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Presto di mattina /
Lievito di gratuità

Presto di mattina. Lievito di gratuità

Un tascapane pieno di poesia

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento
Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso
(G. Ungaretti, Commiato, Vita d’uomo. Tutte le poesie, Garzanti, Milano 1996, 58).

Un tascapane militare quello di Ungaretti, soldato sul Carso durante la grande Guerra, pieno di poesia. Poesie appuntate su fogli e cartoline sparsi alla rinfusa, che Ettore Serra giovane tenente, amico di poesia e di trincea, nel 1916 raccolse e stampò. Si costituì così la prima raccolta poetica di Ungaretti, “piccola raccoltina”, pubblicata in pochi esemplari con il titolo Porto sepolto. Con questa lirica il poeta volle esprimere all’amico Ettore tutta la sua amicizia e gratitudine.

Scrive Ungaretti: «Il Porto Sepolto fu stampato a Udine nel 1916, in edizione di 80 esemplari a cura di Ettore Serra. La colpa fu tutta sua. A dire il vero, quei foglietti: cartoline in franchigia, margini di vecchi giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute … – sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane, portandoli a vivere con me nel fango della trincea o facendomene capezzale nei rari riposi, non erano destinati a nessun pubblico» (ivi, 521).

Lievito di gratuità

Il Porto sepolto rappresenta il mistero del vivere, lo sconfinato sprofondo interiore della coscienza dove, avvolte dal silenzio, si nascondono le parole più autentiche e rivelative del sentire umano, capaci di svelarne il volto più vero, quello dove fermenta l’umanità che vuole restare umana a tutti i costi. Il poeta vi si immerge per far levitare e portare alla luce i segreti che racchiudono quelle parole comprate senza denaro, vendute senza compenso, un tascapane colmo di gratuità.

La parola poetica, come quella profetica, è così lievito di gratuità, scava nel baratro di disumanità e del non senso della propria vita per far fiorire le qualità umana che sta ancora sommersa negli abissi del mondo e ciò che in essa vi è di più prezioso, appunto la gratuità, “limpida meraviglia” ed insieme “delirante fermento”: l’infinita smisuratezza della parola semente di vita e fioritura di ospitalità.

Come il lievito non divora la pasta, non la distrugge ma l’attraversa, la espande, rendendola fragrante, così la parola poetica e profetica, parole originarie e primigenie, scavano l’abisso della vita portando alla luce ciò che costituisce una magnifica umanità. L’umanità come dono gratuito e grato da condividere e non come possesso da rivendicare, libera dalla tentazione del potere che disumanizza e pietrifica il cuore di carne.

Gli operai della messe

La messe, direbbe ancora Ungaretti ne Il povero nella città – resoconti di viaggi della memoria nella terra dell’Esodo, nell’Egitto in cui era nato – la messe «è lo spettacolo della volontà dell’uomo: ecco il grano che per opera di pionieri invade una piana da secoli desolata: respinge le fratte; ecco la miseria dei tamarischi, colla tenerezza del verde alle calcagna, farsi eccessiva …» (SE srl, Milano 1993, 74).

Ad indicare la tenacia dello spirito umano che non si arrende di fronte della desolazione, affronta la miseria con la tenerezza, crede nella continua possibilità di trasformazione di ciò che è ostile, sterile in forme di vita e fecondità. Il grano, simbolo dell’intelligenza umana decisa a coltivare tutto ciò che rende più uomo.

L’espressione “operai della messe” fa riferimento poi al passo del vangelo di Matteo (9,37-38) in cui Gesù dice: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai!».

Commentando questo testo ho pensato che la messe è l’umanità sfinita per la sua debolezza mortale. È questa umanità che muove la compassione di Gesù e che lo spinge a chiamare i dodici per formare una comunità attorno a lui per poi inviarli a portare il vangelo attraverso l’impegno primario a rimanere umani, poiché prendersi cura delle ferite dell’uomo è parte integrante dell’annuncio del Regno di Dio.

Ma chi sono questi operai della messe? Certamente non sono solo la cerchia ristretta dei Dodici. Gesù chiama tutti quelli che in molteplici forme e sentieri si incamminano in compagnia del vangelo della pace.

Operai della messe sono coloro che non hanno rinunciato e non rinunciano a restare umani per custodire quella magnifica umanità che è la messe donataci da Dio, riconoscendo in essa come il bene più prezioso a lui più sacro, più caro. La gloria di Dio è l’uomo vivente, chi ha ricordato Ireneo di Lione, e quella del discepolo sta tutta nel servire l’uomo, «l’uomo in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità» (Paolo VI).

Restiamo umani

«Restare umani» è l’invito e di papa Leone nella sua prima enciclica: «Di fronte a nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore. Il vero progresso nasce sempre da un cuore aperto all’altro, da un’intelligenza disponibile all’ascolto, da una volontà che cerca ciò che unisce più che ciò che separa».

