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“IO SO CHI SONO IO!”
Storie e voci di giovanissime/i al Banchetto dei Diritti di Arcigay

 

Come premessa

La scuola non è sempre un luogo sicuro: i “Libri Viventi” nei corpi adolescenti  dei giovani attivisti e attiviste lgbtqi+, ci raccontano di bullismo, incomprensione , discriminazione ed esclusione. Raccontano di sofferenza e solitudine accentuate dalla incapacità degli insegnanti di vedere o di intervenire ed anche dalla impossibilità di esprimersi completamente perfino in famiglia.

Non avrei mai pensato che ragazzi e ragazze tanto spigliati a presentarsi in pubblico e su temi tanto personali avessero problemi di rendimento scolastico. Eppure avrei potuto facilmente intuirlo: il bullismo è una delle cause del ritiro sociale e del rifiuto di tanti ragazzi e ragazze di andare a scuola. Dobbiamo fare tesoro delle loro esperienze e dei loro giudizi, perché quello che ci piace del nostro lavoro è la possibilità di essere facilitatori della ricerca di identità, della ricerca di senso, dell’incontro delle diversità.

In questo resoconto si leggeranno forti critiche agli insegnanti. Credo non ci si possa stupire di questo: nessuno e nessuna è attrezzata per natura a gestire situazioni, che non si possono affrontare solo con buona volontà, le buone intenzioni, il buon senso. Non bastano.

Purtroppo non basta nemmeno informarsi: nella mia esperienza di insegnante e di genitore, tante cose che ho ‘studiato’ le ho fraintese nella pratica, o applicate male, nel senso che non ne ho colto la sostanza o che ho dovuto prima fare un lavoro su me stessa per poterci arrivare con l’emozione, non con la ragione. Per questo è molto importante quello che ha detto una delle mamme: non è necessario capire, quello che è importante è esserci.
Vi rimando anche al primo post del mio blog, che vuole essere il programma di quello che scrivo: vietato rimproverare prima di avere ascoltato dovrebbe essere il nostro mantra .

Penso che sarebbe bastato questo, nei casi raccontati, per evitare tante sofferenze: interessarsi, ascoltare, credere, dare fiducia. Di questo parlerò nei miei prossimi articoli. Intanto aggiungo che sono convinta che l’ascolto serva anche a ridimensionare il bullismo, perché anche il bullo, la bulla, hanno bisogno di dire delle cose, ma devono imparare come dirle.

I Libri Viventi ci insegnano
Parlano i Libri Viventi
Il Banchetto dei Diritti di Arcigay

Al “Banchetto dei Dirittisabato 24 settembre 2022 organizzato da Arcigay Ferrara ‘Gli Occhiali d’Oro’, si è detto No alla disinformazione. É servito a tutti per la formazione e informazione sul tema dell’identità sessuale.
Abbiamo ascoltato e dialogato con giovanissimi attivisti e attiviste che hanno animato la Biblioteca dei libri viventi “perché raccontare e raccontarsi è l’unico strumento per superare stereotipi e pregiudizi. Conoscere è l’unica via per non discriminare”. Conoscere e conoscersi: “So quello che sono io” ha detto Nico, 15 anni: mi ha suscitato ammirazione per la consapevolezza che io nemmeno a più di 60 anni ho.

La consapevolezza del limite che indica la capacità di comprendere quello che c’è oltre. e di fare comprendere. È stato un pomeriggio illuminato, nonostante il grigiore, dalle voci squillanti e orgogliose di questi cuori a colori, così capaci di introspezione, così maturati dal dolore, così unici eppure così uguali nell’esperienza del bullismo, della discriminazione, dell’emarginazione.  Mi è parso che le parole e le riflessioni di questi giovanissimi e giovanissime abbiano gettato luce anche su chi sono io, chi siamo noi. 

“Io so quello che sono io. ”Gli altri vogliono rimanere ignoranti”. La consapevolezza per tutti e tre i protagonisti “Libri Viventi” (ho inventato i loro nomi) è arrivata verso i 12 anni.

Si sono dovuti documentare da soli e da sole su Internet, perché gli adulti non c’erano con loro,  prima di scoprire quale fosse la loro identità, unica, e prima di sapere dell’esistenza dell’ Arcigay, dove hanno finalmente individuato un ritrovo senza pericoli. Non è poco, visto che la loro breve vita è stata purtroppo piena di maltrattamenti e violenza fisica e psicologica, anche e soprattutto a scuola, dove non hanno trovato sempre la protezione degli insegnanti, dove hanno subito bullismo, derisioni, offese.

Fede e Ethan sono stati compagna e compagno nelle scuole medie e hanno avuto l’esperienza della bocciatura insieme. È importante avere almeno un insegnante vicino, ma per tante ore, perché se l’insegnante ha poche ore nella classe, è più un tormento che un aiuto, dicono all’unisono. Le affermazioni  risuonavano dall’una all’altro, a riportare lo stesso stato di angoscia, tristezza, frustrazione, rabbia, depressione. Ma anche di orgoglio: per essersi trovati, per avere raggiunto il proprio equilibrio e per avere il coraggio di manifestare e di manifestarsi per quello che sono, sapendo quanto valgono.

C’è stata anche la descrizione dello studio delle tattiche per manifestarsi con i compagni e compagne di scuola, con i genitori, fratelli e sorelle. E il problema con i nonni: già in famiglia inizia la solitudine e l’impossibilità di essere ciò che si è, perché i genitori non capirebbero e anche se ti ‘accettano’. Appunto, ti accettano soltanto. È anche vero, però, che ora, i genitori e anche zie, fratelli e sorelle sono venuti alla manifestazione a fare il tifo per loro.

Tante offese dai compagni e compagne di scuola, continue:
“Cambi tanto i tuoi comportamenti, dopo certi commenti mi chiudevo in camera non vedevo nessuno, non uscivo, non ero accettato, non ero benvenuto” .
“I
 commenti mi hanno formato il carattere: da timida e fragile, per via del bullismo, sono cambiata, rispondevo per le rime, come non avevo mai saputo fare”.
“I commenti mi hanno formato uno scudo, mia madre mi diceva che mi avevano tolto la luce negli occhi, mi chiudevo in camera, a volte non avevo la forza di alzarmi; mia madre e mio padre questo non lo accettavano”.

Ethan, Fede e Nico

L’anno in cui è stato bocciato, per un lungo periodo Ethan non è andato a scuola, si comportava male con i professori perché i compagni lo chiamavano con il nome e con il pronome che lui non voleva. Ethan infatti ha vissuto da bambina per i primi anni della sua vita, per poi scoprire di sentirsi un ragazzo.

Non si sentiva accettato nemmeno dai professori. Quando tornava a scuola dopo un’assenza veniva accolto con scenate perché gli insegnanti non coglievano la sofferenza che gli impediva di frequentare.  Lui rispondeva per le rime, anche sbattendo la porta.
Si sentiva triste, e solo la sua amica Fede gli dava comprensione. I compagni sapevano che stava male, ma a loro non importava niente, anzi infierivano. Ethan non accettava che ragazzi della stessa età lo insultassero e ha anche finito per aggredirli. 

Fede è stata bocciata sia per insofferenza all’ambiente ostile che per motivi di salute: i professori le hanno detto che avrebbe potuto portare il certificato medico per giustificare le assenze solo a cose fatte.  Quando Ethan aveva attacchi di panico gli insegnanti lo ignoravano, non lo lasciavano uscire dalla classe. 

Dice Nico: “Mi è caduta la motivazione e ho smesso di studiare”. Non si sentiva sicura in classe: è stata presa a pugni: lo ha detto alla coordinatrice, ma questa ha sospettato che fosse stata lei a provocare i compagni.

L’ambiente di scuola influisce enormemente sulla motivazione a studiare: la può far passare come può farla venire: “Essere bocciati è una crescita, abbiamo cambiato scuola, abbiamo imparato molto. Ai compagni non importava niente di me, prima, ma se ti trovi bene con i compagni ti viene più voglia di studiare”. 

Le parole della mamma di Ethan ci hanno commosso: sono state una dichiarazione di amore per il figlio, di fiducia, di stima, di sostegno senza se e senza ma. Un grande cuore accogliente e nessun argomento razionale. Anche se non comprende tutto, ha detto. lo sosterrà in tutto e per tutto.
Per la scuola c’è amarezza, da una parte, e gratitudine dall’altra, perché non sempre Ethan è stato accettato e protetto a scuola, ma ci sono insegnanti e presidi che lo hanno saputo accogliere.

Nico ha concluso con una riflessione: “Siamo tutti diversi nell’uguaglianza e tutti uguali nella diversità”.

Nota: Ovviamente Ethan, Nico e Fede sono nomi inventati 

FUORICLASSE /
Prima viene la salute

 

Per frequentare la scuola bisogna essere in buona salute. Questa necessita di cura e di attenzioni specifiche. La frequenza scolastica non deve interferire con la necessità di un ragazzo o di una ragazza di dedicarsi al proprio benessere fisico e mentale, poiché la mancanza di alcune parti del programma di studio non pregiudica la preparazione complessiva e la maturazione personale. La scuola può e deve favorire la cura di sé, rassicurando e facilitando il percorso.

Bullismo, autolesionismo, problemi con il cibo, attacchi di panico, sono all’ordine del giorno anche nelle scuole Ferraresi, come riporta un articolo di Estense.com uscito recentemente. Eppure, in una chat di genitori, si diceva che insegnanti e presidi, “abituati” ai ragazzi e alle ragazze che vanno a scuola con la depressione, non giustificano l’assenza per motivi psicologici, nemmeno con il certificato del medico. Questi genitori esprimevano sconforto, amarezza e incredulità.

In Italia per la salute mentale in infanzia e adolescenza si spende un decimo di quello che si spende per gli adulti. Occorrerebbero invece più risorse, e non meno, perché questa è l’età in cui insorgono i disturbi, è possibile curarli con il massimo dei risultati e ridurre conseguentemente il numero di adulti malati e la complessità del disagio. Ad aggravare ciò, persino per gli adulti la situazione è drammatica, nonostante l’allarme per le conseguenze dell’emergenza COVID: “Salute mentale, Italia tra gli ultimi in Europa: zero investimenti e quasi mille psichiatri in meno in 2 anni,” recita il titolo del Corriere della Sera.

Negli Stati Uniti ci si è invece attivati, pur con poco: è dell’anno scorso l’articolo di Education Week che spiega perché sempre più scuole ammettono la giustificazione per assenze dovute al malessere psicologico. L’osservazione di Mike Winder, il promotore Repubblicano del provvedimento, indica come la salute mentale sia patrimonio di tutti, al pari di quella fisica: anche se non si ha un disturbo, ci sono giorni nei quali il nostro stato non è perfetto. Non consentirsi il giusto stacco per il recupero, può portare al punto di rottura e far cadere nella malattia vera e propria.
Almeno fin dallo scorso anno quindi, in vari Stati, stanno ascoltando la richiesta di aiuto dei giovani che si sentono esausti, deconcentrati e improduttivi: la risposta immediata e concreta è stata di concedere e giustificare le assenze per questi motivi. D’altronde, specifica l’articolo, il trauma dell’isolamento dalla socialità per la pandemia ha colpito duramente, facendo aumentare drammaticamente la percentuale, già prima in crescita allarmante, di ragazzi e ragazze con problemi di ansia, depressione, pensieri suicidi.

Tutti noi abbiamo assistito alla vicenda della campionessa di ginnastica Simone Biles, che si è ritirata dalla maggior parte delle gare olimpiche la scorsa estate dopo una defiance dovuta allo stress. Lo ha giustificato con la necessità di curare la propria salute mentale e per poter tutelare la propria incolumità. Questo episodio ha avuto risonanza sulla stampa americana, dove comunque ha anche sollevato critiche di mancanza di coraggio e di diserzione dai doveri e dalle difficoltà.
Nello stesso tempo, però, ha richiamato l’attenzione su tanti altri casi più o meno recenti di atleti di fama mondiale che hanno dovuto affrontare problemi dello stesso tipo, come la tennista Naomi Osaka e il nuotatore Michael Phelps.

Quando studenti o studentesse vengono colti da attacchi di panico, depressione, ansia, possono dare l’impressione di evitare la fatica, di non fare ciò che devono, di non essere meritevoli, di essere irrecuperabili. Quando il malessere non è fisico, non sembra essere invalidante, appare come una scusa per la mancanza di volontà.

Un genitore si è sentito dire che si deve andare a scuola anche con la depressione, perché tanti lo fanno normalmente. La psicologia ci insegna, invece, che è una necessità quella di provvedere a curarsi.
Non si chiede a uno studente con la febbre di andare a scuola, anzi verrebbe rimproverato se lo facesse. Questo deve valere anche per il disagio psicologico: necessita del giusto trattamento e riguardo. Per fortuna non è troppo impegnativo per l’insegnante tranquillizzare i genitori e mandare agli studenti e studentesse il messaggio che, anche se non riescono a frequentare fisicamente, la scuola è sempre il loro posto, è accanto a loro, li aspetta e garantisce le condizioni migliori per continuare il percorso scolastico.

E’ fondamentale che un ragazzo si senta compreso e non si senta colpevolizzato, anche perché di solito tenderà ad avere un forte timore del fallimento e ad attribuirsi incapacità e anormalità. Gli e le insegnanti possono quindi avere un ruolo di rispecchiamento utile per l’autostima, inviando un messaggio di normalità che proclami chiaramente che prima viene la salute, sempre.

CONTRO VERSO
Ninna-ò del babbo

In un primo tempo operatori e giudici avevano preso sul serio le accuse di maltrattamento che i figli avevano rivolto a entrambi i genitori. Non c’era stato un allontanamento, ma si erano avviati dei percorsi di approfondimento per capire che cosa stava succedendo in quella famiglia. Si è appurato così che i due ragazzi si erano inventati tutto per ricattare i genitori e fare tutto ciò che volevano.

Ninna-ò del babbo

Ninna nanna ninna-ò
questo babbo a chi lo do?
Se non vuol mandarmi fuori
io gli dico son dolori.
Se non vuol che esca di sera
io gli brucio la carriera.
Se contesta le mie canne
si ritrova l’auto in panne.
Se non vuol mandarmi in disco
so io dove lo spedisco.
Se m’impone di studiare
io gliela farò pagare.
Se mi stressa con la scuola
io gli taglierò la gola.
Se non chiede proprio niente
io mi sento un deficiente.
Mi sembrava un bel vantaggio
scopro che non ho il coraggio.
Di coraggio non ne ho
ninna nanna ninna-ò.

