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MORTI SUL LAVORO.
Un dramma senza fine. Con molti responsabili.

Dal primo gennaio 2021 ad oggi (29/09/2021) ci sono stati in Italia 680 morti sul lavoro (Rai News 24). Le cause sono spesso legate a mancanze nei sistemi di sicurezza dei macchinari usati per la produzione.
Negli anni che vanno dal 2015 al 2019 ci sono stati in media 642 mila incidenti sul lavoro annuali: il 2015 è stato l’anno con meno incidenti, 637 mila, e il 2017 quello con il maggior numero, 647 mila. In media sono decedute sul lavoro 1.072 persone all’anno, senza particolari differenze tra gli anni (fonte INAIL).

Gli infortuni sul lavoro riguardano principalmente gli uomini: negli anni dal 2015 al 2019 sono stati 1,15 milioni per le donne e 2,06 milioni per gli uomini. Per quanto riguarda gli infortuni con esito mortale, gli uomini sono colpiti dieci volte di più rispetto alle donne: 4.869 contro 489. La differenza è probabilmente attribuibile ai diversi lavori svolti dai due generi. (sempre fonte INAIL)
Più di mille morti all’anno, con un trend che sembra aumentare invece che diminuire, sono un dramma senza attenuanti.
Credo sia fondamentale cercare di capire quali siano le cause di questo fenomeno tristissimo e portarle alla riflessione del mondo politico e imprenditoriale in maniera più decisa di quanto non lo si sia riuscito a fare fino ad ora.

Spesso la morte è causata dalla manomissione dei sistemi di sicurezza dei macchinari usati in azienda. Per quali motivi si manomettono i sistemi di sicurezza? Per aumentare la produzione, per far sì che le macchine vadano più velocemente, che le presse non si fermino ogni volta che i sensori registrano qualche movimento anomalo, che le cucitrici continuino comunque a far scendere l’ago alla stessa velocità, che ci si possa avvicinare ai macchinari senza che questi si fermino per rimediare subito a qualche svista (magari un pomodoro piccolo è finito sullo stesso nastro di quelli grandi), etc.

Se è vero che la produzione deve mantenere determinati standard per far sì che l’azienda sia competitiva sul mercato e che, soprattutto in alcuni settori, l’uso di tutti i dispositivi di sicurezza la pone nelle condizioni di risicare il profitto, è altrettanto vero che se un’azienda per sopravvivere deve manomettere i suoi impianti di sicurezza non ha la dignità di vivere, né tantomeno di stare su quel fantomatico mercato che dovrebbe essere nelle condizioni di autoregolarsi.

L’autoregolazione del mercato, quell’istituto sovra-nazionale che pervade la vita di tutti e non sta da nessuna parte, dovrebbe determinare un equilibrio tra esigenze produttive, bisogni dei lavoratori, necessità degli acquirenti e prezzi all’ingrosso e al dettaglio.
Mi vien da ridere, il mercato non si autoregola e la produzione viene spinta al suo limite massimo per diversi motivi: accantonare produzione per i momenti di stasi delle vendite, produrre profitto per il proprietario, aumentare l’utile che può essere spartito tra i soci. Soprattutto nelle S.p.a., ma in maniera meno visibile anche in altre tipologie societarie travestite da novello umanesimo, la mancanza di spartizione degli utili tra i soci per più anni successivi determina una forte ridistribuzione delle quote societarie che può causare sia un serio problema negli assetti organizzativi, sia una oscillazione di capitale capace di distruggere l’azienda.

Spesso si manomettono i sistemi di sicurezza per questioni di sopravvivenza dell’azienda. Esistono settori dove il margine di guadagno sul singolo “pezzo” prodotto è talmente basso che per garantirsi il minimo introito che serve a continuare a produrre, diventa gioco-forza manomettere quelle sicure che non sembrano così essenziali per la salute. (Per poi scoprire che tali manomissioni ti ammazzano).

Pensiamo a una filiera tessile dove si producono camice. Ad un laboratorio artigianale, una camicia finita con tanto di marchio già cucito viene pagata al massimo 8-10 euro e può essere venduta sul mercato fino a 250 euro. Questa differenza suscita diverse riflessioni.

Ad esempio: il fatto che il ‘grosso’ del guadagno si sia spostato sul riveditore ultimo, spesso una “grande firma” quotata in borsa che deve fatturare all’inverosimile, da qui la strozzatura della produzione di primo livello, lo stress di chi lavora in catena che non può fermarsi nemmeno per andare in bagno (se non nelle pause prestabilite), l’espulsione dal mercato di tutti quei soggetti che non sanno mantenere ritmi di lavoro imposti dal sistema produttivo.

Ci sono aziende che si sono trasformate in macchina da guerra che non sa più fermare nessuno. Tutti sono incastrati nei loro “ruoli produttivi” e nessuno riesce più a uscirne.
Si mescolano esigenze produttive, necessità economiche “alte” della proprietà volte a mantenere degli “status acquisiti” che non si vogliono (o possono) abbandonare, necessità di chi lavora in catena di portare a casa lo stipendio, a volte essenziale per i beni di prima necessità e a volte imposto da un mondo capitalista che non sa rinunciare a niente e che spinge tutti a livelli di consumo sempre più alti, riuscendo a rendere necessario ciò che di fatto non lo è.

Il secondo aspetto che mi sembra davvero rilevante quando si tratta il tema degli incidenti sul lavoro è quello dei controlli sull’effettiva sicurezza degli impianti, delle macchine, delle attrezzature e delle infrastrutture.
Chi controlla chi per fare cosa?.
Esistono, almeno sulla carta, moltissime forme di controllo sulle modalità produttive delle aziende. Dalla AUSL, alle certificazioni di vario tipo, alle Agenzie del lavoro… sembrerebbe che tutto sia controllato in maniera assidua e regolare.
Ma ciò che sembra di fatto non è. I controlli sono spesso di tipo burocratico, si sa prima quando arriverà il controllore e le sicure delle macchine vengono rimesse al loro posto.

I sistemi di certificazione della qualità che, in quanto tali, dovrebbero essere una ulteriore garanzia di buona qualità lavorativa, sono spesso pacchi enormi di carta posizionata in un archivio che nessuno apre mai, nessuno sa nemmeno cosa davvero ci sia scritto.
In altri casi questi fantomatici controlli si accaniscono su sciocchezze e non sanno arrivare al cuore del problema, non lo intercettano neanche.

Nessuna considera, da dento l’azienda, queste forme di verifica e protezione uno stimolo per crescere, per imparare ad essere più garanti sulla qualità del lavoro.  Sono solo semplici adempimenti, se non delle assolute seccature che interferiscono con la normale routine rallentando la produzione. I controlli per la sicurezza sono vissuti come un problema da eludere per continuare a produrre in maniera efficiente. (ovviamente non è tutto così e non è sempre così).

Un terzo problema è quello del potere politico e contrattuale dei sindacati e, più in generale, dei vari organismi di rappresentanza. Cosa fanno?
Sono considerati l’ennesima seccatura e non solo dai dirigenti d’azienda ma anche dagli operai che pensano di non aver nulla da dire a ‘quelle persone’ che non hanno potere contrattuale e nessuna capacità di difendere i loro diritti. Ci sono aziende in cui gli operai che hanno responsabilità sindacali sono ‘amici della proprietà, gli accordi li fanno tra loro e si spartiscono quel poco lustro che ne deriva (non è sempre così ovviamente).

Mi chiedo infine che rapporto ci sia tra la necessità di produrre senza scrupoli e le relazioni interpersonali facilitate dalle caratteristiche del mondo in cui viviamo.
Viviamo nell’epoca del  consumismo smodato dove conta chi possiede di più, dove si è verificata l’assunzione della merce a Dio mercato, la necessità di costruire identità individuali e collettive legate alla dimostrazione del possesso esclusivo e elitario, l’incapacità di vedere chi ha bisogno, chi soffre, chi è escluso. Tale esclusione riguarda le persone più deboli, meno in possesso di quei requisiti che servono per stare a galla in questo mondo ricco.

Faccio di nuovo un esempio: per trovare lavoro bisogna spesso andare al Centro per l’impiego, a un agenzia di lavoro interinale, seguire corsi di formazione, processi di inserimento lavorativo che adempiono a i  tutti i dettami super-burocratici che il sistema erogatorio  impone, frequentare uffici, compilare correttamente moduli, sopportare lo stress di dover telefonare e chiedere continuamente spiegazioni a interlocutori tanto sconosciuti quanto indifferenti.
Queste persone vengono escluse dal mondo del lavoro per il semplice motivo che le soglie di tale mondo non sono alla loro portata.

Tutto questo ha a che vedere con i morti sul lavoro, con le macchine manomesse, con le apparecchiature obsolete che si rompono improvvisamente spargendo veleno su chi le sta riparando, uccidendolo sul colpo, facendo divampare incendi che non riuscirebbe a spegnere nemmeno un’autobotte dei pompieri già posizionata sul luogo dell’incidente, riempiendo l’aria e l’acqua dei nostri cieli, dei nostri mari e dei nostri fiumi di sostante tossiche che distruggono la flora e la fauna e aumentano l’incidenza di gravi malattie nelle fasce giovani della popolazione.

E’ il mondo fatto così che porta a un necessario e continuo aumento degli standard di produzione, che facilita la manomissione delle macchine, la fasullità dei controlli, la difficoltà degli organismi di rappresentanza e l’accettazione da parte di chi lavora di quelle uniche condizioni ritenute utili per portarsi a casa lo stipendio.

Po,i in mezzo a tutto ciò, ci sono anche gli incidenti veri e proprio, le sviste che possono capitare e anche le azioni in buona fede che solo il caso sa trasformare in eventi nefasti.
Penso anche che sia necessario lavorare sul senso civico delle persone, sull’aumento della consapevolezza.
Denunciare le irregolarità è un dovere di tutti se vogliamo provare a costruire una società che seppur produttiva e capitalista (perché questo è il contesto nel quale ci troviamo) sappia recuperare quel senso di fratellanza, di reciprocità, di civiltà e lungimiranza che ci permetterebbe  di porre un freno a questa emorragia di vite umane, tanto triste quanto apparentemente inarrestabile.

LA FABBRICA DEGLI SCHEI
proposte eretiche, e intelligenti, per battere la velocità della crisi

‘Schei’, espressione veneta derivante da una storpiatura del termine tedesco stampato sulle monete austriache durante il Regno Lombardo-Veneto. Da noi ‘baioc’, come le monete dello Stato Pontificio di cui Ferrara divenne periferia dopo la fine del Ducato estense. ‘Danee’, si dice in gran parte della Lombardia.

Il breve excursus linguistico prende a riferimento Lombardia, Triveneto e Emilia Romagna, perché sono la macroarea italiana nella quale gli schei giravano di più, quella nella quale la pandemia ha picchiato più duro, quella nella quale i soldi stanno finendo. E i soldi che finiscono sono un problema, ma diventano una tragedia quando finiscono proprio laddove ne giravano ancora tanti. L’istantanea più livida del panorama nazionale la regala l’Istat: un’azienda su tre rischia di chiudere, pericolo di chiusura per sei alberghi e ristoranti su dieci, quattro nuclei familiari su dieci fanno fatica a pagare le rate del mutuo. E sono passati cinque mesi scarsi dall’inizio della crisi.

Come mai l’Italia (almeno al confronto con le altre economie europee) sta pagando e pagherà, secondo le stime, uno tra i prezzi economici più salati alla pandemia? Ci sono due risposte possibili: la prima è che siamo i più coglioni, la seconda è che siamo i più solidali. Preferisco la seconda. Quando succedono cose fatali, definitive, come una pandemia mondiale, una guerra, una catastrofe, può emergere il giacimento, la vena essenziale di un popolo, che deve decidere quali sono i suoi valori di fondo, consapevole che la scelta comporterà comunque dei prezzi altissimi. L’Italia, pur con tutti i suoi limiti (e con la tragica eccezione lombarda, che aveva privilegiato altri valori prima del Covid)) ha scelto di proteggere la salute dei suoi cittadini più deboli: le persone anziane, gli immunodepressi, gli ammalati. Altri giacimenti (quello anglosassone) hanno imboccato una strada diversa, quella dell’immunità di gregge, che di fronte ad un virus potenzialmente mortale verso i già deboli rappresenta un’opzione cinica, che accetta il rischio di una selezione naturale che sacrifica i più fragili e gli anziani in nome della salvaguardia del modello economico esistente. E’ la linea di Boris Johnson e di Donald Trump, che assume aspetti criminali nella variante latinoamericana di Jair Bolsonaro (è di ieri la notizia che la nemesi l’ha raggiunto), che ha deliberatamente lasciato la gestione della salute pubblica nelle favelas alle reti di socialità autogestite o addirittura ai gangster locali, che così consolidano il loro controllo del territorio.

Naturalmente esco subito dall’agiografia del ‘buon italiano’ (anche Formigoni e Maroni, anche Fontana e Gallera sono italiani) per ribadire che il rigido e prolungato lockdown in nome della salvaguardia della salute pubblica avrà un costo economico e sociale, quindi anch’esso misurabile in termini  profondamente e drammaticamente umani: salvare vite fragili appartiene ai fondamenti del diritto naturale, ma perdere il lavoro, dover chiudere l’azienda, ritrovarsi alla mensa Caritas sono drammi che segneranno l’esistenza di molti di noi, direttamente o indirettamente. E’ facile prevedere che i canali di decisione straordinaria (Next Generation EU) della politica europea saranno lenti.
L’area euro non è unita, ci sono interessi divergenti e solo alcuni leader sembrano essere consapevoli che la salvezza di una base comune permetterà di continuare ad amministrare le economie in modo “ordinario” – a dire il vero alcuni leader sembrano premere per distruggere questo equilibrio e crearne un altro sotto l’orbita russa. Ad ogni modo, se personalità come Von Der Leyen e Merkel (e Macron e Sanchez e Conte, perché no) dovessero mostrarsi all’altezza della sfida enorme di questo tempo, ugualmente i canali di trasmissione degli aiuti finanziari attraverso il sistema tradizionale (le banche) sarebbero troppo lenti e selettivi per le dimensioni della crisi. Al punto che diversi economisti di differente estrazione stanno proponendo di creare un canale parallelo al sistema bancario che accrediti denaro direttamente dallo stato sui conti dei cittadini a puro scopo di spesa e di consumo. Il più celebre tra questi è Nouriel Roubini, professore di economia alla New York University, divenuto celebre per aver previsto alcuni anni prima, tra lo scetticismo degli organismi ufficiali, la crisi finanziaria del 2008. Roubini propone una versione contemporanea del cosiddetto helicopter money, e ipotizza 1.000 euro a cittadino, a prescindere da età e condizione sociale. Una sorta di reddito di cittadinanza flat senza condizioni per tutti, ricchi e poveri. Perché senza distinzioni? Perchè la crisi è rapida, rapidissima, quindi ogni selezione di criteri ritarderebbe un intervento che deve avere l’immediatezza come caratteristica essenziale.

Roubini non è il solo propugnatore di un intervento immediato di pocket money. In Italia mi ha incuriosito la proposta di due professori universitari – Giorgio Ricchiuti e Sebastiano Nerozzi – più modesta nell’importo per individuo (300 euro) ma con cadenza mensile, che prevederebbe la creazione di un vero e proprio circuito parallelo in euro digitale, con conti dedicati (quindi diversi dal conto bancario o postale di proprietà) in cui i soldi accreditati (con risorse alimentate dalla BCE) servirebbero esclusivamente per i consumi, e se non spesi non potrebbero essere accumulati ma verrebbero persi;  insomma, niente trasferimenti al proprio conto dei soldi ‘risparmiati’. Si spenderebbe usando smartphone o pc, mediante una app collegata al conto digitale.
Quanto costerebbe? Un sacco di soldi, recuperabili in parte tassando le erogazioni l’anno successivo sulla dichiarazione dei redditi. Ma siccome la BCE non è un’autorità fiscale, il compito di tassare la cifra verrebbe lasciato ai singoli Stati. In che modo? Ad esempio, in Italia, usando le aliquote Irpef, ma con due fondamentali correttivi: aliquota zero per chi ha avuto un danno reddituale dalla pandemia; aliquota 100% per chi non ha avuto nessun danno. Quindi il singolo Stato ricaverebbe un gettito fiscale aggiuntivo dalle risorse BCE, che potrebbe usare per redistribuire reddito, finanziare spese sanitarie, ridurre il proprio debito.
A correggere le eventuali obiezioni di sperequazione fiscale su base nazionale, parte di questo gettito aggiuntivo potrebbe confluire su un fondo europeo di redistribuzione, gestito da BEI (la Banca Europea degli Investimenti). Poi ci sarebbero le misure di contenimento del rischio inflazionistico – che, almeno in una prima fase, appare lontano. In tutto ciò, le banche – pur con regole possibilmente meno rigide delle attuali – continuerebbero a fare il loro mestiere di erogatori di denaro secondo principi di merito creditizio. Si tratterebbe di due canali assolutamente indipendenti e non comunicanti.

Si tratta di proposte che si muovono in una logica di supporto immediato, non strutturale. Quindi in qualche misura sottendono una ratio diversa da quella dei contributi finanziari di cui si sta discutendo in Europa, fatta eccezione per i contributi a fondo perduto (che però sembrerebbero riguardare, nella logica UE, prevalentemente le imprese). La logica sottostante è tuttavia condivisa sia dagli economisti proponenti sia dagli studiosi dei fenomeni criminali – come il nostro concittadino Federico Varese, professore di criminologia ad Oxford – che hanno immediatamente colto l’enorme rischio che la lentezza del sistema finanziario legale apra nuove praterie di proselitismo alla galassia di organizzazioni, caratterizzate da uno spiccato senso di controllo del territorio, che dispongono di denaro fresco da “regalare” ai bisognosi, in cambio di favori criminali da riscuotere alla prima occasione.

Il ritorno della Modern Monetary Theory, l’Europa forse ci ripensa

In principio fu Paolo Barnard a portare la Mmt (Modern Monetary Theory) in Italia. Lo fece con forza raggruppando i suoi massimi esponenti all’Itt di Rimini del 2012 ovvero Michael Hudson, William Black, Stephanie Kelton, Marshall Aurback e Alain Parquez di fronte a quasi duemila persone. Un record assoluto per un convegno di economia, segno che la crisi stava colpendo duro. Le aziende chiudevano, la disoccupazione saliva e le misure di austerità divennero il leitmotiv del governo Monti che avrebbe poi addirittura costituzionalizzato il pareggio di bilancio.
A Rimini c’era invece voglia di conoscere qualcosa di innovativo che potesse dare vita ad un nuovo corso nelle manovre economiche ed una spiegazione alternativa alle teorie sulle colpe dei Piigs, i Paesi maiali (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna). Ma, come spesso succede, il fuoco si spense presto, insieme alle speranze dei partecipanti e dei tanti gruppi territoriali a supporto della Mmt che si formarono.
Paolo Barnard, autore de “Il più grande crimine”, ancora scaricabile dal suo sito in maniera gratuita, accompagnò Warren Mosler nel 2013 in un tour che toccò anche Ferrara, poi ebbe dei momenti nella trasmissione di Gianluigi Paragone “La gabbia”, articoli vari, blog e follower ma con una condanna all’oblìo già scritta.
Il suo modo graffiante di dire la verità senza compromessi, di essere scomodo al sistema non poteva permettergli di più di qualche rara apparizione sui media, nonostante fosse anche stato autore e co-fondatore di una trasmissione televisiva come Report. Ispiratore di scoop sul commercio internazionale, sugli intrighi di palazzo a Bruxelles, sulle case farmaceutiche e profeta di una crisi economica già scritta nei rimedi prospettati dal 2008.
La Mmt è una teoria che affonda le sue radici in numerosi autori di inizio Novecento. Prevede l’intervento dello Stato in funzione anticiclica e lo Stato garante, attraverso il controllo della Banca Centrale, del suo debito. Vede quindi una fusione tra politica monetaria e politica fiscale e la spesa pubblica in funzione di riequilibratore del mercato, si taglia quando l’economia si riscalda e si alimenta quando si è in recessione.
I deficit governativi non rappresentano sempre un pericolo, almeno per le nazioni che utilizzano la propria moneta e che sono in grado di controllare.
L’esperienza keynesiana e il new deal rooseveltiano supportano storicamente l’idea di un saggio intervento statale teso alla tenuta della domanda.
L’applicazione di questi principi, secondo Mmt e Barnard, avrebbe evitato migliaia di suicidi e tanti sacrifici. Se l’ossessione per i tagli della spesa e gli equilibri del bilancio dello stato fosse stata meglio compensata con la necessità di supportare la domanda aggregata e sostenere aziende e lavoro, la storia degli ultimi anni sarebbe stata diversa.
Ma perché ne stiamo parlando ora?
Contro l’austerità e i vincoli di bilancio che frenano lo sviluppo e per la capacità di spesa dello Stato in deficit per migliorare le condizioni di vita dei cittadini si era pronunciata l’astro nascente della politica americana Alexandria Ocasio-Cortes. Abbracciando dunque la Mmt come teoria economica utile per far fronte ai bisogni sociali, dall’estensione del programma Medicare al salario minimo di quindici dollari, dall’istruzione gratuita per tutti al diritto alla casa. La Ocasio-Cortes ripeteva quello che tanti economisti americani dicono da anni, da Warren Mosler a Mark Blyth, da Joseph Stiglitz a Paul Kraugman.
Ma anche qui in Europa il dibattito sembra volersi aprire e segnali importanti, seppur timidi, cominciano ad intravedersi nelle stanze del potere. Mario Draghi, rispondendo alla domanda di un eurodeputato sul modo migliore di incanalare i fondi all’economia reale in modo da combattere il cambiamento climatico o compensare le diseguaglianze, ha citato proprio la Mmt e uno studio dell’ex vice presidente della Federal Reserve, Stanley Fischer.
Tale studio sostiene che le banche centrali dovrebbero immettere moneta direttamente nelle mani di chi spende nel settore pubblico e privato. “Sono idee piuttosto nuove.” ha affermato Draghi, “Non sono state discusse dal Consiglio direttivo ma dovremmo farlo, anche se non sono state testate.”
Succede poi che la candidata alla successione di Sabine Lautenschläger, ex vice presidente della Bundesbank, uno dei sei membri dell’Executive Board e del Governing Council della Bce in carica dal 27 gennaio 2014 e che ha lasciato con due anni di anticipo in dissidio con la politica monetaria accomodante di Mario Draghi, sia Elga Bartsch, tedesca ed economista di Black Rock.
È proprio Elga Bartsch, in occasione dell’incontro annuale dei banchieri centrali a Jackson Hole lo scorso agosto, insieme agli economisti Stanley Fischer, ex governatore della Bank of Israel ed ex vice presidente della Federal Reserve degli Stati Uniti, Jean Boivin, ex vice governatore della Bank of Canada, aveva stilato un documento. Una proposta per un coordinamento più esplicito tra le banche centrali e i governi quando le economie sono in una recessione in modo che la politica monetaria e fiscale possano lavorare meglio in sinergia. L’obiettivo è di andare diretti con denaro ai consumatori e alle società per ravvivare i consumi.
Si tratta, in entrambi i casi, della controversa teoria dell’helicopter money (denaro buttato giù dall’elicottero). Far arrivare soldi alle persone perché possano spendere per rimettere in circolo l’economia.
Poi c’è la Lagarde, prossimo Governatore della Bce e a suo tempo spietata sostenitrice dell’applicazione alla martoriata Grecia dell’austerità senza sconti, che afferma “non pensiamo che la Mmt possa essere la panacea. Non pensiamo che questa teoria sia sostenibile e possa funzionare in tutti gli stati ma i modelli matematici sembrano reggere. Potrebbe funzionare per risollevare alcuni paesi dalla trappola della liquidità e dalla deflazione”. Un’apertura ad una sua possibile applicazione anche se in momenti e situazioni specifiche, comunque uno sdoganamento.
Il prossimo commissario agli affari economici sarà Paolo Gentiloni che ha affermato di aver capito come deputato l’importanza sia di salvaguardare la sostenibilità del debito pubblico sia la capacità di sostenere l’economia in tempi di crisi. Per cui, in caso di conferma per il ruolo di commissario, dice “cercherò di fare in modo che la Commissione applichi il patto di Stabilità e crescita facendo pieno uso di tutta la flessibilità prevista dalla regole”.
Significa quindi un appoggio a politiche di deficit almeno al 3%? Forse non arriverà a tanto ma sembra aver compreso l’importanza che le regole in tempo di crisi non possono essere le stesse dei tempi buoni.
E poi c’è il nuovo ministro dell’economia Gualtieri che oltre a saper suonare la chitarra ha affermato di voler trovare risorse anche dalla spesa a deficit tenendosi tra ilo 2,04 di flessibilità avuto dal precedente governo e quanto da questi a suo tempo chiesto, il 2,4%. Affermazione poi confermata nella Nadef di questi giorni dove il deficit viene fissato al 2,2%.
Non si può pretendere di più. I tempi sono cambiati dal 2012 e tante scelte non possono essere messe in discussione come sarebbe stato possibile fare allora. Il tempo passa e le politiche economiche andrebbero adattate sempre alla situazione, così come dovrebbero cambiare le persone al comando. Negli Usa c’è la faccia pulita della Cortes, nella vecchia Europa, invece, si aspetta che coloro che a suo tempo decisero la giustezza degli equilibri di bilancio e dell’austerità, ovvero gli stessi che ancora prima avevano deciso per la moneta unica e per un’unione europea senz’anima, e che ancora prima di prima avevano deciso la separazione della politica monetaria dalla politica fiscale, adesso decideranno se è il momento di cambiare perché forse si è andati troppo oltre.
Anche noi siamo gli stessi e, come sempre, aspetteremo che gli stessi di sopra decidano come dovrà essere il nostro futuro.

Le aliquote irpef, la flat tax e la Lega Nord: come la politica promuove l’ingiustizia sociale

In un contesto in cui la distribuzione del reddito è altamente disuguale l’opera di una politica consapevole dovrebbe tendere a riequilibrare il sistema. Uno dei metodi per farlo è sicuramente la progressività nella tassazione dei redditi cioè chi guadagna di più contribuisce in misura maggiore di chi guadagna di meno. La progressività della tassazione, del resto, è prevista dalla Costituzione del ’48 per cui il sistema era ben noto ed auspicato già dai nostri Padri Costituenti.

La tassazione è un’arma in mano allo Stato che dovrebbe essere usata per difendere gli interessi collettivi dei cittadini. Infatti con una modifica alle aliquote Irpef si può distribuire ricchezza (o un po’ di respiro) alle classi più basse senza impoverire (togliere troppo ossigeno) a quelle più alte. Questo non in chiave, ovviamente, punitiva ma semplicemente in chiave distributiva e in modo da evitare la creazione di oligopoli e l’accentramento di ricchezze tali da compromettere gli equilibri sociali. Inoltre, la tassazione serve per stabilire il principio che il controllo del sistema economico (e di conseguenza sociale) spetta solo allo Stato, che lo esercita per il bene comune e in difesa dei più deboli, di quelli cioè che da soli non potrebbero farcela contro attori economici troppo potenti né potrebbero competere con l’interesse privato dei grandi oligopoli.

