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La Pasqua, nostra ostinazione

Il 10 aprile è stato il 63° anniversario della morte di don Primo Mazzolari [Qui]: «Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti» (Paolo VI).

Così sono andato a rileggere un articolo del mio parroco, don Piero Tollini, su don Primo, suo parroco di elezione, ed ho pure riletto la lettera, in realtà poche righe, che gli scrisse quando fu ordinato sacerdote.

Eccole: «Egregio don Mazzolari, sabato nella Cattedrale di Ferrara sarà ordinato un sacerdote di 32 anni, venuto su ed entrato nel sacerdozio colle idee e col cuore di “Adesso”. Solo a lei, dopo che a Gesù, devo la volontà di vivere l’impegno sacerdotale come una pura testimonianza, sulla “via crucis del Povero”, della passione attiva – perciò redentiva – di X.to. Le sono stato vicino nell’amore per la povera gente dal giorno che sul treno di Suzzara ho sentito alcuni poveri di Bozzolo parlare del Parroco… Ho letto “Adesso” con cuore largo perché mi sembrava si puntasse all’essenziale nella applicazione del X.mo; poi dal suo silenzio ho imparato come si serve e si ama la Chiesa».

La risposta di don Primo non fu meno incisiva: «una prima Messa, la tua, mi restituisce la freschezza di un giorno tanto lontano ma sempre presente. C’è una perennità di offerta e di cuore nel nostro incontro, preparato segretamente da Colui, che ha avuto pietà di me e di te, consacrandoci al servizio dei poveri nella sua Chiesa. Non c’è nulla di amabile in questa divina realtà che congiunge il momento del Figlio di Dio e del Figlio dell’Uomo: eppure, questo soltanto è l’Amore come noi lo possiamo toccare. In questi giorni la fedeltà al Povero mi è sembrata più costosa dell’ordinario: stamane, però, l’abbraccio su tutte le resistenze, che mi hanno spaccato il cuore, è tornato sereno e larghissimo» [Qui]

Nel suo articolo don Piero racconta di come nacque la vocazione di don Mazzolari: «Sulla porta della “cascina” nonno e nipote guardano oltre il fossato, sullo stradello polveroso, il funerale che si snoda con inconsueta frettolosità; nessuno sembra pregare, il prete, pure lui frettoloso dietro la croce che il chierichetto porta come fosse l’asta di una bandiera, biascica i salmi in un inaccessibile soliloquio.

Nonno, perché vanno così in fretta? Perché c’è un solo prete e non canta? L’altro giorno erano tanti preti e cantavano e procedevano adagio, adagio. Quello, risponde il nonno, era il funerale della Contessa; oggi portano al camposanto il nonno di Tonino, il Boaro della Ca’ Rossa. Il piccolo Mazzolari è contrariato: “se la Contessa e il Boaro sono tutti e due nelle mani di Dio perché debbono avere un così diverso trattamento? “Io, nonno, quando sarò ‘arciprete’, andrò adagio anche al funerale dei bovari e farò venire anche tutti i curati e canteremo fi no al cimitero”.

Questa “cascina”, questa terra, questa … gente, queste situazioni, sono la matrice dell’inconsueto impegno pastorale di don Primo Mazzolari, il parroco più conosciuto in Lombardia, da molti contestato, da alcuni perfino ritenuto inopportuno, ma che Giovanni XXIII indicò come la voce dello Spirito Santo della Pianura Padana». (Voce di Ferrara, 5 (1979), 3)

 

L’ostinazione mite del Risorto

«Ogni cosa che muore – scrive don Primo – come ogni cosa che incomincia a vivere nella morte, è un aspetto della Pasqua. Le donne, sull’albeggiare quando nessun Discepolo vi pensa, s’avviano con gli aromi verso il sepolcro per “imbalsamare Gesù”, omaggio pietoso verso un perduto amore, ultima testimonianza di una fede che la morte aveva cambiato in ricordo.

A nessuna delle tre, mentre camminano verso il sepolcro, canta in cuore, sia pure celato, l’alleluja della grande speranza: nessuna osa guardare di là della tomba. La pietra non era per essere l’ostacolo alla vita, ma l’impedimento per l’ultima devozione alla morte. Nessuna voce Lo chiama dal di qua: nessun grido lo invocava: neanche la Maddalena, che pur non avrebbe dovuto dimenticare le certezze affermate dal Maestro sulla tomba di Lazzaro.

