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Presto di mattina /
Il rabdomante della pace

Presto di mattina. Il rabdomante della pace

Il rabdomante della pace

L’acqua si lamenta:
Ho sete! Ho sete!
Sono bruciata
Da una fetida melma,
del verderame degli acidi.
Sono soffocata
Dai pesci morti e gonfi.
Grossi aculei di ferro
Rugginoso mi pungono
La tenera gola.
Una sorda febbre
Mi divora.
Datemi, vi prego
Un goccio, … di che?
Di che? Questo è il problema
Davvero insolubile!
E a noi chi potrà dar da bere
Se anche l’acqua ha sete!
(M. Guidacci, L’acqua si lamenta, in Le poesie, Le Lettere Firenze, 2024, 272-273).

Questa poesia di Margherita Guidacci mi è sembrata veramente adeguata a esprimere lo stesso lamento della pace. Come l’acqua, la pace si lamenta ancora di questi giorni brucianti, febbricitante e inascoltata, sommersa da fetida melma, sprofonda sempre più in basso soffocata tra carni morte e gonfie di una nuova e inutile strage. A noi chi ci ridarà la pace se, come l’acqua, anche la prima grida: ho sete, ho sete?

In tempo di conflitti senza fine non restano che i rabdomanti sensibili e senzienti alla pace come all’acqua nascosta in terra arida e desolata. Sono quelli che sempre continuano a cercare.

La figura del “rabdomante” è una metafora che dice di colui che non si inventa l’acqua, e dunque neppure la pace, ma ha la sensibilità speciale di cercarla per sentire dove scorre nel profondo delle persone, nelle relazioni per portarla alla luce.

Oltre a scrivere poesie, la Guidacci aveva una casa a Scarperia, nelle terre del suo Mugello, dove la famiglia ha origine e dove si rifugiò durante la guerra. Qui aiutava i contadini a trovare le falde d’acqua, sentiva infatti il fluido e i brividi scorrere dentro di sé quando ne avvertiva le vibrazioni e la presenza nel sottosuolo.

Memorie di un rabdomante

In un articolo del 1957 Memorie di un rabdomante la Guidacci, scrivendo la recensione di un libro appena uscito in italiano di André Neher sulla figura di Mosè, rimase profondamente colpita dalla descrizione che ne aveva fatto l’autore presentandolo come “un rabdomante”, colui che cerca sorgenti invisibili. Non solo facendo scaturire l’acqua dalla roccia nel deserto al popolo assetato e mormorante, ma anche al Sinai, portando alla luce le dieci parole nascoste nel cuore di Dio: “non uccidere”…

Scrive Neher: «Il Mosè di Neher non è l’eroe marmoreo di Michelangelo, ma un uomo consumato da una tensione perenne. Egli è, nell’accezione più alta, un “sourcier de la lumière”, un rabdomante della luce. Come il rabdomante avverte sotto l’aridità della terra il fremito dell’acqua nascosta, così Mosè avverte nel deserto della storia e nell’esilio del suo popolo la scaturigine della Luce divina. La sua vocazione non è un possesso, ma una ricerca tormentata.

Neher ci restituisce un profeta che non “vede” la luce come un oggetto immobile, ma la insegue nelle tenebre dell’Egitto e nelle nubi del Sinai. Questa luce non abbaglia soltanto: essa scava, trasforma, incide la carne e l’anima» («Il Popolo», 14 Luglio 1957, ora in Prose e interviste, a cura di Ilaria Rabatti, Editrice C. R.T., Pistoia 1999).

Rabdomanti della luce

Acqua e luce vanno insieme, sono le risorse della vita, irrinunciabili alla pace, essenziali a far scaturire la pace dai conflitti. Nella Qabbālāh ebraica, un insieme di saperi nascosti e mistici circa il rapporto tra Dio e il mondo, i “rabdomanti della luce” sono quelli che riportano a Dio le scintille di luce della conoscenza nascoste nell’universo, scintille che senza di loro rischierebbero di andare perdute, di spegnersi.

Essi cercano le scintille di luce perdute, le aspirazioni di pace soffocate, e i gemiti inascoltati sotto la crosta della storia, sotto la terra arida delle convenzioni, dell’abitudine, della pigrizia mentale, del potere idolatrico delle comunità anche religiose. Le riportano in superficie come sorgenti di acqua viva, ricostruendo intrecci, percorsi nelle esperienze, nelle vite dei singoli e delle comunità; rianimano i punti morti, tengono viva la ricerca della pace come l’unica strada per riparare un mondo diviso, sconvolto.