Le tasse servono anche per regolare la quantità di moneta in circolazione, in tempi di deflazione si potrebbe ad esempio diminuire l’Iva per stimolare i consumi e, di converso, alzarla quando invece ci fosse un fenomeno inflazionistico in modo da togliere moneta dal circuito economico. Del resto una tassa che colpisce indistintamente i consumi senza fare nessuna distinzione tra milionari e pensionati al minimo (di fatto una flat tax) è quanto di più disuguale si possa immaginare e nelle mani colpevoli dei nostri politici sta diventando sempre più una vera mannaia sulle teste dei cittadini.
Ultima annotazione sul tema “a cosa servono le tasse”: poiché le tasse si pagano con la moneta in circolazione in un determinato Paese, tutti accettano di essere pagati soltanto in quella determinata moneta, ovvero, se siamo in Italia, non accetterò di essere pagato per il mio lavoro in “pizza di fango del Camerun” altrimenti non avrò euro per pagare l’Imu e il bollo dell’auto.

Concetti questi un po’ difficili da far passare in un Paese dove fin dalle elementari si studia che gli ospedali vengono costruiti con i soldi delle tasse dei cittadini, ma come arriviamo dalle tasse alla disuguaglianza? Attraverso la constatazione che si sta usando l’arma della tassazione per difendere gli interessi del capitale e non quelli della cittadinanza e questo fenomeno, benché non crei tutta la disuguaglianza in circolazione, la protegge e la sostiene. Le dà impulso.

La storia ci dice che nel 1974 c’erano ben 32 aliquote che andavano dal 10% al 72% poi dal 1983 iniziarono i cambiamenti e le aliquote da 32 passarono a 9, la prima aliquota sui redditi fino a 11 milioni di lire (5.681 euro) dal 10 passò al 18% e l’ultima sui redditi oltre 500 milioni (258.000 euro) passò al 65%.
Si arriva al 1989 e le aliquote si riducono a 7, la prima aliquota sui redditi fino a 6 milioni di lire (3.000 euro) ritornò al 10% e l’ultima sui redditi oltre 300 milioni di lire (155.000 euro) passò al 50% e, finalmente, ad oggi, dove le aliquote sono solo 5. La prima aliquota sui redditi minimi fino a 15.000 euro corrisponde al 23%, mentre l’ultima aliquota, la più alta, riguarda i redditi oltre i 75.000 euro e corrisponde al 43%.

Cosa è successo dunque? Semplicemente che dal 1974 le aliquote sono progressivamente andate a diminuire per i redditi alti e ad aumentare per i redditi bassi.

Insomma “abbiamo il debito pubblico alto” e dobbiamo fare i sacrifici, ma esattamente chi li deve fare? Nel 1974 chi guadagnava più o meno l’equivalente di 250.000 euro contribuiva per il 72% mentre oggi contribuisce per il 43% allo stesso modo di chi guadagna 75.000 euro che non è esattamente la stessa cosa, anzi un bell’aumento di ricchezza per la fascia già alta della popolazione.

I poveri invece sono passati dal 10% al 23% senza proteste particolari, sindacati in piazza, scioperi o contestazioni ma anzi con l’accettazione tipica dell’uomo moderno che preferisce dibattere per i nomi delle strade o l’abbattimento delle statue del periodo fascista, che vuol dire trattare la storia come i talebani e l’isis, solo che loro sono i cattivi.

Le aliquote Irpef, insomma, potrebbero essere una buona chiave per capire chi deve fare i sacrifici.

Io credo che le tasse non debbano essere né un furto né un ostacolo alla libera iniziativa e quindi che non dovrebbero mai superare un certo limite, ma sono anche consapevole di questa assenza generalizzata della politica che continua a dimostrare insofferenza alle prescrizioni delle norme costituzionali ed indifferenza alla giustizia sociale e che, inoltre, la proposta del partito della Lega Nord peggiori una situazione già pessima. Un partito che nonostante venga definito populista agisce in questo caso proprio contro il popolo quando propone il sistema di tassazione denominato flat tax, ovvero una sola aliquota fiscale buona per tutte le stagioni.

La flat tax metterebbe pace definitivamente a tutti i calcoli cancellando pezzi di costituzione e di giustizia sociale. Anche il ricorso alle previste deduzioni nel contesto di questa proposta darebbero sì un po’ di respiro alla maggior parte dei contribuenti ammassati verso il basso, dando persino a qualcuno la sensazione del miglioramento, ma sostanzialmente andrebbe a dare ulteriore potere economico (e quindi sociale) a chi avrebbe meno bisogno di tutela.
Non si considera una cosa semplicissima, che a un reddito di 24.000 euro all’anno con famiglia a carico, anche 100 euro al mese possono fare la differenza mentre per redditi da dirigente statale di 240.000 euro valgono un caffè al bar. E un top manager alla Marchionne può arrivare anche a 50 milioni all’anno. Ci sono delle differenze che non bisogna nascondere e la politica dovrebbe mediare fra i vari interessi in campo assicurando a tutti la giusta considerazione. Esiste il bisogno del pane, delle scarpe e della casa e il desidero di volare con aereo privato da Londra a Palermo che possono essere entrambi legittimi ma rimangono sempre bisogni o desideri.

Sono concetti diversi e vanno mediati con le esigenze di appartenenza al genere umano, di cittadinanza e di giustizia sociale. Se viviamo tutti sullo stesso pianeta abbiamo degli obblighi reciproci e nessuna parte ci guadagna a vedere l’altra soccombere, bisogna riconoscere l’interdipendenza degli uni con gli altri.

Proporre una flat tax assicura solo che qualche auto di lusso o aereo da crociera o yacht in più sarà venduto, un appiattimento (flat) sempre più marcato delle classi sociali in ricchi e poveri, un aiuto al fenomeno della disuguaglianza. Molto più “popolare” o “populista” sarebbe proporre un sistema di tassazione progressiva che tenga conto degli interessi in gioco e laddove viene evidente che il 72% è un furto ed un invito a delinquere sia anche evidente che non si può considerare alla stessa stregua un reddito di 28.000 euro con uno di 55.000 e uno da 75.000 con un altro di 240.000 e oltre.
Poi ovviamente si assicuri la certezza della pena per chi evade, si aiutino le aziende locali a prosperare difendendole anche con la fiscalità, oltre che con l’accesso al credito, dalle multinazionali, si consideri i prodotti nazionali come ricchezza e prospettiva di lavoro perché solo una buona domanda interna può dare impulso ad un reale miglioramento della situazione economica. Le esportazioni servono a pochi e dimostrano altrettanto poca progettualità e visione del futuro, così come pensare di lasciare più soldi ai ricchi con la speranza che questi li spendano investendo o comprando e aspettando che arrivi qualche briciola di pane ai pesci rossi significa aver fatto passare invano 200 anni di storia (e quindi Smith, Ricardo, Say, Marx, Keynes e poi Mussolini, Hitler, Bretton Woods e il muro di Berlino).

LA RIFLESSIONE
Bikini e dintorni

Da wikipedia: Il bikini moderno è stato inventato dal sarto francese Louis Réard a Parigi nel 1946 (introdotto ufficialmente il 5 luglio). Il nome richiama l’atollo di Bikini nelle Isole Marshall, nel quale negli stessi anni gli Stati Uniti conducevano test nucleari: Reard riteneva che l’introduzione del nuovo tipo di costume avrebbe avuto effetti esplosivi e dirompenti.

In fondo un po’ di cattivo gusto o quanto meno superficialità da parte dell’inventore del bikini a mio parere ci fu tutto. Certo, business is business in ogni cosa, ma ripensando all’attenzione di Trump verso i bambini siriani mi viene da pensare alla mancata attenzione ai bambini dei nativi americani, oppure ai bambini iracheni che hanno sofferto le conseguenze degli embargo durante il periodo di Saddam e, dopo, di quelli libici e passando per tanti altri fino ai bambini delle isole Marshall, Bikini in particolare. Alla fine della riflessione concludo che i bambini non si aiutano con le bombe.
Qualche tempo fa ho intervistato il professor Cesaratto e ricordo il suo commento rispetto all’imperialismo Usa. Il contesto era economico e lui ne vedeva l’aspetto superiore rispetto a quello tedesco. Perché gli Usa importano e quindi migliorano le condizioni commerciali di chi produce e senza di loro non avrebbero dove vendere. Rispetto alla Germania, che usa la sua superiorità tecnologica e manifatturiera solo per esportare, la bilancia della giustizia commerciale pende a favore degli americani. È un ragionamento che non mi convince, forse perché non riesco proprio a concepire la supremazia del business sulla vita delle persone.
Ma business is business ci hanno insegnato gli anglosassoni, quelli che quando risplende la cultura ritornano barbari, e i magazzini devono essere vuotati per essere rinnovati. In modo da far lavorare le industrie che a loro volta assumono e fanno girare l’economia.
Certo il settore della guerra favorisce in maniera esponenziale i vertici piuttosto che le masse, ma questo è un dettaglio e comunque le bombe vanno rinnovate perché in ogni caso sono a scadenza, esattamente come la farina e lo yougurt in frigo, quindi piuttosto che distruggerle in laboratorio almeno se ne testa l’efficacia e ben vengano un po’ di bambini a cui addebitare il merito dei lanci.
Fu business anche per Bikini e molto in grande. I bambini di quel paradiso si trovarono parte di un gioco e di affari più grandi di loro, un affare da bombe atomiche e all’idrogeno. Bikini diventò un poligono militare in barba a quel paradiso terrestre che era.
Il tutto inizia il 10 febbraio 1946, quando il commodoro Ben H. Wyatt, inviato dalla Marina Usa alle isole Marshall, sbarca nell’atollo, e alla fine della funzione religiosa del pomeriggio comunica lo svolgimento dei test nucleari Able e Baker nella laguna. Wyatt si appella al loro senso di responsabilità per mettere fine alle guerre nel mondo e i 167 bikiniani, vissuti sempre al di fuori delle vicende del mondo, improvvisamente venivano a conoscenza che avrebbero dovuto assumersi i mali di tutti sulle loro piccole spalle, con la promessa che avrebbero fatto ritorno non appena terminati i test. Palese bugia, ovviamente!
Furono dunque trasferiti sull’ atollo di Rongerik a 200 km di distanza, isole aride e piccole e senza possibilità di dar loro sostentamento e data l’impossibilità di riportarli a Bikini a causa della radioattività furono dopo un po’ trasportati nell’isola di Kili. La situazione non fu molto diversa anche perché da pescatori dovettero inventarsi agricoltori.
La caparbietà dei bikiniani rimasti a Kili fu premiata un paio di decenni più tardi. In seguito alla chiusura del poligono militare, nel 1968 il presidente Lyndon B. Johnson annunciò che gli Stati Uniti erano impegnati in un piano di bonifica dell’atollo, per permettere agli abitanti di farvi finalmente ritorno. Nel 1974 un centinaio di persone tornò a popolare Bikini, la cui laguna nel frattempo si era arricchita di decine di navi affondate e di un gigantesco cratere. Di diametro superiore ai 2 chilometri e profondità pari a 76 metri, questa cicatrice risaliva al programma “Castle Bravo” del 1954, quando era stata fatta esplodere la prima bomba all’idrogeno della storia. L’isola fu poi di nuovo abbandonata.
La zona era ancora radioattiva e i morti o ammalati per tumore alla tiroide si susseguivano. I bikiniani, quelli che vi avevano fatto ritorno e non erano emigrati altrove ben presto si accorsero che rimanere su quell’isola sarebbe stata la loro fine e dei loro bambini, che erano esattamente piccoli e fragili come i bambini siriani, iracheni, libici e americani.
E li vicino c’era anche un’altra isola, quella di Rongelap che non fu evacuata prima dei test, esposta al fall-out e quindi anch’essi pagarono un grave tributo in termini di cancro alla tiroide. Provarono a ritornarvi nel 1957 e fecero anch’essi da cavie agli scienziati che studiavano gli effetti dell’esposizione alle radiazioni.
Chiesero poi di essere trasferiti, ma la loro richiesta di aiuto fu captata solo da Greenpeace che arrivò con la nave “Rainbow Warrior” nel 1985 e con l’operazione “Exodus” trasportò la popolazione locale colpita dalle radiazioni di quei test nucleari, condotti dagli Stati Uniti tra il 1948 e il 1956 per salvare il mondo, nell’isola di Mejato a 180 Km di distanza.
Questa è solo un po’ di storia, nient’altro. Una cura per la malattia della memoria breve di cui siamo affetti e che dovrebbe portare al rifiuto sistematico delle bombe giustificate in nome dei bambini. Provengano esse da Trump, Obama o Clinton o Putin o Erdogan assomigliano sempre stranamente a quelle di Hitler e hanno gli stessi effetti sui bambini siriani, iracheni, bikiniani e persino sui bambini del Mali bombardato dai francesi nel 2013.