Tutti avevano bisogno di vita, e nessuno s’appellava al Vivente: tutti avevano bisogno ch’Egli fosse e nessuno osava credervi. La morte era più sigillata nei cuori che nel sepolcro di Lui. L’Alleluja è nato spontaneamente dall’infinita bontà del Signore, che, invece di guardare alla nostra mancata attesa, pose il suo sguardo pietoso sul nostro bisogno di vita, come sulla croce, “per amare fino alla fine” aveva guardato “coloro per i quali moriva, non quelli che lo facevano morire”» (La Pasqua, Vicenza, 1964, 51).

Per don Primo “la Pasqua è per tutti”, è un “impegno preso”, poiché “è la Pasqua la vita dell’uomo” e “nessuno e niente la può fermare”. Per questo è soprattutto invito a cambiare se stessi.

L’attualità del suo pensiero sta nel fatto che in esso urge l’invito a una nuova testimonianza. Vi si percepisce ancora vibrante la sua vita credente e sacerdotale, il vangelo del Regno reso al vivo nella sua persona, per dirla con Paolo. È sempre di nuovo, anche oggi, una questione di testimonianza: occorre far vivere la fede, prima di proclamarla, “Poiché la fede è vita – e quale vita! – una testimonianza convincente non può esserci data che dalla vita”.

Nella visita di papa Francesco a Bozzolo nel giugno del 2017 egli riprende tre immagini: Il fiume, La cascina e La pianura:

«Il fiume è una splendida immagine, che appartiene alla mia esperienza, e anche alla vostra. Don Primo ha svolto il suo ministero lungo i fiumi, simboli del primato e della potenza della grazia di Dio che scorre incessantemente verso il mondo. La sua parola, predicata o scritta, attingeva chiarezza di pensiero e forza persuasiva alla fonte della Parola del Dio vivo, nel Vangelo meditato e pregato, ritrovato nel Crocifisso e negli uomini, celebrato in gesti sacramentali mai ridotti a puro rito.

Don Mazzolari, parroco a Cicognara e a Bozzolo, non si è tenuto al riparo dal fiume della vita, dalla sofferenza della sua gente, che lo ha plasmato come pastore schietto ed esigente, anzitutto con sé stesso. Lungo il fiume imparava a ricevere ogni giorno il dono della verità e dell’amore, per farsene portatore forte e generoso…

La cascina. Al tempo di don Primo, era una “famiglia di famiglie”, che vivevano insieme in queste fertili campagne, anche soffrendo miserie e ingiustizie, in attesa di un cambiamento, che è poi sfociato nell’esodo verso le città.

La cascina, la casa, ci dicono l’idea di Chiesa che guidava don Mazzolari: “Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. […] Per fare molto, bisogna amare molto”.

Così diceva il vostro parroco. La parrocchia è il luogo dove ogni uomo si sente atteso, un “focolare che non conosce assenze”.

Don Mazzolari è stato un parroco convinto che «i destini del mondo si maturano in periferia», e ha fatto della propria umanità uno strumento della misericordia di Dio, alla maniera del padre della parabola evangelica, così ben descritta nel libro La più bella avventura.

Il terzo scenario è quello della vostra grande pianura. Chi ha accolto il Discorso della montagna non teme di inoltrarsi, come viandante e testimone, nella pianura che si apre, senza rassicuranti confini. Gesù prepara a questo i suoi discepoli, conducendoli tra la folla, in mezzo ai poveri, rivelando che la vetta si raggiunge nella pianura, dove si incarna la misericordia di Dio (cfr. Omelia per il Concistoro, 19 novembre 2016).

Alla carità pastorale di don Primo si aprivano diversi orizzonti, nelle complesse situazioni che ha dovuto affrontare: le guerre, i totalitarismi, gli scontri fratricidi, la fatica della democrazia in gestazione, la miseria della sua gente».

 

“La pace nostra ostinazione”

Tra le parole tipicamente mazzolariane (poveri, lontani, umiltà, obbedienza, impegno, coscienza, carità, laici, vocazione) troviamo quella della pace. Egli così scriveva sul quindicinale Adesso negli anni Cinquanta: «Per la Pace, più che parteggiare, direi che bisogna “agonizzare”, poiché essa è un bene uno e indivisibile come la Carità. E se uno la vuole per sé, deve domandarla per tutti: per gli stessi che non la vogliono, anche per coloro che ne sono indegni». La pace nostra ostinazione era questo il titolo di una rubrica della stessa rivista, quasi un proclama e un programma.