Il potere è una dimensione sempre presente nella relazione con l’altro. Il potere di convincere, di ferire, di comandare, di rifiutare. È un potere il silenzio, e qualche volta la parola.
Ci sono adolescenti che scoprono di avere potere e imparano a utilizzarlo a proprio vantaggio passando su tutto e tutti… compresi i propri genitori. Ma se davvero non li controllasse nessuno, sarebbero veramente più felici?

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, esce su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

L’Ultimo Rosso, la festa della poesia a Ferrara

 

Alla Rotonda Foschini due poeti leggono a chi passa le loro poesie e quelle degli autori da loro amati. Hanno un nastrino rosso legato al polso. Un nastro rosso come filo conduttore della poesia popolare e libera che venerdì scorso, 15 ottobre, ha collegato tra loro altri punti della città.

In Piazzetta Savonarola oltre al nastrino rosso chi legge porta anche un cappello dello stesso colore; accanto alla Biblioteca Bassani e in Piazza Trento Trieste si può vedere una sciarpa rossa, una borsetta rossa in Via Savonarola.

Qui, sopra la postazione dei due poeti, che hanno aperto il loro leggio e avviato un piccolo amplificatore della voce si può vedere una signora affacciata che sorride, si gira verso l’interno della casa per dire al figlio di venire a sentire. Poi guarda in giù e dice che è orgogliosa di avere i poeti sotto casa.

Ha visto subito crescere la propria pianta questo seme lasciato da Ultimo Rosso [Qui], il primo Festival di poesia itinerante organizzato da ferraraitalia in questo 2021 del risveglio dal sonno pandemico.

Per una poesia libera di muoversi nella città, che interrompe il quotidiano e spiazza i passanti e li chiama ad ascoltare e a interagire. Una poesia senza palchi e senza etichette, che si propone come lingua intima e universale.

Così è stata concepita e proposta dal giornale: “Ultimo Rosso è volutamente eccentrico, può richiamare la passione, la rivoluzione, la distanza dal convenzionale, la sorpresa, il mattone rosso di Ferrara”. E così è diventata evento politico.

Altri semi sono stati lasciati in Piazzetta Carbone, all’ingresso del Parco Massari, in Via Krasnodar, davanti alle librerie del centro e così via: altre coppie di poeti tra le 18 e le 19 del fresco crepuscolo di ottobre hanno letto un testo iniziale comune a tutti, un testo di Wislawa Szymborska [Qui] che nei versi finali pone la domanda:

“La poesia
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so,
non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.”

Al corrimano dei pensieri e delle emozioni pensate si sono aggrappati i poeti nelle strade e nelle piazze, leggendo i testi amati di autori antichi e nuovi, famosi e meno famosi. Da Saffo a Giorgio Caproni, da Eugenio Montale a Paolo Agrati, da Alda Merini a Massimo Scrignoli, solo per citarne alcuni.

I poeti hanno poi letto i propri testi, testi d’amore e di bellezza, di lettura della propria interiorità nel rapporto col mondo, di impegno sociale. La poesia non si sottrare a leggere il mondo, anzi è un tentativo di decifrarne i gangli vitali; la poesia arriva nella stanza dei bottoni della lingua e svela gli abusi della comunicazione quotidiana sulla forma e sul senso delle parole.

La poesia può ripristinare la mappa dei valori che fondano la polis, la comunità di cui siamo parte. E’ poesia civile. Forse questo è un primo tentativo di risposta alla domanda di Szymborska, una risposta di metodo su cosa fa la poesia, su quali traguardi può toccare. La poesia fa sintesi, la sintesi sempre provvisoria sulla vita pensata che abbiamo tra le mani.

Questo hanno fatto gli adolescenti, sabato mattina. Dalle 10 alle 12 si è svolto il reading di Ultimo Rosso nel giardino della Biblioteca Ariostea, con la partecipazione dei 20 poeti, ferraresi e non, intervenuti venerdì e con altri che si sono aggiunti ad ascoltare le poesie e a leggerne liberamente di proprie.

Tra questi un gruppo numeroso di studenti dell’Istituto Einaudi, che hanno letto i loro testi ispirati a Possibilità della Szymborska; ognuno di loro ha scelto di mettere in lista come oggetti del verbo Preferisco i propri gusti, le passioni, la leggerezza dei sedici anni accanto alle cicatrici interiori che qualcuno di loro porta già come uno stigma.

La leggerezza: “Preferisco stare con gli amici”, oppure “Preferisco divertirmi” e “Preferisco il colore blu”. Lo stigma: “Preferisco soffrire piuttosto che essere vuoto”, “Preferisco che la parola cancro indichi solo un segno zodiacale”.

Quando è così la poesia vola. Vola in basso a sondare le profondità, vola intorno in ricognizione sul mosaico della realtà e poi prende slancio e va in alto, dove tutti possono vedere e vedersi.

Si è percepito con chiarezza il senso di condivisione, proprio nella formula libera data alla lettura: un avvicendarsi di voci poetiche varie e diverse, in un flusso libero e liberatorio che ha permesso di conoscersi e di confrontarsi. Di mettere in comune. Di comunicare.

Ancora un tentativo di risposta che afferisce alla funzione della poesia – la poesia unisce – non a cosa essa esattamente sia. Certo, però, che se consideriamo la coesione a cui ha portato noi di Ultimo Rosso e la voglia che ci ha lasciato di continuare con nuove edizioni del festival, di leggerla per tutti nella città, di spargere denunce, domande e dubbi, di seminare scintille di sincerità e di bellezza, vuole dire che ci stiamo avvicinando a perimetrarne il senso.

La bella poesia che Cristiano Mazzoni ha composto dopo le due giornate del Festival ne esprime così il valore e il significato:

“Poesia sulle strade,
sui marciapiedi sgarrupati,
di fronte al grande
accusatore,
contro i muri di mattoni
granata.
Parole sospinte dal vento,
in un angolo del convento,
sospiri e groppi in gola,
acqua asciutta ai lati degli
occhi.
Poetesse innamorate
dell’amore,
i ragazzi ci urlano in faccia il
loro disagio,
poesia civile, voglia di rivolta,
il rosso e il nero del
ferroviere.
Con voce di tuono,
con un sussurro d’angoscia
la rivoluzione non si perde e
non si vince,
la si combatte.
Forse un seme è stato
gettato,
forse un soffio è cominciato,
la città delle cento
meraviglie
racconta i sogni da fogli
bagnati.
Ci sarà un perché,
ci sarà un domani,
ci sarà un futuro
nel nostro passato.”

Per leggere gli altri articoli e indizi letterari della rubrica di Roberta Barbieri clicca [Qui]

Per seguire e partecipare alla pagina Facebook Collettivo Poetico Ultimo Rosso clicca [Qui]

DIARIO IN PUBBLICO
Una luna rossa non fa primavera

 

E si ritorna al Laido degli Estensi tra complesse vicende di valige, borse, ricordi da trasportare dall’amatissima Vipiteno. La casa è perfetta. Gli scudieri Ivo ed Antonietta l’hanno resa ancor più accogliente, curandone il giardinetto in fiore tra plumbago, oleandri, gerani, rose, mentre trionfalmente le piccole gardenie in fiore, prezioso regalo di Delberta e Peter, occhieggiano dal balcone nella loro minuta perfezione di fiore più bello del mondo.

Un’aria sospesa aleggia sul borgo: le vie sono più trascurate del solito, palazzi in disuso mostrano l’irresponsabilità del boom anni Settanta, la frettolosità dei pochi passanti incontrati per via dimostra impaccio e qualcosa che sembra turbare la mesta aura che ci circonda.

Preso da questi infausti presagi mi trasferisco al bagno Onda blu, dove da anni ho la mia sede ‘permanente’ direbbe Battiato. La meraviglia. I ragazzi hanno fatto un lavoro straordinario. Il bagno è perfetto. Nemmeno in Versilia ho visto tanta accuratezza e il cibo è ancor più buono.

Ci sdraiamo sulle poltrone a sorbellare il consueto limoncello post prandium ed ecco che le nuvole si stracciano e una luna rossa appare. Meravigliosa. La potete vedere nella foto che apre questo Diario da me scattata. Un altro mondo.

Mi viene a salutare Luca il bagnino economista e filosofo. Ha preso la triennale a Ferrara e ora è in attesa d’intraprendere la specialistica. Gli raccomando il romanzo di Natasha Solomons [Qui], I Goldbaum, che narra trasposta la saga dei Rockfeller. Glielo offro ma lui vuole comprarsi i propri libri, un atteggiamento umanistico sempre più raro.

E nella pace della sera “E ‘a luna rossa mme parla ‘e te“. Sempre più compiaciuto m’abbandono al sonno, nonostante la lugubre cantilena degli albatri, quando rumori infernali, urla, strepiti mi svegliano improvvisamente.

Saprò di mattina dall’amico edicolante la storia infame del pugile suonato. Fa parte degli pseudo-eroi di un giorno, quelli che, come molti ragazzetti incontrati sul viale, esasperano la loro ormonalità tra puzze di piedi, urli scomposti, deliranti maneggi dei telefonini. Non meno da loro le compagne rivestite dalla doppia pelle dei tatuaggi, col ‘lato b’ erto e l’occhio bistrato a richiedere attenzione.

Ma non sono soli. Frotte di ragazze e ragazzi composti si trovano sulla spiaggia, leggono, flirtano, giocano. Come noi un tempo; anche se a loro manca qualcosa che per la mia generazione e quella successiva era essenziale: una attenzione al mondo e al sociale/politico che ha fatto parte del nostro esserci. Ma questo è un altro capitolo del diario.

La mattina seguente finalmente si affronta il viale con i negozi invitanti e la consueta voglia di compere. Entriamo nei negozi, ma in tutti veniamo sbrigativamente serviti con un modo di fare che rasenta la villania. E tra i miei commenti fatti ad alta voce ricorre questo vocabolo, come nuovo titolo del Laido: la città dei villani. E’ solo un attimo, immediatamente fugato dal civile comportamento di tanti fornitori, che si adoperano a farci sentire a nostro agio.

Ma, nel lento svolgersi della mattinata, dopo una coda chilometrica in farmacia, mi accade di perdere un oggetto per me prezioso. Il paio di occhiali Ray-Ban [Qui] comprati negli anni ’80 del secolo scorso alle cascate del Niagara, dove sorgeva la fabbrica di questi occhiali. Mi è stato strappato un ricordo importante. E me ne duole.
Tutto ha un fine; ma perdere i ricordi risulta col tempo sempre più doloroso.

Cover: foto di Gianni Venturi   

Per leggere gli altri interventi di Gianni Venturi nella sua rubrica Diario in pubblico clicca  [Qui]

TIKTOK   TIKTOK   TIKTOK

 

Valeria continua a guardare il suo cellulare con molta attenzione. Sembra inconsapevole delle persone che la circondano. Tipico degli adolescenti.
“Ma Valeria cosa stai facendo?”
“Guardo Tiktok” mi risponde distrattamente.
Enrico, che sta giocando con le costruzioni, alza la testa, la guarda e poi dice: “Ti stanno rovinando i nervi ottici”. Cosa ne sa Enrico, che ha quattro anni, dei nervi ottici? Non so, ma mi vien da ridere, quel bambino è una forza.

TikTok è attualmente l’applicazione più scaricata al mondo dagli adolescenti, ci si può registrare dai 12 anni in su. Permette di realizzare video di breve durata che hanno come tema la cucina, la danza, la musica, il nonsense e tutto ciò che è buffo e può far ridere. Si possono sia creare nuovi contenuti che reinterpretare delle scene di film o serie tv.

Un videoclip famosissimo che è stato creato con Tiktok  è quello dove una persona, ripresa dalla sua camera da letto, muove la bocca e sembra che stia imitando la traccia audio di un film. Il grande successo di TikTok si deve proprio a questa sua funzione principale, cioè quella di creare brevi video sincronizzati. Questo permette ai giovani di sbizzarrirsi e divertirsi molto. In modo particolare i filmati ricordano i film di Walt Disney e i suoi personaggi. Ad esempio su Tiktok si può vedere una vecchietta vestita da Nonna papera che canta mentre cucina, oppure un’adolescente vestita da Biancaneve che balla in maniera indiavolata davanti allo specchio del bagno, o un signore con le sembianze dell’elefante Dumbo che suona il pianoforte bendato. Roba da ridere come matti e da restare tutto il giorno incollati a Tiktok.

TikTok, creato da una società cinese che si chiama ByteDance, non è soltanto un social media, ma si avvicina molto ai social network, come Facebook e Instagram, perché grazie a TT gli iscritti si costruiscono un seguito, hanno persone con cui interagire, possono essere apprezzati o meno (con le ormai celebri ‘reazioni’ e il classico cuoricino per il ‘mi piace’).
Tiktok inoltre garantisce un feed immediato e non impegnativo, interazioni tra utenti ‘innovative’ e originali, l’uso di #hashtag.

Valeria continua a guardare il suo cellulare e a ridere.
“Ma quanto tempo passi con questo Tiktok?” chiedo.
“Quasi tutto il tempo libero che ho” mi risponde,
“Io sto sempre su Tiktok mentre faccio altro. Anche mentre disegno tengo d’occhio Tiktok e, se appare un  video divertente, lo condivido con le mie amiche, così ridiamo tutte. Guarda questo, ha raggiunto 30.000 visualizzazioni in qualche ora.”
Guardo, è il video di una ragazza che si tinge i capelli di viola, mentre fa delle boccacce allo specchio del bagno e digrigna i denti in una specie di sorriso horror.
Non so perché faccia ridere, ma questo non è rilevante. Ogni età ha le sue caratteristiche, il suo modo di divertirsi e di trovare piacevoli alcune cose piuttosto che altre.

Ciò che mi colpisce di più è la velocità impressionante con cui tutto questo succede.
In un minuto si può guardare il video, apprezzarlo, condividerlo, riderci, dimenticarlo. In pochissimo tempo viene visto da miglia di persone. Tutto a una velocità impressionante. Dopo qualche minuto ce n’è già un altro con le stesse caratteristiche del primo che intraprende lo stesso percorso.
Ovviamente il motore, nonché la fonte di sussistenza e di forte guadagno per TT, è l’insieme di tutti questi video che, in maniera gratuita, vengono postati dai registi in erba e replicati velocissimamente e all’inverosimile.
Tiktok mi fa compagnia, c’è in ogni momento qualcosa di nuovo da guardare, così non mi annoio mai” dice mia nipote.

Ripenso a quando avevo l’età che ha Valeria adesso. Anche io amavo molto le recite e i travestimenti. Solo che il passaggio social non esisteva. Io le ‘messe in scena’ le facevo davvero. Prendevo Cecilia, la mia sorella più piccola, e la travestivo con i vecchi abiti della nonna Adelina, con le scarpe enormi del nonno, con un vecchio parka verde di mio padre che era appeso nella dispensa e che serviva per andare nell’orto nei periodi in cui faceva freddo e c’era la nebbia. Quel parka color verde secco come le foglie d’autunno, aveva sicuramente visto tempi migliori, ma a me piaceva perché era adatto a travestire Cecilia da animale preistorico, o da orso. L’interno del parka era di finto-pelo bianco, ingiallito dal tempo e dal luogo dove era riposto, arruffato e pesantissimo. Un capo prezioso e unico.

Altre volte andavo nel cortile di Albertino Canali e mi facevo dare dei sacchi di juta, che i suoi genitori avevano sempre perché li usavano per il granoturco, e li trasformavo con la forbice in abiti da scena ‘strepitosi’. Dopo aver sistemato gli abiti, organizzavo spettacoli nel mio cortile, aprendo il portone e impressionando tutti i passanti di via Santoni Rosa che, trovandosi davanti a casa mia in quel momento, ignari del loro destino, venivano catapultati senza preavviso in una messa in scena ‘da urlo’. Mi piacevano anche le danze folli. Per i balli facevo dei costumi con la carta crespa dai colori sgargianti e danzavo insieme alle mie sorelle e alle mie amiche, sempre nel cortile. Ero una specie di ‘croce e delizia’ degli abitanti di via Santoni.

Ora invece di farlo davvero, lo spettacolo lo si guarda. Anzi, in realtà non è nemmeno così. Dire che lo si guarda è riduttivo, diciamo che vi si partecipa con un grado diverso di coinvolgimento. Mentre si guarda un video di Tiktok si può anche fare altro, mentre si organizza una recita nel cortile della propria abitazione, con tanto di attori veri e di pubblico in carne ed ossa, non si può proprio fare altro. Gli spettacoli ‘veri’ necessitano di un impegno e una determinazione esclusivi. Resta il fatto che anche quello di Tiktok è un guardare partecipe, l’interazione è garantita, l’aggiunta di creatività stimolata.

Ciò che è molto diverso è la mancanza di fisicità. Non c’è più prossimità tra i corpi, né interazione di tipo fisico. Si guarda una persona su uno schermo, si è guardati sullo schermo. Questo è il vero cambiamento, l’apertura di una porta verso un futuro digitale, che è una novità, che invita tutti a delle nuove relazioni, a un nuovo modo di conoscersi e di apprezzarsi. Continuo a pensare che il nostro avere un corpo sia fondante, sia proprio una delle caratteristiche dell’essere umano. E’ attraverso il corpo che cresciamo, sentiamo, amiamo, moriamo. E’ attraverso il corpo che sperimentiamo l’essenza più profonda dell’essere umani. La mediazione di un social in tutto questo è fonte di grande cambiamento. Cambia lo stile di relazione, cambiano i tempi e la prossimità, cambia lo stare dentro e fuori dai momenti, cambia la gente.

Ma non demonizzerei proprio Tiktok.
E’ un modo di affacciarsi al mondo che appartiene prevalentemente a questa generazione di adolescenti e che apparterrà, quasi di sicuro, anche a quelle che verranno. E’ la novità che avanza, la stranezza che conquista, la digitalizzazione che pervade tutto, il marketing che aggancia i giochi dei ragazzi e imperversa potente.

Mi chiedo cosa farei se avessi adesso 12 anni e poi dico a Valeria:
“Mi è venuta un’idea. Facciamo anche noi un video su Tiktok, ci mettiamo la nonna Anna mentre cucina.”Lei alza la testa e mi guarda. “Siiii. Facciamo l’account della nonna”.
“Visto che su Tiktok va forte Walt Disney potremmo chiamare l’account  Nonna Papera Anna, oppure Nonna Anna Papera”. Dico.
“No” dice lei “Chiamiamolo Nonna Papera e basta”.
“Ok. Nonna Papera e basta. Ho visto che sono tutti vestiti in maniera eccentrica. Dobbiamo trovare un costume per la nonna. Un grosso fiocco in testa, un giubbino rosa fluorescente e gli occhiali da sole. Poi, così vestita, le facciamo preparare e cuocere le cotolette e, mentre lei cucina,  la filmiamo”.
“Sì, sì, sì. Si vede subito se ‘buchiamo’ lo schermo, nel giro di poco tempo arrivano migliaia di visualizzazioni. Altrimenti ne arrivano poche e allora a dobbiamo ricominciare”. Dice.
Lo vuole fare davvero, sta già pregustando l’impresa. Mi vien da ridere.
Con questa storia dei travestimenti sono ancora brava, come quando da piccola convincevo Cecilia e le mie amiche a mettersi vecchi vestiti e maschere di carta.

Abbiamo solo un piccolo problema: chi spiega tutto questo alla nonna Anna?
Tiktok, tiktok,  tiktok.  sembra il rumore del tempo che passa …. Ma è un caso?  Forse sì.

CONTRO VERSO
Conta di Mamma Mammina

 

Bisogna dirlo, che non è amore imprigionare l’infanzia.
Considero questa conta tra i versi più inquietanti che mi sono ritrovata a scrivere.
Si canticchia in cerchio sulle note di “Stella stellina”. Chi la intona, sillaba per sillaba e a turno tocca il petto dei vicini. Segue, in poche righe, la storia.

Conta di Mamma Mammina

Mamma Mammina
la bimba non cammina.
È grande e non va a scuola
la mamma la consola.

Bimba non cresce
vorrebbe e non riesce.
Mamma non vuole,
fa finta che sia amore.

Amore non ce n’è.
A star so-tto to-cca pro-prio a TE!

Eh sì, è proprio uno stare sotto quello che toccava a questa bambina. Una bimba perfettamente sana che a 3 o 4 anni non sa camminare è impressionante. Ma perché stupirsi? Le bambole non si muovono da sole, e la mamma – unico genitore presente in quella famiglia – pettinava la sua bambola in carne e ossa e la lasciava adagiata nel lettino.

CONTRO VERSO, la rubrica di Elena Buccoliero con le filastrocche all’incontrario, le rime bambine destinate agli adulti, torna su Ferraraitalia  il venerdì. Per leggere i numeri precedenti clicca [Qui]

CONTRO VERSO
L’uomo polipo

La segnalazione della ragazzina era arrivata dal padre ai servizi sociali e da questi alla procura e poi al tribunale per i minorenni. Il padre, unico genitore presente, ha chiesto aiuto preoccupato. 13 anni, incinta nella relazione con un maggiorenne che l’assorbiva completamente, la ragazzina aveva rinunciato gradualmente a tutta la sua vita – dalla scuola agli svaghi – per aderire al suo “amore”.

L’uomo polipo

Con tante braccia
mi fa felice.
Vuole che taccia
quando mi dice
che la sua vita
senza di me
è ormai finita.
Ecco chi è:

È l’uomo polipo
sempre romantico
nato a Posillipo.
È telepatico.
Svelto mi anticipa
nei desideri
e mi addomestica
anche i pensieri.

Lui mi guarisce
dal raffreddore.
Non mi ferisce.
È il mio signore.
Sa soddisfare
i miei bisogni
sa interpretare
tutti i miei sogni.

Non ho più sete
fame o fatica.
Nella sua rete
in men che si dica
sono caduta,
caduta in pieno.
Sono perduta
ma soffro meno.

Lui mi aderisce,
sì, come un guanto
e m’impedisce
di chiedermi tanto.

Ho 13 anni
lui più di venti
non faccio danni
e odio i commenti.

Niente più amici
niente lavoro
siamo felici
senza denaro.
Tanto alla spesa
pensa papà
che ormai alla resa
mi lascia qua

Non vado a scuola
ma faccio finta.
Il tempo vola.
Io resto incinta.

È l’uomo polipo
mi si aggroviglia.
Vivo a sproposito.
Nasce una figlia

Ho 13 anni
già tanti affanni
di questa figlia
cosa sarà?
E questo amore
non se ne va.
Ci penso ancora
in comunità.
È l’uomo polipo.
Soffoco già.

La paura del vuoto può ben essere attutita da una relazione d’amore. A un qualche livello probabilmente tutti lo sappiamo. Se questo accade nella forma appena vista, però, si capisce che l’amore è piuttosto dipendenza, rinuncia, blocco nella crescita personale anziché stimolo a diventare se stessi. Non era facile, per la ragazzina, riconoscere la trappola nella quale gongolava contenta.

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Didattica a distanza e didattica in presenza:
Il naufragio del sistema formativo

My dad, il mio papà, il mio paparino oltre manica e oltre oceano. Detta cosi non c’è niente di più familiare e rassicurante della DAD, della didattica a distanza di casa nostra. Essere a scuola, ma sentirsi come a casa propria, circondato dal calore e dalle comodità domestiche. Chi non l’ha desiderato in vita sua? E poi, diciamo la verità, fare colazione in fretta, caricarsi dello zaino, prendere l’autobus, o sfiancarti con un chilometro di strada a piedi per raggiungere la scuola, non è proprio il massimo. A casa tua ti siedi a tavolino, accendi il computer e sei in classe. Hai già risparmiato un sacco di calorie e ciò ti rende più disponibile, più attento, meno affranto di quando arrivavi in aula già stanco e ancora assonnato. Diciamo la verità: la DAD, con il trasferimento della scuola a casa propria, è riuscita là dove hanno fallito anni di progetti ministeriali di ‘Star bene a scuola’. Anche gli insegnanti sono più disponibili, non stracciati dalla pendolarità quotidiana, dagli affanni famigliari, specie quelli mattutini, per non parlare dei rientri a casa sempre troppo tardi. Senza tenere conto del sacco di soldi risparmiati tra abbonamenti al bus, ai treni o al metró, merendine, Red Bull e caffè non consumate ai distributori nei corridoi della scuola. Siamo sinceri, tutta un’altra vita.

Raccontiamola giusta, la didattica a distanza mica l’abbiamo inventata noi dell’era digitale, l’ha inventata Gutenberg con i suoi caratteri mobili. La parola stampata è il medium di massa, che ha posto fine alla ‘didattica in presenza’, ovvero alla ‘tradizione orale’.
La formazione per generazioni è avvenuta sempre a distanza: libri, biblioteche, archivi, musei e poi i mass media. Docenti seduti in cattedra e studenti tenuti a debita distanza nei banchi, a scuola come nelle aule dell’università.

I digital learners, giovani di età compresa tra i 12 e i 25 anni, per i quali la tecnologia è qualcosa di assolutamente scontato, non dovrebbero avere problemi con la DAD. Cellulare e computer sono i loro strumenti usuali di lavoro e di divertimento. Allora non nascondiamoci dietro alla DAD o ai problemi psico-sociali dei giovani, per non vedere il naufragio di un sistema formativo che fa acqua in presenza, come a distanza.

Innanzitutto perché non puoi fare andare la DAD con lo stesso carburante della didattica in presenza, finendo col proporne una brutta copia. Se ibrido deve essere l’insegnamento che ibrido sia. Per intenderci, in una auto ibrida l’elettricità è elettricità e la benzina è benzina, entrambe muovono l’auto, ma si tratta di due energie nettamente differenti tra loro e non confondibili.

La didattica a distanza, che ripropone la copia di quella in presenza con lo zapping tra i saperi, altro non è che la negazione della tecnologia a cui i giovani sono abituati, senza considerare come il modo con cui gli insegnanti usano le tecnologie finisce per influenzare e condizionare l’apprendimento dei loro studenti.

Ci si doveva pensare prima quando c’era tutto il tempo e non è stato fatto. Si sono spacciati i banchi a rotelle come innovazione didattica, si sono spese parole nella retorica della adolescenza privata di tutta la strumentazione sociale per risolvere i conflitti di un’età che ci siamo inventati, di un’adultità ritardata, come se avessimo sottratto ad Ulisse la sua possibilità di fare ritorno al proprio “luogo delle origini”, per dirla con il grande psicoanalista inglese Donald Winnicott.

Ma di quale socializzazione scolastica stiamo parlando, quella della competizione, quella del bullismo, quella dello spinello, quella del conflitto scuola-famiglia?
Dov’è la resilienza parola tanto emblematica e consumata in questo ventunesimo secolo?
Tutti i nodi vengono al pettine, e con l’emergenza era inevitabile che esplodessero.

È esplosa una scuola che così come è non serve a nulla. Anzi ci sta rendendo sempre più poveri ed ignoranti. L’attuale sistema scolastico è semplicemente anacronistico, strutturato per essere perfetto in una situazione sociale in cui si passava dall’analfabetismo all’alfabetizzazione del nostro paese, dall’era agricola a quella industriale.

La realtà delle scuole è ancora costituita da classi formate secondo l’età degli alunni, l’orario delle lezioni è rigido, persiste la netta prevalenza della lezione frontale, l’ora di lezione è fatta di alternanza di spiegazioni e interrogazioni, le valutazioni sono affidate al voto numerico. Questo modo di essere si è preteso di riprodurlo a distanza con l’uso delle nuove tecnologie. Ora l’incongruenza di tutto ciò salta agli occhi anche del più sprovveduto.

Si levano gli appelli a invocare il ritorno alla didattica in presenza, a tornare a rinchiudere i nostri adolescenti nella gabbia ottocentesca delle nostre scuole, spacciandole per i luoghi dell’istruzione, dell’addestramento sociale, della condivisione delle crisi e dei conflitti di un’adolescenza che altrove non ha spazi.

Tutti continuiamo a fingere che si tratti di una narrazione vera, perché non disponiamo di altre trame per affrontare i numerosi segnali che ormai da tempo indicano l’invecchiamento del nostro sistema formativo, facendo presagire che manca poco al suo esaurimento.

Come continuiamo a giocare a mosca cieca con i problemi e i conflitti di adolescenze che non si risolvono col condividerli con i compagnucci di classe, i quali hanno il tuo stesso problema, quello di vivere in una società che non si mostra affatto accogliente nei confronti dei suoi giovani. Così le adolescenze bisogna relegarle nelle scuole, perché è l’unico spazio che gli resta, considerato che le prime ad abdicare e delegare sono le famiglie e intorno c’è il vuoto.

