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ANCH’IO BALLO CON SANNA MARIN
Ma non svenda a Erdogan la pelle dei Curdi

 

Sanna Marin è la premier della Finlandia. Non ha ancora 37 anni, ed è madre di una bambina di 4. Già questo basta a renderla una marziana per un paese di vecchi patriarchi ammuffiti.

In (sicuramente non casuale) concomitanza con la richiesta della Finlandia, paese storicamente neutrale, di aderire alla NATO per avere un ombrello di protezione contro la minacciosa Russia di Putin, una manina ha diffuso un video di una festa privata nella quale Sanna Marin balla e canta, probabilmente alticcia.

Se una donna di 37 anni sana e finlandese non sbevazzasse, non cantasse e non ballasse in una festa tra amici intimi che fanno le stesse cose, ci sarebbe da chiedersi che problemi ha. Sociopatia? Depressione? Invece il mondo si è interrogato sulla sua affidabilità e serietà, ovviamente. Del resto, gettare una palata di fango sulla sua reputazione era esattamente lo scopo di chi ha diffuso quel video. La Russia nelle mani di un ex funzionario del Kgb è maestra in queste cose, come in altre attività a maggior tasso criminale.

Nel contempo è scattata anche la solidarietà mondiale per la premier, che nell’epoca dei social non costa nulla. Basta dire “io ballo con Sanna”, girare un video in cui fai due mosse e hai già fatto bella figura. Bene, anch’io ballo con Sanna.

Però le faccio anche un appello – virtuale, ovviamente: non mi leggerà. Non consegni lo scalpo dei Curdi a Erdogan, in cambio della non opposizione del despota turco all’ingresso della Finlandia nella Nato. E’ notorio che Erdogan, dittatore di una Turchia (membro Nato) che potrebbe mettere il veto all’adesione di Finlandia e Svezia alla medesima, non opporrà il veto solo in cambio di una contropartita. E la contropartita è che Finlandia e Svezia la smettano di accogliere perseguitati curdi, primo; e favoriscano l’estradizione di quelli che già ospitano, secondo.

Sul primo favore temo ci sia poco da fare: la Scandinavia non sarà più terra di rifugio per i curdi (popolo senza nazione perseguitato da diversi nazionalismi, in primis quello turco) che si oppongono ai dittatori. Sul secondo favore, mi appello alla sensibilità di due donne in politica (Sanna Marin e Eva Andersson, premier svedese) sperando che, appunto, non ragionino nè agiscano come gli uomini. Perchè sono donne, perchè (se vogliono) danno la vita, perchè il dato biologico possa prevalere sull’istinto di morte che guida le menti dei maschi alle prese col potere.

Non è facile. E’ una prova molto dura. Possiamo solo immaginare il tipo di pressione alle quali sono sottoposte dentro una situazione simile. Però hanno voluto la bicicletta, e adesso devono fare un gran premio della montagna. Il memorandum trilaterale Turchia – Finlandia – Svezia che i rispettivi ministri degli Esteri hanno appena firmato al vertice Nato di Madrid, purtroppo non induce all’ottimismo. Anzi, la sua lettura integrale fa venire i brividi (qui).

Al punto 5 di questo documento di tre pagine, Svezia e Finlandia confermano che le principali organizzazioni politiche curde, tra cui il PKK, sono da considerare terroristiche. Al punto 6 Finlandia e Svezia scrivono che nei rispettivi paesi stanno per entrare in vigore norme più severe contro il terrorismo, comprese norme che puniscono con sanzioni specifiche il “pubblico incitamento” ad attacchi terroristici (qui si sente puzza di legislazione di emergenza contro una minaccia che in questi paesi non ha mai suscitato un simile allarme; per capirci, non siamo nell’Italia degli anni settanta e ottanta).

Il terzo alinea del punto 8 di seguito gela il sangue: “Finland and Sweden will address Turkiye’s pending deportation or extradition requests of terror suspects expeditiously and thoroughly, taking into account information, evidence and intelligence provided by Turkiye, and establish necessary bilateral legal frameworks to facilitate extradition and security cooperation with Turkiye, in accordance with the European Convention on Extradition.” Traduzione: “Finlandia e Svezia indirizzeranno le richieste pendenti di estradizione da parte della Turchia per sospetti terroristi speditamente e minuziosamente, considerando le prove, le informazioni e le notizie riservate messe a disposizione dalla Turchia, e stabiliranno necessarie strutture legali bilaterali per facilitare l’estradizione e la cooperazione di sicurezza con la Turchia, in accordo con la Convenzione Europea sull’Estradizione”.

Dove sta scritta la possibilità di controllare in maniera autonoma e indipendente le informazioni che provengono da fonte turca? Da nessuna parte.

Agli alinea seguenti è scritto che Finlandia e Svezia proibiranno ogni attività di finanziamento e reclutamento per il PKK e per le altre organizzazioni terroristiche; così assumendo il punto di vista turco, secondo il quale tutti i movimenti che si oppongono a Erdogan sono per definizione terroristici. Infine, una ciliegia al veleno: Finlandia e Svezia “si impegnano a supportare il massimo coinvolgimento possibile della Turchia e di altri Alleati non facenti parte dell’Unione Europea nelle attuali e future iniziative della Policy di Difesa e Sicurezza dell’Unione Europea, inclusa la partecipazione della Turchia nella PESCO (cooperazione integrata militare, la famosa “difesa unica europea”).”

Il sito bufale.net sostiene che sia esagerato dire che Sanna Marin ha regalato a Erdogan la pelle dei Curdi. Erdogan intanto ha dichiarato (leggi qui) che non opporrà veto all’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato solo se esse manterranno le promesse (lui le chiama così, tanto per capirci) di estradare 73 presunti terroristi. Altrimenti, picche. E questa non è una bufala.

A ciascuno le conclusioni. Spero che le organizzazioni indipendenti internazionali, a partire da Amnesty International, tengano accesi i fari su quello che appare a tutti gli effetti come un pactum sceleris, in nome della real politik. Io credo che in questo caso Sanna Marin e Eva Andersson, che rischiano di essere lasciate sole davanti a questa schiacciante responsabilità, non dovrebbero considerare Amnesty come un fastidioso grillo parlante, ma come un alleato.  Sanna e Eva, non svendete la pelle dei Curdi al dittatore.

BUFALE & BUGIE
11 settembre, il complotto dei media

Se vuoi ridicolizzare chi problematizza una narrazione, svia l’attenzione su questioni secondarie e fingi di indagarle. Ti allontanerai così dalla questione iniziale!

Deve saperne qualcosa “Mamma Rai”, se lo scorso 11 settembre ha trasmesso sul secondo canale il documentario dal titolo “11/9 Verità, Bugie e Cospirazioni”, curato da Rai Documentari. Un reportage che nella presentazione promette di indagare sui dubbi che avvolgono quella giornata americana, ma che nel suo svolgimento si dimentica di farlo. La prima metà della trasmissione finge di porsi domande sulla verità riguardante gli attentati, grazie alle quali le posizioni non combacianti con la versione ufficiale vengono già obliquamente derise: possiamo fidarci, o si trattò di un “complotto internazionale” – come se fosse necessario il coinvolgimento di intere Nazioni – ? E attraverso la presentazione degli “autoproclamati paladini della verità”, persone che hanno sollevato dubbi, vengono sciorinate le cosiddette “teorie alternative”, in un gran calderone confusionario, frutto dello “scetticismo popolare”. La rete, afferma la voce fuori campo, “favorisce la diffusione di queste teorie”, e “dal 2001 le teorie complottiste sono state smentite dagli esperti”. Se le asserzioni precedenti potevano essere accettate, perché non smentibili, quest’ultima è invece certamente falsa. Proprio dal 2001, infatti, la narrazione comunemente accettata si è confermata non veritiera. Il documentario si appresta a tirare in ballo “una delle più diffuse riviste di ingegneria degli Stati Uniti, Popular Mechanics”, difensora della versione fornita dal governo; ma nulla si dice dell’organizzazione Architects & Engineers for 9/11 Truth, formata da migliaia di persone del mestiere, che con metodo scientifico hanno dimostrato [vedi qui] l’impossibilità fisica del crollo delle Torri Gemelle a opera degli aerei di linea: la spiegazione tecnica più probabile è la demolizione controllata – identico discorso per il Wtc7 – . E piuttosto che esaminare i risultati degli studi portati avanti dal 9/11 Consensus Panel, la seconda metà del documentario si avventura nell’approfondimento degli errori commessi da chi doveva vigilare e dei tentativi di insabbiamento. In tal maniera, non viene spiegato [vedi qui] che i cosiddetti dirottatori non erano saliti su quegli aerei e non erano in grado di compiere le manovre impossibili registrate, o che le telefonate di chi era a bordo non potevano essere effettuate da quei velivoli in quel momento, o che il Pentagono non poteva essere colpito da un Boeing in quel modo, o che a Shanksville non cadde alcun aereo.

Invece di far parlare i fatti, mostrando rispetto per coloro che vissero la tragedia, la trasmissione ha preferito complottare con ipotesi su cosa si nascondesse dietro gli attentati avvenuti. La messa in luce delle semplici questioni tecniche, incompatibili con la storia solitamente raccontata, è però più rilevante delle possibili questioni geopolitiche, sulle quali certezza scientifica mai può esserci.

BUFALE & BUGIE, la rubrica di controinformazione di Ivan Fiorillo esce ogni mercoledì su Ferraraitalia. Per leggere le puntate precedenti clicca [Qui]

LA SCOMODITA’ DI ISRAELE

“Hashanà haba’a b’Yrushalayim” (L’anno prossimo a Gerusalemme) è il saluto augurale che per secoli si scambiavano gli ebrei della Diaspora. E chiunque sia stato a Gerusalemme racconta un’esperienza che poco a che fare con il turismo. Negli occhi, nel cuore, nella memoria, la Città Santa ti rimane dentro, ti segue per il resto della vita.

Veduta di Gerusalemme

Gerusalemme, centro pulsante delle tre grandi religioni monoteiste – sorelle, perché figlie del medesimo padre, ma nemiche nella storia e sporche di molto sangue – è anche la capitale del nuovo Stato di Israele (la Terra promessa alla fine raggiunta) e l’ombelico di un Medio Oriente che da molti decenni conosce solo la guerra.
Parlare di Israele, soprattutto: farsi ascoltare, cercare di discutere con animo libero da pre concetti e pre giudizi, non è solo un argomento ‘scomodo’ ma un esercizio rischioso. Per questo, quando l’amica e collaboratrice di
Ferraraitalia Laura Rossi mi ha inviato questo suo intervento (polemico? Sì, penso si possa definirlo così) si è detta pronta a ritirarlo se la sua pubblicazione mi avesse creato qualche imbarazzo. Eppure, se un piccolo giornale può dare un minimo contributo alla causa della pace (Peace Now) è proprio di non evitare i discorsi scomodi, di affrontare anche gli argomenti pieni di spine, di uscire dagli schieramenti ideologici preconfezionati. Prendendosi anche qualche rischio. Ma può esistere una stampa libera senza coraggio e senza rischi?
Parlo per me – altri la pensano diversamente – non riesco a trovare alcuna giustificazione (nella storia, nella morale ma anche nella ragione e nella ragionevolezza) alla politica espansionista e imperialista della Destra israeliana al potere e del suo campione Bibi Netanyahu. I nuovi insediamenti, i territori occupati (‘occupati’,  secondo tutta la comunità internazionale, non semplicemente ‘contesi”), il tallone di ferro sulla Striscia di Gaza allontana sempre di più la pace. Una pace che ogni bambino del Medio Oriente, israeliano o palestinese, ha diritto di vivere. Subito. Adesso. Quella pace che David Grossman, Abraham Yehoshua, il compianto Amos Oz e tanti intellettuali israeliani chiedono (voce che grida nel deserto) da anni.
Dall’altra parte – e in questo mi sento di accogliere gli argomenti, se non la vis polemica, di Laura Rossi – esiste nella Sinistra (italiana ed europea) una posizione filo palestinese
tout-court che in molti casi si spinge ben oltre il giusto appoggio alla causa di un popolo oppresso e senza terra. C’è insomma una vulgata anti Israele, un ritornello politically correct che occulta i fatti, che non assume la drammatica complessità della Questione Mediorientale, che non considera la vita concreta degli uomini e delle donne: una vita durissima per i palestinesi ma anche per gli ebrei israeliani. Nei fatti, questa posizione, questo preconcetto a sinistra, non è semplicemente anti sionista, ma va involontariamente a sommarsi allo spettro del negazionismo e dell’antisemitismo fascista che per l’ennesima volta è tornato prepotentemente in scena, nella cronaca e nella storia del nuovo millennio.
(Francesco Monini)

Ultimamente si leggono molti articoli ed opinioni sulla religione ebraica, soprattutto sullo Stato d’Israele, senza nessuna cognizione. Una grande responsabilità è dell’informazione, o meglio della disinformazione, spesso deviante e di parte, di cui ho già scritto tempo fa.
Continuano le manipolazioni contro Israele, fomentando odio a iosa con bugie e faziosità dei fatti. A questo proposito voglio citare un intervento di Umberto Eco, alla vigilia della pubblicazione del suo romanzo Il cimitero di Praga, che l’autore ha inteso dedicare ai falsari dell’odio e dell’antisemitismo, troppo spesso mascherato da antisionismo: “Ebrei, il miglior nemico degli imbecilli”, scrive Eco.
Dobbiamo o non dobbiamo dare il diritto ad Israele di difendersi dagli attacchi terroristici? Per questo motivo, se la colpa israeliana è quella di aver ecceduto nella sua legittima difesa, dall’altra parte gli arabo-palestinesi hanno ecceduto in attacchi terroristici. Se fra la popolazione palestinese vi sono stati bambini innocenti come vittime, anche dalla parte israeliana vi sono state altrettante vittime, sempre bambini o giovani innocenti, ma che vengono spesso dimenticati negli elenchi dell’informazione.
E’ sempre questo tipo di stampa che è solita informare solo sui bombardamenti su Gaza e non sulle centinaia di missili che piovono su Israele. Una stampa che non informa che i soldati israeliani tendono a colpire obiettivi terroristici e che anticipatamente, prima di colpirli, avvisano la popolazione palestinese di mettersi ai ripari. I responsabili palestinesi, invece, utilizzano i civili e spesso i bambini come scudi umani, per poi ‘piangere’ davanti a tutto il mondo che i “cattivoni e sanguinari israeliani” uccidono i loro figli.
E’ risaputo che Yahya Sinwar, il capo di Hamas nella Striscia di Gaza, si nasconde deliberatamente dietro ai civili. divenendo così l’unico e vero responsabile. Bisognerebbe chiedere a questo individuo perché, nonostante i milioni di euro donati dalla Comunità Europea, dagli Stati Uniti e da infiniti altri donatori da tutto il mondo, quello arabo in particolare, a Gaza vi è l’energia elettrica solamente perché erogata gratuitamente dalla società israeliana? Bisognerebbe chiedere a Yahya Sinwar perché egli vive in un enorme palazzo con piscina e aeroporto personale mentre scarseggiano medicinali e viveri per la popolazione? Vorrei ricordare a certi signori e signore della politica italiana che si stanno interessando ai ‘territori occupati’ (che non esistono, perché la forma corretta è quella di ‘territori contesi’, per una sostanziale differenza fra “occupati” e “contesi”) che la demonizzazione non aiuterà mai a porre fine al conflitto israeliano-palestinese o a portare la pace in Medio Oriente.
E’ fin troppo facile prendere la via della menzogna e partecipare al coro di demonizzazione di Israele che si basa su pochissime realtà e un mare di menzogne. Sarebbe consigliabile che questi signori si occupassero dei fatti di casa propria, dove gravissimi problemi abbisognano di soluzioni. A questo proposito, proprio in questi giorni, Marco Rizzo, segretario del partito comunista, ha affermato che “questa sinistra fa rivoltare Gramsci nella tomba”. Non lo ha dichiarato uno di destra, lo ha dichiarato un comunista. Un altro importante e indimenticabile uomo di sinistra, Pier Paolo Pasolini, dovrebbe insegnare qualcosa: “Compagni perché non capite?”, scrive nel 1967 su Argomenti. “In questi giorni leggendo l’Unità, ho provato lo stesso dolore che si prova leggendo il più bugiardo giornale borghese. Possibile che i comunisti abbiano potuto fare una scelta così netta, invece della “scelta con dubbio” che è la sola umana di tutte le scelte? Perché l’ Unità ha condotto una vera e propria campagna per “creare un’opinione”? Forse perché Israele è uno Stato nato male? Ma quale Stato ora libero e sovrano non è nato male? E chi di noi, inoltre potrebbe garantire agli Ebrei che in Occidente non ci sarà più nessun Hitler? O che gli Ebrei potranno continuare a vivere in pace nei Paesi arabi? Forse possono garantire questo il direttore dell’Unità o qualsiasi altro intellettuale comunista? E che aiuto si dà al mondo arabo fingendo di ignorare la sua volontà di distruggere Israele? Cioè fingendo di ignorare la sua realtà? Non sanno tutti che la realtà del mondo arabo, come la realtà della gran parte dei Paesi in via di sviluppo, compresa in parte l’Italia, ha classi dirigenti, polizie, magistrature indegne? I comunisti hanno una sete insaziabile di autolesionismo? Così che il vuoto che divide gli intellettuali marxisti dal partito comunista debba farsi sempre più incolmabile?”. Pasolini ci insegna che nulla è cambiato e che è tremendamente identico a circa 50 anni fa, se non peggio.

