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Giornata della Terra:
Intervista a Gaia

Gaia: “si uccisero da soli, io non feci null’altro che spargere il vento, non fu colpa mia”

Intervistatore: “eppure parevano esseri intelligenti”

Gaia: “no, non era così. Si fidavano dei loro padroni, applaudivano e tifavano senza pensiero. Le loro menti ragionavano in un circuito binario, non capirono mai che era il sistema che li stava uccidendo. Democrazie e dittature correvano insieme verso l’autodistruzione.”

Intervistatore: “e lei, non fece nulla per evitare il disastro”

Gaia: “guardi che io ho miliardi di anni, quei piccoli esseri senza testa, mi camminano in capo da pochi secondi, confronto alla mia vita. Sono sempre stati loro a dipendere da me, non viceversa. Loro appena usciti dalla caverne hanno iniziato a sfruttarmi, poi a succhiare ogni mio frutto, poi a inquinare, e volevano sempre di più. Si uccidevano fra loro, per fare grandi alcuni. Più si sviluppavano e più cercavano divinità altre da me. Pensi che ai loro albori ero la loro madre e il loro padre assieme. Poi hanno pensato di non aver e più bisogno di me.”

Intervistatore: “ma ci furono tra quegli esseri elementi di spicco?”

Gaia: “si ogni tanto ne nasceva uno, ma spesso veniva deriso, o criticato e spesso ucciso. Non ebbero mai la capacità di vivere senza un padrone, senza confini, senza frontiere. Ingrassavano l’animale più crudele e col petto in fuori andavano a prendere i fendenti per lui. Esseri incredibilmente stupidi, invece di unirsi tra loro, morivano per i loro capi.”

Intervistatore: “ma poi come finì?”

Gaia: “come era naturale che finisse. Producevano, consumavano, combattevano, si uccidevano, mi uccidevano. Quando tutto fu in mano a pochi, non ne ebbero ancora abbastanza. Bombe, guerre, fumi, inquinamento. Fino a che uno o più, di loro, spinsero un bottone. Perché volevano avere, avere, avere. E io non feci altro che far soffiare il vento. Le nubi portarono i loro veleni ovunque. Io attivai le stagioni, le maree, la siccità e poi gli uragani, il caldo torrido, il freddo glaciale. Quello che ho sempre fatto nei mie milioni di anni di vita. Questa volta non servì neppure un aiuto dall’esterno. Nessun meteorite mise fine a quello strazio. Ci pensarono da soli. Piccoli esseri stupidi.”

Intervistatore: “e ora che succede?”

Gaia: “io vivo bene, assieme ai miei insetti, qualche animale robusto, qualche pesce. E pensi che ne esistono ancora di quegli esseri, vivono nudi o vestiti di stracci nelle caverne, sono deformi, pochi e senza ricordo. Vivono nella loro immensa stupidità. E forse un giorno si evolveranno di nuovo, per poi ritornare ad essere le bestie stupide che sono sempre state. Produci, consuma e muori. Questo è il loro circolo vitale, adorano feticci, baciano i piedi ai potenti. No, speriamo che questa volta non si evolvano di nuovo.”

Intervistatore: “Grazie signora.”

Gaia: “di nulla caro. Io sono sempre qua. Loro no.”

PER CERTI VERSI
A misura della Terra

A MISURA DELLA TERRA

Caro anno
Io non ti saluto
Ma ti abbraccio
Albero
Dalle gemme chiuse
Nella nebbia
Come stelle senza cielo
Dalle foglie
Cadute
Sulle suole dei ricordi
Cammino della vita
Dolce aspro
Lieve dura
Salita
Per salvarci
Dovremmo
Fare come te
Crescere in pace
Coi venti
Con gli uccelli
Con le nevi
Il sole il buio
La decalcomania
Di un sogno
L’uomo a misura
Della Terra

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
Per leggere tutte le altre poesie dell’autore, clicca
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Daniele Del Giudice (Roma 1948-Venezia 2021).
Le parole, il silenzio, il volo di un grande scrittore

 

“E adesso?”
“Adesso dovrebbe cominciare una storia nuova”. 
“E questa?”
“Questa è finita”.
“Finita, finita?” 
“Finita, finita”.
“La scriverà qualcuno?”
“Non so, penso di no. L’importante non era scriverla, l’importante era provare un sentimento”.

Sono le ultime righe di Atlante occidentale (Einaudi, 1985), il primo romanzo di Daniele Del Giudice.
Ora la storia dovrà scriverla qualcun altro; Daniele è morto povero, povero com’era nato, lontano dalla gloria letteraria e lontano da tutto il resto. E’ morto nella sua amata Venezia il 2 settembre scorso, dopo un silenzio durato più di dieci anni.

Appena qualche mese fa, un suo amico mi diceva che continuava a visitarlo regolarmente nella clinica dove era ricoverato, anche se Daniele “non c’era più”, colpito dal 2010 da demenza precoce non poteva più riconoscerlo. Da tanto tempo Daniele Del Giudice aveva finito le parole, e chissà quante cose meravigliose avrebbe potuto ancora scrivere.

Peccato che la morte di uno scrittore – forse l’unico grande scrittore italiano dopo Italo Calvino – sia passata quasi sotto silenzio, una pratica doverosa ma da sbrigare in fretta. I necrologi di rito, qualche articolo-ricordo sulle pagine culturali, una vecchia intervista riesumata per l’occasione, uno stupido Premio Campiello alla carriera (che non ha fatto in tempo, ma che non avrebbe comunque potuto ritirare).

Davvero troppo poco per un autore che ci ha consegnato una scrittura “perfetta”: limpida, lucida, levigata.
Daniele racconta caparbiamente, spiega a noi e a se stesso, cosa sono e a cosa servono gli oggetti che popolano il mondo, un mondo però (una storia, una vita, un destino) che non risponde, che rimane indecifrabile. Così mi pare di vedere la sua scrittura appollaiata lassù, nel piccolo aeroplano di Daniele, gli occhi a scrutare la Terra dall’alto: i pensieri e le azioni degli uomini e il sentimento che li fa vivere.

Il volo, con la scrittura, era la sua grande passione, i suoi romanzi e racconti sono pieni di decolli, manometri, virate, atterraggi. Staccando l’ombra da terra è l’incontro tra un giovane uomo e un signore avviato verso la vecchiaia, il loro fitto dialogo: sul volo, la scienza, la scrittura, la vita. Così si chiude, come un commiato, Popiove, un suo breve racconto: “Dopo che mia madre sarà morta, un giorno prenderò l’aereo e decollerò dal Lido, metterò la prua verso il mare, chiuderò la radio e piano piano me ne andrò col mio gatto, e per sempre nelle notti e nei giorni noi due voleremo, facendo scherzi a tutti «on the wing of the night»…”.