Nascondere una scuola che non funziona, una DAD che funziona peggio dietro i problemi dell’adolescenza è una solenne vigliaccata, che non aiuta né gli uni e né gli altri a ricercare la propria identità e a conquistare la propria autonomia.

Per leggere gli altri articoli di Giovanni Fioravanti della sua rubrica La città della conoscenza clicca [Qui]

IUS SOLI:
IL “SI” INCONDIZIONATO DEGLI ADOLESCENTI

Da: Ufficio stampa. Mediatyche – Compagnia di Comunicazione

Se dipendesse dagli adolescenti, lo “ius soli” sarebbe già una realtà. Per loro “integrazione culturale” significa “conoscere e rispettare le culture di tutti”. Le confortanti opinioni delle nuove generazioni emergono dall’indagine nazionale sugli stili di vita degli adolescenti che vivono in Italia che viene realizzata ogni anno da Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD. Tra le note dolenti gli episodi di razzismo che comunque sono frequenti anche tra adolescenti.

 Milano, 18 dicembre 2020 – “Secondo te è giusto che un bambino nato in Italia abbia la cittadinanza italiana anche se i suoi genitori non sono di origine italiana e non hanno la cittadinanza italiana?” A rispondere “sì” è stato l’80% degli adolescenti coinvolti nell’indagine di Laboratorio Adolescenza – IARD (campione nazionale rappresentativo di 2100 studenti delle scuole medie superiori) e la percentuale sale all’88% se si considerano solo le risposte delle ragazze. Così come l’80% afferma che integrazione culturale significa conoscere e rispettare le differenti culture, a fronte di uno sparuto 4% che ritiene che l’integrazione passi attraverso il cercare di dimostrare che la propria “cultura” sia la migliore. Ma gli adolescenti vanno oltre, e il 79% ritiene giusto che anche chi non ha la cittadinanza italiana, ma vive in Italia con regolare permesso di soggiorno, abbia gli stessi diritti dei cittadini italiani nell’accedere ad asili, scuole e posti di lavoro. Solo l’8% (5,7% delle femmine) ritiene, invece, che i cittadini italiani debbano comunque avere un trattamento preferenziale.

“Una maggioranza schiacciante – commenta Maurizio Tucci, Presidente di Laboratorio Adolescenza – che ci fa immaginare, presto, un’Italia migliore e finalmente consapevole che il futuro del mondo passa per lo sgretolamento di ogni “muro”, fisico o mentale, che tenti di dividerci. Nel “male” lo ha dimostrato, in questo terribile 2020, un virus che ha annientato il concetto stesso di confine tra Stati, nel bene lo dimostrano le nuove generazioni naturalmente aperte alla multiculturalità”.

L’unico “deficit” emerso dall’indagine è rappresentato da un 25% di “responder” che non ha saputo riconoscere (tra due sbagliate ed una giusta) la versione corretta dell’articolo 3 della nostra Costituzione (vedi tabella). Ma la reintroduzione obbligatoria nelle scuole di quella che una volta si chiamava “educazione civica” dovrebbe sanare la lacuna.

Tra le tre seguenti versioni dell’articolo 3 della Costituzione Italiana, qual è quella corretta?

Totale Maschi Femmine
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso e di opinioni politiche. 7,2 8,3 5,9
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. 71,2 65,6 77,2
Tutti coloro che hanno la cittadinanza italiana hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. 16,0 18,4 13,4

Ma al di là di diritti e doveri sanciti dalle leggi, qual è, all’atto pratico, l’atteggiamento degli adolescenti riguardo i loro coetanei di altre culture? In pratica: preferiscono avere rapporti di amicizia con persone che hanno le stesse origini culturali oppure no? Il 9,6% risponde sì “perché l’amicizia è più facile”, mentre sul fronte opposto l’11,7% preferisce relazionarsi con coetanei che hanno origini culturali diverse, perché “l’amicizia è più interessante”. Ma il risultato più “promettente” è rappresentato da quel 75,7% (81% delle femmine) che ha risposto “è indifferente”.

“Una “indifferenza” – sottolinea ancora Maurizio Tucci – che, una volta tanto, non denota disinteresse, ma certifica proprio il non considerare le “differenze” condizionanti, né in una direzione né nell’altra. Significa, non dar peso – nell’istaurare un rapporto di amicizia – ad origini culturali; significa, finalmente, integrazione non solo descritta o auspicata, ma compiuta.”

Sul fronte razzismo solo un quarto del campione ha affermato di non aver mai assistito o vissuto episodi di razzismo tra i suoi coetanei. Circa la metà del campione, invece, li ha vissuti (direttamente o indirettamente) qualche volta (34%) o spesso (12,2%). E se il 75% considera il razzismo “inaccettabile sempre”, l’8.7% si “sfila” dicendo che è un problema che non lo riguarda e una infelice minoranza (13,1%) considera l’essere razzisti o meno una libertà che ciascuno deve poter esercitare.

“Negli ultimi anni – osserva Teresa Caputo, insegnante in un istituto superiore di Milano e membro del consiglio direttivo di Laboratorio Adolescenza – nelle scuole italiane è cresciuta sensibilmente la presenza di studenti di origine straniera, ormai di seconda generazione e questo ha portato ad una decisa riduzione degli atteggiamenti che denotano un pensiero razzista. Gli studenti hanno più consapevolezza di vivere in una società multiculturale e la condivisione quotidiana delle esperienze scolastiche favorisce il confronto tra coetanei. Sicuramente i progetti e le attività interculturali che le scuole continuano a proporre – afferma Caputo – contribuiscono alla riflessione sul significato del diverso e favoriscono l’integrazione”.

CONTRO VERSO
Filastrocca delle occasioni perdute

I bambini hanno pazienza con i loro genitori. Tanta, tantissima. Ma non infinita. E le chance che gli adulti lasciano cadere finché i figli sono bambini, non è detto restino aperte per sempre.

Occasioni perdute

Papà, papà, dove è andato il mio papà?
Gli voglio bene anche se non è qua.
Lui fa barchette con gli stuzzicadenti,
fende i marosi, affronta i delinquenti,
esploratore per mare o nel deserto.
Chiamo il suo nome, lo cerco a cuore aperto.

Il mio papà, l’aspetto tutto il giorno.
È super forte, attendo il suo ritorno.
Quando verrà ve la farà vedere,
voi siete scemi e non potete capire.
Lui mi ha promesso un pc, la bicicletta
e io gli credo, il mio cuore l’aspetta.

Mio padre, mah… Qualcuno l’ha veduto?
L’ho visto un giorno e non l’ho riconosciuto.
È ancora lì, in cima ai desideri
e l’ho aspettato, giudice, anche ieri.
C’era la recita, quella di Natale.
Io l’ho invitato ma… Forse stava male.

Quel signore, quello a cui assomiglio?
Sì e no che sappia d’avermi come figlio.
Lui non mi cerca, dice che ha paura,
“sono i servizi”, “è tutta una congiura…”.
Passano gli anni i mesi e anche i minuti,
passano i giorni e noi figli siam cresciuti.
Passano gli anni e il conflitto si è risolto:
per me mio padre è come fosse morto.

Ci sono tante unità di misura del tempo. Quella della crescita di un bambino è particolare, ha il passo svelto, più di quanto occorre ai genitori per assestarsi, vincere una dipendenza, riscoprire le proprie priorità.
Ho incontrato in anni diversi bambini che alla prima udienza venivano pieni di desiderio, speranza, mancanza per i genitori lontani ad affrontare i loro problemi, e in seguito imparavano a convivere con quel vuoto, o lo riempivano altrimenti, e si disinteressavano di quel padre o di quella madre che erano tali solo per un legame di sangue.

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CONTRO VERSO
Sì va beh…

Si potrebbe cantare come uno stornello o una canzone popolare, l’incontro con questa ragazzina che snocciolava candidamente le sue scelte irresponsabili senza rendersene minimamente conto.

Sì va beh…

Sì va beh era l’oro della mamma…
Sì va beh il denaro si guadagna…
Eh lo so, il babbo ha perso il posto…

Sì lo so ci sfrattano in agosto…
Dici, tu, che potrei cercar lavoro…
Sì, va beh, ma tanto non lo trovo…
Con quell’oro? C’ho preso l’eroina…
Sì, va beh, anche trucchi e cocaina…
Ho già smesso, la droga non mi chiama…
Sì ma adesso ho uno che mi ama…
Eh, in effetti sto sempre fuori casa…
Sì va beh, ma l’atmosfera è pesa…
Mamma piange e babbo si dispera…
Il mio boy non si è mai fatto una pera…
Mamma è depressa e ti giuro che stavolta
non è mia, non è tutta mia la colpa…
Ti hanno detto che lui è disoccupato?
Sì va beh, ma mica è un disgraziato…
Io la scuola ormai l’ho abbandonata…
Sì va beh, ma mi sono innamorata…
Ho interrotto anche la borsa lavoro?
Sì va beh, ero dal mio tesoro…
Sì lo so, da lui ci dormo spesso…
Faccio sesso ma incinta non ci resto…
Sì va beh, forse incinta son rimasta…
Sedici anni ma a posto con la testa…
Eddài giudice, tu che mi hai ascoltata
l’hai capito che ormai sono cambiata!?

Ci sono adolescenti che vengono segnalati alla giustizia minorile per i loro comportamenti a rischio e questa ragazza era tra quelli. Nel suo caso si parlava appunto di furti ingenti ai genitori, uso di sostanze, abbandono scolastico, fughe da casa, compagnie improbabili.
Con lei ricordo un incontro sfilacciato. Per ogni eccezione “da grande” minimizzava, ribatteva, non si rendeva conto di rischiare. Chissà cosa le ha portato la vita.

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CONTRO VERSO
Filastrocca della coscienza sporca

Sì questa volta ero proprio arrabbiata. Una bimba prostituita riempe di sdegno e di pena, e se il datore di lavoro, diciamo così, sono papà e mamma viene spontaneo scoccare maledizioni.

Filastrocca della coscienza sporca

Immersa nel Dixan
la mamma maman
e il marito pappone
dentro al Last al limone.
Il cliente porcino
in un litro di Coccolino.
Sua moglie, senza sospetto,
nella bottiglia di Svelto.

Adulti indecenti?
Tonnellate di ammorbidenti!
Adulti trafficanti?
Quintali di sbiancanti!

Per chi vende ragazzine
in strada o in appartamento
proprio non abbia fine
l’orrore e il tormento
d’usar olio di gomito e
vedere quanto è dura
ripulirsi la coscienza
dalla propria lordura.

Vorremmo tutti credere il contrario ma i perversi esistono. Questa filastrocca nasce dall’incontro con una ragazzina che era stata costretta alla prostituzione dai propri genitori, prevalentemente dalla madre, abile a formare la propria bambina, a metterla sul mercato e a riscuotere i compensi. La signora è stata poi condannata a parecchi anni di carcere. La ragazzina si è ricostruita poco a poco. 

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CONTRO VERSO
La doppia appartenenza

L’adozione è un percorso mai concluso. Quando un bambino adottato diventa adolescente rivive tutta la sua storia, e a volte più che rifletterci sopra comincia a dibattersi.

La doppia appartenenza

Trenta chili ed un sorriso
m’han comprato dal Perù.
Dopo anni di buon viso
io non ce la faccio più.
Non lo so che mi succede
non so più cos’ho nel cuore
e se mamma me lo chiede
perdo tutto il buonumore.
So però che c’è qualcosa,
una smania ormai costante,
che m’insegue e non si posa
e per me è più importante
stare tutto il giorno in piazza
con gli amici, mia famiglia,
che fermarmi alla tivù
col pensiero del Perù.
Sarà forse la mia razza
che è ribelle ad ogni briglia?
Sarà forse che a accettare
di adeguarmi a tutto quanto
mi parrebbe di barare?
Per i miei sarebbe un vanto
però io sono diverso
gliel’ho detto e non c’è verso.
M’han comprato a caro prezzo,
anche questo l’ho capito.
Se mi piego o se mi spezzo
sento sempre che ho tradito
e sia chi mi ha generato
ma non mi ha mai dato niente
sia chi invece m’ha comprato
sotto gli occhi della gente.
Vorrei essere me stesso
non è tutta presunzione
e ricevere lo stesso
tanto amore e una ragione
per alzarmi domattina
dare retta, andare a scuola
zaino, libri, caffeina
tanto sai che il tempo vola.
Vola il tempo e posso dire
che domani è lunedì.
Sarà il giorno per capire
se i miei sogni sono qui?

 

All’origine di ogni adozione c’è un abbandono, un morso che non finisce di dolere. Perché non sono stato amato? Forse non lo merito. E perché questi che chiamo genitori dicono di volermi bene? Forse gli faccio comodo.
In adolescenza tutto questo può esplodere in modo veramente deflagrante e terribilmente faticoso per il ragazzo, o la ragazza, e per chi ha intorno a cominciare dai genitori. Vivere in una doppia appartenenza senza averla scelta è faticoso, c’è il rischio di non riconoscersi da nessuna parte, tanto più nell’adozione internazionale.

 

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CONTRO VERSO / Shoah Party

Nel 2019, in 17 province, 25 ragazzi in buona parte minorenni hanno inventato e divulgato una chat inneggiante all’odio e al sesso. L’hanno intitolata “Shoah Party”.

Filastrocca dello Shoah Party

Faremo una gran festa
Filastrocca dello Shoah Party
con quello che ci resta.
Si chiamerà Shoah.
Vedrai che piacerà.

Ti muove nel profondo
è la più antica del mondo.
L’odio scava, e stupisce
per come ci riunisce.

Ci sarà una gran torta
stravista e stracotta.
Avrà per ingredienti
pianto e stridor di denti.

Perché si sa, i diversi
sono tutti perversi
a starli ad ascoltare
rischi di non odiare.

Pensa agli handicappati
ai negri, ai neonati.
Pensa a tutte le schiave:
che tacciano, da brave!

Pensa certo agli ebrei.
Stimarli? Non potrei.
Come coi musulmani
mi prudono le mani.

Ti sto seduto accanto.
Che c’è? Ti vedo stanco.
Hai forse il rifiuto
di quello che hai goduto?
Pensa dunque a te stesso.
Vuoi essere diverso?
Ti consiglio di no
perché ti annienterò.

