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“IO SO CHI SONO IO!”
Storie e voci di giovanissime/i al Banchetto dei Diritti di Arcigay

 

Come premessa

La scuola non è sempre un luogo sicuro: i “Libri Viventi” nei corpi adolescenti  dei giovani attivisti e attiviste lgbtqi+, ci raccontano di bullismo, incomprensione , discriminazione ed esclusione. Raccontano di sofferenza e solitudine accentuate dalla incapacità degli insegnanti di vedere o di intervenire ed anche dalla impossibilità di esprimersi completamente perfino in famiglia.

Non avrei mai pensato che ragazzi e ragazze tanto spigliati a presentarsi in pubblico e su temi tanto personali avessero problemi di rendimento scolastico. Eppure avrei potuto facilmente intuirlo: il bullismo è una delle cause del ritiro sociale e del rifiuto di tanti ragazzi e ragazze di andare a scuola. Dobbiamo fare tesoro delle loro esperienze e dei loro giudizi, perché quello che ci piace del nostro lavoro è la possibilità di essere facilitatori della ricerca di identità, della ricerca di senso, dell’incontro delle diversità.

In questo resoconto si leggeranno forti critiche agli insegnanti. Credo non ci si possa stupire di questo: nessuno e nessuna è attrezzata per natura a gestire situazioni, che non si possono affrontare solo con buona volontà, le buone intenzioni, il buon senso. Non bastano.

Purtroppo non basta nemmeno informarsi: nella mia esperienza di insegnante e di genitore, tante cose che ho ‘studiato’ le ho fraintese nella pratica, o applicate male, nel senso che non ne ho colto la sostanza o che ho dovuto prima fare un lavoro su me stessa per poterci arrivare con l’emozione, non con la ragione. Per questo è molto importante quello che ha detto una delle mamme: non è necessario capire, quello che è importante è esserci.
Vi rimando anche al primo post del mio blog, che vuole essere il programma di quello che scrivo: vietato rimproverare prima di avere ascoltato dovrebbe essere il nostro mantra .

Penso che sarebbe bastato questo, nei casi raccontati, per evitare tante sofferenze: interessarsi, ascoltare, credere, dare fiducia. Di questo parlerò nei miei prossimi articoli. Intanto aggiungo che sono convinta che l’ascolto serva anche a ridimensionare il bullismo, perché anche il bullo, la bulla, hanno bisogno di dire delle cose, ma devono imparare come dirle.

I Libri Viventi ci insegnano
Parlano i Libri Viventi
Il Banchetto dei Diritti di Arcigay

Al “Banchetto dei Dirittisabato 24 settembre 2022 organizzato da Arcigay Ferrara ‘Gli Occhiali d’Oro’, si è detto No alla disinformazione. É servito a tutti per la formazione e informazione sul tema dell’identità sessuale.
Abbiamo ascoltato e dialogato con giovanissimi attivisti e attiviste che hanno animato la Biblioteca dei libri viventi “perché raccontare e raccontarsi è l’unico strumento per superare stereotipi e pregiudizi. Conoscere è l’unica via per non discriminare”. Conoscere e conoscersi: “So quello che sono io” ha detto Nico, 15 anni: mi ha suscitato ammirazione per la consapevolezza che io nemmeno a più di 60 anni ho.

La consapevolezza del limite che indica la capacità di comprendere quello che c’è oltre. e di fare comprendere. È stato un pomeriggio illuminato, nonostante il grigiore, dalle voci squillanti e orgogliose di questi cuori a colori, così capaci di introspezione, così maturati dal dolore, così unici eppure così uguali nell’esperienza del bullismo, della discriminazione, dell’emarginazione.  Mi è parso che le parole e le riflessioni di questi giovanissimi e giovanissime abbiano gettato luce anche su chi sono io, chi siamo noi. 

“Io so quello che sono io. ”Gli altri vogliono rimanere ignoranti”. La consapevolezza per tutti e tre i protagonisti “Libri Viventi” (ho inventato i loro nomi) è arrivata verso i 12 anni.

Si sono dovuti documentare da soli e da sole su Internet, perché gli adulti non c’erano con loro,  prima di scoprire quale fosse la loro identità, unica, e prima di sapere dell’esistenza dell’ Arcigay, dove hanno finalmente individuato un ritrovo senza pericoli. Non è poco, visto che la loro breve vita è stata purtroppo piena di maltrattamenti e violenza fisica e psicologica, anche e soprattutto a scuola, dove non hanno trovato sempre la protezione degli insegnanti, dove hanno subito bullismo, derisioni, offese.

Fede e Ethan sono stati compagna e compagno nelle scuole medie e hanno avuto l’esperienza della bocciatura insieme. È importante avere almeno un insegnante vicino, ma per tante ore, perché se l’insegnante ha poche ore nella classe, è più un tormento che un aiuto, dicono all’unisono. Le affermazioni  risuonavano dall’una all’altro, a riportare lo stesso stato di angoscia, tristezza, frustrazione, rabbia, depressione. Ma anche di orgoglio: per essersi trovati, per avere raggiunto il proprio equilibrio e per avere il coraggio di manifestare e di manifestarsi per quello che sono, sapendo quanto valgono.

C’è stata anche la descrizione dello studio delle tattiche per manifestarsi con i compagni e compagne di scuola, con i genitori, fratelli e sorelle. E il problema con i nonni: già in famiglia inizia la solitudine e l’impossibilità di essere ciò che si è, perché i genitori non capirebbero e anche se ti ‘accettano’. Appunto, ti accettano soltanto. È anche vero, però, che ora, i genitori e anche zie, fratelli e sorelle sono venuti alla manifestazione a fare il tifo per loro.

Tante offese dai compagni e compagne di scuola, continue:
“Cambi tanto i tuoi comportamenti, dopo certi commenti mi chiudevo in camera non vedevo nessuno, non uscivo, non ero accettato, non ero benvenuto” .
“I
 commenti mi hanno formato il carattere: da timida e fragile, per via del bullismo, sono cambiata, rispondevo per le rime, come non avevo mai saputo fare”.
“I commenti mi hanno formato uno scudo, mia madre mi diceva che mi avevano tolto la luce negli occhi, mi chiudevo in camera, a volte non avevo la forza di alzarmi; mia madre e mio padre questo non lo accettavano”.

Ethan, Fede e Nico

L’anno in cui è stato bocciato, per un lungo periodo Ethan non è andato a scuola, si comportava male con i professori perché i compagni lo chiamavano con il nome e con il pronome che lui non voleva. Ethan infatti ha vissuto da bambina per i primi anni della sua vita, per poi scoprire di sentirsi un ragazzo.

Non si sentiva accettato nemmeno dai professori. Quando tornava a scuola dopo un’assenza veniva accolto con scenate perché gli insegnanti non coglievano la sofferenza che gli impediva di frequentare.  Lui rispondeva per le rime, anche sbattendo la porta.
Si sentiva triste, e solo la sua amica Fede gli dava comprensione. I compagni sapevano che stava male, ma a loro non importava niente, anzi infierivano. Ethan non accettava che ragazzi della stessa età lo insultassero e ha anche finito per aggredirli. 

Fede è stata bocciata sia per insofferenza all’ambiente ostile che per motivi di salute: i professori le hanno detto che avrebbe potuto portare il certificato medico per giustificare le assenze solo a cose fatte.  Quando Ethan aveva attacchi di panico gli insegnanti lo ignoravano, non lo lasciavano uscire dalla classe. 

Dice Nico: “Mi è caduta la motivazione e ho smesso di studiare”. Non si sentiva sicura in classe: è stata presa a pugni: lo ha detto alla coordinatrice, ma questa ha sospettato che fosse stata lei a provocare i compagni.

L’ambiente di scuola influisce enormemente sulla motivazione a studiare: la può far passare come può farla venire: “Essere bocciati è una crescita, abbiamo cambiato scuola, abbiamo imparato molto. Ai compagni non importava niente di me, prima, ma se ti trovi bene con i compagni ti viene più voglia di studiare”. 

Le parole della mamma di Ethan ci hanno commosso: sono state una dichiarazione di amore per il figlio, di fiducia, di stima, di sostegno senza se e senza ma. Un grande cuore accogliente e nessun argomento razionale. Anche se non comprende tutto, ha detto. lo sosterrà in tutto e per tutto.
Per la scuola c’è amarezza, da una parte, e gratitudine dall’altra, perché non sempre Ethan è stato accettato e protetto a scuola, ma ci sono insegnanti e presidi che lo hanno saputo accogliere.

Nico ha concluso con una riflessione: “Siamo tutti diversi nell’uguaglianza e tutti uguali nella diversità”.

Nota: Ovviamente Ethan, Nico e Fede sono nomi inventati 

PRESTO DI MATTINA /
La vita buona

 

Il bene comune, cuore della vita buona

Scrive il filosofo Charles Taylor [Qui] che l’orizzonte e la meta a cui tendono il nostro vivere non è solo quello di una vita buona in senso aristotelico. Non basterebbe, infatti, per la felicità di ogni cittadino, raggiungere il culmine dei valori a cui ciascuno aspira nelle loro giuste proporzioni.

Nell’età moderna, l’umanità scopre una nuova tappa del proprio cammino, nella quale acquista consapevolezza, che la vita buona trova nel “bene comune” la propria sorgente.

«È solo con la Riforma che si impone l’idea di ispirazione cristiana che la vita comune è il nucleo stesso della vita buona… e – prosegue Taylor – credo che questa affermazione della vita comune, per quanto tutt’altro che pacifica e spesso svolta in termini non religiosi, sia diventata una delle idee più potenti della civiltà moderna…

La percezione dell’importanza della quotidianità e, conseguentemente, della sofferenza colora di sé l’intera nostra concezione di che cosa voglia dire veramente rispettare la vita e l’integrità umana» (Radici dell’io. La costruzione dell’identità moderna, Feltrinelli, Milano 1993, 27-28).

Non è un’intuizione, quella di Taylor, ma una constatazione difficilmente refutabile. Non si può giungere alla vita buona senza consapevolezza del bene comune o prescindendo dall’esercizio della condivisione come suo strumento di ricerca ed attuazione.

Il bene comune è così il bene stesso della vita buona: che è un bene per sua natura relazionale, in quanto si forma, cresce e matura solo dall’incontro della nostra libertà con quella dell’altro. Si verifica solo nelle relazioni interpersonali e trova il suo fine adeguato nella loro maturazione.

Già per Tommaso d’Aquino [Qui], del resto, il bene comune è il bene di tutti e di ciascuno, un bene che non sottrae l’essenziale alla persona, né impoverisce l’ambiente o la società. È quel bene che si attua negli individui per il fatto stesso della loro unione, e a cui tutti sono chiamati a partecipare.

Nel contesto dell’esperienza cristiana si esprime e si attua nell’orizzonte di una comunione e nello stile di un camminare insieme, sinodale appunto: «Il bene comune – così si esprime il Concilio − si concreta nell’insieme di quelle condizioni sociali che consentono e favoriscono negli esseri umani, nelle famiglie e nelle associazioni il conseguimento più pieno e più rapido della loro perfezione» (Gaudium et spes 74 b; cfr. anche 26; pure la Dichiarazione Dignitatis humanae, 6).

Con gli Orientamenti pastorali per il decennio 2010-2020, Educare alla vita buona del Vangelo la Conferenza episcopale intendeva offrire «alcune linee di fondo per una crescita concorde delle Chiese in Italia nell’arte dell’educazione».

Nel mezzo di questo cammino papa Francesco si è inserito facendo emergere un’ulteriore consapevolezza: quella che si educa alla vita buona del vangelo se si educa alla sinodalità, vivendola come stile permanente di chiesa in una convivialità delle differenze e comunione nelle diversità.

Il Cristo in noi è così speranza di vita buona, il bene comune, come pure la sua “pro-esistenza”, il suo esistere per la vita buona degli altri diventa quel bene comune a cui partecipare.

Se si fa proprio lo stesso sguardo di Gesù, questo sarà capace di aprirci ad una umanità nuova e piena: «Nel gesto della moltiplicazione dei pani e dei pesci è condensata la vita intera (vita buona) di Gesù che si dona per amore, per dare pienezza di vita (vita comune). Neppure il suo corpo ha tenuto per sé: “prendete”, “mangiate”» (EVBV, 18).

Emblematico, come uno scossone, fu l’intervento di papa Francesco nel gennaio del 2021, cinque anni dopo il Convegno ecclesiale di Firenze, in cui espresse l’urgenza di non fermarsi a quell’evento.

Egli sprona ad essere anzi solleciti nel ripartire da quell’evento per avviare un processo di conversione in stile sinodale, che testimoni la gioia di vivere, quella vita buona che scaturisce dall’annuncio e dalla pratica vicendevole del vangelo negli ambiti decisivi del proprio vivere.

Così papa Francesco: «Cruciale risulterà la sfida dell’annuncio del Vangelo in un’Italia in continuo cambiamento che fatica a incontrare la gioia di credere. Una sfida che passa dalla liturgia, dalla famiglia, dai giovani, dalla carità: tutti ambiti (quelli emersi al convegno) che entreranno nel processo sinodale. Lo sguardo verrà rivolto anche alla società: il che significa, ad esempio, toccare i temi della cultura, delle povertà, delle fragilità, della cittadinanza, del lavoro.

E idealmente il Sinodo congiungerà quasi un ventennio di vita ecclesiale italiana, recependo gli ultimi due Convegni nazionali: quello di Firenze nel 2015 e quello di Verona nel 2006 (con i suoi cinque ambiti: affettività; lavoro e festa; fragilità; tradizione; cittadinanza)».

Come realizzare questo? a partire da dove?

Questa la risposta del papa: «Al centro del cammino sinodale ci sarà l’ascolto, che vuol dire primato delle persone sulle strutture, corresponsabilità, attenzione ai variegati volti della Chiesa italiana. La CEI è ben consapevole che la comunità ecclesiale del Paese ha storie e sensibilità non uniformabili che sono, anzi, una ricchezza e lo specchio della “convivialità delle differenze” che caratterizza la vita di fede nella Penisola».

Un debito di ascolto

«Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole» (Rm 13, 8).

Nel suo libro La vita comune, Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) [Qui] scriveva: «Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo. Chi non sa ascoltare il fratello ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare» (La vita comune, Brescia, 1969, 147-149).

Dopo l’intervento del papa, nella 75ª Assemblea generale straordinaria della Conferenza episcopale italiana, il 22-25 novembre 2021, la decisione unanime fu quella di mettersi in ascolto del popolo di Dio, di tutti i battezzati, e di «aprire il cuore e l’orecchio a quanti (…) sono rimasti ai margini della vita ecclesiale», di colmare «la distanza che separa il Vangelo dalla vita», di «riorganizzare la speranza, in una società che corre veloce lasciando spesso indietro i più deboli, che subisce il fascino mutevole delle mode, che parla linguaggi nuovi e fa dell’individuo il suo centro».

Così iniziò il primo tratto di quel processo di consultazione del cammino sinodale con la consapevolezza di dover dare spazio alla creatività di ciascuno, sino a consentirgli di travalicare i confini già tracciati.

La strada da percorrere, per quanto sconcertante possa sembrare, è quella dell’ascolto, del sostegno e della vicinanza, anche da parte dei pastori al popolo di Dio: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese. Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve» (Ap 2,17).

Verso chi siamo in debito d’ascolto?

La risposta è venuta ai pastori dalle riflessioni e dagli interventi emersi nei 50.000 gruppi sinodali delle chiese e comunità cristiane, per un totale di 219 testi pervenuti alla CEI. Una cartina di tornasole che ha fornito un quadro delle aspirazioni di rinnovamento più avvertite tra i cristiani, senza risparmiare critiche al panorama ecclesiale italiano.

Così nella Sintesi nazionale della fase diocesana del cammino sinodale, pubblicata il 18 agosto 2022, si è evidenziato il fatto che la Chiesa italiana soffre di “un debito di ascolto” nei confronti di diversi soggetti, tra cui soprattutto i giovani, le vittime di abusi sessuali e di coscienza, i poveri.

È detto pure che la prassi dell’accoglienza dovrà ripartire innanzitutto dalle differenze, specie da quelle nei confronti delle quali le chiese e le comunità si sono mostrate più impermeabili. Differenze generazionali, nate da storie ferite, di genere, d’orientamento sessuale, culturali, sociali o legate alla disabilità.

Forte la sottolineatura sulla necessità di puntare alle relazioni, perché l’incontro con le persone diventi il centro stesso dell’azione pastorale, capace poi di avviare anche una trasformazione degli ambiti e dei soggetti che compongono le stesse istituzioni ecclesiali.

È proprio il lasciarsi permeare dalle differenze intra ed extra ecclesiali, che porterà alla luce il nuovo e indicherà le vie per realizzare quella “riforma della chiesa in uscita missionaria”, auspicata da papa Francesco nella Evangelii gaudium (n. 17).

In questa direzione si muove a non per caso l’intervento di apertura di papa Francesco al Congresso dei leader religiosi del mondo riuniti a Nur-Sultan in Kazakhstan a metà settembre:

«Ma come intraprendere una missione così ardua? Da dove iniziare? Dall’ascolto dei più deboli, dal dare voce ai più fragili, dal farsi eco di una solidarietà globale che in primo luogo riguardi loro, i poveri, i bisognosi che più hanno sofferto la pandemia, la quale ha fatto prepotentemente emergere l’iniquità delle disuguaglianze planetarie».

Ancora e sempre dall’ascolto verrà così la capacità di lavorare insieme nei cantieri di casa nostra: i “Cantieri di Betania”, così titola il testo che raccoglie le proposte e le indicazioni pastorali dei vescovi per il secondo anno della fase narrativa del sinodo.

Avevo già ricordato in precedenza che i cantieri sono tre: “cantiere della strada e del villaggio”, che implica l’ascolto dei diversi “mondi” in cui i cristiani vivono e lavorano, con la connessa questione dei differenti linguaggi da apprendere.

Poi quello “dell’ospitalità e della casa” (Betania casa degli amici): è questo il cantiere delle relazioni e delle strutture comunitarie da riformare e rendere vive, mettendo a tema, senza reticenze, ricchezze e limiti degli organismi ecclesiali di partecipazione.

Infine il cantiere “delle diaconie e della formazione spirituale”, che unisce la questione della corresponsabilità femminile nella comunità cristiana e l’ambito dei servizi e ministeri ecclesiali.

I Centri di ascolto

Nella proposta dei Cantieri di Betania vi è pure da svolgere un tema libero, da scegliersi in ciascuna chiesa; vedremo quale emergerà dalla nostra diocesi. Nel frattempo mi sono messo di buona lena e, dall’esperienza fatta in questi ultimi quattro anni nell’Unità pastorale di Borgovado, ho pensato che quello dei Centri di ascolto e del loro coordinamento sia un tema emergente e urgente, da focalizzare, perché capace di dare voce e fotografare non solo l’emergenza, i bisogni delle persone, la loro vita non buona e non condivisa, ma pure in grado di aprire le comunità a quel bene comune che si estrinseca in una cittadinanza solidale quale segno tangibile dell’annuncio evangelico.

Nei Centri di ascolto si prova a mettere in pratica un “ascolto attivo”, un’attitudine dialogica, in cui il momento emotivo si apre all’esperienza di un vero incontro empatico che continua nel tempo, capace di avvicinare le persone rendendole meno rigide e più permeabili di fronte alle differenze che caratterizzano questo nostro tempo.

L’ascolto attivo permette anche quelle connessioni formative e pastorali capaci di far interagire persone, ambiti e realtà diverse e di far emergere non solo la vita buona, ma pure il bene che hanno in comune.

Chiesa e territorio, parrocchie e città, visti come un unico “ecosistema” fatto di diversità che interagiscono nella ricerca e nello scambio, in vista di una vita buona per tutti.

Per le nostre comunità parrocchiali proprio la città nella sua complessità e diversità, con i suoi problemi e le sue periferie esistenziali, ma pure con le sue risorse, diventa spazio e scuola di umanità.

Ogni suo ambito, dalle università ai quartieri più poveri e marginali, può diventare uno spazio per la formazione e maturazione della coscienza personale, comunitaria ed ecclesiale, cantiere che pratica la cittadinanza e la mondialità.

Così i centri di ascolto, nella più ampio e attuale contesto del cantiere ecclesiale, possono diventare quello spazio pastorale di ospitalità, di scambio vitale che il concilio aveva indicato come luogo di evangelizzazione da attuarsi con una duplice apertura di ascolto: di Dio e dell’uomo.

Mi ha sorpreso e soprattutto incoraggiato a proseguire su questa strada l’ultimo numero dell’Osservatore di Strada, supplemento mensile dell’Osservatore Romano, voluto da papa Francesco come giornale che nasce dalla strada: “il giornale dell’amicizia sociale e della fraternità”. Il numero di ottobre è infatti tutto dedicato all’ascolto. L’editoriale di strada titola: Se non ascolti, l’elemosina la fai solo a te stesso.

«Ascolto le parole» dice il poeta Daniele Mencarelli [Qui]: «lì sta il senso della vita»; c’è un bene comune da trovare insieme perché dice ancora il poeta: «Tutto chiede salvezza».

Un volto d’uomo, un anziano che si affaccia sulla prima pagina come ad una finestra: ha preso la parola e anche le mani raccontano la sua storia.

E, appuntato lì vicino, un post-it con una poesia:

Si ascolta con gli occhi. Si parte da lì. Guardando.
Guardare chi si ha di fronte, e accogliere quello che ci sta dicendo,
ancora prima che abbia aperto bocca.
Ascoltare la sua figura, quello che ci dice il suo corpo.
Perché i corpi parlano infinite lingue.
Infine, ascoltare la sua voce.
La voce è un suono di carne.
E se la carne, o lo spirito, di chi ci sta parlando
è schiacciato dal peso del dolore, quel suono ne risente,
si incurva, spesso sprofonda,
altre volte diventa sottile come la punta di un ago.
E dice. Racconta. Rivela. O Mente. Fugge.
Ascoltare chi non ha parole, chi ne urla all’infinito,
chi ce le dice odiandoci, piangendo, chi scappando via.
Il dono, senza l’ascolto,
non è che un dare per annullare,
senza nulla aver dato veramente.
(D. Mencarelli in OdS, ottobre 2022)

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

Razzismo, xenofobia e russofobia.
Un dossier sui “danni collaterali” della guerra in Ucraina

 

Ci permettiamo un consiglio. Questa sera non ascoltate nessun telegiornale. E domattina, non accendete la radio per ascoltare il notiziario. Non passate nemmeno in edicola. Tempo e soldi risparmiati; le notizie dei reporter in Ucraina, le interviste, i commenti, le immagini, la finta commozione, l’ossequio alla narrazione dominante… sono sempre le stesse. Prendetevi una pausa dalla melassa della deprimente informazione italiana:  pigra, massificata, conformista, con la schiena curva.
Cercate per una volta qualcosa di diverso, di non ideologico, di più vero. Prendetevi il tempo per scaricare questo puntuale, informatissimo, straordinario dossier redatto dagli amici di Lunaria. Tanti, troppi episodi di “ordinario razzismo”, un puzzle di “brutte storie”  che raccontano una Italia (e una stampa, una politica, una società italiana) avviata “senza pensiero” verso una strada sempre più lontana dalla nostra Costituzione. Forse non è troppo tardi per accorgersi di questa pericolosa deriva, che, badare bene, coinvolge tutti e ognuno di noi. Buona lettura.
Francesco Monini


Con la guerra non può esserci pace.
Accogliere è giusto e si può fare.
Il ritorno incomprensibile e inaccettabile della guerra in Europa, l’accoglienza e la solidarietà straordinarie offerte ai cittadini ucraini in fuga ci ricordano innanzitutto questo. Ma ci raccontano anche molto altro.

Con la guerra proliferano anche la xenofobia e il razzismo. Prendono ossigeno i peggiori nazionalismi. Nascono distinzioni che sfociano in nuove forme di discriminazione.

In questo dossier cerchiamo di raccontarle, sapendo di correre un rischio insidioso. Quello di riproporre, senza volerlo, quella tendenza alla polarizzazione che da molto tempo (ben prima della diffusione del Covid-19 e dell’aggressione russa all’Ucraina) denunciamo come un paradigma strutturale e patologico del discorso pubblico.

Non è nostra intenzione assecondare una logica binaria che contrappone i diritti dei profughi ucraini a quelli dei profughi, dei richiedenti asilo e dei rifugiati provenienti da altre aree del mondo. Al contrario, ciò che sta avvenendo oggi ci induce a chiedere che l’accoglienza, la solidarietà, la pietas umana rivolte ai profughi ucraini da parte delle istituzioni, dei media e dell’opinione pubblica occidentali siano estese a tutte le persone bisognose di protezione, indipendentemente dalla loro origine nazionale.

D’altra parte, è indubbio e incontestabile il trattamento diverso che le istituzioni dell’Unione Europea e nazionali hanno riservato ai profughi ucraini rispetto ai profughi provenienti da altre aree di conflitto. Raccontarlo ci sembra non solo giusto, ma eticamente indispensabile.

L’attenzione mediatica dedicata alla guerra in Ucraina è eccezionale. Non accade lo stesso con i conflitti che affliggono molti altri paesi del mondo. E nel racconto di questa guerra affiorano pregiudizi e stereotipi che strutturano un radicato eurocentrismo bianco.

La solidarietà unanime del mondo politico con i profughi ucraini lascia trapelare furbe e opportunistiche distinzioni tra “profughi veri” e “profughi falsi”.

Persino il mondo della cultura e dello sport si sono piegati alla logica binaria dello scontro con il nemico con ostracismi incomprensibili nei confronti di scrittori, artisti e atleti russi.

Di tutto questo parliamo nel dossier.

E’ infatti difficile spiegare a uno studente nigeriano in fuga dall’Ucraina perché è stato fatto scendere da un treno diretto in Polonia.

E’ difficile spiegare a un profugo siriano o a una donna afghana perché la loro tragica sofferenza non incontra la stessa attenzione di quella, terribile e ingiustificabile, cui sono sottoposti i milioni di donne e bambini ucraini che stanno per fortuna incontrando un’accoglienza mai vista prima in molti paesi dell’Occidente.

E’ impossibile spiegare a un richiedente asilo sudanese perché per lui e per i suoi concittadini non è possibile raggiungere l’Europa senza rischiare la propria vita nel deserto e nei viaggi della morte nel nostro Mar Mediterraneo.

Così come è complicato distinguere i volontari delle Ong impegnate nelle missioni Sar nel Mediterraneo, stigmatizzati con disprezzo come “taxi del mare” da quei volontari polacchi che, in soccorso ai profughi ucraini, sono invece definiti “taxi della speranza”

Per aver osato nel 2016 comprare dei biglietti di autobus da Roma a Ventimiglia per nove migranti provenienti dal Sudan e dal Ciad (sgomberati in modo violento pochi giorni prima da uno dei numerosi sgomberi subiti dall’associazione) tre volontari dell’associazione Baobab Experience di Roma sono accusati invece di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”. Il 3 maggio ci sarà l’udienza del processo. E agli amici di Baobab Experience va tutta la nostra solidarietà.

Queste scelte e questi trattamenti differenziati e selettivi, che sembrano subordinare la garanzia dei diritti umani fondamentali e del diritto di asilo alle logiche di potere e agli interessi economici e geopolitici, restano per noi incomprensibili.

Denunciarne l’ingiustizia è l’obiettivo del nostro dossier.

A cura della Redazione di Lunaria e Cronache di ordinario razzismo

Clicca qui per scaricare e leggere il dossier

Lunaria è un’associazione di promozione sociale senza fini di lucro, laica, indipendente e autonoma dai partiti fondata nel 1992. Promuove la pace, la giustizia sociale ed economica,l’uguaglianza e la garanzia dei diritti di cittadinanza, la democrazia e la partecipazione dal basso, l’inclusione sociale e il dialogo interculturale. Lunaria pratica e favorisce processi di cambiamento sociale a livello locale, nazionale e internazionale attraverso attività di advocacy, di animazione politico-culturale, di comunicazione, di educazione non formale, di formazione e di ricerca, campagne di informazione e di sensibilizzazione e il lavoro in rete. Mobilità e volontariato internazionale, politiche giovanili, migrazioni e lotta al razzismo, analisi delle politiche pubbliche di bilancio, economiche e sociali, sviluppo sostenibile, lotta alle disuguaglianze, sono al centro del suo impegno sociale.
Dal 2009 Lunaria documenta il razzismo quotidiano nei suoi libri bianchi e dal 2011 lo racconta sul sito dedicato Cronache di Ordinario Razzismo. Quest’anno Lunaria compie 30 anni.

Lo stesso giorno
20mila profughi albanesi sbarcano a Brindisi

7 marzo 1991
circa 20mila albanesi sbarcano a Brindisi: è il primo sbarco di massa

La storia umana è fatta di continue migrazioni. L’Homo erectus raggiunse il Sudest Asiatico circa due milioni di anni fa. Il sapiens 100mila anni fa iniziò a spostarsi nel vicino Oriente. Oggi i flussi migratori sono in continuo mutamento, ma i motivi identici: scampare alla fame e fuggire da una guerra.
Anche l’Italia  è stata al centro di tanti e diversi flussi. Dopo l’Unità e almeno fino al Boom degli anni ’60  è stata un Paese di forte emigrazione. Si stima che tra il 1876 e il 1976 partirono oltre 24 milioni di persone.
Da metà degli anni ’70 in poi per la prima volta un leggerissimo saldo migratorio positivo (nel 1974 si registrarono 101 ingressi ogni 100 espatri). Le immigrazioni non avvenivano come siamo abituati a vederle oggi, non si trattava di immigrazioni di massa.
Il primo grande sbarco avvenne questo stesso giorno, il 7 marzo 1991.

All’orizzonte di Brindisi apparve una cosa mai vista prima. A largo della costa due grandi navi mercantili partite dall’Albania, la Tirana e la Lirija, con a bordo 6.500 persone si dirigevano verso le coste italiane.
In breve tempo la quantità di navi di ogni genere si moltiplicò, gli sbarchi erano continui. Nel giro di 24 ore un numero imprecisato di persone, tra le 18mila e le 26mila, arrivò sul suolo italiano.

Per l’Italia fu una sorpresa. I giornali non si occupavano praticamente mai di quello che succedeva in Albania, in pochi erano a conoscenza della difficilissima situazione che vivevano gli albanesi dall’inizio degli anni ’90. Praticamente nessuno sapeva che nei due mesi precedenti lo sbarco migliaia di albanesi arrivarono nella città portuale di Durazzo sperando di trovare un passaggio su una nave che li portasse in Italia. Il quotidiano di Brindisi in quelle ore scriveva: «gente esausta, affamata, ferita, senza un soldo in tasca, disidratata, semi-assiderata, con addosso indumenti che non potevano proteggerla da un marzo ancora troppo freddo. Eppure tutti quei disperati gridavano, ancor prima di scendere dalle navi, “Italia, Italia” e alzavano le braccia per salutare, con le due dita del segno di vittoria, sorridevano felici.

I brindisini da subito iniziarono una corsa alla solidarietà distribuendo acqua cibo e vestiti caldi spontaneamente, affiancando l’intervento celere ma insufficiente dello stato. Il Quotidiano di Brindisi la definì «una tale corsa alla solidarietà, all’aiuto spontaneo da sembrare quasi concorrenziale». Le persone davanti a tanta povertà e sfortuna non voltarono le testa ma con ogni mezzo possibile aiutarono quelle persone che scappavano dalla miseria.

Gli sbarchi continuarono fino ad Agosto. Migliaia di Albanesi raggiunsero le coste italiane e nonostante molti furono rimpatriati su aerei e traghetti con l’inganno (venne detto loro che sarebbero stati portati in altre città italiane), furono tanti quelli che riuscirono a rimanere in Italia grazie a permessi temporanei poi convertiti in permessi di soggiorno. Una possibilità, quella della conversione dei permessi temporanei, poi cancellata a causa della legge Bossi-Fini approvata nel 2002 dal governo di Silvio Berlusconi. Le norme in questione, soggette a tanti cambiamenti, si sono inasprite ancora nel 2008-09 con il pacchetto sicurezza Maroni approvato dal centro-destra.

Oggi sugli schermi dei nostri televisori siamo abituati a vedere spesso queste scene e abbiamo quasi normalizzato questa dinamica. La politica, come l’opinione pubblica, si è estremamente polarizzata sulle tematiche migratorie: da una parte chi chiede politiche attive per aiutare queste persone e essere realmente solidali, dall’altra chi vorrebbe rallentare l’afflusso inasprendo l’entrata nel nostro paese.

Proprio negli ultimi giorni diversi Paesi in Europa, commentando la dura guerra in Ucraina, hanno dimostrato come persino quando si tratta di persone che scappano da povertà e miseria ci sia una selezione dei migliori, una divisione tra migranti di serie A (europei e bianchi)  e di serie B (africani e neri).

Durante un intervento in Parlamento Matteo Salvini ha richiamato l’attenzione sulla necessità di aiutare chi scappa da una “guerra vera” e non da una “guerra finta”, chiama gli ucraini “profughi veri” anteponendoli a quei “profughi finti” che per anni sono arrivati sulle nostre coste.

In Inghilterra un giornalista ha definito i cittadini ucraini “relativamente civilizzati” contrapponendoli a quelli di Iraq e Afghanistan. Un inviato della BBC definisce “molto toccante” vedere “europei con occhi azzurri e capelli biondi che vengono uccisi”.
La BFM tv di Parigi sottolinea che “non stiamo parlando di siriani in fuga dai bombardamenti”, ma di “europei con auto che assomigliano alle nostre“.
Una giornalista della NBC in Polonia: “per dirla senza mezzi termini” – sottolinea durante il collegamento – “questi non sono rifugiati della Siria, questi sono rifugiati dalla vicina Ucraina, e francamente sono cristiani e bianchi, molto simili alle persone che vivono in Polonia.

La grande onda di empatia che ha investito i Brindisini e tutti gli italiani quel lontano 7 marzo sembra essere scomparsa e aver lasciato posto a molta indifferenza, e spesso a una narrazione razzista.
La memoria del primo grande sbarco dovrebbe insegnarci qualcosa.

Tutti i lunedì, per non perdere la memoria, seguite la rubrica di Filippo Mellara Lo stesso giorno. Tutte le precedenti uscite [Qui]

Quel filo spinato che ci avvolge
mentre l’Europa delle parole va in fumo

 

Tra Polonia e Bielorussia è in atto un altro episodio di guerra fredda caratteristico del secolo americano. La Russia spinge migranti alle frontiere dell’Ue probabilmente aiutata dalla Turchia a cui avrà fatto concessioni per qualche azione che consolidi le sue posizioni in Siria. Lo fa utilizzando quello che è un vero e proprio stato cuscinetto, la Bielorussia, l’ultimo che gli è rimasto dopo aver praticamente perso l’Ucraina a favore degli americani.

Perché lo fa. Cerca di assicurarsi il suo spazio vitale, di alleggerire il contenimento che stanno attuando gli Usa in un tentativo continuo di accerchiamento e di sfondamento delle classiche linee di difesa che furono sovietiche. E’ chiaro che le forze in campo sono a suo sfavore, la Nato può permettersi esercitazioni congiunte ai confini russi, in particolare nei Paesi Baltici dove spesso stazionano anche uomini e aerei italiani pronti a difendere l’Europa dai barbari, e allora Putin usa i migranti per creare scompiglio, rompere l’accerchiamento e poter anche accusare l’Ue di ipocrisia nelle sue politiche migratorie.

La Polonia costruirà un muro di 110 Km che la dividerà dalla Bielorussia e soprattutto dai migranti che vi stazionano desiderosi di raggiungere la civile Europa dei sogni. Progetto approvato dal Parlamento locale ma anche benedetto dal presidente del Consiglio Europeo, il belga Charles Michel, quello che aveva a suo tempo preso il posto a sedere alla signora Von Der Layen alla presenza di Erdogan.

Michel aveva aperto in un discorso a Berlino a muri e filo spinato per bloccare i migranti in arrivo dalla Bielorussia che suona come un’apertura all’uso di fondi Ue per nuove barriere che ha spiazzato i più attenti osservatori, ma anche la stessa Von Der Layen.

E anche la Lettonia si affretta ad approvare la costruzione di un muro ai confini con la Bielorussia, insomma contemporaneamente ai festeggiamenti per la caduta del muro di Berlino e la fine della vecchia guerra fredda ci si affretta a costruirne altri, quasi a dimenticare le critiche europee al muro con il Messico tanto voluto da Trump e lasciato al suo posto da Biden, segno che i muri ci appartengono.

Ci sono conflitti geopolitici in atto che imperi reali (Usa), imperi legati al passato ma desiderosi di nuovo splendore (Russia e Turchia) e imperi del futuro (Cina) stanno combattendo, in Europa e sugli Oceani, ognuno come può e con i mezzi a disposizione. Di questi, solo gli Usa sono presenti dappertutto, contengono la Russia in Europa e la Cina nell’ Indo-Pacifico, sfruttano le mire espansionistiche di Erdogan nel Mediterraneo e nei Balcani. Per i loro scopi strategici utilizzano a piacimento i paesi vassalli, come l’Italia che si lancia in operazioni oltre confine senza interessi nazionali da difendere, e la Nato tutta, per ribadire che l’Europa è americana oppure non è.

Ma oltre alla geopolitica esiste l’essere umano ed esiste una striscia di terra tra Polonia e Bielorussia, fatta di carne e sangue, di adulti e bambini, di terra bagnata e di donne incinte. Fatta di un’umanità sofferente dietro ai fili spinati, ai muri in costruzione, ai traumi delle botte alle frontiere e ai sogni infranti che non solo Putin e Erdogan si dovranno intestare. C’è Biden e c’è tutta l’Europa che è pronta a mostrare i muscoli, a “contenere” i nemici immaginari o reali con i caccia ultima generazione e le esercitazioni continue con la pretesa di essere migliori.

Europa capace di andare e rimanere in Afghanistan vent’anni in una missione fallimentare senza propri interessi strategici o tattici da difendere e capace di gridare al successo perché l’evacuazione è stata fatta in poco tempo e senza particolari traumi, tranne ovviamente per quelli attaccati agli aerei e caduti nel vuoto.

Ma quando arriva il momento di dimostrare di essere davvero qualcosa in più, quando la differenza tra ciò che dici e ciò che fai si materializza dietro l’ennesimo confine, l’Europa delle parole va in fumo. La miglior cosa che riesce a fare è costruire muri, accusare gli altri, trovare giustificazioni, accampare pretese.
E nel frattempo, in mezzo a tante parole, uomini e donne e bambini lasciati al freddo e alla fame per giorni, settimane e forse mesi, tra questi magari afghani che si era giurato di difendere, accompagnare al progresso e alla democrazia. Sarebbe bastato, e sicuramente basta ancora, accoglienza e un pasto caldo.

Chi ha lasciato solo Mimmo Lucano?

 

La condanna in primo grado a 13 anni e 2 mesi di Mimmo Lucano ha spaccato in due l’Italia. Esattamente come era successo quando il modello di solidarietà che il Sindaco di Riace aveva applicato nel suo paese era stato interrotto dall’intervento dell’allora ministro dell’interno Matteo Salvini e dall’operazione “Xenia” avviata della Procura di Locri.

Una sentenza assurda, abnorme, punitiva (la stessa Pubblica Accusa aveva proposto una condanna a di ‘soli’ 7 anni e 11 mesi) che oggi assume un valore politico generale, Centrodestra e Centrosinistra hanno già incrociato le armi. Un valore (e un clamore) quindi che travalica la grande ingiustizia cui è stato vittima l’uomo Mimmo Lucano. Se infatti l’ex sindaco e il ‘modello Riace’ erano diventati il simbolo di una strada solidale per affrontare il tema delle migliaia di migranti che continuano ad arrivare  in Italia, questa sentenza suona come un secca smentita di quel modello. E insieme uno sberleffo a tutte le donne e gli uomini che in tutta Italia si impegnano nell’accoglienza e nella solidarietà

Io però mi sono fatto, e vorrei fare a voi, una domanda imbarazzante. Perché Mimmo Lucano è stato ‘punito’ così duramente? Quale clima ha reso possibile che Mimmo, e insieme a lui l’accoglienza e la solidarietà, fossero condannate?

Mentre il Centrosinistra governava nel Governo Conte 2, e oggi nel Governo Draghi, la legislazione e la normativa in tema di immigrazione (quella del Decreto Minniti, e incrudelita dalla Lega dei respingimenti) è rimasta più o meno quella di prima: solo qualche limatura.

Per non turbare gli equilibri – ma la versione ufficiale è: “il momento non è favorevole” – né il Pd né nessun altro ha voluto aprire una pagina nuova nella gestione dell’immigrazione e dell’accoglienza. Basta parlare con qualche operatore impegnato a uno sportello di assistenza agli immigrati per capire come oggi sia ancora più difficile: permessi di soggiorno, ricongiungimenti familiari, alloggi, lavoro…

E ancora: né il Pd né nessun altro partito o partitino si è battuto seriamente per riaprire la via della immigrazione legale. E nessuno si è impuntato sulla Ius Soli. Una dichiarazione tipo: “O si fa la legge o me ne vado dal governo!”.  Macché, solo parole. Quelle famose di Bersani. Quelle di Renzi (sicuro, c’era anche nel suo programma, in fondo in fondo, ma c’era anche la ius soli). Quelle di Enrico Letta 1, effimero presidente del Consiglio. Fino a quelle, recentissime, di Enrico Letta 2, segretario di partito.

Ma il clima di non attenzione non riguarda solo i partiti. C’è la stampa mainstream e tutti i canali televisivi che di immigrati e immigrazioni si sono stufati. Se non c’è un bel naufragio – e nemmeno quello merita più la prima pagina – di immigrazione e accoglienza nei media non c’è più traccia.

E infine ci siamo noi tutti. Quel movimento che alcuni anni fa aveva alzato la voce, oggi, già prima dell’avvento del Covid, da circa 3 anni sembra disperso in mille rivoli, muto, incapace di farsi sentire, La battaglia in nome dell’accoglienza, dei diritti umani, della solidarietà, dei bambini “tutti italiani” si è persa per strada. Poteva, doveva essere una spina nel fianco, un pungolo per ottenere risposte concrete dalla politica e dal parlamento. Così non è stato. E la politica si è occupata d’altro

La conclusione è amara. Non diamo tutta la colpa ad un giudice forcaiolo. E nemmeno al solito Matteo Salvini. La verità è che Mimmo Lucano è stato lasciato solo. I partiti di sinistra e dintorni, ma anche noi che andavamo in piazza per Mimmo Lucano con le bandiere della solidarietà, non abbiamo difeso la sua e la nostra utopia.

Cover: l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano nel 2018 – Fotogramma 

La Rete per le Fragilità al Comune di Ferrara:
serve una politica più incisiva per il contrasto alla povertà

 

Alla cortese attenzione del Direttore
Gentilissimo,
a seguito del faticoso percorso intrapreso dal movimento che è stato messo in essere dal centro di ascolto Borgovado,
il gruppo Rete per le fragilità chiede ospitalità sul suo giornale.
A gennaio scorso è stata convocata la IV Commissione Consiliare presieduta dal prof Tommaso Mantovani per dibattere la questione Emergenza freddo e povertà, cui abbiamo partecipato insieme agli enti e assessorato preposti.
Alcuni importanti obiettivi sono stati raggiunti, ma altre questioni molto determinanti risultano ancora poco chiare sulla modalità di intervento .
E’ perciò che richiediamo un secondo appuntamento in Commissione Consiliare per capire e cercare soluzioni reali e concrete nei confronti di coloro che per vari motivi si trovano in condizioni critiche e che devono essere aiutati, senza distinzione, semplicemente perché sono esseri umani.
A seguito le firme di cittadini che in vario modo e impegno si occupano di questa vasta problematica e appoggiano le nostre richieste.
Ringraziamo per l’ospitalità e salutiamo cordialmente
Patrizia Di Mella e Cristiana D’Amore per il gruppo ‘Rete per le fragilità’
(Viale K, Filippo Franceschi, Emergency Ferrara, Migrantes e Centro di Ascolto Borgovado) 

e inoltre:
Nadia Nardini
Biagia Cobianchi
Dario Poppi
Bruna Grasso
Tiziano Tagliani
Paola Cristofori
Eleonora Tartarini
Mattia Montanari
Asia Capozza
Andrea Bonora
Giorgio Miotto
Edoardo Giberti
Maria Rosaria Galdi
Vincenzo De Simone
Elisabetta Venturi
Guglielmina Barlati
Giacomo Ferraresi
Maria Teresa Lucci
Leonardo Badia
Gloria Borghi
Emanuele Pecorari
Bernardetta Forini
Giorgio Forini
Lucia Albanese
Roberto Cassoli
Secondo Ferioli
Anna Missanelli
Laura Chiappini
Elisabetta Bolognesi
Davide Nanni
Luigi Perfetti
Beatrice Virgili
Livia Bonfà
Giovanni Ferraresi
Anna Maria Faccini
Ornella Catozzi
Nicola Martucci
Giuliano Campana
Cristina Zanella
Luigi Rasetti
Maria Calabrese
Nora Lhomy
Alessandro Tagliati
M.Patrizia Pareschi
Laura Roncagli
Roberta Verri
Chiara Ferraresi
Alessandra Muntoni
Lucia Castelli
Luciana Mattioli
Mauro Presini
Corinna Mezzetti
Paola Cocchi
Arianna Chendi
Corrado Oddi
Beatrice Faccini
Alessandra Chiappini
Elisabetta Bondanelli
Greta Giberti
Alessandra Mambelli
Anna Maria Fioravanti
Maria Cristina Squarzoni
Luca Marzola
Alessandra Scida
Guia Coceancig
Nicoletta Mastrantonio
Claudio Orlandi
Ilaria Ferioli
Chiara Alberani
Monica Borghi
Federico Malfaccini
Marco Ferraresi
Lia Ronconi
Vittorio Lazzerini
Damiano Furini
Gaia Aragrande
Giulia Tessarolo
Serena Cavallari
Mattia Vallieri
Francesco Raimondo
Rita Conato
Chiara Chiappini
Daniela Salvi
Mario Manca
Massimo Faggioli
Mario Bonati
Alda Caranti
Tito Cuoghi
Silvia Sansonetti
Nadia Migliari
Claudia Zanotti
Caterina Selvatici
Michele Rizzoni
Paolo Santarelli
Nadia Benazzi
Mara Salvi
Donatella Verna
Roberta Rizzati
Roberto Pavani
Cecilia Bolzani
Grazia Satta
Francesco Monini
Emanuela Cavicchi
Michele Capozza
Roberto Liguori
Giorgio Forini
Elena Molinari Tosatti
Raffaella Lucci
Donatella Palchetti
Stefania Santi
Mario Manca
Lucia Forini
Gaetano Zanghirati
Emmaus
M.Claudia Canella
Michele Rizzoni
Silvia Mastrangelo
Giovannella Borgatti
Giuliana Andreatta
Luisa Lampronti
Chiara Tassinari
Giuliana Castellari
Mariasole Perrone
Francesca Di Vece
Cesira Ghinatti
Meris Cavazzini
Diana Alberghini
Albertina Margutti
Marinella Bonazza
Silvano Graffeo
Roberto Cassoli
Valerio Taribello
Patrizia Lucchini
Dino Mazzon
Zanetti Valeria
Carla Occhiali
Francesca Pedrazzi
Manuela Fantoni
Maria Rosa Parenti
Aida Ferri
Odilia Gavioli
Antonella Zambonati
Claretta Schiavina
Ottavia Gallerani
Daniela Bonazza
Giovanna Marchianò
Laura Gulinati
Ornella Farinelli
Nevio Zagatti

Al Presidente della IV Commissione Consiliare
prof. Tommaso Mantovani
e ai gruppi consiliari
Come rappresentanti della ‘Rete per le fragilità’ impegnati con famiglie che versano in gravi difficoltà sociali siamo a richiedere un secondo incontro della quarta commissione consiliare su questo tema.
Riteniamo opportuna la convocazione della commissione consiliare per allargare il confronto e l’approfondimento a tutte le rappresentanze dei gruppi politici della città per sensibilizzare e proporre un metodo comune e condiviso di agire, perchè siamo tutti
convinti che questa sia una questione trasversale che riguardi la cittadinanza intera.
Dopo l’incontro online con l’assessora Coletti del 27 maggio scorso in cui sono stati trattati il tema della seconda accoglienza, già affrontato nella prima riunione della quarta commissione del 14 gennaio, e la nuova questione pratica legata alla residenza dei senza fissa dimora, non ci è chiaro se e come questa amministrazione voglia rispondere ai bisogni delle persone ospiti dei dormitori.
Circa la seconda accoglienza, chiediamo che ci venga fornita documentazione sugli immobili di via dei Baluardi n 27, di proprietà demaniale e ristrutturati dalla prefettura, che ci risultano abitabili ma non utilizzati. E di altri immobili che potrebbero essere messi a disposizione da parte del Comune per allargare i posti di seconda accoglienza.
Vorremmo infatti capire meglio come sono utilizzate le risorse indicate nel corso della precedente riunione quantificate dall’Assessora Coletti in 700.000 euro per la povertà e conoscere se vi sono ulteriori risorse (anche da parte dello Stato o della Regione) per poter affrontare nuove situazioni di povertà.
L’utilizzo di ulteriori appartamenti/strutture permetterebbe di liberare in parte i dormitori attualmente sovraffollati ed avviare percorsi di autonomia anche attraverso tirocini formativi per il reinserimento sociale ed economico delle persone.
Preme inoltre capire come possiamo interpretare (anche se il bilancio non risulta ancora approvato dall’assemblea dei soci) la riduzione di 412.000 euro rispetto al preventivo del Progetto povertà sul bilancio di ASP (riportato dalla Nuova Ferrara del 9/5/2021) per interventi non avviati e posticipati: quali?
Alcune delle problematiche emerse dal primo incontro della commissione sono state risolte (tamponi e accoglienza covid, oltre che l’aggiunta di nuovi posti letto) ma l’intervento deve proseguire ed essere tempestivo per non arrivare ad una ulteriore emergenza sociale.
Anche la buona prassi della residenza fittizia concessa alle persone in accoglienza chiediamo venga proseguita per consentire alle persone di godere concretamente dei propri diritti.
La pandemia ha creato un’importante crisi economica che può degenerare in una bomba sociale. Invitiamo l’amministrazione comunale a strutturare, entro breve tempo, delle strategie per rispondere ai bisogni primari degli strati più deboli della popolazione per evitare che la disperazione cresca ed esploda con conseguenze gravi che si ripercuoterebbero sull’intera collettività.
In attesa che ci venga comunicata la data dell’incontro porgiamo saluti cordiali.
Patrizia Di Mella e Cristiana D’Amore per Rete per le fragilità

La “Transizione” ecologica non basta:
dobbiamo trasformare e reinventare un mondo ecologico

 

Sentire parlare dei progetti per la transizione ecologica mi lascia perplessa tanto quanto parlare della decrescita felice di Latouche e di Mercalli che sono, secondo me, due facce di un unico modello di organizzazione sociale che non pone al centro l’essere umano né come valore né come motivo dello sviluppo in quanto basate comunque sul mercato.
Sia la transizione ecologica sia la decrescita felice rimandano solo l’esaurimento delle risorse, non portano a una trasformazione di un modo di concepire la vita di un essere umano che si assume il compito di prendersi cura dell’ambiente e la responsabilità di renderlo un luogo dove la vita, pur nella sua complessità e difficoltà, prende gusto e bellezza.

Il concetto di ecologia non significa limitarsi ad un cambiamento superficiale o immediato, ma vuol dire acquisire la dimensione della complessità nella quale ogni elemento della realtà concorre allo sviluppo qualitativo di ogni altra parte.
Di conseguenza, acquisire la dimensione ecologica vuol dire riconoscere gli esseri umani come soggetti che vivono la vita come tempo per realizzare i propri sogni, e l’ambiente come spazio piacevole da condividere con coloro con i quali si trovano a vivere. Quindi, ogni attività umana dovrebbe essere finalizzata all’obiettivo di individuare e supportare la globalità delle strutture passando per la scuola, la ricerca, la conoscenza. E non limitandosi alla soddisfazione dei bisogni primari che risolvono la sopravvivenza ma non il futuro.

È assolutamente necessario ridurre lo spreco cambiando il modello di sviluppo in direzione del miglioramento della qualità della vita. Oggi, con le nuove tecnologie a disposizione, si potrebbero progettare fabbriche che garantiscano una produzione di oggetti in maniera flessibile e pianificabile, soprattutto se i prodotti sono di buona qualità e di durata almeno trentennale, perché il riciclo dei materiali non basta. Perché questo avvenga sarebbe necessario studiare una politica industriale creativa e davvero rivoluzionaria che prenda in considerazione l’uso delle risorse nel rispetto della terra, senza perdere di vista la salvaguardia del lavoro, che rimane un diritto inalienabile per tutti.

Cambiare i motori a scoppio con motori elettrici non è una trasformazione ecologica, ma solo uno specchio per le allodole, perché ciò che non si produce di scarto per il funzionamento della macchina, si produrrà nello smaltimento delle batterie o per la produzione dell’energia elettrica. Si continuerà comunque a produrre milioni di macchine che avranno bisogno di innumerevoli risorse per tutto il loro ciclo di vita.
Dovremmo usare la nostra fantasia per creare ciò che serve all’essere umano per vivere una vita qualitativamente degna e non, piuttosto, consumare per produrre per mantenere attive le industrie.

Oggi siamo ridotti a essere un ingranaggio di un sistema che noi stessi abbiamo creato, nel quale il lavoro umano deve costare il meno possibile, perché lo scopo non è la qualità della vita ma il ritorno finanziario. Inoltre, il nostro adeguamento al consumo rende impossibile qualsiasi condivisione se non una realtà disumanizzata e abitudinaria.
Questi due anni di pandemia hanno messo in evidenza quanto poco sappiamo del corpo umano, della natura, di noi stessi e di quanto ci circonda.  Se vogliamo cambiare veramente dobbiamo innanzitutto metterci in un atteggiamento di ascolto, di conoscenza, di ricerca, tenendo sempre presente le cose che in questi due anni ci sono mancate: la relazione con gli altri e con l’ambiente e la dimensione della libertà. Questi elementi faticosamente conquistati nel corso della storia, li abbiamo dispersi e vanificati come valori superflui negli ultimi trent’anni, mettendo al loro posto il consumo veloce delle emozioni e delle cose, come un necessario motore di una produzione che non trasforma niente in bellezza, ma che produce solo scarti e spazzatura.

Quando, agli inizi del primo lockdwon, abbiamo spalancato le finestre sulle strade deserte, ci siamo ricordati di quanto fosse bello stare insieme, stringersi le mani, prendere un caffè scambiando due chiacchere. Tutti abbiamo sperato che il dopo covid sarebbe stato diverso, abbiamo condiviso il piacere di vedere la natura tornare ad abitare in mezzo a noi. Abbiamo constatato che la natura è pronta a sostenere un nostro cambiamento di rotta se decidiamo di prendere la strada del rispetto, dell’utilizzo delle risorse e non dello spreco. Ma, finita l’emergenza, ce ne siamo prontamente dimenticati, travolti dalla necessità di tornare alla vita di prima, come se questa fosse stata di nostro gradimento e soddisfazione.
Per fare un passo avanti, e in questi mesi di chiusura ce ne siamo resi conto, dobbiamo trasformare l’intero il sistema educativo, formativo e informativo nell’intento di acquisire consapevolezza che il valore è l’essere umano e il suo ambiente nelle sue relazioni, mentre adesso è tutto fondato sulla competizione, sull’individuare l’errore, sul considerare l’altro come nemico.

L ‘accelerazione della ricerca sui vaccini di questo ultimo anno o poco più e la loro produzione in tempi inediti ha dimostrato che la condivisione della conoscenza, insieme all’obiettivo condiviso può accelerare il raggiungimento dei risultati. Perché non assumiamo questo modello, diffondendo la necessità di rendere attiva la Carta dei Diritti Umani che in pochissime realtà sono democraticamente esercitati? Sarebbe tempo di investire perché questi non rimangano solo enunciazioni su carta, ma siano pratica universale e corrente di tutte le società umane. In questo modo cadrebbero diffidenze e resistenze tra i diversi stati. Perché questo non avviene?  Forse perché le mafie, il mercato delle armi e della droga ne patirebbero?

Dovremmo investire il massimo delle risorse per la ricerca di base, perché la società deve cambiare e per questo cambiamento  è necessario investire in cultura, in strutture che possano supportare questo cambiamento di priorità di rapporti sia nell’organizzazione delle relazioni sociali sia del lavoro che diventerebbe finalmente ciò che dovrebbe essere: non solo sostentamento e necessità ma l’espressione della creatività di ciascuno nella costruzione di una realtà sempre più accogliente e sempre meno monotona.

La storia dimostra che se noi costruiamo accoglienza e bellezza, questo rimane per molte generazioni e migliora con il passare del tempo perché innesca un meccanismo di creatività positiva in chi ne gode. Dobbiamo dare un linguaggio a questa consapevolezza affinché si riconoscano queste azioni come valore, e perché ciò avvenga dobbiamo investire tutto ciò che possiamo nel creare occasioni formative e di scambio.

Dunque, c’è molto da trasformare e reinventare per costruire un mondo ecologico perché questo vuol dire proprio armonia fra le parti e gusto dell’incontro con l’altro. Il problema del futuro non sarà quindi la mancanza di lavoro, sarà piuttosto la difficoltà di rispondere a tanti interrogativi, di metterci alla prova nella nostra capacità di accoglienza dell’altro tanto da riuscire ad integrarci per risolvere le problematiche che via via ci si presenteranno.
Quando il mondo politico troverà il coraggio di riprendersi il suo spazio legittimo di lungimirante progettualità per una società migliore, più giusta e più democratica? Quando le università torneranno a essere i luoghi di una ricerca che investe sulla curiosità e sull’entusiasmo per la trasformazione del mondo? Diamo valore a queste doti che i giovani, se riconosciuti e supportati, hanno naturalmente.

PRESTO DI MATTINA
Il dono dell’aquila

 

La Pasqua non è qui; il sepolcro è vuoto, nessuno dentro; la pietra è ribaltata, le fasce sciolte, il sudario ripiegato in un angolo, quasi lo si fosse riordinato prima di partire per un viaggio. Tanto che viene da chiedersi se la Pasqua, anziché una meta da raggiungere, sia piuttosto l’inizio di un cammino.
Credo proprio di sì.
Come il vangelo è una via, quella di Gesù, così la Pasqua è mettersi in via con Gesù. È lei che detta l’agenda ai discepoli, li incrocia per un momento, per poi sfuggire loro, precedendoli altrove e lasciando solo indizi del suo passaggio, affinché possano di nuovo mettersi sulle sue tracce.
Ma dove cercarla? In quale direzione? Quali avvisaglie ce la rivelano?

Per rispondere basterebbe riflettere sul fatto che la Pasqua altro non è che l’epilogo di quella storia che Gesù scelse per descrivere l’essenza della sua vita: quella del chicco di grano caduto in terra, che se non muore rimane solo, ma se muore porta molto frutto. Per questo sarebbe inutile cercare a Pasqua Gesù nel sepolcro. Come il chicco di grano, la sua vita non è più nella terra, ma è migrata nella spiga e da qui è passata oltre, attraverso la farina e l’acqua e le mani che hanno impastato, entrando nella fornace ardente che l’ha cotta per diventare un fragrante pane. Di più: un pane spezzato che di nuovo continua, di mano in mano, a consegnarsi ad altre mani, dividendosi in frammenti ma restando un solo pane, come una moltiplicazione incontenibile, un fiume di pane come quella prima volta sul monte con tanta gente seduta sull’erba; un dono per tutti, tanto che quella volta ne avanzarono dodici cesti pieni.
È questa la memoria della Pasqua: una consegna che si custodisce disperdendola moltiplicandola, un dono per chi vuole imitare il maestro continuando a frangere pane.

“Per tutti è Pasqua!”, nel suo avanzare audace verso tutti e sorride don Primo Mazzolari sentendosi citato: «Per tutti, anche per i molti che non partecipano al sacramento, il mistero della Pasqua, è una consegna. In tempi neghittosi ci sprona all’audacia: in tempi disamorati ci suggerisce la pietà: in tempi di odio ci inclina al perdono: in tempi folli e disperati ci restituisce al buon senso e ci guida verso la speranza. […] Quando sentono parlare di pace, i cristiani sanno bene di che cosa si parla, poiché il desiderio che è nel cuore di tutti è il dono che è nell’incontro pasquale» (La Pasqua, Vicenza 1964, 54 e 69).
Lo spirito del Risorto è come il vento: soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va. Così è di chiunque è nato dalla Pasqua, (Cf. Gv 3,8).

Pasqua non è più qui, perché vive e testimonia della ridondanza del dono, dell’eccedenza di un evento che non si è concluso, di un gesto di donazione che non ha mai cessato di essere praticato; continua a riversarsi da quella prima Pasqua in ogni altra pasqua in cui la vita si offre. Come le acque che scaturiscono da una sorgente, e all’inizio sono poca cosa, tanto che ad attraversarle ci si bagna appena i piedi, ma poi diventano, di onda in onda, un fiume che attraversi solo navigandolo, così la Pasqua è là dove scorre e arriva il fiume: è là dove giungono le sue acque per risanare e portare nuova vita.

«Egli non è qui ‒ disse l’angelo alle donne ‒ presto andate a dire ai suoi discepoli: “È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete”. Ecco, io ve l’ho detto”», (Mt 28,6-7): Pasqua è là.
«Yhwh Sâmmâh/ Là è il Signore», (Ez 48,36) è questa l’ultima parola del libro di Ezechiele, profeta e sacerdote del popolo deportato in esilio. Il cuore del suo annuncio, la visione di un ritorno a Gerusalemme, sta tutto in quel “Là è il Signore”, parola chiave per dire tutto il senso del suo messaggio, in cui descrive una nuova dimora per Dio, non più tra le mura ristrette nell’antico tempio, ma in una dimora ampia quanto l’universo e quanto ogni cuore umano: una nuova creazione, là sarà il luogo della sua dimora. Nella sua ultima visione Ezechiele racconta di una fonte simile a quella di Siloe nella città di Gerusalemme, ma non umile e modesta come quella. Simbolo della potenza vivificante di Dio della sua gloria, egli vede una nuova fonte le cui acque, filtrando da sotto la porta del tempio, vanno crescendo enormemente e da rigagnolo diventano fiumana, portando beneficio non solo alla città santa ma così da rendere fertile anche la parte desertica, le regioni dell’Arabia portando vita e pesca nel Mar Morto. Un’acqua così abbondante da far germogliare e crescere e fruttificare alberi da frutta ogni mese e le cui foglie verranno usate come medicine. La Pasqua trova in questa visione la sua forma fluida, il suo dinamismo, lo stesso dell’acqua e dello spirito, dono che è pure un effluvio che discende a generare un cuore nuovo: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere» (Ez 36, 26-27).

Come l’acqua in quelle terre mediorientali è preziosissimo dono e non va negata a nessuno, così la Pasqua è dono libero, gratuito per tutti, non privatizzabile, perché la Pasqua generata dallo Spirito del Risorto è un bene pubblico, non finalizzabile a strategie e obiettivi umani. Essa non va nemmeno incanalata, perché più la costringi, più essa esonda dai confini, attraversa i limiti che le gerarchie sociali e anche religiose le vorrebbero imporre. Pasqua dono di grazia manifesta se stessa come gratuità di un amore generativo di una esperienza di reciprocità.

Non è allora difficile intuire quali indizi ci segnalino oggi la presenza della Pasqua. Essa è là dove Cristo sfama ed è sfamato, disseta ed è dissetato, visita ed è visitato in carcere, in ospedale, accoglie ed è accolto ai confini e alle frontiere di terra e di mare. Pasqua è una conversione, un’interruzione del cammino conosciuto verso quello che non so; è un abbandonare il proprio posto, ancorché buono (Jon Sobrino), per lasciarsi condurre dal vangelo, dove Dio vuole essere incontrato “là dove è”; con la sola certezza che stiamo sempre iniziando un nuovo cammino, non da soli ma nella compagnia mite e silenziosa del Risorto.

Vi è una chiesa in uscita perché vi è una Pasqua in uscita.
In questo tempo, chiamiamolo pure di secolarizzazione in cui sembra di stare in balia di un fenomeno regressivo di riduzione dello spirito, di umiliazione della creazione in favore dell’economico, dell’impersonale, di relazioni a bassa intensità di presenza; in questa situazione di una nuova secolarizzazione, dove è in atto una mutazione del processo che ora avviene più in profondità, passa dall’esterno all’interno del vivere, dalle idee alle affezioni più intime sfiduciandole, transita dalle istituzioni sociali alla vita interiore sempre più erosa di tessuto spirituale, di memoria delle origini e quindi della stessa capacità di immaginare un futuro degno e umano; in questo scenario esistenziale la via percorribile per ribaltare le sorti è quella del dono: lo stile dell’umano perdersi e risorgere a Pasqua.

Credo che la strada per far tornare il vento nelle vele, anzi nello spinnaker di poppa del credere e del vivere nello spirito di Gesù, per ritrovare anche una chiesa e il suo dono, chiesa ferita nella sua capacità di immaginazione, di affezione, di pervasività narrativa, educativa e ministeriale, sia la via mistica, un immergersi di nuovo nel mistero pasquale per ricevere e praticare la sua forma.
«Solo recuperando una visione mistica penso che avremo delle energie ecclesiali. Sono stato affascinato dall’idea che la Chiesa possa rifondarsi nella ridondanza del dono. Il problema della Chiesa in uscita è: cosa esce? C’è qualcosa che può uscire? Altrimenti cadiamo nell’ennesima forma retorica ecclesiastica e teologica. La carità che la Chiesa esercita all’esterno non può che essere l’effluvio di una carità esercitata all’interno… La Chiesa media l’ospitalità in Cristo ma chiede accoglienza. Sempre di più penso che mettersi nella condizione dell’ultimo di tutti è ciò che permette che non ci sia solo quel popolo ma tutti i popoli» (Roberto Repole, Chiesa e teologia, https://www.agensir.it/ quotidiano/2021/3/13/). È guardando alla Pasqua sorgente di inesauribile creatività che le nostre comunità cristiane potranno guarire di quella «ferita dell’immaginazione» (Michael Paul Gallagher) e partecipare agli altri il sogno di Dio realizzatosi a Pasqua nella gratuità di un dono.

Nel racconto di Nathan Zach, La grande aquila si narra di un’aquila impagliata, imbalsamata e appesa al muro, come un trofeo. Ma che con l’andare del tempo fu sempre più ignorata da tutti quelli della famiglia in cui era entrata: era ormai come una vecchia e ingiallita stampa alla parete e sentita come qualcosa di ingombrante da disfarsene prima o poi. Tutti tranne che per uno, Yotam, il figlio più piccolo: «Era rimasta fissa al muro della veranda fra la stanza da letto e la cucina le ali spiegate di qua e di là il piumaggio ben teso sul corpo, gli artigli estratti pronti a conficcarsi nella carne del nemico ormai vicino. E invece no. Nessuno pensava più a lei come a un’aquila tutti la consideravano ormai soltanto una specie di arazzo». Pure la domestica aveva paura di toccarla anche soltanto con il piumino. La decisione alla fine venne con le pulizie di Pasqua, imbiancare le stanze, rinnovare gli arredi, togliere ingorbi e le cose che avevano fatto il loro tempo. Così anche il destino dell’aquila fu segnato, ma nessuno per un motivo o per un altro si decideva a prendere l’iniziativa (per i particolari vi rimando al libro: L’omino nel pane ed altre storie, Donzelli, Roma 2003).

Solo Yotam pensava al modo di salvarla dalla rottamazione. Perché una volta si accorse che, guardando all’aquila impolverata, questa guardava lui «tremendamente». Così dapprima prese il piumino per togliere la polvere, ma al vederla così rinsecchita pensò a una doccia «Senza pensarci su due volte, prende uno dei tanti secchi che si ritrova intorno, lo riempie di acqua del rubinetto, dal bagno, e butta addosso all’aquila tutta l’acqua del secchio». Subito, non accadde niente ma all’improvviso: «“improvvisamentissimamente” l’aquila abbassa la sua testa e la affonda dentro il secchio con l’acqua pulita. Questa vecchia aquila beve. Beve un sacco. Beve come non ha mai bevuto in vita sua. Beve come se non sapesse che cosa significa bere». Sentiva sempre più che i suoi occhi lo guardavano. Ma come aiutare un’aquila inchiodata al muro?

Avvicinandosi si accorse però che i chiodi erano con il tempo caduti, solo un poco di colla la tratteneva ancora alla parete. Così la staccò dal muro e lentamente l’aquila cominciò a respirare ed ad ogni respiro il petto si allargava sempre più come un palloncino quando lo gonfi. «Adesso l’aquila muove un po’ la testa, poco poco. Muove la testa verso la finestra chiusa. Di nuovo, senza pensarci su, Yotam va a spalancare la finestra. L’aquila è ormai sul davanzale. Guarda Yotam. Yotam la guarda. Occhi gialli di fronte a occhi castani, scuri scuri, quasi neri. Allora improvvisamente l’aquila dispiega le ali. Ehi, che grandi ali ha quest’aquila, quando non è appiccicata o inchiodata al muro. Un piccolo slancio, e quelle gigantesche ali portano il corpo dell’aquila fuori dalla finestra, ormai. Un colpo d’ali soltanto, ed eccola sopra gli alberi, ormai. Di laggiù, rivolge ancora una volta a Yotam i suoi occhi gialli. Poi, su su là in alto, quasi come un pallone che si è liberato del filo, scompare». Abbassando lo sguardo verso terra Yotam scorse una pozzanghera con all’interno una grande piuma, una piuma d’aquila, una piuma normale, grossa, fantastica. L’aveva lasciata l’aquila, forse come un dono, un grazie, ma anche come traccia di un incontro da non dimenticare, la compagnia di un ricordo che avrebbe reso lieve i passi del suo cammino, come fosse sollevato su ali d’aquila.

Per leggere gli altri articoli di Presto di mattina, la rubrica di Andrea Zerbini, clicca [Qui]

 

PACE, NONVIOLENZA, DIRITTI UMANI, ACCOGLIENZA
Quelle parole dimenticate da Mario Draghi

 

di Alan Turquet

Con una scontata e schiacciante maggioranza il nuovo governo italiano, presieduto da Mario Draghi, si appresta a mettersi al lavoro.
Nel presentare la natura del suo governo il Presidente del Consiglio ha detto, nel suo discorso al Senato:
“Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti”.
Allora la domanda diventa, necessariamente, il governo di quale paese?
Cercherò di rispondere alla domanda, basandomi su quanto detto dal Presidente nel medesimo discorso, dal punto di vista delle cose di cui si occupa la nostra agenzia: la pace, la nonviolenza, i diritti umani, la nondiscriminazione.

La pace
La parola “pace” non è presente nel discorso di circa un’ora. In compenso l’Alleanza Atlantica è citata tre volte. Cosa significa in concreto? Gli è capitato per sbaglio? No,significa che possiamo scordarci una ridiscussione dell’acquisto di F-35 o di firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari, alcune delle priorità condivise dalla totalità dei pacifisti italiani. Il paese che chiede la riconversione dell’industria bellica, quello del rispetto dell’articolo 11, quello del disarmo nucleare non è nemmeno citato.

La nonviolenza
Il discorso fa riferimento a valori: nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori”. Temiamo che i valori del “fachiro nudo”, come lo chiamava Churchill appartengano ad altre culture ed altri valori che l’ex-presidente della BCE non aggiunge al suo valore centrale “l’irreversibilità della scelta dell’euro”. In ogni caso la parola “nonviolenza” nemmeno appare nel discorso.

Diritti Umani
Ci crederete? Nemmeno “diritti umani” appare nel discorso. E quando si citano numerosi interessi e paesi che in qualche modo preoccupano il nuovo governo l’Egitto non appare nella lista. A dire la verità la parola “diritti”, almeno, appare quattro volte; una volta per prendersela con la Russia ed altri generici paesi dove si violano i diritti, altre tre  per parlare genericamente dei diritti dei cittadini, dei giovani e dei rifugiati.

Nondiscriminazione
“Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati”.

Questo l’unico paragrafo, inserito nella parte di politica estera, dove si parla del tema immigrazione. Un po’ generico, sibillino e abbastanza poco. Integrazione? Diritto di cittadinanza? Centri di Detenzione?
Almeno Conte ci consolava con le sue pompose quanto retoriche citazioni del Nuovo Umanesimo. Qua non pare che si voglia uscire da una gestione manageriale ed emergenziale della pandemia, da un radicale riaggiustamento economico e fiscale a cui sembrano sottomessi anche l’interesse per l’ambiente, per i giovani, per la parità di genere che il discorso cita.
Così un governo che sembrava emergenziale ha un programma che vuole esplicitamente andare oltre l’emergenza, che parte dalla pandemia (senza cambiare né il Ministro né lo staff che ha lavorato finora), per un programma economico e fiscale abbastanza complesso; l’altra priorità richiesta con forza dal Recovery Plan, la transizione ecologica, ha già fatto rizzare i capelli in testa a tutti gli ecologisti vecchi e nuovi  per due motivi: la vaghezza delle funzioni del nuovo Ministero della Transizione Ecologica (più o meno il Ministero dell’Ambiente con qualche delega in più) e la scelta di mettervi a capo Roberto Cingolani, tecnocrate implicato in aziende  non particolarmente ecologiche come Ferrari e, soprattutto, Leonardo.

Infine il Governo Draghi è a un soffio dal record assoluto di appoggio unanime: all’opposizione resteranno uno sparuto gruppo di parlamentari di Fratelli d’Italia, di Sinistra Italiana e dei dissidenti del Movimento 5 Stelle che per altro detiene il record di aver partecipato a tutti e tre i governi della legislatura. Questo unanimismo apparente, giustificato con l’urgenza, sembra tristemente preludere alla nascita del Nuovo Partito, il PB, il Partito della Banca; ma soprattutto preludere anche alla fine della democrazia parlamentare, con le conseguenze del caso.
Molta “società civile” tace in attesa del miracolo; i movimenti sociali cominciano le loro proteste limitate dalla pandemia. A me pare che il caos avanzi e che non manchi molto per vederne i risultati. Conviene rimboccarsi le maniche.

NOTE
Olivier Turquet  scrive per raccontare la realtà da circa 40 anni. Ha collaborato con testate cartacee, radiofoniche ed elettroniche tra cui ama ricordare Frigidaire, Radio Montebeni, L’Umanista, Contrasti, PeaceLink, Barricate, Oask!, Radio Blue, Azione Nonviolenta, Mamma!. Ha fondato l’agenzia stampa elettronica umanista Buone Nuove e il giornale di quartiere Le Bagnese Times. E’ stato addetto stampa di svariate manifestazioni come: l’Internazionale Umanista, Firenze Gioca, la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. Attualmente coordina la redazione italiana di Pressenza.

Il presente articolo è stato recentemente pubblicato, con altro titolo, nella agenzia internazionale pressenza.com

In copertina: Il discorso programmatico di Mario Draghi alla Camera  (Foto governo.it)

LA TERRA DELLA LIBERTA:
Nei negozi di Coop Alleanza i Pelati da Filiera Etica dell’Associazione GHETTO OUT–CASA SANKARA

 

da: Ufficio stampa Coop Alleanza

A sostegno dell’iniziativa di riscatto civile e sociale, Coop Alleanza 3.0 e Legacoop Puglia promuovono la diffusione dei pomodori pelati prodotti dall’azienda agricola gestita da giovani migranti.
Riscatto, accoglienza, legalità, occupazione: sono alcuni dei valori racchiusi nei pomodori pelati con l’etichetta “Riaccolto, la Terra della Libertà” presenti da oggi e per i prossimi mesi nei supermercati e negli ipercoop di Coop Alleanza 3.0 tra cui i 13 negozi della Cooperativa a Ferrara e provincia.
L’iniziativa è promossa da Coop Alleanza 3.0 e Legacoop Puglia che insieme sostengono l’Associazione Ghetto – Out Casa Sankara, “start up etica” nata 4 anni fa nel Foggiano, da una sinergia tra Regione Puglia, associazionismo e movimento cooperativo, che con il suo prodotto da filiera etica racconta una storia di riscatto civile e sociale.
L’associazione gestisce uno spazio progettato quale alternativa alle condizioni disumane dei ghetti; nell’azienda agricola, con circa 14 ettari di terreno e una vecchia rimessa di proprietà della Regione Puglia, i giovani migranti fuggiti dal ghetto e costituiti in associazione lavorano la terra in autonomia e abitano con le loro famiglie.
Per sviluppare il percorso di emancipazione è nato il progetto di produzione di pomodori e, con la collaborazione di Conserva Italia, trasformazione in confezioni di pelati da 400 grammi.
I barattoli dei pelati “Riaccolto, la Terra della Libertà” non contengono quindi solo gli squisiti pomodori pugliesi ma anche la dignità umana e del lavoro, e un’esperienza di acquisizione di autonoma per i lavoratori dei campi.
Ai pelati “Riaccolto”, Coop Alleanza 3.0 dedica un apposito spazio espositivo in cui i soci e i consumatori potranno trovare il primo prodotto dell’Associazione Ghetto Out – Casa Sankara con le principali informazioni del progetto. Inoltre, soci e i consumatori potranno acquistarli a un prezzo speciale, più alto della media dei prodotti simili, per contribuire ad aiutare lo sviluppo di questa piccola realtà, e così seminare legalità e diritti e consolidare un modello che potrà estirpare lo sfruttamento diffuso nel settore. Inoltre, condividendo sui social – Twitter, Facebook, Instagram – il proprio acquisto, con l’hashtag #CasaSankara e taggando Coop Alleanza 3.0, i soci e consumatori potranno testimoniare la propria scelta etica.
“La cooperazione di consumo si ispira a valori fondamentali quali la libertà e la democrazia, la giustizia sociale e la solidarietà: per questo Coop Alleanza 3.0 sostiene questa iniziativa chiedendo la partecipazione anche dei soci Coop e dei consumatori. È storico e sempre vivo l’impegno di Coop Alleanza 3.0 e delle realtà della cooperazione a diffondere la cultura della legalità e promuovere un’economia giusta ed emancipata dallo sfruttamento.” dichiara il presidente di Coop Alleanza 3.0, Mario Cifiello “Con questa campagna, Coop Alleanza 3.0 e Legacoop Puglia vogliono sensibilizzare concretamente i consumatori e tutti gli stakeholder sul tema dell’illegalità, delle sue cause e delle sue conseguenze: oggi il rischio è che l’impresa “cattiva” scacci quella buona e che la ricerca del prezzo più basso cancelli i diritti delle persone. I pelati dell’Associazione Ghetto Out – Casa Sankara sono la dimostrazione che un’altra economia, un altro modo di intendere il lavoro e le scelte di acquisto da parte dei consumatori sono possibili.”
“La filiera etica nata a Casa Sankara è un tassello che si aggiunge nella costruzione di quella società inclusiva sognata con Stefano Fumarulo” dichiara il presidente di Legacoop Puglia, Carmelo Rollo “È la testimonianza di cosa accade quando il percorso etico del sistema cooperativo si mette a disposizione del territorio e crea valore, per tutti. Per una terra da sempre identificata come terra di illegalità che diventa luogo di riscatto, grazie anche al supporto della Regione Puglia; per le persone che non avevano voce e con il lavoro, quello buono, hanno affermato la propria dignità; per la comunità che oggi beneficia di una realtà “unica” e da considerare una risorsa. Il Riaccolto della libertà è tutto questo e sa di buono”.

“Il marchio dei pelati che oggi esce in tutta Italia è la realizzazione di un sogno. Abbiamo finalmente realizzato qualcosa che abbiamo sognato per otto anni. Siamo andati per gradi: abbiamo pensato prima a darci un tetto dignitoso sopra la testa, poi ad avere un lavoro con un pagamento giusto. Queste erano le cose che sognavamo con Stefano Fumarulo.” dichiara Mbaye Ndiaye, referente di Casa Sankara “Già allora io immaginavo un marchio tutto nostro, di noi africani, che potevamo diventare protagonisti prendendo in mano il nostro avvenire. Questo, mi sono detto, è l’unico modo di lottare contro il caporalato. Stefano non c’è più, ma le sue idee sono vive. La sua idea è questo marchio. Il presidente di Legacoop Puglia Carmelo Rollo è uno dei testimoni della realizzazione di Riaccolto, che per me è il marchio della dignità”.

FERRARA SI CONFRONTA SUI NUOVI PAESAGGI MIGRATORI
Un convegno che diventa piazza dell’amicizia sociale

Meno male che il numero 19 è ancora possibile associarlo  a eventi straordinariamente belli come il Convegno Franco ArgentoCulture e letteratura dei mondi. Si è tenuto venerdì 4 dicembre grazie  all’impegno costante del CIES Ferrara e della Associazione Cittadini del mondo, con la collaborazione del Comune di Ferrara e dell’IT “V.Bachelet” e con il  patrocinio del MIUR. Il titolo: Nuovi paesaggi migratori.
Si è tenuto nella forma del collegamento su piattaforma Youtube, ma dico subito che è stato possibile percepirlo non come un evento “a distanza”, al contrario. Si sono avvicendati relatori di provenienza, età e formazione culturale diversa: tutti generosi nel far sentire la loro voce e le parole, tutti capaci di coinvolgere gli uditori come attirandoli dentro uno spazio comune, dematerializzato ma palpabile. Ho provato entusiasmo.

Ora vorrei andare con ordine e dare conto della impeccabile conduzione di Paolo Trabucco e degli interventi, anzi mi verrebbe la tentazione di scrivere gli atti del Convegno. Non ho qui lo spazio per farlo e non è detto che ne darei il resoconto più efficace. Alessandro Manzoni insegna: ha evitato di scrivere un secondo libro, pienissimo di ragionamenti, obiezioni e risposte alle obiezioni sul suo I Promessi Sposi, nella convinzione “che di libri basta uno per volta”.
Mi allineo e decido di riportare i momenti che mi hanno entusiasmata. Tanto, il convegno è stato una fucina di idee, di dati rigorosi e di scenari sulla contemporaneità, una rete di pensieri liberi che mi fanno muovere dentro a una piazza ideale. In qualunque punto avvenga il mio ingresso, qualunque sia il percorso che faccio dentro la piazza posso assorbirne le voci e portarle a mia volta in giro caricandole di altre conoscenze, di aspettative e di speranza. Potrebbe essere intitolata all’orizzonte semantico del Convegno e chiamarsi Piazza dell’amicizia sociale. Ci potrei incontrare due insegnanti che hanno, il primo creato, il secondo animato le precedenti edizioni del Convegno: Franco Argento e Alberto Melandri.

Ascolto l’intervento dell’antropologo britannico Iain Chambers, autore tra gli altri del testo Paesaggi migratori, uscito in Italia una prima volta nel 2003 e di nuovo nel 2018, a cui si ispira il titolo del Convegno. La parola migrazione è utilizzata da lui  in modo ampio e libero: la migrazione non riguarda solo il nostro presente, è fenomeno antico, allo sguardo esperto del relatore risulta essere un elemento centrale nella formazione della modernità. La migrazione non segue e non ha seguito soltanto le rotte dall’Africa verso l’Europa, ma linee di movimento diverse e direzioni di marcia opposte a quelle che ci dicono gli stereotipi da cui siamo bendati. L’esempio che fa Chambers riguarda l’Algeria,  dove nel secolo scorso si erano trasferiti circa un milione di stranieri, tra cui numerosi nostri connazionali.
Algeria, così come Tunisia e Libia,  significano Mediterraneo, quel Mare Nostrum che da due millenni almeno viene mappato sulla base di categorie culturali ed economiche eurocentriche. Chi ha diritto di definire, di narrare la storia del Mediterraneo? Perché non superare l’ottica del colonialismo e attivare punti di vista differenti, restituendo simmetria al potere della narrazione, e riconoscendo per esempio alla lingua araba la legittimità di leggere l’assetto attuale di questa area del mondo? E poi, insieme alle lingue e alle letterature, quali mondi e quali integrazioni possono mettere in luce le altre arti! Quale viatico per leggere la complessità del nostro presente. Scorrono sul video immagini di danze, ascoltiamo un brano musicale intenso.  Mentre avverto che la voce e la musica della cantautrice palestinese Kamilya Jubran non mi sono familiari, penso che lo possono diventare.