NOTA
Tutte le opere di Daniele Del Giudice sono pubblicate da Einaudi. Alcune di queste sono disponibili gratis in formato Pdf.

PER CERTI VERSI
All’ombrellone

ALL’OMBRELLONE

Ha il viso greco
Nel suo involucro
Ma i tratti dell’Asia
Si fanno vivi
Nel suo dire
La signora curda
Separata
Dal solito padrone
Lei con tre figlie
Mi parla della sua Terra
Il Kurdistan
Che non esiste
Subito vuota il sacco
Su Erdogan
Lui e
Per i Signori del Mondo
Non esiste
E invece è qui
Nelle sue parole
Nel suo tono
Melodico
Che dio la manda
La Storia
Si sente
Si respira
Soffre
In un banale dialogo
Anche coi Miei
Torna alla mente
Buchara
Samarcanda

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio.
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PER CERTI VERSI
Tutto è nella terra

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TUTTO E’ NELLA TERRA

Tutto è nella terra
E se una farfalla
Chiude le ali
Se un’ape si sperde
Manca qualcosa
A quel tutto
Che sempre si rinnova
Dicono i filosofi
Ma i poeti
Non sanno rassegnarsi
Quando muore
Un uomo
Una donna
Un bambino
Quando muore
Un albero
Un gatto
Una cimice
Persino
Se ne va un pezzo di mondo
E si rimpicciolisce
L’immensità
La ragione non serve
Il cuore vuole morire
Di verità

Terra rossa

Danza di intrecci di filari di viti,
sparuti, intensi, colmi gli ulivi.
Fatica di braccia e silenzio di ore
lembo tremendo, bruciato dal sole.
Sudore di fronti sferzate dal vento,
di sangue rosso intrisa la terra.
Danze di saggi antiche millenni,
Salento lento, tremendo, stupendo.

FOGLI ERRANTI
La zucchina

Questa mattina il sole ha fatto spazio tra le nuvole. È un sole bagnato, che si scrolla dopo un’intera notte di pioggia, lampi e tuoni.
Sulla ghiaia, pozze qua e là. La terra è impregnata, l’aria sfumata di fresco.
Nei capienti, larghi vasi, risaltano i fiori enormi e gialli delle zucchine.
Già… Non ho interrato piante ornamentali nei vasi, ma pomodori, cetrioli, zucchine.
Mio marito ha compiuto un ottimo lavoro mescolando nei contenitori terriccio morbido con stallatico e terra già sfruttata. Ha pure intrecciato le canne, tutori per i futuri ortaggi, usando grazia e maestria. Si vede che è un geometra.
L’afa sembra premere e annichilire le pubescenti foglie dei pomodori, quelle palmate e seghettate dei cetrioli, quelle larghe e urticanti delle zucchine, afflosciandole.
La prima cosa che imparai quando ebbi l’idea di impiantare un orto in pieno campo — tanti anni fa, esperienza conclusa — fu che “la terra è bassa”, come recita un proverbio. Ti costringe cioè a piegarti, di gambe e di schiena, e te le spezza. Perché devi rialzarti e riaccucciarti, continuamente.
E mentre sei lì, a pochi centimetri dalle zolle, ti vengono in mente tutti i pensieri del mondo. E mentre t’insudici i guanti e senti le vertebre schioccare e i tendini friggere, non pensi poi più a nulla. Se non alla fatica di vivere.
E non è raro accorgerti di scricchiolare tra i denti un granello di terriccio, finito in bocca chissà come.
Allora un po’ ti chiedi di chi era, quella consistenza. Se fu sempre polvere di rocce sfarinate o polvere di altri esseri, vegetali o animali, vertebrati o invertebrati, esseri terrestri, acquatici o volanti, morti qui o qui trasportati dalle forze della natura. Scorie accumulate a strati, nel corso degli anni, dei secoli, magari ritornate in superficie con lenti sommovimenti d’impasto. Polvere di pelle, pelo, penne, squame, di carne, di ossa, polvere di escrementi decomposti. Polvere anche delle nostre cellule, dei nostri umori e odori, sparse nel camminare come petali di rose durante una processione.
E capisci allora di toccare la tua origine e la tua fine, di sgranocchiarla proprio, di cibartene. Ti senti un tutt’uno con la mota. Pensi ad una ruota: vita per la vita…
Ho così coltivato pomodori, peperoni, insalate, finocchi, radicchi, zucchine, zucche, meloni, cocomeri, melanzane, fragole e patate. Con dovizia, con amore. Quei frutti di terra che poi in bocca hanno un “sapore” — non so se mi spiego — insieme a quello della ricompensa.
E ho imparato ad accudire le piante — io, un tempo cittadina, con non più di tre gerani in vaso sul balcone, sempre asfittici.
E mi è piaciuto — coltivare — nonostante la fatica. Nonostante le piante crescessero diversamente, a fronte di un impegno uguale e costante verso tutte. Un po’ come per le persone.
E s’impara che non puoi cambiare l’anima di un vegetale né di un essere umano. Se è zucchina, non diventerà mai pomodoro. Puoi solo aiutare, affinché abbia il meglio dalla vita e dia il meglio alla vita, nell’involucro che gli è stato dato, sostenendolo con una cura perseverante, e scuotendo la testa se, dopo tanti sforzi, ripiega le foglie, s’accartoccia, si svilisce, stenta, muore.
La dedizione, il supporto, l’amore.
Per una zucchina come per una persona.
Sarebbe tutto molto semplice, vista così. Come l’aforisma ascoltato oggi per radio: se c’è una soluzione, perché preoccuparsi; se non c’è una soluzione, perché preoccuparsi.
Il problema è convincere qualcuno che, solo per un caso o ad opera di un essere superiore — ma non farebbe differenza — il flusso di vita che doveva sbocciare fu convogliato in lui facendolo nascere essere umano, invece di zucchina.
Che ne tragga le debite conclusioni.

(Carla Sautto Malfatto – tutti i diritti riservati)

In copertina: elaborazione grafica di Carlo Tassi

PER CERTI VERSI
Frammenti d’Italia (ottava tappa)
“… ma nomade / in tutto / è la vita / perché nella storia / la guerra ai nomadi / non è mai finita?”

