Passa al contenuto principale

Vite di carta /
“I battiti della montagna” e di Alessandro Carlini

Vite di carta. I battiti della montagna e di Alessandro Carlini 

Al telefono con Alessandro Carlini prendo appunti mentre a valanga mi parla del suo nuovo lavoro, I battiti della montagna. È in uscita il 9 aprile e subito dopo me me manderà una copia. Lo aspetto da un po’, ora lo leggerò pensando alle presentazioni che potremo farne tra la tarda primavera e l’autunno di questo 2026, e così faremo coppia ancora una volta parlando al pubblico dei suoi libri.

Mi appunto che appartiene al genere self help, che il vissuto dell’autore è in evidenza pagina dopo pagina, mentre racconta la sua rinascita così speciale consacrata dalle salite lungo i pendii delle montagne dopo il buio della malattia.Alessandro Carlini I battiti della montagna

Mentre leggo centellinando la quantità di ogni giorno per assorbire la scrittura più a fondo, scopro che il percorso si è snodato sulle montagne amate fin dall’infanzia seguendo un itinerario a lungo desiderato e pensato. Che ci sono stati compagni di prim’ordine ad arricchire le salite e che tra le righe respira una memoria storica larga e profonda.

Molto io narrante, ma nessun egocentrismo. Semmai la spinta alla fusione con lo spazio della montagna e la sua natura e col tempo delle due ultime guerre.

Lo stile dalla sua fonde perfettamente lirismo e rigorosa ricostruzione storica.

Scopro che lo hanno accompagnato le letture importanti di una vita: si chiama “I libri sul comodino” la bibliografia collocata in fondo al volume, prima della “Nota dell’autore” in cui il primo grazie va ai medici e agli infermieri della struttura ospedaliera dove Alessandro ha subito nell’aprile 2021 il trapianto del cuore e di un rene. Quindi a coloro che hanno collaborato alla pubblicazione del volume.

Nelle ultime due pagine una mappa orografica riproduce in fila, stilizzate come triangoli appuntiti, tutte le cime scalate in questo cammino dentro la Storia e dentro il sé, quello di prima e quello rinato dopo il trapianto.

La partenza è da Bologna a 120 metri di altitudine, il cammino si snoda lungo l’arco alpino e in certi tratti degli Appennini, con una progressione altimetrica che è stata programmata in base allo sforzo fisico richiesto da ogni cima.

A guidare lo scalatore sono le indicazioni del medico da cui è seguito, ma soprattutto le proiezioni di sé a cui ha lungamente pensato durante la dura degenza in ospedale.

Le cime da scalare una volta ristabilito come ritorno alla vita e alle passioni, una idealità che lo ha sostenuto nei momenti di immobilità e nei patimenti.

Questo “dopo” si realizza così, salendo fino ai m.2280 del Passo dell’Oregone nelle Alpi Carniche, passando per cime che sfiorano o superano i 3000 metri.  Il Plateau Rosa, poco oltre il confine italo svizzero sulle Alpi Pennine, primeggia a 3500 metri. È il traguardo più alto e più bello per i battiti del cuore nuovo di Alessandro, intanto la montagna fa sentire i suoi.

Dicevo che la montagne e i libri sono stati compagni di viaggio. Devo dire ora delle persone cercate e incontrate lungo il faticoso cammino, e non alludo a quelle vive con cui Alessandro ha scambiato due parole sui sentieri.

Sono gli alpini del fronte orientale che hanno perso la vita nella guerra logorante di trincea durante il primo conflitto mondiale. I partigiani e non solo, uomini e donne, tante, che hanno lasciato un segno nei luoghi della seconda guerra.

Penso che in fondo questo libro sia un canto corale, perché Alessandro sente la voce di tutti coloro di cui ha visitato la tomba, anche quando la tomba non c’è. Leggendo le incisioni lasciate sulla roccia o le lapidi dei piccoli cimiteri di montagna dove alcuni riposano. Immaginando di seguire lo stesso sentiero, sotto lo stesso cielo.

Penso che l’esercizio della memoria che reca onore ai caduti sia stato lungo e strenuo, la scrittura come sigillo di biografie note e meno note, che l’autore tratteggia con esattezza e con rispetto.

Mentre ancora lo stavo leggendo, ho detto ad Alessandro che questo libro va ascoltato e che sentivo la struttura del poemetto sotto le pagine infervorate di musica.

Insieme alle voci anche il ritmo del loro apparire si era fatto evidente, un ritmo cadenzato dagli incontri con le cime e i loro caduti, con le cime e con le parole degli scrittori, da Musil a Fenoglio, da Lussu a Rigoni Stern. Per dirne solo alcuni. Come le stanze di cui si compone un testo poetico ampio, che ha il respiro di una storia e di una evoluzione fisica e interiore. Ecco il self help, se vogliamo connotarlo così.

Una salita che verticalizza le altre coordinate del testo, pone le aspettative di una commedia a lieto fine e intanto segue la partitura musicale che si è detta. In cui il canto della salita di oggi ha come contrappunto il vissuto di prima e i due piani temporali dialogano sulla base di un ritmo pulsante.

I fatti della Storia, così puntualmente chiamati a parlare, sanno dialogare con il mito senza tempo in cui hanno fatto il loro ingresso le donne e gli uomini delle montagne, con il loro operato di azione e di penna. Il mito investe anche Lei che ha donato ad Alessandro l’organo che ora pulsa nel vento.

Mentre scrivo cerco la formula che definisca I battiti della montagna, pur sapendo che è provvisoria e che la rende tale proprio la ricchezza della avventura umana e intellettuale che vi è contenuta. Eppure la dico: un poema sulla gratitudine, la più matura, a lungo maturata.

Nota bibliografica:

  • Alessandro Carlini, I battiti della montagna, CAI Edizioni, 2026

Cover: la foto è stata scattata dall’autrice in Alto Adige

Per leggere gli altri articoli di Vite di carta la rubrica quindicinale di Roberta Barbieri clicca sul nome della rubrica o il nome dell’autrice

sostieni periscopio

Sostieni periscopio!

Tutti i tag di questo articolo:

Roberta Barbieri

Dopo la laurea in Lettere e la specializzazione in Filologia Moderna all’Università di Bologna ha insegnato nel suo liceo, l’Ariosto di Ferrara, per oltre trent’anni. Con passione e per la passione verso la letteratura e la lettura. Le ha concepite come strumento per condividere l’Immaginario con gli studenti e con i colleghi, come modo di fare scuola. E ora? Ora prova anche a scrivere

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *