Genova 2001: un movimento che ha cambiato il modo di guardare il mondo
Genova 2001:
un movimento che ha cambiato il modo di guardare il mondo.
Sono passati 25 anni dai fatti di Genova del 2001 quando, in occasione della riunione del G8, entrò in campo in Italia un grande movimento contro la globalizzazione capitalistica e per prospettare un’ altra analisi e un’ altra idea del mondo.
In quei giorni si perpetrò uno dei più gravi momenti di repressione di una manifestazione dal dopoguerra ad oggi, culminato con l’assassinio di Carlo Giuliani, l’irruzione preordinata alla caserma Diaz e le torture nel carcere di Bolzaneto, crimini a tutt’oggi rimasti sostanzialmente impuniti.
Era evidente che si stava mettendo in campo un’intenzione esplicita di stroncare sul nascere una grande mobilitazione e un forte movimento di massa che si stava ampliando e che, per le sue caratteristiche, era in condizione di costruire un’altra narrazione e provocare una crisi di quella dominante rispetto ai processi in corso.
Quel movimento, da una parte, coinvolgeva un insieme di forze molto largo, dal mondo cattolico ai centri sociali, passando per tantissime associazioni territoriali e nazionali, e, dall’altra, almeno tendenzialmente, stava costruendo una saldatura tra “nuovi” e “vecchi” soggetti, quelli che si affacciavano nel nuovo millennio e quelli protagonisti dei conflitti del ‘900: per semplificare, dalle soggettività che erano emerse dall’esperienza dalla contestazione di Seattle del 1999 e dal World Social Forum di Porto Alegre alle realtà del sindacalismo, pur con qualche tentennamento da parte della CGIL.
Il colpo dato a quel movimento fu pesante, ma l’operazione di farlo morire nel suo stato nascente non andò in porto. Lo testimoniò bene la grande riuscita del Forum Sociale Europeo dell’anno successivo a Firenze e poi le grandi manifestazioni nazionali del 2002 e del 2003, la prima indetta dalla CGIL contro la modifica dell’art. 18 sui licenziamenti e la seconda contro la guerra in Iraq, che videro milioni di persone scese in piazza.
Lo stesso movimento per l’acqua pubblica e per i beni comuni, che prende le mosse negli anni successivi, e che espresse l’apice della propria iniziativa con il referendum del 2011, non potrebbe essere compreso al di fuori del contesto che animò le giornate genovesi.
Ancora, va sottolineato come le ragioni fondative del movimento contro la globalizzazione ebbero una capacità espansiva e avanzarono una lettura anticipatrice dei processi in corso, che oggi sono ormai diventate senso comune e diffuso, accettati anche da quei commentatori interessati che all’epoca la avversarono con forza.
Per la prima volta, veniva evidenziato come la globalizzazione non produceva una nuova grande opportunità di sviluppo e della ricchezza per tutti, ma era foriera di nuove e grandi disuguaglianze, sia tra i Paesi del mondo, sia anche all’interno del mondo “sviluppato”. Essa comportava un nuovo ciclo di sfruttamento delle risorse naturali e dell’ambiente, di privatizzazione dei beni comuni e creava svalorizzazione del lavoro, costruendo nuove forme di schiavismo e polarizzando il mercato del lavoro, suddiviso tra un nucleo ristretto di lavoratori “privilegiati” e un’area ben più larga di lavoro povero e precario.
Soprattutto la finanziarizzazione dell’economia, altro caposaldo dell’idea di sviluppo neoliberista, avrebbe mostrato i suoi limiti intrinseci e generato inevitabilmente una crisi del sistema, come si è poi verificato con il 2008 e negli anni successivi.
Allo stesso modo, l’esperienza di quel movimento introdusse elementi di innovazione nell’agire e nella forma della politica, basato, da una parte, su un nuovo protagonismo delle soggettività sociali e su un modello di relazioni e percorsi decisionali di carattere orizzontale e non gerarchico, ponendo alla politica “tradizionale” e ai soggetti che la praticano interrogativi a tutt’oggi fondamentali e irrisolti. Anche su questo terreno, comunque, segnando una cesura forte con un passato che non può essere semplicemente riproposto.
D’altro canto, non si può non vedere che, a distanza di 25 anni, le questioni poste dal “movimento dei movimenti”, quelle che hanno fatto dire a centinaia di migliaia di persone che “ un altro mondo è possibile, anzi necessario”, non si sono per nulla affermate.
Come la storia insegna, non basta avere ragione, se non si ha anche la forza, perché si realizzi la prospettiva avanzata. Anzi, per molti versi, ci tocca constatare che il mondo di oggi è andato in una direzione peggiore. La crisi del capitalismo, e della sua potenza finora egemone, gli Stati Uniti, sta facendo emergere una deglobalizzazione selettiva e una forte spinta verso la guerra e il riarmo, di dimensioni mondiali, sospinta da nazionalismi esasperati e da una concorrenza spietata per il predominio produttivo e commerciale. A questo si aggiunge un’idea di innovazione tecnologica, progettata con l’intento di favorire una nuova oligarchia economica e politica e costruire anche forme pervasive di controllo e manipolazione sociale.
