L’istinto del dono alla prova dell’individualismo moderno
Tempo di lettura: 5 minuti
L’istinto del dono alla prova dell’individualismo moderno
Dalla biosemiotica di Giorgio Prodi al canto della cellula di Siddharta Mukherjee: l’istinto bioetico del dono gratuito alla prova dell’individualismo moderno.
Se provassimo ad osservare il mondo non dal solito… periscopio puntato verso la superficie ma con una potente sonda immersa nei mondi sottostanti, chessò, nel terreno o all’interno di un alveare o “semplicemente” in un corpo umano, scopriremmo l’esistenza di strutture così geometricamente e gerarchicamente perfette da sembrare aliene.
In biologia alcune di queste organizzazioni comunitarie prevalentemente costituite (e instituite) da insetti si definiscono eusocialità (dal greco eu=buone); quindi vere e proprie società ideali che rappresentano il livello più elevato di organizzazione nel regno animale.
Formiche, api, termiti, ma anche bizzarri mammiferi come l’eterocefalo glabro condividono un’architettura sociale radicale: una rigida divisione del lavoro in caste, la cura collettiva della prole e la rinuncia totale all’individualismo. In queste comunità, la stragrande maggioranza dei membri è sterile e spende l’intera esistenza a favore della comunità.
Per decenni la scienza biologica ha vacillato davanti a quella che appariva come un paradosso darwiniano: perché un individuo dovrebbe “evolversi” rinunciando a trasmettere i propri geni?
La risposta canonica è arrivata dagli studi sulla kin selection (selezione per parentela) dell’entomologo Edward O. Wilson (Birmingham, 10 giugno 1929 – Burlington, 26 dicembre 2021): nelle api e nelle formiche, le operaie sono geneticamente così simili tra loro che cooperare per far sopravvivere le sorelle garantisce la trasmissione del proprio DNA molto più di una riproduzione solitaria.
Ma tradurre tutto queto a un mero calcolo automatico sarebbe riduttivo. Come era già stato intuito dall’oncologo e filosofo italiano Giorgio Prodi (Scandiano, 12 agosto 1928 – Bologna, 4 dicembre 1987), pioniere della semiotica naturale, la materia biologica stessa non è inerte e regolata da leggi cieche, bensì un fitto intreccio di interpretazioni e linguaggi.
Per Prodi la vita è intrinsecamente un fenomeno semiotico: una proteina, una cellula o un insetto non si limitano ad “esistere”, ma leggono e decodificano i segni dell’ambiente e dei propri simili. L’eusocialità, in quest’ottica, è la sinfonia comunicativa più complessa della natura, dove il singolo rinuncia alla propria firma individuale per diventare una parola (o una nota) all’interno del discorso (o della sinfonia) della comunità.
Questo coro non risuona solo nei formicai, ma si nasconde nelle fondamenta stesse del nostro corpo.
Nel suo saggio, Il canto della cellula (Mondadori, 2025), l’oncologo indiano Siddhartha Mukerjee (Nuova Delhi, 21 luglio 1970) descrive il corpo umano non come una macchina di pezzi separati, ma come un ecosistema integrato di cellule che comunicano incessantemente tra loro.
Il “canto” a cui fa riferimento Mukherjee è quel dialogo chimico e biologico (partendo da quello fisico-quantistico) che permette a miliardi di entità distinte di coordinarsi per dare … vita a un apparente unico essere vivente.
Nelle pagine del libro emerge un dettaglio fondamentale: la nascita stessa degli organismi complessi è stata possibile solo quando le cellule primordiali hanno smesso di farsi la guerra da sole e hanno accettato di cooperare, specializzarsi e, in molti casi, sacrificarsi attraverso la morte cellulare programmata (apoptosi) per il bene dell’intero organismo.
Noi stessi, nella nostra carne, siamo il risultato biologico di una radicale alleanza solidaristica.
C’è però una faglia profonda che separa il formicaio e il corpo umano dall’agire sociale dell’uomo: la volontarietà. Se la cellula o l’operaia sono automi vincolati a un copione chimico necessario, l’essere umano possiede la capacità unica di scegliere il dono gratuito.
