultimi anni, per quanto riguarda le lesioni personali, gli stupri e altri reati come scippi e borseggi, i dati oscillano tra alti e bassi in un sostanziale equilibrio verso l’alto, cioè in una generale tendenza ad aumentare. Anche se i fattori che portano a questo risultato sono diversi e necessitano di approfondimento. In altre parole, se il tendenziale aumento delle aggressioni e delle violenze personali viene motivato da un aumento della litigiosità tra le persone (a questo punto sarebbe stato opportuno capirne pure le cause, magari coinvolgendo sociologi e antropologi, o no?), l’aumento degli stupri e delle molestie sessuali ai danni delle donne viene spiegato con una maggiore sensibilità al problema che è all’origine di un aumento delle denunce, come dire: siccome sappiamo che spesso in passato tali stupri non venivano denunciati, non possiamo affermare con certezza che rispetto a prima ci sia stato un oggettivo aumento dei reati oppure solo un aumento delle denunce.
Viene poi fatta un’ulteriore considerazione che delinea un generico identikit di chi commette questi crimini: sono giovani maschi di età compresa tra i quindici e i trent’anni circa!
Ebbene sì, avete letto bene, sono giovani maschi… Io mi sarei aspettato che dicessero che erano vecchiette psicopatiche o casalinghe frustrate, o mariti cinquantenni in piena crisi di mezza età. In pratica una rivelazione sorprendente!
Nonostante il generale clima di ottimismo e buona volontà che si respira all’Arengo, posso dire, a mio modesto e insignificante parere, che le prospettive per il futuro appaiono desolanti.

Certo è vero, rispetto agli altri paesi occidentali, il nostro rimane tuttora in una condizione privilegiata a basso indice di criminalità violenta, è un fatto indiscutibile. Guardando però meglio quali sono gli altri paesi con cui ci confrontiamo, alcune cose mi appaiono più chiare: se lasciamo da parte il caso di Stati Uniti e Canada che hanno contesti storici e sociali assai differenti dal nostro (e che comunque stanno registrando negli ultimi anni, a differenza di noi, un repentino calo del tasso di criminalità), vediamo che in Europa al primo posto tra i paesi più violenti c’è il Regno Unito (che peraltro, come oltre oceano, sta avendo anch’esso un notevole calo di criminalità), seguito da Francia e Germania. Paesi dunque con una componente multirazziale assai più radicata e diffusa della nostra, ma anche con un’economia più stabile e florida di quella italiana.
All’incontro si è pure accennato ad una maggiore devianza giovanile di questi paesi rispetto al nostro, fenomeno ad esempio testimoniato dall’incredibile divario del numero di giovani attualmente nei riformatori inglesi rispetto a quelli italiani (circa quarantamila in Inghilterra contro gli appena millecinquecento in Italia), certo occorre anche dire che l’ordinamento giudiziario britannico è assai diverso rispetto al nostro e simili differenze andrebbero analizzate in modo più serio e approfondito.

A questo punto mi assale una serie di dubbi e quesiti, il guaio è che ho la spiacevole consapevolezza che gli esperti interlocutori che ho di fronte non possano soddisfare le domande che mi faccio e vorrei far loro, semplicemente perché rispondere a tali domande non rientra nelle loro competenze. Per cui non mi resta che esporle adesso, sperando che qualche lettore più illuminato di me abbia le risposte.
Per quanto ancora resteremo un paese a basso indice di criminalità violenta se il nostro apparato statale persevera nella sua politica di accoglienza d’emergenza, senza cioè un serio ed accurato programma d’inserimento sociale e lavorativo duraturo dell’immigrato? Voglio dire: è logico accogliere fiumi di disperati, ospitarli in strutture provvisorie (spesso creando contrasti con le popolazioni che entrano forzatamente in contatto coi rifugiati), accudirli, affidarli a organizzazioni di assistenza sociale per un periodo di tempo limitato, e, scaduto il tempo, abbandonarli a se stessi, senza lavoro né soldi, in una società che li vede come degli intrusi? Accogliere persone e sistemarle come pacchi qua e là senza un programma di inserimento sociale serio e complesso a lungo termine non genera il rischio di aumentare malcontento e frustrazione sia tra coloro che arrivano che tra coloro che già abitano nel territorio? Non è forse questo modo di concepire l’accoglienza che ha causato il proliferare di enclave etniche chiuse, terreni fertili per la criminalità, come l’esempio della comunità nigeriana di Ferrara starebbe a dimostrare? Non è forse vero, ad esempio, che gran parte dei furti e delle rapine nelle ville sono commessi da persone originarie dell’est europeo?

