Skip to main content

Nel romanzo Il mio nome è Maria  Maddalena (Marlin Editore)  lei descrive le vicende di una ragazza che decide di prestarsi alla pratica dell’utero in affitto per guadagnare dei soldi per continuare a studiare ma, quando le viene richiesto di praticare un aborto, si sottrae a questa imposizione ed espatria e vola in Amazzonia.

Come si pone personalmente nei confronti della pratica della gestazione per altri?

Oggi il neoliberismo capitalista tecnocratico e materialistico guarda ai corpi come ha guardato alla Terra, con sguardo predatorio ed estrattivo, come a qualsiasi altra risorsa, senza alcun rispetto per la loro sacralità. La narrazione sottostante alla definizione GPA è che questa pratica sia un dono gratuito fatto da una donna a una coppia che non può fare figli. Ma in questa pratica non c’è nulla di gratuito. I portatori di interesse sono moltissimi: case farmaceutiche, cliniche della fertilità, assicurazioni, avvocati e turismo riproduttivo.
Aggiungo che questa pratica non tiene conto minimamente del desiderio primario del bambino che è quello di stare con la madre che lo ha portato in grembo per nove mesi, quel grembo che lo ha cresciuto e di cui lui conosce ogni rumore, il battito del cuore, le emozioni e la storia, un grembo madre/terra. Chi desidera un figlio ed è disposto ad averlo attraverso la maternità surrogata deve sapere che fonda il suo desiderio sulla negazione del desiderio primario di quel bambino.

Non a caso la mia protagonista, una giovane occidentale, che si presta avventatamente come madre surrogata spinta da una motivazione economica ma anche convinta di compiere un gesto di amore, durante la gravidanza si accorge di instaurare una relazione fitta con i bambini che le crescono dentro e solo nella foresta amazzonica presso le popolazioni indigene Ye’quana scoprirà il vero senso della maternità.
I suoni e le immagini della foresta, foriere del messaggio ancestrale che da millenni le donne si passano di generazione in generazione le risuona dentro facendole riscoprire il sapere ancestrale dei nostri corpi, un sapere sacro che verrà per sempre spezzato se si trasferisce il concepimento nei laboratori e se si guarda alla vita come a un prodotto da immettere sul mercato. Tutto ciò non mi era chiaro ma è emerso dalla scrittura del romanzo che mi ha portato a indagare il parallelismo tra il nostro appartenere alla terra, Pacha Mama , e i nove mesi in cui da embrioni ci trasformiamo in feto per passare poi dal mondo dell’acqua al mondo dell’aria. E questo percorso di scrittura mi ha convinta che la pratica della maternità surrogata sia una pratica lesiva dei diritti delle donne e dei bambini e credo fortemente vada abolita a livello universale.

L’iniziativa del Governo Meloni di inviare una circolare ai Comuni per vietare le registrazioni dei genitori non biologici negli atti di nascita dei figli nati con la GPA ha sollevato reazioni da più parti e di diversa natura. Lei cosa ne pensa?

Penso sia una discussione pretestuosa. La questione dei diritti dei bambini nati da surrogata ( vorrei ricordare che in Italia la maternità surrogata è un reato) è un falso problema. Non ci sono bambini di serie B. il padre biologico lo iscrive all’anagrafe e da quel momento in poi il bambino ha tutti i diritti e le tutele di qualsiasi altro bambino. Poi il padre di intenzione ( committente) segue la via indicata dalla Cassazione, quella dell’adozione in casi particolari esattamente come deve fare una madre single se vuole che il compagno, non padre biologico, venga riconosciuto come padre del suo bambino. La registrazione di genitori non biologici, che si ritengono tali in quanto hanno commissionato un bambino attraverso la maternità surrogata, direttamente all’anagrafe oltre a cancellare la madre che lo ha portato in grembo, e dunque a cancellare le origini del bambino, diritto sancito dalla carta dei diritti del fanciullo art 7, è una discriminazione nei confronti di altri soggetti ( vedi le madri single o vedove) che invece devono percorrere la strada dell’adozione in casi particolari per il riconoscimento di un padre non biologico.

Maddalena, la protagonista del suo romanzo, trova in Amazzonia un senso all’esistenza. Secondo lei, come e quando si diventa genitori?

Maria Maddalena trova nel ventre primigenio della foresta amazzonica, a contatto con le popolazioni indigene Yequana, il profondo senso di appartenenza alla terra. La terra non ci appartiene, piuttosto noi apparteniamo alla terra.
È una prospettiva radicalmente diversa rispetto alla cultura occidentale. Al massimo noi siamo gli amministratori della terra, ma per amministrarla è necessario riconoscerne la sacralità, quella sacralità di cui le popolazioni indigene sono gli ultimi testimoni. È attraverso il parallelismo pacha mama/ gravidanza che la mia protagonista riscopre la sacralità della vita ed è questa che farà da bussola nelle scelte della sua vita.  Per approfondire questa prospettiva invito a leggere la postfazione del romanzo, scritta da Grazia Francescato, che in Amazzonia c’è stata, e che ha colto perfettamente quello che si muoveva nel mio inconscio durante la scrittura.