ALLA FINE, QUALE DEMOCRAZIA RIMARRA’?
Due virus e due emergenze a confronto: Covid-19 e Terrorismo

Le immagini di piazze e strade svuotate dal Covid-19, dove, ogni tanto, si vedono forze dell’ordine che, con diverse modalità, controllano spicchi di territorio fermando passanti e automobilisti, mi rimandano alla primavera del ’78.
Era l’inizio di aprile. Mi trovavo a Roma per alcuni giorni, per la Direzione Nazionale dei giovani delle ACLI. La prima sera, con alcuni amici veneti e romani, siamo usciti per mangiare qualcosa in un’osteria. Le strade del centro erano deserte, un silenzio spettrale. Girato l’angolo di un incrocio di Via Nazionale, ci siamo quasi scontrati con un gruppetto di soldati di pattuglia che camminavano nel mezzo della strada. Eravamo in pieno rapimento dell’on. Aldo Moro e il ‘virus del terrorismo’ si stava espandendo, facendo proseliti e, purtroppo, numerose vittime. Si cercavano covi clandestini, persone ‘infettate’ dal terrorismo, si cercava di liberare l’ostaggio Moro.

Oggi sappiamo una verità molto differente ma non ancora compiuta. Nonostante numerosi processi, commissioni e soprattutto importanti e approfondite indagini giornalistiche, mancano alcuni tasselli fondamentali che possano fare chiarezza su quell’epidemia politica, sugli ‘untori’ (e mandanti), sui diversi aguzzini.

L’emergenza virale che stiamo subendo in questi giorni, per essere vinta ha bisogno di comportamenti responsabili di tutti noi italiani, di lunga o breve appartenenza a questo amato/non amato Paese. Un Paese fatto di comunità dove il triste tributo di vittime è doloroso e sempre inaccettabile. Anche se sembra impossibile, vanno evitate altre ‘unzioni’ di comodo per trarre qualche temporaneo beneficio politico e, soprattutto, c’è bisogno di tempo per far sì che la ricerca scientifica trovi il vaccino che ci porti fuori da questa pandemia.

Diverso è lo scenario per quanto riguarda il 42esimo anniversario della morte dei componenti della scorta e del rapimento e uccisione di Moro, che ricorre in questi giorni. Il fattore tempo, per chi scrive queste brevi note ed è convinto che la parte più indicibile non sia stata svelata, sembra giocare a sfavore. Più ci si allontana dai fatti e meno testimoni restano. Mi si potrà obiettare che ci sono i documenti, le carte, ma ci dovrà essere qualcuno o qualcosa che ti permetta di poterle ‘leggere’ con cura ed intelligenza. La storia degli Anni di Piombo e delle Stragi di Stato è in gran parte una pagina vuota, un buco ancora da riempire di verità.

Molti si ricorderanno che, a suo tempo, una vulgata molto gettonata affermava che i corpi e gli ambiti infetti/infedeli erano stati debellati, sconfitti. Migliaia e migliaia di pagine dissero che il terrorismo, ‘il virus’, era stato sconfitto grazie alla politica della fermezza. Tutto si era risolto per il meglio, si diceva. La cura era stata efficace e la democrazia ne era uscita rafforzata. Una democrazia fatta di rinunce quotidiane anche dure, importanti, fatte per il bene del Paese.
Il giornalista e studioso Giovanni Fasanella, che ha scavato molto fra quelle carte, nei giorni scorsi sui social ha detto che il Caso Moro non fu solo una ’influenza’ e, se portò lo Stato a sconfiggere il “Partito armato’, a disarticolarlo: “vacillò, però, di fronte a un partito più potente, quello della ‘morte politica’ di Aldo Moro, il suo uomo più lucido […] e da allora il Paese è scivolato inesorabilmente verso il baratro”. Un virus che non ci ha aiutati ad uscire dall’emergenza.

Anche in queste settimane, di fronte al Covid-19, le rinunce sono tante. Vengono chiusi molti luoghi della produzione, della socialità, dell’istruzione, dello stare e fare assieme. La democrazia sembra tenere, anche se molte libertà e molti diritti sono messi in sordina. Rimangono però sul tappeto molte domande aperte. Le persone che oggi perdono il lavoro avranno davvero il sostegno delle comunità in cui vivono, delle forze politiche e sociali, del Governo, per ritrovare una nuova stabilità economica? E, alla fine dell’emergenza, quale democrazia rimarrà? Questa situazione avrà fatto ritrovare a tutti noi il senso di essere parte di una comunità, oppure non ci avrà insegnato niente?

Immagine della cover: di Beppe Briguglio, Patrizia Pulga, Medardo Pedrini, Marco Vaccari http://www.stragi.it/index.php?pagina=associazione&par=archivio, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4490241

 

Le verità nascoste su piazza Fontana. Oggi a Ferrara il giornalista-scrittore Paolo Morando

Una piccola storia ignobile della giustizia italiana, subito cancellata e rimossa. “Prima di piazza Fontana. La prova generale”, accurata e approfondita analisi condotta dal giornalista e scrittore Paolo Morando raccolta nel recente volume edito da Laterza “Prima di piazza Fontana. La prova generale”, sarà oggetto di confronto e dibattito alla presenza dall’autore, oggi all 18 alla libreria Ibs – Il libraccio di piazza Trento e Trieste. Il volume fa seguito alle due precedenti preziose analisi di Morando sulle radici del nostro anestetizzato presente: “Dancing days: ’78/’79 i due anni che hanno cambiato l’Italia” e “’80, l’inizio della barbarie”.

Sempre oggi, ma alle 16, al Polo di Unife in via degli Adelardi 33, è in programma il seminario (aperto a tutti) dal titolo: “Tensione e distrazione: strategie per il controllo sociale”, nell’ambito del ciclo “l’Etica in pratica” organizzato dal prof. Sergio Gessi a integrazione del suo corso di Etica della comunicazione. A tenerlo sarà proprio il giornalista autore del libro-inchiesta che, a cinquant’anni dai fatti, rivela le verità nascoste di uno dei momenti chiave della storia repubblicana.

La misconosciuta vicenda oggetto del saggio di Paolo Morando fa riferimento ai due ordigni scoppiati a Milano il 25 aprile 1969, alla Fiera campionaria e all’Ufficio cambi della Banca Nazionale delle Comunicazioni della Stazione centrale, che provocarono una ventina di feriti. La tesi dell’autore è che si tratti del primo atto della campagna di attentati che pochi mesi dopo porterà a Piazza Fontana.
Anche in quella circostanza l’Ufficio politico della questura, fin dalle prime ore, punta verso gli anarchici. A condurre le indagini sono il commissario Luigi Calabresi e i suoi uomini, gli stessi che si troveranno nel suo ufficio la notte della morte di Giuseppe Pinelli, nome che nell’inchiesta spunterà di continuo, come quello di Pietro Valpreda, che già qui si profila come futuro capro espiatorio. Nel giro di pochi giorni vengono arrestati tre giovani (e altrettanti nelle settimane successive) e una coppia di noti anarchici milanesi, amici dell’editore Giangiacomo Feltrinelli, che pure verrà rinviato a giudizio assieme alla moglie. Due anni dopo, con un colpo di scena dietro l’altro, il processo chiarirà le dimensioni della macchinazione anti-anarchica innescata da quegli attentati. Una vicenda determinante per comprendere fino in fondo i misteri di Piazza Fontana. Un racconto serrato di una pagina nera per la giustizia italiana, da allora totalmente rimossa dalla memoria, che assume nuova luce grazie alla scoperta di documenti fin qui inediti.

Ascoltando un testimone diretto del ‘68. Riflessioni a margine dell’incontro con Aldo Brandirali

di Pier Luigi Guerrini e Roberto Paltrinieri

In un panorama cittadino in verità povero di incontri sull’argomento, l’associazione ‘Umana Avventura’ ha organizzato nei giorni scorsi un’iniziativa su un evento storico schematicamente definito come il ‘Sessantotto‘, articolata in due momenti: una mostra ed un incontro, nell’aula magna del Liceo Scientifico ‘A.Roiti’, con un testimone di quel periodo, Aldo Brandirali, che è stato e si è presentato come politico ed educatore.

Desideriamo in questa sede condividere alcune riflessioni che ci ha suscitato l’ascolto di tale testimonianza, iniziando proprio pensando a quella parola: educatore.
Pensiamo, infatti, sia di fondamentale importanza fare grande attenzione ogni volta che si parla in un contesto pubblico, in modo particolare a persone di giovane età, in qualità di testimone significativo.
Nella sala c’erano diverse decine di ragazzi che erano lì perché, molto probabilmente, condotti dai loro educatori o stimolati da qualche loro docente. In un’epoca dominata dalle immagini, la fame e il bisogno di senso e di testimonianze credibili sono altissime per giovani e adolescenti, frequentatori spesso compulsivi dell’universo digitale con tablet, smartphone, computer sempre più potenti e facili da usare.
Viviamo in un periodo storico liquido, spesso connotato da una spaventosa superficialità e da continui richiami alla necessità del consumo sempre e comunque.
Ed è a tale pubblico che Aldo Brandirali dice di parlare oggi come credente, di essersi convertito alla fede cristiana – “sono un seguace di Gesù Cristo” – negli anni successivi al Sessantotto, dopo aver conosciuto l’esperienza ecclesiale di Comunione e Liberazione sotto la guida spirituale di don Giussani.

Partito giovanissimo da una esperienza politica nel Pci e nel sindacato della sua fabbrica, dopo la rottura col grande partito della sinistra, divenne leader dell’Unione dei Comunisti Italiani, un piccolo partito di ispirazione maoista.
Nel suo racconto, gli importanti riferimenti alla politica come dono, come gratuità, come servizio si sono mescolati a frasi ad effetto per evidenziare il fallimento di tutto quello che ha fatto parte della sua esperienza sessantottina.
E di tale fallimento e delusione ha riportato diversi esempi. Nel sindacato, la sua lotta nella fabbrica contro la divisione tayloristica del lavoro, la catena di montaggio, come l’organizzazione di tanti scioperi, si è “chiusa” dopo essere rimasto disgustato da “sindacalisti che rubavano i soldi delle tessere”.
Che messaggio educativo diverso sarebbe stato, invece, ricordare alla platea di giovani sopra citata l’impegno e la serietà di centinaia di sindacalisti che, spesso, hanno pagato duramente le loro lotte con il licenziamento o l’inserimento in reparti lavorativi di punizione.
Il desiderio di tanti giovani di vivere rapporti umani più veri e non autoritari, anche con forme “ingenue” di organizzazione e vita sociale alternative come le “comuni”, è stato liquidato da Brandirali, in riferimento alla degenerazione di quella da lui creata, come un fallimento del movimento hippie.
L’esperienza e la militanza nel Pci è stata poi ridotta dal relatore ad alcune frasi di circostanza come “la positività nel socialismo del saggio di profitto” (sic!) o nel ricordare episodi non particolarmente edificanti, quale quello riguardante la sua esperienza del servizio militare quasi obbligato dal partito stesso, mentre ad altri compagni veniva concessa, per vie non proprio trasparenti, l’esenzione. Un partito rappresentato come luogo di politica chiusa, sempre allineato all’Urss e mai critico sui vari sommovimenti sociali come, per esempio, “la primavera di Praga”, mentre sappiamo del travaglio profondo subito da molti militanti in quegli anni.

Da ultimo, ma non certamente per importanza, il riferimento alle Br come “braccio armato del ‘68”.
Un’affermazione catapultata nel vuoto di una riflessione sul terrorismo e sulla violenza che certamente ha fatto parte di alcuni movimenti e partiti nati nel Sessantotto. Fortunatamente però quella stagione politica e sociale, nel suo complesso, ha prodotto anche ben altra ricchezza ed eredità di contenuti; quell’espressione non rende giustizia a chi in quegli anni non ha mai ceduto alle sirene della violenza come soluzione dei conflitti ma ha cercato, nella difesa pacifica dei diritti dei più deboli, la strada principale da percorrere.
Pensiamo, per esempio, all’approvazione dello Statuto dei Lavoratori, alla legge sul divorzio, alla riforma sanitaria e l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale, e poi ai Decreti Delegati nella scuola, al Nuovo Diritto di Famiglia, alla nascita e allo sviluppo della democrazia diffusa e del decentramento politico e amministrativo. E poi l’autodeterminazione degli stili e delle condotte di vita individuali, la liberazione dai tabù sessuali, la legislazione in favore delle persone con disabilità, la legge sull’obiezione di coscienza al servizio militare e, in seguito, l’abolizione del servizio militare obbligatorio.

Negli anni Novanta e nel nuovo millennio, Brandirali ha infine percorso politicamente l’ultimo scampolo di vita della Dc. ha  poi ha attraversato parte della galassia post democrazia cristiana fino ad incontrare Berlusconi, fino a entrare in Forza Italia e ad essere eletto più volte in Consiglio Comunale a Milano, e infine nominato Assessore della Giunta Albertini, aderendo al Popolo delle Libertà.
Un’esperienza che, forse, oggi lo imbarazza un po’ visto che nell’esposizione davanti alla platea del suo percorso politico, non ne ha fatto cenno alcuno.

In conclusione, rispettando profondalmente la sua evoluzione religiosa, esperienza biografica su cui non è concesso a nessuno fare apprezzamenti o dare giudizi di valore, riteniamo però che il Sessantotto presentatoci da Brandirali sia stato un percorso ‘seccato’, sostanzialmente ideologico, volto a far tornare i conti più con la propria coscienza che con la realtà complessa dei fatti. Forzando ed estremizzando alcuni aspetti, presentandone altri in forma caricaturale, e non facendo emergere la ricchezza e le contaminazioni sociali, istituzionali, culturali che hanno cambiato in profondità la nostra società, la testimonianza di Aldo Brandirali è risultata essere, a nostro avviso, non all’altezza della complessità di quel movimento di contestazione di ogni autoritarismo e dell’affacciarsi sulla porta della Storia di soggetti deboli, che pur all’interno di contraddizioni e incoerenze, hanno consegnato a tutti noi una grande stagione di desideri, sogni e speranze.

