4 Aprile 2020

PRESTO DI MATTINA
La Terra di Mezzo della Domenica delle Palme

Andrea Zerbini

Tempo di lettura: 7 minuti

Chissà perché il pensiero della Domenica delle Palme evoca in me la ‘Terra di mezzo‘ ideata e descritta con insuperabile creatività e realismo da J.R.R. Tolkien. Una terra abitata da figure antiche e nuove. Un luogo per un verso pacificato dalla mancanza di ombre, verso il quale convergono in alleanza diversità non oppositive, ospitali, generative di quell’amicizia che nasce dall’avere uno scopo comune. Ma al tempo stesso una zona minacciata dall’oscurità caotica, che se custodisce una promessa di vita amabile e dunque capace di nutrire la speranza nel bene che vince sul male, è nondimeno messa alla prova da una moltitudine di ombre inquietanti di tenebra e di morte.

L’immagine non è estranea al realismo della storia biblica nella tradizione giudeo-cristiana. Tanto che in un’analoga ‘terra di mezzo’, si gioca anche la sfida, l’agone della domenica (“Dov’è, o morte, il tuo Pungiglione?”). È il ‘Giorno del Signore’ che intacca la ferialità, che si fa strada nella ombrosità dei giorni. Arginando un tempo senza qualità, la domenica reca con sé un tempo qualificato dalla novità dell’incontro con il Crocifisso risorto, che riapre il sepolcro come un seno materno ed esce fuori, lasciandolo vuoto. Vuoto dalla disperazione e dall’angoscia, così da mandare i Suoi sino ai confini della terra ad accendere un fuoco, quello di Pentecoste, e ad offrire il Battesimo di nuova nascita, perché nell’incontro con il Risorto chi perde la propria vita la ritrova. “Anima mia – scrive padre David Maria Turoldo – non pensare male di Lui: gli è impossibile fare altro. E vedrai il male non vincerà!”.

Forse più di ogni altra, la Domenica delle Palme sta in mezzo come un Vado: tra la domenica della risurrezione di Lazzaro e quella della Pasqua; tra l’arrivo di Gesù al sepolcro dell’amico per farlo nascere di nuovo, e la venuta dell’Angelo di Dio. Angelo inviato dal Padre a riaprire gli occhi del Figlio amato, ripetendo per lui quelle parole che egli, il Nazzareno, già rivolgeva a tutti per le vie della Palestina: “Alzati e va , perché il pungiglione della morte nulla ha potuto e le si è rivoltato contro ripagandola della sua stessa moneta: “dov’è o morte la tua vittoria”, si dirà nella Veglia Pasquale: inghiottita dalla Risurrezione.

È questa pure la domenica dell’ ‘Osanna‘ del popolo che accoglie festante Gesù con rami di ulivo e che grida “osanna, oh sì salvaci”. Del Messia accolto nella città santa e riconosciuto come colui da cui dipendono le sorti: anzi, il ribaltamento della sorte minacciosa del male: “spezzerà le loro spade e ne farà aratri, delle loro lance farà falci” (Is, 2,4). Questa domenica vede l’alleanza tra il mondo degli alberi, la creazione tutta e quello degli uomini di fronte al pericolo del bene comune.

Ma è anche la domenica più umile: quella della gioia umile. Lo sfidante, come già vittorioso, entra nella città santa cavalcando un puledro d’asina e non su carri da guerra. Così lo descrive il profeta Zaccaria (il cui nome significa ‘Dio si ricorda’) invitando all’esultanza: “Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra. Quanto a te, per il sangue dell’alleanza con te, estrarrò i tuoi prigionieri dal pozzo senz’acqua. Ritornate alla cittadella, prigionieri della speranza!” (Zc 9,9-12).

La domenica delle palme è proprio la piccola Pasqua, la piccola risurrezione che abita la ‘terra di mezzo’ della nostra coscienza. E non diversamente dalla piccola Speranza di Charles Peguy che tiene tra le sue mani le due sorelle, Fede e Carità, è lei, la più piccola, una bambina da nulla, che le traina entrambe, perché senza di lei non si va da nessuna parte. Ma lo stesso può dirsi di ogni domenica, che – come la piccola Speranza – ci accompagna di settimana in settimana e s’intreccia alle nostre giornate affinché nel passaggio da un giorno all’altro, da una settimana all’altra ci ricordiamo di colui che è passato oltre; che ha attraversato la morte; che ha aperto un varco nella morte: “Lui, il capofila, il pastore grande delle pecore che il Dio della pace ha ricondotto dai morti” – dice la lettera agli Ebrei 13,20 – che anche noi seguiremo nella Pasqua. Passando dal cammino quotidiano.