Non a caso, tutto ciò ha come conseguenza una grave caduta della democrazia, che, come ormai apertamente teorizzato dai nuovi potenti del mondo, viene giudicata incompatibile con il capitalismo, e quindi da mettere da parte.
Tutto ciò si traduce, da parte del nuovo sistema di potere, nel rapporto con i movimenti, nel tentativo aperto di reprimerli oppure di marginalizzarli, rimanendo del tutto impermeabili rispetto alle loro istanze, con l’idea precisa di diffondere una rassegnazione diffusa, di evidenziare che non serve la mobilitazione sociale e politica, perché la stessa non può produrre risultati e diventa impotente. Dovrebbe essere evidente che si lavora per una progressiva spoliticizzazione della società, alimentata dalla spinta consapevole verso un individualismo di massa, tanto foriero sia di solitudine che di competitività, cui contribuisce non poco la diffusione delle nuove tecnologie comunicative e “relazionali”.
La partita, però rimane aperta, semmai – e qui sta il punto di maggior difficoltà – lo scenario attuale rende evidente che l’alternativa tra la nuova fase del dominio capitalistico, che si porta dietro la spinta alla guerra, e prospettazione di un nuovo sistema economico e sociale, quello della società della cura, di un socialismo ecologico fortemente ripensato, diventa sempre più stringente.
Da qui, però, alcune indicazioni per il lavoro futuro le possiamo trarre, partendo dal fatto che il conflitto sociale e il ruolo dei movimenti sociali e politici continuano a mostrare una persistenza importante. Almeno quattro sono i terreni su cui impegnarsi, che, in questo scritto, non posso che enunciare in modo sbrigativo e un po’ apodittico. Intanto, occorre superare la logica della frammentazione dell’iniziativa dei movimenti, costruire convergenze forti, riconoscendo che oggi la battaglia contro la guerra e il riarmo, per la pace disarmata diventa una necessità primaria e non eludibile. E’ quanto sta provando a fare la coalizione No Kings, protagonista di importanti mobilitazioni in questi ultimi 2 anni, che, non a caso, ha tenuto la propria assemblea nazionale a Genova, proprio ora a venticinque anni di distanza dalle vicende del 2001. Ovviamente, non basta invocare la necessità di rafforzare la convergenza tra varie realtà e movimenti per realizzarla, né si tratta semplicemente di stigmatizzare i rischi di autoreferenzialità, pur esistenti. Bisogna sapere che – e questo rappresenta il secondo elemento di impegno- costruire un orizzonte comune passa attraverso la costruzione di campagne ed iniziative che abbiano insieme la caratteristica di unificare i vari soggetti e di essere “popolari”, di riuscire, cioè, ad intercettare una sensibilità reale e diffusa. Senz’altro ciò lo si può ritrovare, come appena detto, nella mobilitazione contro la guerra e il riarmo, a patto di connetterla in modo efficace alla difesa e al rilancio dello Stato sociale e dei beni comuni. Ma anche, per esempio, provando ad avanzare una proposta forte ed un’iniziativa conseguente per rendere, per usare una felice espressione di Alexander Langer, socialmente desiderabile la transizione energetica ed ecologica, come sarebbe quella di far riconoscere il consumo energetico sotto le cabine elettriche secondarie come opera di comunità energetiche di fatto, con la possibilità di abbattere le bollette elettriche in una misura vicina al 30%!
Infine, i due ultimi terreni di lavoro riguardano, da una parte, il fatto di rafforzare l’approfondimento e l’elaborazione teorica: non che manchino le idee per indicare un’idea alternativa di società, ma, a tutt’oggi, una lettura convincente dei processi in corso nel mondo e una sistematizzazione più accurata dei contenuti di un sistema produttivo e sociale altro dal capitalismo predatorio non si possono dire compiuti. Dall’altra, occorre porsi seriamente il tema di un forte radicamento ed iniziativa territoriale del profilo di convergenza dei movimenti, che ho provato a delineare: il nostro Paese non è costituito solo da grandi città, ma di tante realtà piccole e medie, di Comuni e Province, in cui si gioca per molta parte l’esercizio dell’egemonia culturale e politica.
Non mi rimane che aggiungere che andare nella direzione che ho tratteggiato comporta il fatto di produrre un lavoro strutturato e organizzato, e, forse, anche questo abbiamo bisogno di riscoprirlo e di tornare a farlo.
Cover: Movimenti e democrazia, immagine di Scienza & Pace Magazine
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Grazie Corrado.
Una bella analisi su cui molto riflettere