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Pare che le mura di Ferrara fossero assai costose, come quelle di Strasburgo e di Orleans, insomma non alla portata delle tasche di tutte le città e dei loro governanti. Osservazione questa che François Rabelais mette in bocca a Pantagruele nel libro secondo, capitolo quindicesimo del suo Gargantua e Pantagruele. Oggi fortunatamente se le Mura costano è per la loro manutenzione, per preservarne il valore storico e non per altro.

Come racconta Agesilao, che ne fu re, a Sparta la muraglia vera era costituita dalla potenza dei suoi abitanti. Ora anche da noi le mura sono di carne ed ossa, con Naomo Lodi, assessore alla Sicurezza e recentemente anche all’Urbanistica, con spiriti fieri e arditi come l’onorevole Sgarbi, che ci ha procurato la Maestà sofferente, la quale, trafitta d’aghi, pare collocata apposta nel piazzale della Fiera, come icona dell’hub d’eccellenza per la vaccinazione di massa dei nostri concittadini.

Questo è il racconto che della città offre l’attuale amministrazione. La fisicità al posto delle idee: le politiche urbane sono Naomo Lodi, le politiche culturali Vittorio Sgarbi con i suoi replicanti.
Scrivendo della nostra città denunciavamo l’assenza di sinergie tra politiche culturali e politiche urbane. Ora che a Naomo Lodi il sindaco ha conferito la delega all’urbanistica sta a noi sciogliere il rebus della sinergia che intercorre tra la ruspa e la Maestà sofferente.

Intanto, a cercare per il web di racconti di città, incontro sorprese che mi piacerebbe appartenessero alla mia città, a quella che abito, a quella che vivo.
Scopro, ad esempio, che la rete mondiale Unesco delle Learning City si è arricchita delle prime adesioni italiane. È difficile essere autenticamente città di cultura se contemporaneamente non si favorisce l’eccellenza nell’apprendimento e non si coltiva una cultura dell’apprendimento per tutta la vita.
Alla rete delle learning cities aderiscono 230 città sparse in 64 paesi del mondo, tra queste Torino nel 2016, poi Fermo nel 2018, Palermo nel 2019, ora anche Trieste e Lucca. Potrebbe esserci anche Ferrara, se solo il mondo politico ferrarese avesse voluto accogliere l’invito che da anni da queste pagine rivolgiamo a chi è chiamato ad amministrare la nostra città, se solo si fosse stati disposti a leggere e comprendere il Manifesto di Ferrara Città della Conoscenza, che da anni fa bella mostra di sé sulle pagine di questo giornale.

La città che apprende in tutte le sue articolazioni vitali, capace di stendere una rete diffusa di offerte di apprendimento continuo, è un modo di pensare la città anche dal punto di vista urbanistico degli spazi e della loro fruizione. Richiede una disponibilità intelligente, capace di andare oltre la Città d’arte, prodotto da vendere sul mercato del turismo. Prodotto di consumo, ma non di investimento sulle vite di chi abita la città. Occorre una attenzione e una cura per i suoi abitanti, il loro futuro, il destino delle nuove generazioni, che non è stato mai in cima al pensiero dei nostri amministratori.

“Ci vuole una città per educare un bambino”, afferma l’Unesco. Significa che nessuna città si può sottrarre alla responsabilità della cura delle persone, dai piccoli ai grandi, alla cura della loro formazione, alla cura della loro  crescita, alla cura nell’attrezzarsi di saperi. Ma tutto ciò non è possibile senza l’apprendimento permanente, senza la capacità di riconoscere il bisogno e il desiderio di apprendere. L’epidemia ha dimostrato quanto fossimo scoperti su questo fianco.

Città che apprende significa elevato tasso di istruzione, presenza diffusa di musei e biblioteche, enti scientifici di alta formazione, università di alto livello, densità di teatri e di eventi culturali, urban center, luogo di imprese  innovative, scambio di conoscenze di settori diversi, città che include i giovani come stakeholder attivi e significativi nella creazione dei suoi progetti. Chiamare tutte le anime del territorio ad aderire al Patto per l’apprendimento, apprestare un tavolo di coordinamento per progettare nuove iniziative.

Nel frattempo, lo scorso 26 marzo, Torino, Fermo, Palermo, Lucca e Trieste hanno dato vita al coordinamento nazionale delle Città Unesco dell’Apprendimento, impegnandosi alla realizzazione degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Il coordinamento nazionale ha inoltre proposto il “patto cittadino per l’apprendimento permanente”, che si rivolge a tutti gli attori del territorio in modo da far incontrare istruzione formale, non formale e istruzione informale. Molto di più dei patti educativi e delle comunità educanti vanamente invocati dal ministro dell’istruzione per far fronte all’emergenza scolastica.
Di grande interesse è la proposta del coordinamento di sperimentare l‘approccio STEAM (Science, Technology, Engineering, Art, Mathematics), un modello innovativo di apprendimento che sta riscuotendo un crescente successo internazionale e che può essere esemplificato nello slogan ‘La Scienza spiegata con l’Arte’.

