Presto di mattina /
Fiore senza difesa
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Presto di mattina. Fiore senza difesa
Fiore senza difesa, celebrare la Pasqua nella vita
«Fiore che il sangue trasforma in nuova fertilità!
Sei più forte della mano che ti recide!
Più duraturo dell’idea che ti definisce!
Più brillante della pittura che ritrae il tuo volto!
Nel mondo, ormai, aumenta la paura di te,
Fiore senza difesa!»
(Carlos Mesters, Fiore senza difesa, trad. Enzo Demarchi, Cittadella 1986, 109).
A Pasqua, nel passante di valico che è stata la sua passione, morte e vita risorta, celebriamo Cristo: il fiore senza difesa che non ha opposto resistenza, non si è tirato indietro; volto disarmato, non ha sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, e agli sfiduciati ha rivolto parole di fedeltà inscritte nell’amore tanto da prevalere sulla morte.
A Pasqua Cristo è fiore disarmato e disarmante. È il nostro fiore, ricorda san Girolamo (347-420), che nelle lettere ricorre più volte a questo simbolismo: «Un virgulto sorgerà dal tronco di Jesse e un fiore verrà su dalle sue radici. Il fiore di tale virgulto è Cristo che dice: “Sono il fiore dei campi e il giglio delle valli”… Andremo a Nazareth per vedervi il fiore (questo è il significato etimologico) della Galilea… Questo fiore, per noi, è stato la morte della morte; ed è morto appunto per questo, per far morire la morte con la sua morte» Girolamo, Le Lettere, vol. 2, Lettera LXXV, Città Nuova, Roma 1962, 197; 297-298, 352.
Per Carlos Mesters, biblista carmelitano, fiori senza difesa sono pure i poveri, gli oppressi, le comunità ecclesiali di base dell’America Latina. Egli si riferisce a loro quando prendono la parola e dànno vita insieme a una lettura popolare della Bibbia.
Il titolo del libro che scrisse proprio per narrare questa esperienza − nata negli anni del post-concilio e delle dittature − quella dei cristiani, dei poveri, contadini operai senza futuro che si erano uniti per cercare un riscatto non solo sociale, ma evangelico nella chiesa, è per l’appunto dare il loro contributo: «una spiegazione della Bibbia a partire dal popolo».
Già il concilio aveva esortato tutti all’assidua lettura della Bibbia per acquisire la “suprema scienza di Gesù Cristo”, sottolineando che l’ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo perché la Parola di Dio nelle mani riempie il cuore degli uomini (Dei Verbum 25-26).
Dove sono la Parola e il popolo povero, fragile, esposto, lì nasce un fiore
«Mi sono ricordato di una frase di Pablo Neruda – scrive Mesters − che dice più o meno così: “La vita del popolo della terra non si corrompe e non si lascia corrompere, nemmeno quando sia circondata dalla maggiore delle corruzioni”. Penso che abbia ragione. Ma lo penso senza sapere il perché. Forse perché credo che la vita è più forte della morte.
Quando Cristo morì tutto sembrava contaminato, intriso di morte; tutto sembrava senza futuro. Invece, la vita è risorta! In ultima analisi è la fede nella risurrezione che ci fa credere nella forza rigeneratrice e liberatrice di questo popolo debole e senza difesa di fronte al sistema che lo schiaccia, lo avvelena, lo opprime e l’uccide».
La lettura popolare della scrittura significa leggere la Bibbia in un con-testo, non solo quello latinoamericano comunitario, a partire da un pre-testo: la parola di Dio; perché è proprio lì, nel vangelo, che nasce un fiore, dal virgulto di Nazareth.
«Un piccolo fiore senza difesa che mette in discussione tutto ciò che sinora siamo riusciti a sapere dei fiori. Questo fiore fragile e strano non sa nulla dei criteri della nostra logica e chiede una loro riformulazione. Esso rivolge un appello alla logica dicendo: “Riconosci che sono un fiore diverso! Cambia il modo di pensare sui fiori e vieni ad aiutarmi perché possa crescere e sbocciare pienamente. Solo così potrai rallegrarti della bellezza dei miei colori e dell’aroma del mio profumo!”». (ivi, 110-111).
