Vite di carta /
“Qualcosa che brilla” di Michela Marzano
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Vite di carta. Qualcosa che brilla di Michela Marzano
Non potevo scriverne fino a qualche giorno fa. Letto il libro, incontrata l’autrice Michela Marzano in una bella serata di Galeotto fu il libro nel giardino dell’Ariosto, salutati col cuore ex colleghi e tutto il personale presente. Tornata a casa con molta perplessità in circolo, sul libro e su di lei.
Un caso, questo, in cui ho sentito la critica negativa montare in me, ma non ho voluto arrendermi. Ho pensato che fosse uno stadio immaturo della mia reazione alla lettura di Qualcosa che brilla, l’ultimo romanzo di Marzano che parla di adolescenti problematici e del Centro La Ginestra in cui trovano uno spazio di accoglienza e dialogo.
Il dottor Mauro Rolli li ascolta e li osserva seduto accanto a loro; capisce il nodo di sofferenza da cui sono strozzati e li rivela gradatamente a se stessi legittimandone il modo di essere. Ha lasciato la psichiatria, ha messo da parte le cure farmacologiche per dedicarsi ai ragazzi in questo modo dialogante e partecipe.
Mentre scrivo riconosco la forza di questa scelta: la mia professione mi ha insegnato che la fragilità appartiene alla adolescenza come e più di ogni altra età.
Nessuna sorpresa nel ritrovare fragili e scomposte anche molte delle figure genitoriali del libro, come del resto nei colloqui con le madri e i padri a scuola. “Antropologicamente deboli” li aveva definiti una volta il nostro amato Preside.
Da questa idea di una storia a più voci dentro il disagio giovanile è partita la complessa tessitura narrativa del libro, fatta dal succedersi degli incontri al Centro: il discorso diretto dà la parola a un componente del gruppo dopo l’altro in modo sempre più fluido, mano a mano che i ragazzi si conoscono e provano fiducia reciproca.
Mano a mano che il dottor Rolli attraverso parole-tema sempre più ardue come “mattina”, “cadere”, “malattia”, “genitori” li accompagna a esporsi, a parlare di sé, a vedersi vivere (diceva un altro maestro che ho molto amato, anche se fatto di carta: Luigi Pirandello).
Ognuno con lo stigma di un sintomo: Sara non esce di casa, Irene è in guerra col cibo e via dicendo per gli altri sei ragazzi del gruppo.
Il passare dei mesi è scandito dalle discussioni del gruppo, ogni volta sono in primo piano le vicende di uno o due di loro. E intanto va avanti la vita adulta del dottor Mauro Rolli, si saldano col presente i ricordi dell’infanzia dominata dalla madre, si rafforza il suo innamoramento per Arianna, che è stata una paziente speciale e ora è diventata la collega più preziosa dentro il Centro.
Il senso del titolo ci avverte che una luce si sta accendendo dentro la solitudine dei ragazzi, che il rapporto di rispetto e di fiducia che hanno condiviso per tutto l’anno li sta rendendo più forti. Come ginestre resilienti lungo le pendici aride del Vesuvio, direbbe Leopardi.
Imparano la durissima legge della accettazione, comprendono di dover convivere con la propria ansia e con il disagio di essere invisibili, soprattutto ai genitori. Con la loro pressione addosso, delegati a realizzare ciò che padre o madre non hanno fatto di sé, bollati come malati da guarire in fretta.
Forse è la disperanza che tuttavia sta facendo breccia in loro, come l’ha configurata Giuseppe Ferrara in un articolo illuminante su Periscopio uscito il 22 aprile scorso (Su “La disperanza” di Franco Marcoaldi e su quel sentimento che i giovani già abitano senza saperlo): “un sentimento che non salva ma orienta”, un modo di stare nella vita e nel mondo con una buona dose di consapevolezza sul nostro tempo, sul cambiamento in atto che è del clima e delle relazioni internazionali prima ancora di investire ogni singolo paese.
“Il futuro incerto e minaccioso” di cui parla Marzano sta davanti a loro, eppure secondo Ferrara e Marcoaldi i ragazzi di oggi sanno vedere un sentiero percorribile, sanno flettersi al vento della insensatezza e della ingiustizia senza piegarsi, come giunchi.
La loro “è una nuova forma di vitalità, più prudente, più intelligente, più adattiva“, il loro stare nel mondo non prevede la rassegnazione, semmai un equilibrio instabile che tiene conto dei continui mutamenti in atto.
Capisco che del libro di Michela Marzano mi ha lasciato perplessa la sicurezza malcelata di essere nel giusto, la certezza di avere nelle mani il bandolo della matassa. Questo ho percepito in ogni pagina, al di là delle frequenti frasi dubitative. E nessuna concessione alla sobrietà.
Un atteggiamento universalistico il suo sull’universo del disagio giovanile, che in realtà esclude la dimensione politica della vita dei ragazzi e li fa restare chiusi sotto un cielo basso. La formula sofferenza più famiglia più scuola sembra esaurire la loro presenza nel mondo.
È stato un dispiacere ritrovare Marzano in questa veste tribunizia anche nella serata Galeotta.
Eppure riconosco che leggere il suo libro mi ha aiutata. Ha dato forza alla convinzione che i ragazzi vanno ascoltati e messi a fuoco dove e quando è possibile: dopo tanto silenzio sono riuscita a dire a mia nipote che le voglio bene, che accetto le sue prese di posizione anche se mi escludono dal suo orizzonte relazionale.
Come gli altri giovani, ha bisogno di sapermi al suo fianco, ma le serve tenere una distanza tra la mia compattezza (così mi percepisce) che le fa ombra e la sua fragilità.
Nota bibliografica:
- Michela Marzano, Qualcosa che brilla, Rizzoli, 2025
Cover: Michela Marzano all’incontro serale del “Galeotto” al Liceo Ariosto di Ferrara – 12.06.2026 (foto di Valentina Rossi)
Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice















Concordo in toto, cara Roberta. La dimensione politica fondamentale.
Eccellente anche questo tuoracconto di lettura, come tutte le Vite di carta.