Intervengono alcuni studenti del Liceo Carducci e più tardi altri del Liceo Ariosto e dell’Istituto ITI Copernico. Scopro che ‘gli Ariosti’ sono di una classe meravigliosa che ho lasciato due anni fa. Ora sono in quarta e li ritrovo sempre sensibili e preparati. Sono commossa, ma questa è un’altra storia.
Qui tutti i ragazzi che parlano sono informati, intensi e propositivi. Riportano l’attenzione al mondo che ci è più vicino, alla nostra provincia, alla nostra città, al Quartiere Giardino sul quale sono stati pubblicati due testi: la Guida turistica e Il viaggio in un quartiere multietnico. Nei loro interventi  sondano le cause della integrazione difficile tra ferraresi e immigrati, forniscono dati ma soprattutto aprono nuovi scenari in cui le differenze sono fonte di ricchezza per la comunità. Espongono le tante attività svolte negli ultimi tre anni da classi di ogni ordine di scuola, da circa mille studenti del nostro territorio. Raccontano le loro esperienze di incontro e di scambio con giovani come loro, con giovani stranieri carichi di storie. Come Kelvin, che viene da una città del Brasile e a Ferrara ha frequentato i corsi del Centro per l’istruzione degli adulti. Kevin propone di rivalutare il Quartiere Giardino anche attraverso le attività artistiche; come lui i ragazzi dell’ITI Copernico sembrano essersi messi d’accordo con Chambers e si esprimono cantano un pezzo rap di cui hanno composto il testo, un intenso testo poetico.

Si alternano ai giovani altri relatori esperti. Resto colpita dal taglio che Federico Faloppa ha dato al suo progetto Beyond the border, dove il concetto di confine viene presentato come uno spazio complesso che non coincide con la linea di frontiera comunemente intesa, ma comprende le aree in cui sostano le persone che migrano, le condizioni in cui vivono nel momento del passaggio, le azioni di controllo su di loro, le sovrapposizioni di lingue e di culture in movimento. I confini sono inoltre di vario tipo: ci sono confini visibili, quelli tracciati sulle carte geografiche, e confini che non si vedono, come quelli interni alle società, segnati per esempio dalle isoipse socioeconomiche.
Ce ne sono nella stessa città di Ferrara, come è emerso dalle parole degli studenti, e separano non solo i ferraresi rispetto agli immigrati ma anche i ferraresi tra loro.
I confini sono altresì studiati da Faloppa  come luogo di interrelazione, come spazio sociolinguistico della intermediazione. Quante lingue parlano correntemente molti migranti, che andrebbero valorizzate e condivise; quanti cartelli scritti in più lingue nei punti di passaggio tra un paese e l’altro, sulle barriere che i migranti cercano di superare mentre sono in fuga da guerre e violenze. Osservo le immagini di individui aggrappati a grappoli alle reti che li separano dalla loro meta, dal paese a cui vorrebbero accedere. Sono senza individualità e senza nome.

Sono flussi, ci ricorda Tahar Lamri: un’altra parola tutt’altro che innocente con cui sono designati. Da chi? Dalla lingua corrente con il suo appiattimento lessicale, dalle testate di alcuni giornali e da altri media. Occhio ai media, allora. Ecco i contributi del gruppo che si è costituito a Ferrara  nel 2010 per costituire un osservatorio sulle discriminazioni verso gli stranieri  che appaiono sui giornali e sugli altri mezzi di comunicazione. Ritrovo Adam e Shazeb: quanta strada hanno fatto le loro indagini sugli stereotipi, sulle fake news, sui titoli dei quotidiani che demonizzano i migranti; quanti incontri nelle scuole, quante pubblicazioni. L’ultimo loro report si occupa di etnic profiling, cioè della tendenza delle forze dell’ordine a intensificare i controlli sulle persone che appartengono a minoranze etniche. In questo periodo Covid, i giornali si sono occupati spesso dei controlli effettuati a causa della emergenza sanitaria; spesso questi controlli sono  mirati sugli stranieri e finiscono per includere i loro documenti e i permessi di soggiorno, come evocando il binomio immigrato uguale contagio.

Eppure, come anche Ibrahim Kane Annour ribadisce col suo stile accorato, sono migranti anche gli svizzeri, i canadesi o gli statunitensi che vengono in Italia. La migrazione resta il sintomo inevitabile degli squilibri tra le aree del pianeta, smettiamola con lo stereotipo del migrante che viene dall’Africa e magari porta con sé il pericolo di malattie. I migranti portano altresì nuove risorse, contribuiscono alle economie dei paesi di arrivo, hanno diritto di esserne parte come cittadini a pieno titolo.

Poi parla Nader Gazvinizadeh: è graffiante come lo ricordavo e attorno alla sua voce il silenzio sembra rapprendersi in una concentrazione totale su di lui. Ha ascoltato con attenzione tutti i precedenti interventi e dice agli studenti e ai giovani di Occhio ai media: per ognuno di voi ci sono migliaia di schiavi che lavorano nelle campagne del sud. Va guardata in faccia la realtà: il problema non è il razzismo, lo sono i crimini fatti in nome del razzismo. Dice: ammetto di essere razzista e per questo devo conoscere e combattere il mio razzismo; a questo scopo devo usare il mio coraggio, non per sbandierare il principio di uguaglianza e fuggire con ciò la diversità.
Come ha detto Chambers, le differenze possono coesistere in uno spazio senza separazione. I confini nel progetto illustrato da Faloppa sono aperti, sono porous borders.

Non posso non riportare almeno le fonti seguenti:
SITO CIES Ferrara: comune.fe.it/vocidalsilenzio/index.htm
Ultimo report di Occhio Ai Media [Vedi qui]

  • Iain Chambers, Paesaggi migratori: cultura e identità nell’epoca postcoloniale, Meltemi editore, 2003 e 2018
  • AAVV, Il giardino del mondo. Viaggio in un quartiere multietnico di Ferrara, Este Edition, 2020
  • AAVV, Il Quartiere Giardino di Ferrara. Guida turistica. Edizione multilingue, Este Edition, 2019

IL TESTAMENTO SOCIALE DI PAPA FRANCESCO
ombre e luci dell’enciclica “Fratelli tutti”

Fratelli tutti è la terza enciclica di papa Francesco, dopo Lumen fidei del 29 giugno 2013 (iniziata da Benedetto XVI e firmata da Bergoglio) e Laudato sì (24 maggio 2015).
La firma è del 4 ottobre sulla tomba di San Francesco ad Assisi, festa del santo patrono d’Italia: un papa gesuita sempre più francescano.
Del resto, come il poverello di Assisi ha dato il nome al suo pontificato e lo ha ispirato a scrivere Laudato sì (l’enciclica per la terra), il “Santo dell’amore fraterno” (2) è alla base di Fratelli tutti.
Ispirazione questa volta condivisa con “altri fratelli che non sono cattolici” (286), come Martin Luther King, Desmond Tutu e il Mahatma Gandhi, oltre al beato Charles de Foucauld.

Il lungo documento non è un trattato sulla fraternità universale, cifra stilistica ormai di un magistero, con tutti i pro e i contro, che si caratterizza più per un linguaggio spirituale e psicologico che per una teologia sistematica.
Ma anche Fratelli tutti va letto non tanto e solo per quello che dice, ma come lo dice; vale a dire quell’incedere pastorale e non dottrinale che risale allo stile di papa Roncalli e del concilio Vaticano II, ma che non prende congedo da un’uguale profondità teologica. Vero e proprio principio organizzativo di una postura della Chiesa che vuole essere Mater prima ancora che Magistra.

Per quel poco di sintesi che si può fare di otto capitoli sviluppati in 287 paragrafi, si può cominciare con quello che non c’è nell’enciclica.
Non sbaglia Roberta Trucco su Ferraraitalia [Vedi qui] a rilevare la mancanza del termine sorelle accanto ai fratelli.
La pensa così anche il moralista Simone Morandini (Il Regno): “forse una maggiore attenzione per la dimensione complementare della sororità avrebbe arricchito un testo sul versante delle relazioni di genere”. Specie se si pensa che per Assisi è difficile pensare a Francesco senza Chiara.

Nell’enciclica non c’è, poi, un accenno sul tema rovente degli abusi sessuali e neppure c’è un solo riferimento alle opacità e intrighi dentro le mura vaticane.
La recente vicenda clamorosa dell’acquisto della Santa Sede di un immobile in Sloan Avenue a Londra, pagato 200 milioni di euro (ben oltre, si dice, il suo valore effettivo), è il coperchio sollevato di una pentola dentro cui da tempo ribollono scontri tra cardinali, monsignori, manager, affari, giri di denaro, comprese le offerte dei fedeli (l’obolo di San Pietro), su cui ora sono al lavoro avvocati e giudici.
Tutti aspetti che è difficile pensare estranei alla fraternità, innanzitutto dentro la Chiesa.
Si può dire che il quasi 84enne Bergoglio non abbia la forza per porre il dito, per quanto papale, su alcuni fronti, la cui temperatura è così alta da far pensare ai cavi dell’alta tensione.

Se le forze sono mancate tanto a papa Ratzinger quanto adesso a Bergoglio, si fatica a trattenere il dubbio inquietante se, pensando agli intrighi vaticani, la curia romana non sia riformabile né da destra, né da sinistra.

Proprio per il peso epocale di questi banchi di prova, assumono particolare peso le parole di commento all’enciclica di Mons. Victor Fernández, argentino, vescovo di La Plata, dato per molto vicino a Bergoglio: “Direi che è il grande testamento sociale di papa Francesco”.

Fin dal primo capitolo (Le ombre di un mondo chiuso) il pontefice dà voce a preoccupazioni al limite di un proprio pessimismo. Quasi solcando una distanza, come scrive Massimo Faggioli su Commonveal, rispetto alla ventata di fiducia del documento conciliare Gaudium et spes (1965) e in una una certa, e per certi versi sorprendente, continuità con il pessimismo di Benedetto XVI sulla modernità.
Fino ad arrivare a dire che in un mondo “senza una rotta comune (…), fra il singolo e la comunità umana sia ormai in corso un vero e proprio scisma” (31). Termine che come nessun altro nel linguaggio ecclesiale significa rottura.

Lo sguardo preoccupato è rivolto a un processo di globalizzazione che causa distanze, paure, chiusure. Liberismo, paradigma tecnocratico della finanza e della rete, populismi e nazionalismi, portano alla chiusura egolatrica dell’ ”io” a scapito del “noi” e producono la cultura dello scarto (188).
Parole che sentono prepotentemente l’eco degli effetti della pandemia: “non ci dimentichiamo degli anziani morti per mancanza di respiratori, in parte come effetto di sistemi sanitari smantellati anno dopo anno” (35).

La parabola del buon samaritano (Lc 10, 25-37), porta la riflessione nel solco biblico, per dire che lo spazio della fratellanza nel rispetto della dignità umana va cercato oltre ogni steccato e confine. L’assistenza e la compassione al malcapitato del racconto evangelico vittima dei briganti, non viene dal sacerdote, né dal levita, le persone perbene e timorate di Dio che passano oltre, ma dal samaritano, cioè da quanto di più spregevole, impuro, detestabile e pericoloso, si potesse immaginare secondo l’ortodossia del tempo.

Parallelamente, oltre ogni confine papa, Francesco guarda gli immigrati – da accogliere, proteggere, promuovere, integrare (129) – e oltre ogni confine ecclesiale estende lo spazio di costruzione della fraternità, quando cita per cinque volte Ahmad al-Tayyeb, grand imam di al-Azhar (la moschea-università del mondo islamico al Cairo), con il quale firmò il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi.

Sull’onda di quella che è stata chiamata un’antropologia relazionale, Fratelli tutti si spinge fino a schierarsi senza mezzi termini contro la pena di morte e la guerra, prendendo definitivamente congedo in terreno ecclesiale anche dal concetto di “guerra giusta”. Così come annovera la fame tra i crimini compiuti contro l’umanità.
Tutti temi che sono munizioni nelle mani di quanti criticano da tempo papa Francesco, perché il suo magistero osa toccare con sconcertante disinvoltura il sancta sanctorum dell’ordine mondiale economico e finanziario, con le sue leggi e regole del mercato, della produzione, della ricchezza.

Argomenti che rafforzano anche gli avversari interni a Bergoglio, reo di una navigazione verso la diversità che sacrifica i principi di verità sull’altare di un’indistinta carità, finendo per allentare il senso di un’appartenenza identitaria. Un cammino che irretisce storiche alleanze politiche, ritenute anche tatticamente utili per la difesa dei principi non negoziabili.
Ma, come scrive Marcello Neri su Il Mulino on line, la risposta di papa Francesco è chiara: “ci sono urgenze più impellenti che devono impegnare la coscienza cristiana in questo momento”.

Quello di Fratelli tutti, in altri termini, ha tutta l’aria di essere l’appello di chi sente con senso profetico che l’umanità si sta avvicinando al punto di non ritorno.
Papa Francesco sembra drammaticamente consapevole di un precipizio che, se non si cambia rotta – per il creato e per l’uomo – si avvicina pericolosamente e decide di entrare nei panni della sentinella che, come nella Bibbia, sa di non essere amata perché non cerca consensi. E tenta di delineare, pur con tutti i limiti di un discorso non sistematico, un’architettura del mondo, delle relazioni umane e della pace, che ha bisogno anche di un artigianato della fratellanza, fatto dei gesti e della testimonianza di tutti.

Cover: Udienza pubblica settimanale, Papa Francesco, Piazza San Pietro, Città del Vaticano. Foto di Mario Roberto Duràn Ortiz (Wiki Commons)

RITORNO A SCUOLA
È il tempo dell’accoglienza, della narrazione, della rimodulazione

Si torna a scuola. Ma che scuola è quella che sta riaprendo in queste settimane di settembre?
È la scuola che improvvisamente per mesi è venuta a mancare non si sa bene se più alle famiglie che ai ragazzi, è la scuola del compagno che ieri era di banco e che ora è da tenere a distanza sociale. La scuola della ricreazione monoposto, la scuola asettica delle mascherine, dei guanti e degli igienizzanti. La scuola delle prescrizioni, che si moltiplicano come non mai prima.
E perché dovremmo chiamare tutto questo ‘scuola’? Solo perché la scenografia è quella di sempre: l’aula, la cattedra, il banco, i compiti, le lezioni e le interrogazioni, gli orari, gli ingressi e le uscite.

Pareva cresciuta negli anni la domanda sociale di una scuola che, oltre ad istruire, recuperasse il suo ruolo di fucina dell’educazione. Nei suoi curricoli si sono andate moltiplicando le educazioni di ogni genere, addirittura spesso le è stato chiesto di svolgere una funzione di supplenza nei confronti delle famiglie e dei genitori in crisi di ruolo e di capacità educativa.

Ora che dell’educazione ce ne sarebbe bisogno come non mai, pare che l’emergenza sanitaria l’abbia cancellata dall’orizzonte. Ce lo ricorda Umberto Galimberti che ‘educare’ significa prendersi cura della dimensione emotivo-sentimentale dei nostri ragazzi, aiutarli a passare dalla pulsione all’emozione. La mente non si apre se prima non si è aperto il cuore, scrive il filosofo.
Non c’è solo, pertanto, l’attenzione sanitaria da allertare, c’è quella verso l’interiorità di ogni bambina e di ogni bambino, di ciascuna ragazza e di ciascun ragazzo. Come tanti mesi lontani dalla scuola li hanno cambiati. Quali segni ha lasciato la lunga convivenza in famiglia, quanto hanno appagato il loro bisogno di affetto le cure e le attenzioni ricevute, che significato ha assunto il condividere in modo più partecipato da genitori, fratelli e famigliari il frequentare la scuola sia pure a distanza. Tutti sappiamo che c’è anche il rovescio della medaglia e che per quanti la scuola era l’unico spazio di liberazione, il lockdown può aver costituito la condanna a vivere una dimensione famigliare frustrante, di privazione, quando non conflittuale, se non pericolosa. Ci sono, dunque, anche cicatrici da rimarginare, che hanno bisogno del balsamo della comunità ritrovata.

Ecco, la scuola come luogo in cui c’è sempre qualcuno che si prende cura di te, che ti accoglie in modo disinteressato e si pone a tua disposizione. La scuola del respiro ampio, la scuola dei tempi lunghi, la scuola dell’ascolto e della confidenza, la scuola della solidarietà degli insegnanti e dei compagni, il luogo dove condividere emozioni che sono uniche.
Ciò che andrebbe evitata è la fretta di sedersi alla cattedra e al banco, di riprendere a insegnare per recuperare il tempo perduto, lasciando le vite di prima, le vite del vuoto scolastico, fuori dalle aule.

Il progetto educativo della ripresa avrebbe bisogno di tre passaggi: accoglienza, narrazione, rimodulazione.

Accoglienza per tornare a riconoscersi, per scoprirsi mutati e quanto, per comunicarsi cosa si pensa di aver perduto e che aspettative si nutrono, per pronunciare promesse e rilanciare prospettive. Quali sono i bisogni a cui ciascuno vorrebbe che la ripresa scolastica rispondesse. Riprendere il filo interrotto, da dove ci eravamo lasciati e progettare i prossimi cammini. Parlare di noi e dell’effetto che fa ritrovarsi. Quanto ci sono mancati il gioco e l’aula. Quanto è mancato il calore della stare insieme, del condividere idee, saperi e anche conflitti.

Narrazione di come è stato vissuto il tempo forzato dell’extrascuola, le ansie, i timori, le relazioni, i pensieri maturati. La vita vissuta in famiglia, mesi lontani dai propri compagni, il desiderio di fuga e di ribellione. Esperienze di maggiore armonia o, al contrario, di maggiore attrito con i genitori e gli adulti in generale. La perdita di spazi di autonomia, le rinunce, i social come l’unica finestra aperta sugli altri, la compagnia dei propri device, divenuti gli amici preziosi con cui vincere la gravità del tempo sospeso. La scoperta del guscio con cui ci si è difesi dall’esterno, dalla presenza invadente degli altri in famiglia, il richiudersi in se stessi, la fuga nella lettura, nei film scaricati, negli auricolari che sparano la musica. Scoprire d’essere un’isola e di aver vissuto come in un’isola. La rivelazione a se stessi di se stessi, della compagnia che ci si può fare quando ci si ritrova soli a tu per tu con il proprio io. Maggiore o minore stima di sé, maggiore o minore fiducia nelle proprie risorse e potenzialità. Depressione o resilienza. La narrazione per trovare uno specchio negli altri, riflettersi nelle compagne e nei compagni, in testimoni a cui credere ed affidarsi come gli insegnanti che ti aiutano a parlare delle tue esperienze, a ripercorrerle, non per rimuoverle ma per comprenderle, comprenderle nella mappa della propria storia.

Infine la rimodulazione. Il rapporto con la scuola che non può essere più quello di prima. A scuola i bisogni non sono mai stati uguali e se la scuola di prima li uniformava ora non è più possibile, perché l’emergenza ha portato alla luce una scuola traumatizzata, una scuola ferita, di una ferita che per essere rimarginata ha bisogno della cura di studenti e insegnanti. Rimodulazione significa che la ripresa del cammino deve essere personalizzata, perché non si esce da mesi senza scuola tutti uguali, i pesi portati sono stati differenti, come diverse erano le forze per reggerli. C’è un lavoro di ricomposizione di ciò che per ciascuno si è indebolito o è andato in frantumi, con attenzioni e modalità che inevitabilmente variano per ognuno. Rimodulare il fare didattica tra presenza e distanza, cercando di annullare la lontananza prodotta dall’on-line. Rimodulare la classe in gruppi differenti, non per età ma per necessità educative, per bisogni e tempi di apprendimento sempre più personalizzati. Utilizzare gli incontri in presenza per organizzare il lavoro che si farà a distanza, per evitare la divaricazione tra il dentro e il fuori, per impedire che la distanza si traduca per qualcuno in un accumulo di svantaggi.
Rimodulazione significa flessibilità dei curricoli, degli spazi e degli orari, dell’uso delle figure professionali, docenti, educatori, insegnanti di sostegno, esperti, attori del territorio.
Rimodulazione suggerisce di ripensare il rapporto tra apprendimenti formali e apprendimenti non formali, come riconoscere competenze acquisite non direttamente a scuola, semmai nell’impegno e nello studio individuale. Riconoscere con un sistema di crediti i saperi acquisiti al di fuori della programmazione scolastica. Ibridare il sistema non solo con la didattica a distanza, ma con il riconoscimento delle competenze da ciascuno acquisite per altre vie, non necessariamente formali.