La notizia è emersa nell’ottobre 2019 quando i promotori dello “Shoah Party” sono stati messi sotto indagine dalla Procura di Siena. Nella chat si scambiavano immagini, battute, video che potremmo definire pornografici per i contenuti sessuali molto espliciti, anche pedofili, e che potremmo considerare ugualmente pornografici per i contenuti brutalmente violenti e discriminatori verso ebrei, musulmani, disabili, immigrati…

CONTRO VERSO, la rubrica delle cantilene indisponenti, le filastrocche con rime bambine rivolte al pubblico adulto, tornano su Ferraraitalia tutti i venerdi. Per vederle tutte clicca [Qui]

OMBRE E LUCI DELLA DIDATTICA A DISTANZA
Il vero fulcro è la relazione, la base per una didattica della vicinanza

In questi mesi la didattica a distanza (per i ‘congiunti’ DAD) sta suscitando un dibattito sulla scuola come forse non ce n’era da tempo, e questo per ragioni in parte organizzative – la campanella scandiva la giornata delle famiglie, non solo dei bambini e adolescenti – ma in grandissima parte di merito, di contenuto. Ci interroghiamo tutti insieme su che cosa debba essere la scuola, quale sia il suo compito, che rapporto ci sia tra relazioni e saperi, e tra conoscenze e competenze. Argomenti di un certo calibro, che provvisoriamente stanno appassionando anche i non addetti ai lavori. Nel distinguersi delle consuete tifoserie – attenzione che non si facciano ‘assembramenti’! – mi sembra più affollata la curva dei detrattori, e che gli accaniti sostenitori siano mossi o dalle precauzioni sanitarie (non riguarda la scuola in sé, ma tutti i luoghi dove andavamo in tanti, dal teatro allo stadio), o dall’idea che finalmente ci si possa concentrare sulle materie. Formata al dilemma del rabbino che vede perfettamente compatibili le opposte ragioni di marito e moglie, non so prendere una posizione unica e forse neppure mi importa, non avendo la responsabilità di orientare verso questa o quella soluzione. Sono persuasa che ancor prima della pandemia si sarebbe insegnato e imparato molto meglio in classi di 15 ragazzi invece che di 28, con strumenti aggiornati, ambienti idonei, insegnanti formati e forse mediamente un po’ più giovani. Alcune cose da fare per chi volesse far funzionare la scuola erano chiare anche prima. Ora si aggiunge lo spettro del Covid-19 e tutto si complica. Ci costringe, che lo vogliamo o no, a ragionare sulla didattica a distanza.

Le ombre. Diseguaglianze a più livelli.
In cima alla colonna, con il segno meno, sta la diseguaglianza nel possesso di strumenti e connessione, nella loro capacità d’uso e nel supporto che la famiglia può dare al figlio. Se al primo punto ha cercato di porre rimedio un fondo governativo, affrontare gli altri due è più difficile e non è neppure inedito; già prima i ragazzi ricevevano sollecitazioni diverse a seconda della famiglia in cui erano nati, ma adesso pesa di più, perché l’azione di riequilibrio affidata alla scuola è ridotta. Ci sono associazioni di volontariato che stanno organizzando progetti di aiuto ai compiti, naturalmente a distanza, per i bambini che ne hanno bisogno, ma non è mai finita.
Ancora nella colonna meno annoto la libera interpretazione che gli insegnanti possono dare del loro lavoro, il che ulteriormente amplifica differenze preesistenti. Come in ogni professione, anche in questa ci sono sempre stati insegnanti più o meno impegnati; da quando non si entra in classe c’è chi se la cava con qualche mail ai ragazzi, chiedendo di studiare da qui a lì, o caricando qualche video sul registro elettronico. Salta il controllo sull’effettivo lavoro svolto dal docente. Non mancano tuttavia quelli che hanno raddoppiato l’impegno, tra preparare materiale didattico, fare ricerche in rete, immaginare contenuti e modalità non scontati. I più solerti, gli appassionati, o semplicemente gli incaricati si adoperano affinché la scuola garantisca a ciascun allievo la disponibilità degli strumenti, o si metta in rete con servizi e associazioni per essere più vicina ai ragazzi.
Prosegue intanto il lavoro collegiale. Consigli di classe e riunioni si susseguono, come hanno sempre fatto, ma online. D’accordo, non è la miniera, ma rimanere connessi davanti a uno schermo per molte ore consecutive può essere stancante, chi lo sta sperimentando lo sa.
Una tra le principali critiche mosse alla DAD è quella di trattare bambini e ragazzi come contenitori da riempire e non come persone. Per affrontare il discorso in modo approfondito bisognerebbe almeno distinguere le fasce d’età a cui si fa riferimento: un bambino di 4 anni e un adolescente di 16 hanno bisogni e autonomie del tutto diversi. Anche dribblando questo argomento, occorre chiedersi se la DAD debba necessariamente essere fredda e nozionistica. Molti pensano di sì e perciò la rifiutano. Certo, se si ha in testa la scuola come pura trasmissione di informazioni, lavorare on line aiuta. Distilla il tempo trascorso insieme e impoverisce il residuo di relazioni che in aula si dà, anche non volendo, e da certi adulti è inteso come puro disturbo. Perché in aula ci sono gli sguardi, le risate e le boccacce, i bigliettini sotto il banco, insomma ci sono i corpi con le loro esigenze e tensioni. Il sottobosco di rapporti tra i ragazzi si nutre di intervalli, ore buche, smagliature della didattica e sopravvivere, qualunque sia il rendimento scolastico, è una componente fondamentale dello stare insieme ed è formativo e coinvolgente almeno quanto, per alcuni studenti molto più, di qualsiasi parola esca dalla bocca del docente. Tutto questo, irrimediabilmente, è perduto.
Non tutti gli insegnanti – io dico: per fortuna – la pensano così e, proprio perché i modi di procedere sono molti, non si fermano le incomprensioni scuola-famiglia. Ora più di prima ogni genitore può verificare di persona lo stile di lavoro di ciascun docente e criticarlo per una ragione o per l’altra. Quello che mai potrà essere condiviso è proprio il punto di equilibrio da raggiungere tra la trasmissione di contenuti e l’attenzione alle relazioni, tra raggiungere apprendimenti in sé e coltivare cittadinanza, tra valutare i risultati e valorizzare le persone, tra sommergere i ragazzi di compiti o lasciarli inattivi. Emanuela Garimberti, una brava insegnante di lettere bolognese, un bel giorno si è sfogata in rete con una mamma insistente, invadente, preoccupata solo di quante date e nomi la figlia sta imparando a memoria. La prof, dopo ampie argomentazioni, conclude: “Non sono arrabbiata, sono indignata e sono preoccupata (…) perché tua figlia, né migliore né peggiore di altri, né più simpatica, più distratta, più acuta o disorganizzata della media dei suoi compagni, tua figlia con il tuo esempio crescerà guardando alle differenze e ai problemi altrui sempre e soltanto a partire dal suo ombelico. E sono preoccupata perché a me toccherà, quando tutto questo finalmente sarà finito e me la troverò seduta di fronte nel banco, farle capire che c’è molto altro. Che dalle difficoltà altrui s’impara più che dalle videoconferenze. Perché da che mondo è mondo, dopo i bombardamenti, tocca sempre ricostruire”.

Le luci. Un particolare modo di riconoscersi.
Alla prova dei fatti la DAD ha evidenziato anche pregi imprevedibili. Uno spicchio di bellezza dipende dall’averla iniziata dopo che studenti e docenti si erano frequentati in carne e ossa, dunque non si trattava di iniziare una relazione ma di alimentarla. Ritrovarsi online è una soluzione emergenziale, in una fase drammatica, venata di nostalgia e desiderio per le lezioni – e la vita – in presenza. Tanti docenti hanno osservato, anche negli allievi ritenuti poco motivati, ogni sforzo per essere presenti. Dopo l’ebbrezza iniziale per la vacanza inattesa, mentre acquisivano consapevolezza sulla malattia, la scuola a distanza sta rappresentando per i ragazzi quel basso continuo che sorregge l’identità e non disperde relazioni e routine essenziali.
Nei racconti di amici e amiche insegnanti rintraccio vantaggi specifici, dati proprio dal fatto di vedersi attraverso uno schermo. Più di prima i bambini, i ragazzi si sentono guardati. Se è vero che “ognuno cresce solo se sognato” (D. Dolci), non è una cosetta da poco. Anche prima l’insegnante era in mezzo agli allievi ma non è detto che loro si sentissero oggetto di attenzione, anzi in momenti strategici facevano di tutto per evitarlo. In videoconferenza, se tutto funziona, vedono la propria faccia insieme a quelle degli altri e del prof, si guardano, sanno di essere guardati. In alcune piattaforme il volto di chi ha la parola si sposta, ingrandito, al centro dello schermo, impossibile sottrarsi all’attenzione. E se poi c’è un dispositivo per prenotare l’intervento si parla a turno e non sovrapposti, il che toglie naturalezza ma aggiunge possibilità, mentre – più o meno, ma era così anche prima – gli altri ascoltano. Con l’aggiunta che mettersi in coda è uguale per gli spocchiosi, gli esuberanti e i timidi ed è più difficile monopolizzare la lezione.
Con la didattica a distanza ci si vede da casa, l’insegnante entra nell’intimità dei ragazzi e loro nella sua. Si inquadrano tinelli e camerette, genitori, gatti, fratelli piccoli. Qualcuno si presenta in pigiama: provocazione, imbarazzo o un modo per dire sinceramente qualcosa di sé? Dipende, probabilmente, da come è costruita la scena e dal rapporto preesistente, il problema per me si ha quando gli insegnanti optano a priori per la mancanza di rispetto, senza farsi domande su quello che i ragazzi stanno cercando di comunicare. Mi raccontano lezioni di scuola superiore che sanno di maternage, ma quanto possono far bene ad adolescenti spiazzati dall’imprevisto! Dicono a ognuno: m’importa di te, perciò non mi disturba la tua sorellina che ci vuole salutare, la mamma o il papà che passa in fretta dietro le tue spalle. La scuola è a distanza, ma si è avvicinata alla casa e alla vita degli allievi. A loro volta i ragazzi sono ingordi di notizie sugli insegnanti. “Sa prof, abbiamo letto tutti i preferiti che ha sul desktop”. Gli studenti sono curiosi, i professori si svalutano inutilmente quando pensano di essere irrilevanti.
Faccio un passo in più. Con la DAD si entra in casa cioè nelle case, che sono tutte diverse. Le diseguaglianze c’erano anche prima, ma adesso si vedono meglio. Un conto è sapere che da Giovanni si vive in tanti in una casa inadatta, un altro è vedere che cosa significa per Giovanni studiare in una stanza piccola, dove sono sempre presenti tre fratelli, una nonna e un genitore a turno. Se in aula poteva sembrare equità trattare tutti allo stesso modo, può darsi che, entrando nelle case, equità diventi porre obiettivi alti, ma non disgiunti dalla vita e dalla storia dei ragazzi. Un’altra amica e ottima insegnante mi racconta di come raggiunge i più sfuggenti con telefonate mirate, per te che hai la maturità e non sai come prepararla, per te che non hai ancora il tablet e hai paura di essere tagliato fuori. Non dico che, date le condizioni contrattuali, il mestiere dell’insegnante debba essere questo – è sforare qualsiasi orario di servizio, davvero – ma tanti docenti lo stanno facendo, non per oblazione ma perché intendono così la loro professione.
Poi succedono piccoli fatti straordinari. A fine aprile alcuni quotidiani hanno raccontato di una maestra che ha allertato le forze dell’ordine perché, durante la lezione in terza elementare, ha sentito che nella casa di un alunno il papà maltrattava la mamma. Il bimbo non ha spento il microfono, sarebbe bello sapere se per scelta o per caso, e dispiace per lo spavento dei compagni, ma è fantastico che l’insegnante non abbia perso tempo.