«Restiamo umani» è anche l’espressione con cui Vittorio Arrigoni cooperante, attivista italiano e giornalista firmava i suoi articoli su Gaza raccolti in un libro che porta lo stesso titolo. Vittorio è stato ucciso a Gaza il 15 aprile 2011, a soli 36 anni, da un presunto gruppo di estremisti salafiti. «A qualunque latitudine, facciamo parte della stessa comunità. Ogni uomo, ogni donna, ogni piccolo di questo pianeta, ovunque nasca e viva, ha diritto alla vita e alla dignità. Gli stessi diritti che rivendichiamo per noi appartengono anche a tutti gli altri e le altre, senza eccezione alcuna. Restiamo umani, anche quando intorno a noi l’umanità pare si perda».

La gratuità è la forma del vangelo, un lievito per l’umanità

Le parole conclusive del discorso di Gesù nel vangelo di Matteo sono «Gratuitamente avete ricevuto gratuitamente date» (10, 8). Trovano un’eco nella figura del lievito che ricorre spesso negli scritti di papa Leone. Anche recentemente, in Spagna, egli ha detto a un gruppo di volontari:

«Mi piace condividere con voi una semplice riflessione, che riassumerei così: i cristiani sono chiamati a portare nel mondo il lievito della gratuità. La gratuità è un lievito che fa crescere la qualità umana, etica e spirituale di una società, perché, potremmo dire, è un tratto tipico della “città di Dio”. Tanto più in un mondo continuamente influenzato dalla logica dell’interesse, del profitto, dove il termine “crescita” è ridotto alla dimensione economico-finanziaria, c’è bisogno di pensare e di vivere secondo la logica più vera, cioè quella di una crescita umana integrale radicata nel vangelo».

La gratuità è segno, è presenza del Regno di Dio tra la gente come ha ricordato Gesù con la parabola del lievito: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata» (Mt 13, 33).

Il gusto della gratuità

Risvegliare il gusto della gratuità è stata l’intenzione di Luisito Bianchi (1927-2012) presbitero, prete operaio, prete infermiere e romanziere con il libro Monologo partigiano sulla Gratuità: appunti per una storia della gratuità del ministero nella Chiesa a cura di Mauro Maccarinelli, Il Poligrafo, Padova 2004.

Scrive il curatore che il valore di questo studio/racconto sta nel «riaffermare, con la tenacia che viene dall’amore, il principio ecclesiale della gratuità del ministero e di mostrarne la incontestata presenza lungo tutta la Tradizione. Il “come” rispondere concretamente a questa istanza vitale per la Chiesa – il “che fare?” – rimane un problema aperto. Le molte voci della Tradizione qui raccolte danno indicazioni preziose; ad esse si unisce la stessa esperienza dell’Autore, che trova nel lavoro la via normale per la sua propria testimonianza di uomo e di servitore dell’Evangelo» (ivi, 11).

Molte sono le citazioni della divina Commedia riportate nel testo che mostrano tutte le stagioni della faticosa recezione nella vita della chiesa del cammino della gratuità, gli slarghi e le ristrettezze, le aperture e gli impedimenti e i distinguo il più delle volte motivati sulle “glosse”, dei sapienti e non sul vangelo “sine glossa” dei piccoli e di Francesco.

 Ma ahimé! La carne de’ mortali è tanto blanda
che già non basta buon cominciamento
dal nascer della quercia al far la ghianda.

E continua san Benedetto, con le parole di Dante:

Pier cominciò senz’oro e senz’argento
e io con orazione e con digiuno,
e Francesco umilmente il suo convento … (Paradiso XXIII, 85-90).

«Non si colse l’esigenza del cuore per affidarsi alla legge, generatrice degli ante e dei post e dei distinguo che i chierici studiano e ristudiano sui libri di diritto, al punto di macerarne i margini.

Per questo l’evangelio e i dottor magni
son derelitti, e solo ai Decretali (decisioni in forme di lettera)
si studia, sì che pare a’lor vivagni. (fino a riempire i bordi del foglio)
A questo intende il papa e i cardinali:
non vanno i lor pensieri a Nazarette
là dove Gabriello aperse l’ali.
Ma Vaticano e l’altre parti elette
di Roma, che son state cimitero
alla milizia che Pietro seguette
tosto libere fien dell’adultèro, (saranno presto libere da questa profanazione con Francesco) (Paradiso IX, 133-142)»
(ivi, 153).

«Tutto si vende e si compera. È il danaro, il fiorino, “il maledetto fiore” così:

c’ha disviato le pecore e li agni
però che fatto ha lupo del pastore (trasformato il pastore in lupo) (Paradiso IX, 131 s.)

che le cose di Dio che di bontade
deon essere spose, voi rapaci
per oro e per argento avolterate, (adulterate), (Inferno XIX, 2-4).