Ultimi bagliori degli Anni Dieci

Siamo all’ultimo passo degli anni ’10. Anni degni di storia ma non di memoria… Perlomeno, rispetto al secolo scorso, ci siamo risparmiati la tragedia della guerra. Ma in guerra, forse, siamo ugualmente: una guerra strisciante, diffusa, non dichiarata come sostiene Papa Francesco; una guerra intestina, fomentata dalla reviviscenza del terrorismo, la cui matrice – a differenza di ciò che avvenne in Europa mezzo secolo fa – non è interna ma esogena; eppure, anch’essa in un certo senso frutto di un dogmatismo ideologico. Stavolta non sono le falangi estremiste (e talora deviate) delle nuove generazioni che si battono per il ribaltamento dello Stato, ma i fanatici seguaci di un culto, quello islamico, che seminano morte e terrore per le strade delle nostre città… E forse anche loro in parte manipolati. Per contrappunto, truppe statunitensi, sovietiche e milizie di altri Paesi del nord del mondo combattono e seminano morte in Africa e in Oriente.
D’altronde, di odio questi anni 10 si sono alimentati. Sono stati gli anni della grande crisi, scoppiata – ma inizialmente non compresa come tale – già nel 2008; e poi divampata come una folgore, che tutto ha incenerito e rivoluzionato… Anni in cui l’insicurezza, che sovrasta le nostre esistenze, ha riesumato quei ferini istinti di sopravvivenza che credevamo vinti dalla civilizzazione: così, è rinato l’odio dell’uomo verso il proprio simile, sol che abbia a contrasto il colore della pelle, o il modo di pensare, o le abitudini di vita… Sono stati, questi, gli anni del rifiuto, dell’intolleranza e del razzismo, del respingimento, del “ciascuno a casa sua”… E’ sempre la diversità a spaventare (anziché incuriosire).

La comunità si è disgregata, gli ammortizzatori sociali che lo Stato del welfare aveva garantito, sulla spinta delle lotte sociali di mezzo secolo fa, sono svaporati. E oggi in tanti gridano, come pappagalli, le parole d’ordine dei regimi che ci addomesticano: fra questi, il “basta tasse” mostra la sciagurata inconsapevolezza del fatto che sono proprio le tasse che garantiscono i servizi ed è la proporzionalità dell’imposta rapportata al reddito a garantire che la leva del prelievo operi con equità: chi più ha più paga, come è giusto che sia! Altro che aliquote semplificate e flat tax (che generano esattamente il risultato opposto). Le tasse vanno pagate allo Stato secondo questo meccanismo di perequazione da Passator Cortese, in maniera che i ricchi garantiscano un po’ di benessere anche ai meno abbienti… Banale ricordarlo, ma necessario ripeterlo: perché le persone sembrano oggi ignare di ciò.
Anche questo è frutto dell’impazzimento attuale. Assistiamo, inermi, alla disgregazione del soggetto collettivo, al respingimento dal noi all’io, all’affermarsi di un individualismo sovrano che ha disintegrato la capacità di organizzazione e di resistenza della maggior parte delle persone, atomizzate e – nel frattempo – declassate da cittadini a consumatori, quindi a ingranaggi funzionali al sistema produttivo capitalistico basato – appunto – sul consumo. E addio all’idea di individui da rispettare in quanto tali, ciascuno legittimato a svolgere una propria significativa funzione all’interno del contesto sociale, politico e comunitario.
Ci siamo risparmiati l’onta della guerra, sì, ma il disfacimento è avvenuto ugualmente: del legame sociale, della consapevolezza del sé, dei diritti e dei non meno importanti doveri. Siamo ormai ridotti a esseri disgregati e perciò più facilmente controllabili e malleabili…

Il quadro è fosco e drammatico. Grandi luci all’orizzonte non si vedono, come non si vede più neppure il baluginare di un’utopia, di una significativa stella polare verso la quale abbia senso orientare il cammino e per la quale valga la pena affrontare qualche sacrificio.
Non è facile immaginare come si potrà uscire da questa situazione. Speriamo non servano trent’anni, come fu nel secolo scorso, per rinsavire e ricominciare a vivere…

 

Sarà un buon anno se ciascuno di noi si impegnerà per renderlo tale, per tutti e non solo per sé. Auguri a chi, con abnegazione, si cimenterà in questa impresa.

ARCHIVIO DELLA MEMORIA
La commedia macabra del terrorismo e il nero lenzuolo della fine

Stavo scendendo dalla collina, il clima era splendido, se avessi dovuto scegliere il giorno perfetto, ecco ci ero dentro. Così ragionavo tra me e me facendo attenzione a dove mettevo i piedi, le zolle erano ancora un po’ sollevate e mi capitava, affrontando la discesa ripida, di inciampare, scivolare e capitombolare giù. Ma non ci furono incidenti, la mia mente, di solito abbastanza confusa, tentò di fregarmi facendomi immaginare asini che volano o, peggio, facendomi tornare alla memoria il tentativo poetico che la sera prima avevo composto per cercare il sonno prefigurandomi una notte tranquilla, per favore senza sogni: “Saliamo – avevo scritto, nel pensiero – saliamo ogni giorno sul Golgota della nostra vita, guidati da una cultura incosciente e la sera scivolo giù da quel monte per finire nel pattume della società”: sul monte ora c’ero davvero, sicché, inciampando qua e là, mi ritrovai sotto un albero di ciliegie marasche e ai miei piedi il corpo immoto di una ragazza. Uno straccio pareva. Mi fermai di botto, quel corpo sconosciuto, le braccia così bianche sulla terra bruna, mi aveva trasferito in un altro mondo, chissà quale e chissà dove, l’aria muoveva soltanto la maglietta, i jeans – mi pare che quell’essere indossasse i jeans – erano aderenti alle gambe e l’aria della pur splendida primavera non era in grado di scompigliare gli indumenti.

E tu chi sei?, chiesi al sole e al vento, ma nessuno rispose. Un filo di sangue aveva formato una macchia sul petto della ragazza. Allora cercai di ricostruire la piccola popolazione che aveva preso possesso della cascina Spiotta lassù in alto: sapevo che doveva esserci o esserci stato il capo della banda di terroristi, comandati da Renato Curcio, poi Massimo Maraschi, quindi il sequestrato Vallarino Gancia, chiamato anche il “re dello spumante”. Non ricordavo altri. Una sola donna: lei, rivoluzionaria della prima ora, Margherita (Mara) Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse, figlia di noti intellettuali altoatesini.

Avevo la bocca arsa dalla sete, c’erano le ciliegie, chiesi scusa al cadavere e cominciai a mangiare i frutti vermigli; finalmente arrivò una pattuglia formata da due carabinieri. Chi è?, chiesi indicando il cadavere. E lei?, fu la risposta. Giornalista, dissi piano, non si sa mai, pensai: ero già in disaccordo con la mia santa professione. C’era stata una furiosa sparatoria, mi informarono i carabinieri, erano morti due militi, era morta la Mara, Curcio era scappato, il rapito era stato liberato, ma, insomma, non era stata una grande operazione di polizia. Il magistrato inquirente mi disse che aveva richiesto l’intervento di una pattuglia consistente, non di pochi uomini, “ma non lo scriva”, si raccomandò, “sapevamo che nella cascina Spiotta c’era il commando brigatista”. Capii allora che esistevano ordini superiori. E il brigatista catturato, chiesi, che fine gli fate fare? “Quello lo incrimino per il sequestro e per l’omicidio”. Ma alla fine dell’iter giudiziario il brigatista fu liberato. Costume italiano. Mi accorsi così che l’affare Brigate rosse era veramente una faccenda di Stato sulla quale il cittadino-pantalone non doveva mettere occhio, nemmeno dal buco della serratura (quello usato da noi giornalisti).

La commedia macabra era appena cominciata, per anni ci sarebbero stati ammazzamenti brutali, quando non selvaggi, giudici inquirenti pilotati dall’alto, spie, ladri di Stato, assassini assoldati per tenere in ebollizione questa nostra società dominata da loschi figuri, loschi figuri quasi sempre di volgare ignoranza: “No – pensai parlando al cadavere – questa non è la Rivoluzione, è una violenta scazzottatura”. Di giorno in giorno aumentavano i motivi di odio, lo stato di polizia non aiutava certo a rappacificare una società pronta sempre a farsi iniqua, a condannare i più deboli, a mandarli al macello con un’indifferenza sconcertante, a fare guerre per l’onore del principe e tutto al fine di costruire un Paese sempre più ignorante, la gente, o il popolo se vuoi, soffocato da stupide burocrazie in cui non rimane che annegare, naturalmente con la benedizione di un porporato: come comanda la società di oggi. Era questo il Paese che volevamo?
Non so, quel giorno di primavera ero preso da quel cadavere che guardava il cielo, sinceramente io guardavo le marasche, mi faceva pena quell’essere che aveva scelto di uccidere ed essere ucciso per ricominciare dal nulla… Siamo dominati da un sordo rancore, la poesia è stata cancellata e con essa la bellezza che pur esiste, abbiamo dilaniato la nostra intelligenza, che è il nostro Dio, ci hanno gettato addosso un nero lenzuolo, ci hanno asciugato le poche lacrime rimaste. Andiamo pur avanti. Si fa per dire andiamo avanti. Non era questa la rivoluzione.

La politica italiana del dopo Moro: un presente senza domani

Il 9 maggio di quarant’anni fa fu trovato il corpo senza vita di Aldo Moro, riverso nel bagagliaio di una Renault 4 in via Caetani a Roma.
In questi tempi di commemorazioni abbiamo sentito e risentito la telefonata di Valerio Morucci a Franco Tritto, quel 9 maggio 1978, per indicare il luogo di quello spietato epilogo.
Le indagini condotte dalla commissione parlamentare, presieduta da Giuseppe Fioroni, e le considerazioni più volte espresse da Miguel Gotor, Gero Grassi e dallo stesso Fioroni, portano ad avere seri dubbi su come siano andate realmente le cose. Sintomatiche le parole di Grassi, secondo il quale la mattina del rapimento, 55 giorni prima della sua uccisione, in via Fani “c’erano anche le Br”.
Non è la prima volta che verità storica e giudiziaria non coincidono. È successo anche, per esempio, con l’omicidio di Pier Paolo Pasolini, del quale restano famose le parole secondo le quali sappiamo chi ha messo le bombe nella lunga e insanguinata storia stragista italiana, “ma non abbiamo le prove”.

Bello e intenso è stato il ricordo di Moro andato in onda su Rai Uno martedì 8 maggio con letture di Luca Zingaretti e un’interpretazione del presidente della Dc di Sergio Castellitto da levarsi il cappello.
Per inciso, un’operazione che ha ascoltato le voci dei suoi studenti universitari di allora e di chi ha seriamente lavorato sulle carte, a differenza di altri programmi televisivi che hanno invece ossessivamente acceso il microfono davanti alle bocche (reticenti, smemorate?) dei brigatisti, grandemente ignari del prezzo che tuttora l’Italia sta pagando a causa di quel colossale errore.
Tutto per sentire Valerio Morucci ammettere davanti alla telecamera che invece del veleggiare trionfante della barca rivoluzionaria sopra un fiume di sangue, il risultato è stato il suo affondamento.
Ma che scoperta!

Al netto di quello che si sa, di quello che non si sa e di ciò che si può solo supporre, col senno di poi si può dire che ad Aldo Moro l’Italia ha preferito la Dc di Giulio Andreotti.
Sulla politica di respiro e disegno, di prospettiva e inclusione democratica, ha prevalso quella del tirare a campare. Lo stesso Andreotti disse una volta di Moro: “La differenza è che lui parla con Dio, io parlo con i preti”.
Così quel tragico e sanguinoso 1978 partorì la Democrazia cristiana del Preambolo e poi gli esecutivi del Caf (Craxi, Andreotti e Forlani), trascinando formule e schemi di governo in evidente stato di decomposizione. Il risultato è stato che il tirare a campare si è tradotto in un acido corrosivo delle fondamenta istituzionali e culturali della Repubblica. Un lento e agonico tirare le cuoia, pertanto, sospinto da una corruzione istituzionale a livelli di metastasi; da una criminalità organizzata con la quale, così pare, si sono fatti accordi inconfessabili per allentare misure detentive e per scopi elettorali; dal sovrapporsi nella politica di destini e interessi personali a quelli generali, col risultato di una classe dirigente perfettamente sintonizzata su quest’orizzonte e incurante delle conseguenze.

Una cieca esaltazione del presente senza domani e uno sfrenato spendere le risorse anche di chi verrà dopo, che ha portato diritto a Tangentopoli e alla fine, impropria, della prima Repubblica. Impropria, perché una seconda non è mai nata, visto che l’asfittico spazio politico italiano non è mai riuscito a dare respiro e gambe a un necessario e ancora urgentissimo processo riformatore costituzionale e istituzionale.

Troppo è stato il tempo perso a contare inutilmente il numero di Repubbliche a Costituzione invariata (articolo più, articolo meno), mentre l’unico ideale sublimato ad alta carica dello Stato è diventato l’interesse personale. “Se diventa ricco lui, lo diventiamo tutti”, si ammetteva spudoratamente plaudendo alla discesa in campo di Silvio Berlusconi, illusoria traduzione in politica del principio dei vasi comunicanti.
Ne è seguita una lunga caimanizzazione della politica, d’altronde già resa una canna al vento dopo gli urti della ‘Milano da bere’ e del ‘così fan tutti’.
Lo capì fin dal primo momento Indro Montanelli.
Una sorta di Adamo Smith in stile Pulcinella, secondo l’antico automatismo: “L’interesse del macellaio finisce per procurarci la bistecca”.
L’unico automatismo prodotto, nei fatti, è una politica senza classe dirigente, perdutamente distante dalla realtà. Basti pensare che nell’agenda di ogni governo da anni a questa parte c’è il problema della legge elettorale.
Ora, oltre al distacco dalla realtà c’è chi rileva quello dalle istituzioni. E ciò che abbiamo visto dal giorno dopo delle elezioni dello scorso 4 marzo ne è la disinvolta messa in scena.

In questo deserto non è esente la sinistra, con l’ultima sua creatura: il Pd.
Dalla sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale del 4 dicembre 2016, pallida copia del tentativo già ulivista per una democrazia competitiva e governante, è stato un susseguirsi di rovesci.
Impietoso, in proposito il giudizio di Gianfranco Brunelli (‘Il Regno’, 6/2018): “Nessuno è stato all’altezza del proprio ruolo e del proprio compito”.
Non il gruppo ex-comunista che, fin dall’Ulivo, ha sistematicamente rifiutato ogni trasformazione del modello partito e mai accettato la messa in discussione della propria leadership interna, col risultato di non salvare nulla della propria storia.
Non Matteo Renzi, che ha preteso di piegare a un ego incontenibile e impaziente un cruciale tornante di modernizzazione costituzionale e istituzionale, che andava ben altrimenti oggettivato e condiviso.
Diversi dicono e scrivono che questo scenario sconfortante non è il prodotto di questi tempi, ma ha origini lontane.
Alcune di queste risalgono a quel tragico 9 maggio 1978.

La questione afghana

Quell’albergo era “sotto stretta sorveglianza”, così una fonte ufficiale riferendosi all’Hotel Intercontinental di Kabul trasformato in campo di battaglia. Sembra una battuta ma non lo è. E’, invece, una delle innumerevoli facce del caos imperante da quelle parti. Sabato notte parte di quel caos si è manifestato all’interno dell’Hotel Intercontinental, dove i talebani hanno dato l’ultimo esempio della loro fatale determinazione facendosi saltare volontariamente per aria e riempiendo di raffiche stanze e corridoi. Alla fine, venuto giorno, c’è chi ha contato 22 uccisi più quattro aggressori morti (ma il numero rimane incerto).

In Occidente (è da lì che vengono gli anti-talebani) è dilagato un misto di sgomento e di stupore, quasi si fosse scoperto che il terrorismo infesta ancora i nostri incubi. Sai la novità. Nella settimana precedente l’assalto all’Hotel Intercontinental le cronache afghane, totalmente ignorate, avevano certificato l’eliminazione di una novantina di talebani e la scarcerazione di altri 75, ex seguaci di quell’anima nera della guerra civile degli anni Novanta di nome Guldbuddin Hekmatyar, classificato “terrorista globale”. Hekmatyar era stato a sua volta scagionato dopo mesi di trattative che avevano garantito a lui e a 2.200 dei suoi l’impunità per i crimini compiuti. Una simile manica larga potrebbe sembrare un avvio di pacificazione nazionale ma non lo è perché la ribellione non ha ridotto i suoi cruenti ritmi letali.
Non è servita a niente neanche la spavalda incursione del vicepresidente Mike Pence, arrivato a Kabul per comunicare che gli americani non se ne andranno dall’Afghanistan finché non l’avranno liberato dal terrorismo. Ossia mai. A conclusione del suo fervorino Pence aveva comunque ringraziato le autorità locali per “la collaborazione nel mantenere la sicurezza”. Collaborazione per la verità fin troppo stagionata avendo imboccato il diciassettesimo anno di anzianità e servita, come scritto dal memorialista americano Philip Caputo, a bombardare “non solo i ribelli ma anche gli ideali americani”. E poi c’è la questione della sicurezza, che Pence ha evocato con disinvoltura. Nessuno sa dove stia di casa, di certo non in Afghanistan e tantomeno a Kabul. Però le truppe americane non solo vi restano parcheggiate, ma sono in crescita (sono già in 14.000). Probabilmente si stima sconveniente andarsene da un Paese con oltre un trilione di dollari di minerali non sfruttati e con la maggiore produzione mondiale di eroina. E poi c’è la questione Cina-Russia- Iran, tre Paesi che i ‘signori della guerra’ di Washington considerano nemici e che stanno appena oltre il confine afghano. Kabul può dunque costituire una magnifica base di partenza per sovvertirli. Per non contare l’affluenza in Afghanistan dei miliziani dello Stato Islamico cacciati dai fronti iracheno e siriano. Mosca già ne valuta in 10.000 individui la loro presenza. Fanno di tutto per imporsi all’attenzione, come se coltivassero l’intenzione di giustificare il proposito degli antiterroristi occidentali di mettere radici nella regione. Nel mese di dicembre il terrorismo ha infatti provocato un paio di centinaia di vittime, quasi la metà delle quali (85 per l’esattezza) provocate dai pro-Califfo rimasti senza Califfo.