Per quando riguarda la domanda sulla genitorialità il tema è complesso. Gli umani sono esseri simbolici e fortunatamente sanno adattarsi. Il cucciolo d’ uomo non sopravvive se non accudito per lungo tempo, spesso molto di più di un qualsiasi cucciolo di animale. Essere genitori implica sapere dare quell’accudimento necessario allo sviluppo di un cucciolo umano fino a quando non sarà autonomo.
La condizione per eccellenza è che ad accudire il cucciolo sia la madre che lo ha portato in grembo, non a caso si parla  di endogestazione ed esogestazione, La gravidanza infatti  è un processo al termine del quale nasce un figlio e nasce una madre perché i due crescono simbioticamente per nove mesi, ma come ho detto se la madre muore o non è in grado di curarlo una madre adottiva potrà essere  una ottima madre tanto quella naturale. Il padre invece è colui che assicura la protezione della madre, in tutti i sensi.
La figura paterna infatti durante la gestazione è una figura comprimaria ma assai importante. Il suo sostegno, la sua cura, sono fondamentali per la donna gestante. Dunque per me il padre prima che essere padre in quanto portatore del seme è padre perché si assume la responsabilità di non lasciare sola la compagna che affronta una gravidanza e di sostenerla  o, se non padre biologico, comunque chi si assume di affiancarla per sostenerla nel cammino della crescita del figlio/a.  Dunque maternità e paternità sono simbolicamente molto diverse ma entrambe fondamentali per lo sviluppo dell’individuo. Ma come succede nelle popolazioni indigene, per un sano sviluppo dell’individuo è molto importante anche la comunità in cui nasce il piccolo.  La famiglia nucleare è una costruzione sociale piuttosto recente.  Su questo dovremmo riflettere.

Anche l’atteggiamento delle donne, e delle femministe in particolare, rileva un mutamento nell’orientamento verso questo fenomeno?

Il femminismo su questo tema è spaccato.
Il così detto transfemminsmo difende l’idea che la libertà di fare dei propri corpi quello che si vuole stia sopra ogni altra questione. il transfemminsmo considera una conquista per le donne vedere riconosciuta economicamente la capacità riproduttiva delle donne, e considera libertà liberarsi dal “giogo” della maternità. Una visione a mio avviso che si inscrive perfettamente nel sistema capitalista e patriarcale che riconosce un valore di mercato ormai a tutto anche agli individui. Infatti basta farsi un giro sui siti che offrono la maternità surrogata per capire che ci sono i pacchetti vip, i pacchetti economy etc a dimostrazione che la vita diventa un prodotto acquistabile sul mercato.

Poi ci sono femministe che, come me, invece considerano questa pratica una pratica aberrante che lede alle fondamenta i diritti dell’uomo perché tratta gli esseri umani come merce deumanzzandoli, anche nel caso della Gpa, o maternità solidale, perché i bambini non si comprano e non si regalano.

Finalmente si è aperto il dibattito pubblico, era ora! Io ho scritto un romanzo proprio perché volevo  che questo tema, tanto complesso e delicato, perché tocca la pancia delle persone, diventasse un tema di cui ne parlassero tutti. Con questo romanzo volevo raggiungere quella parte di consapevolezza inconscia, sembra un ossimoro ma non lo è, che secondo me è ancora incardinata nelle nostre viscere e richiamare le giovani, ma anche i giovani maschi,( ci sono personaggi maschili molto positivi nel romanzo) all’azione e a una presa di coscienza. Volevo richiamare le giovani a questo sapere ancestrale, che oggi rischia di essere cancellato per sempre. È un bene che tutti si facciano una idea di cosa sia la vera realtà di questa pratica, che si facciano una opinione su come stanno decidendo come verremo al mondo.  Forse oggi è venuto il tempo per affrontarlo veramente e questo è un bene.

Nota: Roberta Trucco collabora stabilmente al quotidiano online Periscopio; per leggere i suoi articoli è sufficiente cliccare sul suo nome.

In copertina: Padre e figlio Yanomami, Brasile. © Victor Englebert/Survival (foto da Survival International)

tag:

Annamaria Iantaffi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

La redazione e gli oltre 50 collaboratori scrivono e confezionano Periscopio  a titolo assolutamente volontario; lo fanno perché credono nel progetto del giornale e nel valore di una informazione diversa. Per questa ragione il giornale è sostenuto da una associazione di volontariato senza fini di lucro. I lettori – sostenitori, fanno parte a tutti gli effetti di una famiglia volonterosa e partecipata a garanzia di una gestitone collettiva e democratica del quotidiano che si finanzia, quindi vive, grazie ai liberi contributi dei suoi lettori, amici e sostenitori. Accetta e ospita sponsor ed inserzionisti solo socialmente, eticamente e culturalmente meritevoli.

Nato 10 anni fa con il nome Ferraraitalia già con una vocazione glocal, oggi il quotidiano è diventato Periscopio e naviga già in mare aperto, rivolgendosi a un pubblico nazionale e non solo. Non ci dimentichiamo però di Ferrara, la città che ospita la redazione e dove ogni giorno si fabbrica il giornale.  Ferraraitalia continua a vivere dentro Periscopio all’interno di una sezione speciale, una parte importante del tutto. 

Oggi Periscopio conta oltre 320.000 lettori, ma vuole crescere e farsi conoscere. Dipenderà da chi lo scrive ma soprattutto da chi lo legge e lo condivide con chi ancora non lo conosce. Per una volta, stare nella stessa barca può essere una avventura affascinante.  Buona navigazione a tutti.

Tutti i contenuti di Periscopio, salvo espressa indicazione, sono free. Possono essere liberamente stampati, diffusi e ripubblicati, indicando fonte, autore e data di pubblicazione su questo quotidiano.

Francesco Monini
direttore responsabile


Chi volesse chiedere informazioni sul nuovo progetto editoriale, può scrivere a: direttore@periscopionline.it