«L’evangelo è messo in sordina dalla canonistica che pesa e soppesa al milligrammo perché i due piatti della bilancia del do ut des (il contrario della gratuità) siano in equilibrio. Eppure (è Pietro che parla):

 Non fu la sposa di Cristo allevata
del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto, (i primi papi martiri)
per essere ad acquisto d’oro usata: (per essere usata per arricchirsi)
Non fu nostra intenzion …
né ch’io fossi figura di sigillo
a privilegi venduti e mendaci,
ond’io sovente arrosso e disfavillo. (Paradiso XXVII, 40 ss.)»
(ivi, 154-155).

Una grande storia della gratuità svelata sulla croce

Scrive ancora Luisito Bianchi: «La grande storia della Gratuità di Dio, iniziata con la creazione del cielo e della terra, prima espressione della gratuità che si prolunga fino a che cielo e terra dureranno, e con lo Spirito che aleggiava sulla massa ancora informe delle acque» ed essa si compie con il testo dell’Apocalisse con il termine dorean, (gratuitamente) che è come il sigillo d’autenticità sulla storia di Dio con noi.

“E Colui che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose”… È compiuto! Io sono l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine; a chi ha sete io darò in dono della fonte dell’acqua della vita” (Ap 21, 5-6).

«Lo Spirito – continua Luisito – non aleggia più sulle acque ma è diventato acqua saliente di vita eterna, data gratuitamente a chi la cerca, egli stesso Dono di Dio ai credenti. Non si può andare oltre. La rivelazione finisce qui: gratis, dorean, non perché si sia esaurita, ma perché si è compiuta diventando carne; e la carne è la Parola svelata, il corpo di Cristo sulla croce è lo svelamento della gratuità.

Questo corpo è la stessa fonte d’ogni ulteriore svelamento; a Lui solo bisogna fare riferimento se si vuole capire la Parola, perché è la stessa Parola “che era dal principio” (la gratuità della creazione), “ciò che noi abbiamo udito, ciò che abbiamo veduto e le nostre mani hanno toccato, il verbo della vita” (1 Gv 1, 1)», (ivi, 37).

La gratuità lievita per contagio

Il gusto della gratuità l’ho imparato dalla mia famiglia e poi nella formazione sacerdotale da don Piero Tollini, il mio parroco. E lui, a sua volta, ne apprese il gusto da don Primo Mazzolari, colui che lo avviò al sacerdozio. Una delle sue espressioni era: «nessun tintinnio di denaro attorno all’altare»; un insegnamento che non ho mai ignorato senza quindi piegarmi alla pratica della questua nella celebrazione della messa.

Il tema della gratuità nel ministero è stato per Mazzolari una questione di coerenza del sentire del cuore in linea con il vangelo della gratuità e della compassione del Cristo. Così scriveva al vescovo per difendersi dall’accusa di non amare la liturgia:

«Eccellenza, per poter riprendere fiducia in noi il popolo ha bisogno di vederci distaccati fino all’eroismo. Mi dite che sono portato a questi pensieri perché non amo la liturgia e che sono abituato a fare le funzioni ad libitum. Vi hanno informato male, Eccellenza! Bozzolo è una povera chiesa, ma chiunque vi capiti e in qualsiasi circostanza, troverà una comunità vivente e commossa e funzioni semplici e sentite e senza rumore di denaro intorno all’altare…

Eccellenza, sono un irrequieto e un visionario!… Come difendere il cerimoniale quando è in gioco la fede nella Chiesa e la fiducia negli uomini che la rappresentano? Forse non ragiono bene. Vi bacio la Mano che consacra e che perdona, che perdona anche questo Vostro povero figliuolo. Sac. Primo Mazzolari» (Lorenzo Bedeschi, Obbedientissimo in Cristo… Lettere di don Primo Mazzolari al suo vescovo (1917 – 1959), Mondadori, Milano 1974, 193).

Torni a correre la gratuità nel sentire d’uomo, nell’infinita sofferenza restiamo umani. Infinita sofferenza fu per il poeta l’esperienza della guerra prima e la perdita del figlio Antonietto poi nel 1939 in Brasile: “Gridasti: soffoco… L’unico fuoco della mia speranza… Le tue mani che si fanno sensibili,/ Sempre più consapevoli/ Abbandonandosi nelle mie mani” (Vita d’uomo, 263).

Il patto della gratuità ne “La preghiera” di Giuseppe Ungaretti

Da ciò che dura a ciò che passa,
Signore, sogno fermo,
Fa’ che torni a correre un patto.
Oh! rasserena questi figli.
Fa’ che l’uomo torni a sentire
Che, uomo, fino a te salisti
Per l’infinita sofferenza.
Sii la misura, sii il mistero.
Purificante amore,
Fa’ ancora che sia scala di riscatto
La carne ingannatrice.
Vorrei di nuovo udirti dire
Che in te finalmente annullate
Le anime s’uniranno
E lassù formeranno,
Eterna umanità,
Il tuo sonno felice.
(La preghiera, in Vita d’uomo, 174-175).

Cover: Foto di Ginkkkk da Pixabay

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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