L’umanità senza difesa: “è pure questo il fiore”
I poveri, gli oppressi, prima di ogni determinazione sono da ritenersi l’umanità senza difesa, il fiore disarmato che resiste disarmando. Rappresentato pure nei disegni del libro di Mauro Biani: È questo il fiore, (Ed. People, Busto Arsizio, VA 2021).
Fiore di papavero Papaver rhoeas, fragile, esile e tuttavia eretto, in piedi, flessibile al forte vento, i suoi petali come vele trasparenti e lievi. D’Annunzio, nella poesia La Spica, ne sottolinea la natura selvaggia, spontanea, semente non manipolata da mani d’uomo, portata dall’altrove dentro la vastità del grano, solitario ma visibile anche da lontano tra la messe; lo chiama «papavero ardente, cui l’uom non seminò, in un mannello» (Alcyone).
Posto non sullo sfondo ma dentro l’umanità, apre la corolla sull’azzurro sopra l’umanità, testimone vivo e vivente dell’infinito nel finito. Chiama alla resistenza nel quotidiano, alla difesa dei senza diritti, risveglia la memoria, smaschera chi l’occulta per interesse, per il potere.
La sua umile bellezza trafigge l’indifferenza indicando in essa la possibilità e il richiamo al cambiamento possibile. Per il colore scarlatto, brillante, il papavero significa promessa di riscatto, il sangue versato in difesa della dignità umana non è invano, è semente di vita nuova, processo di trasformazione che sommuove la coscienza personale e collettiva.
Memoria della Pasqua, memoria dei poveri, una memoria sovversiva
Dio dei poveri,
aiutaci a riscattare gli abbandonati
e i dimenticati di questa terra
che tanto valgono ai tuoi occhi.
Sostienici, per favore, nella nostra lotta
per la giustizia, l’amore e la pace.
(Preghiera per la nostra terra, in Laudato si’, n. 246).
Ricordarsi della Pasqua è allora ricordarsi del Dio dei poveri. L’invito viene da un libro pubblicato postumo, con la prefazione di Papa Francesco, dal teologo peruviano Gustavo Gutierrez, figura fondatrice della teologia della liberazione latinoamericana. Una teologia che nasce «da una indignazione etica di fronte alla povertà e alla emarginazione di grandi masse del nostro Continente» (L. Boff); una teologia vissuta e scritta «dal rovescio della storia» (G. Gutiérrez): Vivere e pensare il Dio dei poveri, (BTC 227), a cura di Leo Guardado, Queriniana, Brescia 2025).
Scrive papa Francesco: «Ai nostri giorni si presentano continuamente nuovi volti della povertà che non riusciamo a riconoscere. In questo libro Gustavo insiste su questo punto, perché siamo costantemente tentati di voltare pagina, come se la parte importante del messaggio di Gesù fosse altrove» (ivi, 7).
Una teologia nata dall’ascolto e dal servizio ai senza difesa, perché per Gutierrez il Dio di Gesù Cristo ci interpella e si lascia incontrare nel volto dei poveri, degli esclusi, degli scartati, ed è dalla prospettiva degli ultimi che occorre ripensare la fede, la Chiesa, il nostro modo di vivere.
Questi gli snodi fondamentali del suo pensiero che parte da una domanda sempre risorgente: «Come possiamo parlare di Dio a partire dalla sofferenza dell’innocente?», constatando che «la pratica è sempre più avanti della teoria». È riconoscibile in questa espressione uno dei principi enunciati da papa Francesco nella Evangelii Gaudium: «la realtà è superiore all’idea», questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica da coloro che l’accolgono. (n. 231).
Ricordarsi dei poveri è ricordarsi del Dio della vita
Questo chiedono gli apostoli della chiesa di Gerusalemme a Paolo e Barnaba dopo aver riconosciuto l’autenticità e la corrispondenza del vangelo di Paolo alle genti con quello rivolto ai cristiani provenienti dal giudaismo. Ed essi tesero loro la destra in segno di comunione e ricorda Paolo: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare» (Gal 2,10).