La descrizione, frammento dopo frammento, di un paese meraviglioso…
Ma questo paese è il nostro paese!
E proprio questa intensa opera lirica dà la misura della bellezza incomparabilmente varia di una terra ammirata e invidiata da tutti eppure, forse proprio per questo, denigrata da molti.
In un’Italia che in questa drammatica emergenza rischia d’andare in pezzi, ma che – ne sono convinto – saprà riemergere più forte e coesa di prima, è forse arrivato il momento per noi tutti di comprendere quanta fortuna significhi esservi nati e cresciuti, nonché l’onore d’esserne figli. Scopriamolo scrutandone i frammenti nell’omaggio poetico di Roberto Dall’Olio che, per quattro settimane, si rinnoverà ogni domenica e ogni mercoledì.
Buona lettura e buon viaggio.

Carlo Tassi

FRAMMENTI D’ITALIA

LXI

una polpa
di colori sboccia
tra le nuvole
l’albero
della vita
s’inarca
nel suo seno
con felice
imperfezione
è il duro parto
dell’arcobaleno

LXII

nomade è il vento
nomadi i fiori
la pioggia
le nuvole
la gioia
il tormento
nomadi i colori
le note
le umane genti
le api no
le formiche neppure
hanno gli alberi
le radici
ma nomade
in tutto
è la vita
perché nella storia
la guerra ai nomadi
non è mai finita?

LXIII

si insista
su questa memoria
Rom e Sinti
non giacquero
vinti
dalla spietata sorte
scelsero la rivolta
all’inferno nazista
saturo di morte

LXIV

il violetto
puro
netto
nel cielo
nero
di pathos
e fieno
si stende
il compasso
dell’arcobaleno

LXV

Molfetta
romanica
isola
sporca
di bianco

LXVI

Urbania
alle due
di un agosto
cocente
ruhe
senza tempo

LXVII

il dipinto
con gatto
di Casorati
solo
tragico leggero
senza alleati

LXVIII

nelle osterie
d’Italia
quelle vere
si ritrova
la vena platonica
il dialogo
l’ebbrezza
la verve ironica

vai alla settima tappa

PER CERTI VERSI
Frammenti d’Italia (settima tappa)

La descrizione, frammento dopo frammento, di un paese meraviglioso…
Ma questo paese è il nostro paese!
E proprio questa intensa opera lirica dà la misura della bellezza incomparabilmente varia di una terra ammirata e invidiata da tutti eppure, forse proprio per questo, denigrata da molti.
In un’Italia che in questa drammatica emergenza rischia d’andare in pezzi, ma che – ne sono convinto – saprà riemergere più forte e coesa di prima, è forse arrivato il momento per noi tutti di comprendere quanta fortuna significhi esservi nati e cresciuti, nonché l’onore d’esserne figli. Scopriamolo scrutandone i frammenti nell’omaggio poetico di Roberto Dall’Olio che, per quattro settimane, si rinnoverà ogni domenica e ogni mercoledì.
Buona lettura e buon viaggio.

Carlo Tassi

FRAMMENTI D’ITALIA

LII

il bianchello
del Metauro
era alla mano
accompagnando
il profumo
delle sogliole
allo Squero
di Fano

LIII

io sono
più
antifascista
di te
ecco
l’italietta
da caffè

LIV

il silenzio
senza aggettivi
sulla via
degli Angeli
immobile
scorre
non ha bivi

LV

impara l’arte
e finisci in disparte

LVI

l’ambiente
è in prognosi
riservata
frane
piene
plastiche
svastiche

LVII

certi personaggi
della Bassa
li trovi
solo al Po
l’unico fiume
che ha un mondo

LVIII

Canaletto
forse Venezia
la luce
l’acqua
non va
mai a letto

LIX

il colore
del lago
di Tenno
la critica
della ragion pura
gli occhi
di Brenno

LX

in Istria
certe case
invase
dalla solitudine
dal silenzio
fatto di spine
frammenti
d’Italia
oltre confine

vai alla sesta tappa

vai alla ottava tappa

PER CERTI VERSI
Frammenti d’Italia (sesta tappa)

La descrizione, frammento dopo frammento, di un paese meraviglioso…
Ma questo paese è il nostro paese!
E proprio questa intensa opera lirica dà la misura della bellezza incomparabilmente varia di una terra ammirata e invidiata da tutti eppure, forse proprio per questo, denigrata da molti.
In un’Italia che in questa drammatica emergenza rischia d’andare in pezzi, ma che – ne sono convinto – saprà riemergere più forte e coesa di prima, è forse arrivato il momento per noi tutti di comprendere quanta fortuna significhi esservi nati e cresciuti, nonché l’onore d’esserne figli. Scopriamolo scrutandone i frammenti nell’omaggio poetico di Roberto Dall’Olio che, per quattro settimane, si rinnoverà ogni domenica e ogni mercoledì.
Buona lettura e buon viaggio.

Carlo Tassi

FRAMMENTI D’ITALIA

XXXXIV

figlio
di Partigia
e Caravaggio
forse
Pontormo
Carracci
quel rosso
alla cappella
Brancacci

XXXXV

l’Italia
è pura
immensa
mente
scialata
la sua
solitaria
bellezza
da Monte Amiata

XLVI

l’italiano
in automobile
si crede
il mondo

XLVII

Castelluccio
visto
col bestiale
azzurro
del Pilato
è L’Italia
la sua bandiera
a perdifiato

XLVIII

Genova
di colpo
brusca di pioggia
una corrente

XIL

o mia terra
delle api
dei fiori
degli inventori
dei furbetti
lestofanti
dei Signori
o mia terra
delle api
bio
diversa
mente
grembo
di mezzo mondo

L

Trinacria
disegno
pitagorico
segreto
di amore
e morte
mare

LI

donna
fu
la mia fresca
faggeta
sul capo
di Piero
della Francesca

vai alla quinta tappa

vai alla settima tappa

PER CERTI VERSI
Frammenti d’Italia (quinta tappa)

La descrizione, frammento dopo frammento, di un paese meraviglioso…
Ma questo paese è il nostro paese!
E proprio questa intensa opera lirica dà la misura della bellezza incomparabilmente varia di una terra ammirata e invidiata da tutti eppure, forse proprio per questo, denigrata da molti.
In un’Italia che in questa drammatica emergenza rischia d’andare in pezzi, ma che – ne sono convinto – saprà riemergere più forte e coesa di prima, è forse arrivato il momento per noi tutti di comprendere quanta fortuna significhi esservi nati e cresciuti, nonché l’onore d’esserne figli. Scopriamolo scrutandone i frammenti nell’omaggio poetico di Roberto Dall’Olio che, per quattro settimane, si rinnoverà ogni domenica e ogni mercoledì.
Buona lettura e buon viaggio.