Fonti: wikipedia, greenpeace, national geographic

Come cambia la città del futuro: l’Italia, un interessante banco di prova

di Marco Mari

Casa, dolce casa
Comunemente il concetto di casa è associato a valenze positive, soprattutto nella cultura italiana, possedere la propria abitazione è da sempre un valore che va ben oltre il pur importante aspetto economico. Ma siamo in presenza di una evoluzione economica, tecnologica e culturale senza precedenti.
Proprio le nuove tecnologie, si pensi anche a una semplice termocamera, stanno portando a una maggior consapevolezza sul reale funzionamento e sugli impatti di quel sistema sempre più complesso e monitorato che chiamiamo edificio. Uno degli aspetti che tra i primi è emerso nella percezione collettiva è quello economico. La percezione del costo di mantenimento per i consumi di acqua, luce e gas sta sempre più incidendo nel bilancio economico di fatto favorito dalla attuale crisi. Basterà a tal fine ricordare che considerando la totalità dei costi di un edificio nel suo intero ciclo di vita, ben l’80%, è imputabile ai costi di gestione e che, anche solo usando le tecnologie collaudate e disponibili in commercio, il costo per il consumo di energia può essere ridotto dal 30 all’80% e quello per i consumi di acqua fino al 40%. Ma non è tutto, gli aspetti finanziari da soli non sono sufficienti per comprendere una crisi che è ben più ampia e riguarda ben altre risorse.
Più di recente la terra, anche per i movimenti tellurici, ha riportato al centro dei nostri pensieri vecchie preoccupazione per i cambiamenti climatici e la relativa scarsità di risorse ambientali. Parimenti, la consapevolezza dell’impatto degli edifici sugli aspetti che governano tali equilibri, e viceversa, si è fatta strada. Se ne sono accorti anche a COP21, che per la prima volta ha aperto un tavolo dedicato alla filiera dell’edilizia, il “Buildings Day”.

Edifici, problema o opportunità?
Gli edifici utilizzano circa il 40% dell’energia mondiale, il 25% di acqua globale, il 40% delle risorse globali, ed emettono circa 1/3 delle emissioni di gas serra – dichiara l’UNEP (United Nations Environment Programme environment for development). Inoltre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’incremento delle patologie allergiche e dell’asma è direttamente correlabile a fenomeni di urbanizzazione ed alla crescente tendenza delle popolazioni occidentali a vivere gran parte del tempo in ambienti chiusi. Secondo dati ISTAT del 2009 in Italia le malattie respiratorie, dopo le malattie cardiovascolari e neoplastiche, rappresentano la terza causa di morte.
Non bastasse ciò, aggiungiamo quanto ai recenti terreoti, ci accorgiamo immediatamente delle vittime che potevano essere evitate, ma l’amarezza aumenta quando consideriamo che in assenza di una politica di prevenzione, scopriamo che tra il 2010 e il 2012 sono stati spesi più di 3 miliardi e mezzo all’anno per i terremoti e per la riparazione dei danni e che dall’immediato dopoguerra ad oggi sono stati spesi più di 180 miliardi.

Non credete sia il caso di realizzare un serio piano di prevenzione?
Dunque siamo nella necessità di dover affrontare molti aspetti, ma quale per primo? Probabilmente il tema vero è proprio un cambio di passo sulle politiche della prevenzione. Seppure l’attuale Governo ha iniziato ad attuare alcune politiche, il progetto “Casa Italia” ad esempio, è chiaro che ancora non ci siamo, si tratta di uno sforzo mirato a una gestione dell’immediato e focalizzato sulle criticità più evidenti. Serve affrontare il problema ambientale, trasformandolo in una opportunità e iniziare a diffondere in modo concreto una cultura della prevenzione che non sia preda delle priorità contingenti o delle paure, ma sia frutto di una analisi oggettiva, lucida, ma soprattutto sistemica.
È necessaria una vera e propria ridefinizione delle politiche finalizzate al bene comune che deve essere progettata partendo proprio da una profonda conoscenza del territorio. In primo luogo ascoltando le istanze dei cittadini, coinvolgendoli in un processo di ascolto e analisi partecipata, poi mappando i rischi ambientali, ricordandosi che non esiste solo il terremoto, ma anche i rischi idrogeologici, o altri come ad esempio la presenza di radon (gas cancerogeno che esala dal terreno). Dunque il primo punto è legato alla conoscenza, perché senza un’analisi completa si rischia di fornire soluzioni parziali, non sistemiche e aggiustare una parte peggiorando l’altra. Un ulteriore tema è legato alla finanziabilità delle opere ed al relativo reperimento di risorse: si può iniziare integrando quanto già esistente, fornendo gli attuali strumenti di finanziamento (sismico, idrogeologico, efficientamento energetico) in modo da supportare e valorizzare quegli interventi che affrontano in modo integrato, olistico, il “sistema edificio”. Altro ingrediente di una pianificazione integrata è la definizione di uno sforzo congiunto per una “formazione diffusa”, che permetta agli attori (RUP, progettisti, costruttori, etc.) di poter operare in modo trasparente e corrente. Infine, serve ricordarsi che l’ambiente costruito ha un sostanziale impatto sull’ambiente ed oggi il pianeta, in senso letterale, richiede strategie ambientalmente, socialmente ed economicamente sostenibili.
Mi piace a tal fine ricordare quanto già scriveva, non molto tempo fa, la persona che più ha influito sulla community italiana dell’edilizia sostenibile, Mario Zoccatelli: “Un piano nazionale per la riqualificazione edilizia e urbana non può infatti essere concepito come un semplice dispositivo amministrativo accompagnato da qualche incentivo finanziario. Come già evidente in alcuni paesi. In tal senso, riteniamo la sostenibilità come una visione d’insieme dell’economia e del vivere; per quanto riguarda l’edilizia, è una prospettiva di medio‐lungo periodo che coinvolge la cultura dei cittadini e degli operatori, i sistemi tecnici, quelli produttivi, quelli economici e finanziari, nonché leggi, regolamentazioni, ruoli delle istituzioni.”

Il Green Building: un trend in crescita a livello mondiale
In questo contesto, qualsiasi piano l’Italia o i singoli territori andranno a definire, non ci si può scostare dalle principali prassi consolidate a livello internazionale, per dirla con le parole di un altro caro amico e maestro, Andrea Cirelli, “non ci si può reinventare l’acqua calda”. Serve legare l’azione alla innovazione e ai nuovi approcci alla sostenibilità. In tal senso il mercato internazionale, e più timidamente quello nostrano, hanno già definito la traiettoria. La rapida diffusione dei diversi protocolli di certificazione di sostenibilità degli edifici sta infatti trasformando radicalmente la domanda di materiali, sistemi e tecnologie per l’edilizia. Gli studi internazionali relativi ai trend di crescita del settore delle costruzioni sostenibili parlano di un incremento del mercato di dati senza precedenti:
1 – 462 milioni di metri quadrati di edifici certificati con i principali protocolli internazionali (LEED, BREEAM, GREEN STAR)
2 – 1,5 miliardi di metri quadrati di edifici attualmente in corso di certificazione
3 – 960 miliardi di dollari di investimenti previsti entro il 2023 per la riqualificazione sostenibile del costruito
4 – 70% di incremento del mercato globale del green building entro il 2025
Ulteriori studi effettuati negli ultimi dieci anni, soprattutto sulla base dei dati raccolti da edifici realizzati negli USA per edifici certificati secondo i protocolli LEED, hanno dimostrato che gli edifici “verdi” tendono ad avere maggiore valore patrimoniale rispetto agli edifici tradizionali.
Inoltre, sono a loro volta collegati con vari vantaggi oltre quello del risparmio energetico, tra i quali la salubrità degli ambienti abitati, la valorizzazione della bonifica del terreno (quando necessaria), la riduzione dei consumi di acqua, la gestione dei rifiuti (sia in fase di cantiere che di gestione dell’immobile), l’accessibilità e i trasporti, l’assetto idrogeologico, la biodiversità, la qualità economica e sociale, le logiche di circular economy e di sharing economy.
Ulteriori vantaggi sono direttamente collegabili alla creazione di nuove professionalità legate al green building, sopratutto nei casi in cui le città si impegnino in programmi di riqualificazione.

L’ Italia? Un interessante laboratorio
L’Italia costituisce, sotto questo profilo, un formidabile banco di prova per quanto riguarda la capacità di raccogliere le sfide che attendono l’economia mondiale nei prossimi decenni. Un settore edilizio dove ancora oggi la quantità fa premio alla qualità, un territorio tradizionalmente “sfruttato” più che pianificato, un patrimonio paesaggistico, naturalistico, culturale ed artistico che, nonostante tutto, continua a rappresentare un asset di primaria importanza a livello mondiale; ma anche una tradizione architettonica e ingegneristica che affonda le radici nella storia antica, un tessuto economico e produttivo che, nonostante la lunga crisi, vede tuttora la presenza di esperienze pilota e di eccellenza.
Anche per il quadro normativo nazionale ci sono interessanti novità in costante evoluzione, come ad esempio il Piano di Azione Nazionale sul Green Public Procurement (Decreto Interministeriale 135 dell’11 aprile 2008), la legge 221 del 18 dicembre 2015 (cosiddetto collegato ambientale) concernente disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali, il Nuovo Codice Appalti (d.lgs. 18 aprile 2016, n. 50) con particolare riferimento all’ Art. 34 (Criteri di sostenibilità energetica e ambientale, nonché i Criteri Ambientali Minimi per l’edilizia (CAM Edilizia, DM 21 gennaio 2016), alla cui redazione ho fornito un piccolo contribuito in rappresentanza di GBC Italia, partecipando attivamente al Gruppo di Lavoro proponendo un approccio integrato e olistico, che consenta di valutare la sostenibilità dell’edificio in quanto struttura complessa e “progettata”, coerentemente con i principali sistemi di rating e certificazione dell’edilizia sostenibile nazionali e internazionali.
Tutto questo porta a individuare nel settore edilizio (e più generalmente nella progettazione e manutenzione dell’ambiente costruito) uno dei settori su cui puntare per una nuova economia, recuperando con il concetto di prevenzione anche quelle prassi e modalità che anticamente hanno reso il nostro Paese tra i più apprezzati al mondo, restituendo dignità a un settore edilizio, consapevolmente e decisamente orientato verso la qualità e la sostenibilità, che possa riprendere un ruolo guida.

Marco MariLaureato in ingegneria elettronica con specializzazione in ingegneria gestionale, master in sistemi di gestione della qualità, ha una ventennale esperienza nei temi della sostenibilità e della certificazione, con particolare focalizzazione nella filiera dell’Edilizia Sostenibile, su aspetti inerenti i sistemi di rating per green building, commissioning, green product, asset management, sistemi di gestione della qualità e dell’ambiente nel settore pubblico e privato.
Opera a livello nazionale e internazionale con importanti organizzazioni tra le quali Bureau Veritas come Senior Advisor; GBC Italia, già come Vice Presidente e responsabile degli schemi di certificazione (per protocolli LEED Italia NC e protocolli GBC Italia) e attualmente Membro del Consiglio di Indirizzo; Fondazione Montagne Italia, quale Membro del Comitato Scientifico; è attualmente Presidente dell’Advisory Board di Ongreening.com l’innovativa piattaforma internazionale sul green building e i green product; ha partecipando a gruppi di lavoro in ambito UNI, UNCEM, FEDERESCO, WorldGBC, USGBC, GBC Brasil, Provincia Autonoma di Trento ed altri. Recentemente ha contribuito alla definizione dei Criteri Ambientali Minimi per l’Edilizia collaborando attivamente nel gruppo di lavoro in seno al Ministero dell’Ambiente.
Nell’ambito del green building vanta una eccellente esperienza nel coordinamento di molti progetti di alto profilo, anche nel coordinamento di team di commissioning dei sistemi HVAC, nazionali ed internazionali.

L’APPUNTAMENTO
Un altro mondo è possibile: dal mutualismo alla sharing economy

La crisi ha indotto molti a mettere da parte il galoppante individualismo e riscoprire il valore delle relazioni, il senso della solidarietà, il concetto di mutualità, il reciproco aiuto, la disponibilità a spenderci per gli altri e l’umiltà di chiedere agli altri senza eccessivi imbarazzi, in una ritrovata dimensione di civile reciproco sostegno. Siamo diventati più sensati e meno frivoli, guardiamo più all’essenza e meno all’effimero.
Significativo è il progressivo affermarsi – in ambiti ancora minoritari, ma in costante crescita – di una economia basata sul fondamento del baratto, che valorizza saperi e competenze e si orienta sul bisogno reale, piuttosto che ridurre tutto a termini monetari, con il prezzo quale unico indice di misurazione e il denaro come solo strumento di remunerazione.
La cosiddetta ‘sharing economy’ è l’esempio più dirompente di questa ritrovata sensibilità comunitaria e la dimostrazione che qualcosa sta cambiano: prestare, scambiare, condividere sono i verbi della nuova economia. Mettere a disposizione, superare gli egoismi regala una gioia nuova: il piacere della solidale complicità.

Il prossimo appuntamento del ciclo Chiavi di lettura organizzato di Ferraraitalia ha per tema proprio l’economia di scambio. Titolo: “Solidali e felici: dal mutualismo alla sharing economy, un altro mondo è possibile”. Le cose stanno cambiano velocemente e gli orizzonti che si dischiudono potrebbero essere gravidi di sorprese interessanti. Coworking, bike sharing, car sharing, car pooling, couchsurfing, hospitality club stanno diventando espressioni che designano nuovi stili di vita. Ne parleremo insieme valutando punti di forza e criticità. E soprattutto verificando se questo vento nuovo sta riorientando non solo i nostri consumi ma, quel che più conta, le nostre coscienza.

 

Appuntamento lunedì 29 febbraio alle 17 nella sala Agnelli della biblioteca Ariostea

Solidali e felici
dal mutualismo alla sharing economy: un altro mondo è possibile

 

IL FATTO
Ritorno ai consumi non solo a parole: anche a Ferrara piccoli ma concreti segnali di ripresa

Sembrano tornate sulle bocche di tanti alcune parole che, negli ultimi tempi, parevano essere diventate tabù: ripresa, crescita, ritorno ai consumi. Parole che racchiudono nel loro significato un qualche cosa di positivo, un miglioramento, che, allo stesso modo, non eravamo più abituati nemmeno a pensare. Le statistiche degli ultimi mesi a cavallo tra il 2015 e il 2016 parlano tuttavia (e per fortuna) molto chiaro: siamo entrati dopo diverso tempo in una fase che torna a far segnare un ritorno in positivo della crescita dei consumi. Certo piccoli passi e piccoli segnali, che ovviamente non implicano stabilità in una economia ancora profondamente debole ma che al contempo permettono di affrontare l’ancora lungo percorso di ricrescita con un ritrovato spirito di fiducia.

