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Presto di mattina /
L’onda incalza l’onda

Presto di mattina. L’onda incalza l’onda

L’onda incalza l’onda

Nella cala tranquilla
Scintilla,
il Mare.
Sembra trascolorare.
S’argenta? S’oscura?

A un tratto
come colpo dismaglia
l’arme, la forza
del vento l’intacca.
Non dura.

Altra onda nasce,
si perde,
come agnello che pasce
pel verde:
un fiocco di spuma
che balza!
Ma il vento riviene,
rincalza, ridonda.
Altra onda s’alza,

Palpita, sale,
si gonfia, s’incurva,
s’alluma, propende.
Il dorso ampio splende
Come un cristallo.
(G. D’annunzio, L’onda, Alcyone, Mondadori, Milano 1988, 178-179).

La Pasqua somiglia, ai miei occhi, come un abissale e oscuro sprofondarsi d’onda non senza il suo innalzarsi per l’incalzante vento d’oriente. Mai l’uno senza l’altro: movimento d’onda.

L’onda è il mare, e il mare si è fatto piccolo nell’onda come il Cristo nella sua Pasqua. La Parola di Dio, come un mare, si è abbreviata, e da mare si è fatta onda, parola d’uomo, per raggiungere la riva di un’umanità terrosa.

Gesù a Pasqua è così: onda di misericordia, scrive il diacono e poeta Efrem il Siro: «Benedetto colui che è stato piegato dalla sua misericordia a prendersi cura della nostra infermità. Siano rese grazie alla sorgente d’onda inviata per la nostra propiziazione… La tua misericordia, nel tuo giorno, ci ha inondato, mio Signore. Facci conoscere il tuo giorno più di tutti gli altri giorni!… Dio, nella sua misericordia, si è chinato ed è sceso, per mescolare la sua clemenza alle acque». (Efrem Siro, Inni sulla Natività e sull’Epifania, Paoline, Milano 2003; 148-149; 165; 473).

In questo movimento il mare non è diminuito, né l’onda ha perso la sua consustanzialità marina: il mare è l’onda.

Di fede n fede come onda da onda, il vangelo migrante

Credere a Pasqua è riconoscere l’altro come degno di fede, affidabile nella prossimità, che custodisce e accompagna senza prevaricare. Questo è quanto sperimenta Tommaso che aveva chiesto di vedere del Risorto, non la gloria, ma i segni gloriosi del suo “esistere per” e del suo patire, quelli dei chiodi nelle mani, nei piedi, la ferita del costato.

Egli domandava di ritrovare quell’umanità di Dio che in Gesù aveva condiviso tutto con gli ultimi, gli oppressi, gli abbandonati. Egli riconosce che la sua presenza è ancora lì con loro ed anche coloro che verranno dopo potranno dire come lui la loro fede: “sei tu Signore ti riconosco”.

Pasqua è così: quel movimento che sempre incalza la nostra fede, un movimento di fede in fede a partire da Gerusalemme, dalle donne al sepolcro, da Tommaso e poi da tutti coloro che “non hanno visto ma hanno creduto”; quelli che hanno riconosciuto la presenza del Risorto là dove si rialza chi è caduto, si cura chi è ferito, si ospita lo straniero, dovunque si continua a spezzare il pane sulla mensa della propria vita, come aveva fatto lui con loro.

Pasqua è quel movimento operante come l’onda, non solo nella sua verticalità profonda, ma pure nella sua orizzontalità, il suo incalzare avanzando, che abbraccia, nel presente, memoria e futuro: sull’orizzonte del mare nasce sempre una nuova onda. La Pasqua e il suo annuncio – «So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. È risorto» – sono ciò che continuamente ci fa partire e da bocca a bocca risuona quello che sta nel cuore: «mia gioia il Signore è risorto». A Pasqua si riapre una via nel mare della disumanità, “un sentiero tra le onde” direbbe ancora Efrem.

Movimento incalzante quello della Pasqua. Fin dal mattino si dice che le donne vanno in fretta al sepolcro e l’angelo nunziante le incalza dicendo: «Presto, andate a dire ai suoi discepoli: “È Risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”». Poi, quando Gesù va loro incontro le invia di nuovo ad andare dai suoi fratelli.

Nel racconto dell’esodo, la prima Pasqua, al popolo schiavo in Egitto viene chiesto di mangiare l’agnello pasquale in fretta «con i vostri fianchi cinti, con i vostri calzari ai piedi e con il vostro bastone in mano; e mangiatelo in fretta: è la Pasqua del Signore».

Giunto al mar Rosso il Signore, rincalza le onde: «durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto e le acque si divisero». Così allo stesso modo lo spirito del Risorto incalza le onde della fede verso Cristo che precede sempre e riapre sempre di nuovo una strada al vangelo della pace.