A quel tavolo di coordinamento avrebbe potuto sedere anche la nostra città, se ci fosse stato ascolto, se politiche culturali e urbane non fossero state svuotate della loro essenza, dell’attenzione ai bisogni delle persone, della cura per le generazioni che crescono. Se solo si abbandonasse l’idea che le politiche culturali ed urbane servono solo ad esibire la città, quando invece è sempre più necessario un approccio incentrato sulle persone, orientato all’apprendimento permanente per consentire di lavorare insieme, attrezzati dal punto di vista delle conoscenze per affrontare in un quadro collaborativo le sfide legate allo sviluppo sostenibile della città.

Per leggere gli altri articoli di La città della conoscenza, la rubrica di Giovanni Fioravanti, clicca [Qui]

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Giovanni Fioravanti

Docente, formatore, dirigente scolastico a riposo è esperto di istruzione e formazione. Ha ricoperto diversi incarichi nel mondo della scuola a livello provinciale, regionale e nazionale. Suoi scritti sono pubblicati in diverse riviste specializzate del settore. Ha pubblicato “La città della conoscenza” (2016) e “Scuola e apprendimento nell’epoca della conoscenza” (2020). Gestisce il blog Istruire il Futuro.

Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

Cari lettori,

dopo molti mesi di pensieri, ripensamenti, idee luminose e amletici dubbi, quello che vi trovate sotto gli occhi è il Nuovo Periscopio. Molto, forse troppo ardito, colorato, anticonvenzionale, diverso da tutti gli altri media in circolazione, in edicola o sul web.

Se già frequentate  queste pagine, se vi piace o almeno vi incuriosisce Periscopio, la sua nuova veste grafica e i nuovi contenuti vi faranno saltare di gioia. Non esiste in natura un quotidiano online con il coraggio e/o l’incoscienza di criticare e capovolgere l’impostazione classica di questo “giornale” .

Tanto che qualcuno si è chiesto se  i giornali ancora servono, se hanno ancora un ruolo e un senso i quotidiani.  Arrivano sempre “dopo la notizia”, mettono tutti lo stesso titolo in prima pagina, seguono diligentemente il pensiero unico e il potente di turno, ricalcano in fotocopia le solite sezioni interne: politica interna, esteri, cronaca, economia, sport… Anche le parole sembrano piene di polvere, perché il linguaggio giornalistico, invece di arricchirsi, si è impoverito.  Il vocabolario dei quotidiani registra e riproduce quello del sottobosco politico e della chiacchiera televisiva, oppure insegue inutilmente la grande nuvola confusa del web.

Periscopio propone un nuovo modo di essere giornale, di fare informazione. di accostare Alto e Basso, di rapportarsi al proprio pubblico. Rompe compartimenti stagni delle sezioni tradizionali di quotidiani. Accoglie e riconosce uguale dignità a tutti i generi e a tutti linguaggi: così in primo piano ci può essere una notizia, un commento, ma anche una poesia o una vignetta.  Abbandona la rincorsa allo scoop, all’intervista esclusiva, alla firma illustre, proponendo quella che abbiamo chiamato “informazione verticale”: entrare cioè nelle  “cose che accadono fuori e dentro di noi”, denunciare Il Vecchio che resiste e raccontare Il Nuovo che germoglia; stare dalla parte dei diritti e denunciare la diseguaglianza che cresce in Italia e nel mondo. Insomma: un giornale non rivolto a questo o a quel salotto, ma realmente al servizio della comunità.

Con il quotidiano di ieri – così si diceva – oggi “ci si incarta il pesce”. Non Periscopio, la sua “informazione verticale” non invecchia mai e dal nostro archivio di  50.000 articoli (disponibile gratuitamente) si pescano continuamente contenuti utili per integrare le ultime notizie uscite. Non troverete mai, come succede in quasi tutti i quotidiani on line,  le prime tre righe dell’articolo in chiaro… e una piccola tassa per poter leggere tutto il resto.

Sembra una frase retorica ma non lo è: “Periscopio è un giornale senza padrini e senza padroni”. Siamo orgogliosamente antifascisti, pacifisti, nonviolenti, femministi, ambientalisti. Crediamo nella Sinistra (anche se la Sinistra non crede più a se stessa), ma non apparteniamo a nessuna casa politica, non fiancheggiamo nessun partito e nessun leader. Anzi, diffidiamo dei leader e dei capipopolo, perfino degli eroi. Non ci piacciono i muri, quelli materiali come  quelli immateriali, frutto del pregiudizio e dell’egoismo. Ci piace “il popolo” (quello scritto in Costituzione) e vorremmo cancellare “la nazione”, premessa di ogni guerra e di ogni violenza.

Periscopio è quindi un giornale popolare, non nazionalpopolare. Un quotidiano “generalista”,  scritto per essere letto da tutti (“quelli che hanno letto milioni di libri o che non sanno nemmeno parlare” F. De Gregori), da tutti quelli che coltivano la curiosità, e non dalle élite, dai circoli degli addetti ai lavori, dagli intellettuali del vuoto e della chiacchiera.

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Francesco Monini
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