IMG_0374Proprio “Ritorno ai consumi” è stato il titolo del Coffee Job promosso da Ascom Confcommercio Ferrara e Federazione Moda Italia in collaborazione con Findomestic Banca, svoltosi ieri presso il centro congressi Ascom. Una necessaria occasione di confronto alla luce di questi diffusi segnali di ripresa e incentrato particolarmente attorno al tema dei saldi invernali ancora in corso.
Ad aprire il seminario Giulio Felloni, presidente di Ascom provinciale e Federazione Moda Italia Ferrara, convinto che “questo incontro abbia una grande rilevanza non solo a livello locale ma anche a livello nazionale”, poiché “dai primi dati analizzati è possibile affermare che forse si è finalmente fermato un trend negativo che durava da molto tempo, e la conferma sta nei sondaggi proposti ai commercianti, dai quali si deduce che le vendite sono stabili e costanti”. Di contro, Felloni precisa che “da qui a sperare che si siano risolti tutti i problemi c’è ancora molto, perché per parlare di vera ripresa è necessario risolvere problemi come l’altissima tassazione che colpisce e strozza le aziende; solo seguendo questa via possiamo dare davvero la possibilità di lavorare e vivere una vita dignitosa agli imprenditori, che io continuo a chiamare eroi“.

Ma quali sono i numeri di questa ripresa? Un primo focus incentrato prevalentemente sul territorio ferrarese lo ha presentato Manuele Tramonte di Findomestic Banca, la quale dal 1994 possiede un Osservatorio che vigila sull’andamento dei beni durevoli e dal quale è emerso come, soprattutto in Emilia Romagna, dopo cinque anni negativi si parla oggi di un netto incremento relativo a questa tipologia di beni. A Ferrara in particolare questo incremento segna un +6% rispetto al 2014 (soprattutto per quanto riguarda il mercato delle auto nuove e dell’arredamento), di pari passo con un reddito pro-capite emiliano-romagnolo che si assesta oltre i 21mila euro (seconda posizione a livello nazionale dopo la Valle d’Aosta), che tradotto sul suolo della città estense significa +0,8%.

IMG_0376Per quanto riguarda l’andamento dei saldi invernali è stato il turno di Pietro Fantini, direttore dell’Unione Regionale di Confcommercio, il quale ha illustrato l’analisi congiunturale del Centro studi Iscom Group relativa ai dati aggiornati all’anno in corso. Anche Fantini specifica che “ci sono netti segnali di ripresa che tuttavia non sono tramutabili in una fiducia stabile. Se da un lato infatti – ha continuato – aumenta la fiducia delle famiglie, dall’altro non si può dire lo stesso delle imprese”.
Il primo dato significativo elencato è quello del valore complessivo delle vendite nel 2015 (sia alimentari che non) che presenta un +0,8% rispetto al 2014, mentre molto incoraggianti sono i segnali in arrivo proprio sul versante dei saldi: rispetto all’8% del 2013, il 2016 si è aperto con il 26,5% in più di vendite, confermato da un 40% circa degli operatori che dichiarano stabili le vendite nell’ultimo anno. Confortante anche il fatto che chi, in controtendenza, segnala una contrazione delle vendite, lo fa per cifre che stanno sotto il 10%, valore che indica quindi cali piuttosto contenuti.
Altro dato interessante è quello che riguarda i comportamenti d’acquisto: il 52% della clientela dichiara di riservare una forte attenzione al prezzo di vendita, ed un 10% presta un ulteriore attenzione ai prezzi di scontistica. Infine i valori della spesa media pro-capite che, a confronto con il 2014, rimane pressoché stabile (attorno ai 93 euro) così come la spesa delle famiglie emiliano-romagnole (circa 205 euro); particolarmente rilevante nell’ultimo anno il netto aumento della spesa nella fascia che va dai 50 ai 200 euro.
Tema estremamente caldo analizzato al termine della presentazione dei dati è stato quello del posticipo dei saldi invernali, una proposta lanciata per il prossimo anno da Federmoda Italia e che trova d’accordo quasi il 60% delle aziende regionali. Su questo argomento unanimi i pensieri dei relatori, convinti della necessità di trovare una linea condivisa da tutti sul posticipo dei saldi, mantenendo sempre in considerazione le difficoltà di tipo etico e pratico e con un occhio di riguardo alla Stato, reo di aver tralasciato per troppo tempo la necessaria formulazione di una legge chiara che regoli le vendite promozionali a livello nazionale.

Concordi i giudizi anche per quello che riguarda l’apertura ad internet ed in particolare al mondo dell’e-commerce, sempre più causa di divergenze tra i commercianti: a parlare sono ancora una volta i dati, i quali evidenziano come i social media siano oggi il canale privilegiato e più utilizzato per la comunicazione azienda-cliente a scapito degli altri mezzi di comunicazione più tradizionali, strumenti moderni che devono inevitabilmente divenire punti di forza. A proposito di ciò è intervenuto Davide Urban, direttore generale di Ascom Confcommercio Ferrara, che oltre a sottolineare la “necessità di saper stare a passo con i tempi e quindi con il mercato che evolve inarrestabile verso la rete, cosa che necessita inevitabilmente di un’apertura prima di tutto di mentalità”, ha poi spiegato come Confcommercio, stipulando una convenzione con Ebay per dare la possibilità ai commercianti di aprire una vetrina online a prezzi agevolati, si stia muovendo sempre di più verso queste piattaforme di aggregazione.

Ultimo nodo da sciogliere quello relativo all’apertura domenicale dei negozi, ulteriore tema di accesso dibattito. Anche di questo ha parlato l’assessore Roberto Serra nei saluti istituzionali finali, concorde “sia nel trovare una linea di condivisione sulla gestione dei saldi sia per l’apertura domenicale, quest’ultimo chiaramente un limite al quale trovare soluzioni”. Nel suo intervento Serra ha ricordato come “questo segnale di ripresa e il clima generale di fiducia sia particolarmente significativo per la nostra terra, martoriata negli ultimi tempi da terremoti sia naturali che bancari”, ed anche il fatto che “i cambiamenti fondamentali non vanno arginati, e per far sì che ciò non avvenga è necessario aiutare le aziende per attivare nuove esperienze di commercio”. Ultimo monito riguardante il turismo, settore tra i più in crescita (soprattutto i lidi e il Delta), al quale bisogna prestare particolare attenzione e “puntare sul versante congressuale, un mercato che a Ferrara manca e che potrebbe portare valore aggiunto”.

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La classifica di Legambiente, uno stimolo per migliorare

Non credo che le classifiche debbano essere prese troppo seriamente (per problemi di indicatori affidabili e di raccolta aggiornata dei dati), tuttavia ritengo siano pur sempre una occasione per rinnovare l’attenzione su temi fondamentali della vita delle persone e della loro qualità. Questo, a mio avviso, è l’approccio corretto con cui leggere la ricerca di Legambiente (pubblicata lunedì scorso sul Sole24Ore) da cui Ferrara esce abbastanza debole: 57esima in generale, 57esima per PM10, 47esima per biossido di azoto NO2, 52esima per Ozono. Sull’acqua risulta un elevato consumo procapite (quasi 150 litri/abitante/giorno, siamo 44esimi) e 62esimi per le perdite di rete al 38%; si attendono riflessioni e smentite. Sui rifiuti 93esimi per produzione, 36esimi sul RD e 47esimi per energie rinnovabili (Kw ogni 1000 abitanti). Però saliamo la 19 posto per indice di ciclabilità, meno male.
Forse non serve discutere sulla serietà e rappresentatività della indagine, ma sarebbe sempre utile chiedere e chiedersi “cosa si sta facendo su…”. L’obiettivo vero deve essere sempre il miglioramento continuo. Intanto bravi a Mantova, eletta città della cultura (e un milione di euro come premio) e brava la Lombardia che ha fatto quest’anno ecoinvestimenti doppi rispetto alle altre regioni sostenibili.

NOTA A MARGINE
Pensiero e memoria: le strategie del possibile

Uno psicologo e un filosofo, ma si finisce per parlare anche di economia. Succede al Festival di Altroconsumo “Dire, fare, cambiare”. Armando Massarenti, filosofo e giornalista, responsabile del supplemento culturale della domenica de “Il Sole 24 Ore”, e Paolo Legrenzi, professore emerito di psicologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, presidente del Consiglio editoriale del Mulino e membro dell’Istituto veneto di scienze, lettere e arti, discutono con il pubblico di pensiero e memoria. In realtà Legrenzi è uno psicologo sui generis, o meglio “sperimentale”, come lo definisce Massarenti: ha insegnato a Princeton, Londra, Parigi e Ginevra e si è sempre occupato dei temi a cavallo tra le scienze cognitive e l’economia, in particolare la psicologia dei consumi, con il Mulino ha pubblicato “Frugalità” (2014) e “Perché gestiamo male i nostri risparmi” (2013), mentre con Laterza “I soldi in testa. Psicoeconomia della vita quotidiana” (2012).

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Armando Massarenti

Al Chiostro di San Paolo, con Massarenti, si parla di allenare la mente, la memoria e il pensiero, perché per dire, fare e cambiare, prima di tutto bisogna pensare e dunque anche sapere come funzionano i nostri ragionamenti e come prendiamo le nostre decisioni. Come funziona la memoria? Perché quel pezzetto di madeleine si porta dietro l’infanzia del giovane Proust? “Noi pensiamo che la memoria sia una traccia, che va continuamente rinnovata per non sparire dalla nostra mente. In realtà recenti ricerche dimostrano che le cose sono più complesse. La memoria funziona come una biblioteca con molti libri, ordinati secondo vari criteri”. Questi criteri variano a seconda della persona e del momento: chiunque possiede una libreria sa quanto sia difficile ordinarla e quante volte si ordinino e riordino i volumi seguendo criteri del tutto soggettivi. I volumi sono lì fra gli scaffali, ma a volte non ci ricordiamo più dove o come li abbiamo messi. E, per far un esempio più pop, pensate a quanti modi esistono per memorizzare un numero sulla rubrica del nostro smartphone e a quante volte, non trovando quel numero, avete dovuto pensare, o meglio ricostruire, come l’avete salvato. Dobbiamo in altre parole pensare alla nostra memoria come un catalogo: il segreto non è conoscere tutte le informazioni in ogni momento, ma come cercarle e ripescarle quando ci servono. Ecco perché, secondo Legrenzi, la verità è che “la memoria è sopravvalutata, soprattutto nel mondo contemporaneo in cui ormai riusciamo a supplire con memorie esterne” in grado di immagazzinare molte più informazioni rispetto alle nostre. Parallelamente abbiamo creato il paradosso di una doppia dimenticanza: “come abbiamo riposto i libri nella libreria del nostro cervello e come abbiamo catalogato quelle stesse informazioni nelle memorie esterne dei nostri pc e telefoni”.
“La cosa veramente importante sono gli automatismi: è la possibilità di fare le cose senza pensarci, o meglio senza doverci ricordare come farle, che ci dà la possibilità di pensare a qualcos’altro”.
Eccoci così al ragionamento, che ognuno compie in modo diverso. La dimostrazione è questo esercizio. Immaginiamo di essere sposati da 10 anni e che in occasione del matrimonio abbiamo acquistato 10 bottiglie di vino, pagandole 20 euro ciascuna. A ogni anniversario abbiamo invitato gli amici e ce ne siamo bevuta una. Arrivati al decimo anniversario ci chiediamo quanto denaro ci siamo bevuti quest’anno. Prima di continuare a leggere rispondete alla domanda, altrimenti l’esercizio non funziona.

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Paolo Legrenzi

Ecco le risposte che negli anni ha ricevuto Legrenzi: “la maggioranza dei bambini risponde che non abbiamo speso niente, perché la bottiglia l’avevamo già comprata ed era già nostra; la risposta statisticamente più frequente, anche fra gli studenti di economia della Bocconi, è 20 euro, cioè il prezzo della bottiglia; i dipendenti di una banca risponderanno invece che la risposta è il costo della bottiglia più il costo del denaro in questi dieci anni; per la teoria economica, invece, la risposta giusta è il prezzo di sostituzione, cioè quanto ci costerebbe ora ricomprare quella stessa bottiglia”.
Questo banale esercizio rende evidente che lo stesso problema può spesso essere risolto in modi diversi e secondo prospettive diverse, a seconda delle esigenze che si deve o si vuole soddisfare. “Il trucco più importante – conclude Legrenzi – è anche quello più semplice: “pensare sempre che ci sono altre possibilità”.

Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E subito, m’aveva reso indifferenti le vicissitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? […] All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di madeleine che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio….” (Marcel Proust, “Dalla parte di Swann”)

ECOLOGICAMENTE
Chi inquina ci guadagna e per smettere vuole l’indennizzo

Chi inquina ha un vantaggio economico dall’inquinare e non vuole smettere, a meno che non gli si riconosca il danno economico e gli si diano dei soldi. Insomma, chi inquina richiede una compensazione per smettere. Ma come? Chi inquina, non si dovrebbe punire? Non dovrebbe pagare? Forse in una società diversa, non in questa. Anzi, chi è inquinato è disposto a pagare per non essere più inquinato (dunque penalizzato due volte), lo ha detto tanti anni fa Ronald Coase con un suo lucido, ma drammatico teorema: vi è uno stretto collegamento tra l’assegnazione dei diritti e il ruolo del mercato, e soprattutto vi è una tendenza ad avvicinarsi ad una soluzione, mediante la contrattazione, che porta alla soddisfazione delle parti (ma non il rispetto della giustizia). Il teorema si basa sulla definizione degli obiettivi da parte dei detentori di diritti che giustificano i propri bisogni che scambiano con i diritti sul mercato. Per chi inquina il massimo profitto si ha quando il beneficio marginale netto è zero (infatti se è positivo conviene continuare a produrre e inquinare per aumentare il beneficio). Eppure tanti anni fa l’Unione europea ha fissato il suo primo principio: chi inquina paga.
Anche questo è un effetto della globalizzazione. Eppure Stigliz (nel suo libro “La globalizzazione e i suoi oppositori”) ci aveva avvisato. Si, è vero, la società civile globale ha migliorato le condizioni di salute e il tenore di vita, ha cambiato il modo di pensare della gente e ha servito gli interessi dei Paesi industrializzati. Ma ci dice anche che questo principio non funziona per i molti poveri del mondo e pone problemi per gran parte dell’ambiente, ripercuotendo l’instabilità a livello globale. Ce ne siamo accorti.
In fondo, Cina e India rappresentano il 40% della popolazione mondiale, hanno la maggiore crescita annuale del Pil e sono i Paesi che consumano più risorse del pianeta (e per smettere chiedono altri vantaggi). Inoltre, l’economia dell’ambiente è materia recente perché, fino a poco tempo fa, le risorse ambientali venivano erroneamente considerate disponibili in quantità illimitate, e non venivano incluse nelle analisi economiche.
Il concetto di valore è infatti legato alla disponibilità d’uso, e il bene ambientale, in quanto di natura pubblica, sfugge al diritto della proprietà. Il quarto principio della termodinamica ci ricorda che ogni processo di produzione e di consumo delle merci lascia la natura impoverita di alcuni componenti non rigenerabili e non rinnovabili. Dovremmo rivedere alcuni principi, in fretta. La capacità dell’ambiente di ricevere tutte le esternalità del mercato si stanno riducendo (per questo sta aumentando il valore delle risorse naturali e delle risorse rinnovabili).
Dovremmo passare dallo sfruttamento delle risorse non rinnovabili, all’utilizzo ottimale delle risorse ambientali recepite con la logica del diritto ma anche del dovere. E’ inevitabile affrontare il tema di uno sviluppo economico sostenibile. Ciò che soddisfa un desiderio è un beneficio, ma ciò che lo riduce è un costo. L’economia ambientale pone allora importanti questioni di diritto collettivo e di etica.
Gli individui hanno anche dei bisogni, non solo dei desideri. L’economia ambientale richiede di considerare sia il consumatore, mosso da desideri individualistici, sia il cittadino, supportato da argomentazioni morali e da motivazioni etiche. Per questo il sistema economico-ambientale si deve basare sulla riduzione degli sprechi. Pensiamoci.

I saldi e il fascino perduto degli Shopping Mall

Sui saldi faremo bilanci più avanti. Dagli Usa, dove la prova dei saldi è anticipata al Black Friday, il giorno seguente al Ringraziamento, arrivano notizie simili, anzi sembra che i centri commerciali siano in crisi. Come sempre, guardare fuori casa ci fa capire che quello che accade a Ferrara, in via San Romano, in via Bersaglieri del Po, al Castello, non è un fenomeno locale. I primi dati nazionali segnalano performance diversificate: migliori nei centri urbani rispetto alle periferie e migliori nelle città turistiche. Si conferma il rapporto tra consumo e consumo del tempo, anzi per lo più solo di questo ci accontentiamo quando le risorse scarseggiano. Si conferma la straordinaria fonte di ricchezza che può derivare per il nostro Paese dal turismo.
Le gallerie dei centri commerciali restano affollate: le persone le attraversano con i carrelli della spesa e danno occhiate annoiate ai negozi. Le giovani coppie investono nell’acquisto di gettoni per le giostre dei bambini. Ma altro che cattedrali del Consumo, come Ritzer aveva definito, agli esordi gli Shopping Mall, luoghi in cui l’incanto delle merci ci lasciava in religiosa ammirazione, come di fronte ad uno spettacolo di grandezza sovraumana. Le merci, e soprattutto i centri commerciali non sono più una novità, il format standardizzato che da Rovigo a Ferrara, a Parma, sembrava la geniale scoperta di economie di scala a partire dalla progettazione, propone merci seriali, tutte uguali, dello stesso colore e dello stesso informe tessuto, una patetica parodia della moda.
La questione del consumo non può essere ricondotta alla dimensione economica. La crisi ha inciso non solo sulle tasche, ma inducendo un cambiamento di valori. Il lusso ha perso smalto, anche per coloro che possono permetterselo, e si è affermata una certa sobrietà. In tempi di preoccupazione e di incertezza. il lusso diventa sinonimo di futilità.
Ma non tutti i consumi sono compressi: aumentano i “beni relazionali”, in primo luogo le tecnologie della comunicazione, e tutte le spese che hanno a che fare con la convivialità. La convivialità sostiene il successo di una nuova tipologia di negozi: quelli che propongono articoli per l’arredo della tavola e per il cucinare. Questo Natale ha visto l’esplosione di pirottine, stampi per impiattare, formine per i finger food, posate e stoviglie per le più svariate destinazioni, segna posto e altri ammenicoli. Si sa che i periodi di difficoltà economica sono segnati dalla ricerca di piccole gratificazioni: è il ‘lipstick effect’ segnalato dagli economisti fin dalla crisi americana del 1929.
Così oggi cerchiamo di rendere confortevole il luogo in cui ci rifugiamo, più o meno smarriti. La casa è il bene rifugio, non certo in termini di investimento economico, ma come luogo caldo, dove condividere cene con amici, dove esibire le proprie prodezze in cucina. E chi non ne ha da vendere, con tutte le trasmissioni di cucina!
Bisognerà capire che i consumi riflettono i baricentri della vita e che, quindi, hanno a che fare con le persone prima che con il mercato. D’altra parte i sentimenti dei consumatori dovrebbero interessare le istituzioni pubbliche e le associazioni di categoria (ma qualche corso per dire che la merce deve avere un’anima, proprio no?). Tutta la distribuzione è in una crisi profonda, di cui vi è ancora un troppo vago sentore, se pensiamo che basti un po’ più di liquidità! Gli sconti ci sono tutto l’anno, negli outlet e non solo, il commercio online si diffonde con straordinaria rapidità e perché non dovrebbe essere così se cresce la capacità di accesso delle persone e l’uso dei mobile; e cresce l’efficienza delle catene online che consegnano prodotti personalizzati in pochissimi giorni. Affidare le speranze alla ripresina, è davvero miope.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi e Social Media Marketing. Studia i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

I consumi oltre lo spreco

Cosa compreranno gli italiani con la tredicesima? Una domanda ricorrente per chi si occupa di tendenze di consumo. Quest’anno la risposta è: pagheranno i mutui, le bollette e le tasse che, contrariamente alle promesse, sono aumentate invece che diminuite. Compreranno qualche regalo di Natale, perché a questi non si può rinunciare, scegliendo preferibilmente beni utili. Poi metteranno da parte ciò che avanzerà, per poter fronteggiare spese impreviste o anche perché, quando i tempi sono smorti, anche i desideri calano. Insomma, è chiaro che la fiducia, la disposizione verso il futuro sono parte non marginale dei nostri comportamenti quotidiani, anche quando facciamo la spesa.
Una crisi così prolungata, però, ha reso strutturale il calo dei consumi, una tendenza che è in atto da almeno cinque anni. Nel corso dell’ultimo anno la maggioranza delle famiglie ha ridotto pranzi e cene fuori casa, ha risparmiato su spese per cinema e svago, ha ridotto gli spostamenti con i mezzi propri e quasi la metà ha modificato i comportamenti alimentari riducendo gli sprechi.
Gran parte delle famiglie ha rimodellato su basi nuove i propri consumi, eliminando il superfluo. Tutto ciò non riguarda soltanto chi è a rischio di povertà; come ha indicato il Censis, la maggioranza delle famiglie, se disponesse di risorse più elevate, le metterebbe da parte. Difficile, quindi, continuare a pensare ai consumi come volano dell’economia. I comportamenti di acquisto di beni e servizi stanno cambiando in modo strutturale. In questo non incide solo la capacità di spesa e l’incertezza sul futuro, ma anche un mutamento negli stili di vita e nella sensibilità diffusa. Possiamo riassumere i cambiamenti in tre concetti: maggiore attenzione allo spreco, maggiore attenzione ai beni immateriali, maggiore propensione all’uso rispetto alla proprietà.
L’attenzione allo spreco è mossa anche da una più diffusa sensibilità etica correlata alla consapevolezza dell’impatto ambientale che si traduce nel contenimento dei consumi superflui. Si cambia l’auto con minore frequenza, nell’acquisto degli elettrodomestici si guarda con più attenzione alla solidità e alla durata, nel vestiario si segue meno la moda o se lo si fa è prevalentemente attraverso acquisti a basso costo. Crescono gli acquisti sul web che consentono di risparmiare, si pratica un confronto più attento dei prezzi, si scelgono i punti vendita che hanno saputo proporre un’offerta low cost attenta alla qualità estetica e all’innovazione.
La spesa si sposta sui beni immateriali e su quelli che riguardano relazioni e convivialità. Non a caso le tecnologie della comunicazione continuano a vedere una crescita. La stessa diffusione di cellulari e computer sostituisce passatempi più costosi e le comunicazioni hanno costi in calo.
L’economia della condivisione sostiene una cultura orientata all’affitto e al riuso piuttosto che all’acquisto di beni. Usare senza possedere è la nuova parola d’ordine ormai in molti settori. Si afferma il riciclo e la pratica dell’usato, ad esempio, nei beni che riguardano i bambini che hanno un tempo d’uso limitato e che vengono passati con piacere o rivenduti.
Non torneremo al passato, ma certamente cambierà il nostro modo di usare le risorse, a favore di un benessere che non si identifica completamente con il possesso, né tanto meno con l’ostentazione.

Maura Franchi – Laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing, Marketing del prodotto tipico. I principali temi di ricerca riguardano i mutamenti socio-culturali connessi alla rete e ai social network, le scelte e i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@gmail.com

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LA RIFLESSIONE
La politica dei bisogni nel tempo della globalizzazione consumista

Molte persone condividono l’idea che lo scopo di una società democratica e giusta debba essere quello di garantire la soddisfazione dei bisogni dei cittadini. Su cosa sia bisogno si è discusso per millenni e il dibattito è ancora aperto: già Plutarco sosteneva che “la ricchezza conforme a natura ha i suoi limiti e il suo confine, tracciato tutto intorno dal bisogno come da un compasso”. Egli affermava questo in un tempo in cui la popolazione mondiale poteva essere stimata in poco più di 200.000 milioni di persone, mentre oggi ha superato i 7 miliardi. Il contesto è radicalmente cambiato: egli viveva in un società a contato diretto con la natura, mentre noi viviamo in un ambiente in cui questo contatto è mediato dalla tecnologia, in una società tecnogena molto diversa dalle precedenti. Malgrado questo, allora come adesso, si parla di bisogni e di bisogno.

Qualcuno sostiene che sia possibile individuare bisogni comuni fondamentali e pianificare il modo per soddisfarli.
In prima istanza, sembra molto facile definire cosa serva all’uomo per vivere: aria, acqua, cibo, relazioni personali e sociali, sicurezza, un ambiente conosciuto dove potere esercitare le proprie capacità. Il modo in cui questo sistema di bisogni può essere socialmente organizzato è straordinariamente vario, come dimostrano le ricerche sociologiche, gli studi antropologici e i resoconti etnografici. Tuttavia, quando si isola il singolo individuo dalla propria cultura, dal proprio ambiente e dalle proprie tradizioni, considerandolo semplicemente come una macchina biologica, è molto facile immaginare prima e calcolare poi l’ammontare del bisogno, descrivendolo in termini di risorse ritenute scientificamente indispensabili per vivere. Molti organismi internazionali, a cominciare dalla Banca mondiale, lavorano indefessamente per descrivere il mondo proprio attraverso indici e standard numerici che, prescindendo dai contesti e dalle culture vitali, ci ritornano descrizioni asettiche, basate su statistiche che illustrano nazione per nazione, territorio per territorio, il reddito procapite, la disponibilità di medicinali, l’assunzione calorica giornaliera, la carenza di vitamine, il numero di parti per donna, la disponibilità di posti letto ospedalieri e via discorrendo. Si tratta certo di informazioni preziose, che però descrivono il mondo da uno specifico punto di vista (il nostro) e mostrano sempre, in base ad un puro confronto quantitativo tra i casi migliori e peggiori, la sterminata ampiezza di un bisogno oggettivizzato, universalmente definibile e quantificabile, che lascia intravedere altrettanto formidabili occasioni di consumo.