Apparentemente meno eccitato di molti suoi colleghi il generale John Nicholson, comandante delle truppe americane in Afghanistan, ha ammesso che la situazione è “in stallo” e che le possibilità di vittoria vanno valutate in base alle condizioni che verranno prospettandosi e non sul tempo. Con ciò riprendendo quasi alla lettera un vecchio detto locale secondo il quale gli invasori avranno anche l’orologio, ma chi li combatte ha il tempo dalla sua. L’esercito del generale Nicholson arrivò in Afghanistan con l’idea di “impalare” quel barabba di Osama Bin Laden. Fu il capo degli antiterroristi della Cia, un tale Cofer Black, a usare quell’espressione prima di prendere l’impegno di “portare la testa di Bin Laden al presidente”. E invece dovette dedicarsi ad altro, essendo l’obiettivo trasfiguratosi nell’importazione di una democrazia da scaffale di supermercato inscatolata a Washington. Un altro buco nell’acqua, tanto da costringere uno dei direttori della Cia messo a forza in pensione, il genenerale David Petraeus, a piangersi addosso lamentando che né gli Stati Uniti né la Nato avessero vinto il terrorismo. E non si riuscirà certo a vincerlo con i 3.000 soldati aggiuntivi che Trump ha deciso di mandare portando a 14.000 il totale. Quest’altra spedizione è stata chiamata New War Strategy, in realtà niente di più vecchio.
Per spiegarla al presidente afghano Ashraf Ghani arrivò inatteso a Kabul il segretario di Stato americano Rex Tillerson, già autore di una dichiarazione curiosamente enigmatica, stando alla quale sul campo di battaglia afghano non vinceranno né i talebani né gli Stati Uniti. Dopo 16 anni di guerra, e chissà quanti altri ancora, sarebbe questo il finale di partita immaginato a Washington. Naturalmente i talebani la pensano in altro modo e ne avevano già informato il segretario della Nato Jens Stoltenberg, che aveva annunciato più finanziamenti (un miliardo di dollari l’anno fino al 2020) “a sostegno dell’Afghanistan”. Dovrà prepararsi a una lunga guerra, gli avevano detto.

Terrorismo di talebani e di pro-Califfo a parte, in Afghanistan anche la Cia avrebbe avviato un programma di squadre clandestine per decimare i quadri della ribellione. Tattica forse già impiegata nel Vietnam che non produsse risultati apprezzabili. Adesso, cocciutamente, la si rispolvera. Non è l’unico riferimento alle sciagure del Vietnam. L’altro è la droga. L’85 % dell’eroina e della morfina prodotta nel mondo viene dall’oppio afghano procurando utili per tre miliardi di euro l’anno. Poi c’è il resto, che in un rapporto Onu del 2009 era così descritto: “Ogni anno muoiono più persone a causa dell’oppio afghano che per qualsiasi altra droga: circa 100.000 in tutto il mondo”. In Afghanistan in particolare “il numero di persone dei Paesi Nato decedute per overdose di eroina è cinque volte maggiore del numero di truppe Nato perdute dall’inizio delle operazioni militari”. La guerra come droga e la droga per fare la guerra.

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IL DOSSIER SETTIMANALE
Quel 2 agosto

Il nono dossier settimanale dell’estate 2017 di Ferraraitalia esce a ridosso del 37esimo anniversario della Strage di Bologna: la mattina di sabato 2 agosto 1980 la stazione era affollata di persone in partenza o di ritorno dalle vacanze, 23 kg di esplosivo rasero al suolo l’ala Ovest, ancora squarciata e con l’orologio fermo all’ora della detonazione perché nessuno possa dimenticare e chiunque sia di passaggio si fermi a ricordare, mentre l’onda d’urto investì da una parte il binario 1 il treno che vi stava fermo in sosta, dall’altra la piazzola dei taxi. Morirono 85 persone e ne rimasero ferite 200.

Era soltanto ieri, il 2 agosto 1980. Una mattinata torrida, “mai stato così caldo” dicevano radio e televisioni, l’asfalto si liquefaceva mandando fumi verso il cielo, le Due Torri da un momento all’altro potevano abbracciarsi, secondo loro antico desiderio, e poi crollare esauste, stanche di vedere ai loro piedi un popolo senza più idee, chissà forse stremato dal dover essere l’esempio, esempio di onestà civica, intellettuale, politica. C’era una strana aria calma in giro, i diplomatici di professione dicevano che il terrorismo era acqua passata. Io inorridivo, ma mi accusavano di essere un avventurista, come affermava un compagno cretino, o, peggio, un disfattista. In un saggio pubblicato su ‘I problemi della transizione’, il periodico del Pci di discussione filosofica, di cui allora ero direttore responsabile, scrissi che il peggio non era ancora arrivato, suscitando la meraviglia e anche l’ira del partito dei compagni seduti al tavolo dei dibattiti, loro parlavano sempre. Le donne si affannavano ai negozi dei primi saldi con fare frettoloso, un costumino “due pezzi o intero?”, un completino da spiaggia e vai, le testoline bitumate apparivano e scomparivano tra i sacchi di stracci. Io sapevo che il terrorismo non era morto con l’alleanza storica tra comunisti e democristiani, anzi poteva comparire più feroce di prima, le cosche partitiche non avrebbero mai mollato l’osso, il potere voleva scherani fedeli.

E così è stato: i cani fedeli erano lì, nascosti tra le pieghe di tutti i partiti, pronti ad azzannare chiunque volesse tentare di cambiare sistema e filosofia sociale. Questi pensieri si affollavano frementi nella mia testa calda sulla piazza davanti alla stazione e a quell’orologio fermo sulle 10.25. Le ambulanze arrivavano e ripartivano, un autobus, il 37, trasformato in obitorio ambulante. Pensai allora che il mio mestiere era inutile e stupido: che cosa vuoi raccontare? Nessuno ti ascolta, nessuno ti legge. Pensai che forse avevo una sola via d’uscita: lasciar perdere la cronaca, il giornalismo e tornare alla poesia, il mio primo amore. Non servì molto: il 2 agosto dell’anno successivo un giudice massone mi rinviò a giudizio per calunnia nei confronti della magistratura bolognese, poi, dopo una trattativa, ritirò il malfatto, ma compresi che nemmeno la poesia era gradita al potere costituito. I magistrati più coraggiosi continuarono a essere perseguitati da colleghi signorsì, l’inchiesta che avevano avviato e che forse avrebbe potuto portare ai mandanti venne archiviata, nessuno andò mai ad approfondire le ragioni dell’assassinio del giudice Amato a Roma, il quale aveva infilato il coltello dove non avrebbe mai dovuto. Morto, ammazzato. Questa è l’Italia fascista che non è mai morta.

Oggi al Parco 2 Agosto di San Lazzaro di Savena, a partire dalle 18.30, il libro di poesie ‘Antologia per una strage. Bologna 2 agosto 1980’ (Minerva edizioni) di Gian Pietro Testa sarà protagonista insieme all’autore di percorso per ricordare le vittime della strage alla stazione di Bologna.

TERRORISMI. IL DOSSIER SETTIMANALE N. 9/2017 – Leggi il sommario

Violenza!

di Francesca Ambrosecchia

Accendo la televisione e involontariamente assisto alla carrellata di servizi di apertura del telegiornale della sera. Politica e violenza: le due costanti del periodo.
Quante guerre, aggressioni e atti atroci vi sono stati nel corso della storia? Da quanto esistono? Probabilmente da sempre.
L’11 settembre 2001 ha dato il via ad una forma di violenza caratteristica del Ventunesimo secolo di matrice fondamentalista islamica ovvero quella che oggi più che mai ci è nota, degli attacchi terroristici. Il crollo delle Twin Towers sembra lontano dopo che abbiamo assistito alle immagini dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, al terrore all’interno del Bataclan e lungo le strade di Parigi, alla paura nella metropolitana e nell’aeroporto di Bruxelles, alle urla di migliaia di ragazzini durante il concerto di Manchester e alle uccisioni per le vie di Londra.
Assistiamo inermi e sbigottiti di fronte a tutto questo. Come poter reagire ad un qualcosa di così grande rispetto a noi? A qualcosa di così inspiegabile? Tutto ciò accade vicino a noi, in Europa. L’angoscia e la preoccupazione aumentano mentre, in altre zone del mondo, il tempo non si ferma e le brutalità continuano incessantemente.
Uccisioni, abusi, violenze, ingiustizie, guerre: ecco di cosa il mondo è saturo.

“La tenebra non può scacciare la tenebra: solo la luce può farlo. L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo. L’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza, la durezza moltiplica la durezza, in una spirale discendente di distruzione”
Martin Luther King

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Il crociato Lugi Negri e le vite vissute senza un perchè

Saffie era una bella bambina di 8 anni che, dal concerto di Ariana Grande del 22 maggio a Manchester, non è uscita viva ma cadavere, falciata dalla follia kamikaze di Salman Abedi, anglo-libanese che ha scelto il foyer della Manchester Arena per portare a termine i suoi propositi suicidi. Fino ad ora sono solo 3 le vittime di cui è stata diffusa l’identità delle 22 complessive di cui ancora si sono perse le tracce. Giovanissimi recatisi al concerto della famosa pop star americana, insieme alle mamme o agli amici che ora cercano disperatamente, anche tramite i social media, loro notizie. Giovani vite spezzate: dietro le foto sorridenti, mostrate in tv, storie diverse.

Tante le parole di cordoglio ai feriti e ai famigliari delle vittime, dai grandi del mondo ai semplici cittadini che ieri si sono riuniti ad Albert Square per commemorare le vittime e condannare l’ennesimo, odioso atto terroristico. Una voce illustre si è levata anche dalla città di Ferrara ed è di ieri la lettera dell’ormai uscente arcivescovo di Ferrara, monsignor Luigi Negri, ripresa questa mattina dal Sole 24 ore e da Repubblica. “Figli miei – si legge – siete morti così, quasi senza ragioni come avevate vissuto” E continua “ Siete venuti al mondo, molte volte neanche desiderati, e nessuno vi ha dato delle ‘ragioni adeguate per vivere’ (…) ma vi faranno un ‘ottimo’ funerale in cui si esprimerà al massimo questa bolsa retorica laicista con tutte le autorità presenti – purtroppo anche quelle religiose – in piedi, silenziose”.  Non mollando la presa Negri ribadisce la speranza che “incontriate il volto carissimo della Madonna che, stringendovi nel suo abbraccio, vi consolerà di questa vita sprecata, non per colpa vostra ma per colpa dei vostri adulti”.

La lettera prosegue poi con una invettiva quei guru – culturali, politici e religiosi che continuano a sostenere non si tratti di una “guerra di religione” e che che «la religione per sua natura è aperta al dialogo e alla comprensione».  Ventidue vite sprecate, prive di ragione, da vive come da morte. Quasi inutile ogni commento. Non è la prima volta, d’altra parte, che il fedele discepolo di Don Giussani lascia senza parole: nella sua lunga carriera ecclesiastica, più volte è salito agli onori della cronaca per le sue invettive. D’altra parte, essendo un fervente ammiratore dei crociati “ Noi, cristiani del terzo millennio, alle crociate dobbiamo molto. Dobbiamo che non si sia perduta la possibilità dei grandi pellegrinaggi in Terra Santa. La fede dei crociati si è espressa nella violenza, ma non l’ha mai generata, una fede che è Una, e aveva bisogno del Corpo, di Gerusalemme”, si è lanciato lui stesso in diverse crociate: contro l’omosessualità e le unioni civili (“Chi celebra l’Eucarestia non può poi tollerare e consentire leggi che sono evidentemente eversive dell’antropologia personale e familiare che dall’Eucaristia scaturisce»), contro l’aborto (“Ebola spirituale”). Lo stesso Monsignor Negri avanzò l’ipotesi che dietro l’abbandono di Joseph Ratzinger ci fosse una congiura politica ordita da Barack Obama.

E come dimenticare, a livello cittadino, la volontà di inibire la piazza della Cattedrale ai giovani nottambuli dopo aver raccontato che “Tornavo a casa alle tre di notte. C’erano persone intente in atti di promiscuità. Ho visto scene di sesso tra due ragazzi e un gruppo, evidentemente ubriaco, coinvolto in atteggiamenti orgiastici. Io non ho mai visto un postribolo. Ma l’idea era quella”.

Al suo posto, a giugno, arriverà il cremonese Giancarlo Perego, direttore della Fondazione ‘Migrantes’ che si occupa della pastorale presso gli immigrati. Un cambio auspicato dai tanti, cittadini e fedeli, che nelle posizioni oltranziste di Negri non si sono mai riconosciuti.

Violante: il rosso e il nero, le contrapposte strategie dei terrorismi In Italia

Luciano Violante con Paolo Veronesi

“Se un terrorista ti voleva ammazzare ci riusciva sempre. Non aveva senso avere molti agenti di scorta: significava solo esporre più gente al pericolo di morire. Il terrorista sapeva quando ti avrebbe colpito. Tu no”. Parla a braccio Luciano Violante, ex Presidente della Camera dei Deputati, della sua esperienza di magistrato negli anni di piombo durante il convegno ‘Terrorismo e antiterrorismo. L’Italia e la circolazione dei saperi negli anni Settanta e Ottanta’ che si è tenuto ieri a palazzo Bonacossi. Presenti, oltre a Violante, il sindaco Tiziano Tagliani, il giurista Paolo Veronesi dell’Università di Ferrara, Donato Castronuovo, ordinario di diritto penale presso l’Università di Ferrara, Lisa Bland dell’IMT di Lucca, Laura di Fabio del Centre Mauric Halbwachs di Parigi e Nino Blando dell’Università di Palermo.