L’espressione “Tikkun Olam” nella tradizione ebraica esprime «l’aspirazione e l’impegno a fare del bene, a migliorare il mondo, a provare un senso di responsabilità morale verso chiunque, ebrei e non ebrei, verso un ideale di giustizia sociale e di qualità dell’ambiente» (David Grossman, La pace è l’unica strada, Mondadori, Milano 2024, 85). Non smettere di fare qualcosa al mondo che non solo ripari i suoi danni ma lo migliori pure, renderlo abitabile fornendogli le risorse perché la pace che in esso è sempre sommersa o affiorante possa arrivare a compiersi.

Rabdomante del silenzio

La figura del rabdomante ritorna in un altro testo di André Neher: L’esilio della parola. Dal silenzio biblico al silenzio di Auschwitz, Marietti, Genova 1997; là dove Neher parla di Elie Wiesel (1928-2016) descritto come un rabdomante del silenzio: «Arata, seminata e raccolta all’interno del regno del silenzio, l’opera di Elie Wiesel è impregnata di silenzio come un frutto lo è del suolo che l’ha nutrito. Il silenzio è certamente il tema – ed anche la parola – che appare più spesso nel testo … è la sua maestria nello scoprire e braccare ogni minima fibra di silenzio, ma che ha anche del virtuoso tanto le trasposizioni, le variazioni e le improvvisazioni fanno risuonare questa fibra con musica inaudita.

Li supera altresì perché, al di là di ogni letteratura, Elie Wiesel è discepolo di altri maestri che lo riportano alle sorgenti chassidiche, talmudiche e bibliche del silenzio. E soprattutto li supera, o meglio è da loro radicalmente diverso, perché non ha incontrato il silenzio né nell’immaginazione artistica, né nello spettacolo del deserto o di qualche altro paesaggio della natura: l’ha incontrato nella realtà di Auschwitz ed è questa realtà del silenzio di Auschwitz che continua a essergli appiccicata addosso oggi mentre scrive la sua opera in veste di superstite, come gli si era appiccicata addosso quando ne era vittima» (ivi, 221-222).

David Grossman: un rabdomante della pace

Cercando ostinatamente la pace dove visibilmente non c’è più, inseguendo una pace in fuga, rifugiata ogni volta altrove, migrante e tuttavia essa è sempre rincorsa, continuamente cercata. È questo, mi sembra, il vissuto umano, spirituale e il tracciato testuale, letterario della scrittura di David Grossman. Lo si può ripercorrere anche solo attraverso due piccoli libri, quello già ricordato del 2024 e quello di quasi vent’anni prima, una coerenza resiliente che è già un affioro, un gorgoglìo di speranza nella pace: Con gli occhi del nemico. Raccontare la pace in un paese in guerra, Mondadori, Milano 2007.

Non vi è discontinuità temporale, infatti, nella tenacia con cui egli ha continuato a sostenere la possibilità di coesistenza tra Israele e Palestina, analizzando sempre di nuovo la complessità del groviglio di violenza in cui sono prigionieri i due popoli senza perdere la determinazione a ricercare un futuro di pace possibile.

Quante volte, gridando di gioia,
ho creduto scoprire una sorgente
che poi si rivelava solo rena più bianca
sotto il sole cocente.
E quante volte sono corsa incontro
a presunti fratelli che agitavano le braccia,
per trovar solo cespugli spinosi
Tra le dune selvagge.
Irritata e delusa, ormai so che al miraggio
dirigo invano il mio cammino incerto.
Come evitarlo se avanzo in un deserto
Sempre più deserto?
(Guidacci, Poesie, 273-274).

Così Grossman scriveva nel 2007: «La pace tra Israele e i palestinesi, tra Israele e l’intero mondo arabo, è ancora, purtroppo per noi, soltanto una questione di speranze, ipotesi e intuizioni. In questi ultimi anni sembra anzi sempre più lontana. Ma anche adesso – forse adesso più che mai – dobbiamo pensare continuamente a questa figura della pace che si allontana, al modo in cui l’immaginiamo, e farne un costante “stimolo” per il pensiero» (ivi, 57).

Un salto nel vuoto è quello verso la pace, come saltare da un albero ad un altro, così egli affermava il 19 marzo 2025 all’Università Cattolica di Milano per la seconda edizione di Soul, Festival di spiritualità che aveva per tema “Fiducia, trama del noi”: «In quel momento ti ritrovi sospeso nel vuoto e devi avere coraggio, perché non hai più la terra sotto i piedi. Allora, se ce la fai a sopportare il salto riuscirai a ottenere la pace e il pensiero che questa guerra che colpisce da più di cento anni possa terminare».

