Mi chiamo Monika
Mi chiamo Monika
Mi chiamo Monika, sono nata ad Amburgo nell’agosto del 1937, poco prima che l’Europa bruciasse nel fuoco. Fui una bambina felice anche tra le fiamme di un mondo che non comprendevo. Mio padre Hans era un fervente sostenitore del Partito Nazional Socialista, faceva il cameraman. Fu tra i principali addetti alla propaganda e fu molto impegnato nelle XI Olimpiadi moderne tenute a Berlino nel ’36, dove l’importanza della grandezza del Reich e del Führer erano la base di tutte le immagini. Il bianco dei marmi e le colonne paradisiache erano agli antipodi del nero delle anime che governavano quel regime.
Finita la guerra, con i miei genitori e le mie sorelle scappammo dalle macerie della Germania, vagando in vari posti del nuovo mondo, ma dai primi anni ’50 ci stabilimmo in Chiquitania, a cento chilometri da Santa Cruz. La Bolivia era molto accogliente per i reduci del regime, ma io questo allora non lo sapevo. Mio padre per me era un compagno di giochi e di avventure: si dilettava con l’alpinismo, era un vagabondo delle montagne, un esploratore ed era molto bravo con la telecamera, passione che mi tramandò e mi prese fin da piccola. Le mie sorelle dicono che io fossi la cocca di papà e forse avevano ragione. Non so quanto mio padre fu colluso col nazismo, ma certo indossava l’uniforme con un certo orgoglio.

Tutto questo lo imparai molto più tardi. La mia ribellione a dire il vero cominciò a manifestarsi abbastanza presto: ero spesso soggetta a scatti di ira, anche violenti, tant’è che i miei genitori mi misero in cura da uno specialista di La Paz, ma durò poco, al massimo qualche seduta. In casa mia giravano un sacco di tedeschi, tra cui lo “zio Klaus”, persona gentile ma con una scintilla tetra negli occhi, azzurri come il ghiaccio, che mi faceva paura. Quando ero adolescente esagerava pure con gli abbracci nei miei confronti, non riuscivo mai a capire se fosse tenerezza o altro.
Presto, troppo presto mi sposai con un ingegnere minerario tedesco – boliviano. Divenni la moglie da esporre all’alta società. In quegli anni di matrimonio mi innamorai. Ma non di mio marito. Tra gli operai minerari, nelle favelas del nord, conobbi la figura del Comandante Ernesto Guevara. Capelli lunghi, barba rada, incolta e adolescenziale, occhi neri, profondi come un pozzo. Ne rimasi folgorata.
Mi avvicinai al marxismo, ero avida di conoscenza, stavo sempre dalla parte degli ultimi, le popolazioni indigene sopraffatte da noi europei, il capitale come metodo di sfruttamento delle masse, il socialismo come risposta, il Che come strumento di liberazione. Le mie idee furono il motivo per cui mio padre non parlava più delle mie doti con i suoi amici tedeschi. Mio marito era l’esempio di come il patriarcato avesse la faccia buona da mostrare in società e quella vera tra le mura di casa. (Ma io sapevo sparare!)
Nell’ottobre del ’67 il mio comandante, l’uomo dei miei sogni e della mia vita venne assassinato a Vallegrande a pochi chilometri dal mio tetto coniugale – che non fu mai casa mia. Ma ormai odiavo ciò che era stato mio padre, ciò che era mio marito. Nel 1969 divorziai, mi diedi alla clandestinità e divenni membro del ELN. Mi sentivo vedova dell’uomo della mia vita, raccolsi da terra la sua bandiera e mi allenai a sparare nella selva.
Ero già brava, divenni bravissima. Nel frattempo conobbi Inti Peredo, compagno del comandante e sua spalla fino all’imboscata a Quebrada del Yuro, adesso capo del ELN. Ascoltavo i suoi racconti, rapita, mi sembrava di essere stata con loro nell’ ultima azione, mi sembrava di essere la maestra che a La Higuera deterse per l’ultima volta la fronte del comandante, di quel Cristo col fucile, morto per la libertà di tutti. Una sera nel nostro accampamento io e Inti ci baciammo, la sua bocca aveva il sapore della frutta tropicale, nel suo viso vedevo i lineamenti di un altro uomo, diventammo amanti. Per lui fui sempre e solo Imilla, il mio nome di battaglia, che in lingua aymara e quechua significa solo ragazza.
Pochi mesi dopo quel primo bacio divenni vedova per la seconda volta. Le forze reazionarie boliviane, grazie alla lunga mano dello zio Sam, torturarono e uccisero Inti, che morì da eroe come il suo Comandante.
Non poteva finire così. Il mio unico scopo divenne quello di vendicarli, il Che ucciso dal colonnello Quintalla Pereira e Inti ucciso dall’esercito Boliviano.
Cominciammo a preparare il piano. Dov’era Roberto Quintalla Pereira? Era stato nascosto per preservarne la vita. Aveva fatto carriera, il maiale, era console Boliviano a casa mia, in Germania ad Amburgo. Preparammo il tutto nei minimi dettagli. La Colt Cobra 38 Special ce la procurò un italiano, tutti dicevano che ero bella ed il mio fascino doveva servirmi per fare abbassare la guardia a quell’assassino. Telefonai al consolato e presi un appuntamento col console in persona. La mia identità era quella di una ragazza australiana a cui serviva un timbro per poter andare in Bolivia per una vacanza studio. Non so come, ma la segretaria mi fissò un appuntamento.
Era primavera ad Amburgo, una primavera tedesca, tempo variabile, pioggia fine, mentre a La Paz era inverno e c’era il sole. Il primo aprile 1971 alle ore 9 ero nella sala d’aspetto del consolato boliviano ad Amburgo, in un palazzo del Reich scampato ai bombardamenti.
Alle 9,40 i portoni blindati dell’ufficio del console si aprono e dietro ad una scrivania barocca io non vedo un uomo, vedo un macellaio, un essere disumano che ha deturpato il corpo del mio sogno e ha inviato le sue mani tagliate ai suoi mandanti. Vedo che mi guarda, immagino i suoi pensieri, sporchi come la sua anima, mi guarda nella scollatura della camicetta, lasciata volutamente generosa, ho le mani fredde, non so se sedermi o stare in piedi. Dietro al console spicca un’immagine del lago Titicaca, una barca con la vela bianca gonfia di vento. In quel lago, un mio amico quando eravamo ragazzi si rovesciò con la canoa e non riemerse più. Attendevo il terzo motivo per sparare. E ora l’avevo. Tre colpi, una V, victoria o muerte, la giustizia proletaria era arrivata fino in Germania.
Esco in un lampo, come quelli esplosi dalla mia Colt Cobra, l’abbandono all’ingresso, così come la parrucca rossa, sento delle grida ma sono già sulla Heilwigstrasse e mi confondo tra la folla, sono solo una ragazza tedesca fra mille ragazze tedesche.
Sparisco per due anni, sono tra i compagni a riorganizzare l’ELN. L’obiettivo è quello di rapire Barbie, lo zio Klaus della mia infanzia, “il macellaio di Lione” e consegnarlo alla giustizia francese.
Ma forse qualcuno tradisce, forse non ero così invisibile come credevo. Assieme a un compagno vengo uccisa a El Alto, il 12 maggio del 1973. In pochi ricordano chi sono stata.
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Cover: Monika Ertl – immagine da cubadebate.cu
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