L’Italia ha conosciuti i ‘terrorismi’ e non il terrorismo – continua Violante – C’era il terrorismo nero di destra, che non rivendicava niente e aveva infiltrazioni nel tessuto pubblico della società e quello rosso di sinistra, noto per i suoi proclami fiume. Pur nelle costituzionali differenze, entrambi erano caratterizzati dall’essere reati a lunga preparazione ma a breve esecuzione, realizzati all’interno di un progetto unitario e dotati di una forte capacità intimidatrice. Il terroristi rossi, almeno quelli della prima ora, poi si caratterizzavano per un buon livello culturale, infatti dovette cambiare anche le modalità di interrogatorio: erano persone che non discutevano del delitto commesso ma volevano disquisire della legittimità della loro azione I primi atti terroristici furono dimostrativi. In pochi anni però si arrivò all’omicidio di coloro che erano definiti come nemici ideologici. In una terza fase l’obiettivo fu spostato a colpire i cosiddetti ‘anelli di congiunzione’, cioè tutti coloro che, per il loro ruolo e il loro agire, rendevano credibile lo Stato”

E se non mancano, nel racconto dell’ex presidente della Camera, momenti di ilarità, come quelli nei quali descrive i rudimentali strumenti di protezione messi a disposizione dei giudici (i fucili Mab “che si azionavano quasi da soli” tenuti scarichi dalla scorta per sicurezza, l’impermeabile anti proiettili che rendeva i magistrati un vero e proprio bersaglio mobile), il tono torna serio quando si ricorda la difficoltà, negli anni di piombo, di adeguarsi e capire un fenomeno nuovo come quello del terrorismo armato “ Il diritto penale è un sistema di risposta ad un fenomeno. Davanti al fenomeno del terrorismo ci si dovette attrezzare con nuove norme e un diverso procedimento di indagine. Ciò che si perseguiva non era più il singolo fatto di reato ma il progetto eversivo all’interno del quale veniva compiuto. Le leggi anti terrorismo definivano un ambito al cui interno ci si muoveva con una certa libertà e non tutti credevano alla bontà delle norme emergenziali emanate in quel periodo”.
La vera nota negativa per Violante è che il terrorismo ha trasformato la figura e il ruolo del giudice: da persona preposta alla tutela della norma a giudice ‘di scopo’. Dalla fine degli anni ’60 e fino ai primi anni ’80 la finalità è stata quella di sradicare il fenomeno del terrorismo dal nostro Paese. Il dover però perseguire una finalità generale, e non condannare il singolo fatto di reato, ha portato ad una strumentalizzazione della funzione giudiziaria che ancora non è finita: “ Il dover colpire un ‘fenomeno sociale’ era giustificato all’epoca, dalla contingenza del momento, ma poi doveva finire lì. Colpire un ‘fenomeno’ generale è compito della politica. Attualmente, vuoi per la debolezza della politica attuale, tale ruolo continua ad essere affidato ai giudici, ma così facendo si strumentalizza il loro ruolo”.

Donato Castronuovo e Paolo Veronesi

Nell’intervento di Donato Castronuovo invece si fa il punto delle origini storiche della normativa penale d’emergenza, emanata negli anni di piombo per combattere il terrorismo, ma poi estesa ad altri fenomeni ‘straordinari’ come il traffico di stupefacenti, la piaga dei sequestri di persona e, non ultimo, la lotta all’evasione fiscale.
“ L’emanazione di norme straordinarie nel nostro sistema giuridico ha origini antiche. Risale all’emanazione, nel 1863, della legge Pica contro il fenomeno del brigantaggio, diffuso nel Regno delle due Sicilie, che stabiliva che ‘i componenti di comitive armate saranno giudicati dai Tribunali militari’. Da allora il nostro ordinamento si è conformato all’uso di norme emergenziali che, come quelle contro il terrorismo, di fatto costituiscono una deroga al codice penale e allo statuto dei diritto dell’Uomo. Negli anni ’70 e ’80 ci si allontana dal diritto penale ‘del fatto’ per diventare un diritto penale ‘dell’autore’. Si persegue non il reato ma la tipologia di autore che lo pone in essere”.

Le norme emergenziali, spiega il docente, hanno delle caratteristiche peculiari che le rendono volte a colpire anche gli atti preparatori di un determinato reato (l’apologia, l’addestramento e l’indottrinamento) ma, in una visione tutta italica del fenomeno, dalla legge Reale in poi hanno previsto al loro interno un sistema premiale per coloro che prendevano le distanze dai gruppi eversivi.
“ Molti- spiega Castronuovo- rivengono questa volontà di andare incontro al proprio nemico nella morale cattolica. Di fatto si tratta di un sistema negoziale in una logica di scambio: mentre la lotta al terrorismo istiga ad una reazione muscolare, il sistema premiale pone l’accento su tutti i comportamenti attivi di ravvedimento e dissociazione dalla lotta armata”.
‘La soave inquisizione’, come venne argutamente definita dall’avvocato e professore di diritto penale Tullio Padovani, criticata da molti giuristi, portò però nel nostro Paese alla mancanza di fenomeni estremi presenti invece in altri Stati europei, quali Germani, Francia, Spagna e Inghilterra, impegnati a loro volta nella lotta a fenomeni terroristici di matrice politica ed etnica.

“Il carcere era la vera pietra di scambio su cui si giocava tutta la partita- dice Violante- e se è vero che esistevano carceri inumane, come l’Asinara o quella di Lecce, tanti magistrati si adoperarono per un miglioramento delle condizioni di vita all’interno delle strutture carcerarie. Basti pensare all’istituzione delle Aree Omogenee, cioè la possibilità per i terroristi che ne facevano richiesta, di stare insieme nello stesso carcere. Era un esperimento guardato all’epoca con sospetto ma che portò, nel giro di alcuni anni, ad una accettazione da parte dei terroristi incarcerati della propria sconfitta politica”.

Equivoci mediatici: il Prozac per combattere il terrorismo

Continuando a ribadire che non esiste il “terrorismo ma esistono solo squilibrati” si rischia una pericolosa criminalizzazione nei confronti di chiunque abbia problemi di natura psichiatrica o psicologica.
Basta seguire i Tg e gli approfondimenti politici immediatamente successivi agli attentati, per notare la tendenza a “privilegiare” l’indicazione “psichiatrica”, dimenticando troppo spesso che il terrorismo ha le sue basi nell’ideologia, non nel disagio.
Il voler difendere gli estremisti musulmani a scapito dei malati mentali è allucinante! Basterebbe semplicemente ammettere la verità, senza voler “sdrammatizzare” a tutti i costi. Non è possibile negare che coloro che commettono crimini o violenze credono che “Dio è dalla nostra parte” e mai “dalla parte dell’altro”. La religione, rappresenta una copertura o una causa? La cittadinanza, l’appartenenza politica, lo status economico, ecc. possono cambiare, ma raramente cambiano le proprie credenze religiose.
Non si possono ignorare alcuni dei fattori nella politica globale, di oggi, che hanno generato forti sentimenti contro l’Occidente, tra i molti musulmani nel mondo. Per esempio, la cosiddetta ” guerra al terrore” di Washington, in base alle quali furono condotte invasioni e attacchi militari che portarono all’uccisione di decine di migliaia di innocenti in Iraq, Afghanistan e parti del Pakistan, ha fornito un pretesto ai gruppi estremisti islamici per lanciare attacchi terroristici.
Insistere sulle malattie mentali, anche la più innocua e diffusa come la depressione, non serve a combattere il terrorismo ma ad emarginare ancor di più soggetti affetti da questi problemi.
Stiamo vivendo una difficile situazione economica che porta spesso alla disoccupazione: molti perdono il lavoro e non riescono a trovare un’alternativa e quindi diventano a rischio di depressione, e questo ne farebbe dei potenziali criminali o stragisti?
Vi è il rischio di dirigersi oltre la legittima esigenza di capire a fondo il problema del terrorismo, finendo per diffondere ulteriori pregiudizi traslandoli dal campo religioso a quello della salute mentale. A quanto pare, siamo in balia di un’epidemia di malati mentali travestiti da Jihadisti. Sarà il Prozac l’arma definitiva contro il terrorismo?

STORIE SOTTOVOCE
Mai dire… ‘Sono cose da grandi’.
Per raccontare la paura ai figli, munirsi di una scatola magica…

Questa lettera ha inizio nell’estate dei tuoi quattro anni. Quando le mie paure si sono schiuse davanti alle immagini di una strage. Poco dopo la Terra ha tremato. E anche io sono stata contagiata da quel tremore, perché l’ho avvertito in te”. (Simona Sparaco, ‘Sono cose da grandi’)

Oggi la paura non è più solo quella delle fiabe, dei lupi, degli orchi, delle streghe, dei vampiri, dei fantasmi o dei mostri cattivi pronti ad affollare le notti e gli incubi di bambini sensibili, attutita e ammansita da una carezza sulla nuca. Oggi la si vede in televisione, la si riconosce negli occhi di un nipote che, di fronte all’11 settembre di Nizza, a una macchina che esplode, a una scheggia che falcia tutti come birilli o a stragi perpetrate da uomini incappucciati di nero in nome di una religione lontana, pone la fatica domanda: ma perché tanta violenza a questo mondo?

In questo tempo incerto, crudo, tempestoso e minaccioso, una madre prova a decifrare il mondo per suo figlio di 4 anni, reinventandolo attraverso i giochi e le storie che, con amore, crea ogni giorno per lui. A fare questo, con attenzione, garbo e grazia (oltre che lucida sintesi), Simona Sparaco, nel suo recente ‘Sono cose da grandi’ (Einaudi Stile Libero Big). Di fronte a tanta violenza che non risparmia nulla e nessuno, la frase tante volte usata per proteggerlo – “sono cose da grandi” – non funziona più. Rinviare le spiegazioni a domani non serve. Per quanto difficili.

Così, questa coraggiosa madre decide di rivolgersi al figlio per dirgli ciò che ha imparato sulla paura, nel tempo che non perdona. Ma anche per raccontargli la dolcezza di una vita quotidiana a due, tra barattoli pieni di insetti e scatole magiche dove custodire miracolosamente i propri desideri. Scrivendogli, scopre la propria fragilità, e in questa, un’indicibile forza. E facendo questo si fa coraggio, un coraggio che ogni madre è costretta a cercare e trovare per rassicurare i propri figli. Questa lettera al figlio spiega, in fondo, come parlare ai bambini dei mali del mondo. Come se si raccontasse una storia a bassa voce, si sussurrasse una verità difficile da comprendere, accettare, spiegare e digerire, per insegnare come vivere senza farsi dominare dalla paura, quella che è la realtà di oggi, come convivere con la sensazione perenne di insicurezza nell’entrare in un bar, un ristorante, un teatro, una sala da concerti, un cinema o una metropolitana.

Non possiamo rispondere alle domande sulla realtà con lo stesso metodo che adottiamo per liberarci degli orchi e dalle streghe malvagie. Bisogna elaborare strategie diverse, non si può stare sempre sull’attenti, si deve capire che bene e male non sono così facilmente identificabili. E anche accettare che per certe domande non esistono risposte, ma solo grandi gesti d’amore. Che di devono e possono creare oasi di pace e di gioia in grado di aiutarci a sopravvivere, in una terra che si scuote e crea disastri (un ricordo anche al terrore del terremoto). Magari inventandosi una scatola magica dentro la quale depositare segreti, domande, desideri, speranze, sogni, fiducia e dolori. Un giorno quella scatola potrebbe essere utile a ripercorrere il cammino fatto da un genitore e un figlio lungo la strada che hanno percorso insieme. Cullandosi, abbracciandosi e raccontandosi quanto è importante amare.

Simona Sparaco, Sono cose da grandi, Einaudi, 2017, 104 p.

VOCI DA BERLINO
L’etica dell’esistenza

di Dario Deserri

Il mondo cade in pezzi. Ieri sera (19.12.2016) attorno alle 20.00, un tir ha sventrato il mercatino natalizio di Breitscheidplatz, la piazza principale della West City. Di questo mondo, Berlino ne è la nuova, attualissima capitale, come altre in passato… un recente passato.
Era nell’aria da mesi. Solo un paio di giorni prima, la Berliner Zeitung scriveva di possibili attacchi ai mercati pubblici di Natale. La gente che vive qui lo sapeva da tempo. Il ruolo attivo del governo Merkel per i rifugiati nel trattato con la Turchia, l’appoggio della Germania in Siria già da fine 2015, erano tutti elementi che facevano pensare che la capitale tedesca, prima o poi, sarebbe stata presa di mira.

Io sono cittadino di questa città da anni, sono un europeo. Abbiamo faticato da queste parti, sudato per costruire qualcosa, per vivere dove la vita ci pareva fosse più libera. Ora qualcuno ci dice che non è così, nemmeno qui, che si sono sbagliati. Stavo tornando dopo una giornata di duro lavoro, erano le 18:30 ed ero stanco. Ho lavorato al mattino e studiato al pomeriggio. Studio da redattore, per poter scrivere, per migliorare una lingua ostica che, ogni giorno, ancora mi resiste… e mi migliora.
Passo per un mercatino di Natale a cinquecento metri da casa mia e sembra tutto tranquillo, come al solito. In giro ci sono ragazzi rumorosi, alcuni impiegati alla fine del turno fermi alle bancarelle, altri che bevono Glühwein, e poi le signore benestanti che provengono dalla Ku’Damm con le borse dello shopping, tutti a chiacchierare in mezzo alla piazza.
Mi confondo tra la folla, compro un paio di regalini e alcuni biglietti d’auguri di Natale. Cammino verso casa senza fretta e decido di mangiare qualcosa. Appena arrivato al mio appartamento, qualche centinaio di metri dopo l’Europa Center, al computer sempre accesso noto il LIVE della “Die Welt”: un attacco!
Immagini simili a quelle di Nizza dell’estate scorsa. Secondo uno studio del 2015 del Landrat cittadino, il Senato locale (Berlino è anche uno stato federale), i gruppi salafiti, più o meno identificati e tenuti sotto controllo a Berlino negli ultimi anni, sono oltre duecento. Il timore di un attentato terroristico è dunque piuttosto ragionevole. D’altro canto la città e l’intera nazione si sono fortemente polarizzate, quando non radicalizzate.
Ora attendiamo di sapere cosa sia davvero successo, le investigazioni sono tuttora in corso. L’unica cosa che appare certa è che un camionista polacco è stato ucciso, forse il proprietario del mezzo dirottato e guidato verso la tragedia. Dodici morti e cinquanta feriti innocenti che non meritavano certo di finire i loro giorni in questo modo. Anche una ragazza italiana risulta attualmente scomparsa.

Quella di ieri è una ferita (non la prima e, purtroppo, non sarà certo l’ultima) aperta nella capitale più liberale d’Europa. La capitale con una coalizione Rot-Rot-Grün, appena ratificata dal sindaco Michael Müller (SPD) in un territorio a nord-est dei nuovi Länder ex-DDR, con un impronta locale sempre più xenofoba, soprattutto in Sassonia. Berlino è stata per decenni un melting-pot pacifico e creativo, un’isola serena e un esperimento riuscito, frutto di politiche accorte e attente, nonostante l’inarrestabile avanzata delle multinazionali del lusso e della finanza un poco ovunque… sempre di più, anche qui.
Tutto questo avviene nel paese, che più ha goduto dei privilegi di questa Europa sbilenca (lo Stato molto più dei cittadini) e ben lontana da quella pensata da Konrad Adenauer o Willy Brandt, ad anni luce perfino da quella di Helmut Kohl. Ora la Merkel ne prenderà atto, e probabilmente ne pagherà le conseguenze. Come e in che modo lo capiremo nei prossimi mesi. Pagheremo tutti nel lungo periodo.

Con la politica estera degli ultimi quindici anni, i paesi occidentali avrebbero potuto creare un mondo migliore, quanto meno evitare tutto questo. Con l’ipocrisia di voler pacificare e portare democrazia nel mondo, in paesi che non conoscono nemmeno il significato della parola “Costituzione” (ma sappiamo che i motivi reali sono ben altri), siamo finiti per tornare in guerra tutti quanti. La guerra del consumismo.
Questa è una città pacifica, ma nella sua storia è stata anche altro. Nel suo dna, Berlino ha la capacità di trasformarsi, di cambiare radicalmente. Ora è polarizzata, montano gli schieramenti già da anni… i pro e i contro. Cosa sarà di questa città nessuno al momento può saperlo, ma nelle sue continue trasformazioni è presente soprattutto il codice della rinascita.

VOCI DA BERLINO
Anna, trentenne ferrarese: Non cediamo ai terrorismi
“Per la mia famiglia voglio una vita normale, senza paura”

Alle 20.15 di ieri sera un tir nero con targa polacca si é lanciato a tutta velocità contro la gente che affollava il mercatino di Natale a Brutscheidplatz, nel quartiere bene di Charlottemburg a Berlino. Sono gli auguri di Natale che l’Isis invia all’Occidente.
A pochi passi dal luogo dove oggi si piangono le dodici vittime e le quarantotto persone ferite dall’attentato, la cui matrice terroristica in realtà non é stata ancora confermata dalla polizia, sorge la Chiesa della Rimembranza, simbolo berlinese di pace e riconciliazione.