Carlo Tassi

FRAMMENTI D’ITALIA

XXXV

se tutte le ginestre
fossero occhi
e noi ciechi
di luce
vedremmo l’isola
una galassia di soli
sardegna

XXXVI

l’acqua di vetro
di carloforte
il suo verde
nel gelato bianco
delle case
memoria
del tuo
colore
purezza marina
isola
magistrale

XXXVII

bagheria
polare
con siracusa
al maestrale
tutto torna
da Tindari
alle falesie
di san vito
lo capo

XXXVIII

il medioevo
scuro
violento azzurro
giallo
sfrontato
edere di torri
il nudo galante
petroniano

XXXIX

quei bronzi
sapidi
di mare
alteggiano
sui misteri
delle origini

XL

lo so
che da Piazza Maggiore
spiavi
i mandorli
in fiore
il latte
della tua arte

XXXXI

non v’è
silenzio
più chiaro
la via degli Angeli
in ore qualsiasi
quella pace
senza confronti

XXXXII

Wiligelmo
pacca col bianco
l’intonaco
della via
Emilia

XXXXIII

è
come se
la Resistenza
fosse in te
un chiasso
enorme
solo interiore

vai alla quarta tappa

vai alla sesta tappa

PER CERTI VERSI
Frammenti d’Italia (quarta tappa)

La descrizione, frammento dopo frammento, di un paese meraviglioso…
Ma questo paese è il nostro paese!
E proprio questa intensa opera lirica dà la misura della bellezza incomparabilmente varia di una terra ammirata e invidiata da tutti eppure, forse proprio per questo, denigrata da molti.
In un’Italia che in questa drammatica emergenza rischia d’andare in pezzi, ma che – ne sono convinto – saprà riemergere più forte e coesa di prima, è forse arrivato il momento per noi tutti di comprendere quanta fortuna significhi esservi nati e cresciuti, nonché l’onore d’esserne figli. Scopriamolo scrutandone i frammenti nell’omaggio poetico di Roberto Dall’Olio che, per quattro settimane, si rinnoverà ogni domenica e ogni mercoledì.
Buona lettura e buon viaggio.

Carlo Tassi

FRAMMENTI D’ITALIA

XXVII

parleremo di nebbie
tra le anguille piccole
quelle gialle
dove terra
finisce

XXVIII

ancora
riprendere
il tuo
colore
dal cielo
il tuo pennello

XXIX

pesticidi
laghi fiumi
canali
d’Italia
infestati
non diciamo più
che siamo
degli animali!

XXX

una volta
la morte
incuneò
satana
tra le dolomie
ne nacque
la superba
fragilità

XXXI

un glicine
espanso
i grappoli
di quel Zeus
tutto tuo
a primavera
le rose
sono esplose

XXXII

la corrotta
imbellettata
società
dei gradassi
che ti mangia
e sputa
sul piatto
dove mangia

XXXIII

biodiversità
vai a a capire
è un tema politico
l’Italia
è
tutta diversa
mi pare
Ravenna
la camera
di Sant’Andrea

XXXIV

la camera di
Sant’Andrea
mi riappare
quel ciuffo
di petali
anni brevi
dove il frantume
si fece eterno
ravennate

vai alla terza tappa

vai alla quinta tappa

PER CERTI VERSI
Frammenti d’Italia (terza tappa)

La descrizione, frammento dopo frammento, di un paese meraviglioso…
Ma questo paese è il nostro paese!
E proprio questa intensa opera lirica dà la misura della bellezza incomparabilmente varia di una terra ammirata e invidiata da tutti eppure, forse proprio per questo, denigrata da molti.
In un’Italia che in questa drammatica emergenza rischia d’andare in pezzi, ma che – ne sono convinto – saprà riemergere più forte e coesa di prima, è forse arrivato il momento per noi tutti di comprendere quanta fortuna significhi esservi nati e cresciuti, nonché l’onore d’esserne figli. Scopriamolo scrutandone i frammenti nell’omaggio poetico di Roberto Dall’Olio che, per quattro settimane, si rinnoverà ogni domenica e ogni mercoledì.
Buona lettura e buon viaggio.

Carlo Tassi

FRAMMENTI D’ITALIA

XVIII

un colle
un bosco
un cielo
diventano
il colle
il bosco
il cielo

XIX

tu lo credi
non c’è progresso
nell’arte
solo così
il tuo spirito si nutre
dell’Italia che vedi

XX

la cosa più importante
è inusuale:
dipingere con i piedi
quelli giusti
per calzare lo Stivale

XXI

un’idea eretica:
Dio
nell’ebbrezza del riposo
fece l’Italia
di Domenica

XXII

a volte
seriamente
i tuoi colori
sorridono

XXIII

la natura
è immersa
il paesaggio
lo fa la storia
di passaggio

XXIV

hai tolto
il Barocco
come se
fosse sciocco
di fronte all’essenziale
l’Italia classica
Rinascimentale

XXV

gli olivi
hanno le mani
da pianisti
i fianchi di Venere
gli occhi di Enea

XXVI

se si abbandonano
le antiche spoglie
si sentono
cedere
le ossa
del mondo
e il dolore
senza domani

vai alla seconda tappa

vai alla quarta tappa

PER CERTI VERSI
Frammenti d’Italia (seconda tappa)

La descrizione, frammento dopo frammento, di un paese meraviglioso…
Ma questo paese è il nostro paese!
E proprio questa intensa opera lirica dà la misura della bellezza incomparabilmente varia di una terra ammirata e invidiata da tutti eppure, forse proprio per questo, denigrata da molti.
In un’Italia che in questa drammatica emergenza rischia d’andare in pezzi, ma che – ne sono convinto – saprà riemergere più forte e coesa di prima, è forse arrivato il momento per noi tutti di comprendere quanta fortuna significhi esservi nati e cresciuti, nonché l’onore d’esserne figli. Scopriamolo scrutandone i frammenti nell’omaggio poetico di Roberto Dall’Olio che, per quattro settimane, si rinnoverà ogni domenica e ogni mercoledì.
Buona lettura e buon viaggio.