Tutto ciò mi ritorna in mente talvolta quando passo nel chiostro di Santa Maria in Vado davanti a una scritta di saluto rivolta ai pellegrini in cui li si chiama viatores (viaggiatori). Perché la Pasqua – sapete – è proprio questo ‘Vado’, un attraversamento che ci fa uscir fuori. O meglio nascere di nuovo. Anche per nascere infatti bisogna passare oltre, attraversare la soglia che divide il buio dalla luce, che separa l’asfissia soffocante dal soffio che ti riempie i polmoni e li apre, come vele distese al vento della vita. Pasqua è veramente un venire alla luce. Nel racconto di Lazzaro egli è richiamato fuori, alla vita. Ed è Gesù la levatrice di questa nuova vita, che grida a Lazzaro di uscire fuori, che fa slegare le bende del sudario che gli avvolgevano il volto, le mani e i piedi, così da poterlo lasciare andare. Anzi, di più. Gesù agisce, al contempo come una levatrice, favorendo la venuta alla luce dell’amico Lazzaro, ma anche come una madre che vive nel suo corpo le doglie del parto. Per questo Gesù piange l’amico Lazzaro, e con ciò la nostra umanità dolente e mortale. Come una madre, egli si strugge per infondere la vita, per far uscire dall’oscurità e far venire alla luce tutti noi, per condurci dalla morte alla Pasqua di risurrezione. È questo che ci prefigura il racconto di Lazzaro: vi si anticipa la Pasqua del Signore, tramite le quale è dato a tutti noi il dono inestimabile di poter nascere di nuovo nella sua vita.
Del resto, è Gesù stesso – nel Vangelo di Giovanni 16, 21 – che si immedesima nella donna e nell’esperienza del generare; nella madre che è nel dolore perché soffre le doglie del parto, rivelandoci così la consapevolezza che egli avvertiva del suo futuro patire per darci la vita, ma anche la consapevolezza della gioia che ne segue. La donna – dice Gesù – quando partorisce è nel dolore, perché è venuta la sua ora, ma quando ha dato alla luce il bambino non si ricorda più della sofferenza in ragione della gioia per la nascita di un uomo. Così anche voi – riferendosi ai discepoli – siete nel dolore, ma vi vedrò di nuovo, mi sentirete e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno, proprio nessuno, potrà togliervi la vostra gioia. Forse per questo un tempo in campagna, nella mattina di Pasqua, la gente usciva fuori e si bagnava gli occhi con la rugiada della notte. Rugiada memoriale del battesimo. Un gesto simbolico, che diceva della felicità di riaprire gli occhi, rivedere la luce, il cielo, gli alberi, il volto delle persone care.

Un’altra nascita a cui ebbi il dono di partecipare me la regalò Gloria, catechista in parrocchia. La incrociai infatti nel corridoio del vecchio ospedale Sant’Anna, mentre facevo un giro per visitare i malati e mi riferì che Agata, la mamma di Sofia e di William, stava per partorire. Mi disse, però, che Paul, il papà era un po’ in pensiero, perché la situazione sembrava più difficile del previsto. Così Gloria mi disse “vai, vai a trovarlo al reparto maternità”. Arrivai da lui, trovandolo seduto un po’ rannicchiato su una panchina. Era solo e mi sedetti accanto a lui in silenzio, dopo averlo salutato solo con un cenno della testa. Ogni tanto ci guardavamo, come chi non sa cosa dire, e ci stringevamo nelle braccia. Passò molto tempo, e le infermiere andavano e venivano con alcuni bambini in braccio, ma non erano il nostro. Dopo oltre due ore di attesa, iniziai a pensare a una frase di augurio e conforto con cui congedarmi da lui. Ma proprio mentre gliela stavo per dire, lui mi anticipò dicendomi: “mi fa proprio piacere e mi tranquillizza che sei qui con me”. Così io non ebbi più il coraggio di lasciarlo e rimasi con lui. Aspettai come un qualunque altro papà lasciandomi contagiare dalla sua ansia.
Finalmente dopo molto tempo uscì un’infermiera. Guardava verso di noi con lo sguardo interrogante tenendo in braccio un fagottino. Paul fu più veloce di me e prese quel fagottino tra le braccia commosso. Anzi commosso è dire poco, ma non saprei descrivere quel momento di infinita felicità che contagiò anche me. Poi all’improvviso Paul si girò, mi venne incontro di slancio, tanto che io indietreggiai mentre lui avanzava. A un certo punto però mi fermai e allungai il collo per vedere dentro la coperta, da lontano. Ma lui, accostandosi sempre di più, sollevò quel fagottino e me la mise in braccio. Nemmeno io saprei dirvi la grazia e l’emozione che ho provato nel tenere quella vita nuova appena nata tra le braccia. Fu come un nuovo battesimo: una nuova vita che mi era stata donata in quel gesto, e pensai sorridendo dentro di me che ‘ero nella gioia’ come aveva detto Gesù perché era venuto al mondo… una donna, Gloria Marica.



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Andrea Zerbini

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