L’amore prende con sé

C’è un altro movimento che rinasce a Pasqua: quello degli affetti, l’affectus fidei, l’onda degli affetti. Nelle parole di Gesù riportate da Giovanni: «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32) ritroviamo il gesto che ricapitola tutta la sua vita quello del “prendere con sé”. Ad esso il mattino di Pasqua corrisponde l’affectus fidei delle donne, quello del saluto orientale della proskýnesis (dal greco proskynéō, “inviare un bacio”), quel sentimento che le porta ad abbracciargli i piedi, come a loro volta a volerlo “prendere con sé”, nell’abbraccio della loro fede.

Anche nel racconto di Emmaus ci viene narrato un altro prendere con sé, ma questa volta è detto a uno straniero che si era accompagnato ai due discepoli lungo la via nella notte: «Egli fece come se volesse andare oltre. Essi gli fecero forza, insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino» (Lc 24,29). L’invito incalzante equivale al gesto di “prendere con sé”.

Queste parole, per noi, vengono facili a dirsi, sapendo già in precedenza chi si sta invitando con noi. Ma per i due di Emmaus non è stato così. L’invito è rivolto a uno sconosciuto, un forestiero incontrato nella notte. Come a dire che il Maestro, la sua compassione, continuavano a vivere in loro, a restare loro vicino attraverso quell’ospitalità aperta a tutti che Gesù aveva vissuto insegnato e condiviso con i suoi prima della Pasqua.

Diranno poi: «Non ardeva il nostro cuore dentro di noi, mentre egli ci parlava per la via e ci apriva le Scritture? In quello stesso momento si alzarono e ritornarono a Gerusalemme, dove trovarono gli undici e quelli che erano con loro riuniti insieme».

Vivere la Pasqua è ritornare ospitali nella città, sentire la pena per altri cuori

Scrive don Primo Mazzolari: «Ma se per noi, che ci scordiamo di tenere il posto dei personaggi evangelici, il pellegrino è già il Signore, per i due è ancora il forestiero. Noi gli diciamo di restare per il bene che vogliamo a noi stessi, ma i due lo sforzano a rimanere perché hanno pena di lui, che di notte vuole avventurarsi lungo strade malsicure. Son degli smarriti, ma da quando il pellegrino ha parlato, avvertono la pena di un altro cuore e possono ospitarla nel loro povero cuore.

La notte è paurosa per chi deve continuare la strada, non per chi è arrivato. Un uscio stava per aprirsi, una casa li avrebbe accolti, un po’ di fuoco, un po’ di pane, facce sicure. Lo invitano quindi a restare, offrendogli l’ospitalità in una maniera così delicata che par quasi ch’essi la ricevano da lui, s’egli accondiscende a rimanere.

Gli avvenimenti avevano consumato la loro fede: il messia era stato inghiottito dal sepolcro tre giorni prima: ma qualcosa del maestro era rimasto in loro e si era ravvivato lungo il cammino mentre quegli parlava… Invitando il forestiero a rimanere, i due sentivano di rendere un omaggio alla memoria del maestro: era la maniera più giusta di commemorarlo, di averlo vicino ancora, di stargli ancora insieme. La loro anima ritornava ospitale: avevano pietà del Cristo povero, del Cristo pellegrino che camminava nella notte verso una mèta ignota…

Ospiti anch’essi di qualcuno, avrebbero chiesto per lui o pagato il taverniere per lui, proprio come il samaritano. Gli avrebbero fatto posto, come a uno di loro e secondo il comandamento della carità, offerto il pane. Non è il pane della carità che viene benedetto e spezzato da due mani trafitte nel gesto che mostrerà nel forestiero il vero volto del Figliuolo dell’Uomo? Perché questo è appunto lo splendore del mistero del pane: il Cristo visto, sentito, amato, adorato in ogni creatura», (Tempo di credere, Dehoniane, Bologna 1977, 153-155).

Non saprei dire quanti nella nostra città hanno fatto Pasqua, ma sono certo che quanti partecipando o non partecipando alla veglia pasquale e alla celebrazione della domenica di risurrezione hanno saputo dire al forestiero tra noi le parole dei due di Emmaus: “resta con noi perché si fa sera”; essi, credenti e non, hanno incontrato il Cristo della Pasqua e praticando l’ospitalità sono stati ospitati dal Cristo povero, dal Cristo pellegrino che cammina ancora per le vie della città cercando i suoi fratelli.

Certamente, tra di loro, sono i volontari dell’unità di strada della Caritas, gli scout, i Cittadini del mondo e quanti si sono presi a cuore i residenti sfollati dal grattacielo dicendo loro “restate con noi”.

La fede a Pasqua come barca che non teme l’onda

Narra l’evangelista Marco: «Gesù salito sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: “Salvaci, Signore, non t’importa che moriamo!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, gente di poca fede?”».

La barca non teme l’onda
né la luna che viene e va
né il salire e scendere la prua
incalzando l’onda
in quel mare non sprofonda

Inquieto mozzo
perché t’affanni?
se non è piena
sarà luna nuova
e a Pasqua
nuova fede

Cover: Foto di Kanenori da Pixabay

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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