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In tutte le città italiane gli studenti universitari dormono in tenda per protestare contro il caro affitti. L’Università, e la scuola in generale, soffrono di malattie ancora più gravi, con sintomi evidenti: un disagio studentesco crescente,  tanti casi di stress, depressione, abbandono scolastico, suicidi. Tanto che viene da chiedersi: si va all’Università per crescere o per soffrire?

Assistiamo all’allarmante tasso di abbandono scolastico e ad un aumento dei suicidi giovanili a causa di un rendimento ritenuto insufficiente e determinato da criteri di valutazione che non tengono conto delle esigenze dei giovani, che sono massificati come categoria sociale. Queste valutazioni, infatti, non rilevano mai né le caratteristiche individuali, né la creatività o le curiosità degli studenti e neppure l’intelligenza; non servono né a un possibile orientamento, né a sostenere continuità e non possono indirizzare a uno sviluppo futuro.
Questa indifferenza per il delicato momento di crescita in cui i giovani si trovano nel periodo scolastico è diventata evidente dopo i due anni di chiusura, dovuti alla pandemia, che li ha resi più fragili, facendoli sentire ancora più indifesi rispetto a una società di adulti che non li riconosce e non li considera. In Italia questa situazione è particolarmente grave perché la riforma scolastica attuata dalla fine degli anni Novanta, ha sostituito alla nostra istituzione basata sulla cultura umanistica e, in quanto tale complessiva, una cultura pragmatica e liberista.

“[…] serve costruire un sistema accademico ed universitario in grado di insegnarci che non siamo numeri ma persone“, dice la lettera aperta scritta dagli amici della studentessa dell’Università IULM di Milano, suicidatasi meno di tre mesi fa (qui), ma è il pensiero di tutti: commenti analoghi accompagnano le morti dei circa 200 suicidi all’anno di giovani sotto i 24 anni.

Quando si è adottato questo modello per riformare la scuola, spacciandolo come innovativo, si sono abbandonate la centralità dell’essere umano, la ricerca come atteggiamento in sé e la costruzione della qualità della vita in favore della cultura del profitto, del successo individuale e della produzione, non per un benessere diffuso, ma per l’arricchimento di pochi. Gli uomini, in questo modo, diventano dei prodotti finalizzati all’industria in un sistema che li sfrutta come macchine.

Il pragmatismo è funzionale al soddisfacimento dei bisogni concreti e immediati, quindi all’industrializzazione e alla produzione, ma è marginale rispetto alla ricerca del senso e della qualità della vita personale e comune. Quindi la scuola attuale che previlegia l’apprendimento di competenze funzionali alla domanda del mondo produttivo, che non risponde perciò alle esigenze di crescita della conoscenza di sé e del mondo, non risponde più alle domande sul senso della vita, tipiche del momento di crescita dei giovani, e li sottopone solo a misurazioni di merito e sulla quantità di competenze acquisite. Questo modello è funzionale a questa globalizzazione che è stata pensata per squalificare il lavoro, meccanizzandolo e rendendolo eseguibile esclusivamente dalle macchine. In questo modello l’essere umano è un elemento indesiderabile: protesta, mangia e può anche scioperare. La dimensione del lavoro come espressione della potenzialità creativa dell’essere umano non è considerata.

La nostra cultura classica viene da quella greca, che ha caratterizzato la civiltà occidentale e si distingue perché è fondata sull’essere umano e su un atto positivo di creazione dell’ “essere”. – Ciò che è, è e non può non essere (Parmenide)-.
Nella Grecia antica la scuola è nata per creare un linguaggio comune come strumento di condivisione delle conoscenze acquisite da un essere umano che si scopre curioso e che inizia a sviluppare tutte le discipline.  Il linguaggio comune era indispensabile anche per imparare a esercitare la capacità di riflessione sul valore dell’umanità e sulla capacità di dare valore alla convivenza umana nella pace, pace che si poteva ottenere solo attraverso la democrazia. Per poter creare la democrazia era necessaria una scuola, un metodo di apprendimento condiviso, come luogo di scambio delle conoscenze. Era necessario creare un linguaggio per ridurre le conflittualità.

Sul nostro territorio si è impressa questa orma di umanesimo, fin dall’origine, dagli Etruschi, dalla civiltà romana, che vede nella qualità della vita l’elemento che distingue dalla barbarie, per cui organizza il territorio con ponti e strade e la distribuzione dell’acqua a tutta la popolazione delle città. Infatti, Roma istituì la Repubblica, che necessitava di una conoscenza partecipata del cittadino e quindi di una scuola che ne facesse condividere i valori. Con Carlo Magno si istituì una scuola pubblica europea obbligatoria che producesse civiltà, per uniformare le diverse culture del suo Impero, per uscire dalla barbarie, per essere liberi e poter prendere decisioni, senza dover dipendere da chi sa leggere e scrivere. Questo è il processo da cui hanno origine la nostra società civile e il nostro sistema scolastico; il territorio che abitiamo è caratteristico, riconoscibile e apprezzato come attraente e desiderabile proprio per questo accumulo di vita vissuta.

