Il tiro a segno sui bambini palestinesi
Il tiro a segno sui bambini palestinesi
In Italia e nel resto del mondo esiste una moltitudine di premi giornalistici: non passa quasi giorno senza leggere notizie di giornalisti premiati, anche perché si tratta di auto-celebrazioni che gli organi di stampa si concedono volentieri. Dall’altra parte ci sono sponsor generosi, che finanziando questi premi si garantiscono una certa benevolenza nel trattamento che viene loro riservato dai media.
Un mare di riconoscimenti dunque, spesso non esattamente così prestigiosi.
Nessuno invece ci ha parlato del più importante premio giornalistico europeo, l‘European Press Prize 2026 (European Press Prize) assegnato a Lisbona nel mese di giugno, probabilmente a causa del contenuto scioccante dell’inchiesta alla quale è stato attribuito. Ad essere insigniti del premio sono stati due giornalisti olandesi che, per conto del quotidiano De Volks, hanno pubblicato un reportage agghiacciante, dal titolo “What the wounds are telling us” (“Cosa ci dicono le ferite”).
Per oltre due mesi Maud Effting e William Feenstra, questi i nomi dei giornalisti premiati, hanno raccolto materiale documentando 114 casi di bambini uccisi a Gaza dal fuoco di cecchini israeliani. Bambini morti non a causa degli “effetti collaterali” di missili e bombardamenti, ma uccisi da un singolo colpo di fucile alla testa o al torace. Bambini presi di mira deliberatamente da cecchini che volevano uccidere proprio loro. Storie supportate da radiografie, cartelle cliniche, referti medici: quindi non contestabili.
Volendo si può leggere l’articolo cliccando su questo link. Avviso: il reportage è corredato d’immagini francamente difficili da sopportare.
Perché la stampa italiana non ha parlato di questa inchiesta, che pure ha avuto la massima risonanza a livello continentale? Davvero la notizia di soldati che deliberatamente prendono di mira i bambini viene considerata poco rilevante?
C’è un’altra notizia quasi del tutto ignorata dalla stampa italiana. L’ONU, nonostante le intimidazioni (basti pensare alla persecuzione subita da Francesca Albanese), ha certificato l’uccisione di 20.179 bambini e il ferimento di altri 44.143, ma non si è limitata a questo. Nei giorni scorsi, una commissione indipendente ha dichiarato che gli omicidi di bambini “facevano parte di una strategia per distruggere la continuità biologica e l’esistenza futura del gruppo palestinese a Gaza” (Link qui).
Tradotto in modo più chiaro: sparare ai bambini serve a cancellare il futuro dei Gazawi, eliminando un’intera generazione e privando di qualsiasi prospettiva futura gli abitanti della Striscia.
Se questo non è un genocidio, cosa può essere definito come tale?
E allora, ecco che diventa evidente la ragione del silenzio dei media italiani su due notizie a dir poco sconvolgenti.
Sono mesi che il comportamento di Israele viene presentato come una risposta, forse un po’ esagerata, ma legittima rispetto a un attacco terroristico. La stessa Meloni parlò di reazione “oltre il criterio di proporzionalità” (cfr. qui), lasciando intendere che le morti di innocenti fossero, entro certi limiti, accettabili.
Alcuni esponenti politici sono arrivati a giustificare le uccisioni di bambini in quanto figli di terroristi, e quindi futuri terroristi anch’essi (Elena Donazzan, denunciata, al Parlamento europeo disse: “I bimbi di Gaza sono figli di terroristi, coraggiose le azioni di Israele” ). Tutti gli orrori commessi nella striscia di Gaza, ma anche in Cisgiordania, venivano presentati come “normali” operazioni nell’ambito di una guerra difensiva.
E invece non era vero niente. Non c’è una guerra. O magari c’è stata, ma solo nelle fasi iniziali. Quello che ne è seguito è un progetto sistematico volto all’eliminazione totale di un popolo, che non si può chiamare in altro modo se non genocidio. E l’uccisione deliberata dei bambini, per quanto orribile possa essere, è un modo tremendamente efficace per metterlo in atto.
La verità è questa, e allora si capisce perché non può essere raccontata. Perché smentirebbe oltre due anni di narrazione governativa. Perché ci costringerebbe ad ammettere che di questa azione criminale siamo stati complici: moralmente, continuando a negare la realtà per evitare che l’indignazione montasse, e materialmente, visto che tra le armi che sono servite ad assassinare i bambini palestinesi ce n’erano sicuramente alcune arrivate dall’Italia.
Una verità talmente pesante da essere difficile da credere e da accettare: quindi meglio tacerla.
E invece no. Invece è importantissimo che quanto accaduto si sappia.
“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”
Così scriveva Primo Levi in “Se questo è un uomo”. E purtroppo, aveva ragione.
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