L’eccezionalità della situazione dovrebbe suggerire di predisporre per ogni bambina e bambino, per ogni ragazza e ragazzo un patto formativo, un contratto formativo tra scuola, studente e famiglia in cui definire l’impegno di ciascun soggetto, il percorso di studio, le sue modalità, le tappe e gli obiettivi da raggiungere, in funzione delle necessità individuali. Cosa si impegna a fare la scuola, cosa si impegna a fare la famiglia, cosa mi impegno a fare io. Predisporre il profilo di tutor a cui affidare gruppi di studenti, grandi e piccoli, incaricati di prendersi cura di loro, di seguirne i processi di apprendimento, sostenerli e indirizzarli, da incontrare a scuola nei pomeriggi o da visitare a casa.
Non resta che augurare ai nostri ragazzi e a noi stessi che i mesi di assenza forzata dalle aule non abbiano messo in quarantena anche i cervelli e che il ritorno a scuola offra loro la gradita sorpresa di beneficiare di qualche idea nuova in più, non solo per l’oggi ma anche per il futuro.

Gratitudine

Un germoglio. Un aforisma, un incipit, un motto celebre, un proverbio, una frase ‘rubata’ a questo o a quel grande autore. E dal germoglio esce una riflessione, spunta un pensiero nuovo, germogliano parole che hanno a che fare con il nostro presente. La rubrica Germogli inaugura la settimana di Ferraraitalia. La trovate tutti i lunedì, nella prima ora del mattino.
(La redazione)

Don Domenico Bedin non è uno di quegli uomini che aiutano per avere la riconoscenza di chi quell’aiuto riceve. Ha accolto e dato una mano a tante persone senza badare a nient’altro che al loro bisogno. E’ anche un uomo con un senso della giustizia che gli fa chiamare le cose con il loro nome. Non sarà un ingrato fra tanti grati a guastargli la vita.

“Vale la pena di sperimentare anche l’ingratitudine, per trovare un uomo riconoscente”.
Seneca

Una pillola di saggezza o una perla di ironia per iniziare bene la settimana…

Per leggere i germogli delle settimane passate, clicca [Qui]

PRESTO DI MATTINA
SIAMO TUTTI CLAUDICANTI, TUTTI MIGRANTI:
Non cerchiamolo in cielo, è sulla Terra che troviamo Cristo

Anni fa, quando m’imbattei nell’opera pittorica di Georges Rouault (1871-1958), ne rimasi sorpreso. Le sue tele ‒ pensai ‒ riflettono bensì la disumanità dell’uomo, ma testimoniano al contempo anche il volto umano di Dio nel mondo. È nella realtà del suo tempo, segnata da profonde disuguaglianze sociali mascherate da un’ipocrisia dilagante, che egli trova la sua ispirazione, intrecciando il tutto con una spiritualità incarnata. Emerge così nella sua narrazione pittorica un carattere sacro generato da una duplice polarità: fede e vita, spiritualità e realtà, si fondono assieme inducendo lo stesso autore a definire la propria opera come un’ardente testimonianza della compassione di Dio per gli uomini. Con gli occhi della sua pietà, il pittore ritrae questa vicinanza di Cristo agli uomini e alle donne del proprio tempo sull’orlo di un abisso esistenziale; una prossimità che lo porta a condividere con loro, tanto l’esclusione e il rifiuto, quanto la speranza di un riscatto che proviene dalla Sua stessa vita.
Domani è l’ottava di pasqua. La settimana vissuta come fosse un solo giorno, quello di Pasqua, in cui facciamo memoria dell’incontro di Gesù Risorto con Tommaso: un episodio dipinto più volte proprio da Georges da Rouault in quadri che egli intitolò “Seigneur, c’est vous, je vous reconnais”. Vi si ritrae il riconoscere di un altro irriconoscibile, uno straniero del quale, come a Emmaus, il Risorto assume le sembianze. «Sei tu Signore, ti riconosco»: da allora questa frase risale in me ogni volta che accade un incontro, specie se difficile, l’incontro con il dolore e la sofferenza. Perché ormai queste parole si sono inestricabilmente intrecciate alle altre ‒ che parimenti tengono insieme fede e vita riflettendo l’opera di giustizia su cui riposa la benedizione del Signore ‒: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto…».

Colpisce il fatto che nel Tommaso di Rouault alla fine le ferite non vengono toccate; il riconoscimento accade prima, senza dipendere dal vedere le piaghe nelle mani e nei piedi del Cristo o nel mettere la mano nel suo costato. Il riconoscimento del Risorto scaturisce dalla pietà, da quella compassione, da quell’amore verso la condizione umana calpestata  che supplisce ogni vedere e toccare ed è generativa del credere. L’amore come forma di fede, propria di quei credenti cui si rivolge la beatitudine finale di questo brano del vangelo: «beati quelli che non hanno visto ‒ e potremmo anche dire: amato ‒ e hanno creduto!».
Ecco l’invito della Pasqua: quello di vedere con il cuore, di riconoscere nell’altro noi stessi, e in lui vedere anche la nostra fragilità, il nostro dolore. Nel Risorto convergono, in fondo, il suo e il nostro destino, così come quello di ogni uomo. Per questo, come narrato ne La leggenda del Grande Inquisitore (il manifesto del pensiero religioso di Dostoevskij ndr.), Egli non è da cercare in cielo. Lo ricorda anche l’evangelista Luca negli Atti degli apostoli.«Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”». È qui, dunque, sulla terra, che Cristo va cercato e incontrato, perché egli è già qui e viene sempre. È da cercare claudicante con chi zoppica, sulle strade della nostra quotidianità, che egli percorre per rialzarci e così disvelare il valore della nostra claudicanza.
Pasqua è un essere rialzati: o meglio innalzati proprio perché, prima, ci si è abbandonati, come Gesù, nelle mani del Padre. Innalzati perché siamo stati amati e perché riusciamo ad amare nonostante la nostra fragilità, comprendendo che cercare le cose di lassù significa cercare il Risorto tra noi.

Alzarsi è il verbo della risurrezione; non più disteso ma in piedi, libero dalle bende, perché liberato dai legami della morte. Colui che si è abbassato fino alla morte e alla morte di Croce è stato innalzato dal Padre, che gli ha dato il nome sopra ogni altro nome, affinché in Gesù ciascuno di noi venga rialzato e rimesso in cammino.
La fede a Pasqua non è una fede trionfante ma claudicante: cammina zoppicando. Parola nuova per dire la nostra fragilità, il nostro farci e divenire, progredendo nella vita come nella fede. E se ci pensate bene, anche l’amicizia ‒ che «è metà della vita» come mi disse una volta don Ones , parroco prima di me a S. Maria in Vado ‒ è esperienza di claudicanza. Perché l’amicizia autentica ci rende consapevoli che senza l’altro si è zoppicanti. E parimenti anche la fede è zoppa senza uno a cui affidarsi.
Ma questa debolezza del credere è anche la nostra forza, rendendoci capaci di distogliere lo sguardo da noi stessi per rivolgerlo oltre, al di fuori, vero l’incontro con l’altro.
È nella relazione, nella compagnia della fede, scoprendo che l’altro mi manca e non posso vivere senza, che avviene la crescita che ci trasforma. Come la pasta in compagnia del lievito, il cibo del sale, il seme in compagnia della terra, così anche noi in compagnia della dolce amicizia del Cristo che come uno straniero si accompagna mentre siamo in cammino, trasformiamo la nostra vita. Nella nostra condizione umana sta fortunatamente una claudicanza che ci impedisce di esistere da soli, come una torre senza porte e finestre, una vita vuota in solitudine.

Lo constatiamo anche in questa situazione di quarantena: cosa saremo senza gli altri? I malati senza i medici, noi senza farmacie e alimentari aperti, senza i vicini che ci rivolgono una voce. La nostra realtà più profonda, quella di esseri incompiuti ma orientati, in trasformazione verso una pienezza, in movimento verso un compimento, ci viene allora manifestata proprio dalla claudicanza: essa ci spinge a cercare sempre di nuovo e oltre, in profondità e fuori, in avanti e al di sopra. Ci distoglie dal nostro io, e se in apparenza ci sottrae a noi stessi, in realtà ci completa nella relazione, come il seme che diventa spiga, o il fiore frutto.
In fondo, siamo pellegrini e ospiti anche in questa città, di cui pure siamo responsabili. Lo sguardo resta però rivolto alla città di lassù, nella consapevolezza ‒ altro aspetto della nostra claudicanza umana ‒ che non abbiamo qui una città definitiva. Una condizione che ci rende per definizione precari, tutti indistintamente migranti, ridimensionando la nostra illusione di onnipotenza, scalzata dal desiderio di condividere e moltiplicare con gli altri il pane della Pasqua, che è pane per tutti, anzi pane di tutti.

Spezzate il pane alla vostra tavola oggi, e ricordate che così ha fatto anche Gesù condividendo con chiunque desiderasse stargli accanto. Forse che non ci si restringe quando nasce un figlio? E quando vien un ospite, non ci si rimpicciolisce e gli si lascia il posto più bello? Il tutto senza sacrificio, perché la loro presenza ci completa, ci fa evolvere, ci darà la stessa gioia che emozionò i due di Emmaus nel riconoscere il Signore. Vedete che si può rimpicciolire senza diminuirsi.
I discepoli a Pasqua sono come i bambini che hanno appena iniziato a vedere o a camminare, che stanno in piedi a malapena. È l’esperienza di Pietro e Giovanni: uno corre e arriva prima, ma si ferma e lascia entrare il secondo claudicante che lo segue. Vedete: la fede di uno aiuta la fede dell’altro, e così si completano. Per questo dobbiamo pensare  che anche la Chiesa è una realtà claudicante.
Ce lo ricorda il Concilio che paragona la Chiesa alla luna. Cosa sarebbe infatti la luna senza la luce del sole; resterebbe buia, non diminuirebbe ma non crescerebbe nemmeno, rimanendo spenta e invisibile. Così anche la Chiesa, senza rimpicciolirsi e far posto a Cristo e ai fratelli, non potrebbe riflettere colui che è la luce delle genti; non sarebbe più inviata né missionaria; non sarebbe più niente.

Per concludere, una piccolissima parabola nella quale ci si ricorda che chi si rimpicciolisce, come la luna, per fare spazio agli altri, ascoltarli ed aiutarli, e donare anche la vita, avrà la gratitudine di molti e la vita per sempre nel Signore risorto.
Si racconta che quando il Creatore fece i due grandi luminari del cielo, la luna protestò: “Due sovrani non possono fregiarsi della medesima corona.”
“Hai ragione”, rispose il Creatore, “non ci avevo pensato, vai e rimpicciolisciti.”
La luna rimase a dir poco mortificata, allora il creatore riprese. “Vai, la tua incompiutezza ti darà una moltitudine di sorelle e fratelli. Rimpicciolirsi non significa diminuirsi ma aprirsi e fare spazio all’intero universo.”
La luna esitò un momento e in quell’attimo, come ogni chicco di grano che sta per essere gettato nella terra od ogni uomo che sta per morire, sentì una grandissima solitudine ed ebbe paura. Ma fu solo un attimo, perché subito ricordò quella parola, “Sia la luce”, che aveva illuminato ogni cosa, e senza più indugiare si tuffò nella luce. In quel momento l’oscuro denso orizzonte del nulla si aprì all’infinito, e una moltitudine di stelle, pianeti, galassie si dispiegò a perdita d’occhio, senza fine, sotto il suo sguardo, incredulo per la gioia.
Sono i mistici, i genitori e i poeti i più sensibili al dovere di rimpicciolirsi davanti al mistero della vita, al mistero di Dio e al mistero della parola generatrice di senso. La scrittrice Lalla Romano così ci racconta la fede: “Fede non è sapere / che l’altro esiste /  è vivere dentro di lui / Calore / nelle sue vene / Sogno / nei suoi pensieri / Qui aggirarsi dormendo / in lui destarsi.”.
Destarsi in lui: questa è la Pasqua.

OLTRE IL DISASTRO E SOPRA LE STELLE.
Leggere dentro la crisi i segni (contraddittori) del nostro futuro

Tra gli innumerevoli danni che sta causando l’epidemia prodotta dal virus Covid -19 c’è sicuramente quello di aver consegnato le nostre vite ad una sorta di tempo sospeso, di annullamento delle usuali modalità relazionali (private e pubbliche), facendoci precipitare in una specie di vuoto democratico dove, in nome di un bene superiore, diventa anche legittimo congelare il pensiero critico, affidandosi al principio di autorità, piuttosto che a quello di condivisione.
Da un lato questo vuoto, infatti, è stato sempre più occupato a livello sistemico da indicazioni, prescrizioni, suggestioni che, trasmesse dalla governance sul piano linguistico, hanno prodotto province comuni di significato, espressioni riguardanti soprattutto:
a) la profondità della cesura rispetto al recente passato, improvvisamente scomparso ai nostri occhi (niente sarà più come prima);
b) il desiderio ammantato di promessa verso una fuoriuscita comunque positiva (finirà tutto bene);
c) la consegna diretta a cittadini responsabili, da parte di una èlite politico-sanitaria, dell’armamentario necessario finalizzato al ritorno alla cosiddetta ‘normalità’ (state in casa).
D’altro lato si avverte [intervista a Fausto Bertinotti, Huffington Post del 22/3/2020] levarsi, sempre più consistente, la preoccupazione verso quelle dinamiche, il timore riguardo una possibile deriva autoritaria, verso una “desertificazione della democrazia”, per la costruzione di uno Stato di Eccezione non dichiarato.

Ecco allora sorgere la necessità di inscrivere le considerazioni su come possano essere interpretati tali opposte posizioni, all’interno di un quadro esplicativo più vasto, che renda ragione della complessità della realtà che ci troviamo ad affrontare: una realtà che ha, oramai da tempo, il suo centro nel tratto identificativo della Crisi.

La comprensione della situazione odierna, infatti, richiede la visualizzazione dell’immagine di una società le cui aporie si manifestano oggi sempre più compiutamente in tutti e tre i sotto-sistemi di cui è composta: il sotto-sistema politico, quello economico e quello socio-culturale.
Gli studi sull’integrazione dei contributi migliori della fenomenologia trascendentale ed esistenziale (E. Husserl, A.Schutz …) e quelli delle teorie dei sistemi sociali (J.Habermas, N.Luhmann …) hanno da tempo avvertito che se a crisi economico-finanziarie che investono il sistema produttivo, a quelle di legittimazione che colpiscono il sistema politico di governo, e a quelle motivazionali del socio-culturale (scuola, arte, tempo libero …), si dovesse sovrapporre contemporaneamente una crisi profonda nel mondo delle relazioni interpersonali, allora si interromperebbe la produzione del senso tra gli individui, merce che non si compra e non si vende al mercato, ma che si autoproduce all’interno di relazioni ritenute significative per i soggetti
Tutto questo potrebbe portare il sistema sociale verso quel tramonto irreversibile della società occidentale democratica di cui da tempo sentiamo preconizzare la fine.

Quanto lontani siamo da questo scenario?
A rileggere le ultime interviste a Zygmunt Bauman, o seguendo letture psicologiche decisamente significative come quella di Massimo Recalcati, non molto in verità.
Siamo oggi di fronte ad una mutazione antropologica dell’individuo, soggetto del iperconsumismo dionisiaco che ha eretto ‘il godimento’ a unica legge morale, cullato dall’illusione di un mondo totalmente manipolabile.
A livello sistemico a tale mutazione antropologica, corrisponde la crisi della democrazia e di una idea di libertà che si riduce alla libertà del consumatore, dove si assiste alla scomparsa della politica come mediazione dei conflitti, a cui si sostituisce una organizzazione del potere come tutela solo di certi interessi forti.
Ed ecco che oggi, su questa nostra società condannata a un lento declivio, si abbatte il flagello del Covid-19.
Interessante è capire in che modo la gestione dell’emergenza impatta con il paradigma sopra descritto.

La situazione in Italia è molto grave.
Dati alla mano risulta che l’andamento del coronavirus sta facendo molti più morti in Italia che in Cina arrivando ad un tasso di letalità che sfiora il 9%, contro il loro 2%, mentre i decessi superano già di molto quelli totali della Cina.
Non abbiamo tamponi, non abbiamo laboratori sufficienti, non abbiamo mascherine, non abbiamo… dottori!
“Di fronte alla catastrofe attualmente in corso in Lombardia, è urgente porsi la domanda: Che cos’è successo a Codogno, a Bergamo, a Brescia? Io credo che ci siano dei fattori, che ancora non conosciamo, che possono favorire la diffusione eventualmente legati alle strutture ospedaliere” – ha spiegato Ilaria Capua, illustre virologa, docente all’Università della Florida – a caratteristiche demografiche, qualità dell’aria, resistenza agli antibiotici, abitudini alimentari, comportamenti  [leggi l’intervista]. Ma sempre più chiaramente emergono delle responsabilità politiche, nella misura in cui l’epidemia ha dimostrato tutti gli inganni della dottrina liberista. “Un sistema sanitario fino ad un decennio fa tra i migliori del mondo è stato fatto precipitare a suon di tagli (circa 37 miliardi complessivi) e riduzione del personale di circa 46.500 tra medici e infermieri. Il risultato è stata la perdita di 70.000 posti letto, che per quanto riguarda la terapia intensiva significa essere passati dai 992 posti letto ogni 100.000 abitanti del 1980 ai 275 nel 2015”, come scrive Marco Bersani [qui]. “Fino ad arrivare ad indurre gli operatori sul campo a scelte estreme come quelle di ‘non curare’ certi malati (anziani e/o pluripatologici)”, come racconta Giorgio Ferrari sul Manifesto del 20 marzo [qui].

L’epidemia, insomma, ha funzionato da lente di ingrandimento, ha messo sotto l’occhio di tutti la vacua consistenza di un modello economico-sociale interamente fondato sull‘interesse, sul profitto di impresa e sulla preminenza dell’iniziativa privata.
Se a questo aggiungiamo l’evoluzione delle scelte programmatiche di partiti che privilegiano uno Stato Leggero anche nei servizi, fino a sostenere una autonomia regionale ancora più convinta, sposandone le proposte di autonomia differenziata, si può ben capire la grande difficoltà di riuscire, nella gestione di una emergenza, a garantire una assistenza sanitaria che non riduca operatori e pazienti a carne da macello.
Ma tutto ciò può essere tematizzato, quando per coronavirus direttamente o indirettamente stanno morendo nelle nostre strutture sanitarie circa 400 persone al giorno?
Assistiamo quindi ad un processo distrattivo e ad un grosso investimento mediatico su altre modalità.

La prima si riferisce al monito: “State in casa!”
Nella situazione che si è venuta a creare deve ritenersi doverosa per tutti la reclusione forzata, quale ricerca di una soluzione efficace a garantire una interruzione della trasmissione del virus.
Stare in casa è fondamentale per evitare la moltiplicazione del contagio. Quello che però si deve allo stesso modo tener ben presente è che il vero punto dirimente di tutta la questione, per dirla con le parole del virologo Carlo Signorelli su liberoquotidiano.it del 21.03, non è “non uscire ,ma non venire in contatto con gli altri” [qui]. Quindi si può uscire solo se si garantisce il distanziamento sociale: sarebbe allora del tutto assurdo proibirlo in un posto dove non passa nessuno, o consentirlo dove la concentrazione delle persone determinerebbe la possibilità del contagio.
Il problema è che, avendo reputato impossibile attuare tutto questo, è stata decretata una negazione indiscriminata, rafforzata da sanzioni, e soprattutto seguita dalla colpevolizzazione dei cittadini.
Ancora Marco Bersani su attac-italia della settimana scorsa. “Non è il sistema sanitario, de-finanziato e privatizzato, a non funzionare; non sono i decreti che, da una parte, tengono aperte le fabbriche (e addirittura incentivano con un bonus la presenza sul lavoro), e dall’altra riducono i trasporti, facendo diventare le une e gli altri luoghi di propagazione del virus; sono i cittadini irresponsabili che si comportano male, uscendo a passeggiare a inficiare la tenuta di un sistema di per sé efficiente. Questa moderna, ma antichissima, caccia all’untore è particolarmente potente, perché si intreccia con il bisogno individuale di dare nome e cognome all’angoscia di dover combattere con un nemico invisibile: ecco perché indicare un colpevole (‘gli irresponsabili’), costruendogli intorno una campagna mediatica che non risponde ad alcuna realtà evidente, permette di dirottare una rabbia destinata a crescere con il prolungamento delle misure di restrizione, evitando che si trasformi in rivolta politica contro un modello che ci ha costretto a competere fino allo sfinimento senza garantire protezione ad alcuno di noi.”.

Ed ecco che i provvedimenti dei presidenti delle Regioni in tema di libertà di movimento diventano ancora più restrittivi di quelli del Governo.
Ed ecco le esternazione cariche di risentimento e di rabbia di cittadini contro il passaggio di ciclisti professionisti mentre si allenano da soli (attività permessa dai decreti governativi) sulle stradine secondarie della penisola.
Ed ecco la foto postata dal Policlinico San Martino di Genova sul proprio profilo Facebook , la foto di una paziente appena estubata, su cui recita questa scritta: “Volete ridurvi così? No? Allora state a casa, poiché diversamente l’unica corsa che farete sarà verso il reparto di rianimazione” [Foto e notizia in Huffpost del 20/3/2020].