Questo testo – annota Gutierrez – non è da intendersi solamente come un semplice invito ad aiutare la chiesa di Gerusalemme, che si trovava in grande difficoltà, come se si riducesse a una colletta per i tanti poveri. «L’esegesi più recente allarga l’interpretazione di questo testo e ricorda che «la memoria chiesta a Paolo a Gerusalemme di ricordarsi dei poveri vale per l’intero compito di evangelizzazione… [perché] fare memoria dei poveri è parte essenziale dell’annuncio del Vangelo» (ivi, 260-261).
Il termine povero non va ridotto a una connotazione economica e sociale, ma va compreso come un linguaggio metaforico che si richiama al fatto che Dio in Gesù «si è fatto uno di noi (non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce Fil 2, 6-8) − così diventare povero equivarrebbe a diventare umano vulnerabile per la solidarietà con gli altri…
Il ricordo dei poveri ha profonde antiche radici bibliche: è la memoria del Dio della vita così presente in entrambi i testamenti. L’opzione preferenziale per i poveri nasce da quella memoria e ne parla, manifesta il ruolo che la solidarietà con i poveri deve avere in un oggi permanente nella coscienza e nella pratica della comunità Cristiana» (ivi, 263).
Non c’è vangelo se si rifiutano le situazioni di emarginazione e oblio. Non c’è vangelo senza interrogarsi sugli impoveriti senza contestare le disuguaglianze ed esigere giustizia e promozione umana anche a livello internazionale.
Ci basti essere come un tamerisco a far argine là dove la vita pesa
A Pasqua torna a fiorire il tamerisco o anche detto tamerice. Myricae/ tamerici le chiama Virgilio nelle Bucoliche: «Non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici» e le canta poi il Pascoli nella sua raccolta che ne porta il nome e Montale pure: «Nella conca ospitale/ della spiaggia/ non erano che poche case/ di annosi mattoni, scarlatte,/ e scarse capellature/ di tamerici pallide/ più d’ora in ora» (Ossi di seppia).
Anche i suoi fiori, in spighe sottili, così piccoli e fragili, dapprima rosei poi quasi sbiaditi che coprono interamente i rami, da essi scaturiscono, come gocce che in assenza di vento si trasformano in una vera, benefica pioggia, esse valgono a rivelare la vita che fa argine alla violenza del mare e all’arsura della solitudine. Tamerice senza difesa, “salmastra ed arsa” (D’Annunzio) solo tu rinverdisci quando schiara e quando abbuia.
Seguono due testi poetici di Biagio Marin, del quale Claudio Magris in un suo libro ha scritto: «Ti devo tanto di ciò che sono».
E basta un tamarisco – Basta una tamerice, A sol calào
Basta una tamerice
a rivelare la vita
su di un argine grigio,
una tamerice a fiore di un’acqua silenziosa.
Basta di meno:
un ciuffo d’erba fresca tra due zolle,
un fiore fra due pietre cotte dal sole,
un occhio in cielo, di sereno.
Il fango nutre ogni seme:
di quasi nulla ogni terreno si infiora,
ed ogni povertà si indora
nel fiammare del gioioso sole.
(Mino Petazzini, Poesia degli alberi, Luca Sossella ed./ MML srl, Roma 2021, 962).
Tamariso – Tamerice, E tu virdisi
Ti hanno piantato
a difesa di argini
nel paludo desolato
là che la vita pesa.
E tu nel grigio della creta
hai messo le radici,
anche quelle grigie,
a fiore d’ogni marea.
Senza colore il fiore,
come povera gente
che non vale proprio niente,
troppo leggero il profumo.
Sola, mortificata
tu difendi gli isolotti
e gli argini delle rotte
contro il mare arrabbiato.
E tu verdeggi,
umile e sola
per tanti lunghi mesi
a cielo chiaro o sotto il nuvolo.
(ivi, 963)
Cover: Foto di <a href=”https://pixabay.com/it/users/anniesplanet-11372476/?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5199366″>Annie</a> da <a href=”https://pixabay.com/it//?utm_source=link-attribution&utm_medium=referral&utm_campaign=image&utm_content=5199366″>Pixabay</a>
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