Carlo Tassi

FRAMMENTI D’ITALIA

X

una pittura
che s-colpisce

XI

il classico
querela
il romantico
la nostalgia
ammalia
lo splendore

XII

Tu hai dietro
l’arte
della memoria
colori di marmo
cieli di vetro

XIII

la tua
antichità lucente
scura
prenatale
soggiace
alla cattura
dell’Italia rinascimentale

XIV

L’Italia
che perdura
forma

XV

culla del tempo
soggiorno di bellezza
apparsa rugiada
dopo la brezza
di Gea e Urano

XVI

pennello d’oltralpe
che incedi
sul terrazzo del mondo
ne dipingi il segreto

XVII

le sue
fattezze eterne
così fragili
così delicate
da spaventare
la morte

vai alla prima tappa

vai alla terza tappa

PER CERTI VERSI
Frammenti d’Italia (prima tappa)

La descrizione, frammento dopo frammento, di un paese meraviglioso…
Ma questo paese è il nostro paese!
E proprio questa intensa opera lirica dà la misura della bellezza incomparabilmente varia di una terra ammirata e invidiata da tutti eppure, forse proprio per questo, denigrata da molti.
In un’Italia che in questa drammatica emergenza rischia d’andare in pezzi, ma che – ne sono convinto – saprà riemergere più forte e coesa di prima, è forse arrivato il momento per noi tutti di comprendere quanta fortuna significhi esservi nati e cresciuti, nonché l’onore d’esserne figli. Scopriamolo scrutandone i frammenti nell’omaggio poetico di Roberto Dall’Olio che, per quattro settimane, si rinnoverà ogni domenica e ogni mercoledì.
Buona lettura e buon viaggio.

Carlo Tassi

FRAMMENTI D’ITALIA

I

si vede
aprirsi fiorita
oltre il nugolo alpino
una fantasia
non cartesiana
del cielo

II

una terra di rugiade
sole e mare
una terra di sabbia e luce
calda terra
di bruma pensante
l’Italia!

III

dorsali alberate
gestualità misteriose
etrusche tracce

IV

la pace
tra i cipressi
da intingere
calamai di stagioni
e piogge di luce

V

Italia
patrimonio
del Mondo
dai pini lunghissimi
l’ombra liquida
a spiagge
infinite

VI

la vecchiezza moderna
degli ulivi
la decrepita lungimiranza
degli Appennini scavati

VII

i calanchi erosi
la tempra fragile
di una terra eterna
saldata al vento
istoriale

VIII

una terra cara
alle angurie dei tramonti
sulle facce intagliate
dei vecchi

IX

o nude colline
mammelle
di un’Italia in fasce
e remota di vita
le arti gemelle
ti accarezzano
infine

vai alla seconda tappa

LA CITTA’ DELLA CONOSCENZA
Se la scuola tornasse a fare il suo mestiere

La Terra è al collasso e di mezzo ci si mette il libretto delle giustificazioni, siamo alla comicità italiana. I giovani che si assentano dalle lezioni per partecipare al Friday for future per essere riammessi a scuola non devono fornire la giustificazione firmata dai loro genitori. Così ha deciso il ministro della pubblica istruzione con una invasione di campo non richiesta.
Precipitarsi a dare una pacca sulle spalle a ragazze e ragazzi perché fanno qualcosa di buono, che ai grandi neppure è mai passato per la testa di fare, altro non è che il segno della profonda immaturità degli adulti nella relazione con le nuove generazioni. Rispettarne le iniziative, apprezzarne il valore e l’importanza non significa cambiare le regole del gioco, anzi, potrebbe finire per svilirle. Per dire che non tutti gli atti che sembrano buoni alla fine lo siano veramente, o per lo meno sono indifferenti.
Nell’atteggiamento del ministro dell’istruzione c’è una fregola all’educazione, al rinforzo positivo, questo spiegherebbe l’invasione di campo. È che il ministro è il ministro dell’istruzione non dell’educazione.
Ancora una volta la scuola si dimostra debole sul lato del suo mestiere che è la conoscenza. Imparare a conoscere. Imparare ad imparare. È facile aderire allo sciopero dei ragazzi, è più difficile offrirgli una scuola diversa, una scuola utile al loro futuro, per il quale manifestano.
Il ministro promette di aggiungere più ambiente ai programmi scolastici, se mai con gli esiti non certo esaltanti della recente legge su più educazione civica. Il tema è di cosa hanno bisogno i nostri studenti perché la scuola non rubi i loro sogni e il loro futuro.
In un bel libro di venticinque anni fa, Terra-Patria, Edgar Morin scriveva: “Alle soglie del terzo millennio, la nostra è una condizione “di agonia”, sospesi come siamo tra possibilità di rinascita e vigilia di distruzione”.
Dunque, avremmo potuto fare molto già da tempo, senza attendere Greta. E una scuola che insegue i giovani anziché anticiparli e guidarli non si salva ora chiedendo ai presidi di non considerare assenti i giovani mobilitati a manifestare contro i grandi della Terra.
Chi insegna ai giovani di oggi come considerare il mondo nuovo che ci travolge? Su quali concetti essenziali devono fondare la comprensione del futuro? Su quali basi teoriche possono appoggiarsi per vincere le sfide che si accumulano?
Queste sono le domande a cui la scuola dovrebbe rispondere per essere utile ai giovani di oggi, perché siano aiutati ad affrontare meglio il loro destino e a meglio comprendere il nostro pianeta.
Sono le domande che anni fa l’Unesco ha rivolto ad Edgard Morin il quale ha risposto nel 1999 con “I sette saperi necessari all’educazione del futuro”. Un ministro serio di una scuola seria di un paese serio di qui prenderebbe le mosse.
Le sfide si fanno sempre più impegnative e la nostra scuola rischia di essere sempre più piccola, sempre meno adatta a fornire gli attrezzi necessari per essere all’altezza dei compiti che abbiamo di fronte.
Tra i sette saperi di Morin c’è innanzitutto la conoscenza. La scuola luogo della conoscenza è cieca su come funzionano i dispositivi della conoscenza umana. La conoscenza della conoscenza dovrebbe costituire l’obiettivo primario, volto ad affrontare i rischi permanenti degli errori e delle illusioni che non cessano di parassitare la mente umana. Si tratta sostiene Morin di “armare ogni mente nel combattimento vitale per la lucidità”.
La conoscenza nelle nostre scuole è frammentata nelle discipline e questo rende spesso incapaci di effettuare legami tra le parti e il tutto. Sarebbe invece necessario sviluppare l’attitudine naturale della mente umana a situare tutte le informazioni in un contesto e in un insieme. È necessario insegnare i metodi che permettono di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti e il tutto in un mondo complesso.
La stessa unità della natura umana è oggi completamente disintegrata nell’insegnamento attraverso le materie. Ciò rende impossibile apprendere ciò che significa essere umano. Eppure ciò che oggi ci è richiesto è appunto prendere conoscenza e coscienza sia del carattere complesso della propria identità sia dell’identità che abbiamo in comune con tutti gli altri umani.
Ecco, la condizione umana dovrebbe essere oggetto essenziale di ogni insegnamento. Il destino ormai planetario del genere umano. Una realtà che nessun insegnamento può più ignorare. La conoscenza degli sviluppi dell’era planetaria e il riconoscimento dell’identità terrestre devono divenire uno dei principali oggetti di insegnamento.
Le scienze ci hanno fatto acquisire molte certezze, ma ci hanno rivelato anche innumerevoli campi di incertezza. Si dovrebbero apprendere le strategie che permettono di affrontare i rischi, l’inatteso e l’incerto, come suggerisce Morin, bisogna apprendere a navigare in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezza.
Abbiamo bisogno di imparare la comprensione. La comprensione è il mezzo e il fine della comunicazione umana. Il pianeta ha bisogno in tutti i sensi di reciproche comprensioni. Questo deve essere il compito dell’educazione del futuro. La reciproca comprensione fra umani, sia prossimi che lontani.
Per Morin l’insegnamento deve produrre una “antropo-etica”, portare a compimento l’Umanità come comunità planetaria. L’insegnamento deve non solo contribuire a una presa di coscienza della nostra Terra-Patria, ma anche permettere che questa coscienza si traduca in volontà di realizzare la cittadinanza terrestre.
Se la scuola tornasse a fare il suo mestiere, forse i prossimi Friday for future invece di essere celebrati nelle piazze delle città saranno partecipati nelle aule delle nostre scuole.