La seconda modalità viene sintetizzata in quel “niente sarà più come prima”.
Aver attraversato un‘esperienza di tale portata potrebbe spingere i cittadini a richiedere la modifica dei modelli di vita, di consumo, di organizzazione dell’economia; ma il sistema da solo può solo autocorreggersi, non può ‘convertirsi’.
Ed ecco che quel ‘niente sarà più come prima’, detto e ridetto da esperti, politici, opinionisti nel momento in cui si chiede loro di tratteggiare il dopo virus, viene utilizzato per paventare scenari economici post apocalittici, problemi di tenuta finanziaria del Paese, rapporti sempre più conflittuali con l’Unione europea… e così via. Il pagamento dei costi dell’epidemia, sia in termini economici che politici, porteranno a trovare sempre meno conveniente il mantenimento delle forme di mediazione e di condivisione democratiche fin qui conosciute.
Adriano Sofri , in un bell’articolo comparso sul Foglio del 18 marzo [qui] legge nella necessità di una conversione, la sola possibilità di salvezza democratica del sistema e delle persone.

Convertirsi presuppone non un bisogno di credere (come è naturale durante una emergenza), ma un desiderio di credere, di andare cioè (come ci dice l’etimo) oltre il disastro, sopra le stelle, verso l’uomo vero, per farlo uscire dalla dimensione delle dipendenze, per entrare in quella della piena realizzazione della sua umanità.
Ma questo può farlo solo l’Uomo, non un virus.

Invece si moltiplicano letture ed interpretazioni del Coronavirus come angelo sterminatore da cui noi possiamo imparare a comportarci bene. O di chi ravvisa nei canti sui balconi, nelle bandiere mostrate, segni già da ora di un riscatto, insomma del ‘finirà tutto bene!’, la nostra terza modalità distrattiva, la meno evidente in verità.
Come mai questa può essere considerata una modalità distrattiva?
Gli esempi citati sono certamente elementi positivi, ma in realtà sono segnali, segnali di speranza, piazzole di sosta per rifiatare, disseminati lungo un percorso di crisi. Ma non sono di per sé segni forieri di futuro.
Il male è male. Porta dolore, morte e sofferenza, la cui realtà e origine rimane oscura e ci lascia attoniti, senza parole. Non penso che conduca con sé anche la possibilità germinatrice, una sorta di pars costruens.

L’uomo invece ha sì la possibiltà di intraprendere un percorso differente, ma faticoso, frutto di un cammino che sarà lungo, lento, fatto di ‘passo dopo passo’, di scelte precise e non di nostalgia per quello che nell’emergenza ricordiamo essere stato, e nemmeno dell’entusiamo dettato dalla fretta di uscirne.

Abbiamo iniziato questa riflessione su un crinale di una mutazione antropologica sulla quale si è abbattuta come una furia la tempesta dell’epidemia.
Certo, intanto possiamo coprirci, soprattutto i bambini (sono bellissimi i loro disegni appiccicati alle porte delle case con quel Finirà tutto bene tutto colorato ), metterci un maglione più pesante, per sentire un po’ di caldo. Ma quando passerà ci ritroveremo sullo stesso crinale, a dover scegliere se vogliamo davvero passare dall’altra parte.
E allora, se la società dell’ipertutto ha dato questi risultati, dobbiamo affrontare senza veli questa domanda, e dare ognuno di noi la propria personale risposta. Non abbiamo avuto troppa fretta nel metter via ascolto, gentilezza, gratuità, lettura/scrittura, accoglienza… solo perché non si vedono e non si toccano ma si sentono, eccome, quando mancano?

Gli Emergency Days fanno il punto sulle emergenze in Italia

Una vera e propria ‘emergenza Italia’, ma di natura diversa da quelle che di solito vengono evocate. E’ l’allarme lanciato in due degli incontri del programma della decima edizione degli Emergency Days di Ferrara, iniziati il 2 luglio e che si concludono oggi – 6 luglio – negli spazi di Factory Grisù in via Poledrelli.
Due i temi, caldissimi, non solo per la temperatura estiva, e collegati fra loro: il ‘decreto insicurezza’, come recita il titolo dell’incontro del 3 luglio, e la pervasività del cosiddetto ‘hate speech’, attorno al quale ha ruotato l’incontro del 4 luglio.
Fra gli ospiti: Luigi Manconi, ex senatore e Presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani; Don Mattia Ferrari, viceparroco di Nonantola imbarcato sulla Mare Jonio della piattaforma Mediterranea; Federico Faloppa, professore associato all’Università di Reading (UK), consulente di Amnesty International su hate speech e contrasto al linguaggio d’odio, collaboratore dell’Associazione Carta di Roma, Cospe onlus e della Fondazione Alexander Langer; Giuseppe Giulietti, giornalista e sindacalista, attuale presidente della Federazione nazionale stampa italiana.

In una Ferrara nella quale la Sinistra sta ancora accusando il colpo delle ultime elezioni, nei cui Lidi un turista tedesco può trovarsi l’auto vandalizzata con scritte rivolte alla capitana Carola, nella quale una donna che indossa lo jilbab può essere apostrofata in un centro commerciale, nella quale l’associazione studentesca Link-Studenti Indipendenti denuncia clausole discriminatorie riguardo la nazionalità e non solo nei contratti d’affitto, in questa Ferrara il messaggio che esce da entrambi gli incontri è che bisogna prepararsi a una dura, difficile e lunga battaglia per quella che è, chiedo anticipatamente scusa per il termine così significativo, ‘l’anima’ del Paese.
Manconi, mercoledì 3 luglio, non usa mezzi termini: la “politica dell’insicurezza” è destinata ad avere “effetti devastanti per la vita sociale, per la capacità di costruire una comunità” e “a produrre automortificazione, una società regredita e rattrappita”. Giulietti e Falloppa la sera dopo non sono da meno. Il giornalista parla di necessità di “alzare i toni” per la difesa della Costituzione. “Non si tratta di buonismo, la difesa della cultura della diversità e della tolleranza è una lotta politica e serve una grande pressione democratica per la difesa della Costituzione: non è una difesa dei migranti e dei diversi, ma di tutti noi”. Mentre Falloppa, a proposito dell’hate speech, parla di un problema non solamente italiano ma internazionale, sfuggente dal punto di vista delle definizioni – anche giuridiche – ma non nuovo: “il primo libro sull’argomento l’ho scritto diciannove anni fa, da allora le cose sono cambiate in peggio e continuano a peggiorare”. E’ una “emergenza democratica”, siamo di fronte a una “società che sta collassando su stessa”, “non c’è più uno stigma sociale” riguardo questo linguaggio sdoganato: il ‘gentese’ diventato “la cifra di un’intera nazione”. La soluzione: “una mobilitazione molto lunga e faticosa che richiede tanta pazienza e intelligenza”, secondo Manconi; per Giulietti il recupero “della centralità del pensiero critico” e delle relazioni ‘in presenza’ perché la democrazia digitale “rinuncia ai corpi”; per Falloppa “la necessità di ritrovare i pensieri complessi” e il “coraggio di sfidare” l’hate speech con una vera e propria “contronarrazione”.
Una mobilitazione per fronteggiare quel “sentimento di angoscia collettiva” che trova nel “vicino lontano” il destinatario su cui “rovesciare la voglia di rivalsa”, nelle parole di Manconi; per neutralizzare quei “contenuti di odio che erano sotto la pelle di questo Paese e che i social – secondo Falloppa – hanno solo eccitato” per la visibilità, la ripetibilità e il filtro che offre lo schermo.

Ma segnali di un’Italia diversa ci sono: la mancata convalida dell’arresto della capitana Rakete da parte della gip di Agrigento, Alessandra Vella – di nuovo una donna, guarda caso, come sottolinea anche Manconi – in nome della scriminante legata all’avere agito all’adempimento del dovere di salvare vite umane in mare; gli stessi volontari di Emergency o Cospe o Arcigay – rispettivamente rappresentate in queste due serate da Michele Iacoviello, Alessia Giannoni e Manuela Macario – che quotidianamente si impegnano contro quella che Papa Francesco ha chiamato “globalizzazione dell’indifferenza”. E a questo proposito è don Mattia ad affermare che “sono più fedeli al Vangelo” i ragazzi di Mediterranea che ha incontrato sulla Mare Ionio rispetto “a coloro che cercano di strumentalizzarlo”: sulla nave “ho avuto una grandissima testimonianza di Vangelo vissuto”, afferma don Mattia citando la parabola del buon samaritano “davanti all’umanità ferita”. “Più li conosci e più rimani sconvolto dalla criminalizzazione di questi ragazzi: si sono messi in gioco non per fare del casino, ma per difendere l’umanità dei migranti e di noi tutti”. Ecco quell’anima da riscoprire, proteggere, rivendicare.

Dopo aver aperto il 2 luglio con un incontro su disabilità e inclusione sociale, con ospite d’onore Soran Mihamad, uno dei primi pazienti curati nel Centro chirurgico di Emergency a Sulaimaniya in Iraq dopo che nel 1996 aveva perso la gamba destra colpito da una mina antiuomo, gli Emergency Days 2019 si chiudono questa sera con un’omaggio per il 25° compleanno dell’associazione fondata da Gino Strada. Ospiti: Rossella Miccio, Presidente di Emergency dal 2017, e le giornaliste Laura Cappon, Sabika Shah Povia, Alice Pistolesi (Clicca QUI per maggiori info).

Per la documentazione integrale degli incontri degli Emergency Days: fb edaysferrara
Leggi il Rapporto Amnesty International ‘Barometro dell’odio – Elezioni europee 2019’

Il mondo che vogliamo

Come tedesco e non-residente a Ferrara non ho le competenze per intervenire direttamente nella campagna elettorale in corso per il prossimo sindaco. Non essendo a Ferrara stabilmente non conosco l’evoluzione della politica locale, il posizionamento delle persone e dei candidati. Forse però sono in grado di dare alcuni stimoli politici partendo dal mio particolare punto di vista che è un po’ fuori e un po’ dentro una città che amo.

Faccio il lavoro di scrittore e giornalista, ma da anni il mio impegno principale è quello di segretario generale della rete globale Giornalisti aiutano giornalisti in zone di guerra e di crisi; continuo questo lavoro come ‘campainer’ (‘networker’) anche quando sono a Ferrara. Anche a causa di quest’impegno in una ong che si occupa di giornalisti in galera, in fuga o minacciati, so benissimo cosa significa una stampa libera come pilastro fondamentale della democrazia e quanto siano importanti i diritti umani.

L’essere ogni giorno in contatto con tante altre ong in tutto il mondo mi consente di vedere direttamente un gran movimento di giovani, sia in paesi d’Europa sia in Africa, che si impegnano per un ‘mondo migliore‘, che lottano per costruire ‘il mondo che vogliamo‘. Fatto ulteriore da non sottovalutare, ci sono tantissime donne giovani e agguerrite (sia on sia offline) impegnate per migliorare il mondo più o meno fino oggi diretto da ‘maschi di potere’. Anche fra di loro c’è grande angoscia, non certo dovuta alla presenza di rifugiati o ‘stranieri’, ma soprattutto causata dalla violenza contro le donne che fanno, per esempio, il lavoro di giornalista in paesi come Nigeria, Kenia, India, ma ogni tanto anche in Europa.

La nostra organizzazione a Monaco è stata fondata durante le guerre in Ex-Jugoslavia negli anni Novanta, dopo l’assassinio di un amico e collega giornalista. È stato un periodo orribile per noi, ma che ci ha permesso di fare una esperienza ad personam di che cosa significhino il nazionalismo e il populismo fondati su slogan come “Prima noi, poi gli altri“.
Difficile, per me tedesco, anche capire la presenza, amichevole, di un importantissimo Ministro italiano (Matteo Salvini della Lega) durante una conferenza stampa del presidente di un partito della estrema destra, AfD, che minimizza i delitti epocali della Wehrmacht durante l’occupazione nazista in Italia.

In questi giorni ho sentito da una amica ferrarese uno sfogo davvero preoccupante: “Mai avrei pensato di sentire in Italia, dopo la seconda guerra mondiale, tanto odio verso gli ‘altri’, tanta paventata regressione della condizione femminile, tanta preoccupazione per il sé uniti a tanto disprezzo per la cosa pubblica”.

Certo ci sono problemi d’integrazione con rifugiati che non parlano la lingua italiana o l’inglese, che sono fuggiti da culture molte diverse da quelle dei paesi europei. La cultura dell’accoglienza anche in Germania ha spesso sottovalutato i problemi di integrazione (per esempio nel sistema di formazione, nel lavoro, nei confronti della sicurezza pubblica). Ma ‘gli altri’ possono offrire anche molte possibilità economiche e ‘profitti culturali‘ da non perdere: chi è fuggito da un paese non-democratico e senza diritti umani o da un ‘failed state’ (uno stato frantumato) può diventare un vero patriota quando si trova in un paese dove la legge è uguale per tutti.
Questa cosa per noi ovvia, non esiste in molti dei paesi dai quali fuggono: per esempio non esiste per le donne in Bangladesh, in Somalia, in Sudan o in Mali. Certo è difficile, talvolta anche molto faticoso, trovare un equilibrio fra una accoglienza umana (e per chi vuole anche cristiana) e una mentalità più tradizionale, radicata nel territorio. Ma non esiste una alternativa alla ricerca di quell’equilibrio tranne quella di progetti di separazione e di un razzismo aggressivo contro gli altri.

Per stabilire anche a Ferrara quel tentativo di integrare altre culture e per difendere un progetto europeo ancora più civile, più democratica e più multiculturale ci vogliono spiriti forti a livello locale. Sarà sicuramente molto faticoso ‘proteggere’ Ferrara da una mentalità chiusa, egocentrica, talvolta anche sprezzante contro gli altri che vengono da un altro mondo, da un’altra cultura, un’altra religione. Ma, ripeto, la legge è uguale per tutti.

“Può darsi che i tempi passati fossero più belli”, ha scritto una volta il filosofo francese Sartre, “ma viviamo oggi e siamo responsabili per il futuro, non solo per noi, ma anche per gli altri, quelli più giovani, quelli di una cultura diversa”.
Una Ferrara chiusa verso il mondo esterno dopo il voto di fine maggio non sarebbe certo la fine del mondo, ma dimostrerebbe all’ estero, sia ai turisti sia ai giornalisti durante il Festival di Internazionale in autunno, un brutto segno di un populismo senza speranza per il futuro. Come noioso, come vergognoso, come storicamente fallito suona quell’urlo ‘Prima noi, poi gli altri’. Gli ‘altri’ fanno parte di una nuova identità nostra, adatta a una sfida globale che verrà e si sente già in corso, che cresce giorno per giorno sia a Ferrara, sia a Monaco sia in tutta l’Europa.

VERSO LE ELEZIONI
Il Libero Comune di Ferrara e la Tolleranza Zero

La fabbrica della in-sicurezza? Funziona a meraviglia.
Ne scrivevo qualche settimana su questo giornale, e infatti GAD e sicurezza sembrano essere le parole chiave su cui a Ferrara si danno battaglia i candidati sindaco. La nuova Destra cittadina appare galvanizzata; è (quasi) sicura di vincere e per riuscirci ha impostato una strategia tutta all’attacco. Prima di tutto: presidiare il territorio! Fratelli d’Italia apre la sua nuova sede in via Cassoli, la Lega si installa in via Oroboni, mentre la Destra unita affitta quattro vetrine vuote sotto i portici del duomo per piazzarci il faccione di Alan Fabbri (più volte replicato) e la scritta a caratteri cubitali: TOLLERANZA ZERO. Con questo slogan in primo piano Ferrara sta imboccando l’ultimo mese di campagna elettorale.

Passo per piazza, il Listone è ingombro di bancarelle e di turisti consumanti, allora devio sotto i portici e mi trovo davanti agli occhi quella promessa che assomiglia a una minaccia: TOLLERANZA ZERO… Mi sono sentito male.

Il tema della sicurezza, però, pare essere in cima ai pensieri – e ai programmi elettorali – anche di Aldo Modonesi e degli altri candidati del Centrosinistra: civici, mezzo-civici, quasi-civici che siano. Ho provato a capire il perché di quello che mi sembra essere un grande abbaglio, o peggio, un fatale sbaglio. Rincorrere la Destra sulla sicurezza (più controlli, più telecamere, più divise), accettare un uso più largo delle armi e degli interventi repressivi rischia di essere un clamoroso autogol. Perché, anche per gli elettori, l’originale è sempre meglio della copia.

Non servirebbe, allora, dire e fare l’esatto contrario? Denunciare il vicolo cieco a cui ci sta portando, in Italia e a Ferrara, questa ossessione per la sicurezza. “La soluzione non è militare”  era il titolo del volantino che la rete ‘Ferrara che accoglie’ ha distribuito in tutte le case del Gad. Un messaggio, sia detto per inciso, che è stato accolto con favore (e sollievo) dalla stragrande maggioranza degli abitanti del quartiere.
Certo, a tutti piace vivere sicuri nella propria città, ma i ferraresi vogliono la pace, non la guerra tra i poveri che la nuova Destra ci propone ogni giorno. E l’unica strada per avere una sicurezza vera, non una città blindata e sempre più impoverita, è quella di garantire i diritti di tutti, potenziare i servizi, moltiplicare il dialogo tra culture diverse, favorire l’accoglienza e l’incontro. Quindi, non meno, ma più democrazia. Non meno, ma più tolleranza.
Gli effetti perversi della ricetta Salvini sono già arrivati anche a Ferrara. Grazie al suo Decreto in-sicurezza il sistema dell’accoglienza sta andato in pezzi. Anche a Ferrara – è storia di questi giorni – i bandi per l’accoglienza indetti dalla prefettura sono andati deserti. La sforbiciata governativa da 35 a 18/20 euro ha costretto tutte le cooperative e associazioni ferraresi (laiche e cattoliche) a rinunciare. Con quel compenso non è nemmeno pensabile tenere in piedi un servizio di accoglienza e di integrazione diffuso ed efficiente, il modello emiliano (e ferrarese) da tutti giudicato positivo: appartamenti o piccole comunità con un massimo di 30 ospiti, operatori ed educatori preparati e motivati, scuola di italiano, mediazione culturale e linguistica, assistenza legale e copertura sanitaria.

Che fine faranno un migliaio di ragazzi stranieri dopo la proroga al 30 giugno? Associazioni e cooperative hanno generosamente assicurato che non li lasceranno per strada, ma il rischio è che tutto il sistema dell’accoglienza venga spazzato via. Metteremo gli immigrati, i profughi, i rifugiati – i clandestini come li chiama senza distinzione Salvini – tutti insieme, magari chiusi a chiave dentro la ex caserma Pozzuolo del Friuli? O cercheremo di spedirli ‘un po’ più in la’? Alcuni di loro, privati di tutto, andranno di certo a ingrossare le file della piccola delinquenza o della malavita organizzata. Ecco come il ‘decreto sicurezza’, l’intolleranza al governo, ci porta in dono precarietà e disperazione (per i nuovi arrivati) e insicurezza (per tutti).

Non riesco a levarmi dalla testa quella scritta TOLLERANZA ZERO sotto i portici del duomo. Un comando perentorio che ha qualcosa di offensivo. Per me, per i ferraresi, per la città di Ferrara. La scelta del luogo non è indifferente, non si tratta di un posto qualsiasi.

Nel 1188 il Libero Comune di Ferrara, per decisione del Consiglio dei Savi, fa incidere gli Statuti Comunali nel marmo e li pone sulla fiancata della cattedrale, a lato dell’antica porta dei Mesi. Gli Estensi, arrivati al potere, favoriscono la trasformazione delle baracche dei mercanti in botteghe in muratura. In questo modo, gli oltre 80 metri di Statuti Lapidari vengono occultati alla vista e alla memoria dei ferraresi, non più liberi cittadini, ma sudditi del Duca.
Se oggi entrate in alcuni dei negozi addossati alla cattedrale, potete ancora scorgere alcuni brani di quegli antichi Statuti che orgogliosamente sancivano diritti e doveri dei abitanti di una Ferrara proto-democratica. Una Ferrara che della tolleranza faceva un valore, non una clava con cui colpire i meno fortunati.

Declino demografico e immigrazione: che fare?