Credo che abbiamo di fronte un problema serio: ovvero la tendenza da parte delle istituzioni a mettere in conto un progressivo innalzamento del livello di criminalità come un fatto inevitabile e fisiologico. Fatto generato da un contingente mutamento sociale in direzione di quel melting pot previsto e preventivato da certa parte politica. Se a questo aggiungiamo la difficoltà del paese ad uscire da una crisi economica che si trascina da anni e, contrariamente ai proclami di ripresa occupazionale che puntualmente vengono annunciati dal governo per essere poi subito smentiti dalla realtà, continua a rilasciare per strada migliaia di disoccupati, si comprende quanto questa compressione sociale stia evolvendo in un potenziale e pericoloso teatro di nuovi conflitti tra poveri.
E ribadisco il concetto di “guerra tra poveri” che di implicazioni razziali ha poco o nulla, poiché, a proposito di percezioni più o meno motivate dai fatti, è un fatto che molti pregiudizi si siano concentrati in comunità come quelle slave e rumene che, almeno da un punto di vista “razziale”, sono assolutamente identiche agli italiani. In effetti un italiano non è più razzista di un rumeno, di un albanese, di un serbo, o di un nigeriano, di un pakistano, di un cinese, eccetera. E nigeriani, tunisini, filippini e tutti gli altri non sono più violenti di noi italiani.
Da sempre, la tendenza è di guardare agli individui e alle comunità giudicando le loro azioni e i loro comportamenti per etichettarli e trasformarli in strumenti di propaganda ideologica in un senso o nell’altro. E da sempre l’errore è quello di trascurare le cause profonde all’origine di tali comportamenti che sono uguali per tutti, a prescindere dal colore della pelle e dalla provenienza.
Se creiamo le basi per generare malessere sociale, ovvero un abbassamento generalizzato della qualità della vita (l’aumento della disoccupazione e della soglia di povertà, la concentrazione nel territorio di altri gruppi etnici percepiti come possibili minacce, un sempre più diffuso sentore comune di ingiustizia sociale seguito da una conseguente mancanza di fiducia nel futuro), corriamo il grave rischio di trasformare la nostra società in una polveriera di conflitti e violenze dalle conseguenze inimmaginabili.

Concludo tornando all’argomento criminalità: secondo gli esperti della serata quindi, il nodo non sarebbe tanto nel pericolo concreto corso dal cittadino, ma nella “percezione” che quest’ultimo ha del pericolo. In altre parole trattasi più di pericolo paventato che reale! Vuoi vedere che siamo tutti diventati dei timorosi visionari, palesemente insicuri e pure un po’ vigliacchi? Può darsi, ciò non toglie che quando si “percepisce” qualcosa, spesso e volentieri ci si azzecca.

Poter parlare e saper di essere ascoltati

Siamo tutti affamati di relazione. Una fame atavica che ha accompagnato il genere umano da sempre anche se ora è diventata voracità, perché il senso di solitudine si è rafforzato e diffuso come una mefitica macchia d’olio che permea le nostre esistenze. Anche se siamo in mezzo alla folla, anche se ben saldi nei nostri collaudati clan familiari, anche se siamo circondati da maree di individui come noi che si agitano, vociferano e vivono le loro storie gomito a gomito.
A volte riconosciamo faticosamente questa sensazione di vuoto che destabilizza, dissesta, paralizza, in altre situazioni preferiamo ignorare, rimuovere, cristallizzare in modo che tutto taccia perché il non pensare, rispetto all’agire, appare come la sofferenza minore. Molto spesso ci arrabattiamo a trovare vie d’uscita a questo senso unico che aggiunge avvilimento e mancanza di vitalità ad uno stato già di per sé sconfortante ed allora la soluzione può essere qualsiasi panacea dia sollievo in quel preciso istante, pronti a reiterare il ‘rimedio’ e disposti a tutto pur di alleggerire quel peso opprimente.
Abbandoniamo per un attimo le considerazioni storico-sociologiche a cui potremmo appellarci per trovare cause ed effetti in un cambiamento epocale che ha creato o accelerato la carenza o mancanza di interazione sociale e gli ampi vuoti nella comunicazione interpersonale, per riflettere su cosa cercano le singole persone in situazioni di problematicità. Un tempo, e neanche tantissimo tempo fa, c’erano il prete, il vecchio saggio del paese, a volte il medico, il maestro o una figura familiare di riferimento a cui rivolgersi per parlare. E si ‘parlava’. Erano momenti intensi che davano senso alla vita, alla sofferenza, al dolore, al disagio attraverso le parole che partivano dal più profondo, accompagnate dal pianto, dal gesto, dall’enfasi. Era un depositare quanto di più recondito in mani sicure e forti, quelle stesse mani che alla fine aiutavano a risalire in superficie. Poi qualcosa è cambiato, il fenomeno ha accentuato la sua drammaticità e il bisogno di ascolto si è allargato chiedendo altre tipologie d’intervento e tamponamento a situazioni di inquietudine diffusa che diventava quasi emergenza. Occorreva raggiungere quante più persone possibili, era necessario che “quelle mani” afferrassero chiunque lo richiedesse, per accogliere tristezza, disillusione, rabbia, sfiducia nella vita, disorientamento, emotività incontrollata e disagi di ogni tipo. Ed ecco che nel 1906 parte a New York il primo centro di ascolto telefonico, “Save a Life”, per opera di volontari, nel tentativo di arginare l’ondata di suicidi nella metropoli. Nel 1953 viene istituito a Londra il centro di ascolto di prevenzione al suicidio. In Italia arriverà nel 1973 Telefono Amico. Un ponte invisibile che unisce luoghi e momenti storici differenti per affermare la stessa progettualità, perseguire lo stesso scopo: quello di restituire sostegno a quella parte di società che arranca tra difficoltà e isolamento.
Da allora, in Italia sono sorti altri centri che attraverso la silenziosa ed efficace presenza di volontari preparati all’ascolto e all’aiuto nei casi più disparati, operano 24 ore su 24 portando sollievo, consigliando e soprattutto collaborando strettamente in rete con associazioni, specialisti ed enti pubblici.
C’è chi chiede velatamente sostegno per maltrattamenti in famiglia, criptando parole e discorsi per paura o imbarazzo; chi lo fa per abitudine perché senza quella chiamata tre volte al giorno si sgretola come una figurina di argilla; c’è chi chiede ansiosamente conferme sulle sue scelte di vita negli snodi cruciali del proprio percorso e chi riversa fiumi di parole sulla vecchiaia, la malattia, la morte. Poi c’è ancora chi chiama per parlare, parlare di cose apparentemente banali ma pregne di quel bisogno di farsi riconoscere come individuo. Io ti parlo, tu mi ascolti. Io esisto.
C’è bisogno di ascolto, di quell’ascolto gratuito, privo di pregiudizio e condizionamento ma allo stesso tempo partecipe e attento. C’è bisogno della consapevolezza che c’è sempre qualcuno disposto a recepire con cognizione e sensibilità lo sfogo di un momento dando una mano, offrendo il proprio tempo e facendosi carico dell’altro. E questo fa la differenza tra il soffrire in solitudine e il condividere tra simili, dimezzando quelle zavorre che a volte impediscono di vivere.