Di quanto accaduto ieri sera parliamo con Anna, ferrarese, che vive da cinque anni a Berlino con la sua famiglia.
“Intorno alle nove io e mio marito siamo stati inondati da messaggi e telefonate di persone che ci chiedevano come stessimo: abbiamo capito solo allora che era successo qualcosa di grave. Abbiamo iniziato a seguire le notizie sull’account della polizia che raccomandava alle persone di non uscire di casa. Non solo perché si diceva che forse uno degli attentatori era in fuga verso il centro della città, ma anche per non intasare le strade e permettere ai soccorritori di lavorare più agevolmente. Dopo circa due ore hanno dichiarato concluso lo stato di emergenza, ma invitavano comunque la popolazione a servirsi della funzione “safety check” di facebook per comunicare ad amici e parenti che si stava bene”. (Safety check é una funzione Facebook che permette di comunicare rapidamente ad amici e parenti che si é fuori pericolo in caso di emergenza, ndr).

Era da tempo che il terrorismo islamico aveva nel proprio mirino la Germania, e nello specifico i mercatini di Natale: poco tempo fa è stato sventato un attentato condotto da un bambino di soli dodici anni, nato e cresciuto sul suolo tedesco. Quando chiedo ad Anna del clima che si respirava a Berlino prima del tragico avvenimento di ieri sera, lei mi risponde: “Nell’aria non si respirava alcun pericolo. Ho amici che viaggiano spesso e si occupano di politica internazionale e vivono tranquillamente, come tutti. Il rischio c’é ma si accetta: é il prezzo da pagare per non rinunciare a vivere una vita normale”. Anna coglie anche l’occasione per una piccola critica agli operatori dell’informazione: “Se devo essere onesta, sono i mass media che cavalcano questa ‘moda’ del terrore, rinunciando a fare informazione e spettacolarizzando le notizie, sempre alla caccia della prossima notizia a effetto. Le persone più deboli, come anziani o persone depresse, ne fanno le spese: conosco persone che vivono barricate in casa. Oggi – aggiunge ancora Anna – sono andata al supermarket e a casa mia ci sono l’idraulico e il suo assistente, sempre gentili e sorridenti, con i quali non si é fatto alcun accenno di quanto successo. C’é il pudore di capire che noi qui piangiamo dodici morti, ed é terribile, ma anche in altre parti del mondo muoiono migliaia di persone. Siamo tutti vittime uguali di questa follia terroristica”.

La progressione geometrica del terrore

di Lorenzo Bissi

12 dicembre 1969.
Banca Nazionale dell’Agricoltura, Piazza Fontana, Milano. È un giorno come un altro, almeno fino alle 16:37. Sette chili di tritolo uccidono 17 persone e ne feriscono 87.
16:55, Banca Nazionale del Lavoro, via Veneto, Roma, un’altra esplosione. Poi sempre Roma, tra le 17:20 e le 17:30 una davanti all’Altare della Patria e l’altra alle porte del Museo centrale del Risorgimento, in piazza Venezia.
Altri 17 feriti.
Nei mesi successivi il caso Pinelli e il caso Calabresi e le indagini fuori pista: per l’Italia si apre un periodo di terrore e di stragi. Ancora oggi sono argomenti delicati, e la verità è ancora lontana.
Oggi il terrorismo trova altri moventi, e prova a giustificarsi non più in nome della politica, ma in nome di un dio. Tutto ciò genera sempre la stessa cosa: terrore, odio, e desiderio di vendetta.

“Come un circolo vizioso, la minaccia terroristica si trasforma in ispirazione per un nuovo terrorismo, disseminando sulla propria strada quantità sempre maggiori di terrore e masse sempre più vaste di gente terrorizzata.”
Zygmunt Bauman

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

IN PRIMA LINEA
Quando la guerra ti guarda negli occhi

di Diego Stellino

L’inatteso colpisce, deve colpire, sempre di più di ogni previsione di incontro. Questo accade quando la ‘guardia si abbassa’ e quello che è l’ordinario ti proietta invece tra le fauci della realtà. Tutte quelle barriere che si creano, spesso involontariamente, se non inconsciamente, quando veniamo travolti dalle notizie dalle ‘zone calde’ della terra, ci portano alla compassione da spettatore assuefatto, abituato alla ‘prossima notizia’, alla storia vera accanto alla fiction di stagione che potrebbe anche trattare dello stesso tema, se non, comunque, quasi certamente di violenza.

Qui siamo semplicemente ai margini di una di quelle zone, è il confine turco-siriano, nella città di Kilis. Questa foto non è niente di speciale: una donna, vestita con burqa, insieme alla figlia di qualche anno; è stata scattata al termine del viaggio in autobus tra Kirikhan e Kilis, una bella stazione degli autobus.
Il viaggio è stato fatto su un piccolo pulmino da una quindicina di posti, io ero quello con la valigia più grande (lo zaino con l’attrezzatura foto e un cambio), non c’erano fermate: si rallenta quando si vede una persona ferma al margine della strada e con un cenno si capisce se serve il passaggio o meno.

La ragazza è in difficoltà: deve chiamare qualcuno a casa, ma non ha modo (non so se per mancanza di credito o del telefono stesso). I ragazzi che ho appena conosciuto notano la situazione, parlano un po’ con lei e le offrono il loro telefono. Poi Ali mi guarda e mi spiega con grande semplicità che la ragazza è sola, sta cercando di raggiungere a Gaziantep la sua famiglia con la figlia: viene da Aleppo, suo marito è morto in un bombardamento dieci giorni fa.

L’accompagnano al prossimo pulmino per l’ultima tratta del suo viaggio per tornare dai suoi genitori, che, non è scontato, la accolgono nuovamente tra di loro.

Eccola qui la guerra, davanti a me: fotografata “in pace” e prima di sapere che davanti avessi proprio lei.

Quelli che l’immigrazione…

Parlare di immigrazione di questi tempi è pericoloso. Certo, grandi e piccole migrazioni fanno parte della storia dell’uomo e lo scontro tra popolazioni residenti e popolazioni nomadi è stato per secoli una costante antropologica. Le migrazioni, legate a condizioni culturali, a guerre ed epidemie, a carestie e disastri ambientali, a miseria o ricerca di fortuna, hanno sempre trovato nei diversi tassi di natalità responsabili delle differenze demografiche un motore biologico inesauribile.
Ma il contesto entro cui, oggi, le migrazioni si manifestano è completamente nuovo: per l’ampiezza della popolazione mondiale innanzitutto (7,46 miliardi di persone in rapida crescita), per l’iniqua distribuzione di una quantità di beni primari che sarebbero sufficienti per soddisfare i bisogni essenziali di tutti, per la diffusione globale delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione che indottrinano e connettono miliardi di persone facendo balenare loro il sogno dell’abbondanza, per l’abbattimento delle barriere che impedivano il libero flusso di merci e capitali finanziari, per la facilità dei movimenti e dei trasporti.
Catastrofi climatiche (basti pensare al Darfour), land grabbing, sfruttamento delle risorse naturali, conflitti geopolitici e guerre, distruzione delle culture locali, il fallimento completo della cooperazione internazionale e del sostegno ai paesi in via di sviluppo, la scoperta di nuovi mercati che potrebbe assorbire l’enorme quantità di merci prodotte, una distribuzione dei beni totalmente iniqua, sono alcuni fattori che stanno alla base degli sconvolgimenti demografici che, su questa scala, non hanno precedenti nella storia.

Se questo è lo sfondo l’Italia si trova nella peggiore posizione geopolitica possibile, e non stupisce dunque che l’immigrazione sia diventato un problema sociale drammatico, ampiamente sfuggito al controllo dello stato. Lo dicono i numeri e le proiezioni demografiche, lo conferma il ragionamento strategico, lo sostiene l’esistenza di enclave aliene sempre più numerose ed impenetrabili sul territorio; lo attesta, oltre ogni ragionevole dubbio, la paura diffusa, il rancore e l’accanimento degli italiani (e dei residenti delle comunità immigrate da più tempo) quando si schierano pro o contro una situazione che, da emergenza che fu negli anni novanta, è diventata un dato strutturale che diventa sempre più inquietante.

Nella varietà di opinioni e di rappresentazioni che circolano nella rete, che si alimentano nei luoghi di incontro, che rimbombano nell’intero sistema dei mass media, si possono riconoscere con molte sfumature e qualche distinguo, due campi avversi brutalmente contrapposti, due poli concettuali intorno ai quali si addensano, ora più vicine ora più lontane, le opinioni delle persone.

Il centro del primo polo è rappresentato dai favorevoli a tutti i costi, da quel nucleo di persone che vede l’immigrazione come una necessità, i migranti come un’opportunità, l’accoglienza come un dovere a prescindere da ogni tipo di conseguenza; quelli che strillano “al razzista” e “al fascista” ogni volta che qualcuno non concorda con questa prospettiva. Attorno a questo centro si addensa la vasta costellazione dei sostenitori del politicamente corretto che, spesso, nasconde dietro la retorica dei buoni sentimenti umanitari floridi affari. Vi ruota inoltre il pulviscolo di quelli che, nell’immigrazione, vedono semplicemente un’opportunità per far crescere il PIL e un mezzo per pagare le pensioni delle generazioni più vecchie, visto che gli italiani non fanno più figli.
C’è chi crede nell’obbligo di accoglienza per ripagare i popoli sfruttati nel passato coloniale e nel presente globalizzato; ci sono tante persone in buona fede, operatori per passione, gente pronta a dare e a condividere il proprio. Ma ci sono anche persone comodamente protette dalla loro condizione di classe o di ceto, che amano a parole l’umanità astratta ma apprezzano assai poco il prossimo in carne ed ossa, con i suoi odori, i suoi vestiti e la sua cultura: gente che vive ben protetta nei quartieri e nelle case blindate dove la scomoda e vasta e brulicante umanità dei poveri non ha accesso.
Il nucleo di questo polo sembra essere formato da quel progressismo mondialista che vede nel melting pot il futuro necessario dell’umanità, da quel laicismo estremo chiaramente volto ad eliminare connotazioni religiose e culturali in nome di un’uguaglianza omologante interamente schiacciata sul dogma del libero mercato.

Il centro del secondo polo è rappresentato dai contrari irriducibili, coloro che vedono nella immigrazione un pericolo, una minaccia per gli italiani e le italiane, un grave danno. Quelli sempre pronti ad evocare la minaccia del terrorismo, la necessità del pugno di ferro contro l’islam. Quelli che sono sempre in prima linea nell’accusare di comunismo, buonismo, calcolo interessato, connivenza e ipocrisia coloro che professano opinioni opposte. Quelli tutt’al più disposti a usare gli immigrati se hanno lavoro, costano meno degli italiani e stanno zitti scomparendo dopo aver concluso le loro prestazioni. Gravitano attorno a questo centro anche persone in buona fede, spaventate e timorose della diversità, insieme a quelli che predicano l’impossibilità dell’integrazione e segnalano la sproporzione dei costi che distolgono fondi che dovrebbero essere assegnati agli italiani bisognosi travolti dalla crisi. C’è gente ben convinta della superiorità del modello occidentale e della sua cultura, persuasa della necessità di un progresso che coincide necessariamente con una modernizzazione che deve essere, innanzitutto, occidentalizzazione forzata. Ma c’è anche quell’umanità semplice ancora ben disposta verso i migranti che serbano un atteggiamento umile, lavorano e si adattano, ma assolutamente contraria all’accoglienza indifferenziata e imposta dall’alto. Ci sono anche razzisti convinti, cittadini che rifiutano qualsiasi segno identificativo di altra cultura ed altra religione. Ruota attorno a questo nucleo un pulviscolo di opinioni che sfociano in visioni religiose, nella difesa dell’identità locale e nazionale e di quei valori dell’occidente che la modernizzazione stessa ha distrutto ben prima dell’arrivo delle ondate migratorie.

Sbagliano gli uni negando le dimensioni perverse della cosiddetta accoglienza; sbagliano gli altri negando le responsabilità dell’intero occidente nelle genesi del fenomeno. Sbagliano tutti quando parlano del fenomeno riducendolo ad una sua drammatica caricatura tesa a far leva sui sentimenti e le emozioni della gente.

Si riconosce da entrambe le parti la presenza ora più netta ora più sfumata di una componente d’odio e di rancore: un muro contro muro che non consente soluzioni innovative che oggi servono come il pane. Nessuno che riconosca nelle ragioni di chi sta sull’altro lato della barricata qualche fondamento o, almeno, il beneficio del dubbio. Una contrapposizione che fa la gioia dei media ma che umilia lo spirito della democrazia e della cittadinanza.
Si riconosce in entrambi i poli una volontà colpevole di ignorare e di escludere informazioni che possano mettere in discussione le proprie incrollabili posizioni, i propri assunti di partenza che rimangono spesse volte oscuri.
Intorno al tema immigrazione si rinnova dunque uno scontro politico e sociale che ricorda ai più vecchi mai sopite contrapposizioni ideologiche che si intersecano in un gioco difficile da riassumere: destra contro sinistra, laico contro religioso, società contro comunità, progressisti contro conservatori.

Ma la dimensione del fenomeno è tale che nessuna contrapposizione frontale potrà portarvi sollievo e soluzione. Nessuna soluzione è possibile in assenza di chiarezza e di una riflessione che parta innanzitutto dalla complessità, rifiutando ogni tipo di semplificazione. E una riflessione dura, dolorosa ma quanto mai necessaria che deve affrontare, tenendoli insieme, aspetti demografici, etnici, culturali, religiosi, sociali, amministrativi, legali, economici, finanziari, geografici, geopolitici, strategici e militari. Senza dimenticare la sana solidarietà, senza scollegare la dimensione locale da quella globale.
Di fronte al totale fallimento della politica dell’immigrazione tocca ai cittadini di buona volontà fare un passo di riconciliazione e di approfondimento che vada oltre la contrapposizione dell’essere pro e dell’essere contro, un passo atteso che apra lo spazio al discernimento.
Non c’è altra scelta: ciò che colpevolmente si rifiuta di vedere adesso si ripresenterà in modo assolutamente peggiore nel prossimo futuro.

Alfabeto della crisi, cinque modi di dire guerra

Attentati suicidi, stragi, violenze, bombardamenti, migrazioni forzate e fuori controllo, campi profughi, barconi affondati, bambini morti, donne violentate, torture, assassini, azioni terroristiche, attacchi aerei e missilistici, forze speciali sul terreno, città distrutte, scontri senza quartieri di bande e fazioni, corruzione, traffico di armi fiorentissimo, azioni di intelligence, informazione e controinformazione di impronta militare. L’intera area mediterranea, trascinata nel gorgo dell’instabilità medio-orientale, è diventata un campo caotico che i media rappresentano quotidianamente alimentando più spesso la confusione e la paura di quanto aumentino la consapevolezza dei cittadini. L’italia, stranamente salvata dal terrorismo attuale, che pure ha conosciuto da noi una fase endemica associata alla strategia della tensione, si trova geograficamente al centro di questi sconvolgimenti.
L’incapacità di comprendere e descrivere imparzialmente questo stato di cose spinge vaste porzioni della popolazione (e dei suoi rappresentanti) ad assumere semplificazioni che sembrano addomesticare il caos riconducendolo a categorie elementari e note che lo rendono cognitivamente dominabile.

Qualcuno vede la genesi dei disordini attuali nello scontro di civiltà che si sviluppa lungo le linee di faglia delle identità culturali e religiose; oggi, questo conflitto metterebbe di fronte il gruppo di paesi che si riconoscono storicamente nella cultura occidentale, laica, avanzata, tecnologica e democratica, ad altri gruppi di paesi che non si riconoscono in essa ed anzi, rispetto e contro ad essa, sostengono modelli culturali e sociali differenti. L’immaginario dei fautori dello scontro di civiltà è popolato di regimi totalitari caratterizzati dall’assenza di democrazia, dai diritti negati alle donne e alle minoranze, da tradizioni e costumi ancestrali inaccettabili per la sensibilità contemporanea, dal tribalismo nelle relazioni, dal dominio dei clan, spesso dall’egemonia della sfera religiosa nelle istituzioni. Un mondo di diritti conculcati, di irrazionalità pronta ad esplodere, di arretratezza rispetto al mondo occidentale che rappresenta la punta più avanzata del progresso e dello sviluppo. Un mondo però che non rifiuta ed anzi utilizza massicciamente i prodotti e i processi della modernizzazione tecnico scientifica.
Si riconoscono in queste contrapposizioni estreme echi delle paure legate alle teorie sul tramonto dell’occidente, che si intrecciano tuttavia con la pretesa di una modernizzazione globale, che dovrebbe coincidere di fatto, con la occidentalizzazione forzata del mondo, anche attraverso l’esportazione violenta della democrazia.