Qualcuno sostiene che il mercato sia l’unica soluzione per cogliere e soddisfare i bisogni della gente.
Viviamo in un mondo dominato da un’economia di mercato alla cui base sta l’idea di attori razionali orientati egoisticamente a perseguire le loro mete e preferenze soggettive. Il mercato è un’istituzione utilissima, ma come tutte le istituzioni, richiede regole chiare, comportamenti coerenti, condivisione di valori, trasparenza. Se, invece, gli attori che si muovono nel mercato sono più grandi e potenti degli stessi Stati ed Enti che ne dovrebbero regolare ed indirizzare il comportamento (come succede per molte multinazionali, per le banche, per i grandi investitori istituzionali), se l’unico criterio per avere successo nel mercato è la massimizzazione del profitto, è molto improbabile che il sistema possa andare incontro ai bisogni basilari delle persone e, in particolare, di chi possiede poco o non possiede per nulla. In tale contesto, è assai più semplice per i grandi player influenzare chi dovrebbe fare le regole ed è molto più redditizio manipolare attraverso la pubblicità le preferenze ed aspettative di consumatori. Il consumo per creare posti di lavoro, il consumo per far crescere il Pil sostituiscono il bisogno come motore dell’economia e diventano criteri necessari e sufficienti per far prosperare un sistema condannato alla crescita perpetua. In tale sistema, dove si ipotizza che solo le singole persone sappiano cosa è meglio per loro stesse, il consumo stesso rappresenta la prova a posteriori dell’esistenza di un bisogno, a prescindere da ogni tipo di ulteriore considerazione. Il bisogno finisce con il coincidere con la soluzione predisposta socialmente: il bisogno di salute viene sostituito dal bisogno di farmaci e di medici, il bisogno di mobilità dal bisogno di possedere l’automobile.

Qualcuno sostiene che si debba lavorare personalmente sui propri bisogni per acquisire una nuova consapevolezza.
Sospesi tra quanti impongono standard universalistici e quanti manipolano la percezione di ciò che serve, i cittadini sono sempre più spesso smarriti. C’è una straordinaria confusione costantemente alimentata dalla moda e delle strategie di marketing che diventano sempre più influenti e manipolatorie. Il riconoscimento dei limiti e delle fragilità, ma anche delle potenzialità e della creatività umana, apre allora la strada ad un’idea alternativa di bisogno, centrato sul protagonismo diretto della persona umana intesa come essere sociale responsabile e libero. Guardando sinceramente dentro di sé (piuttosto che esclusivamente verso l’esterno), riconoscendo la propria esigenza di vivere in un ambiente controllabile, coltivando la propria capacità di discernimento, sperimentando personalmente, l’uomo avrebbe la possibilità di esplorare e comprendere meglio la natura del proprio bisogno. Potrebbe dunque riconoscere e discriminare tra bisogni e desideri, tra bisogni e mezzi che la società mette a disposizione per soddisfarli; potrebbe rinunciare al consumo e scegliere stili di vita alternativi, cimentarsi nell’esplorazione creativa di soluzioni innovative non ortodosse. Il bisogno, depurato dai fraintendimenti del senso comune, diventa allora il motore di una sfida con cui cimentarsi e la chiave possibile dell’evoluzione interiore.

Qualcuno sostiene che si possano costruire comunità dove ognuno dà in base alle proprie capacità e riceve secondo i propri bisogni.
La valorizzazione della dimensione comunitaria e locale, della rete sociale, consente di guardare al bisogno da una prospettiva che può aiutare il cittadino ad uscire dall’isolamento che lo vede come singolo impotente di fronte al mercato impersonale e alla burocrazia anonima. Ne sono esempio le ormai numerose comunità intenzionali che si aggregano attorno a scopi specifici per fronteggiare insieme bisogni comuni. Bisogni quali l’abitare, lo spostarsi, la cura dei piccoli e degli anziani, la produzione e il consumo del cibo, l’appartenenza e il riconoscimento sociale, diventano in questi casi occasioni per trovare soluzioni che non si risolvono immediatamente ed esclusivamente nel consumo di beni e servizi codificati. Si tratta di un cambiamento basato sull’apprendimento che coinvolge singoli, gruppi, famiglie ed organizzazioni: esso richiede potenziamento di persone, orientamento alla libertà responsabile, capacità di visione e di pensiero sistemico, creatività portata alla concretezza, umana solidarietà: una direzione di sviluppo che porta ad agire fuori dagli schemi e dagli stereotipi, che va in direzione esattamente opposta rispetto alla creazione di consumatori passivi che credono di trovare nel mero consumo la chiave della felicità e di cittadini rissosi in costante competizione tra di loro.

Qualcuno sostiene che, per ottenere una società giusta, una riflessione spassionata sui bisogni dell’uomo e delle comunità che vivono in un ambiente tecnogeno, che non ha precedenti storici e che si evolve molto rapidamente, sia quanto mai urgente.
Una tale riflessione potrebbe forse partire dal riconoscimento e dall’integrazione di modalità di organizzazione del bisogno che possano garantire: un minimo essenziale di benefici per tutti in riferimento ad uno standard condiviso; la possibilità di scegliere tra differenti mezzi di soddisfacimento del bisogno; la libertà di esplorare percorsi di senso creativi alternativi allo statu quo ovvero alternativi al consumo coatto e all’imposizione forzosa di regole burocratiche; infine, la libertà di definire ed organizzare i bisogni su base comunitaria, anche in funzione di specifiche appartenenze culturali.

Ebbene sì, quasi duemila anni dopo Plutarco e in un contesto completamente diverso, c’è ancora bisogno di riflettere sui bisogni, c’è urgenza di nuovi concetti, c’è necessità di trovare nuove soluzioni concrete per soddisfarli: un buon segno e, di sicuro, una sfida che potrà determinare la qualità del nostro futuro.

Eco-eventi cercasi

Le intense attività di informazione e le varie iniziative di relazioni esterne (incontri, riunioni, convegni, seminari, etc.) che fortunatamente vengono svolte anche sul nostro territorio propongono un interrogativo: sono fatte nel rispetto dell’ambiente?
Si può infatti pensare anche di proporre un impegno generale di fare “evento” pensando alla salvaguardia dell’ambiente nel quale viviamo perchè per partecipare non occorre inquinare. Si svolgono, infatti, centinaia di iniziative utilizzando materiali usa e getta e lasciandosi dietro migliaia di euro sprecati in cose futili, montagne di rifiuti, tonnellate in più di CO2.
Proponendo le eco-iniziative si intende quindi promuovere e incentivare le esperienze migliori nel campo della riduzione dei consumi, degli sprechi e del riciclaggio promuovendo nel contempo una maggiore attenzione sui problemi generali dell’ambiente. L’organizzazione di iniziative che garantiscono azioni per una corretta riduzione degli sprechi, conferenze dove il materiale cartaceo è ridotto al minimo, sostituito da supporto usb, dove i fogli stampati siano certificati Fsc (Forest stewardship council) a garanzia del rispetto dell’ecosistema. Facendo attenzione alla realizzazione di manifesti, depliant e altro materiale pubblicitario, di un corretto utilizzo dei mezzi di informazione, ai consumi energetici della struttura che ospiterà il convegno e dei mezzi con cui i relatori e ospiti, in base alla distanza, raggiungeranno il luogo del convegno e così via. Così come rispettando la raccolta differenziata di plastica, vetro, carta e lattine; adottando accorgimenti per ridurre i rifiuti (ad esempio le bottiglie d’acqua con vuoto a rendere, oppure somministrare al tavolo dei conferenzieri l’acqua in brocca e bicchieri in vetro).
Pensare a delle eco-conferenze in cui l’usa e getta è completamente sostituito da materiali riutilizzabili, come ad esempio in occasione di pranzi o buffet, fare attenzione affinché ci siano piatti in ceramica e bicchieri in vetro con posate riutilizzabili o in materiale biodegradabile, per poterli separare assieme ai resti della ristorazione. Ma anche l’uso moderato di condizionatori nei periodi estivi, l’uso di impianti di illuminazione con lampade a basso consumo energetico, l’impiego di personale volontario nell’assistenza ai relatori e ai partecipanti, nella distribuzione dei vari materiali; l’utilizzo di gadget-borse magliette, cappellini-prodotti secondo i criteri del commercio equo e solidale, con tinte e materiali naturali. Inoltre indicazioni per muoversi a piedi, in bicicletta (magari mettendone a disposizione) o con mezzi pubblici. In due parole, un modo globale di essere ad impatto zero con il controllo della produzione di CO2 nella preparazione e realizzazione di eventi, accompagnandoli con iniziative promozionali esterne di forestazione e di tutela ambientale.
Un sogno? Non del tutto qualche buon esempio c’è già stato. Ve ne siete accorti con i Buskers? Io si.

Il Progetto eco festival è nato nel 2011 all’interno del Ferrara Buskers festival, manifestazione di arte di strada che ha mosso diverse centinaia di migliaia di spettatori da tutta Italia e in misura significativa anche dall’estero, coinvolgendo l’intera città di Ferrara.
Gli obiettivi specifici sono stati:
– ridurre lo spreco nell’organizzazione e nella fruizione del Festival;
– fissare standard sempre più elevati di rispetto ambientale nell’organizzazione di un grande evento;
– creare una speciale attenzione verso tematiche quali innovazione, responsabilità sociale e partecipazione;
– creare una vetrina delle aziende più attente all’ambiente e della creatività eco-sostenibile.

Le azioni che hanno sostanziato il Progetto Ecofestival sono state dichiarate, misurate e alla fine certificate da ente terzo (Bureau Veritas). Bravi.

L’OPINIONE
Da ottomila a mille
anche nei rifiuti
(e bisogna ridurre i consumi)

E’ opportuno ridurre il numero delle aziende che si occupano di ambiente o è un falso problema? La risoluzione della questione rifiuti sicuramente non si può risolvere solo trovando le migliori soluzioni di smaltimento di quantità sempre crescente di scarti, quanto in una più complessa politica industriale di coordinamento e di contenimento dei consumi in modo sostenibile e compatibile con tutte le esigenze ambientali. Questo almeno affermiamo in molti da moltissimi anni.

Per superare definitivamente l’emergenza rifiuti la più naturale e immediata azione da sviluppare non è, dunque, solo quella di fermare la crescita dei quantitativi dei rifiuti stessi e quindi quella di produrne meno (che sarebbe comunque ora iniziassimo a fare), ma anche di modificare radicalmente il sistema ambientale. La crucialità del problema dei rifiuti è di ordine economico, normativo, tecnico, ma anche e soprattutto culturale, una appropriazione culturale forte è necessaria non solo per promuovere una indispensabile coscienza civica, ma anche per sostenere lo sviluppo di risposte appropriate e a loro volta ambientalmente compatibili. Va quindi aperta una fase nuova nell’affrontare i problemi del settore.

Alle maggiori difficoltà deve corrispondere maggiore capacità di programmazione e controllo, e soprattutto il superamento di politiche aventi esclusivamente carattere di emergenza. Questa opzione pone dunque l’esigenza di costruire un nuovo sistema di regole, di controlli e di meccanismi di trasparenza che rivedano i diversi modelli organizzativi dei servizi. In sostanza, è del tutto assente su scala nazionale un modello di gestione rifiuti basato sul “sistema di gestione integrata”. Alcuni buoni esempi non bastano per garantire il sistema.
Per fare questo occorrono non singoli provvedimenti, ma interventi organici non dettati dall’emergenza, in armonia con le direttive comunitarie. I servizi di igiene urbana si contraddistinguono generalmente per il fatto che la formazione della domanda avviene per mezzo di un processo politico e si manifesta tipicamente attraverso le amministrazioni pubbliche, anche se poi in numerosi casi, specie quelli delle utenze che ricevono servizi specializzati, si viene configurando un rapporto più o meno diretto fra il gestore e l’utente.
La progressiva crescita dell’autonomia decisionale delle imprese pubbliche, anche a seguito dell’acquisizione della personalità giuridica prima e della quotazione in borsa poi, ha generato una serie di problemi interpretativi legati alle regole del mercato. A questo proposito, nei vari provvedimenti che si sono succeduti negli anni è leggibile una grande confusione, anche in funzione dei contingenti rapporti di forza fra le diverse lobby. Negli ultimi tempi, molte aziende pubbliche mostrano poi una propensione, molto maggiore del passato, a servirsi di imprese esterne per la gestione di diverse fasi produttive. Inoltre nessuna impresa privata ha mai assunto dimensioni superiori a quella regionale; in taluni casi, I’impresa privata (non pubblica) serve per tradizione territori piccoli. Inoltre in aree in cui il gestore ha un rapporto sostanzialmente illimitato nel tempo con il titolare del servizio, i meccanismi regolativi del mercato o della concorrenza per il mercato non esistono.
L’articolazione territoriale delle strategie di offerta di servizi di interesse pubblico incide infatti sull’efficienza dei sistemi di gestione e coordinamento (local policies) e i processi di globalizzazione delle economie rendono irrilevante la capacità competitiva della singola impresa (né la dimensione è fattore determinante di successo); il passaggio è dunque da concorrenza individuale ad efficienza di sistemi.

Il dibattito che sino ad oggi si è sviluppato, fondato su una semplicistica contrapposizione tra le diverse opzioni tecnologiche e organizzative deve approdare ad una conclusione in cui le diverse opzioni consentano una integrazione sinergica per far uscire il settore rifiuti dalla continua emergenza.
Va allora agevolata una trasformazione delle aziende (pubbliche e private) verso una struttura di coordinamento, tendente a scorporare funzioni operative e specializzazioni, con processi di parziale privatizzazione o costituzione di società di scopo e di servizio, ma va anche favorita una politica di alleanze pubbliche sia tecnologiche (impianti complementari) sia geografiche (ambiti in area vasta) sia per lo sviluppo (innovazioni).