PER CERTI VERSI
La terra è una donna

Ogni domenica Ferraraitalia ospita ‘Per certi versi’, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione ‘Sestante: letture e narrazioni per orientarsi’

LA TERRA E’ UNA DONNA

La terra è nuda
Rivoltata dagli aratri che rompono il cielo languido coi loro rombi
La terra è nuda
Coi fianchi un po’ mossi e i seni grandi appuntiti
È rasata come una donna di una moda lontana o forse
Di una pratica strana
Sembra un mare ghiacciato che si spacca dal calore
Una scogliera imbelle
Una magia di cioccolata nera
Per noi golosi
La terra nuda
Per me
Che la guardo
Ha i tuoi occhi sinuosi
La tua faccia da straniera

PER CERTI VERSI
Come due maggiolini

Ogni domenica Ferraraitalia ospita “Per certi versi”, angolo di poesia che presenta le liriche del professor Roberto Dall’Olio, all’interno della sezione “Sestante: letture e narrazioni per orientarsi”.

SALVIAMO LA BIOSFERA!

Muoiono tanti insetti
Troppo cemento
Troppi veleni
Troppo caldo
Loro tengono in ordine il pianeta
Sono i pifferai del polline
Cibo per gli uccelli
Gli anfibi
I rettili
E questi dei mammiferi
E loro di noi
Noi padri e madri
Vediamo incenerirsi il domani
Del mondo
Mentre chiusi nel qui e ora
La nostra era
É autodistruttiva
Siamo ancora in tempo
Cambiamo rotta
Salviamo la biosfera

DUE MAGGIOLINI

Tu ed io siamo
Due maggiolini
Non Volkswagen
No quegli insetti
Rotondi piccolini
Un po’ alieni
prediletti
Muoiono nella luce
A milioni
I nostri beni
Naturali
Nel buio corrotto
Da prodotti letali
Nuovi fitofarmaci
Che uccidono a dirotto
NOI siamo quelli
E stiamo vicini
Nella oasi fiorita
Stiamo la’
Tutta la vita

Work in progress

di Maria Luigia Giusto

Infaticabili. Lavorano giorno e notte. Si svegliano ai primi sentori luminosi e azionano subito gli apparati per captare quell’energia vitale. Tirano su con funi radificate l’acqua dai pozzi sotterranei, la dirigono ordinatamente lungo il sistema verticale di vasi e dighe modellato nel corso delle stagioni. Nei laboratori fogliari miscelano sostanze in provette verdi fino a ottenere il prezioso prodotto. Non buttano niente. Tutto é diligentemente stipato in magazzini di legno: servirà per i tempi di gelo. Con picconi biologici scavano la terra amica, si addentrano nel suo profondo, si aggrappano alla sua veste bruna con le dita più lunghe: lei è la madre che nutrirà i loro figli. Attendono il tepore, fiduciose nella promessa ancestrale che è mantenuta ad ogni primavera. Ed intanto si preparano.

Una piccola gemma azzurra persa nell’infinito… la Terra

di Francesca Ambrosecchia

Chissà quanto affascinante deve essere osservare la Terra dallo spazio: il nostro pianeta, il mondo che popoliamo, la superficie sulla quale camminiamo.
Se si pensa alla sua grandezza e a tutto ciò che si trova su di essa, al gigantesco ecosistema che la popola sembra impossibile possa essere così fragile.
La Terra, l’ambiente che ci circonda necessita di continue cure e attenzioni per poter sopravvivere il più a lungo possibile.
Non ci sono certo sconosciuti i temi, sempre più al centro del dibattito tra autorità, discussi a livello globale riguardanti l’inquinamento e tutte le conseguenze che esso comporta, il clima, l’evidente diminuzione di molte risorse che da sempre riteniamo indispensabili e così via.
Essere sensibili a qualcosa che nella nostra realtà quotidiana non percepiamo con tanta forza è impegnativo: che cosa facciamo con lo scopo di preservare il luogo in cui abitiamo?
Sempre più d’interesse è lo studio attinente alla scoperta di diversi esopianeti quindi non appartenenti al nostro sistema solare con caratteristiche simili a quelle della Terra: forse generazioni future dovranno trasferirsi alla ricerca di nuovi spazi abitabili e ricchi di risorse? Sembra un’eventualità lontana ma allo stesso tempo plausibile.

“Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare”
Andy Warhol

Una quotidiana pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Le malattie della Terra

di Federica Mammina

Innalzamento della temperatura, scioglimento dei ghiacciai, aumento dei fenomeni metereologici improvvisi e violenti, scomparsa di molte specie animali. Sono solo una parte delle “malattie” della terra causate dall’uomo e dalle sue attività che nella maggior parte dei casi non tengono conto delle conseguenze a lungo termine, laddove è sufficiente il soddisfacimento dell’interesse nel breve termine. Quando gli scienziati ci dicono che alcune città rischiano di essere sommerse e di scomparire e quando sentiamo parlare di migrazioni climatiche, scommetto che tutti almeno una volta abbiamo pensato che ci sia nelle loro parole un pizzico di catastrofismo, oppure immaginiamo luoghi sperduti ai confini del mondo.
Eppure c’è un’isola in Louisiana che sta scomparendo dalle cartine geografiche. Si chiama Jean Charles e dal 1955 ha perso il 98 per cento della sua superficie. L’isola è molto esposta agli uragani e a frequenti inondazioni che hanno reso impossibile coltivare la terra. Oltre al riscaldamento globale, l’erosione e l’industria estrattiva attiva nello stato hanno contributo alla sparizione di paludi e foreste che proteggevano le coste; la costruzione di oleodotti e canali per l’estrazione di gas ha reso infatti la terra più vulnerabile e ha fermato il processo naturale di sedimentazione. Gli abitanti di quest’isola, da 400 ormai solo 85, sono i primi profughi climatici degli Stati Uniti e nel giro di poco tempo anche gli irriducibili saranno ricollocati sulla terra ferma.
Il piano di ricollocamento è considerato dalle autorità un piano pilota, potrebbe servire per altre popolazioni minacciate.
Eccessiva preoccupazione? Lungimiranza? Tocca dire più che mai…ai posteri l’ardua sentenza.

Crescita illimitata in un ambiente finito: non è un problema di economia ma di demografia

Si parla troppo e male di terrorismo, di economia, di finanza, di conquiste tecnologiche, di guerre, di politica politicante, di migrazioni e di catastrofi naturali o prodotte dall’uomo. La questione popolazione mondiale, invece, sembra restare fuori dall’agenda internazionale malgrado sia assolutamente centrale: a un tempo causa di enormi problemi in molte parti del mondo ed effetto di politiche e strategie geopolitiche fallimentari o semplicemente inesistenti.

Le dinamiche demografiche a livello mondiale e le conseguenti migrazioni, rappresentano forse il problema più grande del presente e del prossimo futuro, poiché sono direttamente collegate ai temi ambientali, energetici, agricoli, geopolitici, sanitari, economici, industriali e militari. La popolazione mondiale si sta avvicinando ai 7,5 miliardi con squilibri spaventosi nei tassi di natalità (e mortalità), che stanno destabilizzando ogni forma di equilibrio demografico e, di conseguenza, politico e sociale. E’ un dato rivelatore se lo si confronta con quello del 1972 (il mondo aveva allora 3,8 miliardi di abitanti), anno in cui uscì il celebre rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo, rapporto che fece il giro del mondo, suscitando infinite discussioni nel grande pubblico e mai sopite polemiche, sia a causa degli scenari che paventava, sia per effetto delle soluzioni che proponeva. Visti gli attuali risultati demografici e le risorse impegnate in oltre quarant’anni di ricerche e interventi (da governi, organizzazioni sovranazionali, Oms, ong, oltre che dalle immancabili multinazionali) si tratta di un fallimento epico a livello globale. Malgrado l’enorme numero di aborti, la diffusione della contraccezione, l’introduzione della pianificazione familiare, malgrado guerre, pandemie, malnutrizione, fame e carestie, la popolazione mondiale è semplicemente raddoppiata in meno di 50 anni.
Dunque, con buona pace degli ‘ottimisti razionali’ e dei ‘teorici del nuovo ordine mondiale’, non sembra azzardato affermare che a livello demografico complessivo, la situazione sia andata totalmente fuori controllo: un dato estremamente inquietante se si considera che, in tutta la storia dell’uomo, agli squilibri e alle forti tensioni demografiche, sono sempre state associate grandi catastrofi. E’ pur vero che molte previsioni pessimiste, da Malthus a Ehrlich, non si sono (per ora) realizzate, poiché la capacità creativa umana, manifestata attraverso i prodotti e i servizi della tecno-scienza, ha consentito finora di cambiare le condizioni limitanti (una per tutte la quantità della produzione agricola) che davano senso a quelle previsioni; ma l’enorme e squilibrato incremento demografico cambia a sua volta i nuovi e precari equilibri consumando a ritmo esponenziale lo stock di risorse interconnesse sulle quali si regge la vita del pianeta e dell’uomo.

Anche l’attuale sistema economico globale, che ai miliardi di persone che abitano il mondo dovrebbe garantire almeno la copertura dei bisogni fondamentali, sembra trascurare ogni limite e pare muoversi esclusivamente in base alle proprie regole di funzionamento interno (autoreferenza), caratterizzate dall’assioma della crescita illimitata, dal teorema della massimizzazione del profitto nel breve periodo, dalla eliminazione coatta di ogni barriera al libero flusso di capitali, merci e persone. E’ un dato di fatto che il sistema produttivo globale, già dagli anni settanta del secolo scorso, ha raggiunto una capacità produttiva tale da superare la domanda; quest’ultima è di fatto promossa dal marketing attraverso la creazione sistematica di nuovi bisogni ed è sostenuta dalla riduzione della durata di vita dei prodotti (obsolescenza programmata) e dall’accorciamento del loro ciclo di utilizzo (moda). Accanto all’enorme produzione, esso genera enormi esternalità che intaccano i beni comuni e corrompono la fiducia necessaria al suo stesso funzionamento. Malgrado gli indubitabili progressi materiali il sistema, fondato sul mercato e sulla competizione, non è in grado di redistribuire la ricchezza generata ne di allocare equamente i beni e i servizi prodotti, come ampiamente dimostra la contemporanea ed enorme crescita di patologie associate da un lato al iperconsumo e, dall’altro alla carenza di beni essenziali. In tale quadro, il sistema produttivo globale trova proprio nella esplosione demografica dei paesi più poveri una giustificazione di ordine morale per continuare la sua crescita ipertrofica e una ghiotta opportunità per trovare nuovi mercati e nuovi consumatori.