Qualcuno sostiene che nel bel mezzo di un occidente radicalmente secolarizzato siamo paradossalmente invischiati in una guerra di religione che contrappone l’occidente cristiano ad un Islam aggressivo assolutamente determinato a conquistare ad ogni costo nuovi territori e a sottomettere nuove popolazioni. Martiri dell’una e dell’altra parte vengono esibiti a prova della violenza intrinseca di uno scontro le cui radici rimanderebbero all’epoca delle crociate e alle lotte dei regni europei del XVI secolo contro l’espansionismo dell’Islam. Nella polarizzazione dello scontro scompare ogni connotazione positiva di una società e di una religione che viene ormai vista come non integrabile, irriducibile perché fondata sulla prevaricazione e la violenza.
Agli occhi dei fautori più estremisti dello scontro religioso il cristianesimo occidentale diventa quella religione basata sull’amore universale e la tolleranza, che avrebbe dato fondamento e dignità alla democrazia e allo stato di diritto, garantendo la nascita delle libertà fondamentali e l’affermarsi dei diritti civili; qualcuno si spinge ancora oltre dipingendo lo scontro religioso come una guerra escatologica che contrappone il bene al male.

Alcuni sostengono che la causa del disordine risieda nello svilupparsi di un conflitto geopolitico globale nel quale pochi attori planetari si muovono per catturare risorse che consentano loro di conquistare e mantenere il potere, ostacolando allo stesso tempo le capacità operative degli avversari. Si tratterebbe di un gioco strategico che ha per posta il predominio planetario e che si avvale di ogni mezzo per perseguire questo obiettivo: nello scenario di guerra globale ogni cosa viene utilizzata in modo strategico secondo piani e calcoli che sfuggono ai profani e che i cittadini non devono conoscere. La guerra come prosecuzione della politica si manifesta allora con forme che usano ogni modalità possibile oltre a quella classica dello scontro armato tra eserciti: finanza, economia, propaganda, terrorismo, non meno dell’uso finalizzato delle tecnologie civili, delle religioni, del clima, dell’ambiente e delle migrazioni, diventano specifiche variabili da usare all’interno di strategie finalizzate di breve e di più lungo periodo; soprattutto l’intero sistema mediatico di informazione globale assume una rilevanza enorme poiché, attraverso di esso, si possono influenzare le opinioni di miliardi di persone determinandone l’adesione o il rifiuto rispetto ad eventi e scelte specifiche attuate dagli attori dominanti. La cronaca degli ultimi decenni è piena di gravissimi accadimenti determinati in questo modo, giustificati, promossi o condannati in funzione di specifici interessi di parte. L’abbattimento di Saddam e di Gheddafi rappresentano in tal senso casi talmente chiari da diventare esemplari di un intera filosofia politica. Nulla di nuovo per i pochi che frequentano le alte sfere dove si prendono le decisioni che contano o per quanti hanno studiato ha fondo le dinamiche della storia; ma qualcosa di assai inquietante per la maggioranza dei cittadini che non dispongono di categorie esplicative adeguate e sono abituati a ragionare in base alle informazioni passate dai media.

Qualcuno sostiene che, se guerra c’è, essa nasce da un conflitto di classe globale, che taglia trasversalmente etnie, popoli, religioni e nazioni; una guerra che in tutto il mondo e in quasi tutte le nazioni sta drenando enormi ricchezze dalle classi più povere e dalla classe media, che fu la colonna della società industriale, spostandole verso i ceti più ricchi e dominanti che stanno al vertice della piramide sociale dell’intera popolazione mondiale. Se si preferisce, una rivolta delle elites finanziarie ed economiche dominanti contro la democrazia, che attraverso la gestione di un giusto grado di disordine e caos, riesce ad imporre sempre più norme e regole che limitano gli spazi di libertà, demolendo al contempo, una alla volta, le conquiste dello stato sociale.
Una guerra che da un lato genera enormi profitti e, dall’altro, è causa di spaventose povertà che stanno al centro di gran parte dei conflitti armati e delle migrazioni bibliche che si abbattono sull’Europa con la forza incontrollabile di uno tsunami e rischiano di mettere in drammatica competizione le classi più povere dell’occidente con i milioni di disperati in fuga da paesi diventati invivibili.

Ora, è fuor di dubbio che la complessità della situazione è tale da non consentire alcuna facile semplificazione. Sicuramente lo stato attuale e gli scenari futuri per l’area mediterranea, per l’Italia e per l’Europa dipendono da complicate variabili demografiche, sociali, culturali ed antropologiche che variamente si intersecano con le strategie geopolitiche, economiche e finanziarie messe in campo da una pluralità di attori noti ed occulti che raramente agiscono alla luce del sole, come la retorica democratica vorrebbe. In tale situazione l’informazione stessa è parte di un gioco di influenze finalizzato a sostenere e legittimare interpretazioni e visioni coerenti con le strategie geopolitiche degli attori dominanti. Questa esplosione di informazioni configura un ambiente ideale per alimentare l’insicurezza e la paura, la manipolazione dell’opinione pubblica, il complottismo e ogni forma di populismo.

Forse non sbagliano neppure coloro che sostengono che la guerra sia tornata ad essere uno stato di sofferenza interiore, perché abbiamo smarrito la capacità di vedere nell’altro, semplicemente un essere umano; perché giudichiamo con troppa superficialità in termini di bene e male; perché abbiamo troppo spesso bisogno di costruire un nemico (variamente connotato come il barbaro, l’infedele, il grande corruttore, l’antagonista, lo sfruttatore) non essendo capaci di esprimere una pienezza soggettiva bastante a se stessa; perché aderiamo stupidamente a modelli che montano l’egoismo, l’odio e il rancore; perché non siamo capaci di leggere i limiti di uno sviluppo globale che, invece di portare benessere, sta seminando a piene mani morte e paura; perché rimaniamo attaccati a concetti e teorie obsolete non più in grado di aiutarci a descrivere la realtà degli accadimenti; perché non abbiamo la consapevolezza di vivere in un sistema altamente complesso ed interconnesso; perché crediamo che un buonismo di facciata sia sufficiente a risolvere i problemi diventati incontrollabili; perché in nome del politicamente corretto abbiamo perso il gusto della sana contrapposizione o perché non siamo in grado di vedere altro che la nostra mera opinione.

L’INTERVISTA
Il vangelo di Magdi Cristiano Allam: “Basta con la retorica dei migranti, pensiamo a combattere l’Islam prima che ci distrugga”

(Pubblicato il 15 luglio 2015)

Controverso. E’ l’aggettivo che meglio si attaglia alla figura di Magdi Allam. Anzi, di Magdi Cristiano Allam, il “musulmano moderato” che per 56 anni ha fatto bandiera della sua moderazione e poi si è convertito al cattolicesimo e nel plateale rito di battesimo alla – per lui – nuova religione, celebrato nel 2008 in piazza San Pietro da Benedetto XVI, ha voluto assumere il nome di Cristiano, avvertendo evidentemente l’esigenza di mostrare al mondo la bandiera del suo nuovo credo.
Oggi spiega che i musulmani moderati non possono esistere perché è il Corano – testo sacro dell’Islam – a fomentare la violenza, ed essendo il Libro stesso ‘deificato’ – e perciò indiscutibile – chi dà prova di moderazione non è un buon fedele. Non mostra alcuna simpatia per papa Francesco, una sola cosa li accomuna: la condivisa convinzione che sia in atto una terza guerra mondiale strisciante.
Ieri sera era a Ferrara per un intervento programmato nell’ambito della rassegna “Autori a corte”. Lo abbiamo incontrato e intervistato. A tavola, perché al botta e risposta che secondo gli organizzatori avrebbe dovuto svolgersi sul palco, ha preferito la formula del monologo senza interruzioni né contraddittorio. Così il dialogo si è svolto a cena.

Lei è arrivato in Italia nel 1972 e ha intrapreso una serie di collaborazioni giornalistiche. Si può definire il suo percorso professionale quantomeno originale: dal Manifesto a Repubblica, poi al Corriere come vicedirettore e ora la collaborazione al Giornale. E’ stato un transitare da sinistra verso destra, polo entro il quale dal 2008 ha sviluppato la sua attività politica: prima nell’Udc, poi in contiguità con ambienti di Forza Italia e nel 2014 aderendo a Fratelli d’Italia. Affermare che non si tratta di una traiettoria lineare più che un giudizio è una constatazione…
“Parliamo di un arco temporale di 40 anni, se uno non cambiasse ci sarebbe da preoccuparsi… Sono arrivato in Italia dall’Egitto nel 1972 con la maturità scientifica dell’istituto Don Bosco e una borsa di studio del governo italiano, mi sono laureato in Sociologia alla Sapienza e ho iniziato a svolgere attività giornalistica, che è sempre stata la mia grande passione, con una piccola agenzia che si occupava della catena di giornali locali dell’Espresso e in seguito con la “Quotidiani associati”. E ho collaborato con qualche testata locale come l’Ora di Palermo. Il Manifesto ha pubblicato qualche mio commento, ma non ho mai lavorato con loro, compare nelle biografie ma è un po’ una forzatura quella di dire che ho lavorato al Manifesto….

…L’Ora di Palermo, il cui editore di riferimento – peraltro – era il Pci, Partito comunista italiano.
“Sì era un giornale di sinistra, ma negli anni Settanta io mi consideravo di sinistra. Come dire, allora era di moda essere di sinistra. Anche La Repubblica era di sinistra. Io ho cominciato a scrivere per Repubblica nel 1979 e ci sono rimasto sino al 2003 quando ero editorialista e inviato speciale. Poi dal 2003, dopo 25 anni, raccogliendo l’invito del direttore Stefano Folli passai al Corriere della Sera come vice direttore ‘ad personam’: Il che significa che della carica avevo gli onori ma non gli oneri! (ride, ndr).

Il massimo della vita.
Ero molto stimato, senza falsa modestia posso dire che ero fra i massimi esperti di islamismo in Italia. D’altronde conosco la lingua araba ho vissuto e frequentato quei Paesi, sono in grado di leggere dall’interno quelle realtà. Al Corriere interessavano i miei articoli e quella carica era una gratifica, un modo per allettarmi e sottrarmi a un giornale, La Repubblica, dove avevo un trattamento con fiocchi e un ottimo rapporto con Ezio Mauro: pur essendo minoranza in redazione sul piano delle idee, il direttore mi difendeva strenuamente, ben sapendo che Magdi Allam era in grado di garantire al giornale un’importante fetta di lettori… Questo per quanto riguarda la stampa.

E la politica?
Per quel che concerne i partiti, non ho mai avuto tessere, con l’eccezione di Fratelli d’Italia al quale ho aderito lo scorso anno per tre mesi, a cavallo delle elezioni europee, quando loro avevano prospettato la nascita di un soggetto politico nuovo. Poi non avendo riscontrato questa novità me ne sono uscito. Non ho mai fatto parte dell’Udc, ma nel 2009 ho partecipato alle elezioni come candidato indipendente nella lista Udc del nord-ovest. Mentre nel 2014 mi sono presentato alle europee nella circoscrizione Nord-est con Fratelli d’Italia.

In precedenza aveva fondato il suo movimento…
Sì, nel 2008 ho fatto la follia di dimettermi da vicedirettore del Corriere, cosa che solo un pazzo può fare: avevo 56 anni, ero vicino alla pensione, forse potevo già andarci e invece decisi di cambiare vita. Mi ero da pochi mesi convertito al cristianesimo – il 22 marzo ricevetti battesimo, eucarestia e cresima da papa Benedetto XVI – e pensai che era venuto il momento di testimoniare i miei valori non soltanto tramite la scrittura ma anche attraverso le opere. Quindi a novembre fondai un’associazione che chiamai “Protagonisti per l’Europa cristiana”; l’anno successivo partecipai come capolista nella lista dell’Udc alle elezioni, andai bene, presi 40mila voti e per cinque anni sono stato parlamentare europeo. In questi cinque anni come giornalista ho continuato a operare scrivendo su Libero. Avevo anche una rubrica su Panorama, poi Sallusti mi ha chiamato e io sono passato a ‘Il Giornale’ (puntualizza l’articolo, tiene molto alla precisione, ndr). Con Sallusti mi trovo benissimo, lui come persona è ciò che si definisce un “gentleman”, molto corretto, perbene. Poi condividiamo le stesse idee e ha avuto il coraggio di difendermi quando sono sono stato brutalmente attaccato e addirittura sottoposto a procedimento disciplinare dall’Ordine dei giornalisti per “islamofobia”, un reato che non esiste nel nostro codice…

E poi arriva “Io amo l’Italia”, giusto?
Sì, nel 2009 ho costituito un movimento che si chiamava “Io amo l’Italia” con il quale abbiamo partecipato ad alcune elezioni locali e nel 2010 alle regionali in Basilica eleggendo un consigliere, nel 2011 di nuovo alle amministrative (io ero presente a Milano a sostegno di Letizia Moratti che purtroppo ha perso), nel 2013 ho fatto la follia di partecipare da solo alle elezioni politiche e l’esito è stato catastrofico: è stata la conferma del fatto che un soggetto politico se non ha soldi, organizzazione e visibilità mediatica non va da nessuna parte… In particolare oggi la crescita del consenso del leader si ottiene andando prevalentemente in televisione. Quindi chi veramente detiene il potere in Italia è chi gestisce le televisioni perché determina chi sarà il numero uno, il due, il tre e il quattro, sulla base degli spazi assegnati a ciascuno. Quindi se sul telegiornale a qualsiasi ora la prima notizia è sempre Matteo Renzi è evidente come si orienterà l’elettorato.
Per quanto mi riguarda, subito dopo ho ricevuto da Fratelli d’Italia l’invito a partecipare a quella che avevano definito ‘Officina per l’Italia’, con la prospettiva di dare vita a un nuovo soggetto politico (c’erano anche gli ex ministri Giulio Terzi, Antonio Guidi e Alemanno) ma poi quel progetto non si è concretizzato.

“Io amo l’Italia” oltre che il nome del movimento che ha fondato è un’espressione che lei usa spesso. Fra i concetti che sostanziano questo amore ci sono, declamati in una sorta di programma, lo stop alle moschee, all’immigrazione, l’esortazione a far nascere “più figli italiani”, l’affermazione di un diritto di “priorità agli italiani”. Non è discriminatorio tutto questo?
Vede, il Vangelo dice “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Non si limita ad esortare l’amore per il prossimo: prima di tutto dobbiamo il rispetto a noi. E poi dobbiamo intenderci su chi è il prossimo. Il prossimo è chi più ti è “prossimo”, cioè chi ti è vicino. Dobbiamo smetterla con la retorica dei migranti, il mio prossimo è prima di tutto mio figlio, che ha 31 anni ed è disoccupato. E’ di lui principalmente che io ho il dovere di preoccuparmi.

Ma lei che nutre sentimenti religiosi non avverte il senso di un’universale fratellanza?
Questo dell’universalità è un concetto che riguarda essenzialmente la Chiesa e che va sostanziato. L’universalità a mio avviso si riferisce alla dimensione dell’anima. La Chiesa non si occupa della gestione degli affari terreni, quella compete allo Stato. Quindi la Chiesa può certamente predicare la fraternità, ma io dico che questa ossessione di papa Francesco per l’accoglienza di tutti coloro che provengono dalle periferie povere del mondo sta scardinando gli assetti sociali perché si tende a immaginare che sia obbligo concedere agli altri, a prescindere dalle conseguenze. Per fare un esempio, dopo la visita del papa a Lampedusa nell’ottobre del 2013 e il suo reiterato grido “vergogna” l’Italia che allora investiva per operazioni di identificazione e salvataggio 1,5 milioni di euro al mese, ha aumentato la spesa a 10 milioni.

Ma mica può prendersela col papa, che in questo caso ‘fa il suo mestiere’. Casomai, per paradosso, dovrebbe accusare lo Stato che – stando alla logica del suo ragionamento – subisce il condizionamento della Chiesa e mostra così di non essere sufficientemente laico…
Guardi, a quei livelli nulla accade per caso. Il papa certe affermazioni non le butta lì, è tutto studiato: anche lui è un capo di Stato… Comunque io ribadisco il concetto: se l’Istat ci dice che ci sono in Italia 12 milioni di poveri e che dai 4 ai 6 milioni di italiani si mettono in fila alle mense dei poveri, noi abbiamo il dovere di preoccuparci prioritariamente di loro, degli italiani.