Co-costruire conoscenza, anche online.
Io insisto, insisto sulla relazione e non penso alla didattica! Tanti bravi insegnanti sono stati scippati di ciò che nel tempo avevano costruito in termini di attività laboratoriali, apprendimento cooperativo, sottogruppi, coralità. La questione è seria. Non questo, ma altro in rete si può e si potrà fare, via via che ci si addestra, perché la lezione non sia necessariamente frontale o la comunicazione radiale, dal centro (insegnante) ai punti della circonferenza (gli alunni) attraverso i raggi, appunto. Molti bravi insegnanti lo stanno scoprendo poco a poco. Intanto hanno iniziato davvero, adulti e ragazzi insieme, a utilizzare la rete con competenza crescente. Si è scoperto che i nativi digitali possono essere imbranati come i loro genitori se si tratta di cercare, di selezionare e scartare, verificare fonti e cercarne altre. Fare ricerca, approfondire nel web sterminato, visionare incontri con autori, letture, spettacoli o film e poi discuterli assieme potrebbe diventare più semplice. Certo, non ignorando ciò che i ragazzi stanno vivendo. In questi mesi è diverso insegnare a Bergamo o a Ferrara; avere allievi con genitori infermieri, impiegati o improvvisamente disoccupati, qualche differenza la fa, ancor più perché entrando nelle case è più intenso il rapporto con le famiglie. Alcune indicazioni per un buon utilizzo della DAD si trovano in un  articolo di Stefano Stefanel, di cui riporto soltanto i titoli: “1) Dalle domande agli studenti alle domande degli studenti 2) Dall’interrogazione al colloquio colto 3) Dall’esperienza di classe all’esperienza personale 4) Dai compiti per casa ai compiti di realtà 5) Dalla verifica di quanto trasmesso alla ricerca della complessità: dal disciplinare al pluridisciplinare 6) Dal fare i compiti allo scrivere libri 7) Dalla penna alla tastiera 8) Dal segnalare libri (letture) al segnalare link 9) Dalla lingua madre al plurilinguismo 10) Dall’orario dei docenti all’orario degli apprendimenti”.
Gli enunciati suggeriscono un paradigma in parte attuabile anche in presenza e sicuramente agevolato dagli strumenti elettronici. Mi spingo a dire che potrebbe mutare il profilo richiesto al docente. Tenere la classe, ad esempio, che cosa significa online? I ragazzi non rinunciano ad essere provocatori – so di signorine che si presentano in reggiseno il giorno dell’interrogazione, con il prof terrorizzato di essere accusato di pedopornografia – ma posso pensare che le qualità personali per essere apprezzato dagli allevi non siano le stesse, quando ci si incontra in rete.
“Al di là degli spazi e degli orari, vorremmo che ci fosse una didattica di vicinanza, che non deve per forza essere fatta in presenza. La didattica di vicinanza è la condizione etica verso cui tutti dobbiamo andare”, ha affermato Daniela Lucangeli, docente di Psicologia all’Università di Padova e membro della task force governativa sulla scuola. “Il nostro fine è trasformare questa esperienza di apprendimento in una modalità non passiva, ma di comunità”.
Il difetto non starebbe quindi nello strumento, ma in come lo si utilizza. Secondo un modello mirato alla prestazione “che non mi convince affatto, né scientificamente né eticamente”, dice ancora la Lucangeli, “oppure un altro, che ricorda a ogni studente: ‘Svegliati, questa mattina siamo qui perché ci aspetta la seconda guerra di indipendenza. Come la affrontiamo? Vogliamo costruire insieme una mappa?’. Gli insegnanti hanno infiniti esempi di scienza psicopedagogica, ma c’è bisogno di una formazione che li renda consapevoli della differenza”.
La buona notizia è che i bravi insegnanti lo stanno facendo.
Ne cito una per tutti, Emanuela Cavicchi, ferrarese, che mi è cara per come fa scuola e per come scrive di scuola. Questo brano, tratto da un post più ampio, comparso sul suo profilo Facebook, è luminoso. “La pezza che ci stiamo mettendo, ed ognuno cuce la sua con quello che trova a disposizione, non riguarda quanto siamo bravi noi docenti a fare la scuola a distanza, quanto è ‘figo’ usare le nuove tecnologie e strumenti digitali, quanto siamo performanti a fare video, tutorial, produrre materiale da caricare, continuare a mettere voti, non perdere l’anno… Molti di noi ormai sono connessi ore e ore per partorire un topolino, dovremmo esserne ben coscienti ed evitare il narcisismo autoreferenziale. Non lo si fa, o non lo si dovrebbe fare, per il programma o per la nostra coscienza, ma perché non li vogliamo mollare. Niente sentimentalismi, non c’è una ragione più professionale di questa. Il punto non è perdere l’anno o perdere tempo, il punto è non perdere loro, non perderci noi stessi, non lasciare solo nessuno. Se l’approccio alla scuola è socializzante e relazionale, allora funziona anche a distanza, pur zoppicante. E non funziona se dobbiamo dibattere delle ore sul mettere dei voti e quali voti a foto sfocate e monche di compiti rovesciati. Funziona se le riceviamo, quelle foto sfocate e monche, perché intanto ci stanno provando, e sono entrati in contatto con noi. Funziona quando Julia ci mostra la sorellina in braccio, che vuole salutarci, Diana ci presenta il suo gatto, Andrea e sua mamma ci sorridono, seduti vicini, e si scherza sul ciuffo anti-gravità di Samir. Noi non perdiamo loro, loro non ci fanno perdere. Tutto il resto è noia, ma veramente”.

FAMILY NOW
La vita sospesa di ragazzi e genitori: per esempio una chat…

Come stanno i nostri ragazzi? Come stanno vivendo queste settimane di vita sospesa?

Fino a prima dell’epidemia la condizione degli adolescenti e del loro rapporto con gli adulti l’ho trovata ben rappresentata all’interno di un breve apologo raccontato dal romanziere americano D. F. Wallace. scomparso tragicamente nel 2008.
Il 21 maggio 2005 David Foster Wallace tenne un discorso ai neolaureati del Kenyon College, dal titolo Questa è l’acqua. La tipologia usata è quella dei commecement speech, cioè discorsi tenuti da personalità di rilievo ai neolaureati delle più importanti università americane: libere considerazioni sulla vita , sul destino, sulla cultura.
Il titolo This is water deriva dal breve racconto con cui prende il via il discorso:
“Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: «Salve ragazzi, com’è l’acqua?» e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: «Che diavolo è l’acqua?» (D. F. Wallace,Questa è l’acqua, Einaudi, 2008, p.140).
Il significato della storiella è che le realtà più usuali e quotidiane, spesso sono anche le più difficili da vedere, proprio perché ci siamo immersi fin dalla nostra nascita, come i pesci nell’acqua. Come la famiglia.
Come la famiglia nei giorni del coronavirus?

Insegno in un istituto di scuola superiore della città e, in questo periodo di lezioni sospese, continuo, facendo di necessità virtù, a mantenere i contatti con i genitori, pur a distanza, con uno strumento che in verità fino ad ora non avevo mai utilizzato: una chat sul cellulare.
Sono emerse considerazioni, suggestioni, riflessioni sui figli che fanno intravvedere ansie, paure, dubbi ma anche speranze, domande, attese di mamme e papà sulla vita dei loro ragazzi, per decreto affidati al caldo del nido famigliare in questi giorni di irreale relazionalità.
Eccone qui alcuna tra le più significative

AD ALCUNI MANCA…AD ALTRI MENO…
Papà di A.V. (classe quarta)
“I miei stanno bene…e nessuno dei due ha voglia di tornare a scuola”
Mamma di A.C. (classe seconda)
“Anche mia figlia sta bene, ma lei ha voglia di venire a scuola”
Mamma di N.B. (classe terza)
“I miei ragazzi hanno voglia di rivedere i loro amici e… alcuni insegnanti!”

GIORNATE PIENE DI…SOLITE COSE E DI PICCOLE GRANDI NOVITA’…
Mamma di E.T. (classe seconda)
“…se fuori fa freddo giocano a ping pong in casa, spostano il divano. aprono il tavolo in soggiorno, cosa che in altri tempi non sarebbe mai stata concessa…”
Mamma di F.L. (classe terza)
“F. se la passa abbastanza bene tra lezioni, play station e addirittura ha letto anche un libro! Alcune sere giochiamo a briscola come ai vecchi tempi…”
Mamma di A.G. (classe prima)
“A. mi dice che non si annoia e sta bene in casa…non è da lei…visto che voleva sempre uscire…mah!”

IL VECCHIO E IL NUOVO SI SOVRAPPONGONO…
Mamma di M.E.P. ( classe prima)
“Questa esperienza mi sta mettendo alla prova…la prima settimana a casa è stata tutta una discussione…adesso devo dire che sono stupita di M.E….mi sembra diventata più responsabile!”
Mamma di J.S. (classe seconda)
“…la cosa diversa è che ogni tanto mi chiede consigli sui compiti cosa che di solito non fa.”
Mamma di T.B. (classe terza)
“Mio figlio ormai non ci sopporta più perché gli stiamo sempre addosso…ma abbiamo riscoperto cose da fare insieme …qualche volta guardiamo anche un film! mai successo!”

TRA OTTIMISMO E PESSIMISMO
Mamma di E.S. (classe terza)
“…sarebbe comunque impossibile dire che va tutto bene…cerchiamo di volta in volta nuove strategie per farcela…”
Mamma di R.S. (classe quinta)
“aiutateci a sconfiggere questo virus… in ospedale abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti!”
Mamma di G.N. (classe quinta)
“I nostri ragazzi hanno una prova difficile da superare…hanno tanta fantasia, sono la nostra forza!”
Mamma di S.B. (classe seconda)
“Arrivo a sera con gli occhi e mente stanchi…comunque prof. se trova qualche appiglio interessante in quello che ho scritto lo usi pure!”
Mamma di C.L. (classe terza)
“Credevo potessero subentrare crisi di pianto: no cinema, no pizza, no amici, no moroso.. e invece devo ammettere che questi ragazzi hanno dimostrato carattere!”

Mentre scorro tutti i messaggi mi tornano nella mente i visi dei genitori che nei nostri incontri mensili avevano espresso la loro incredulità nello sperimentare l’indifferenza dei figli nei loro confronti tra pasti consumati frettolosamente e il silenzio impenetrabile su un mondo a loro precluso.
Adesso pare quasi che quel silenzio sia scappato fuori dalla casa, lungo le vie deserte, a riempire le piazze troppo grandi per quei due o tre passanti frettolosi che le attraversano, ignorando i superbi monumenti oggetto poco tempo prima di tanto ammirato interesse.
Non riesco a condividere l’affresco degli adulti dipinti nella Lettera agli adolescenti nei giorni del coronavirus di Matteo Lancini [puoi leggerla qui], psicoterapeuta, presidente dell’Associazione Il Minotauro di Milano, profondo conoscitore del mondo degli adolescenti. Secondo Lancini, questi adulti non si sono assunti le responsabilità necessarie a garantire ai figli ”un presente stabile e un futuro non troppo fosco”. O per lo meno, diciamo così, a livello di caratterizzazione generale del rapporto adulti/adolescenti, molte delle sue osservazioni sono chiaramente condivisibili; l’analisi dell’inadeguatezza del mondo degli adulti è corretta anche se spietata.

Ma poi ci sono le storie.Le storie personali di tantissimi genitori che non rientrano nelle statistiche dei vari osservatori, libri bianchi, ricerche a tema.
Ed ecco a tal proposito tornare alla mente una immagine dello straordinario film Jojo Rabbit di Taika Waititi, quella in cui il protagonista del film, un bambino di dieci anni appartenente alla Hitlerjugend, alla vista di quattro impiccati penzolanti sulla piazza della città, chiede: “Che cosa hanno fatto?”
“Quello che potevano”, risponde la madre.
Bene, questo verbo all’imperfetto detto dalla madre mi è rimasto dentro, anche se sul momento non ne ho ben capito il motivo. Certo, nel contesto della vicenda narrata era riferito a martiri che avevano fatto quello che era stato umanamente in loro potere per contrastare la follia del nazismo. Ma quell’imperfetto non poteva invece essere riferito anche a se stessa, a lei, come madre intendo? Non è sempre ‘imperfetta’ l’azione di ogni genitore?

Ricordiamo tutti il titolo del lavoro di Bruno Betthelheim, Un genitore quasi perfetto (Feltrinelli,1987), un libro che come pochi altri ha accompagnato generazioni di genitori nella riflessione sull‘importanza della realizzazione di una profonda comunicazione emotiva con i propri figli.
Insomma, leggendo e rileggendo i messaggi della chat dei genitori di questi giorni di forzato isolamento è come se la porta di casa che dà sulla strada di San Giovanni fosse per un po’ rimasta chiusa. La strada di San Giovanni (Italo Calvino, La strada di san Giovanni, Mondadori) è un racconto autobiografico di Italo Calvino, dove si narra delle visioni opposte della vita tra Italo e suo Padre, metaforicamente espresse dalla strada che, partendo dalla loro abitazione, portava, se presa verso l’alto, in campagna, luogo preferito dal padre, e invece verso il basso conduceva verso la città e la marina dove Italo cercava il suo mondo.

Cosa è successo? Cosa ha fatto chiudere la porta delle case?
E’ successo qualcosa che non era mai capitato prima d’ora e che ci fa vivere in una atmosfera irreale.
Come in un lugubre racconto, come in una favola antica, abbiamo visto con angoscia arrivare da molto lontano un essere misterioso e maligno, che ruba il respiro alla gente, seminando morte e paura nelle città. Le storie di tante persone vengono interrotte e anche i ragazzi non possono più continuare a incontrarsi liberamente, ma devono trovar rifugio proprio da dove simbolicamente erano appena partiti, per vedere di metter alla prova la loro vita.
Così, in attesa dell’arrivo del cavaliere che ucciderà la mortifera creatura, passano i giorni dei ragazzi, tutti dentro quella casa, fino a poche settimane sentita un poco stretta rispetto ai ricordi di quando erano bambini.
Certo, sono giorni con momenti di insofferenza e di fastidio, ma inaspettatamente anche di possibilità di ascolto e di ritrovo.

I problemi tra genitori e figli, se ci sono, rimangono, e dovranno essere affrontati prima o poi, se no si ripresenteranno sotto altre spoglie e in modo sempre più contorto. Ma come capita ai figli che si ricordano spesso di cose a cui noi lì per lì non abbiamo dato nessuna importanza, lo stesso succede adesso ai genitori rispetto ai figli: un sorriso, una partita a carte, un film guardato insieme… corrono veloci fin dentro l’anima, fanno bene dentro e cacciano la paura del buio. Quella paura di cui Freud ha detto:
“Il chiarimento sull’origine dell’angoscia lo devo ad un maschietto di tre anni che una volta sentii dire alla zia in una camera al buio: “Zia, parli con me, ho paura del buio”. La zia allora gli rispose: “ Ma a che serve? Così non mi vedi lo stesso”. “Non fa nulla – ribattè il bambino – se qualcuno parla… c’è più luce” (Sigmund Freud, Tre saggi sulla sessualità infantile (1905), in Italia: Boringhieri editore)

COVID-19 anni
(da una nuova giovane collaboratrice di Ferraraitalia)

Chi avrebbe potuto immaginare, quando il nostro unico problema era il Festival di Sanremo, che
di lì ad un mese il nostro paese si sarebbe trovato in una situazione del genere?
Non mi dilungherò a parlare dell’emergenza sanitaria, troppe piattaforme d’informazione
giocano a fare gli esperti e cadono nel ridicolo: d’altronde, quando si passa dal “disastro
mediatico” di Bugo e Morgan a problemi di minore importanza quali un’epidemia globale, la
confusione è comprensibile..
Quello che mi interessa è parlare di quello che per esperienza so e che sto vivendo.
La quotidianità si ferma e ci si ritrova catapultati in una realtà ovattata, nella quale ci si può
muovere soltanto se dotati di un permesso autocertificato.
Ho visto amici impazzire al pensiero di starsene segregati in casa, immobili, senza contatti,
ma non era proprio la mia generazione, la cosiddetta Generazione Z, figlia della tecnologia,
quella che stava perdendo sempre più il contatto umano?
Quello che riesco a vedere, che sinceramente mi rattrista, è quanto facilmente la gente
riesca ad annoiarsi quando è costretta a fermarsi. Il nostro mondo è veloce, rapido, dinamico, non
abbiamo tempo per pensare, riposarci, prenderci cura di noi stessi e ci lamentiamo, lamentiamo,
lamentiamo.
Quante volte ho sentito la frase “non ho neanche il tempo di respirare”. Eppure, adesso che
questo tempo ci è stato imposto con la forza, qualcosa da fare lo si deve trovare categoricamente,
altrimenti la testa va in giro e impazzisce.
Si trasgredisce, si fa finta che tutto sia normale, si va avanti come se nulla fosse, come se non vedendo il problema, questo non esistesse, o ancora meglio, scomparisse.
Continua a stupirmi l’abilità con la quale la nostra società, senza sforzo alcuno, riesce a creare un
suo ritratto perfetto: la paura non porta più all’azione ma all’ignoranza. Il problema che emerge da
questa situazione di quarantena è la mancanza di iniziativa e la incapacità di gestire il tempo, unite
al rifiuto di guardare in faccia il problema.
“Io so di scienza certa (tutto so della vita, lei lo vede bene) che ciascuno la porta in sé, la peste, e
che nessuno, no, nessuno al mondo ne è immune”, La Peste, Albert Camus. In quest’opera,la Peste, l’epidemia per eccellenza, la piaga che ha colpito l’umanità per secoli sparendo e ricomparendo più volte, non è altro che una metafora della Seconda Guerra mondiale. La spietatezza, la morte, l’indifferenza.
Al contrario di quella del capolavoro di Camus, la nostra epidemia è inequivocabilmente reale, ma sotto la sua faccia più superficiale, si nasconde una pandemia ben più infima e contagiosa: l’ignoranza. Nessuno al mondo ne è immune, è vero, ma se in questo momento di forzato riposo non possiamo uscire di casa, cerchiamo almeno una uia d’uscita da questa nostra, ormai solida, gabbia intellettuale.
E respiriamo.