La nostra cultura si fonda su questa centralità dell’essere umano come valore e la nostra tradizione scolastica si è sviluppata sul metodo socratico della maieutica che si struttura e si evolve nella pedagogia.
Questa pedagogia riconosce la singolarità di ogni essere umano e ha come compito quello di far emergere la singolarità di ciascuno, utilizzando la metodologia della domanda per innescare il pensiero critico e l’atteggiamento creativo: chi sei? Dove sei? Dove vuoi andare?

La scuola attuale su modello pragmatico liberista traduce il momento di riflessione e di ricerca della propria originalità e la curiosità sul senso della vita in competizione e in una acquisizione di conoscenze che sono soltanto un accumulo di dati senza finalità e senza prospettiva, perché propongono il modello della ripetitività. In questo modo si rendono i giovani estranei alla propria esperienza, distraendoli dal poter formulare la domanda sul senso della vita; questo è molto grave per la loro crescita, soprattutto per gli italiani che vengono resi estranei anche alla propria storia e al loro territorio in cui non riescono più a riconoscersi. Oltretutto il disagio dei giovani è vissuto con fastidio, non sono riconosciuti come la generazione futura: quando esprimono il loro disagio, li si accusa di non aver più spirito di sacrificio. Una persona ragionevole dà tutta sé stessa per rispondere a un desiderio, a qualcosa che renda migliore lei, la realtà che abita e l’umanità che con essa condivide. Non esiste un essere ragionevole che sacrifichi sé stesso per uno scopo che non riconosce come proprio.

Anche il territorio che è il risultato per sedimentazione di questo processo storico viene trasformato dal liberismo in un oggetto da consumare, non più da vivere, abitare e gustare. Lo testimonia la deturpazione della città di Venezia, che non è più vivibile, che non è più città.
Sovrapporre il modello pragmatico liberista a una millenaria cultura umanistica dimostra solo ignoranza rispetto alla storia da cui proveniamo e superficialità nel sottovalutare le conseguenze disastrose che si verificano nell’abbandono scolastico, nei suicidi, nel malessere, nell’autolesionismo, nell’apatia che i giovani sempre più mostrano.
Per diffondere e difendere la cultura mediterranea e in particolare quella italiana, anziché proporre la creazione di un liceo del “made in Italy” si dovrebbe invece pensare a sostenere il liceo classico che è quello che qualifica la cultura europea e di cui le nuove generazioni avranno molto bisogno in quanto sviluppa la creatività come tipica potenzialità dei giovani.

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Grazia Baroni

Grazia Baroni, è nata a Torino nel 1951. Dopo il diploma di liceo artistico e l’abilitazione all’insegnamento si è laureata in architettura e ha insegnato disegno e storia dell’arte nella scuola superiore durante la sua trentennale carriera. Ha partecipato alla fondazione della cooperativa Centro Ricerche di Sviluppo del Territorio (CRST) e collaborato ad alcuni lavori del Centro Lavoro Integrato sul Territorio (CELIT). E’ socia e collaboratrice del Centro Culturale e Associazione Familiare Nova Cana. Dal 2016, anno della sua fondazione, fa parte del gruppo Molecole, un momento di ricerca e di lavoro sul bene, per creare e conoscere, scoprendo e dialogando con altre molecole positive e provare a porsi come elementi catalizzatori del cambiamento. Fra i temi affrontati dal gruppo c’è lo studio e dibattito sulla Burocrazia, studio e invio di un questionario allargato sulla felicità, sul suo significato e visione, lavori progettuali sulla felicità, in corso.

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Ogni giorno politici, sociologi economisti citano un fantomatico “Paese Reale”. Per loro è una cosa che conta poco o niente, che corrisponde al “piano terra”, alla massa, alla gente comune. Così il Paese Reale è solo nebbia mediatica, un’entità demografica a cui rivolgersi in tempo di elezioni.
Ma di cosa e di chi è fatto veramente il Paese Reale? Se ci pensi un attimo, il Paese Reale siamo Noi, siamo Noi presi Uno a Uno.  L’artista polesano Piermaria Romani  si è messo in strada e ha pensato a una specie di censimento. Ha incontrato di persona e illustrato il Paese Reale. Centinaia di ritratti e centinaia di storie.
(Cliccare sul ritratto e ingrandire l’immagine per leggere il testo)

PAESE REALE

di Piermaria Romani

 

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