Ci si trova dunque in una situazione del tutto nuova e particolare almeno per l’ampiezza con cui si manifesta: in un ambiente finito (il pianeta terra) una specie biologica (l’uomo) cresce esponenzialmente di numero e in modo assolutamente squilibrato a prescindere da ogni limite ecologico, mentre il sistema economico (che trasforma materie prime in beni scambiabili e consumabili) deve parimenti continuare a crescere, in ottemperanza agli assiomi quasi religiosi che presiedono al suo stesso funzionamento. E’ un’intera cultura che sostiene questo tipo di visione: molte persone sono convinte infatti della necessità della crescita demografica e ancora più persone sono convinte dell’assoluta necessità della crescita economica. I primi, in nome di astratti principi religiosi (“moltiplicatevi, diffondetevi e dominate la terra”), di più ingenue credenze umanistiche (“c’è spazio per tutti, la terra è grande”) o considerazioni geopolitiche (“il numero è potenza: bisogna fare più figli per non venire invasi da altri popoli o etnie più prolifiche”). I secondi, in nome di principi economici assunti fideisticamente (“le ferree leggi naturali (!) scoperte dalla scienza economica”) o di presunti valori sociali umanistici (“bisogna crescere per sostenere il welfare, pagare le pensioni e vincere la povertà”) o di premesse filosofiche indimostrabili (“la mano magica del mercato, il valore assoluto della competizione, l’esistenza certa di una one best way”). Non sfuggirà certo, al lettore più attento, l’inquietante risonanza di alcuni di questi assunti con tesi e teorie che hanno caratterizzato alcune delle fasi più drammatiche e buie del secolo scorso.

L’integrazione di queste due tendenze è assolutamente esplosiva per il sistema terra e i suoi delicati equilibri. Vi è infatti una parte di mondo, quella più ricca e tecnologicamente progredita, quella che sulla crescita e il consumo ha costruito il proprio dominio materiale, dove la crescita demografica si è fermata mentre si allunga per i singoli l’aspettativa di vita; è qui che gli spiriti più visionari intravedono negli sviluppi della tecno-scienza la possibile fine della biblica punizione del lavoro e la liberazione definitiva dalle catene del bisogno; ma è sempre qui che vaste fette della popolazione, stordite da decenni di consumismo, non riescono più a dare senso alla vita e a concepire un futuro possibile; ed è ancora qui che si trova il centro dal quale irraggia la religione della crescita illimitata, del mercato globale e della competizione continua, che viene diffusa al resto del mondo.
Vi è un’altra parte del mondo, quella più povera e meno progredita secondo gli standard occidentali, quella che possiede gran parte delle risorse indispensabili al primo mondo, quella sfruttata e allo stesso tempo dedita all’emulazione dei modelli occidentali di cui è spesso succube, dove la crescita demografica è invece assolutamente esplosiva e francamente preoccupante soprattutto nella zona dell’Africa sub sahariana dove il numero medio di figli per donna è superiore a 5,1 (secondo le stime del word fertility report dell’UN).

Quel che sta succedendo in Italia negli ultimi anni, è esemplare di questa tensione e dell’inconsistenza dei dispositivi attraverso i quali il problema demografico potrebbe e dovrebbe essere affrontato. L’Italia è caratterizzata infatti da un sensibile calo di natalità e da un complessivo invecchiamento della popolazione. Un dato che viene letto come molto negativo mentre potrebbe rappresentare invece il raggiungimento, del tutto positivo, di un nuovo equilibrio demografico in un ambiente di vita già largamente artificiale. Anche in questo caso tuttavia la popolazione sta aumentando per effetto delle quote migratorie crescenti. Ed è proprio il fenomeno migratorio, coniugato alla crisi economica, che mette in drammatica evidenza, inserendolo nell’esperienza personale di ognuno di noi, il problema demografico di cui moltissimi, troppi, non hanno mai avuto alcuna contezza: ora esso è clamorosamente sotto gli occhi di tutti, ed ognuno ne interpreta ampiezza, cause ed effetti a modo suo. Malgrado questo, sembra mancare, a livello politico, ogni volontà di riflettere collettivamente su tali questioni spinose quanto complesse e tutto viene soffocato da un vacuo buonismo, da una retorica politicamente corretta, da un vago disinteresse. Eppure, malgrado i vincoli demografici ed economici non vengano presi sul serio nella pubblica discussione (che dovrebbe essere l’anima della democrazia), nessuno può negare che esista un limite al numero di persone che la terra è in grado di sostenere, così come c’è un limite al numero di persone che possono vivere insieme, pacificamente, in uno specifico ambiente: la questione semmai è capire l’ampiezza di questi limiti. Molti scienziati (e molti pessimisti) sono convinti che essi siano già stati abbondantemente superati.

Il ricco sottosuolo della periferia ferrarese

Terza tappa dell’inchiesta avviata dall’illustre rivista “National Geographic De Noantri”. Questa volta si parla delle insospettabili risorse naturali che si celano sotto alcune famose città europee e americane. Tra esse, due in particolare spiccano per la ricchezza sorpendente del sottosuolo: New York City negli Stati Uniti e Ferrara in Italia.

Il Central Park di New York:

Aperto al pubblico all’inizio del 1856 nel bel mezzo dell’isola di Manhattan, Central Park è il più grande parco di New York nonché uno dei più famosi parchi al mondo. Il terreno fertilissimo, costituito da una pregiata miscela di torba canadese e costantemente irrigato da un complesso sistema di laghi e corsi d’acqua artificiali, consente al parco di mantenere una vegetazione lussureggiante e una vasta quantità di specie vegetali.

L’Area Verde Schiaccianoci di Ferrara:

Riservato a una ristretta cerchia di clochards selezionati, è situato nella elegante zona periferica a est della città di Ferrara, tra i lussuosi complessi residenziali di Borgo Verde, Borgo Le Mura e Borgo Punta. Recentemente, alcuni ricercatori hanno individuato nel sottosuolo dell’area un vasto giacimento di materiali preziosissimi: dal ferro all’alluminio, dal manganese al nichel, dall’antimonio allo zinco, dall’arsenico al piombo…
Si è avuta notizia che qualche tempo fa il Comune abbia fatto ricoprire l’intera area con tonnellate di terra per impedire alla gente di saccheggiare questo patrimonio della collettività che affiorava dal terreno. Alcuni abitanti della zona, infatti, erano stati scoperti a rubare grosse quantità di arsenico per i loro usi quotidiani.

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