Febbraio, tempo di migrazioni… Scolastiche

Febbraio, andiamo, è tempo di migrare. Sarebbe settembre per il Vate e per i suoi pastori, ma
ogni anno a febbraio, a seconda della data di scadenza delle iscrizioni scolastiche, si
danno i numeri delle migrazioni dalle medie alle superiori. È un rito a cui il Ministero
dell’Istruzione non si sottrae: tanti iscritti ai licei, tanti agli istituti tecnici, tanti agli
istituti professionali.
Una contabilità distributiva priva di pensiero. Si segnalano percentuali impercettibili di
crescita, rispetto agli anni precedenti, di questo liceo a scapito dell’altro, dell’istruzione
tecnica a scapito di quella professionale.
Cosa significhi tutto questo per il sistema formativo del Paese viene il dubbio che al
Ministero dell’Istruzione non abbiano mai sentito l’esigenza di domandarselo, quasi che a
contare sia la gara tra istituti scolastici ad accaparrarsi il maggior numero di iscritti.
Se i licei, nell’immaginario collettivo, o comunque nella gerarchia dei saperi su cui si fonda
l’istruzione nel nostro paese, costituiscono il top dell’offerta formativa, dovrebbe allarmare
che solo il 56 per cento, anziché il cento per cento degli studenti, in uscita dalla terza
media, li scelgano, ed essere preoccupati per quanto è destinato a perdere il 44 per cento
che ha optato per l’istruzione tecnica e professionale.
Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta di scelte che comportano vantaggi differenti.
Forse, se non fosse però, che nel sistema scolastico che ci teniamo dai tempi di Gentile, al di là
della loro qualità intrinseca, istruzione tecnica e istruzione professionale sono considerate
di serie B e di serie C. Diversamente, tutto sarebbe ‘luce’, vale a dire liceo, ma
oggettivamente non è proprio così.

Cosa spinge un giovane di tredici anni a scegliere un percorso scolastico piuttosto che un
altro? A quella età è difficile avere davanti a sé un chiaro progetto di vita: se il futuro è vago per gli
adulti, figuriamoci per un adolescente. E gli adulti che gli stanno accanto, dai
genitori agli insegnanti, con i piedi ben radicati nel presente, spesso disillusi, non sono i
migliori consiglieri di un giovane che deve decidere la propria strada.
Non si può fingere di ignorare che a condizionare le opzioni di un tredicenne e della sua
famiglia sia il peso che il sistema scolastico stesso ha esercitato nella sua esperienza di
studente. E non c’è consiglio di orientamento e prospettiva di occupazione qualificata che
possano contare.

Ciò che vale è la storia di successi e di insuccessi che ognuno si porta dietro. Se la scuola
che ha frequentato gli ha cresciuto la fiducia in sé e l’amore per lo studio o se, invece, di
entrambe l’ha deprivato sempre più.
Una storia che spesso è il prodotto non solo dei propri errori ma anche degli sbagli di una scuola
incapace di cambiare, imbrigliata nei propri schemi, nei propri stereotipi, nel manicheismo
per cui ai licei va chi ha voglia di studiare, chi riesce bene in tutte le materie, mentre per gli
altri ci sono gli istituti tecnici e la formazione professionale. Come se la voglia di studiare e
la riuscita in tutte le materie fossero una responsabilità individuale di ogni singolo studente
e non dell’intero sistema scuola e famiglia.

I numeri delle iscrizioni non ci dicono tutto questo, sono statistiche afone e soprattutto non
dicono del fallimento del nostro sistema scolastico spesso incapace di colmare carenze e
lacune, che costringe a scegliere come proseguire gli studi con troppo anticipo rispetto a
quanto avviene in altri paesi del mondo. Quando ancora non hai potuto misurare i tuoi
interessi e i tuoi talenti, costringendo a scelte in base ai talenti che hai dimostrato di non
possedere anziché di avere, e semmai la colpa non è neppure tua.
È dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso che da noi si parla, senza mai
concludere niente, di riforme della scuola. Riforme che in realtà non si sono mai volute
fare, perché sul significato dell’istruzione, sul diritto a realizzare se stessi nello studio e a
non essere umiliati da un sistema che ancora seleziona per censo e per storie.
Sulla fondamentale opportunità che l’istruzione costituisce per ogni persona per tutto l’arco della vita, non si è mai voluto ragionare seriamente.
Ora si sente balbettare di ‘istruzione gratuita per tutti’, ma non si sa con quali mezzi e con quale
convinzione. E prima ancora della gratuità economica occorrerebbe interrogarsi sul significato
della gratuità e della passione umana che dovrebbero pervadere di sé tutto il sistema
formativo del paese.

Una serata al My Dream

One Step Beyond (Madness, 1979)

Un sabato mattina del 1981, in una villetta alla periferia di Ferrara…

“Una manica di stronzi, questo siamo!” esclama Marco.
“Ma che dici… ci divertiremo vedrai” dice Ruggy.
“Cavolo, ma come abbiamo fatto ad accettare?” chiede Marco.
“Avevamo fumato” dico io.
“Dici che è stato per quello?” chiede Ruggy.
“Ovvio, è stato il pistone che hai portato tu. Ce l’eravamo appena fumato che poi è arrivata mia sorella… C’ha fatto la proposta che io nemmeno avevo capito da com’ero messo… Ma c’hai pensato tu a dirle subito di sì a nome di tutti… e vantandoti pure” dico io tra il polemico e il rassegnato.
“Ed eravamo tutti così ridotti in merda ieri sera?” chiede Marco.
“Sì… e poi mettici anche le tre bozze di Nastro Azzurro” risponde Ruggy.
“E tua sorella… dici che se n’è accorta?” mi chiede ancora Marco.
“No no non se n’è accorta, sennò lo saprei” rispondo io, anche se non ne sono tanto sicuro.
“Comunque le abbiamo detto di sì, e adesso siamo alla merda” conclude Marco.
Trascorrono alcuni attimi di pensieroso silenzio.
“Mannò dai che ci divertiamo” dice Ruggy con ghigno ottimista.
Marco è scettico, “Ci prenderanno per il culo a vita” dice con una smorfia.
“Certo che sei un rompicoglioni però!” sbotta Ruggy.
“Dovevamo inventarci una scusa” sospira Marco sempre meno convinto.
“Ormai è tardi ragazzi, io non mi tiro indietro… poi sarà pieno di gnocche!” dico io pensando già a Rosalba.
“Di tarde soprattutto… dobbiamo stupirle!” aggiunge Ruggy.
“Faremo una gran figura di merda, altroché stupirle” insiste Marco.
“Che palle Marco! Smettila che magari stasera si tira su qualcosa!” lo zittisce Ruggy…

Baggy Trousers (Madness, 1980)

Adesso torniamo indietro alla sera di venerdì:
Ci troviamo in taverna da me. Abbiamo mangiato pizza, bevuto birra e ci siamo pippati il mega cannone di Ruggy per digerire in perfetto relax. Nel frattempo abbiamo messo su un po’ di musica e stiamo tentando di fare la solita partita a Risiko del venerdì.
Il punto è che non siamo nella condizione più adatta a giocare alla guerra. “Peace and love” ripete Ruggy mentre sistema i suoi carrarmatini sulla Kamchatka, ha gli occhi lucidi e lo sguardo languido. Marco non smette di ridere, e ride proprio per il fatto che non riesce a capire perché ride. Io invece sto subendo un picco di sonnolenza acuta che mi fa straparlare, ho gli occhi chiusi anche se credo di vederci benissimo e penso di distribuire i carrarmatini nei miei territori… in realtà sono immobile, e sto bisbigliando con me stesso parole a vanvera in uno stato di torpore quasi catatonico.
È proprio in questo momento di eclatante fattanza che piomba in taverna mia sorella. “Ciao ragazzi, posso chiedervi un favore? Domani sera c’è una serata a tema al My Dream, io e i miei amici siamo tutti là. So che avete fatto una festa ska la settimana scorsa. Ci prestereste qualche disco dei vostri?” chiede.
Io e gli altri, dopo un attimo di comprensibile smarrimento, cerchiamo a fatica di riprendere quel poco di lucidità sufficiente a sviare eventuali sospetti riguardo l’assunzione di sostanze illecite – ma quando mai… – ed è proprio Ruggy il primo di noi a parlare. “Perché no, certo! Di dischi ska ne abbiamo un sacco… praticamente tutte le band noi ce l’abbiamo. Noi stessi siamo ska!” garantisce.
“Fantastico! Ce li avete i Madness?” chiede entusiasta mia sorella.
“Abbiamo Madness, Specials, Bad Manners, Selecter, tutto quello che vuoi!” rassicura Ruggy.
“Perfetto! Sentite, e se oltre a prestarci i dischi veniste anche voi? Mio fratello m’ha detto che eravate tutti vestiti ska alla vostra festa. Potreste vestirvi così anche domani sera…” propone mia sorella.
Prima che io o Marco riusciamo a dire qualcosa, Ruggy esclama: “Volentieri Rosy! Veniamo a farvi vedere come si balla lo ska!”
Mia sorella sorride soddisfatta poi punta il dito su di me, “Son sicura che se l’avessi chiesto a mio fratello avrebbe tirato fuori un sacco di scuse per non far niente… Fortuna che i tuoi amici son più gentili e disponibili di te, caro fratellone!” dice.
“Ma… non ho ancora aperto bocca” dico io, un po’ confuso in verità.
“Vabbè, allora siamo d’accordo. Domani fatevi trovare alla villa per le ventuno… e non dimenticatevi i dischi eh!” si raccomanda lei.
Non sono del tutto sicuro di cosa sia appena successo, “Viene anche Rosalba domani sera?” chiedo quasi senza pensarci.
“Credo di sì… viene col suo ragazzo!” risponde mia sorella, non senza malizia.
Alla fine saluta tutti e ringraziandoci un’ultima volta se ne va…

Come detto, questo accade la sera precedente!

Night Boat To Cairo (Madness, 1979)

Ora siamo di nuovo a sabato, durante la discussione iniziale:
Sono le undici del mattino, ci troviamo tutti e tre sempre in taverna e siamo in seria difficoltà.
Stiamo decidendo una volta per tutte se andare o inventarci una scusa per non andare.
Gli ultimi dubbi ce li toglie proprio mia sorella che si palesa in taverna come la sera prima. “Ciao ragazzi! Ieri sera ho parlato di voi alle mie amiche… non vedono l’ora di conoscervi e di vedervi ballare lo ska!” dice.
Mia sorella, fresca ventiseienne, ha appena concluso il suo capolavoro di persuasione. In fondo, convincere tre adolescenti allampanati e con gli ormoni sempre all’erta a fare qualcosa, promettendo un bagno di fi… di folla, è un po’ come attirare un orso verso il miele: un giochino dall’esito scontato.
Così ci guardiamo in faccia e ci ripromettiamo di mantenere l’impegno preso senza più riserve.
Prima d’uscire mia sorella s’avvicina e mi dice: “Apri un po’ la finestra che c’è ancora odore d’erba da ieri sera… Se entrano il papà o la mamma, si sballano pure loro!”
“Va bene!” faccio io mentre le mie orecchie prendono improvvisamente fuoco.
“Allora se n’era accorta…” osserva Marco dopo che mia sorella se n’è andata.
Improvvisamente si spalanca di nuovo la porta. Stavolta appare mia nonna, saluta i miei amici, si guarda attorno e dice: “Cus’el st’udor? Am par origan!”
“Esatto nonna! È l’origano delle pizze di ieri sera… ne abbiamo messo così tanto che quello che è avanzato ce lo siamo fumato!” rispondo io prontamente.
Finalmente usciamo anche noi tre, appena fuori scoppiamo a ridere…

– Da quel giorno mia nonna si convinse che l’origano si poteva fumare come il tabacco ed io, vigliaccamente, non le ho mai detto che avevo soltanto fatto una battuta –

Quel sabato sera, al My Dream, esordimmo ballando lo ska sulle note dei dischi che avevamo portato. Vestiti con giacca e pantaloni neri a tubo, camicia bianca e cravattino sottile, scarpe lucide, occhiali scuri alla blues brothers e cappellino pork pie, ci muovevamo saltando a ritmo come dei veri rude boys.
Con nostra grande sorpresa l’esibizione fu assai apprezzata. Fummo sommersi di complimenti e alla fine anche gli amici più imbalsamati di mia sorella, divertiti dalla nostra performance, vollero conoscerci e offrirci da bere.
Inutile dire che, delle numerose tarde presenti nel locale, sorrisi a parte, non ci filò assolutamente nessuna.
Era ormai notte fonda quando tornammo a casa in sella alle nostre vespe. Eravamo stanchissimi, mezzi ciucchi di gin tonic e cuba libre bevuti a sbafo, col due di picche scritto in faccia e tuttavia soddisfatti di noi stessi.
Nessuno dei nostri amici seppe mai veramente cosa fossimo andati a fare quella volta al My Dream. “Eravamo curiosi e ci siamo intrufolati…” dicemmo a tutti, “Il posto sarebbe carino, ma è pieno di trentenni e passa… Decisamente un locale di vecchi!”