Nel suo libro Tu non uccidere (Vicenza 1985, 25) si legge: «Il cristiano è un “uomo di pace“, non un “uomo in pace“: fare la pace è la sua vocazione. Ogni vocazione è un seme. Il seme può cadere lungo la strada, tra le spine, in luogo sassoso o in buon terreno. C’è in ognuno di noi, indipendentemente dalla nostra fruttuosità, una pace seminale, la quale può aprirsi un varco attraverso qualsiasi resistenza. E allora, anche se i miei piedi non si muovono verso la pace, sono uomo di pace: anche se pecco contro la pace, fino a quando non rifiuto il Vangelo di pace, la pace è in agonia dentro di me».

Credere alla pace è lo stesso che credere al Vangelo, sperare nella pace è lo stesso che sperare nella Pasqua, vivendo in se stessi la novità di vita del Risorto, comunicarne i suoi segni nella forma della testimonianza.

È questa la condizione per aprire la strada e per arrivare alla pace: «Noi cristiani abbiamo fretta di vedere i segni della Pasqua del Signore, e quasi gli muoviamo rimprovero di ogni indugio, che fa parte del mistero della Redenzione.

I non-cristiani hanno fretta di vedere i segni della nostra Pasqua, che aiutano a capire i segni della Pasqua del Signore. “Un sepolcro imbiancato, che di fuori appare lucente, ma dentro è pieno di marciume”, non è un “sepolcro glorioso”.

“Chi mette insieme pesanti fardelli per caricarli sulle spalle degli altri, senza smuoverli nemmeno con un dito”, è fuori della Pasqua.

“Chi fa le sue opere per richiamare l’attenzione della gente”, invitando stampa e televisione, non vede la Pasqua.

“Chi chiude il Regno dei Cieli in faccia agli uomini” per mancanza di misericordia, non sente la Pasqua.

“Chi giura per l’oro del Tempio e non per il Tempio” non ha ancora buttato via le “trenta monete d’argento”.

“Chi paga le piccole decime e trascura la giustizia, la misericordia e la fedeltà”, rinnega la Pasqua.

“Chi lava il piatto dall’esterno, mentre dentro è pieno di rapina e di intemperanza”, non fa posto alla Pasqua.

Oggi è Pasqua, anche se noi non siamo anime pasquali: il sepolcro si spalanca ugualmente, e l’alleluia della vita esulta perfino nell’aria e nei campi; ma chi sulle strade dell’Uomo, questa mattina, sa camminargli accanto e, lungo il cammino, risollevargli il cuore?

Una cristianità che s’incanta dietro memorie e che ripete, senza spasimo, gesti e parole divine, e a cui l’alleluia è soltanto un rito e non la trasfigurante irradiazione della fede e della gioia nella vita che vince il male e la morte, dell’uomo, come può comunicare “i segni della Pasqua?”». (La Pasqua, 64-65)

Mi è parsa pure una ostinazione santa anche quella di Bertolt Brecht [Qui], comunicata attraverso i versi di una sua poesia. Nel gesto sacramentale di prendersi cura di un raggelato albicocco il mattino di Pasqua, una pietà originata dal sentire del figlio; parole testimoni di una piccola pietà, il gesto di una piccola risurrezione ma ostinata e audace, l’inizio sorgivo per far argine ad un’altra ostinazione: quella insensata ed empia di chi vuole la guerra.

Così in quel gesto di pietà è da riconoscere il sacramento pasquale: «Il nostro sacramento pasquale scrive, don Mazzolari, è ancora una volta un atto di pietà, come se il Signore avesse bisogno di piccole pietà: i morti vogliono la pietà, il vivente vuole l’audacia. «Non vi spaventate. Gesù è risorto, non è qui», (ivi, 52).

La piccola pietà: la Pasqua dell’albicocco

Oggi, mattina di Pasqua,
un’improvvisa tempesta di neve è passata sull’isola.
Tra le siepi già verdi c’era la neve. Mio figlio
mi ha portato verso un piccolo albicocco lungo il muro di casa
strappandomi a un verso in cui puntavo il dito contro coloro
che stanno preparando una guerra che
può cancellare il continente, quest’isola, il mio popolo,
la mia famiglia e me stesso. In silenzio
abbiamo messo una tela di sacco
sopra l’albero che raggelava.

(Bertolt Brecht, Primavera 1938, Raccolta Steffin, cit. in M Petazzioni, La poesia degli alberi, Luca Sossella ed. Trento 2021, 132).

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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