SALUTE & BENESSERE
L’osteopatia: una solida realtà in America ma ancora un’incognita in Europa

Se si potesse considerare la scienza osteopatica una realtà pienamente integrata al sistema sanitario si potrebbero forse sensibilmente ridurre farmaci e degenze. Ma la verità è un’altra. E chissà per quanto tempo ancora… L’osteopatia oggi riflette in tutto e per tutto le mirabili intuizioni e gli studi intrapresi da Andrew Taylor Still, al punto che potremmo dire tranquillamente (e senza sminuire l’importanza della disciplina e di tutti i suoi più illustri rappresentanti contemporanei), che tutto quello che si doveva scoprire fu scoperto dal suo fondatore. Il resto, fino ai giorni nostri, rappresenta un lavoro di paziente affinamento delle tecniche, e di approfondimento dell’approccio al trattamento, intrapreso da tutti coloro che hanno sposato l’osteopatia non solo come medicina ma soprattutto come filosofia di vita.
Il grande merito di chi ha creduto e crede nell’osteopatia, sta probabilmente nell’aver dimostrato che essa può essere una componente importante nella ricerca e soprattutto nel mantenimento della salute psico-fisica degli individui, senza mai proporsi come antagonista della medicina che definiamo tradizionale, bensì, come suo complemento fondamentale nella continua ricerca di una migliore qualità della vita.

Oggi l’osteopatia si propone come una realtà, emergente in varie parti del globo, e già consolidata in altre. Basti pensare che chi vuole intraprendere la carriera medica negli Stati Uniti, può optare per due differenti percorsi di studi che sfociano in altrettante differenti qualifiche professionali: M.D. (Medicine Doctor – il medico come noi lo intendiamo tradizionalmente -) o D.O. (Doctor of Osteopathy – l’Osteopata) a dimostrazione di una dimensione della cultura della salute, decisamente progredita e dalla quale il nostro Paese ancora risulta essere molto distante. L’osteopatia non si propone come rimedio assoluto e ‘first best’ rispetto alla medicina tradizionale; nella sua filosofia, l’osteopatia ricerca le cause che generano i disturbi degli individui in un approccio integrale psico-fisico, proponendosi come fine ultimo, la rimozione di queste cause, ed utilizzando per tale fine, le capacità di auto guarigione dell’individuo (o dell’organismo) attraverso procedimenti fluidici capaci di ristabilire l’equilibrio generale dell’individuo. Se si comincia a considerare l’osteopatia in questi termini, ci si rende allora conto che essa, ove può operare, fa si che si eviti di coprire in maniera farmacologica, patologie che sono invece risolvibili in maniera radicale. Va sottolineato come:
– il fiorire continuo di strutture osteopatiche ove si insegna e si pratica questa medicina;
– il prestigio internazionale di cui diverse di esse possono fregiarsi;
– la forte selettività dell’iter formativo;
– la moltitudine di studi, ricerche e documentazioni avallanti la validità del trattamento stesso;
– la continua crescita dei pazienti trattati e l’elevato rapporto guariti/trattati
non possano che essere lo specchio di una scienza seria, che fonda le proprie basi su realtà concrete e che si propone tra gli altri, un obiettivo ambizioso tanto quanto semplice, nella sua costante crescita (in Europa): guarire la diffidenza e il preconcetto.

 

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