La psicologia dello sviluppo mostra che i bambini già intorno ai 14 mesi tendono ad aiutare spontaneamente un adulto in difficoltà, senza aspettarsi ricompense e ben prima di aver assimilato i costrutti culturali (compresi quelli religiosi). La neuroscienza ha perfino isolato il fenomeno del warm glow (il calore del donare): quando compiamo un atto di pura generosità, nel nostro cervello si accende il sistema dopaminergico della gratificazione. La natura ci ha evolutivamente programmati per provare piacere fisico nel fare del bene agli altri.
Questa “bussola morale” mostra però una forte variabilità: se la neurobiologia ci fornisce un muscolo dell’empatia più o meno sviluppato (come mostrano gli studi sull’amigdala dei cosiddetti “altruisti straordinari”), è il contesto culturale a decidere se allenarlo o lasciarlo andare in atrofia.
È qui che la biologia e la semiotica cedono il passo alle riflessioni del filosofo italiano Roberto Esposito (Piano di Sorrento, 4 agosto 1950). Nei suoi studi sulla biopolitica, Esposito scava nell’etimologia della parola comunità (communitas) e vi rintraccia la parola munus (dono in latino). Il munus però non è un dono qualsiasi: è una donazione che comporta un dovere, un obbligo biologico e sociale nei confronti dell’altro.
Essere in comunità significa essere legati da un debito reciproco di cura e accoglienza che ci espropria, in parte, della nostra totale indipendenza. A questa dimensione originaria, la modernità ha opposto il paradigma dell’immunitas (l’immunità). Nel lessico giuridico e biologico, l’immunità è l’esenzione da quel debito; è la barriera protettiva che il singolo erige per non essere contagiato dall’alterità.
Se il formicaio di Wilson o il corpo umano di Prodi e Mukherjee rappresentano una communitas estrema e totalizzante – dove il munus schiaccia l’individuo a favore dell’organismo – le società umane odierne stanno scivolando nell’eccesso opposto: una ossessione immunitaria a diversi livelli.
Nel tentativo disperato di difenderci dal contatto, dalla vulnerabilità, dal legame, stiamo, come ha giustamente rilevato Bruno Vigilio Turra … esternalizzando l’amore. Cioè stiamo costruendo una società di monadi iper-immunizzate ma antropologicamente e sentimentalmente desertificate.
L’abbandono delle aree interne in Italia, il provincialismo cittadino che prende il posto del parrocchialismo di campagna (secondo una splendida intuizione del poeta irlandese Patrick Kavanagh), le barriere contro i migranti, il ritorno al nazionalismo sono tutti segnali di questo processo di iper immunizzazione in corso.
La eusocialità degli insetti non è un modello politico e sociale a cui ambire: il formicaio è la peggiore delle distopie. Tuttavia rimane un severo monito, ci ricorda che l’isolamento immunitario è una illusione biologica e semiotica: nessuna specie sopravvive tagliando i ponti con i propri simili e smettendo di interpretare o, peggio, di ignorare i loro segnali.
Mentre l’essere umano contemporaneo rischia di smarrire la gioia del dono volontario in nome della sicurezza individuale, le cellule del nostro corpo continuano a intonare il loro canto silenzioso per tenerci in vita. Forse guardando attraverso la lente della biopolitica potremmo riscoprire che il munus – l’obbligo del dono gratuito verso gli altri – non è una minaccia per la nostra libertà ma l’unica vera difesa immunitaria contro l’estinzione.
Cover: Foto di Sandeep Handa da Pixabay
Per leggere gli articoli, i racconti e le poesie di Giuseppe Ferrara su Periscopio clicca sul nome dell’autore.













Bellissima riflessione. La lettura mi ha evocato il termine africano Ubuntu che indicativamente significa “io sono perché noi siamo”…
Grazie Bruno. W gli …Ubuntu ( potrebbe essere il nome di una eu-tribu’…dove eu- non sta per europea, evidentemente😅