In questa direzione è in crescita la gestione integrata dei servizi energetici ed ambientali sia per i processi di unificazione avvenuti in molte città sia per la costante implementazione delle competenze operative delle aziende che nel tempo stanno sviluppando crescenti capacità competitive su un mercato complessivo dei servizi collettivi. Dobbiamo dare grande importanza al nostro sistema di imprese, dobbiamo valorizzare la nostra capacità competitiva e di sviluppo, sapendo di poter contare su aziende leader ed emergenti che sappiano accrescere i vantaggi raggiunti. è di vitale importanza la crescita di una capacità di reazione del sistema d’imprese sia nella competitività tecnologica (e propensione all’investimento) sia nella potenzialità di espansione (e capacità di sviluppo).
Probabilmente non è più unico elemento rilevante la sola capacità competitiva di una azienda né la sua dimensione, ma diventa sempre più determinante l’efficienza globale di sistema e la qualità del sistema relazionale, perché la concorrenza nel mercato globale è sempre più una concorrenza fra sistemi. La globalizzazione è un processo che non deve essere misurato solo dalla dinamica degli scambi commerciali, ma da una molteplicità di interdipendenze che collegano i diversi sistemi locali in una rete di dimensione globale. Nel quadro di economie aperte occorre infatti avere una forte capacità di innovazione delle istituzioni e degli strumenti di governo del territori; definizione di progetti di sviluppo, ricerca di soluzioni ai problemi di coordinamento (di politiche, di strumenti e di risorse) e di compartecipazione (di soggetti pubblici e privati) a livello territoriale. Le imprese locali di pubblica utilità esprimono in questa regione un notevole potenziale competitivo che si può ulteriormente valorizzare nel tempo. Le imprese pubbliche emiliano -romagnole raccolgono infatti buona parte del know-how disponibile in Italia nella gestione delle acque, nella gestione dei rifiuti e nella gestione dei trasporti locali.

La sfida dei prossimi anni comporta quindi la costante espansione delle attività di servizio (al cittadino e all’impresa) con una tendenza sempre più accentuata alla specializzazione, anche per segmenti, e alla diversificazione del servizio offerto, al minor costo possibile. Non ci si deve preoccupare dunque se le nostre aziende crescono, ma se non sappiamo controllarle. Senza regolazione siamo comunque deboli. Questo bisogno di “governance” nei servizi pubblici ambientali però porta con sé anche elementi di conflitto o di interessi contrapposti su cui si discute troppo poco.
Per la migliore efficacia del ruolo e delle funzioni occorre dunque assicurare una crescente capacità di vigilanza su questioni che incidono direttamente sui cittadini. Da troppo tempo ad esempio abbiamo perso la conoscenza dei costi e dei prezzi; le tariffe sono diventate uno strumento di tassazione e non di analisi economica dei servizi. Bisogna allora maturare con maggiore forza la consapevolezza collettiva che occorre potenziare le politiche per il consumatore e gli strumenti di regolazione che lo riguardano; il tema della qualità dei servizi di interesse generale è quindi di crescente importanza perché tocca le esigenze concrete dei cittadini/consumatori sulla loro qualità della vita. Il ruolo ormai collettivamente riconosciuto fondamentale della cultura sostenibile ambientale assieme alla crescente rilevanza della percezione di qualità nei servizi pubblici richiedono un coinvolgimento di tutti i protagonisti del sistema intesi come parte di soluzione e soprattutto propone una forte interazione trasversale di società, economia ed ambiente.
La decisione, di questi giorni, di assegnare il ruolo di regolatore per i rifiuti all’Autorità per l’energia e il gas (Aeeg), dopo quello dell’acqua, è un passo importante rispetto al vuoto totale di questo periodo.

Istruiti per una cittadinanza planetaria

Studiare per il mercato? E se imparassimo a studiare per noi stessi, per difendere non solo i nostri diritti ma anche e prima di tutto la nostra vita? In realtà noi studiamo come consumare la vita, non come difenderla, preservarla, migliorarla. Dico la vita e non l’esistenza, perché per esistere si può fare in tanti modi. Ma il vivere è uno solo. Se lo studio è partecipazione alla cultura della specie cosa serve se domani la specie non c’è più, è destinata a scomparire? In questa frenesia a rendere tutto globale per l’interesse di pochi che arricchiscono fuori d’ogni misura, cosa c’è di più globale della qualità delle nostre vite personali, individuali, singole vite identiche di chi sta fianco a fianco nell’abitare questo mondo, al momento ancora glocale?
Tra le varie carte che noi umani scriviamo ce n’è una, visto che abbiamo appena celebrato la giornata mondiale della Terra, che è più Magna delle altre: la Earth Charter, la Carta della Terra. Ha la sua bella e accattivante origine proprio all’inizio di questo nuovo millennio, nel Palazzo della Pace all’Aia. È una carta etica, una proclamazione di intenti etici, un impegno morale che tutti quelli che condividono l’umana avventura dovrebbero onorare.
Per Joel Spring, pedagogista statunitense, docente al Queens College di New York, alcuni principi proclamati dalla Carta della Terra dovrebbero costituire il cuore di un curricolo scolastico di dimensione mondiale, il cui scopo non sia il mercato, bensì quello di perseguire un futuro di benessere per l’umanità. Del resto anche Edgar Morin, il filosofo sociologo francese, ha già da diversi anni lanciato questo appello con il suo Terre-Patrie.
Un curricolo scolastico urgente da realizzare, se prestiamo fede al preambolo della Carta. Ci avverte che stiamo attraversando un momento critico della storia della Terra, un tempo in cui l’umanità è chiamata a scegliere il suo futuro. Il mondo diventa sempre più interdipendente e fragile, riservando grandi pericoli, ma anche grandi promesse.
Partendo dai principi proclamati dalla Carta della Terra è possibile scrivere un curricolo comune a tutte le scuole del mondo, che istruisca le nuove generazioni ad esercitare una cittadinanza planetaria attiva e responsabile. Non si tratta di tracciare un percorso genericamente lastricato di buone intenzioni ecologiche, come è ancora nella pratica didattica delle nostre scuole, ma di scrivere un curricolo in grado di istruire generazioni di umanità nuova, di nuovi cittadini della Terra.
Istruire, perché i seguenti principi, proclamati dalle nazioni della Terra all’Aia nel 2000, non continuino a restare sulla carta, ma possano farci nutrire la speranza che un giorno si traducano in realtà:

1. Garantire l’accesso universale all’assistenza sanitaria in grado di promuovere la salute e la riproduzione responsabile.
2. Adottare stili di vita che enfatizzino la qualità della vita e un uso delle risorse adeguato a un mondo finito.
3. Promuovere la distribuzione equa della ricchezza tra le nazioni e al loro interno.
4. Sostenere il diritto di tutti a ricevere informazioni chiare e tempestive sulle questioni ambientali e su tutti i piani e le attività di sviluppo che possono incidere sulla vita di ciascuno.
5. Fornire a tutti, soprattutto ai bambini e ai giovani, le opportunità educative che li rendano capaci di contribuire attivamente allo sviluppo sostenibile.
6. Promuovere il contributo delle arti e delle scienze umane, nonché della scienza, all’ educazione alla sostenibilità.
7. Smilitarizzare i sistemi nazionali di sicurezza e convertire le risorse militari per scopi pacifici, tra cui il recupero ecologico.

Probabilmente il primo principio in materia di “riproduzione responsabile” solleva qualche reazione religiosa a causa delle implicazioni legate al controllo delle nascite. Tuttavia, l’effetto della riproduzione umana, in particolare l’aumento a spirale della popolazione mondiale, ha un impatto sulle questioni ambientali che va dalla disponibilità di risorse naturali fino al trattamento dei rifiuti. I contenuti dei nostri saperi si modificano, si arricchiscono, i cittadini della Terra di domani, che sono gli studenti d’oggi, hanno necessità d’ essere istruiti circa gli effetti prodotti dalla dimensione della popolazione umana sull’ambiente. Conoscere ciò che, se necessario, deve essere fatto per controllare la crescita della popolazione.
Il secondo punto, gli stili di vita. La felicità umana, la longevità sono le nostre aspirazioni, non i consumi di mercato. Occorre uscire dalle ambiguità. Almeno la scuola ha questo dovere in assoluto. Acquisire solide competenze su questo terreno è indispensabile, c’è un imperativo morale, fare in modo che le nostre ragazze e i nostri ragazzi apprendano attraverso la scuola gli strumenti per rivendicare e considerare imprescindibili gli stili di vita che sono indispensabili a proteggere la biosfera. Il terzo principio nella lista è il più importante perché le disuguaglianze uccidono ogni aspirazione individuale al benessere e alla felicità. Sebbene la realtà ogni giorno ci smentisca, dobbiamo affidare alle nuove generazioni il grande ideale umano di sconfiggere le iniquità. La questione della cattiva distribuzione della ricchezza fa sì che pochi speculino sull’uso delle risorse a danno di tutti gli altri e soprattutto del destino delle future generazioni. Il quarto principio è il cardine della conoscenza, l’ossigeno della consapevolezza, poiché è essenziale per qualsiasi cittadino, studente o insegnante avere un tempestivo accesso alle informazioni in materia ambientale. Il quinto principio elencato sostiene l’insegnamento della responsabilità etica, che devono condividere i cittadini della Terra, di proteggere la vita umana e la felicità di ognuno. Il sesto principio riflette l’approccio olistico alla conoscenza, l’idea di un curricolo integrato, dove i saperi volti a tutelare l’uomo, la sua vita, il suo ambiente siano fortemente interrelati in ogni percorso formativo. E, naturalmente, il soggetto dell’ultimo principio, la guerra. L’attività umana più distruttiva, che minaccia con la sola sua ombra la durata e la felicità di ogni vita individuale. Ce n’è abbastanza per scrivere un curricolo che ponga al centro l’uomo e il suo abitare la Terra, un curricolo le cui ragioni sarebbero state impensabili da John Dewey a Paulo Freire.

rossetto

I consumi in tempi di crisi: piccole ricompense e nuovi diritti

Da tempo i quotidiani denunciano la contrazione dei consumi e segnalano difficoltà e preoccupazioni di una parte ampia di popolazione, in questa prolungata fase di crisi economica. Ciò che appare meno evidente è che in tempi di crisi non si assiste solo ad una contrazione, ma ad una ridefinizione delle gerarchie di spesa. I tagli non colpiscono tutti gli strati della popolazione (questo è ovvio) e neppure tutte le tipologie di consumi, anzi le risorse più scarse si ridistribuiscono tra beni diversi da quelli che avevano la priorità solo pochi anni prima. Questo processo è incessante e accompagna l’evoluzione della società e del mercato, ma la crisi contribuisce a metterlo in evidenza. Così, anche quando la fase acuta della crisi sarà superata, la composizione dei consumi sarà comunque diversa.

L’adeguamento annuo del paniere Istat, presentato alla stampa nei giorni scorsi, segnala fenomeni apparentemente paradossali che sollecitano qualche riflessione. Come è noto, il Paniere Istat fotografa il cambiamento nelle scelte di consumo, mentre si propone di misurare l’indice di inflazione. Aumenta, negli anni (il Paniere opera dal 1928) il numero di prodotti considerati, segno della continua diversificazione dei bisogni e delle tipologie di beni. Per restare agli anni recenti, nel 2012 il numero di beni considerati era pari a 1.323 ed è pari a 1.447 nel 2014.

Quali nuovi consumi sono entrati quest’anno a comporre il Paniere? Entrano formaggio grattugiato in busta e formaggio spalmabile, caffè in cialde (e relative macchine), sacchetti per la raccolta differenziata, sigarette elettroniche. Tra le new entry anche il quotidiano on-line, la fotocamera digitale, il notebook ibrido, ovvero il portatile che può diventare tablet. Entrano poi lo spazzolino elettrico, la vaccinazione di animali domestici, gli pneumatici termici, il latte fresco di alta qualità e quello ad alta digeribilità, gli yogurt probiotici (mentre escono quelli biologici), indumenti per bambini come scarpe da ginnastica, pantaloni e costumi sportivi per la piscina.
Che tipo di consumatore fotografano questi dati? Intanto un consumatore impegnato nella fatica quotidiana e nella conciliazione dei tempi della vita: avanza la tendenza in atto da anni verso prodotti in grado di fare risparmiare tempo. Un consumatore che cerca una compensazione alle frustrazione nei piccoli piacere quotidiani, che si concede piccole spese non potendo accedere a quelle rilevanti: è il lipstick effect, termine da tempo coniato dagli economisti per spiegare il fenomeno per cui nei momenti di recessione economica, aumentano le vendite di beni non essenziali, di lusso a basso costo. Lo stesso fenomeno spiega perché i ristoranti continuano ad essere frequentati.

Un consumatore determinato ad utilizzare i vantaggi delle tecnologie, che vive l’accesso ai nuovi strumenti di comunicazione come via di inclusione sociale e diritto di cittadinanza. Un consumatore che vuole sentirsi in pace, che cerca di ricomporre le contraddizioni, usa i sacchetti per la raccolta differenziata (anche perché molte amministrazioni lo hanno obbligato a farlo) e fuma le sigarette elettroniche, per limitare i danni sulla salute. Un consumatore assetato di credenze e di rassicurazioni, come indica l’ingresso nel Paniere Istat dei probiotici, vale a dire di prodotti alimentari che promettono vantaggi per la salute.

L’ingresso di nuovi beni testimonia anche strategie di mercato, campagne di marketing particolarmente efficaci e mutamenti nella riorganizzazione della distribuzione, l’ampliamento dell’offerta low cost e dell’e-commerce, utilizzato per un numero crescente di beni e di servizi.
In sintesi, il cambiamento nei consumi esprime segnali di adattamento che non sono mossi solo da fattori economici ma dalla ridefinizione di valori e di priorità. Così si spiega la ricerca di beni di compensazione, di piccoli lussi domestici e la rilevanza assunta dai beni relazionali mediati ormai, in larga parte, dalle tecnologie.

Maura Franchi è laureata in Sociologia e in Scienze dell’Educazione. Vive tra Ferrara e Parma, dove insegna Sociologia dei Consumi, Social Media Marketing e Web Storytelling, Marketing del Prodotto Tipico. Tra i temi di ricerca: le dinamiche della scelta, i mutamenti socio-culturali correlati alle reti sociali, i comportamenti di consumo, le forme di comunicazione del brand.
maura.franchi@unipr.it

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