Un anno prima, nel 2024, nel libro che raccoglie alcuni dei suoi interventi più urgenti e militanti scriveva: «È vero, fare la guerra è più facile che fare la pace. Nella realtà in cui viviamo, la guerra si tratta solo di continuarla, mentre la pace costringe a processi psichici difficili ed elaborati, processi che popoli abituati quasi solo a combattere vivono come una minaccia…

Perciò la vera lotta oggi non è tra arabi ed ebrei, ma fra quanti – dalle due parti – anelano a vivere in pace in una convivenza equa e quanti – dalle due parti – si nutrono psicologicamente e ideologicamente di odio e violenza. Magari riuscissimo a ristabilire e irrobustire le forze sane delle due società, coloro che fra noi si rifiutano di diventare collaborazionisti della disperazione! Così, se anche dovesse scoppiare un’altra ondata micidiale come questa – e io temo che scoppierà di tanto in tanto –, potremmo resisterle in modo lucido e maturo, come sembra stia accadendo già in questi giorni, con un’infinità di incontri e dibattiti e iniziative straordinarie», (La pace è, 12; 13-14).

Abbiamo passato molti fiumi.
Alcuni avevano ponti rischiosi.
Altri, guadi taglienti di sassi
e di acque gelate.
Noi passavamo quietamente sospinti
come foglie dal vento.
Solo i morti restavano indietro,
col capo riverso.
Un segno d’acqua in noi è rimasto
e niente lo cancella:
improvviso fluire che dal mondo ci estrania.
La fenice del sole muore ogni giorno e rinasce.
L’acqua distende le sue ali e non le chiude mai più.
Nostri vicini sono il vinco, il salice,
l’erba umida e umile che striscia verso i fossi.
Ha riempito le prode e i nostri occhi:
perché noi, gli inventori delle lacrime,
tutte ormai ce le siamo dovute bere.
(Guidacci, Poesie, 276).

David Grossman: un rabdomante della parola

Potrà sembrare irrilevante, un’utopia facile che, per aiutare il proprio paese a ritrovare la pace, Grossman pratichi la scrittura, risponda ai conflitti scrivendo racconti e creando storie. Ma egli sa che la letteratura autentica apre la coscienza all’altro o meglio, “ci fa conoscere l’altro dall’interno”, proprio perché genera in chi scrive e in chi legge come un transfert, un’immedesimazione che lo costringe a entrare dentro i personaggi e condividere le vicende da essi vissute, aprendo così la possibilità di conoscere con una mentalità nuova, quella che parte dagli occhi dell’altro, dal suo punto di vista, le realtà che si presentano nella vita di ogni giorno.

L’arte del rabdomante diventa così l’arte di scrivere nelle tenebre della guerra e quest’arte ha come finalità di essere l’inizio di un lungo e tormentato processo di risveglio e di conciliazione per coloro che sono costretti a confrontarsi con una realtà arbitraria e violenta, di sopraffazione oltre ogni immaginazione.

Il principio del prossimo

«In quel momento avvertiremo e capiremo veramente quel che prima ho definito il principio del prossimo, il cui significato profondo, se volete, è il diritto del prossimo all’esistenza (all’esistenza e alla storia, così come il diritto alle sofferenze e alle speranze)… Perché, quando abbiamo conosciuto l’altro dall’interno – anche se l’altro in questione è il nostro nemico –, da quel momento non potremo più essere completamente indifferenti a lui. Qualcosa dentro di noi sarà debitrice a lui o, quantomeno, alla sua complessità. Ci risulterà difficile rinnegarlo del tutto. Fare come se fosse una “non persona”.

Non potremo più rifuggire, con la solita e per noi ormai banale facilità, dalla sua sofferenza, dalla sua ragione, dalla sua storia. E forse diventeremo anche più indulgenti con i suoi errori. Anche questi, infatti, li interpreteremo come una parte della sua tragedia. Qualora, poi, ci restassero un po’ di energia e di magnanimità, potremmo persino creare una situazione in cui sia più facile anche per il nostro nemico sfuggire alle proprie trappole interiori, e avremmo anche noi qualcosa da guadagnare…

Con la scrittura letteraria facciamo di tutto per riscattare ogni nostro personaggio dall’estraneità, dalla banalità, dalla morsa dello stereotipo e del pregiudizio. Quando scriviamo una storia, lottiamo – a volte per anni – per comprendere ogni aspetto di una sola figura umana: le sue contraddizioni interiori, i suoi impulsi e le sue inibizioni, quel magma incandescente di cui ho parlato prima.