“Uno spettro si aggira per l’Europa, anzi due”: il declino demografico e l’immigrazione.
Due fenomeni che fanno paura ma, se ben governati, possono portare a nuovo sviluppo e, paradossalmente l’uno (immigrazione) è la soluzione dell’altro (spopolamento).
Le persone nel mondo sono sempre più mobili: i viaggiatori hanno superato 1,2 miliardi all’anno. Le spese per i trasporti degli italiani sono raddoppiate in 50 anni e sono prossime a quelle per alimenti e bevande. L’aeroporto di Bologna ha un traffico passeggeri doppio del valore del Pil dell’economia della città, è cresciuto anche negli anni della grande crisi e dal 2019 allargherà la pista e attiverà una navetta (people mover) per la stazione ferroviaria. Insomma, muoversi è diventato importante quanto mangiare. E tra qualche anno le spese per trasporti supereranno quelle per l’alimentazione. Si muovono innanzitutto i più ricchi e i cittadini dei paesi ricchi, e non solo per viaggi, ma come residenza: basti pensare che nel biennio 2017 e 2018 300mila italiani si sono trasferiti all’estero (più del il doppio dei 119mila immigrati sbarcati nel 2017).
E’ un fenomeno mondiale: in Gran Bretagna (forse la meta più ambita) quelli che se ne vanno sono la metà di quelli che entrano, in Francia sono equivalenti. In Spagna, invece, sono più quelli che escono di quelli che entrano come immigrati (proprio come per l’Italia). Gli italiani, peraltro, hanno una lunga storia di emigrazione. Dopo molti anni in cui l’emigrazione italiana si era ridimensionata attorno alle 50mila unità annue, ora sta crescendo per l’attrazione esercitata da tutti i paesi europei anch’essi in declino demografico e con un grande fabbisogno di giovani. E’ comprensibile che molti dei nostri figli vadano all’estero non solo attirati da salari e lavori migliori, ma per molte altre ragioni: per imparare una lingua, studiare, fare un’esperienza, incontrare altre culture.
Invece gli immigrati e rifugiati che cercano di arrivare in Europa lo fanno perché scappano da situazioni quasi sempre drammatiche: guerre, violenze, miseria. In genere impiegano più di un anno, rischiano moltissimo e devono pagare spesso somme ingenti ai trafficanti di esseri umani. La strategia di bloccare l’immigrazione illegale funzionerà nei prossimi anni solo se si attiveranno flussi regolari e legali di immigrazione di cui abbiamo bisogno. La storia, infatti, insegna che bandire il traffico di alcolici (o droga o prostituzione…) produce un traffico illegale. L’Italia dal 2012 non ha più flussi regolari e ha ormai un fabbisogno consistente di manodopera esterna stimato attorno ai 200-250mila immigrati all’anno .
E’ un problema diffuso in tutta Europa. Se si escludono Regno Unito, Francia e Olanda, quasi tutti i paesi europei perderanno fino al 2030 un milione circa di abitanti all’anno, ma per l’esiguo numero di giovani nati che si presenteranno sul mercato del lavoro, si stima un fabbisogno di manodopera esterna da 2 a 3 milioni all’anno.

La denatalità colpisce in modo più acuto l’Italia: i nati nel 2017 sono stati 458mila (-21% sul 2008) . La causa fondamentale è lo stile di vita, il lavoro di entrambi i genitori, la mancanza di tempo, il crescente benessere che produce ovunque una diminuzione di figli (anche nei paesi in via di sviluppo). Incide anche la crescente infertilità (specie maschile) dovuta a stress e inquinamento.

Il fenomeno riguarda anche la provincia di Ferrara che detiene quasi un record (negativo) in Italia, avendo uno dei più bassi tassi di figli per donna (1,2).
Sul piano più generale dello spopolamento, però, all’interno della nostra provincia ci sono situazioni molto differenziate. Da un lato ci sono i Comuni dell’Alto ferrarese in forte crescita come Cento che dal 2002 ad oggi è cresciuto del 21%, o Poggiorenatico che beneficia nel trovarsi sulla linea ferroviaria con Bologna (+27%), ma anche Vigarano è cresciuto (+10%), Terre del Reno (+5,9%). L’unico comune in crisi demografica dell’Alto ferrarese è Bondeno che ha perso 1500 abitanti (-9,5%).
In forte crisi sono quasi tutti i Comuni del Basso ferrarese, in particolare Berra (-19,1%), Ro (-15,3%), Jolanda (-15%) . Per questo è stato avviato uno specifico progetto della Regione sul Basso Ferrarese con un finanziamento di 12 milioni di euro. Una crescita hanno avuto, invece, Comacchio (+9,2%) e Lagosanto (+10,5%), il primo in quanto capitale del turismo sui lidi, il secondo per la presenza dell’ospedale del Delta.
Ferrara città, nonostante la perdita di popolazione dovuta ad un saldo naturale in cui ogni anno i morti sono circa 2mila e i nati circa 7-800, ha avuto una piccola crescita demografica (1%) dovuta alla economia terziaria del capoluogo che attrae lavoratori. La popolazione nativa ferrarese , come abbiamo visto, è comunque in forte calo.
Su 132mila residenti, gli stranieri sono 13.616 (10,3%). ma gli immigrati dal sud Italia e da altre regioni sono ormai 30mila. Nel giro di 30 anni si stima che i ferraresi nativi diventeranno la metà della popolazione residente..
La capacità di crescita totale (che somma il tasso naturale –molto negativo- a quello esterno –molto positivo-) di Ferrara città (+2%) si colloca al 30° posto in Italia (sui maggiori 120 Comuni). E’ una posizione molto buona, considerando il forte calo naturale. Significa che la città è molto più dinamica e attrattiva verso l’esterno di quanto normalmente non si pensi, perché la residenza è un indice predittore di sviluppo. Non a caso ai primi posti in Italia per crescita totale troviamo città come Milano (+10,8), Treviso, Parma (+6,5), Bergamo, Trento (+4,9), Bolzano, Rimini, Modena(+3), Padova, Reggio e Bologna (+2,3). Si consideri che la crescita demografica è sempre stato uno dei maggiori fattori di sviluppo economico e paesi come Regno Unito, Germania, Francia, Olanda, Canada, Stati Uniti sono cresciuti molto in passato in quanto hanno sfruttato la forte immigrazione che hanno ben governato facendo dei lavoratori “stranieri” (oggi in gran parte loro cittadini) una base eccezionale della crescita della produttività del lavoro .
Se quindi la crescita demografica fa ben sperare per la prosperità dell’Alto ferrarese, della città capoluogo e di Comacchio, ben diversa è la situazione di alcune Aree interne (7-8 ne ha indicate anche la Regione) dove i residenti si riducono ogni anno in grande quantità con il rischio che, giunti al di sotto di una certa soglia, avvenga un vero e proprio “collasso” con l’abbandono di interi paesi, il che pone gravissimi problemi di sicurezza e manutenzione del territorio. Già oggi la popolazione anziana (con più di 65 anni) è salita ad oltre un quarto e nel 2046 la quota di anziani su bambini passerà da 166 a 238 ogni 100.
Come è già successo negli oltre 3mila Comuni italiani in via di spopolamento sugli Appennini, sulle Alpi e nelle aree interne del Sud, il declino demografico porta alla chiusura di asili, scuole elementari, negozi, servizi. Ma c’è una minaccia più grave, proprio perché invisibile, che è determinata dalla mancanza di giovani che si offrono sul mercato locale del lavoro e che siano in grado (per numerosità e qualificazione) di far fronte anche al solo turn over di chi va in pensione.Qualcuno potrebbe azzardare che avendo quasi tre milioni di disoccupati si potrebbero impiegare questi, ma non si fanno i conti che già esiste un milione di posti di lavoro che non vengono occupati da questi tre milioni per varie ragioni .
Un’altra soluzione sarebbe aumentare il tasso di natalità degli italiani, come in parte tentano di fare giustamente le politiche degli ultimi Governi, ma da un lato gli studi internazionali dicono che l’incentivo economico alla natalità ha sempre sortito scarsi effetti, dall’altro qualora avesse effetti significativi, si tradurrebbe in lavoratori dopo…almeno 20 anni.L’Italia con 23 milioni di occupati che pagano oneri previdenziali tutti gli anni per 16 milioni di pensionati (destinati a diventare 20 nel 2030) ha di fronte a sé due sole alternative: a) aumentare gli oneri previdenziali ogni anno in rapporto alla crescita (certa) dei pensionati e quindi aumentare il costo del lavoro; b) aumentare l’occupazione, il che può avvenire solo con una immigrazione legale dell’ordine di circa 150-200mila immigrati all’anno .
Per quanto riguarda Ferrara ogni politica di aiuto alla natalità e che favorisce le giovani coppie è più che benvenuta, ma è probabile che gran parte dei problemi della mancanza di offerta di lavoro che lamentano già le imprese sarà risolta con i giovani meridionali che vengono a Ferrara a studiare all’Università e da una quota residuale di immigrati.
Ciò pone all’ordine del giorno l’importanza di avviare quanto prima (come hanno fatto all’estero) buone politiche di accoglienza ed inserimento al lavoro per lo sviluppo locale, oltre che per evitare tra Ferraresi e “stranieri” (dei quali c’è necessità) conflitti di ordine sociale.

Le modalità di un’accoglienza che porti all’integrazione sono note: si tratta di programmare flussi legali in base ai bisogni delle nostre imprese. Più che un singolo paese, può farlo molto meglio l’Unione Europea, in quanto sarebbe un negoziatore molto più forte e autorevole al fine di selezionare le migrazioni e fare contemporaneamente accordi coi paesi per il reinserimento dei clandestini in Italia ed Europa, dopo una prima fase in cui converrebbe (anche per i costi) tentare l’inserimento di quelli già presenti con percorsi organizzati, lasciando aperta la strada del rimpatriato assistito per altri.

Il Regno Unito, la Germania, la stessa Polonia e l’Ungheria, proprio come l’Italia, non hanno alcun futuro senza immigrazione. Nell’ipotesi (teorica) di bloccare ogni immigrazione le nazioni si troverebbero in pochi anni in recessione dovendo poi tagliare pensioni, welfare e diritti creando un caos sociale.
Occorre quindi organizzare flussi regolari di immigrazione finalizzati alle professioni di cui abbiamo bisogno, con selezioni che favoriscano coloro che hanno i titoli, la conoscenza della lingua, privilegiando le famiglie sul modello del Canada. Per i rifugiati andrebbero rafforzati i ‘corridoi umanitari’, inventati, peraltro, dagli italiani.
Ciò dovrebbe azzerare il traffico di essere umani. Sarà forse impossibile impedire completamente una modesta immigrazione illegale, ma è questo un prezzo da pagare finché non si aiuteranno in modo consistente i paesi Africani. Si consideri che il piano Marshall americano del dopoguerra che aiutò tutta l’Europa fu pari a circa l’1,2% del Pil Usa all’anno e durò 4 anni: 88% furono aiuti e solo 12% prestiti. Il 70% dell’aiuto venne dagli Usa, 12% da Canada, 7,7% dall’America Latina, altri con 6,2%. Una notevole distanza dall’aiuto attuale dell’Italia alla cooperazione internazionale che è pari allo 0,3% del Pil annuo.

La sfida migratoria ci stimola anche a cambiare il modello di apprendimento scolastico basato solo sull’Istruzione e non anche sulla Sperimentazione. Gli Istituti Professionali raccolgono gli studenti che hanno maggiori debolezze nelle “intelligenze” logico-matematiche e sono le principali agenzie formative di quella fascia di operai e tecnici di cui hanno un grande fabbisogno le imprese manifatturiere. Molti di questi studenti hanno altre forme di intelligenza e necessitano di un apprendimento basato su una parte prevalente di laboratori, apprendimento da sperimentazione e alternanza scuola-lavoro. Riforme che hanno avviato da decenni molti paesi europei (ma anche il Trentino Alto Adige) e che dovremmo applicare in tutta Italia, Ferrara compresa.

Tratto da: ANNUARIO SOCIO-ECONOMICO FERRARESE 2019, a cura del Cds di Ferrara

Ferrara è davvero città aperta?

Le assemblee civiche Il Battito della città, La città che vogliamo e Addizione civica hanno proposto lo scorso venerdì a Factory Grisù un interessante incontro pubblico dal titolo davvero accattivante e quanto mai oggetto di discussione: ‘Ferrara città aperta? Contro ogni forma di razzismo. Per l’accoglienza, il dialogo interculturale, l’inclusione sociale‘.
In effetti il punto di domanda se Ferrara sia davvero una città aperta nei confronti delle diverse forme di razzismo, se la nostra città sia accogliente e inclusiva è passato attraverso le molte testimonianze ed esperienze di vita di coloro che sono intervenuti, con suggestivi intermezzi creativi di profilo espressivo teatrale e proiezioni davvero toccanti.
Si è trattato di un lungo e interessante susseguirsi di stimolanti riflessioni sui diversi aspetti del nostro vivere sociale. Oggi alcuni sostengono che il razzismo crescente sia il vero problema politico del momento storico in cui viviamo e che sostanzialmente rappresenti lo spaccato di un mondo globalizzato che vede solo in bianco e nero, in termini di paura di perdere ricchezza e potere, di sentire minacciata la propria vita paradossalmente non da chi ha più potere, bensì da parte di chi non ha nulla, se non il colore diverso della pelle, della diversità della lingua o di usi e costumi diversi.

L’incontro proposto dai movimenti civici ha inteso portare all’attenzione pubblica un tema presente, anche se poco dibattuto sia a livello locale sia nazionale, spesso connesso esclusivamente al problema della sicurezza dei nostri concittadini, mentre sappiamo benissimo che nasconde problematiche più complesse, dal dilagante sistema di diseguaglianze che sta attaccando anche il nostro contesto sociale, alla crisi del mondo del lavoro, alla disoccupazione, al crescente svantaggio culturale ecc., che troppo spesso fa comodo ignorare, semplificando le ragioni del malessere addebitandolo esclusivamente a chi arriva da lontano e presenta bisogni diversi.
Ma il malessere, l’isolamento e la povertà mettono davvero a rischio la dignità di molte persone, nostri concittadini che, se non vi fosse la presenza di associazioni umanitarie e del volontariato, che reiventano modi nuovi di avvicinamento solidale di chi ha bisogno, non riuscirebbero a dare ancora senso alla loro vita. Ciò vale anche per gli anziani, per le persone bisognose anche solo di stare con qualcun altro e per quelle che hanno bisogno di accoglienza.

Il genetista ferrarese Guido Barbujani, anche attraverso un video mirato, ha portato la sua esperienza scientifica sul concetto di razza per capire quanti e quali siano ancora i pregiudizi e le non conoscenze su cui si fondano le politiche sociali discriminatorie, che oggi rivendicano e identificano le differenze fra le persone in base alla loro provenienza e colore della pelle. Davvero interessante anche l’esperienza delle cucine popolari Social Food di Bologna: una mensa che accoglie persone che beneficiano appunto di pasti offerti dalle imprese del territori di cui ha parlato Roberto Morgantini, recentemente nominato Commendatore della Repubblica dal capo dello Stato proprio per questa grande e importante attività. L’esperienza delle cucine popolari si basa sulla convivialità a tavola e significa spazio, tessuto, mosaico di parole scambiate; lì tutti sono uguali, con le stesse possibilità di prendere cibo e di intervenire con la parola: bambini e vecchi, uomini e donne, invitanti e invitati. L’uno parla, l’altro ascolta mentre si mangia: parole che si intrecciano fino a superare ogni diffidenza.
Leaticia Ouedraogo, 22 anni, originaria del Burkina Faso, attivista, studentessa di lingue a Ca’ Foscari di Venezia, che parla perfettamente italiano anche perché da sempre vive in Italia senza problemi, ha portato la sua esperienza descrivendo come può cambiare la vita di una persona, quando s’innesca la paura per inspiegabili e ingiustificate minacce di morte solo per avere il colore della pelle che porta: si è trattato di una paura che mai prima avrebbe pensato di provare, però si è accorta che questo comportamento stava cambiando il suo modo di vivere. Ha spiegato come quel sentimento di paura si sia insinuato nella sua esistenza non tanto per la paura di morire, quanto piuttosto per la difficoltà a capire le ragioni di un odio che può portare a volere la morte di una persona solo perché nera. Il rischio che lei ha messo in evidenza è quello che rimanga dentro “la paura di aver paura”, però bisogna cercare di reagire e pensare che il mondo può anche cambiare e dovremmo arrivare a dire “Ferrara è una città aperta!” Senza un punto interrogativo.

Numerose sono state poi le testimonianze di coloro che vivono sul nostro territorio e rappresentano da anni un esempio di buone pratiche sulla convivenza attraverso le tante esperienze positive di accoglienza solidale, ma soprattutto di solidarietà e di inclusione nel tessuto cittadino dei tantissimi migranti, delle loro famiglie, di adulti e dei minori non accompagnati, ma non solo, che hanno cercato di creare un vero dialogo interculturale anche attraverso percorsi informativi e formativi. Si tratta di associazioni, del nostro Comune, del sindacato.
Domenico Bedin dell’associazione Viale K ha portato la pluriennale esperienza e la grande forza del volontariato, Elena Buccoliero, responsabile dell’ufficio Diritti dei Minori del Comune di Ferrara, ha portato avanti un lavoro da anni seguito anche da Daniele Lugli per quanto concerne la tutela dei minori, così come il servizio integrazione del Comune sta continuando a fare con interventi diretti e indiretti per le scuole di ogni ordine e grado e non solo.
Viera Slaven dell’Ufficio Immigrati Cgil di Ferrara ha portato una voce diversa, specificando di seguire tutto quel mondo di badanti straniere, in prevalenza dell’Est, che sostengono la cura dei nostri anziani, soprattutto in una città come la nostra, che ha sempre più bisogno di cura e assistenza perché sta velocemente invecchiando. Questa esperienza l’ha addirittura portata a scrivere un libro sulla vita di queste donne, che sembrano non avere nome, ma sono un punto fermo nel nostro contesto sociale e che paradossalmente non vengono vissute come “straniere”.
Adam Atik ha portato l’esperienza dell’associazione Cittadini nel Mondo, Malek Fatoum ha presentato l’attività di Occhio ai media e Marzia Marchi, insegnante Cpia e tutrice volontaria Msna, ha evidenziato quanto ricca e importante sia l’esperienza di conoscenza e le attese delle tante persone adulte che provengono dai paesi più diversi, di ricominciare una vita che abbia un senso.

Foto di Valerio Pazzi. Clicca sulle immagini per ingrandirle

Posso dire che i movimenti civici che hanno promosso e voluto condividere questa riflessione su una gran parte delle attività che muovono la vita della nostra città per un serio obiettivo di inclusione sociale, ha assunto un valore politico davvero rilevante: non è facile, infatti, incontrare la gente comune. E venerdì sera la gente presente era davvero tanta ad ascoltare, credo in modo davvero interessato, le tante esperienze di grande umanità verso l’altro che costituiscono quasi un “sottobosco” silenzioso del nostro territorio che lavora, che dice di esistere e che è fatto in nome di un’accoglienza e integrazione delle tante persone che arrivano, indipendentemente dal paese di provenienza, dal loro colore della pelle, dall’età della persona.
Cos’è questa se non politica attiva? Il fatto che ancora molti si stupiscano di ciò che può essere fatto solo per vero spirito di apertura umanitaria, e non per altri tornaconti, porta a pensare che non c’è più una cultura della partecipazione attiva e tutto ciò che di nuovo accade viene percepito come una disavventura, una paura di perdere non la libertà, ma il proprio esclusivo pezzo di benessere e non si è preparati al fatto che esistano altri tipi di intervento sociale che possono offrire alla nostra comunità una possibilità di futuro dignitoso e di pace insieme.
Il problema della sicurezza tanto declamato come unico problema grave del nostro territorio a difesa dei reali e contingenti problemi di delinquenza, malaffare e prostituzione, non va certamente sottovalutato, ma non potrà certo essere debellato solo dall’esercito o da bande armate stanziali in un quartiere della città: probabilmente occorrono regole più precise, un’organizzazione che preveda interventi diversi e su più piani, più vicini alla gente, con forme di coinvolgimento diretto e conoscenza reale dei fenomeni che stanno venendo avanti.

Insomma si è detto che c’è bisogno di un nuovo modo di fare partecipazione e l’approfondimento delle esperienze di cui si è parlato ha valore non solo per motivi di natura socio culturale, ma soprattutto politico: spingono verso una presa di coscienza della necessità di avere un governo della città più attento alle dinamiche sociali e al protagonismo delle nuove generazioni.

Ferrara città Aperta:
venerdì 15 marzo al Grisù un incontro pubblico promosso dalle assemblee civiche ferraresi

Le Assemblee Civiche di Ferrara
Il Battito della Città – La Città che Vogliamo – Addizione Civica

Invitano la cittadinanza alla iniziativa / evento pubblico

Ferrara città Aperta

Contro ogni forma di razzismo
Per l’accoglienza, il dialogo interculturale, l’inclusione sociale

Venerdì 15 marzo, ore 20,30

Sala macchine della Factory Grisù – via Poledrelli – Ferrara

Ospiti
Roberto Morgantini – Associazione Cucine Popolari – Bologna
Guido Barbujani – docente Università di Ferrara, genetista, scrittore
Leaticia Ouedraogo – attivista, studentessa a Venezia Ca’ Foscari

Esperienze – buone pratiche
Adam Atik – Associazione Cittadini del Mondo
Malek Fatoum – Associazione Occhio ai media
Domenico Bedin – Associazione Viale K
Elena Buccoliero – Responsabile ufficio Diritti dei Minori – Comune di Ferrara
Marzia Marchi – insegnante Cpia e tutrice volontaria MSNA
Viera Slaven – Ufficio Immigrati Cgil di Ferrara

Intermezzi
Parole e letture: Fabio Mangolini – regista teatrale. attore
Voce e suoni: Sakina Al Azami – cantante, cantautrice

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