Lei parla spesso di laicità, però da “musulmano moderato” sette anni fa ha deciso di abbracciare la fede cattolica: questo induce a pensare che consideri l’appartenenza religiosa un fattore fondante e imprescindibile. E’ così?
Io mi considero sempre coerente con me stesso, ho dei valori che sono sempre stati gli stessi: ho sempre creduto nella sacralità della vita di tutti, senza eccezione. Certo, prima di raggiungere la maturità, durante l’adolescenza e la gioventù, in epoca nasseriana in Egitto, credevo anch’io che Israele andasse distrutto… Però poi nella fase matura, dai 25-30 anni in poi ho sempre avuto ben chiaro che pari dignità e libertà di scelta delle persone sono pilastri che non possono essere in alcun modo messi in discussione, Benedetto XVI ha coniato l’espressione ‘valori non negoziabili’, io credo siano questi.
Quindi quando da musulmano mi sono reso conto che l’Islam come religione era in contrasto con questi valori ho preso atto che si può essere musulmani moderati come persone ma l’Islam come religione non può essere moderato. E quando da cattolico mi sono trovato una Chiesa che tende a legittimare l’Islam io ho cominciato ad esprimere le mie critiche, soprattutto dopo l’avvento di questo papa e in relazione a questa sua insistenza sull’accoglienza dei clandestini.

A proposito di laicità mi interessa capire se nella sua concezione la ‘verità’ è rivelata o se invece scaturisce empiricamente dalla ricerca condotta attraverso un percorso di continue verifiche fatto di congetture e confutazioni.
Non ho una concezione di verità trascendente ma razionale. Faccio un esempio: la famiglia naturale. La scienza ci dice che la procreazione può avvenire solo attraverso il sodalizio fra un uomo e una donna, quindi su base biologica si può affermare la naturalità della famiglia tradizionale. Così quando io condanno la famiglia omosessuale lo faccio su una base di verità.

Mi sembrano cose diverse e non consequenziali. Un conto è il ragionamento sulla procreazione, altro è riconoscere a ciascuno il diritto di manifestare la propria affettività come liberamente sceglie, o no?
Allora mi spiego ancora meglio. Mi trovavo seduto su una panchina a Milano in viale Buonos Aires. Mi passano accanto due uomini che si tengono per mano, si scambiano pubblicamente effusioni. A me fa molto senso vedere due uomini così, che si baciano…

E due donne, stesso effetto?
Sto parlando di una cosa che mi è capitata, non ho visto due donne. Mi sono domandato, se mio figlio più piccolo, che ha otto anni, fosse stato qui e avesse assisto alla scena questo figlio crescerebbe con l’idea che questo sia normale… Allora: noi di fatto siamo la prima generazione di genitori che deve spiegare ai figli che ci si sposa fra un uomo e una donna e che il rapporto fra uomo e donna è quello naturale perché permette la riproduzione. Ma quello vedi in televisione è altro e tutto ormai appare lecito. Si crea in seno alla società una cultura che fa venire meno il senso della famiglia naturale. E i giovani oggi non hanno la stessa spinta che c’era trent’anni fa a mettere su famiglia.

E questo la preoccupa?
Non è che preoccupa Magdi Cristiano Allam, è un problema. L’Istat dice che in Italia il saldo fra nati e morti è di meno centomila persona all’anno.

Siamo in tanti sul pianeta, forse un po’ di denatalità non è male…
No, no, no un attimo. Non posiamo ragionare in termini di pianeta. Gli africani starebbero molto bene in Africa, se potessero ci starebbe volentieri, nessuna ama sradicarsi, ognuno sta con piacere a casa propria. Ma noi in Italia non abbiamo problemi di sovrappopolazione, abbiamo il problema opposto, siamo un Paese in calo demografico e questo porta al fatto che la nostra civiltà si va esaurendo… Il calo di natalità è stato l’inizio del declino dell’impero romano. L’Italia ha il tasso di natalità può basso nel mondo: dobbiamo favorire la nascita di nuovi italiani se non vogliamo scomparire.
Ma vorrei tornare alla sua interessante domanda sulla verità dalla quale eravamo partiti e ribadire che il mio è un concetto di verità razionale. Così anche quando difendo la sacralità della vita (così come la dignità della persona o la sua libertà) lo faccio nella consapevolezza che se ammetti un eccezione spalanchi una voragine.

Mi sta dicendo dunque che è contrario all’eutanasia?
La vita è sacra e non si può deliberatamente buttarla per una depressione. Non possiamo introdurre il principio che la vita può essere tolta. Di recente una ventiquattrenne belga ha chiesto e ottenuto l’eutanasia per insofferenza alla vita. Se si afferma che la vita non è inviolabile metti a repentaglio l’anziano o il malato che diventano un peso e un costo per la società e non servono più.

Beh i nazisti ragionavano più o meno così, ma quando parliamo di eutanasia parliamo di una libera scelta individuale non di un’eutanasia di Stato.
Ma è il principio che mi spaventa, introdotta l’eccezione hai aperto il varco. Così è pure per l’aborto, ora nella maggioranza dei casi è l’alternativa all’uso di sistemi anticoncezionali…

E sul divorzio qual è la sua opinione?
Il divorzio non c’entra niente (Allam è divorziato, ndr). Io sono per la libertà. Ci si sposa per scelta…

Sì, ma il matrimonio è anche un sacramento. E le scritture dicono “l’uomo non divida ciò che Dio ha unito”…
Va bene, ma parliamo laicamente in questo caso. Quando marito e moglie litigano e non vanno d’accordo stare insieme è sbagliato, anche per i figli.

E laicamente non è sbagliato imporre a un anziano che soffre o a un malato di continuare a vivere contro la sua volontà?
Se si apre un varco poi può passare di tutto, anche l’allucinazione del ragazzino che ha 14 anni e si vuole suicidare… Quante volte da adolescenti abbiamo fatto quei pensieri…

Lei è contro l’eutanasia ma non condanna la guerra. Gandhi ci ricorda però che dalla violenza – qualunque sia il presupposto – non potrai mi nascere nulla di buono. Lei non la pensa così?
Anche la chiesa ammette il principio della legittima difesa, la Chiesa in linea di principio non è contraria alla guerra, lo stesso papa Giovanni Paolo II definì “guerra giusta” quella dei Balcani (peraltro a difesa dei musulmani contro l’esercito serbo ortodosso cristiano comunista)

Comunista, appunto. Forse anche allora nelle affermazioni del papa c’entrava la geopolitica…
Forse…

Ma lei oggi ribadisce la necessità di combattere.
Quando uno ha visto sgozzare le persone si libera del relativismo religioso che trionfa sulla nostra sponda del mediterraneo. Di fronte alla minaccia del terrorismo islamico che sgozza dobbiamo combattere.

Non metaforicamente…
No, non metaforicamente, abbiamo il dovere di difendere la nostra civiltà e salvaguardare i suoi valori. Quella che ci attende va concepita come fase di emergenza, per non far morire la civiltà. Ci stiamo sottomettendo a un’ideologia che è agli antipodi della nostra civiltà.
Nei versetti 13 e 17 del Corano è scritto: “Getterò il terrore nei cuori dei miscredenti. Colpiteli fra capo e collo, non siete certo voi che li avete uccisi è Allah che li ha uccisi”.

Ma anche nell’Antico Testamento ci sono espressioni violente…
“Ma non ci sono ebrei che sgozzano e decapitano. E poi la differenza sostanziale è che Torah e Vangeli sono concepiti come testi sacri scritti da uomini e come tali contestualizzabili storicamente e interpretabili. Il Corano invece è archetipo celeste che c’è sempre stato, opera increata al pari di Allah, quindi divino esso stesso. Il Corano dice che cristiani e miscredenti devono essere uccisi e crocefissi, per i musulmani zelanti è letteralmente così e nessuno può metterlo in discussione perché significherebbe mettere in discussione Allah.

Per fortuna non tutti i musulmani sono zelanti.
Certo, ma nella disputa teologica hanno ragione loro. Il vescovo Emil Nona, arcivescovo cristiano di Mossul in Iraq, in un’intervista all’Avvenire dell’agosto scorso a proposito dei terroristi afferma che la loro ideologia è l’Islam perché è nel Corano che si prescrive uccisione di cristiani e infedeli e i terroristi appunto sono quelli che corrispondono più fedelmente al comando dell’Islam.

E lei di questo è certo. Il suo concetto razionale di verità non si spinge sino al punto di sottoscrivere l’opinione di Zagrebelsky il quale sostiene che amico della verità è chi coltiva il dubbio e non chi osserva il dogma?
No, questo è relativismo. Non sono d’accordo. Io cerco la corretta rappresentazione dei fatti per trovare la soluzione a problemi concreti. Sono molto più prosaico di quel che appaio.

E, prosaicamente, al Giardino della Duchesse presentando il suo libro “Il Corano spiegato da Magdi Cristiano Allam” (in quel che con un pizzico di autoironia egli stesso ha definito un “comizio”), l’autore ribadisce che i più fedeli interpreti del Corano sono i terroristi, che l’Occidente non può restare inerte a guardare, paventa l’islamizzazione di Roma e invoca una reazione decisa, prefigura il rischio della capitolazione della nostra civiltà colonizzata dalla maggioranza islamica e afferma la necessità di combattere.
Dimentica però la realtà di un miliardo e mezzo di musulmani che nel mondo vivono pacificamente e non avvertono l’urgenza né la necessità di praticare le truculente pratiche evocate dal Corano. Assimilarli agli estremisti e per questo ghettizzarli genera il rischio concreto che per reazione al senso di isolamento e di condanna i moderati reagiscano radicalizzando essi stessi le proprie posizioni, finendo per coalizzandosi con i fondamentalisti. La classica storia della profezia che si autoadempie.
Non si devono quindi trascurare gli effetti che possono derivare dall’evocazione di scenari di guerra e scontri di religione e civiltà. Invece di prefigurare orizzonti apocalittici, se il problema è il terrorismo ciò che appare sensato è affrontarlo concretamente, senza indugi e con ferma determinazione. Evitando però gli orrori e gli inutili massacri, di idee e di popoli, propri di ogni conflitto armato e di ogni guerra ideologica.

FERRARA EUROPA
Nizza per noi

DUBLINO – Lasciarsi alle spalle l’autunno perenne del Nord Europa, bastano poche ore di volo e già le nubi sul continente iniziano a diradarsi. Nizza non è solo destinazione, ma anche promessa. Che raramente tradisce, ed il più delle volte ti accoglie proprio cosi come te lo aspettavi mentre atterri a pochi metri dal mare. Finalmente l’estate, e dal finestrino vedi il mediterraneo riflettere il sole di fine mattina, le barche a vela perse all’orizzonte, le ville immerse nelle pinete. Arrivi in questa città che sì è francese, ma anche un po’ italiana, inglese, russa.
E ti immagini in questo mondo, fatto di tombeurs de femmes e di femmes fatales, di puntate al Casino, di Porsche Cayenne che sfrecciano sul lungomare e Martini bevuti sulle terrazze dei locali. Palazzi belle epoque e megayacth in rada. Una via di mezzo tra James Bond e i vitelloni.

Tra il british style ed il coatto, in questo luogo che e una festa mobile da Cannes a Mentone. Anche se poi scopri che tutto quello che rimane dell’aristocrazia russa fuggita dalla rivoluzioni d’ottobre riposa nei cimiteri in collina, che non pochi grand hotel con facciate liberty all’interno sono pochi piu che ostelli, e che a Roquebrune Cap Martin e decisamente più facile incontrare una coppia di pensionati di Torino che non Rihanna o il Principe di Galles. Ma non fa niente, anzi, forse e meglio cosi. La scatola e vuota ma il sogno rimane. E stai li a crogiolarti al sole, tra il mediterraneo e le Alpi, tra residence e ville a picco sul mare, progettando magari una visita a Montecarlo o Villefranche sur mer. Ed in mezzo Nizza con i suoi abitanti, tensioni sociali, periferie realmente difficili.

E poi quello che non ti aspetti. L’orrore, drammatico ed inaspettato. I corpi dei bambini stesi sulla promenade des anglais. Le fotografie dei passeggini vuoti. Ed e come se ogni parola perdesse ogni significato. Basta che ci sei passato una volta, ed e come se anche tu fossi li. Ti scende il silenzio dentro.

Al mattino incontro un amico di Nizza. Ci guardiamo a distanza ed allarghiamo le braccia. Quasi in segno di resa, sicuramente di sconforto. Non e ancora tempo per le parole. Quelle verranno dopo. E non sembrano trovarle nemmeno in Francia, forse non riescono a capacitarsene. Quale cattivo maestro, quale malata dottrina, quale livello di odio può spingere un individuo a massacrare i propri concittadini, i bambini, in questa maniera ?. E questa volta lo senti, tremolanti condanne dell’accaduto, balbuzienti richiami all’unità nazionale ed ai valori della Republique, anche la conferenza degli Imam di Francia, timidamente richiamare gli Imam a “mobilitarsi per rassicurare la società francese ed isolare tutte le idee di terrorismo e di odio”.
Ancora difficoltà a trovare le parole giuste, perché ripetute già in troppe occasioni. Ma sono da capire anche loro, delegati ad agire e parlare per tutti, che qualcosa la devono pur dire e che non possono solo limitarsi ad allargare le braccia davanti all’orrore. Toni bassi e la paura che la polveriera della convivenza difficile, in Francia, possa scoppiare veramente. Che il vaso sia prossimo al tracollo.

Rimanere concentrato al lavoro e quasi impossibile. Controlli notizie anche tramite iI social nework. Tra chi ha aggiornato la foto del suo profilo con un’immagine estiva in cerca di likes, I tempi in pista di Iannone e Valentino, qualcuno che condivide la foto di una bella cena estiva. Volti sorridenti in un ristorante. E tanti, tanti messaggi per Nizza.

Ed e purtroppo, tristemente, quasi impossibile non imbattersi anche nei post dei sociologi improvvisati, quelli che e “comunque colpa nostra”, “degli amerriccani” o della “società che ti esclude”. Di quelli che l’orrore è in fondo colpa di chi lo subisce e mai di chi lo commette. Perché bisogna “provare a capire” o più semplicemente dare la colpa alla “pazzia” e chiuderla li. E non sono pochi. E fa male leggere i deliri di chi magari ha incorniciata una laurea Alma Mater alla parete e si beffa, essendo persona colta e gran dottore, degli ormai tanto famosi “umarells”, senza esserne purtroppo riuscito ad ereditarne almeno un briciolo di buon senso.

Allora forse meglio tornare a leggersi i tempi di Marquez, o almeno provare a rispettare un dignitoso silenzio quando proprio non si ha nulla da dire.

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L'INFORMAZIONE VERTICALE
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Redazione

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Hanno collaborato: Francesca Ambrosecchia, Stefania Andreotti, Anna Maria Baraldi Fioravanti, Chiara Baratelli, Enzo Barboni, Chiara Bolognini, Marco Bonora, Francesca Carpanelli,Andrea Cirelli, Federico Di Bisceglie, Barbara Diolaiti, Roberto Fontanelli, Aldo Gessi, Emilia Graziani, Ivan Fiorillo, Monica Forti,Fulvio Gandini, Simona Gautieri, Camilla Ghedini, Roby Guerra,Giuliano Guietti, Gianfranco Maiozzi, Silvia Malacarne, Virginia Malucelli, Federica Mammina, Paolo Mandini, Giovanna Mattioli,Daniele Modica, William Molducci, Raffaele Mosca, Alessandro Oliva, Luca Pasqualini, Martina Pecorari, Giorgia Pizzirani,Andrea Poli, Valentina Preti, Alessio Pugliese, Chiara Ricchiuti,Riccardo Roversi, Nuccio Russo, Vittorio Sandri, Gaetano Sateriale, Valentina Scabbia, Arianna Segala, Franco Stefani,Elettra Testi, Ajla Vasiljević, Ingrid Veneroso, Andrea Vincenzi,Fabio Zangara

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