Ha qualcosa di dolce, quasi di materno, il modo in cui uno scrittore è teso con tutti i suoi sensi, la sua coscienza e il suo subconscio, mentre sogna e mentre è sveglio, a ogni alito di sentimento, a ogni sensazione che passa nell’animo del personaggio che è intento a creare.» (Con gli occhi, 31-32; 26-27).

Un rabdomante dal cuore pensante

Ancora nel testo La pace è l’unica via viene evocato e riproposto lo stile di Hetty Hillesum che riuscì a rimanere libera anche nella più grande schiavitù del campo di concentramento. A fronte di donne e ragazze che nel campo dicevano di non voler sentire più nulla né pensare più a niente per non impazzire, la sera Hetty, restando sveglia e provando per loro una infinita tenerezza, diceva tra sé e sé, “lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca”. Ora voglio esserlo un’altra volta. Vorrei essere il cuore pensante di un intero campo di concentramento”.

E osserva Grossman: «Sappiamo anche che in qualsiasi momento potremmo ritrovarci in una situazione in cui la nostra libertà ci sarà negata e saremo circondati dall’arbitrarietà e dalla tirannia, dalle piaghe del razzismo, del nazionalismo e del fanatismo, o da comportamenti barbari e criminali come quelli attuali della Russia nei confronti dell’Ucraina: un’aggressione che minaccia la pace nel mondo.

Se mai arriverà un momento simile, in circostanze che ora facciamo fatica a immaginare, se il nostro mondo sarà stravolto come avviene oggi per milioni di cittadini ucraini a poca distanza da noi, sapremo ricordare e restare fedeli alla nostra ribellione privata ed eroica? Sapremo non smettere di pensare e di essere un cuore sensibile, aperto, vulnerabile? Sapremo essere un cuore pensante, ancora e ancora?» (ivi, 86-87).

Nello sprofondo, l’acqua

Se conosco il fondo dell’acqua?
Certo che lo conosco!
Ho scostato erbe viscide, tagliato canne.
Mi sono curvata, ho guardato, ascoltato.
Ho visto insetti di lunghe zampe remigare
ed uccelli abbassarsi su di loro, fulminei.
Ho udito i lievi tonfi che nulla sembra produrre,
un «ah», un sospiro, come se il tempo stesso
cercasse di sgretolarsi sul fondo.
E so che tutti i sentieri conducono all’acqua –
i visibili come gli occulti.
Tutti i luoghi, tutte le ore
si protendono sull’orlo dell’acqua.
Se conosco il fondo dell’acqua?
La mia immagine sta su quel fondo
e non la smuoverete di là,
~che se vi provate ad afferrarla con le canne,
a batterla col remo.
V’illudete di vedermi altrove!
Quante volte ho riso di nascosto
come d’un gioco ben riuscito
mentre il mio amabile «doppio»
si intratteneva con ospiti e amici
ed in realtà ero sempre inginocchiata
su un’umida riva
scomponendo l’ovale del mio volto sommerso
con le crespe delle mie dita inquiete.
Due metà sconosciute dell’anima
si venivano incontro attraverso l’acqua.
(Guidacci, Poesie, 277-279).

Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/lunarrabbit-5683213/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8040425″>Martin Stjernstedt</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=8040425″>Pixabay</a>

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Andrea Zerbini

Andrea Zerbini cura dal 2020 la rubrica ‘Presto di mattina’ su queste pagine. Parroco dal 1983 di Santa Francesca Romana, nel centro storico di Ferrara, è moderatore dell’Unità Pastorale Borgovado che riunisce le realtà parrocchiali ferraresi della Madonnina, Santa Francesca Romana, San Gregorio e Santa Maria in Vado. Responsabile del Centro di Documentazione Santa Francesca Romana, cura i quaderni Cedoc SFR, consultabili anche online, dedicati alla storia della Diocesi e di personaggi che hanno fatto la storia della chiesa ferrarese. È autore della raccolta di racconti “Come alberi piantati lungo corsi d’acqua”. Ha concluso il suo dottorato all’Università Gregoriana di Roma con una tesi sul gesuita, filosofo e paleontologo francese Pierre Teilhard de Chardin.

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