In fondo era proprio questo il bello d’avere diciassette anni…

Our House (Madness, 1982)

L’autoesclusione, un malessere emergente

Pochi giorni fa un giovane ragazzo di Torino si è lanciato dalla finestra del quinto piano dopo che la madre aveva minacciato di togliergli il computer, che a quanto pare era rimasto il suo unico contatto con il mondo esterno, da quando, alcuni mesi prima aveva deciso di non andare più a scuola.
Dalle prime notizie pare trattarsi di un hikikomori. Il termine che si può tradurre come autoescluso, è stato coniato in Giappone nel 1998 da Saito Tamaki, direttore del dipartimento psichiatrico dell’Ospedale Sofukai Sasaki, ed indica sia la malattia sia chi ne soffre.
Perché è una vera e propria malattia, quella che porta i giovanissimi a rintanarsi letteralmente non solo in casa, ma addirittura nella propria camera da letto, dove trascorrono le giornate leggendo, usando il computer, e da dove non escono nemmeno per mangiare. E’ l’unico modo che questi soggetti hanno per evitare la società, vissuta come un pericolo, una minaccia.
Si tratta di un fenomeno nato in Giappone dove la società esercita una forte pressione alla realizzazione sociale, di fronte alla quale i giovani provano molta paura di non riuscire a soddisfare le aspettative che vengono riversate su di loro, e che genera un sentimento di vergogna e di inadeguatezza di fronte alla consapevolezza di un loro possibile fallimento.
Un fenomeno complesso e ancora poco conosciuto che, come isola, va isolato.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Occorre filosofia

Ai giovani non resta che prendere la vita con filosofia, visto che non siamo in grado di offrirgli un futuro. A questo intende provvedere il ministro dell’istruzione introducendo l’insegnamento della filosofia negli istituti tecnici e professionali. La divisione di classe gentiliana perpetuata dal nostro sistema formativo fino ai giorni nostri, passa anche attraverso questa discriminazione.
La riflessione filosofica come modalità specifica e fondamentale della ragione umana”, così sta scritto nelle Indicazioni nazionali per i licei, evidentemente non era considerata necessaria a chi è destinato a ruoli subalterni nel mercato del lavoro. Pare che fior fiore di manager da Sergio Marchionne a Rupert Murdoch siano laureati in filosofia.
Ma l’introduzione della filosofia nel curricolo di tecnici e professionali non nasce per fare giustizia di un anacronistico sistema ancora articolato nella luce degli otia studiorum e le oscurità dell’avviamento al lavoro.
Nel 1970 “Fortune 500”, la rivista che pubblica la lista delle maggiori imprese a livello mondiale, citava lettura, scrittura e aritmetica come abilità richieste dal mercato del lavoro, soppiantate nell’edizione del 1999 dal lavoro di squadra, risoluzione di problemi e abilità interpersonali.
Il mercato del lavoro ha bisogno di scuole in grado di sviluppare queste competenze e allora, a vent’anni di distanza, il ministero dell’istruzione scopre che la filosofia, se fatta bene, è un potente strumento per imparare a ragionare, a pensare con la propria testa, a non essere dei semplici esecutori, e, quindi, ne decreta l’ingresso tra le discipline degli istituti tecnici e professionali.
Ben venga, anche se avremmo preferito che le ragioni fossero più nobili e che si smettesse con questo vizio tutto italico di procedere per toppe e aggiustamenti senza mai avere una visione organica, di insieme del sistema formativo. Anche perché gli interventi che si stanno mettendo in campo, dalla riduzione del curricolo delle superiori a quattro anni, alla riforma dell’esame di stato, elemento quest’ultimo a cui in Francia Macron intende legare il nome del proprio governo, fino all’ultima decisione di estendere l’insegnamento della filosofia, sono interventi destinati ad incidere in profondità sul sistema di istruzione del nostro paese.
Viene naturale chiedersi, a questo punto, che senso abbia continuare a mantenere in piedi un sistema formativo ancora distinto in licei, istituti tecnici e professionali, quando, tra l’altro, per attirare più studenti, i licei tendono a tecnicizzarsi e gli istituti tecnici a liceizzarsi.
Un modello di istruzione pubblica fondamentalmente ancora radicato nella rivoluzione industriale che lo ha generato, quando il mercato del lavoro apprezzava puntualità, regolarità, attenzione e silenzio sopra ogni altra cosa, non certo autonomia, capacità di iniziativa e di risolvere in modo creativo i problemi.
Quello delle nostre scuole è ancora un sistema da catena di montaggio, dove gli studenti sono trattati come materiali da elaborare, programmare e testare.
Il modo in cui si apprende nelle nostre scuole non è quello per cui siamo stati progettati, la selezione naturale ci ha progettati per risolvere i problemi e capire le cose che fanno parte della nostra vita reale.
Ciò che conta è la formazione del pensiero, l’abitudine ad usare la mente fin da subito, essere padroni del ragionamento, apprendere a formulare le domande che nutrono la curiosità.
Insegnare a pensare è l’arte maieutica, senza voler scomodare Socrate, per cui viene spontanea una seconda domanda.
Se l’insegnamento della filosofia è così importante per formare al pensiero libero anziché condizionato dagli standard scolastici, perché non iniziarlo prima, quando la mente è più reattiva?
Nel Regno Unito e in Irlanda è in aumento il numero delle scuole che sperimentano con successo l’introduzione della filosofia già nella scuola elementare: aiuta a sviluppare le abilità matematiche e di alfabetizzazione, anche negli studenti più svantaggiati. E così i dicasteri dell’istruzione d’Oltremanica hanno rimesso in discussione il dogma che annovera la filosofia tra le materie specialistiche, destinate ai ragazzi più grandi.
Da noi non mancano esperienze importanti come quella raccontata in “I bambini pensano grande” dal loro maestro Franco Lorenzoni e quelle di alcune scuole romane che hanno portato la filosofia tra i banchi delle elementari.
Sull’incontro tra la filosofia e gli adolescenti esiste un’ampia letteratura da “Il mondo di Sofia” di Jostein Gaarder a “Etica per un figlio” di Fernando Savater.
Altra cosa è portare la filosofia dal liceo alle elementari. La sfida vera è questa.
Del resto sarebbe sufficiente interrogarsi sul perché a un certo momento della sua vita Wittgenstein decide di andare a insegnare alle elementari. Forse sentiva il bisogno di confrontarsi proprio là dove i modi di pensare prendono forma.
Insegnare a pensare con la propria testa. Di questi tempi, nulla sembra più rivoluzionario.
Sarà davvero un nuovo giorno quando chiedendo a un bimbo delle elementari cosa ha appreso a scuola egli risponderà: “In classe ho imparato a pensare”.

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Separati in casa nella società degli adulti

Adolescente è colui che si sta nutrendo e adulto colui che si è già nutrito. Pare che il tempo per nutrirsi si sia dilatato e che i nostri ragazzi non abbiano fretta di diventare adulti.
A stupire però non sono loro che non vogliono crescere, ma soprattutto gli adulti che identificano l’adultità con il sesso, il bere, la guida dell’auto e il lavoro.
Non è che forse ai nostri adolescenti questa modalità d’essere adulti non li attragga poi più di tanto?
Forse “millennial” e “iGeneration” hanno un’idea diversa di come si diventa adulti. E poi cos’è questa fregola che sta prendendo noi adulti che pretenderemmo di restare giovani, ma poi escogitiamo nuovi modi perché i giovani diventino adulti prima. Allora accorciamo il tempo di parcheggio negli studi per farli diventare grandi subito, per inserirli in una società che non ha spazio per loro. Con un bell’ossimoro rendiamo obbligatorio il volontariato così crescono nella coscienza civile che noi non abbiamo. Facciamo di loro quello che abbiamo in mente noi e non quello che loro vorrebbero per sé. In materia di crescita continuiamo a sbagliare, nonostante anche noi si sia passati attraverso la crescita, ma tutte le volte è diversa, è un’altra cosa, il tempo scombina sempre tutto e tocca ricominciare da capo.
Per un adulto a guardare l’infanzia e gli adolescenti è sempre uno stupore, è sempre meraviglia e per fortuna è così, è l’antidoto alla nostra arroganza, quella che la storia dell’educazione ha ben conosciuto e resta a testimoniare.
Ogni età ha la sua dignità e mai deve perderla, l’adolescenza, la fanciullezza come l’adultità. Ognuno ha il dovere di testimoniarla nell’attenzione e nel riconoscimento reciproco. È proprio non riconoscere l’infanzia e l’adolescenza alla pari dell’adultità che produce la più grande disumanizzazione delle età su cui si costruisce il futuro di ogni persona e del suo essere sociale.
Non c’è nessun animale, neppure i più antropomorfi, che abbia luoghi specifici deputati all’addestramento dei propri cuccioli che crescono e apprendono nel gruppo e con il gruppo, i cuccioli dell’uomo, invece, dal gruppo vengono allontanati per essere rinchiusi in riserve che chiamiamo scuole. È peculiare solo degli umani. Nelle scuole li addestriamo e poi quando diventano più grandi, degli adolescenti, non li riconosciamo più. È nella riserva che divide, che emargina dal gruppo degli adulti che poi crescono i comportamenti di ribellione o di compensazione verso la frustrazione dell’esclusione, che poi noi chiamiamo bullismo, devianza o altro ancora, perché non previsti dalla nostra idea di addestramento.
Abbiamo bisogno di scuole sempre più aperte e sempre meno chiuse, di scuole sempre più senza mura e sempre più oltre le mura, ma noi crediamo che le nostre idee su educazione e istruzione debbano continuare a funzionare così come sempre, perché le scienze ci hanno rivelato i segreti dell’infanzia e dell’adolescenza e ora siamo capaci di dialogo e di comprensione, anche se dalle infanzie e dalle adolescenze continuiamo a difenderci.
La nostra società è ancora fondata sulla gerarchia che va dai piccoli ai grandi, ma l’uomo e la donna grandi o piccoli che siano non ci sono, li abbiamo perduti, esistono solo come figure sociali: studenti e lavoratori, se c’è il lavoro, esistono soprattutto come consumatori e come utenti.
Fermarsi a pensare all’umano non usa più. Neppure più lo fa la politica. È la nostra dimensione di vita che non trova spazio. Non ci serve conoscere, se non aiuta a recuperare la dimensione delle nostre esistenze. Non c’è nessuno che se ne occupi. Forse stiamo sbagliando a leggere il populismo. Forse ciò che la gente chiede alla politica è che ritorni ad occuparsi di ognuno di noi o che per lo meno consenta a noi stessi di occuparci di noi.
La politica la vorremmo sentire vicina, nelle nostre città, non lontana in un luogo remoto del mondo, capace di suggerirci come reiventarci una vita umana degna di questo nome, d’essere vissuta, la politica del bene maggiore anziché del male minore che ci sta soffocando.
E quale adolescente non sarebbe ribelle a scoprire che ogni giorno sui banchi di scuola lo stanno predisponendo per una società che non lo comprende. L’infanzia e l’adolescenza delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi sono distolte dalle nostre vite quotidiane. Chi se ne occupa? Scuola e famiglia hanno fallito, si rimbalzano le responsabilità, intanto le giovani generazioni continuano a vivere da separati in casa nella società degli adulti. Oltre alle scatole che li contengono dalla scuola alla casa, dalla palestra all’oratorio non c’è posto per loro, non è previsto per loro altro ruolo sociale che l’addestramento nei luoghi e con gli adulti a questo deputati. In quelle ore non si vedono per le strade, se ve n’è qualcuno è solo perché sfuggito al serraglio. Li abbiamo persi di vista i nostri ragazzi, in casa non si raccontano e a scuola ce li raccontano che non li conosciamo.
Forse non sono altre ricette che abbiamo bisogno di inventarci per trattare con l’infanzia e con l’adolescenza, con i loro problemi e con quelli che ci creano. Quello di cui avremmo urgente bisogno è di inventarci un’altra società che preveda infanzia e adolescenza e non la crescita zero, una società in cui sia possibile vivere insieme ai ragazzi e alle ragazze, grandi e piccoli che siano, dove non sia necessario farseli raccontare, dove non sia necessario essere informati su di loro da qualcuno, delegare la loro vita agli altri, ma vedercela crescere accanto mentre lavoriamo, quando siamo per la città, quando facciamo cultura e quando ci svaghiamo.
Ormai è più la gente che gira con un cane a guinzaglio di quella che esce dialogando con un bambino o una bambina, con una ragazza o con un ragazzo.
Con tutti i nostri progressi in campo educativo, con tutta la nostra sensibilità pedagogica avremmo bisogno di istituire un assessorato al coinvolgimento, alla partecipazione e alla responsabilizzazione sociale dei nostri giovani, bambine, bambini e adolescenti, un assessorato che dia loro spazio e futuro, che ne garantisca un ruolo riconosciuto che non sia solo quello dei banchi di scuola. Forse saremmo in grado allora di pensare una società e una città diverse e di condividere un mondo che fino ad oggi ci sembra estraneo: quello dei nostri figli.

IL DOSSIER SETTIMANALE
L’età dell’oro della nostra vita: la giovinezza

“Tu sei giovane come la tua fede e vecchio quanto il tuo dubbio, sei giovane come la confidenza in te stesso vecchio quanto le tue paure; giovane come le tue speranze e vecchio quanto il tuo abbandono. Fin quando il tuo cuore riceve messaggi di bellezza, di gioia, di coraggio, di prudenza e di potenza, sia dalla terra, sia dall’uomo, sia dall’infinito… tu sei giovane.  Quando i fili sono tutti recisi e il tuo cuore è ricoperto dalla neve del pessimismo e dal  ghiaccio del cinismo, allora tu sei vecchio davvero e il buon Dio abbia misericordia della tua anima”.

Da “quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia” di Lorenzo il Magnifico ad Albert Bruce Sabin, sopra citato, in tanti hanno cantato la bellezza dell’età dell’oro della nostra vita: la giovinezza. Hanno cercato di coglierne i tratti indefiniti, gli slanci e le passioni che portano i giovani a volare o a sprofondare negli abissi. Il momento in cui tutto sembra possibile e, pur tra mille paure, ci si sente padroni del mondo.
Il giovane ha tutta la vita davanti, quel che ne farà poi lo definirà, in futuro, come uomo o donna. Anche il nostro giornale ha più volte raccontato storie di giovani: impegnati nella cultura o nel massacro dei propri genitori, attivi nel sociale o morti, innamorati, in un campo di concentramento. In questo dossier settimanale abbiamo raccolto alcune delle storie più rappresentative dell’essere giovani, ieri e oggi.

LA BELLA GIOVINEZZA. IL DOSSIER SETTIMANALE N. 13/2017 – Leggi il sommario

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